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VIAGGIO IN LIBIA Viaggiatori-Autori:
Elisabetta Villani Dovevamo essere
più partecipanti, ma alla fine restammo in quattro (donne), decise,
fino all’ultimo: da due mesi prima, incrocio di telefonate in
Libia e a Roma, insistenze per ottenere il visto e il timbro in arabo
sui passaporti, arrivati a soli 3 o 4 giorni dalla data fissata, Pasqua!
Ecco il gran giorno, dopo gli ultimi preparativi, ormai non si può
tornare indietro, dico alla parte di me che vorrebbe - ad ogni viaggio
- farmi rinunciare: per fortuna prevale poi la scelta giusta. Arrivo
con molto anticipo alla stazione centrale, mi siedo ad aspettare sulla
fredda panchina di marmo accanto al mio bagaglio, poi arrivano le mie
compagne di viaggio: due napoletane, (di cui una conosciuta addirittura
dall’infanzia, più volte perduta di vista e poi ritrovata-sarebbe
stato meglio il contrario!) e una inglese. In treno fino a Roma, proseguiamo
per Fiumicino, da dove sono partita tante altre volte, negli anni passati.
Al banco della Tunis Air, dove sono i nostri biglietti, fatti dall’agenzìa,
arriva l’impiegato: con ritardo: check-in, liberazione temporanea
del bagaglio, facciamo un salto al duty-free per le sigarette, poi ci
avviamo al nostro”gate”.Telefono a mia figlia, in sottofondo
il sibilo degli aerei in partenza e le voci della solita folla multietnica.
Sono le 12, si parte, ci sono turbolenze: dopo un’ora e un quarto
atterriamo a Tunisi (vi mancavo dal ’92). Senza uscire dall’aeroporto
aspettiamo, chiacchierando, il 2° aereo. Il”domestic flight”
della Tuninter decolla alle 15, piccolo e rumoroso, in volo - alle 16
(ora locale) si abbassa sull’aeroporto di Djerba. E’ qui
l’appuntamento con il mio lontano parente Hamadi, ci conosciamo
solo in foto, ma - come d’accordo - lui ha (con molta diligenza)
preparato un bel cartello col mio nome, ci troviamo subito! Salutiamo
calorosamente colui che ci accompagnerà per tutto questo sospiratissimo
giro della Libia: fuori ,al sole, l’amata, calda aria dell’Africa.!
Ci guida alla sua berlina blu, sistema i bagagli e partiamo - tutti
euforici - “capo su Tripoli”, attraverso la frontiera tunisina
di Ras Jedir.Lui - giovane e allegro- ed io abbiamo mille cose da dirci,
parliamo in francese (è così nel sud libico, per l’influenza
della vicina Algeria): chiedo notizie degli altri familiari, in particolare
di Yahya, il fratello del compianto compagno della mia vita. L’auto
corre verso Ben Gardane, dove, in fila sul bordo della strada, ci sono
gli sventolatori di banconote libiche, per proporti il cambio dei dollari
al nero. Un the agli ultimi raggi del sole, in un caffè all’aperto,
poi via verso la dogana, dove perdiamo meno tempo del previsto, malgrado
la scrupolosa annotazione della matricola di ogni apparecchio foto e
video. Mercoledì 19 aprile - Sveglia e colazione, bella mattinata di sole, rivedo il panorama alla luce del giorno e per me è straordinario essere finalmente tornata in questa città che mi è così cara. Oggi si va a visitare il sito archeologico di Leptis Magna, ad un 50 km.da Tripoli.Lungo la strada, sempre con Hamadi, ci fermiamo ad un bar, per il the (e il “bagno,” ovviamente alla turca). C’è un tenerissimo cuccioletto bianco, che ci gira intorno - diamo anche un’occhiata a un mercatino, sull’altro lato della strada. All’arrivo assaporo un’aria cristallina, fa caldo ma è secco e ventilato, si sta benissimo: la guida locale è Hagi Salah (fra i musulmani si fregia dell’appellativo “haji”chi è stato almeno una volta in pellegrinaggio alla Mecca, lui lo ha fatto addirittura 7 volte!) E’ un simpatico vecchiotto sulla settantina, vestito