VIAGGIO
IN MAROCCO
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Alessandro
Scarano
Numero di giorni: 15
Costo totale del viaggio: circa Lire 1.300.000
Periodo: 20 agosto - 5 settembre 2001
Compagnie Aeree: -
Documenti: Passaporto
Sistemazione: Alberghi e tenda + 1 pernottamento nel
deserto
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scheda del paese!
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ROCK THE
KASBAH
Marocco
2001
Casablanca, 20 Agosto
Primo giorno in terra d’Africa. L’impatto non è poi
stato così brutale, anche se in un solo giorno ho visto scene
che avrebbero dato di che parlare per un bel pò a molti dei miei
amici di Roma... Il volo (Alitalia, dopo tanti anni!) mi ha concesso,
grazie alla bella giornata di sole, di godere di panorami strepitosi:
Costa Smeralda, Baleari, nonchè lo Stretto di Gibilterra, che
come un babbeo ho dimenticato di fotografare, tanto ero ammirato dallo
spettacolo ed intontito dalla riflessione che nell’antichità
è stato per lungo tempo considerato come la fine del mondo conosciuto,
oltre cui si precipitava nell’abisso.
Il percorso aeroporto-stazione-Ostello della Gioventù è
stato fin troppo facile, grazie alle numerose insegne, ma il tanto osannato
(dalla Lonely Planet) Ostello, che si trova a circa 300 metri dalla
stazione ferroviaria Casa-Port era al completo; dopo una breve ma infruttuosa
ricerca nella Medina di un posto libero in uno degli alberghetti del
luogo (che meriterebbero un capitolo a parte, tanto per la pulizia -
quale? - quanto in un caso per un’addetta alla reception che non
parlava neanche il francese), mi sono affidato al classico Mustafà,
che per una mancia di 21 dirhams (quattromila lire, due euro, mettetela
come volete) mi ha lasciato dinanzi l’Hotel de Paris, posticino
dignitoso ove mi hanno chiesto 250 dirhams (cinquanta sacchi, venticinque
euro, insomma...) per posare finalmente il mio zaino. Durante la passeggiata
Mustafà mi ha convinto a lasciare Casablanca il più in
fretta possibile, dato che qui – a suo dire – non c’è
nulla da vedere, mentre il meglio del Marocco si trova al sud.
Una veloce passeggiata (a passo d’avvocato romano...) per il centro
città mi ha confermato le affermazioni del mio momentaneo cicerone:
di notevole ho ammirato il Tribunale (ma guarda un pò!) e la
vecchia Prefettura, esempi di architettura anni ‘20/’30
con influenze moresche. Dopo neanche dieci minuti sono stato fatto oggetto
di un puerile tentativo di truffa: un tale, dicendomi di fare il portiere
nel mio albergo (poteva pure essere, per come mi ricordo io le facce...),
mi ha raccontato di avere il figlio in ospedale e di dovergli comprare
le medicine ma di non avere il denaro perchè la direzione dell’albergo
era chiusa: se gli avessi prestato i 467 dirham necessari, me li avrebbe
restituiti l’indomani, quando si sarebbe fatto dare la paga dalla
direzione. Ma figuriamoci un pò! Mi sono poi fatto fotografare
davanti al Tribunale da una ragazza che probabilmente era alla sua prima
esperienza del genere: sono sicuro che la foto sembrerà scattata
durante un terremoto. Aggirando le prime offerte di fumo nella Medina
sono andato a dare un’occhiata alla moderna moschea Hassan II:
vista da fuori sembra veramente grandiosa, e domattina non mancherò
di visitarla con il necessario giro per i turisti. Dopo un breve riposo
al fresco della brezza marina (la moschea è in riva al mare),
mi sono ributtato nella medina, e nella sua miriade di venditori di
frutta, verdura, cassette musicali, cianfrusaglie, animali vivi, animali
morti (devo dire che la puzza si equivaleva), e tutto quant’altro
si può trovare in questo piccolo souk, privo però della
caciara che mi aspettavo.
Il casino si è invece scatenato sotto la mia finestra, sulla
pedonale: oggi è giorno di festa in Marocco, e Casablanca è
invasa da gente dedita al turismo (erano in molti a farsi fotografare
davanti alla moschea Hassan II), ma soprattuto allo shopping, visto
che qui è periodo di saldi. Il risultato è che dalla mia
camera si sente un tale caos che mi sembra di essere a Testaccio durante
la festa per lo scudetto della Roma; mi sa che stasera per dormire dovrò
usare i tappi... Nella folla sono stato agganciato da un tizio che,
dopo aver attaccato bottone in francese prima ed in inglese poi con
il classico “da dove vieni?”, ha cercato di portarmi in
un locale a bere qualcosa: al mio rifiuto mi ha chiesto 10 dirham, e
quando gli ho negato la somma mi ha stramaledetto in italiano. Bah!
Sono uscito a cena con una simpatica coppia di Milano (i cui nomi non
ricorderò mai); il ristorante Snack Bar Le Marin, citato dalla
Lonely Planet, si è rivelato una mezza sòla, in quanto
– volendo evitare il fritto di pesce – la paella che ci
hanno servito era decisamente insipida ed anonima. Purtroppo, però,
la particolare giornata festiva ha comportato il fatto che la maggior
parte dei ristoranti fosse chiusa. La serata è poi proseguita
andando a prendere un tè alla menta con i due suddetti e con
Omar, arzillo anziano signore messinese che i due milanesi hanno conosciuto
in albergo e che è sposato con una marocchina. Ho appreso da
lui che qui il Ramadan non è solo una questione di non mangiare
di giorno: pare che tutte le attivtà lavorative vengano concentrate
nel periodo notturno, e che per chi visita il paese sia un serio problema
trovare aperto un negozio. Tornato in albergo ho notato con piacere
che il caos per strada era terminato, e con rabbia che, anzichè
i 250 dirham pattuiti, ne hanno voluti 350.
Casablanca,
21 Agosto
Nonostante sia andato a dormire tardi e stanco, il mio orologio biologico
mi ha fatto svegliare “a Roma”, ovvero alle 4,45 locali.
Oggi visita guidata alla moschea Hassan II: gran bel posticino, invero,
frutto dell’indefesso lavoro di migliaia di artigiani ed operai
marocchini, con soluzioni tecnologicamente avanzate unite all’opera
manuale; ora come ora, praticamente nuova di zecca, è un gran
bel vedere, e spero che le foto scattate all’interno rendano giustizia
almeno dell’insieme, se non dei particolari. La visita è
stata funestata dalla presenza di un nutrito gruppo di turisti campani,
caciaroni e – per la gran parte – irriverenti nei confronti
di un luogo sacro; triste capitolo, come al solito, quello sugli italiani
in giro a piede libero per il mondo!
A Casablanca ho visto auto e moto di marca, ho visto donne raccogliere
croste di pane per terra in mezzo ai rifiuti del mercato, ho visto donne
velate e donne scollate, ho visto una moschea ove si poteva mangiare
sul pavimento e strade ove bisogna scavalcare i mucchi di rifiuti: l’unica
costante è quella degli uomini – e solo uomini! –
seduti ai tavolini fuori dai bar. Tutto sommato è una città
che non rimpiangerò.
Rabat, 21
Agosto
A Rabat si arriva dopo un’oretta di treno, preso alla stazione
Casa-Port; ho notato che i treni non sono molto dissimili da quelli
italiani, se non per il fatto che l’aria condizionata funziona,
sono in orario, e negli scompartimenti si entra in otto persone.
Oggi è la festa di re Mohammed VI, e la capitale è tutta
imbandierata. La gente affolla tanto i mercati della medina (sono in
Marocco solo da due giorni e già ho la nausea di mercati e mercatini)
quanto le spiagge. Ho deciso di adeguarmi e così, dopo aver preso
alloggio all’Hotel Majestic, a circa 400 metri dalla stazione,
di fronte all’ingresso della medina, per la modica somma di 226
dirham per notte (almeno è tutto ristrutturato di recente, il
bagno è pulito, posso pagare con la Visa), ho dapprima preso
accordi con il locale Surf Club per una lezione domani, e poi mi sono
sdraiato in costume a riva, in un punto meno gremito.
Un giro pomeridiano nella Rabat moderna mi ha fatto quasi sentire a
casa, con un Mc Donald’s affollato di giovani armati tutti di
telefonino (tenuto peraltro bene in vista, dato che ultimamente il suo
grado di diffusione in Marocco ne ha fatto un vero ammennicolo d’obbligo),
traffico impazzito per la chiusura dell’arteria centrale cittadina
a causa delle manifestazioni per il compleanno regio, coatti in Audi
cabrio con musica techno a palla. Mi sa che per vedere l’Africa
che c’è nel Marocco mi devo muovere di qui.
