VIAGGIO
IN TANZANIA E ZANZIBAR
Viaggiatori-Autori:
Marco e Cristina
Itinerario: Arusha - Serengeti - Arusha - Lushoto (monti
Usamambara) - Dar - Stone Town (Zanzibar) - Matemwe (Zanzbar)
Numero di giorni: 21
Costo totale del viaggio: 2.700 euro a testa
Periodo: 1/21 agosto 2005
Compagnie Aeree: Ethiophyan Airlines
Vaccinazioni: fin troppe (epatiti, tifo, colera, febbre
gialla e malaria)
Documenti: Passaporto
Sistemazione: Safari in lodge e tenda (non campi tendati
ma camping); in città alberghi medi, Usambara missione di suore,
Zanzibar resort
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I colori
della terra, i colori della pelle e i colori del mare
L’Africa è stata
una meta rinviata per diversi anni; è vero che c’è
stato il Marocco, ma in effetti rispetto alla Tanzania è una
parte completamente diversa di continente.
La preparazione del viaggio ha avuto un significato particolare visto
che i nomi dei parchi e degli animali li ho sognati fin da piccolo incollato
alla tv, affascinato dalle vecchia serie di trasmissioni pomeridiane
de “Il Mondo di Quark”.
Nei mesi di studio ho avuto modo di avvicinarmi ad una cultura di popoli
tanto distanti dal nostro, scoprendo anche che fuori dai circuiti del
turismo di massa, la Tanzania pulsa, si anima e combatte per la sopravvivenza
servendosi di metodi forse ancestrali, ma forti di una vitalità
tipica di questo lontano angolo nero di mondo.
L’arrivo ad Arusha
in una giornata uggiosa ci ha caricato della cupezza che purtroppo accompagna
la stragrande maggioranza delle metropoli del cosiddetto terzo mondo
(in questo viaggio anche Dar es Saalam e Addis Abeba ci hanno lasciato
la medesima impressione), involucri di individui che migrano dalle campagne
in cerca di un’agognata e vana sensazione di benessere.
In effetti è difficile scindere la bellezza dei parchi dalla
povertà della popolazione che non riesce a trarre vantaggio dall’enorme
flusso di denaro che anche il turismo porta in queste zone.
Questa velata tristezza è però sollevata dal sorriso che
accompagna la giornata di tantissime persone incontrate sul nostro percorso,
tanto che ricordiamo ancora con affetto le centinaia di Jambo e Karibu
durante l’escursione tra i minuscoli villaggi nei dintorni di
Lushoto negli Usambara.
La più grande attrazione
del paese sono senz’altro i parchi: Serengeti, Ngorongoro, Tarangire,
Natron sono solo alcuni tra gli ultimi eden per animali in libertà.
Per questo la scelta dell’agenzia è basilare, in quanto
da ciò dipende la soddisfazione del safari.
La nostra ricerca è stata assolutamente indipendente e si è
basata soprattutto su esperienze di precedenti viaggiatori, anche se
comunque le tappe e il tour le ho realizzate secondo mie precise (ma
non sempre azzeccate) indicazioni.
Tra queste l’intenzione di allontanarsi dai tragitti classici
per ammirare Lobo e la parte nord del Serengeti, diverso e meno battuto
della zona del Seronera, oppure la scelta di alloggiare anche in paesini
fuori dai parchi.
Possiamo ritenerci molto fortunati in quanto la Bobby Trekking Safaris
si è dimostrata professionale e con Tobias, la nostra guida,
abbiamo raggiunto un ottimo grado di fiducia.
Nonostante tutto quello che avevo letto o immaginato, devo confermare
che la realtà è stata migliore delle aspettative, iniziando
dai colori, per primi quelli della terra, rossa, base e contorno di
tutta la vita, tanto che è comune scorgere i mattoni di questa
argilla lasciati seccare al sole prima di diventare fondamenta di tutte
le case dell’intera Tanzania.
Non solo i colori, ma anche gli odori e le voci dei coloratissimi mercati
di Karatu o Mto Wa Mbu ci hanno accompagnato fino al primo ingresso
della Ngorongoro Conservation Area, preludio della magnifica vista che
avremmo avuto di lì a poco sul cratere forse più famoso
al mondo.
E’ difficile classificare le fortissime emozioni di quei giorni
passati in piedi con la capotta della jeep aperta a godere dello sconfinato
orizzonte scrutando, tra il mare dorato dell’erba arsa dal sole,
la sagoma di qualche animale.
Non posso dimenticare le interminabili attese per la foto perfetta alla
leonessa che si stiracchiava a pancia all’aria proprio come fa
il mio cane a pochi centimetri da noi, oppure lo zampettio di uno sciacallo
curioso che ci ha dato il benvenuto nel cratere del Ngorongoro.
Anche gli occhi fieri e penetranti di due maschi di leone dalle regali
criniere e soprattutto un cucciolo di ghepardo che si nascondeva tra
le amorevoli cure della figura aggraziata della mamma sono tra le tante
immagini indelebili nella nostra memoria.
In effetti credo che sia riduttivo porsi l’obiettivo di fotografare
“solo” i Big Five.