tradizionalmente, con la lunga camicia bianca che gli spunta di sotto alla giacca all’europea, pantaloni a sbuffo: ha un solo dente residuo! Parla un ottimo italiano. Cominciamo la lunga visita, avvicinandoci man mano al grande arco di Settimio Severo, ora parzialmente ingabbiato perché in restauro: Haji spiega tutto con precisione, servendosi anche di carte topografiche con la ricostruzione della città, come doveva essere alle origini. Proseguiamo, fotografando e video-riprendendo, verso ampi spazi interrotti da selve di colonnati e ruderi: incontriamo rumorose scolaresche, accompagnate da insegnanti severi, qualche giovane maestra su rocamboleschi zatteroni poco adatti alle grosse pietre del lastricato.”How are you?”dicono i bambini, tanto per chiedere, o “Hello!,” poi ridono come matti. Alle antiche latrine, promiscue all’epoca, inevitabili commenti salaci e foto obbligatoria in loco - poi la grandiosa basilica, invasa da frammenti di colonne spezzate, col largo viale dei grandi mascheroni di Medusa, molti dei quali perfettamente conservati. Ecco il podio: come sottrarsi alla tentazione di una foto, arringando una folla.. inesistente? Passiamo accanto alla larga piscina, dove ristagna l’acqua verdastra: il mercato col marmo bianco dei banchi di vendita- sorretto da due delfini quello del pesce-altrove le “misure”per i cereali, per l’olio, con, nella pietra, i segni delle funi che tiravano su i recipienti; la visita continua, sempre nel silenzio degli spazi assolati, qua e là interrotti da una solitaria palma, esteticamente inquadrata in un arco, mossa dal vento..il tutto dura quattro ore- Haji, sorridendo col suo solo dente, ci chiede se siamo contenti della sua guida,ma certo! Mancia e ritorno al punto d’inizio, corsa alle sospirate toilettes, poi il pranzo. Torniamo all’hotel, un po’ di sosta e poi si esce di nuovo, per visitare la Medina: siamo in mezzo al traffico cittadino quando, quasi all’altezza della Fiera, un diciassettenne e zelante poliziotto ferma la macchina, dobbiamo scendere tutti, Hamadi cerca di capire perché, ma quello gli intima solo di seguirlo, con l’auto, alla stazione di polizia.Ci viene suggerito di tornare all’hotel, poi sapremo: piuttosto preoccupate, non ci resta che fare quattro passi sulla larga strada principale, affollata, all’ora del tramonto. Dovunque imperano grandi ritratti di Gheddafi, in tutte le salse, in genere con la testa sempre più in alto e la mascella dura e volitiva (ma ci sono anche edizioni con sorriso abbagliante e accattivante). Passiamo davanti a un macellaio che chiede di essere fotografato (si va a cambiare il grembiule) davanti al suo negozio: espone impressionanti testine di agnello con ancora il pelo e gli occhi. Molti ci interpellano assai cordialmente, con qualche parola di italiano. Arrivate all’albergo, compriamo del the in un piccolo supermercato lì accanto. Nella hall ci raggiunge un amico di Hamadi a rassicurarci, il reato era solo un’innocente pellicola parasole attaccata sui vetri posteriori dell’auto, evidentemente fuorilegge! Il Nostro tornerà, solo a mezzanotte, dopo aver pagato una salata multa, nel frattempo, sempre in ansia, avevamo cenato - non riesco ad avere la comunicazione telefonica con mia figlia, forse perché è un cellulare - andiamo a dormire. Giovedì 20 aprile - Si parte, presto, alla volta della “mia”sospirata, mitica Ghadames (una seconda patria sentimentale). Chiacchieriamo animatamente, con sottofondo di musica libica, i chilometri scorrono veloci: fino al nostro traguardo ce ne vorranno 700..il paesaggio diventa, a tratti, semidesertico - intervallato da piccoli villaggi, ognuno con la sua