La sera ho assistito a parte dei festeggiamenti di piazza per il genetliaco
di Sua Maestà; c’era un kitchissima torta di cartone alta
cinque metri, con “candeline” con in cima lampadine, il
tutto sormontato da un cubo con quattro foto del festeggiato: intorno,
diversi ensembles che eseguivano musica locale (almeno non erano quelle
puttanate ad uso turistico). Devo dire però che nell’organizzazione
non hanno avuto un gran senso dell’intrattenimento, almeno come
inteso nel nostro show business: i gruppi spesso si suonavano l’uno
addosso all’altro, creando un gran casino, oppure vi erano lunghe
pause di silenzio durante le quali non accadeva assolutamente nulla,
con evidente calo di tensione ed attenzione. Grazie alla pluriennale
esperienza di concerti metallari sono riuscito a conquistare un’ottima
posizione a ridosso della transenna, ma dopo una mezz’ora ho ceduto
alla noia (e alla fame!) e sono andato a cena all’economicissimo
(nonchè infestato da formiche) Cafè de la Jenuesse; qui
ho mangiato il mio primo couscous (alla vitella), e ho ritrovato quattro
fanciulle venete presenti anche alla visita della moschea a Casablanca,
dalle quali ho carpito un pò di informazioni sugli alloggi, dato
che avevano finito il giro ed erano sulla via del ritorno.
Rabat, 22
Agosto
La prima onda. La prima onda, a dire il vero, è stata l’ultima,
ma forse è meglio che le cose vengano raccontate dall’inizio...
Non ho mai amato il windsurf (forse perchè non ho mai avuto buoni
rapporti – quando ero un teenager – con chi praticava questo
sport che io consideravo “da atteggio”), ma il surf puro
ha sempre avuto quel qualcosa che mi attirava: sarà stato “Un
mercoledì da leoni”, oppure “Point Break”,
o ultimamente un’invidia pre-senile nei confronti dei pischelli
che ad Ostia passano le ore facendo su e giù per le onde mentre
io concretizzo le mie giornate nella lettura di un libro steso sul lettino
a riva, fatto sta che per me che odio nuotare e basta (per andare dove,
poi?) il surf ha spesso rappresentato una buona alternativa ludica alla
mera permanenza in acqua senza nè meta nè scopo. Ciò
che mi ha sempre trattenuto dal voler imparare il surf ad Ostia è
stata quella forma di orgoglio che mi impediva di poter essere fatto
oggetto di scherno dai giovani “iniziati” (e devo dire che
– in realtà – di trentacinquenni suonati che vogliano
imparare ad andare sul surf non ne conosco affatto: sarò mica
l’unico in crisi di età?), quindi ho colto al volo l’occasione
offertami dalla possibilità di avere lezioni di surf all’Oudayas
Surf Club di Rabat, Marocco.
Mi sono presentato in spiaggia alle 8,15, ora normale per i surfisti
ostiensi, ma non c’era sole, c’era un vento fottuto e –
soprattutto – non avevo fatto i conti che ero sull’Oceano:
la bassa marea aveva arretrato l’acqua di un centinaio di metri
rispetto al pomeriggio precedente, lasciando allo scoperto un fondale
roccioso ai limiti della praticabilità. Dopo tre quarti d’ora
passati ad attendere che si facesse vivo qualcuno al Club, mezzo morto
di freddo (altro che Africa!) stavo già per fare fagotto ed andare
a cercare un pullman per Tangeri, ma mi sono detto il fatidico “ora
o mai più!”, e alle 9,00 ho varcato la soglia.
La lezione costa 60 dirham l’ora, compresa tavola e muta: resetto
tutte le mie nozioni in materia d’igiene, in particolar modo quelle
associate alle micosi e, indossata la muta (una Body Glove nera ed azzurra)
e presa la tavola (una long board per principianti gialla), ben predisposto
dall’accostamento dei miei tre colori preferiti seguo Said, che
sarà il mio padrino in questa uscita battesimale. Devo dire che
l’ambientazione non è affatto male: parte sabbiosa della
spiaggia sotto l’antica casbah di Rabat, alla foce del fiume,
con la città pirata di Salè sullo sfondo e musica berbera
pompata dagli altoparlanti di un caffè sotto le mura. Imparo
subito due cose: l’utilità della muta, senza la quale mi
sarei congelato e, soprattutto, che il surf non è così
facile come sembra a vederlo da riva. Nonostante la long board, che
è la tavola più stabile, ho passato un’ora a fare
voli in acqua: quando ero troppo avanti e mi affossavo, quando provavo
ad alzarmi troppo presto e “pinnavo”, sta di fatto che nonostante
le assicurazioni di Said, secondo il quale per essere la prima volta
non andavo affatto male, mi sentivo il solito goffo idiota principiante.
Per fortuna ho visto in vita mia troppi goffi idioti principianti per
non sapere che prima o poi – salvo casi estremi, ma subito riconoscibili
ad un occhio esperto – qualche risultato arriva: terminata l’ora,
ho voluto tentare un’ultima onda. Non è alta, ma qui sono
lunghe, dai bracciate, sentila sotto, aspetta che raddrizzi la tavola
dopo la picchiata, uno, due, tre, in piedi, al centro, spostato indietro,
piedi paralleli, che faccio, non cado?, perchè?, vai avanti finchè
puoi, l’onda si esaurisce, è fatta. E’ ora di uscire,
anche perchè ho cominciato a tremare dal freddo, ma la vacanza
ha avuto il suo senso già dopo tre giorni: nei prossimi, accada
ciò che accada. Il bello è che al Club non c’era
a disposizione neanche uno specchio, per cui dovrò attendere
lo sviluppo della foto fatta con Said davanti all’ingresso per
sapere che aspetto ho “da surfista”: che palle essere così
vanesi...
Nel pomeriggio sono andato a visitare il locale museo archeologico:
un pò sfornito, anche perchè buona parte è in fase
di allestimento, ma la Sala dei Bronzi ripaga abbastanza i ben dieci
dirham pagati all’ingresso (effettivamente belle le teste di Giuba
e Catone).
Meno male che sono divenuto un maestro nell’arte di perdere tempo
quando non si ha nulla da fare, perchè altrimenti qui sarebbe
da spararsi. Purtroppo l’unico treno utile per Tangeri parte alle
7,40 del mattino per cui, una volta fatta la lezione di surf, bisogna
andare a zonzo fino a sera, cosa che ho fatto concludendo con un’altra
cena al Cafè de la Jeunesse che, formiche a parte, non è
poi tanto male (stavolta tajine di vitella). Come già Casablanca,
Rabat non è poi un posto così entusiasmante, anche se
ho notato – giusto a titolo di curiosità – che ci
sono una palestra di Tae Kwon Do ed una di Aikido, quest’ultima
purtroppo chiusa (non che mi sarei allenato, ma una lezione l’avrei
vista molto volentieri).
Tangeri,
23 Agosto
Tangeri! Una delle Colonne d’Ercole, che una volta rappresentava
la fine del mondo conosciuto e che ora è il trampolino di lancio
per la disperazione di un intero continente. Ci sono arrivato dopo quattro
ore e mezzo di noiosissimo viaggio in treno, attraverso una campagna
riarsa e piatta. L’arrivo del treno ha scatenato i tassisti locali,
vere e proprie belve a caccia di preda. Dopo aver evitato le esose richieste
dei conducenti di grand taxi, privi di tassametro ed ingordi come me
davanti ad un gelato, ho trovato un petit taxi che, pur non usando il
tassametro (di cui era quanto meno provvisto), mi ha portato a destinazione
per 20 dirham, quando gli altri ne chiedevano 50 per farmi fare il viaggio
in braccio a qualcuno (i grand taxi sono normali Mercedes utilizzati
come taxi collettivo, nei quali “devono” entrare almeno
sei passeggeri).
La destnazione era – ed è – molto particolare. L’Hotel
El Muniria è così descritto dalla Lonely Planet: “...
dimostra tutti i suoi anni, ma rimane comunue un’ottima scelta.
Le stanze pulite, con docce con acqua calda, costano Dr 110/130. c’è
un che di nostalgico nell’aria anni ’50 dell’albergo,
i resti di un passato che ha visto Jack Kerouac e Alan Ginsberg alloggiare
qui, mentre William Burroughs ha scritto il suo Il Pasto Nudo nella
stanza n.9”. La mia stanza è la n.3, con una bella vista
sulla baia (e per una volta il costo, rispetto alle indicazioni della
Lonely Planet, è di gran lunga inferiore: 53 dirham): certo,
il letto ha la rete un pò molla e il tutto andrebbe ristrutturato
(mi sa che dai tempi della Beat Generation non è stato toccato
alcunchè), ma credo che un paio di giorni vi vadano trascorsi,
almeno per la vista dalla camera. Tra l’altro mi sono reso conto
che gran parte delle citttà marocchine possono essere viste in
una sola giornata o quasi, per cui si è creato il problema che,
dovendo tornare il 5 settembre, devo trovare un modo per allungare il
tragitto oppure un motivo per restare più a lungo in un posto.