Scorgere il fugace serval mimetizzato tra la vegetazione, assistere
al combattimento, accompagnato dal secco infrangere delle corna, tra
due esemplari di gazzelle di Grant, oppure sorridere al fragoroso e
gutturale spettacolo degli ippopotami, piuttosto che la corsa impacciata
di una famigliola di facoceri sia altrettanto appagante.
La pace che trasmette la vista degli sterminati spazi ci ha accompagnato
durante i nostri game drive, tanto che i nostri pensieri hanno abbandonato
la ricerca degli animali attratti verso l’orizzonte, facendoci
ricordare quei giorni come molto intensi.
Le scene di caccia ci hanno lasciato senza fiato, sia quella di un branco
di leonesse, che quelle di due ghepardi lanciati a folle velocità
su un gruppo di gazzelle. Entrambe le occasioni sono state favorevoli
ai più “deboli”.
Inquietante è stata la scena di una coppia di iene che pattugliava
la pianura, probabilmente con fortuna, visto che credo che siano state
le stesse che poco più tardi si accanivano su una carcassa di
zebra.
Pensare alla iena ci fa affiorare forse la sensazione più agghiacciante
dell’intero safari.
Durante la mia meticolosa preparazione al viaggio avevo condiviso con
Cristina l’intenzione di passare almeno una notte in tenda in
un campeggio speciale del Serengeti, con il fine di respirare a piani
polmoni le voci notturne della savana, non immaginando però che
poi queste si sarebbero materializzate con tutta la loro impressionante
forza.
Il benvenuto al campo ci è stato dato da una famigliola di manguste
per nulla intimorite e intente a rovistare tra gli avanzi, e dal sibillino
cartello che raccomandava di non allontanarsi dal campo, comunque non
recintato, per non essere attaccati dagli animali.
A queste latitudini e in questo periodo dell’anno il tramonto
arriva presto e così anche il momento di chiuderci in tenda,
non prima però di renderci conto del luccichio di occhi famelici
al limitare del bush preludio di ciò che sarebbe accaduto poco
più tardi.
E’ al calar delle tenebre infatti che la savana si popola e i
cacciatori entrano in azione.
L’inconfondibile latrato accompagnato dal fruscio dell’erba
mossa dai loro passi intorno al nostro poco difeso giaciglio, ci ha
fatto intendere di essere circondati da un branco di iene, avvicinatesi
attratte dai profumi delle cucine.
Il loro ansimare ci ghiacciato il sangue nelle vene, tanto che in quella
mezzora credo di non essere riuscito a muovere nemmeno un muscolo.
I nostri cervelli erano impegnati solo ad ordinare al resto del corpo
di rimanere immobile nella speranza che la nostra presenza passasse
inosservata ai quei formidabili predatori.
In una parola crediamo di aver proprio vissuto un’esperienza sensazionale,
unica e irripetibile, nel senso che non so se mai vorremo ripeterla
… insomma un vero e reale documentario.
Le uniche nota stonate dell’intero safari sono state l’inaspettato
incontro con le mosche tze tze sulle sponde del Grumeti, teatro delle
famose migrazioni annuali di gnu e l’incontro con i masai
Questo popolo simbolo dell’Africa orientale vive ancora fiero
delle proprie tradizioni, tanto che i loro inconfondibili costumi li
rendono riconoscibili in tutto il paese.
Fa un certo effetto incontrarli nei boma artificiali, costretti dagli
eventi a vendere la propria secolare cultura, ormai confinati ad una
strenua resistenza dall’avanzare impetuoso del progresso. La nostra
speranza è che il pedaggio per visitare il loro villaggio vada
a vantaggio di tutti i suoi componenti.
La Tanzania, e l’Africa
in genere, non sono solo safari e spiagge.
Per questo motivo ho coinvolto Cristina nelle attività di turismo
culturale offerto dalle comunità locali.
Oltre all’interessante e non programmata visita alle piantagioni
di banane di Mto Wa Mbu, siamo partiti dall’Italia con l’intenzione
di visitare gli Usambara.
Arrivare a Lushoto non è particolarmente difficile, se si ha
un buon grado di spirito di adattamento.
Appena si scende dall’autobus al parcheggio del New Liverpool
Breeze, poco fuori Mombo, si intuisce che la Tanzania turistica non
passa di qua.
Se si supera l’impatto dell’assalto dei conduttori di dalladalla,
si viene ripagati da un angolo di paese ancora relativamente incontaminato.
La salita verso Lushoto è, oltre che scomoda tanto si è
pigiati nel sovraffollato pulmino, veramente spettacolare e la breve
sosta a Soni permette di gustare il panorama verde e lussureggiante
della zona.
Noi abbiamo alloggiato in una missione di suore, immersi in una splendida
cornice offerta dai loro giardini curatissimi, speranzosi che i nostri
soldi siano in qualche modo serviti alla gente del luogo.
Da questo punto di vista è da encomiare l’attività
svolta dalla “pro-loco” coordinata da ONG tedesche e olandesi.