moschea. Riconosco da lontano, come da immagini sognate sui libri, i bianchi tornanti che montano alla città: siamo a Nalut, coi suoi granai trogloditici: è immersa nel sole caldo e luminosa - tutta salite e discese, con scritte arabe in verde sul bianco dei muri, inneggianti alla Giamahirya. L’ombra refrigerante di un bar (dove torneremo per mangiare) coi ventilatori a pale sul soffitto: fuori respiro la salutare, solare aria dell’Africa. Andiamo a vedere i granai: dopo l’antica “porta” di pietra si scende per un sentiero ciottoloso - tutt’intorno le forme rocciose, libere e contorte, i pali infissi a sostegno nei muri, in stile ”sudanese”, le nere bocche aperte e vuote delle finestrelle, dove mettevano il grano. Anfore interrate a metà, uno stretto cunicolo attraverso il quale la gente scappava in caso di guerre: sotto un arco fresco di ombra scura, un guardiano soffia nel suo zufolo. Una piccola moschea vicina, dall’alto il panorama vasto della vallata. Hamadi mi presenta un fotografo locale che mi mostra alcune sue belle immagini di Nalut, mi sento in dovere morale di comprarne qualcuna. A fine visita un’ umoristico reperto: una decrepita “wolkswagen”(solo l’arrugginita carrozzeria residua) infissa nel terreno,con la scritta ”si vende”! Fra i belati di un gregge di passaggio, torniamo al ristorantino, per il pranzo. Dopo l’ottimo the alla menta, si riparte - lungo la strada l’avvicinarsi del deserto è sempre più evidente: facciamo sosta in un bar a Derj (altro nome vagheggiato per anni, ascoltando i ricordi del mio compagno…) il bagno ha una porta di ferro che bisogna mantenere accostata con la mano e fare tutto il resto solo con l’altra! Nel tardo pomeriggio un grande cartellone verde tutto in arabo che annuncia Ghadames mi emoziona al massimo, è un momento che ho sognato per anni, questo! Costeggiamo, a destra, il campeggio I-n-Azaoua, la nuova moschea ed ecco, nel quartiere moderno, la casa di Hamadi, tipicamente araba, con tappeti e bassi cuscini lungo le pareti. Quasi subito arriva, come avvertito da qualche richiamo, Yahya, mio cognato mai conosciuto prima in persona, ma più volte evocato per nome. E’ piccolo e magro, non assomiglia ad Ab, ma è silenzioso, discreto, un po’ timido, una presenza mite e leggera, com’era lui… quest’incontro così significativo mi fa versare qualche lacrima, cerco di controllarmi. Parla solo arabo, ma capisce italiano e francese, vorrebbe che andassi subito a casa sua per farmi conoscere la famiglia, ma rimando a domani, sono troppo stanca! Hamadi mi da una bella stanzetta solo per me (la casa è grande) al piano terra, di nuovo il sollievo di svuotare bagagli, per riorganizzarli: qui resteremo qualche giorno, un po’ di relax! Arriva Souad, la bella moglie del nostro anfitrione - ha occhi intensi, è avvolta in veli colorati - con la loro piccola Dikra, la primogenita, altre donne: ceniamo e poi a letto, per un sonno di pietra. Venerdì 21
aprile - Mi sveglio alle 6, colazione - e poi si esce nella bella mattinata
di sole per andare alla città vecchia, patrimonio dell’Unesco
per la sua architettura particolarissima. Ci accompagna la guida locale
Mohamed Ibrahim Kut Kut, simpatico uomo maturo, alto, dolce (come quasi
tutti quelli dell’interno,del grande Sud). Parla un po’
di italiano - come tutti a Ghadames, si ricorda del mio Ab. di quando
lasciò la cittadina natale per andare in Italia non vi tornò
mai più (ora, che forse sarebbe stato possibile, è troppo
tardi….). Entriamo nell’antica medina, un’alternarsi
scenografico di luce e ombra in stradine e cortiletti cinti da muri
merlati, ad ogni angolo terminanti con le punte degli ”sharafin”