Ho provato a chiamare a casa per cercare di anticipare il volo, ma l’Alitalia
non lo consente, causa la tariffa che ho pagato (cosa cambi alla compagnia
se torno prima, qualora dovessero avere posto, non è dato sapere).
Ho fatto subio un salto in spiaggia, molto affollata ma tragicamente
sferzata dal vento, che fa finire i minuscoli granelli di sabbia ovunque;
un giro fino alla medina mi ha fatto invece constatare che qui, oltre
ai previsti seccatori venditori di fumo, c’è un bel pò
di gente disgregata, ma come non ne vedevo dai tempi di Amsterdam: non
so se sia colpa di alcool, stupefacenti vari, o se abbiano delle loro
proprie tare mentali, ma la quantità di persone disconnesse di
cervello è impressionante. Per la cena ho optato per il ristorante
Ahlan, che si è rivelato quello migliore dove ho cenato finora.
Tangeri,
24 Agosto
Sarà un momento di depressione, ma comincio ad avere veramente
le scatole piene di questo paese. Stamattina sono andato di buon’ora
al museo della kasbah, che prometteva un impiego di tempo ma che è
chiuso per ristrutturazione. Che fare? Partire subito per Chefchaouen?
E i panni chi li asciuga? Sì, perchè stamattina sono pure
riuscito a fare un pò di bucato... Di passare un altro giorno
e mezzo qui non mi va affatto, ma se la situazione si dovesse ripresentare
nelle prossime tappe finirei per aver completato il percorso preventivato
con una settimana in anticipo. Va a finire che dovrò acquistare
un altro biglietto aereo per tornare a casa prima.
Ho passato la mattinata cercando un volo per andarmene in Italia, ma
sembra che il primo disponibile sia un Tangeri-Madrid-Roma che partirebbe
il 28, e quindi tra quattro giorni. Non è tanto il mezzo milione
che mi verrebbe a costare, ma che faccio nei prossimi quattro giorni?
E se, una volta allontanatomi da questa città che alla fine ti
deprime se ci passi più di mezza giornata, dato che non puoi
frequentare la spiaggia per il vento assurdo che tira e la medina, una
volta vista, non ti attira più, mi dovessi divertire? Certo,
mi sa che in una Chefchaouen non resisterei più di 24 ore, e
tra Fes e Meknes più di tre giorni che ci si va a fare... La
verità? E’ che pensavo di poter fare tranquillamente un
viaggio da solo con la previsione di incontrare gente in giro ma: 1)
qui a Tangeri non c’è occasione, in quanto sono tutti di
passaggio per andare altrove; 2) quando anche ho conosciuto altre persone
sia a Casablanca che a Rabat, queste non mi hanno certo riempito le
giornate. Ebbene sì, mi tocca ammettere che l’idea del
viaggio in solitudine è stata una bella cazzata... Ad ogni modo
il dado è tratto (ovvero la moneta è stata tirata: testa!),
e decido di proseguire il viaggio come previsto. Comincio però
a capire come al buon Burroughs sia uscito Il Pasto Nudo vivendo qui,
date le paranoie che vengono per il vento e l’ambientino poco
allegro in giro (neanche ad Amsterdam la notte: qui pure di giorno devo
camminare guardandomi alle spalle!). La seccatura sarà attendere
le 12,00 di domattina, orario di partenza del pullman, e considerato
che ora sono le tre e un quarto del pomeriggio, c’è poco
da stare allegri.
Il motivo che maggiormente mi rattrista è che ho paura di rimanere
senza roba da leggere, e non è un problema da poco. Se hai un
libro da leggere puoi anche startene stravaccato sul letto nella stanza
o sdraiato sulla spiaggia o seduto su di una panchina, tanto il tempo
ti passa e, a seconda del libro, puoi divertirti o farti una cultura,
che poi non guasta mai. Ma se sono già a metà di Alta
Fedeltà di Nick Hornby (gran bel libro, tra l’altro, uno
dei migliori che mi sia capitato di leggere ultimamente, penso che comprerò
anche Febbre a 90° anche se ho già visto il film, che era
bello anch’esso) e mi rimane solo quel libro di Chatwin di cui
neanche ricordo il titolo, ed è in fondo allo zaino, e neanche
ci penso a tirare fuori tutto tanto per scrivere il titolo qui, dicevo
se mi rimangono un libro e mezzo e parte di una Settimana Enigmistica
da finire, che autonomia avrò? Il problema è che se sei
in Italia giri l’angolo e compri anche qualsiasi cosa, purchè
sia nero su bianco, mentre qui trovi solo arabo – e non mi pare
il caso, è vero... – e francese, che per come lo capisco
io non mi servirebbe a granchè. Guarda tu se mi tocca centellinare
pure quello che leggo, come se non bastasse già mangiare solo
a colazione e cena (ma questo per motivi economico-logistici: mi sembra
quasi di fare un Ramadan!). Comunque ho deciso di fare un notevole investimento,
anche considerando il prezzo: ho comprato una copia del Corriere della
Sera, pagandola lo sproposito di 27 dirham, ovvero 5.400 lire, con le
quali qui ci si riesce a fare quasi un’ottima cena. Ma non si
vive di solo pane...
Mi sono poi fatto una mezz’ora in spiaggia, tanto per ritoccare
un pochino l’abbronzatura, ma ho dovuto capitolare per via del
vento e, conseguentemente, della sabbia che stava per seppellirmi. Se
tanto mi da tanto, come sarà possibile andare al mare ad Essaouira,
che è detta “Wind City, Africa”? ma è un problema
che mi porrò al momento, se mai ci andrò. Per la cena
ho deciso di bissare il couscous con shihskebab da Ahlan in una medina
sovraffollata per la giornata festiva – per i musulmani –
del venerdì. Domani lascerò la ex Interzona e le angosce
ad essa relative, inoltrandomi in quella che spero essere la parte più
“africana” di questo Marocco che, finora, ha avuto l’aspetto
di un deleterio meridione d’Europa.
Tetouan,
25 Agosto
Questa la devo scrivere “in diretta”. Siamo in viaggio per
Chefchaouen su un pullman della CTM senza aria condizionata, con un
tempo modello “cappa di piombo caldo umidissimo”. Il pullman
è rimasto fermo mezz’ora nella stazione degli autobus di
Tetouan, tappa intermedia, in un casino indescrivibile. Però
ci provo. Immagiate un’enorme stazione coperta, con decine e decine
di pullman uno messo peggio dell’altro, molti con i motori accesi
e che tentano di partire contemporaneamente, incastrandosi a vicenda.
In tutto ciò, sul nostro pullman fermo salgono decine di persone
che vendono cioccolata, orologi, catenine, e perfino fumo. L’aria,
che già è irrespirabile quando siamo in movimento, si
può versare comodamente, dato il tasso di umidità, e i
motori accesi non aiutano certo. Il bello è che intorno ai mezzi
c’è un formicolare di gente che rischia ad ogni momento
di finire sotto le ruote con tutti i bagagli, ma che pare se ne freghi
altamente. Qui sul pullman i passeggeri marocchini hanno cominciato
ad avere da ridire sulla situazione, soprattutto per via dell’aria
condizionata che non funziona, e quando un marocchino attacca a discutere...
Il coro di urla, grida, invettive e maledizioni sale sempre più
forte, e raggiunge l’apice quando un torpedone prova a mettersi
di mezzo per passare prima di noi, finchè riusciamo a spuntarla.
Nel frangente ho constatato l’utilità della Settimana Enigmistica
quale ventaglio. Il viaggio riprende con un buon margine di ritardo
su di una strada dall’asfalto molto, molto irregolare. Sperèm!
Chefchaouen,
25 Agosto
Chefchaouen bisogna conquistarsela. Bisogna farsi un viaggio disagevole
in pullman, bisogna farsi zaino in spalla l’interminabile e ripida
salita dall’autostazione, bisogna trovare un posto per dormire.
Soprattutto questo.
Mi sono affidato ad un tipo del posto che, prima di trovare un letto
(letto?) libero, mi ha fatto girare almeno dieci pensioni diverse. Ho
alfine trovato un loculo stile Sassi di Matera nella Pension Valencia
per 30 dirham, grande poco più del letto (letto? è completamente
sconnesso, senza un solo tratto in piano!) e con una magnifica (?) finestrella
che da sulla hall. La presenza di cimici è fortemente sospetta,
data la situazione igienica generale, ma almeno l’acqua della
doccia in comune è calda ed abbondante; il bagno è alla
turca, con una tinozza da riempire per svuotarla per pulire.