In effetti si ha la consapevolezza che il ricavato del nostro trekking
(a proposito la vallata sottostante l’Irente viewpoint lascia
senza parole, come del resto il formaggio quark e il vino di banane
dei frati luterani), sarà servito per realizzare piccoli ma significativi
progetti di infrastrutture.
Ricordiamo con tanto affetto i Jambo di saluto delle decine di bambini
di una scolaresca che ci hanno accompagnato sul passaggio, come la messa
cattolica celebrata davanti a tutti gli abitanti di un minuscolo villaggio,
islamici compresi.
Si ha anche occasione di scambiare opinioni con le guide locali, tutti
studenti delle scuole secondarie che parlano un inglese oxfordiano,
sulla condizione di vita del luogo: i problemi legati all’acqua,
le disparità sociali, l’esperimento dell’Ujamaa e
l’apprezzamento che Nyere, l’uomo politico che ha creato
questa nazione, ha sul suo popolo.
Questo vagabondare ci ha
permesso di apprezzare l’agognato riposo sulle spiagge di Zanzibar,
non prima però di aver camminato tra le bellezze decadenti di
Stone Town.
La città è veramente affascinante, ricca di nobile, ma
a volte sanguinosa storia, tanto che questo sito designato patrimonio
dell’umanità dell’Unesco per il miscuglio di razze
che l’hanno nel corso dei secoli popolata, viene da più
parti definita come la città africana più bella a sud
del Sahara.
Più che nei musei, la storia si respira per strada, nei vicoli
tortuosi della parte vecchia dove gli scorci di un passato lussureggiante
sono infiniti; l’alloggiare a Baghani House, una casa patrizia
restaurata ad arte ha dato un tocco in più al nostro soggiorno
sull’isola.
L’emblema che abbiamo assunto a simbolo di Stone Town è
stata la Tippu Tip’s House.
Trovare l’edificio non è semplice, visto che non è
affatto segnalato, ma basta chiedere in giro per far materializzare
un sedicente discendente della famiglia di questo ricchissimo mercante
schiavi.
Le sue foto ingiallite dal tempo in compagnia di turisti appese nella
living room, dimostrano in parte la genealogia di questa guida, che
per una prestabilita mancia si è offerta di accompagnarci all’interno
dell’abitazione spiegandone i segreti.
Tra questi la botola che collegava l’atrio al mare, utilizzata
per il passaggio degli schiavi, ma soprattutto il significato del nome
della dimora, cioè abitata dai corvi, in quanto pare che allora
ce ne fossero molti di più di quelli che già vi vivono
tuttora.
Per il nostro riposo abbiamo
scelto la spiaggia di Matemwe, lontana come concepimento dai villaggi
all-inclusive e dai divertimenti di Nungwi.
Il tratto di costa è tra i più affascinanti mai visti,
tanto che l’indimenticabile escursione all’atollo di Memba
mi ha permesso di incrociare tartarughe e delfini immersi in un fondale
ricchissimo di pesci coloratissimi.
Questo splendido tratto di litorale subisce l’alternarsi delle
maree, fenomeno che al suo livello più basso scopre un’accecante
sabbia bianchissima e permette meravigliose passeggiate, attraverso
gli orti di alghe, fino al delimitare dell’oceano.
Il colore del mare cristallino non si presta a nuotate per l’intera
giornata, ma la cornice in cui è incastonata ci fa credere che
questa perla dell’Oceano Indiano sia uno dei luoghi più
belli dell’isola.
Anche il Matemwe Beach Village conferma le ottime recensioni di cui
gode, essendo un luogo molto curato dove l’ospite è lasciato
tranquillo a godere della pace e tranquillità, cosa confermata
anche dall’adeguata distanza con cui sono dislocati i bungalows
nell’ampio giardino.
L’unica pecca, se vogliamo trovarla, è rappresentata dal
cibo troppo occidentalizzato. Per fortuna che abbiamo conosciuto Suleman
il miglior papasi della zona (per gli amici King Salomon), il quale
ci ha organizzato delle succulenti cene a base dei più buoni
crostacei marini.
Sono stati dei giorni molto rilassanti che ricorderemo per i momenti
piacevoli che abbiamo saputo regalarci.
Questi miei piccoli
ricordi, mi riportano indietro nel tempo, a quando mesi fa ho cominciato
a studiare questo viaggio, nato in parte dai documentari giovanili e
confezionato con le innumerevoli letture di questi mesi; credevamo che
il mal d’Africa fosse solo un’inventata licenza letteraria,
ma ora ci siamo dovuti ricredere.
Asante Sana Tanzania, Kwaheri.
Alcuni utili
Siti web:
Siti su
Zanzibar
http://www.matemwebeach.com/
http://www.allaboutzanzibar.com/
http://www.sognandozanzibar.it/spiaggeznz.htm
Sito del
Turismo culturale
http://infojep.com/culturaltours/
Sito dei
parchi nazionali
http://www.tanzaniaparks.com/
Sito Tour
operator locali riconosciuti e ufficiali
http://www.tatotz.org/
Compagnie Aeree
http://www.coastal.cc/
http://www.precisionairtz.com/
http://www.zanair.com/