(che dovrebbero tenere lontani gli spiriti maligni). Dietro i recinti
si ergono alte e verdi palme, si indovinano giardini..gli archi precedono
lunghi corridoi totalmente bui, dove a volte bisogna camminare a tastoni:
è la famosa “città inferiore”, fresca, ombrosa,
tutta imbiancata, arieggiata: anticamente era riservata agli uomini,
mentre le donne circolavano al di sopra, sulle terrazze delle case,
comunicanti fra loro. Forse è, in parte, così anche adesso. Sabato 22 aprile
- Stamattina andremo al museo, è tornato Mohamed Ibrahim, la
guida di ieri alla medina - per accompagnarci - c’è un
po’ di venticello e il sole splende, al solito.Entriamo e, nelle
prime 3 o 4 sale vediamo reperti vari, la storia di Ghadames, bei manufatti
tuareg, costumi tipici su vecchi e stralunati manichini europei, strumenti
musicali, vasellame, ecc. E’ meno piccolo di ciò che sembra,
questo museo! Segue la visita al vicino villaggio di Tunin, attraverso
giardini Domenica 23 aprile - Oggi è Pasqua: sveglia alle 4 e partenza alla volta di Germa, più di 1000 km.a sud: lascio con dispiacere la cameretta – sul tavolo metto qualche “peluche”in regalo per la piccola Dikra e un mio catalogo: la macchina già fila nell’oscurità, i radi negozi e case hanno, di notte, luci fortissime che restano sempre accese per illuminare il buio pesto. Pare che Gheddafi abbia concesso qui l’energia elettrica gratis: c’è la luna - cantiamo per tenere sveglio Hamadi alla guida, intanto man mano rischiara. All’alba segue l’aurora, sempre ingoiando chilometri sul rettilineo: nel deserto, ai bordi dell’asfalto, vagano cammelli selvatici - E‘ ormai giorno e continuiamo a correre, si comincia a vedere qualche sperduto villaggio, poi, all’ora di pranzo ci fermiamo a Brak (o oltre). Si mangia in un ristorante all’aperto e poi subito via, nel caldo feroce: passiamo Sebha:oltre Germa,un the al primo campeggio Alfaw e poi finalmente quello sospiratissimo nostro, di Erawan, dove arriviamo nel pomeriggio. Somiglia allo”Zèribas”di Djanet (Algeria), è ben organizzato: il mio bungalow, il N°10, è ampio e arioso, tutto imbiancato anche all’interno, una finestrina triangolare al fondo, i 2 materassini sono poggiati su un muretto basso che gira tutt’intorno alle pareti - la porta (simbolica!) è di rada paglia e, meraviglia delle meraviglie, il pavimento è..sabbia! C’è la luce elettrica e una presa per ricaricare la batteria della telecamera. Continuo, fortunatamente, a dormire con la compagna inglese, malgrado le bizze insopportabili della rompiscatole: un bel sonno, poi doccia rinfrescante, mentre si fa sera: Fuori, bella aria di campagna, lontani cani che abbaiano: dopo un giretto orientativo si va a cenare in uno stanzone poco illuminato, con lunghi tavoli - vi si aggira un gatto elemosinante. Dalla finestrina nel muro ci passano un ottimo pollo, che però è, al solito, subito criticato: dopo cena andiamo alla “boutique”del campeggio(sempre senza vedere altri ospiti), ne avevamo intravisto qualcuno, dove saranno? Lì troviamo tre fratelli del Niger - alti,euforici e cordiali- che vendono bellissimi gioielli tuareg in argento: monili vari, piccole selle da cammello, fennec e gazzelle stilizzate- tutto bello, ma caro! ”Les italiens” dicono ridendo - pare che siamo gli unici a contrattare sempre sul prezzo: io ne faccio il pieno, solo visivo, con la telecamera, anche se mi costa un "p‘tit cadeau” in danaro. Poi ce ne torniamo ai bungalows, nel vento della sera, è splendido smuovere la sabbia coi piedi scalzi, giù dal letto! Buonanotte, Sahara. Lunedì 24
aprile - Dopo essermi svegliata una volta alle 4, mi ri-sveglio con
il canto del gallo: silenzio, cinguettìo di uccellini, che pace!