Il fatto è che Chefchaouen, bellissimo paesino bianco e celeste
sovrastato dalla vicina montagna, di una tranquillità atipica
per una città marocchina, con la gente che passeggia tranquillamente
senza fretta (tanto, dove andrebbe? il paese è veramente piccolo),
con infiniti negozietti di artigianato locale, vive principalmente di
kif. Qui siamo sulle montagne del Rif, ove viene coltivata la marijuana
con la quale viene confezionato tutto l’hashish che invade l’Europa.
Il kif è l’economia trainante di tutta la regione e Chefchaouen,
dato il suo gradevole aspetto estetico, è stata eletta meta di
giovani da tutta Eurpoa come luogo ove trascorrere giorni fumando ciò
che nelle loro città arriverebbe solo molto adulterato.
Qui si parla principalmente spagnolo, ma si sentono idiomi tedeschi,
marocchini, francesi, italiani, inglesi. Una parte di turisti, che se
lo può permettere, sfrutta le strutture alberghiere più
ripulite, financo di lusso, mentre molti dei giovani si adattano a dormire
su materassine estremamente sporche buttate per terra, anche sulle terrazze.
La mia Pension Valencia ospita quest’ultimo tipo di soggetti:
molto simpatici ma, devo osservare, con un senso della pulizia veramente
avulso dal mio, che pure mi adatto un bel pò.
Ho avuto la fortuna di incontrare Davide e Arianna, giovane coppia della
provincia di Pesaro che era sul mio volo per Casablanca: siamo stati
in giro pomeriggio e sera dopodichè, quando ho cercato di rientrare
nei miei spaziosi alloggi alle 2 di notte, ho trovato il portone chiuso
e nessuno rispondeva a scampanellate e bussate. Dopo ripetuti tentativi
è sceso qualcuno dalla terrazza e mi ha aperto. Bontà
sua! Questa sera ho anche assistito al corteo di un matrimonio, preceduto
da una piccola ma estremamente “sonora” banda, con un nutrito
gruppo di uomini che, in mezzo alla folla, sorreggevano una piccola
portantina all’interno della quale – presumo, data la fatica
che sembravano patire – si trovava la sposa.
Chefchaouen,
26 Agosto
Dopo una notte insonne passata a rigirarmi tra le gobbe del giaciglio
sono passato alla Pension Cordoba per cercare Davide e Arianna. Loro
ancora dormivano, ma ho scoperto che si era liberata una singola: mia!
Fatti i bagagli, ho di corsa abbandonato la Pension Valencia ed i suoi
occupanti mono e pluri cellulari.
Il Cordoba è preciso come pochi posti ove mi è capitato
di dormire in giro per viaggi: alterna uno stile prettamente marocchino
negli arredi e nelle rifiniture ad un’impronta particolarmente
andalusa nell’architettura, con un ampio e luminoso patio centrale
coperto ma areato, ed una saletta separata con divani bassi intorno
ad un tavolo, il tutto coperto da drappeggi e cuscini. Questo per quanto
concerne gli spazi “comuni”, ai quali va aggiunta una grande
terrazza sul tetto: la stanza è di poco più grande di
quella che avevo al Valencia, ma che differenza! Tutto è molto
pulito e curato, i gestori sono estremamente affabili ed inclini alla
chiacchera, il pernotto mi costerà (con la colazione) 60 dirham.
Dodicimila lire. Sei euro. Non hanno Internet, ma il numero di telefono
dovrebbe essere sufficiente per le prenotazioni: 062519912 (senza lo
zero se si chiama da fuori Marocco). Venite qui.
Il caldo incredibile che fa fuori ci ha costretto a rinfrescarci nella
hall, dopodichè – via satellite – ci siamo visti
“Quelli che il calcio” e “Novantesimo minuto”.
Ebbene sì, anche qui. Cena, come ieri sera, al Granada, ma il
(la?) tajine oggi non era un gran che. Stanotte in piedi fino alle due
per vedere “Un mercoledì da leoni” su Rai1.
Chefchaouen,
27 Agosto
Siamo ancora qui, Arianna e Davide, coppia del pesarese, ed io, mentre
i due milanesi Bruno e Stefano, conosciuti in viaggio dai pesaresi,
oggi partiranno per la costa mediterranea prima di far ritorno in patria
con il treno (ah, i tempi dei miei Interrail!). Davide mi ha attaccato
il raffreddore, che spero sparisca quanto prima perchè non ho
mai sopportato di dovermi soffiare il naso nei fazzoletti di carta.
Continuiamo a passare gran parte del tempo nella rilassatissima atmosfera
della nostra bella pensione, lontani dal caldo afoso delle viuzze bianche
ed azzurre che saranno sì affascinanti, ma da frequentarsi a
pomeriggio inoltrato. Approssimandosi però il giorno della partenza,
ci rechiamo sotto un sole a picco fino alla stazione degli autobus,
ove apprendiamo con costernazione che le corse della CTM fino a Fes
sono tutte piene fino a mercoledì compreso; unica possibilità
alternativa, riesco a capire tramite una pluritraduzione di un simpatico
argentino poliglotta, è andare domani alla stazione e sapere
se per caso non siano saliti pochi passeggeri a Tetouan e, nel caso,
risalire all’albergo per riprendere i bagagli. Se ne riparlerà
domani, nel frattempo affrontiamo nuovamente l’erta salita fino
al paese e ci buttiamo sotto una più che necessaria doccia. Il
nostro albergo è un vero porto di mare, ma i giovani che passano
di qui sono simpatici, e due chiacchere in improbabili guazzabugli linguistici
si riescono a fare sugli argomenti più svariati, dal calcio (universale,
come argomento!), ai disordini di Genova, alla situazione economica
mondiale, ai viaggi (ovviamente!). il raffreddore avanza inesorabile,
passo alle aspirine. La vedo male...
Ceno, come al solito, al Granada: brochettes, neanche malvagio come
pasto, dopodichè partita a “Uno” con Davide e Arianna,
con una lucente meteora nel cielo stellato a fare da sigillo alla serata.
Fes, 28
Agosto
Ho sudato più per Fes che per Chefchaouen, alla fine. Sceso alla
stazione dei pullman per trovare posto per Fes, mi è stato detto
di correre in albergo a prendere i bagagli, chè di lì
a 20 minuti era prevista la partenza ed il posto c’era. Stabilito
il nuovo record di Chefchaouen per quanto concerne la corsa in salita
(ed il mio personale per quanto attiene alla quantità di sudore
prodotta), sono riuscito a tornare all’albergo, salutare Arianna
e Davide, e precipitarmi alla stazione nel tempo previsto (complice
un utilizzo di petit taxi negli ultimi 300 metri). Peccato che il pullman
non si sia fatto vedere e che alla fine, dopo molto patema d’animo,
sia riuscito a salire su quello in partenza alla 16,15 anzichè
su quello delle 13,00.
Dato che l’arrivo a Fes era previsto per sera, ci siamo fermati
a mangiare in quello che non può essere definito altrimenti se
non un vero e proprio autogrill, dato che il mio pasto è consistito
in un panino con carne grigliata preparata lì per lì in
condizioni igieniche che avrebbero fatto inorridire mia madre, ma che
sembra non abbiano portato – per ora – gravi conseguenze.
Durante il viaggio, caratterizzato stavolta dalla ferocia dell’aria
condizionata, ho approfondito la conoscenza di Sebastian e Daniela,
coppia argentina che avevo già conosciuto ieri. Risiedono a Parigi,
e lui studia composizione musicale a Strasburgo.
Giunti a Fes alle 20,30 passate ho iniziato il consueto pellegrinaggio
alla ricerca di un alloggio; esauriti i primi due alberghi sulla lista,
ho fatto la mia prima esperienza con gli Ostelli della Gioventù
marocchini. Sono in stanza con altri quattro ragazzi che, da quello
che mi sembra di capire, vengono dalla Scozia: il posto non sembra male,
costa 55 dirham compresa la colazione ed appare pulito.
Fes / Meknes
/ Fes, 29 Agosto
Oggi gita di mezza giornata (tanto basta) a Menes, che si trova solo
ad un’ora di treno da qui. A prima vista non si discosta molto
dalle altre città marocchine di una certa rilevanza, con la sua
parte moderna con tanto di Mc Donald’s (che ogni tanto mi tenta,
ma per ora resisto e mangio marocchino), e la medina antica. A parte
il solito souk, con le sue solite variopinte bancarelle ove si alternano
frutta, falsi capi d’abbigliamento di marca, artigianato, falsi
capi d’abbigliamento di marca, cianfrusaglie, falsi capi d’abbigliamento
di marca (tutti sportivi, con tutti i modelli più recenti), per
il resto di notevole a Meknes ho visto il Mausoleo di Moulay Ismail,
grande figura della storia marocchina, ed i granai sotterranei di Heri
es-Souani, veramente immensi quanto a misura.