Scrivo a un mio caro amico nel.. contiguo Sahara(algerino)a soli 70
km.da qui! Metto un po’ di sabbia nella busta per testimoniare
che sono lì di persona: andiamo alla posta e finalmente, dopo
tanti tentativi, riesco a parlare con mia figlia,per rassicurarla. Raggiungiamo
poi l’altro camping, l’ “Alfaw”,con i bungalows
rotondi, a forma di“tucul”:su una terrazza coperta prendiamo
il the, di fronte a un nutrito gruppo di guide tuareg, tutti intabarrati
nei loro veli, perlopiù bianchi.Si scambiano vigorosi saluti,
parlano animatamente e cerco di individuare qualche parola del loro
“tamasheq”- ognuno di loro guiderà il proprio gruppo
nel deserto- un pullmann rosso a due piani aspetta lì dirimpetto,
accanto ai fuoristrada. Ripartiti alla volta della vicina Ghat, corriamo
fra sagome di roccia che spuntano dalla sabbia ocra- una di esse, sulla
destra, sembra una città fantasma, con guglie e pinnacoli: l’asfalto,
spaccato dal calore, ci costringe a ogni tanto a deviare dall’autostrada
e percorrere tratti sabbiosi. Si arriva a Ghat mentre il muezzin sta
chiamando alla preghiera, cerchiamo e troviamo l’hotel El Kalaa(“la
fortezza”,o “la cittadella”) e il sollievo della sua
hall fresca e ombrosa, dopo il sole torrido e abbacinante di fuori.
Anche qui ci sono quadri e begli oggetti di artigianato sahariano: Hamadi
è seduto sui divani con un giovane tuareg (è Khammou,
che ci accompagnerà poi nel deserto).All’imbocco del corridoio,
uno specchio con tre oblò, rivestito di lana blu-viola con lunghissime
frange…Ci danno le stanze, finalmente la camera… che ci
accoglie con una bella notizia: sul vetro della finestra(che dà
su un giardino a piano terra) italiani di passaggio hanno riparato una
rottura con del nastro adesivo, sul quale hanno scritto”attenti
ai topini!”. Finora avevamo incontrato solo qualche innocuo scarafaggio
campagnolo nelle docce, che restava immobile al suo posto,(impaurito
da noi,giganti!) per cui uno si rassegnava a conviverci pacificamente.
L’albergo abbondava pretenziosamente in moquettes e parati di
stoffa, un po’ assurdo con l’abituale torrido clima desertico,tanta
sabbia tutt’intorno....meglio l’ essenziale e areato campeggio!
Usciamo a mangiare in un bar- ristorantino, subito dopo, sotto il sole,
la visita di Garama (l’antica Germa,capitale dei Garamanti), grigia
cittadella di fango disseccato: qua e là sono sparsi dei tratti
di piccoli binari per i carrelli necessari al restauro. Fino a un certo
punto ci accompagna Hamadi, sostituito poi da una guida locale: la vecchia
medina è meno suggestiva di quella di Ghadames, anche se al tramonto
il sole la indora, migliorandola- in vista del Forte (“El Kalaa”)
ci viene chiesto se vogliamo montarvi, ma nessuno ne ha voglia! All’uscita,
mentre ci riposiamo un po’, un “targui”si accoccola
di fronte a noi, a pochi metri e ci osserva attentamente in silenzio,
alla fine mi chiede una sigaretta che gli offro volentieri. Dopo la
visita alla medina ci aspetta un’altra trottata nella calura,
lungo la principale (ed unica)arteria che taglia Ghat, con Hamadi, che
è arrivato nell’auto di un amico, fresco come una rosa:
per fortuna il sole è al tramonto- dopo la foto ad un antico
pozzo fatto con tronchi di palma, ci incamminiamo. I tuareg “si
sprecano”, ve ne sono dappertutto, spesso sugli scalini davanti
alle porte di negozi o delle numerosissime agenzie di viaggio, la cui
pubblicità è costituita da simpatici cartelloni dipinti
a mano:con ingenuo stile “naif”- promettono escursioni nel
deserto, con palme e cammelli..La strada è un interminabile rettilineo
di radi edifici a un piano, con belle porte in ferro decorate a colori
contrastanti: l’aria ora è respirabile..passa velocissimo
un camion gremito di ragazzini che ci salutano urlando allegramente.
I negozi non hanno insegne, ma sui muri esterni è dipinto, sempre
in stile primitivo, ciò che vendono: le varie marche di sigarette,
elettrodomestici, ecc.(a Ghat potrei avere molte commissioni?!) Alla
fine della galoppata c’è un mercato dove compriamo degli”shesh”(lunghi
turbanti)colorati da mettere nel deserto: è quasi buio- chiedo
di 25 aprile, martedì
- Stamattina si riparte, questa volta per il deserto dell’Akakus:
portiamo i bagagli nel giardino, al cui centro c’è una
fontana a forma di stella- fuori l’albergo due fuoristrada sono
pronti a partire - riconosco Khammou, il targui che parlava ieri con
Hamadi. Alto, minuto, con baffetti e uno “shesh” candido-
sotto gli occhiali da sole, un gran sorriso- è lui il capo spedizionenell’altra
auto c’è Mustapha, cugino di Hamadi e il giovanissimo Othman.
Caricano i bagagli su una delle grosse Land Cruiser, io mi arrampico
sulla prima, davanti, a fianco del “capo”, che subito inserisce-deciso-
una piacevole cassetta di musica tuareg: le altre stavolta non osano
protestare, come fanno di solito: si parte. Prima sosta in un negozio
dove M. cerca un abito tradizionale maschile con collo a pistagna: c’è
un somalo che parla in perfetto italiano e il sarto che lavora dal vivo,
con gesti rapidi e precisi, sulla sua vecchia Singer. Mi accorgo che
siamo allo stesso mercatino di ieris era: ripartiamo, dritti verso l’Akakus,
i locali naturalmente dicono che quello libico è più bello
di quello algerino. Ma è molto simile..eppure in qualche modo
diverso dai circuiti mitici dell’Algeria..forse è solo
colpa del tempo che è passato. Strano sentimento, dopo undici
anni ritrovare il Deserto.. durante tutto questo tempo lo avevo sempre
sospirato ed ora c’ero! Cavalcando la sabbia, il familiare rumore
di ferraglie sul retro della vettura,con l’incessante chiacchiericcio,
sempre pieno di allusioni piccanti, delle tre sul sedile posteriore,alla
vista dei pinnacoli di roccia! Prima sosta in un vallone, ho messo il
mio shesh viola-azzurro, solo qui posso avvolgerlo intorno alla testa
come ho imparato laggiù..Hamadi accenna appena qualche passo
di danza, al suono della cassetta rimasta in funzione: intorno, l’aria
calda e secca, spazio, vento…le rocce sulla sabbia arancione e
rosa, il silenzio..si scherza, foto tutti insieme, ormai ricordiamo
i nomi di ‘Othman, il più giovane e di Mustapha, cugino
di Hamadi, che ha studiato a Sebha, dice di conoscere G.B.Vico e Caravaggio!