Tornato nel pomeriggio a Fes, non ho fatto altro che scarpinare per
la città nuova per raccogliere informazioni su orari e possibilità
di prenotazione di pullman e treni. Il risultato è stato sconfortante:
il mio progetto era di fare l’ultima tappa ad Essaouira, sulla
costa, fare lì le compere di oggetti e ricordini vari, dopodichè
partire a mezzanotte per Casablanca con il pullman della CTM per arrivare
la mattina e prendere l’aereo. Purtroppo, però, la CTM
non consente di prenotare quello specifico tratto, cosicchè rischierei
di arrivare ad Essaouira e rimanerci. Oh, potrei fare surf e non sarebbe
male, ma penso che il lavoro subirebbe una flessione a Roma...
Qui all’Ostello mi sono reso conto della incredibile quantità
di gente che scrive le memorie di viaggio: bisognerebbe organizzare
un portale su Internet solo per questo tipo di racconti. A cena ho voluto
incrementare la mia cultura culinaria marocchina con la pastilla dell’Ostello
(un pò poca ed un pò cara: 40 dirham!), che è un
misto – almeno nella sua ricetta originale – di carne di
piccione, uova aromatizzate al limone, mandorla, cannella, il tutto
impastato e ricoperto di una sfoglia di pasta di forma triangolare.
Devo ammettere che il sapore non è malaccio, ma per prudenza
ci mando giù anche una Coca Cola, almeno per la digestione. Già,
la Coca Cola... sì, lo so che ho sempre detto “gonfia,
ingrassa ed è simbolo dell’imperialismo americano”,
ma all’estero il chinotto è un pò difficile da trovare,
per cui tocca adattarsi.
Se tanto mi da tanto anche Fes non dovrebbe riservare sorprese particolari
all’interno della medina, forse solo più grande delle altre;
sto pensando seriamente di lasciare domani lo zaino al deposito bagagli
della stazione ferroviaria, di andare a spasso tutto il giorno per la
medina e di prendere poi il treno delle 20,00 per Marrakech, con arrivo
previsto per le 5 del mattino. Ciò mi consentirebbe di programmare
anche un’eventuale gita nel deserto, come consigliatomi da Sebastian
e Daniela.
La serata è proseguita in allegria nel cortile dell’Ostello:
c’era un gruppo di americani (alcuni dei quali avevo già
incrociato alla Pension Cordobain quel di Chefchaouen, mentre un altro
– tale Josh di Seattle – studia anch’egli composizione
musicale, come Sebastian: due in due giorni, veramente curioso!) dotati
anch’essi di “Uno”, per cui abbiamo unito il mio mazzo
con il loro ed abbiamo dato vita ad una serie di partite protrattesi
fino a tarda ora.
Fes, 30
Agosto
Salutati i ragazzi all’Ostello, sono andato alla stazione per
lasciare in deposito lo zaino in modo da essere libero di girovagare
per la medina di Fes senza tale zavorra. Al deposito mi hanno però
sollevato un problema: lo zaino deve essere chiuso con un lucchetto
e, dato che il mio non è predisposto, non avrebbero potuto accettarlo.
Fatto sta che con il suddetto zaino in spalla ho fatto il giro dei negozi
vicino alla stazione per trovare un sacco od un borsone ove mettere
lo zaino; per fortuna ho trovato (a 22 dirham) qualcosa tipo “borsa
della spesa”, ma grande a sufficienza e, soprattutto, in grado
di poter essere chiusa. Depositato il fardello alla stazione, già
sudato oltre misura, sono andato ad immergermi nel caos della medina
di Fes.
Più che altro ho dovuto respingere le offerte di varie guide
che mi sarebbero comunque state poco utili, dato che non è mai
mia intenzione girovagare in cerca di oggettini od oggettoni da acquistare.
La medina si è rivelata pari alle altre già viste per
i tipi di merce offerta, anche se per estensione è di gran lunga
la più grande visitata finora. L’unica medersa (ex scola
di teologia) aperta e non in restauro – anche se ne avrebbe estremo
bisogno – era la el-Attarine, carina ma malmessa.
Uscito dalla medina, sopravvissuto a guide, venditori e somari (sì,
perchè la merce spesso è portata lì a dorso di
somaro, il cui conducente grida “Barek!” prima di farti
calpestare dall’animale), mi sono piazzato su di una panchina
all’ombra nel giardino Bou Jeloud, pieno di alberi e di enormi
canne di bambù. Non è passato molto tempo che, mentre
ero immerso nella lettura del Corriere della Sera di tre giorni fa,
si è seduto vicino a me un ragazzo, inizialmente silenzioso ma
che traspariva da ogni poro la voglia di attaccare bottone. Dati il
luogo e la situazione generale, non è che gli abbia dato granchè
spago, almeno all’inizio, ma poi è andata a finire che
effettivamente il tipo non aveva altro scopo che quello di fare due
chiacchere. Said (tale è il suo nome) studia all’Università,
tra le varie cose, inglese e scienze islamiche: quando gli ho detto
che lo scorso anno avevo letto tutto il Corano si è illuminato,
ed è partita una conversazione su religione, politica, economia
e, per finire, ovviamente, e come ti sbagli? calcio (è pure tifoso
della Lazio, ma tu guarda questo...). Come al solito cerco di informarmi
sulla situazione del paese che so visitando, e vengo a sapere che in
Marocco c’è il 20% di disoccupazione, per cui un sacco
di gente cerca di fare all’estero lavori che la popolazione locale
snobba. Lui invece ha voluto soprattutto sapere della mafia (strano,
anche in altre occasioni in giro per il mondo mi è stato spesso
chiesto che cosa è la mafia e come opera). Ci siamo congedati
con lo scambio dei rispettivi indirizzi informatici (globalizzazione:
essere sulla Rete significa vivere dietro l’angolo anche se sei
materialmente a migliaia di chilometri), e mi sono diretto al Museo
Dar Batha, che mostra una piccola collezione di arte marocchina (legno,
ceramica, metallo, stoffa).
L’arte del perder tempo: ho iniziato a coltivarla durante i cinque
mesi che ho trascorso a Vicenza al servizio dello Stato, e consiste
nel trovare soluzioni che consentano di far passare quel lasso di tempo,
spesso e volentieri considerevole, che intercorre tra due cose da fare.
Nel mio caso, oggi a Fes, devo attendere almeno le 19,00 per ritirare
lo zaino dal deposito e cenare, prima di prendere il treno per Marrakech.
Ho allungato il giro a piedi, ho camminato lentamente, mi sono fermato
a bere una Coca Cola in un bar, ho rotto le scatole a dei venditori
di cartoline chiedendone i prezzi anche se sapevo che non le avrei mai
comprate (almeno non oggi), ho chiesto ad un libraio un libro che sapevo
non avrebbe avuto, ed ora seggo su di un muretto in Place de Florence
a godermi il fresco. Ma manca sempre un’ora e mezza, e i ragazzini
sporchi oltre ogni limite che a quanto sembra stanno sniffando colla
sono troppo vicini per continuare tranquillamente a starmene qui. Alla
fine, ripreso il borsone con dentro lo zaino al deposito bagagli, consumo
un pasto dal seguente menù: per primo, insalata messicana col
tonno (scatoletta che porto sempre nei miei viaggi, almeno dal 1989),
e per dolce cornetto GS alla marmellata (facente parte della dotazione
per le colazioni), il tutto innaffiato da abbondante acqua minerale
gassata Oulmés.
Mi dispiace davvero, devo ammettere, per la mezza sòla che ho
dato a Davide ed Arianna, in quanto gli avevo promesso che sarei passato
a prenderli stasera alla stazione dei pullman CTM quando fossero tornati
da Chefchaouen, ma tanto Davide ha sempre detto che a Marrakech non
era intenzionato ad andare, e io francamente di trascorrere un’altra
giornata a Fes non ci penso neanche lontanamente.
Marrakech,
31 Agosto
Sono arrivato alle 5 del mattino, abbastanza stremato dalle 9 ore di
treno, con uno scompartimento che mutava composizione ad ogni fermata.