Riprendiamo il cammino, ecco la duna “Ta- Kharkhuri”, poi
dei cespugli verdissimi sulla sabbia rossa, per terra lunghe macchie
di sale riflettono l’azzurro del cielo.. Ci fermiamo per la prima<<gaila>>(sosta
del pranzo): è un bel posto, tipo Tikbaouine(=le due spade”,
in Algeria); all’ombra di una enorme parete rocciosa vengono parcheggiate
le due auto, si scende. C’è una pietra piatta con strani
incavi perfettamente tondi, certo fatti dall’uomo preistorico:i
nostri accompagnatori cominciano a preparare da mangiare, noi a turno
cerchiamo un po’ più in là un anfratto nascosto
per la sospirata liberazione idraulica! Nel deserto è così,
tutto”en plein air”! Io ne trovo una incorniciata dalla
roccia sovrastante, approfitto anche per filmare e fotografare la magìa
di un paesaggio senza linee rette, se non le forme libere e capricciose
della Natura, modellate dal sole e dal vento…alle pareti ci sono
anche dei caratteri “tifinagh”(la lingua del Sahara)che
cerco di decifrare, ma è difficile. Si mangia, i ragazzi hanno
cucinato i”macaroni”,breve relax, poi si riparte. Hamadi
ha messo uno shesh verde come la sua tuta moderna: attraversando canyons
di roccia, alla ricerca di pitture rupestri, tracciate con il rosso
sanguina e, a volte, qualche tocco di bianco. Forme di animali ed uomini,
che i remoti cacciatori del Neolitico tracciavano sulle pareti per propiziarsi
una buona caccia, raffigurando l’animale che speravano di catturare.
Qui c’è l’eco e gridiamo tutti, per ascoltare le
nostre voci nel vuoto immenso che ci circonda. Al grande arco naturale
di Asafeggiar facciamo la classica foto di gruppo: alla successiva sosta
per i graffiti incontriamo un gruppo italiano (in fondo c’è
un itinerario dei siti ben noto alle guide locali che accompagnano i
visitatori). Un gradevole uomo brizzolato e magro (tipo Sterling Hayden)mi
saluta con affetto caloroso, protettivo: guardandomi intensamente mi
dice ”chissà, forse ci incontreremo ancora in un’altro
viaggio..”..così fosse! Ma non saprò mai il suo
nome..né ciò avverrà! Stanno già per andare
via: un maturo e bel tuareg,con uno splendido shesh color malva (che
gli ruberei volentieri!)mi abbraccia, come se mi avesse addirittura
riconosciuto! Ha dei baffi all’insù,un bel volto vissuto,
brunito dal sole: la spaziatura fra gli incisivi che è,in genere,segno
di fortuna..gli occhi bistrati dal kohl. Per qualche motivo ho colpito
l’immaginazione di questi improvvisati amici per pochi minuti,
li ho inteneriti e poi se ne vanno… addio!…Avrei voluto
trattenervi, parlare un po’ con voi, prendere insieme il the dell’amicizia,
ma nel deserto spesso è così, ci si lascia sempre troppo
presto… e ognuno via, senza neanche conoscere il nome dell’altro.
26 aprile, mercoledì
- Sveglia la mattina presto, come sempre, appena fa giorno: facciamo
colazione su una stuoia rossa ai primi raggi del sole nascente. G. si
è offesa del fatto che io non abbia dormito in tenda con lei,
come se lo avessi fatto apposta per sottolineare il suo russare! Questo
viaggio purtroppo sarà caratterizzato da non pochi conflitti
e recriminazioni, velenosamente sollecitati dalla gongolante rompiscatole
M. cerca di pacificare gli animi: Khammou ha messo uno shesh nero: accesi
i motori delle 4x4, si parte, per andare a vedere nuove pitture e graffiti.
Dopo varie soste si arriva alla “zèriba” (capanna
di paglia)di un vecchio tuareg: per filmarne l’interno,con vari
attrezzi e oggetti artigianali, devo pagare qualche dìnaro libico.