Mi sono fatto portare per 15 dirham da un petit taxi alla piazza Djemaa
el-Fna, che è il cuore di questa città tanto famosa (per
cosa, è ancora da vedere), ed ho cominciato la ricerca di una
stanza. Quando avevo già girato quattro alberghi, mi sono imbattuto
in Chris, ragazzo americano anch’egli viaggiatore solitario ed
in cerca di una sistemazione. Considerata la situazione generale di
“tutto esaurito”, abbiamo unito le forze e, alla fine, abbiamo
trovato una stanza all’Hotel Provence per ben 125 dirham a testa
(però siamo ad un passo dalla piazza centrale). Sempre data la
situazione, non ci siamo fatti molti problemi e, dopo una doccia, sono
piombato sul letto.
La mattina sono passato all’Hotel Ali per informarmi sulle gite
nel deserto di cui mi aveva parlato così bene Sebastian: ho prenotato
un giro di tre giorni, una stanza per la sera del ritorno, e mi sono
diretto verso la stazione della CTM per prenotare il pullman per Essaouira.
Sono poi andato a fare un giro per il souk con Chris, visitando la medersa
di Ali Ben Youssef (vecchia scuola coranica ora in fase di restauro).
A Djemaa el-Fna Chris si è fatto mettere al collo un serpente
(dicono porti buona fortuna), ma io mi sono ritratto con orrore, data
la mia avversione per qualsivoglia rettile. Mai e poi mai. Ripasso all’Hotel
Ali e scopro di essere l’unico in lista per il giro di tre giorni
nel deserto (mi costerebbe quindi 1.900 dirham), mentre il tour da due
giorni vede già diverse prenotazioni; cambio prenotazione di
tour e stanza, anche se i toccherà tornare alla stazione della
CTM a cambiare la prenotazione per Essaouira, e torno in albergo a scrivere
le cartoline. Ho visto di peggio, rispetto all’Hotel Provence,
anche se ha i cessi alla turca con il secchiello da riempire per poi
pulire tutto. La stanza ci costa molto perchè ha due letti grandi
una piazza e mezza più uno normale, ma tanto ci serve per una
sola notte.
Oggi pomeriggio abbiamo fatto i turisti in giro per palazzi e musei.
Il Palais el-Badi, o quel che ne rimane, era (pare) uno dei piu belli
del mondo quando fu costruito (tra il 1568 ed il 1602), dopodichè
è stato smantellato – e di brutto – da Moulay Ismail
(sì, proprio quello del Mausoleo di Meknes) nel 1696. Il Palais
de la Bahia invece è un insieme di cortili con fontane e stanzoni
maiolicati con degli stupendi soffitti di legno lavorato. Dar Si Said,
il Museo delle Arti Marocchine, presenta una collezione dei soliti tappeti,
legni metalli, gioielli, terracotte, etc.
Nel tardo pomeriggio mi sono dovuto fare un’altra camminata di
venti minuti fino alla stazione della CTM per cambiare la prenotazione
per Essaouira. Il tipo allo sportello, che avevo interpellato in inglese
perchè il suo collega questa mattina parlava bene tale idioma,
è rimasto invece impassibile come una sfinge. Solo dopo che una
ragazza marocchina che parlava inglese ha voluo aiutarmi, il tipo ha
finalmente detto che lui capiva solo il francese: e potevi dirlo subito!
Conclusa l’operazione grazie al mio forse maccheronico (a volte
mi sento come Totò e Peppino a Milano: “Nòio volevuàm
savuàr...”) ma efficace francese, sono alfine rientrato
in albergo, non senza aver dato un’altra occhiata a Djemaa el-Fna,
che cominciava ad animarsi sul serio con esibizioni di acrobati.
Ho notato che sto bevendo parecchio rispetto ai primi giorni passati
in Marocco, ma devo dire anche che io, che neanche in palestra sudo
moltissimo, sto decisamente traspirando più del solito (a furia
di stappare bottiglie di plastica mi sta addirittura venendo una vescica
al pollice).
Djemaa el-Fna: la sera muta radicalmente il suo aspetto. Il gran casino
che impera durante il giorno si eleva verso l’imbrunire all’ennesima
potenza, con decine di metri di tavolate di cibo (ottimo, peraltro,
come abbiamo voluto constatare di persona), nonchè svariati capannelli
di gente intorno a saltimbanchi e suonatori. Ciò che impressiona,
avvicinandosi alla piazza, sono le enormi volute di fumo che si sprigionano
dai barbecue delle bancarelle, con il risultato scenografico di un girone
dantesco di carattere infernale. Ci siamo anche concessi il lusso di
una bibita su una delle terrazze di uno dei tetti che circondano la
piazza, e così di un panorama veramente unico. Domani ci aspetta
una sveglia di buon’ora per essere sotto l’Hotel Ali alle
7,00, ora di partenza della nostra gita sull’Atlante e nel deserto.
Zagora,
1 Settembre
Siamo arrivati all’inizio del deserto sabbioso. Il viaggio, con
un Ford Transit, l’ho fatto insieme a Chris ed altre otto persone,
due ragazzi e sei ragazze. Tra americani, australiani, neozelandesi,
irlandesi, sono l’unico che non ha per lingua madre l’inglese,
nonchè l’unico a non avere gli occhi chiari (questo tanto
per una precisazione estetica). Devo ammettere che quando parlano tra
di loro non capisco quasi un accidente, anche se alla fine non rimango
proprio escluso, e riesco a partecipare ad alcuni giochini da viaggio
oral-sequenziali basati sulle lettere dell’alfabeto, tipo “attore,
film, attore”. Tra una sosta e l’altra dedicata all’acquisto
di bevande, visitiamo la kasbah di Maktoub, fortificazione fatta di
fango e canne che si trova su una spianata in riva ad un fiumiciattolo,
e dalle cui torri di domina la valle. Per il resto passiamo attraverso
e sulle montagne dell’Atlante, per la maggior parte estremamente
brulle. Passato l’Atlante si arriva nel deserto sassoso, la cui
aridità è di rado mitigata da un rivoletto (ma proprio
“etto”) di acqua, che risulta però sufficiente per
coltivare qualcosa. Dopo il deserto di sassi, mentre sulla destra lo
scenario non cambia, sulla sinistra, dove ovviamente c’è
dell’acqua, vediamo migliaia di palme e di orti protetti dal vento
sabbioso per mezzo di muretti. Riusciamo anche a beccare le prime gocce
di pioggia da quattro anni a questa parte. Il viaggio fino a qui è
stato lungo 365 km, stando all’autista, ma è durato più
di dieci ore.
Da Zagora paese siamo montati su una piccola carovana di dromedari,
che in uno scenario veramente difficile da descrivere, nel deserto con
la luna piena, alla luce della stessa, ci hanno portato fino a quattro
tende ai margini del deseto sabbioso. Durante il tragitto, trascorso
tra allegre battute sulle condizioni delle nostre parti basse vituperate
dal dondolio dei nostri destrieri, ho avuto lo tentazione di accendere
la mia torcia elettrica per dare un’occhiata intorno, ma mi sono
trattenuto perchè mi sono reso conto che – data l’ambientazione
– sarebbe stato quasi un gesto sacrilego. Giunti a destinazione,
su dei tappeti stesi tra le tende, abbiamo cenato con tajine al pollo,
dopodichè si è alzato un vento insistente che ci sferzava
non poco con la sabbia, sicchè siamo entrati nelle tende dove
queste specie di Tuareg che ci hanno guidato qui e rifocillato hanno
buttato dei materassini bassi e ci hanno dato dei simulacri di lenzuola
la cui pulizia lasciava molto a desiderare. Per fortuna avevo previsto
tutto, e mi sono sdraiato sul mio pareo (non senza aver dovuto improvvisare
un bagno oculare con il tappo della bottiglia dell’acqua per eliminare
la sabbia che mi stava distruggendo gli occhi).
Marrakech,
2 Settembre
Mi sono svegliato con la sabbia dappertutto, nel naso, nelle orecchie,
nella bocca. Dopo aver visto l’alba (devo dire, niente di eccezionale
quanto a colori) e fatto colazione siamo ripartiti a dorso di dromedario
(anche se lo chiamano cammello, ma di gobbe ne ha una sola) per Zagora,
dove ci saimo appoggiati al bagno di un locale albergo per le nostre
necessità, che a questo punto comprendevano necessariamnte anche
una passata di testa sotto il rubinetto del lavandino. Il caldo era
già sufficiente a farmi bere una Coca Cola gelata alle otto del
mattino.
Ripreso il Ford Transit siamo rientrati a Marrakech. Durante il viaggio,
stavolta durato un pò meno per il minore numero di soste, i miei
amici anglofoni hanno ininterrottamente organizzato giochi di parole,
canti e casini vari, giungendo financo a cantare i rispettivi inni nazionali:
quando mi hanno chiesto di cantare il mio, mi è toccato improvvisare
una piccola lezione di storia patria per giustificare l’avversione
nei confronti dell’inno di Mameli e la conseguente ignoranza del
suo testo. Li ho visti perplessi. Quando penso che sono già un
pò stanco di due settimane di viaggio, e che non vedo l’ora
di tornare al mio bagno ed al mio cibo, e vedo loro che sono in viaggio
chi da due, chi da quattro, chi da otto mesi, e addirittura una da sedici
(!), mi sento disorientato: sono io ad essere provinciale, o sono loro
che se ne fregano e tirano avanti, vestiti alla meglio, quasi sempre
scalzi, pronti ad adattarsi in qualsiasi occasione? Ad ogni modo, vorrei
sapere dove trovano i soldi per stare in giro così a lungo...
Adesso ho una stanza all’Hotel Ali, ed in questo momento mi godo
la vista della Djemaa el-Fna dalla terrazza in questo inizio di serata.
Come previsto, il casino è già niente male. Salutati i
compagni di viaggio nel deserto, ora in partenza per un giro in Europa,
mangio in piazza e torno alla mia stanza. Particolarità della
stanza 201 dell’Hotel Ali: non è molto grande, ma è
il problema minore; ha una finestra stretta, lunga e alta sopra il letto,
che da sulla rampa delle scale, la quale per fortuna corre intorno ad
un cortile, per cui un minimo (ma proprio minimo) è areata; da
questa finestra pende una tenda che finisce a circa 40 cm dal letto,
per cui o stai sdraiato o tocchi la tenda; se provi a scostare la tenda,
chiunque passi per le scale ha l’opportunità di farsi i
fatti tuoi; ma la cosa più assurda è il bagno annesso
alla camera, stretto e lungo con in fondo la doccia ed in mezzo il water,
che si trova però nella parte frontale con il muro alla distanza
di un centimetro: provate a fare quello che dovete fare con questa sistemazione
logistica... sta di fatto che qualcuno prima di me si deve essere innervosito
per la situazione, sicchè ho trovato la tavoletta sradicata dal
suo posto, in modo tale da poter essere messa di traverso rispetto alla
tazza: che tocca fà per campà!
Essaouira,
3 Settembre
Finalmente un pò di spiaggia! Dopo una notte quasi insonne per
via dell’andirivieni che regnava all’Hotel Ali, accompagnato
da una discreta dose di caldo umido (il condizionatore c’era,
ma avrebbe comportato – dato il rumore che faceva – l’utilizzo
di tappi per le orecchie, incompatibili con la necessità di sentire
la sveglia ale 5,40), ho preso il pullman CTM delle 7,30.
Dopo il consueto pellegrinaggio zaino in spalla, ho preso alloggio all’Hotel
Civilisation des Remparts, in una grande stanza per tre persone, con
un grande bagno che però ha lo sciacquone che non funziona (c’è
l’apposito secchio) e la vasca il cui smalto risulta eroso dal
tempo, il tutto per 100 dirham.
Dovendo effettuare qui tutto il mio shopping, mi sono dato un’occhiata
intorno, solo per scoprire che più o meno hanno in vendita tutti
le stesse cose. La spiaggia non sembra affatto brutta, con sabbia chiara
e finissima, che con quel pò di vento che c’è ti
entra dappertutto, come oramai sembra essere una costante in Marocco.
L’acqua è freddina, ma avrei anche la tentazione di fare
un bagno se non fosse che non mi fido a lasciare la roba sulla spiaggia,
e tra l’altro mi sa che in albergo l’acqua che esce dalla
doccia sia insufficiente per togliere il sale.
Tornando all’alloggio faccio i miei acquisti, come da programma
(acquisti nell’ultima tappa, sia per non portarmi appresso per
tutto il Marocco della roba, sia perchè qui ad Essaouira lavorano
un legno particolare che si chiama Tuia e che pare stia per estinguersi,
visto l’uso intensivo che se ne è fatto a scopi commerciali):
un tamburo, che ho sempre avuto voglia di comprare dai tempi delle prime
volte a Pistoia Blues, un copriletto/all’occorrenza tappeto bello
grande giallo blu e nero (guarda caso!), una sciarpa bianca di cotone,
scatolame vario di legno (alla faccia della coscienza ecologista...)
e, per ultima, una manina di quarzo come ciondolo. Siamo a corto di
contante ora, e la cena è autoprodotta con insalata messicana
col tonno, pane, acqua minerale.
Essaouira è una bella cittadina, ove l’elemento architettonico
coloniale del tempo della dominazione portoghese spicca nella Medina
e nel porto (ove si da risalto al fatto che Orson Welles girò
qui le prime scene dell’Otello). I colori predominanti sono il
bianco delle mura e l’azzurro degli infissi. Ci sono un sacco
di turisti, ma si riesce a cogliere ancora un’autenticità
locale quando si va nel porto all’arrivo dei pescherecci, che
scaricano delle bestie colossali, dal pesce ai granchi. Ho tra l’altro
goduto di uno splendido tramonto – con foto di rito scattatami
da non meglio identificati italiani – dai bastioni del porto.
Sono riuscito in serata ad impacchettare il tamburo e le scatole nel
tappeto, e poi ad infilare il tutto nel borsone comprato a Fes per riporvi
lo zaino al deposito bagagli: doppia utilità dimostrata da un
ogetto che sarà sì utile perchè lo si può
chiudere con un lucchetto, ma che ha un’estetica da vera e propra
borsa della spesa locale da non potersi vedere senza raccapriccio.
Dopo qualche giorno – non pochi, in realtà – passato
in compagnia, sono tornato solo, ma sia perchè questo posto non
è proprio Tangeri ed ispira invece tranquillità, sia perchè
la spiaggia può essere frequentata con piacere (non ho trovato
oggi quel vento pauroso per cui la città è famosa), sia
perchè in fin dei conti il ritorno a casa è vicino, il
non aver conosciuto gente nuova non mi ha creato a livello psicologico
alcuna tensione. Meglio così, in fin dei conti le paranoie di
Tangeri sono state dissipate appena mi sono mosso da lì.
Ho “attaccato” il libro di Chatwin, che poi è Le
Vie dei Canti, ma ancora devo farmene un’idea precisa. Alta Fedeltà
di Hornby, che ho finito, è un gran bel libro, scritto molto,
molto bene. Per fortuna anche i timori riguardanti una eventuale carenza
di roba da leggere (anche la Settimana Enigmistica ancora resiste!)
non si sono concretizzati, data la quantità di persone che ho
conosciuto e con cui ho pasato in verità degli ottimi momenti
nonostante le differenze linguistiche e/o culturali.
Essaouira,
4 Settembre
Oggi l’arte del perdere tempo raggiungerà i suoi estremi.
Il pullman per Casablanca partirà solo a mezzanotte, ed il check
out della stanza è ovviamente a mezzogiorno. Per fortuna sembra
che mi consentiranno di lasciare qui i bagagli per la giornata, ma rimane
il fatto che sarò a spasso per dodici ore. La soluzione migliore
sembra essere quella di andarsene in spiaggia per l’intero pomeriggio,
anche se ciò comporterà di arrivare a Roma con ancora
addosso il costume sotto i pantaloni ed una considerevole quantità
di sabbia. Male che vada, mi abbronzerò un pò.
Il sole, invero, picchia che è una bellezza, e sono costretto
a tenere il cappello in testa e a mettere la protezione totale sul naso.
In spiaggia c’è un sacco di gente come ieri, ma l’arenile
è talmente grande che non solo c’è spazio per tutti,
ma si può tranquillamente giocare sia a racchettoni che a calcio,
quest’ultima attività favorita dalla compattezza della
sabbia. Sul mare grava una cappa di foschia, e al posto del famoso vento
di qui tira solo una leggera brezza. A livello percentuale le donne
sono pochine, e la gran parte di esse rimane vestita; c’è
un posto di polizia, con agenti che pattugliano sia a cavallo che con
moto a quattro ruote, ed il bagnino domina la situazione dal suo alto
seggiolone giallo.
Qui non ci sono bambini ciccioni: evidentemente il fatto che non ci
sia un Mc Donald’s incide...; a dire il vero, anche nelle altre
città marocchine dove Mc Donald’s è presente (con
prezzi però al di là degli standards locali), sono proprio
pochi i ciccioni in generale, salvo forse qualche donna di una certa
età, ma i fisici asciutti dei marocchini non sono quelli dei
morti di fame. Mendicanti ne ho trovati ovunque in Marocco: anziani,
spesso ciechi, e donne; non ho idea di come funzioni l’assistenza
sociale e neanche se esista, ma in proporzione di gente che ti chiede
soldi ce n’è di più a Roma.