Nessun’altra ritiene che valga la pena di farlo: si accoccolano
intorno al vecchio, che tira fuori da un sacco di juta un “dob”
(lucertolone), tenuto al guinzaglio: la povera bestia assapora qualche
momento di relativa libertà, poi viene rimessa nella sua prigione.Il
tuareg, solo gli occhi saettanti e furbi fuori dal velo, ridacchia,
parlando nel suo “tamasheq”, forse fa battute, scambia coi
nostri accompagnatori - come sempre nel deserto - le ”issalane”
(le notizie). Guardo con cupidigia il grande e bellissimo, pesante “tera”
quadrato d’argento, coi folti fiocchi neri ai lati,appeso al suo
collo. Ripartiamo e arriviamo all’arco naturale di Ti-n-galega,
sullo sfondo di una duna quasi rossa: foto e riprese sono d’obbligo!
Incontriamo un gruppo di quella che, a distanza, sembra una carovana
di tuareg su cammelli, con gandoure e shesh tipici, ma sono invece solo
turisti ”de luxe”! Stanno nel campo vicino accampamento
di Awiss, dove si mangia ad una tavola imbandita,le tende sono arredate
con gusto..ecc-quasi come non lasciare l’Europa! Il mio ex amico
Djaba ne fa parte, ma ora non c’è, si trova in un’altra
zona desertica,il Messak (Mellet=bianco o Settafet=nero), accompagnando
un gruppo. Quando lo conobbi era un semplice giovanissimo cuoco dei
nostri circuiti algerini: ora vive in Italia, ha una agenzia di viaggio
tutta sua ed è molto sicuro di sé. Venerdì 28 aprile - E facciamo anche quest’altra lunga tratta, quasi 1000 km! Mangiamo allo stesso caffè con la balaustra celeste dell’andata, dove c’era il cagnolino bianco, un bel narghilè in esposizione - un po’ prima di arrivare in città, sostiamo a Gharian: lungo la strada vendono delle terrecotte molto belle, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta! Ci sono servizi di piatti, bicchieri, tazze, vassoi:tutti decorati con magnifici colori e di gran gusto, motivi originali, fra il tradizionale ed il moderno.Ma pesano..ed è impensabile potersi caricare anche di queste! Mi limito a 2 vasetti piatti, di cui 1 a forma di libro aperto, coi versetti del Corano: li pago un po’ cari, ma mi piacciono. Hamadi si lamenta che si è rotto il semiasse della sua macchina quando quelle lì hanno preteso di andare ai laghi Mezajem con la sua berlina, nel deserto pietroso,all’andata. Arriviamo a Tripoli verso le 18: l’albergo è un altro, si chiama” Al bahr al abiad al mutawassit” (il mare bianco mediterraneo”). Ho la camera 444, sempre con C.; giù nella hall ci sono sedie rosse di plastica, io e Hamadi ci sediamo, aspettando lungamente comunicazioni telefoniche a cui tenevo molto, ma che alla fine risulteranno impossibili,come quasi sempre, in Libia. Cena e poi, tutti stanchi, a letto. Sabato 29 aprile
- La mattina si esce per andare al Museo, sito nel Castello (“As-saraj
al hamra” più o meno "il serraglio rosso") sulla
attuale piazza Verde, all’inizio del lungomare. Cioè dove
dovevamo venire all’arrivo, quando poi sequestrarono l’auto
di Hamadi. Entriamo, bisogna lasciare telecamere e macchine fotografiche
all’ingresso, a meno di non pagare una bella cifretta: al 1°
piano bellissime statue grecoromane, provenienti da Sabratha e Leptis
Magna, mosaici, ecc. Al 2° piano ci sono le arti e tradizioni popolari:costumi
tipici, magnifici gioielli antichi che rimpiango di non poter riprendere
(né M. lo farà, pur avendo pagato il permesso di usare
la telecamera). Un grande “diorama”del deserto, con capanne
tuareg, la ricostruzione della camera degli sposi in una casa libica:
il manichino di lei accanto al letto, quello di lui più lontano,
che guarda altrove, immobile.
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