Adesso capisco la luce negli occhi di Sebastian e Daniela, quando mi
parlavano di Essaouira: in effetti, tra i luoghi che ho visitato in
Marocco, questo è sicuramente il più romantico, con le
sue deliziose piazzette e la lunga spiaggia che permette di camminare
per tutta la baia, dal porto ad una fortezza diroccata, su di una battigia
in continuo movimento per via della marea (la linea si sposta anche
più di 50 metri). Se bisogna trovare una pecca in questa città,
è costituita di sicuro dall’umidità che, una volta
calato il sole, pervade ed impregna qualsiasi cosa, tanto che anche
il letto in albergo odorava di muffa; la sera fa freddo, per uscire
è necessaria una felpa, e io sono riuscito a dormire con ben
due coperte: per essere in Africa, niente male!
Perdere tempo di sera è più difficile. Girata due o tre
volte la zona dei negozi, ed ammirate delle vere e proprie opere d’arte
di intarsio, specialità degli ebanisti locali, sono passato in
albergo a prendere dallo zaino la mia scatoletta di insalata messicana
col tonno, che ho consumato sui bastioni del porto. In albergo mi hanno
guardato un pò storto, forse perchè avrebbero preferito
che li liberassi del mio bagaglio, ma sanno che il mio pullman parte
a mezzanotte e che ovviamente non ho alcuna intenzione di trascinarmi
zaino, zainetto e borsone in giro per Essaouira per altre quattro ore.
Finita la cena mi sono piazzato su un muretto nella piazza principale,
davanti al porto, a leggere Chatwin. La lettura è purtroppo disturbata
da corse, grida e casini vari di una masnada di marmocchi, che come
in tutto il mondo devono necessariamente far avvertire la loro presenza.
Sono poi giunti due giovani locali con chitarra acustica al seguito,
e nella migliore tradizione mondiale hanno cominciato a storpiare di
brutto pezzi di Pink Floyd e led Zeppelin: ho però resistito
alla tentazione di chiedergli di farmi suonare un pò. Facendo
un ulteriore giro per negozi mi è cascato l’occhio su una
vetrina di CD: registrazione dal vivo di gruppo marocchino con Page
e Plant, da cui poi sono stati tratti brani per No Quarter; dopo aver
titubato per un pò per il prezzo (80 dirham) mi sono detto che
mai e poi mai avrei ritrovato il CD in questione in Italia, per cui
ho effettuato l’ennesimo acquisto.
Preso lo zaino in albergo, mi sono incamminato per la distante stazione
degli autobus. Appena fuori della Medina mi sono fermato a chiedere
la direzione ad un signore che, con moglie, due figlie ed un’auto
nera, considerata la mia situazione di sovraccarico a causa del borsone/acquisti,
mi ha spontaneamente dato un passaggio. Mai ringraziamenti furono più
sentiti!
La famosa arte di perdere tempo è attesa ora ad una nuova piccola
sfida: un’ora e mezzo da trascorrere alla Gare Routiere di Essaouira,
dopodichè spero proprio di dormire di sasso sul pullman.
Dacchè ci sono, spendo qualche riga sui marocchini, che prima
di questo viaggio conoscevo solo come venditori di asciugamani sul litorale
ostiense e come occasionali malfattori di bassa lega in Tribunale. Ho
conosciuto, o almeno visto, un popolo che vanta al suo interno profonde
differenze: già in strada si può notare come, accanto
a soggetti vestiti “all’europea”, diciamo così,
molte persone (e non solo anziane) vestono ancora con il tradizionale
caftano e le ancora più tradizionali babbucce. Il telefonino
ce l’hanno quasi tutti, quanto e più che in Italia, dato
che anche qui le promozioni delle compagnie telefoniche si sprecano.
Sulla distribuzione della ricchezza posso pronunciarmi solo per quello
che ho visto, ovvero pochi con molto, molti che se la cavano, alcuni
nella miseria più nera, quindi un pò come dappertutto
nel mondo (in ogni caso stasera ho visto una mendicante raccogliere
un gomma sputata da terra...). Sono un popolo che quando s’incazza
non ha mezze misure: ho assistito ovunque sia andato a litigi non solo
verbali, e addirittura a Fes, dinanzi la stazione ferroviaria, uno ha
preso dal banco di un venditore di spremute un coltello e si è
avventato sul suo avversario (per fortuna è stato trattenuto
da alcuni astanti). L’unica esperienza dell’ospitalità
marocchina l’ho fatta stasera con il passaggio ricevuto pro bono.
Nella maggior parte dei casi chi ti rivolge la parola vuole soldi, ma
altre volte è successo che l’intenzione fosse solo quella
di scambiare due chiacchere, magari per testare il proprio inglese come
mi è successo con un ragazzo alla stazione CTM di Tangeri (non
ricordo assolutamente il suo nome, solo che studiava da programmatore
di computer, ma è uno dei tanti cui ho dato il biglietto con
il mio sito internet) e con Said di Fes (altro che risentirò
sulla Rete). A proposito di Rete, anche gli amici di lingua anglosassone
del viaggio nel deserto hanno avuto il mio biglietto, per cui il mio
sito sarà contattato anche dall’altra parte del pianeta:
dovrò decidermi a mettere un counter...
Casablanca,
5 Settembre
Sono arrivato un pò troppo presto, alle 5,00, mentre l’aereo
parte alle 14,05: d’accordo che devo fare il check in molto tempo
prima per essere sicuro di trovare posto, visto che il volo è
tutto pieno, ma qui rischio che ancora non ci siano treni per l’aeroporto.
Tanto per cambiare, c’è in programma una lunga attesa,
per cui sfrutterò inizialmente la stazione della CTM, che pare
molto, ma molto più accogliente di quella ferroviaria Casa-Port,
dove i posti a sedere sono ben pochi. Dopo un alternarsi di Settimana
Enigmistica, penniche e Chatwin, alle 8,00 mi sono mosso per la stazione
di Casa-Port: sul treno per l’aeroporto finisco per incontrare
(piccolo, il Marocco...) uno degli australiani della gita nel deserto
che, lasciata Marrakech per Casablanca, è oggi in partenza per
Londra.
Arrivo in aeroporto alle 9,30, e di fare il check in ovviamente non
se ne parla, è troppo presto. Viene quindi riesumato il Corriere
della Sera acquistato a suo tempo a Meknes: mi ci siedo sopra (per terra,
ovviamente) e aspetto, dando un’occhiata ogni tanto al tabellone
delle partenze in attesa che mi possa registrare sul volo. Il didietro,
dopo cammelli, sabbia, pullman, treno, non è che sia felicissimo
di questa sistemazione, ma tant’è. Buffo come ovunque vada
senta gente discutere animatamente: anche qui in aeroporto, come d’altronde
già alla stazione CTM stamattina, c’è sempre qualcuno
che urla contro qualcun altro: dev’essere uno sport nazionale.
Mi controllano quattro volte il passaporto: in due occasioni mi chiedono
se ho valuta marocchina, o italiana, e se posso “fare un regalo”;
me la cavo con un sorriso da gnorri, e spendo i miei ultimi 190 dirham
acquistando una maglietta di Marrakech non eccezionale, ma piuttosto
ch portarmi in Italia carta straccia...
*** *** ***
Tutto sommato il bilancio del viaggio è positivo, ho visto buona
parte del paese anche se avrei voluto approfondire le zone del deserto,
cosa che avrebbe in ogni caso comportato un pò di disagio dal
punto di vista igienico. Il fatto di viaggiare da solo ha pesato solo
in alcuni momenti, ma come al solito tutto dipende dalla fortuna che
si ha nell’incontrare persone con cui condividere una parte dell’esperienza
di viaggio. Il percorso che avevo tracciato prima di partire, e che
ho quasi fedelmente seguito, si è rivelato buono, ma non avevo
considerato il fatto che la gran parte dei posti non merita più
di un giorno di visita. L’alloggio peggiore e quello migliore
li ho trovati entrambi a Chefchaouen, veramente dalle stalle alle stelle,
mentre il cibo migliore, strano a dirsi, è stato quel panino
ripieno di spiedini e cosparso di polvere piccante che ho mangiato sulla
strada da Chefchaouen a Fes. Ho scattato – incredibile per le
mie abitudini – ben quattro rullini di fotografie: sono proprio
curioso di vedere se riusciranno a dare un’idea di quello che
ho passato in questi sedici giorni, anche se a livello di spettacolarità
non ho visto posti dove si rimane estasiati. Se si eccettuano alcuni
giorni di fastidioso raffreddore (grazie, Davide!), non ho avuto per
fortuna i problemi di salute che pensavo un posto come il Marocco mi
avrebbe procurato: la scorta di Bimixin è integra, mentre quella
di Enterogermina è stata appena intaccata: tutto buono per il
prossimo viaggio!