VIAGGIO
IN SIRIA, GIORDANIA E LIBANO
Viaggiatori-Autori:
Pipponordovest
Sito Web:
http://freeweb.supereva.com/pipponordovest/index.htm?p
Itinerario: Hamman, Aquaba, Wadi Rum, Wadi Musa, Kerak,
Beirut, Baalbek, Damasco, Tartus, Lattakia, Aceppo, Deir-ez-zor, Palmyra
Costo:
Periodo: 7 nov / 17 dicembre 1999
Trasporti:
Documenti: Passaporto
Sistemazione:
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"Desert
Highway"
Roma 7. 11. 99
Ho lasciato Roma con un tempo strano, da una parte dei
binari la campagna
sotto un sole tiepido, e dall'altra la periferia della città
che cominciava a bagnarsi sotto un cielo imbronciato che la avvolgeva.
Il pomeriggio del giorno prima andavo in tram verso il centro per salutare
un amico, lungo la strada osservavo la mia città: bellissima
nell'atmosfera autunnale con l'aria umida e allegra; viaggiavo nel tram
semivuoto vicino ad un Rumeno che suonava la fisarmonica e di fronte
ad una ragazza triste. Scorrevamo silenziosi nel sabato pomeriggio tra
le foglie secche che svolazzavano pigre su viale Trastevere, e mille
impalcature celavano i palazzi umbertini ancora in restauro. Alcuni
erano appena stati spogliati dalle loro armature e dei relativi drappeggi,
ho avuto così la visione di questa Roma rinata, finora seppellita
sotto il caratteristico mantello di smog che dalle nostre parti tutto
avvolge e corrode.
Ripensavo a Roma da un aeroporto asettico e internazionale, non capivo
bene dove mi trovavo e con la testa ero già lontano. Per un eccesso
d'ansia ero arrivato un po' in anticipo, e ho dovuto passarci tre ore
e mezzo; le ho spese facendo tutto quello che si può fare in
un aeroporto (check-in, panino, caffè, sigaretta, telefonate
e lungo cazzeggio in libreria), poi ho pensato a quello che potevo aver
dimenticato a casa mentre guardavo le hostess sgambettarmi davanti.
Hamman,
ore 21
Ho preso un taxi insieme ad una coppia di Svizzeri con
una bambina che sembrava un babà con la tutina azzurra; volevamo
andare in un albergo che suggeriva la guida, ma il tassista ci ha sequestrato
dicendo che lui conosceva un albergo migliore e che ci avrebbe portato
lì.
A noi tre e forse anche al babà sembrava la classica fregatura
per turisti appena sbarcati, così abbiamo insistito per andare
dove volevamo, ma lui con pacatezza mediorientale ci ha detto :"Trust
in me and in my country!". Non potevamo dire di no, così
ha perpetrato il sequestro fino in fondo. Il tassista ci aveva promesso
un posto economico così io ed il ragazzo svizzero siamo saliti
nella reception nuova di zecca che ci ha insospettito alquanto, infatti
costava il doppio della topaia dove volevamo andare noi. Siamo tornati
al taxi, determinati ad andarcene ma l'autista ci ha detto di tornare
su insieme con lui : "Trust in me!", ha aggiunto. Ci ha presentato
al direttore, un alto e raffinato gentiluomo che infondeva pace e serenità
intorno alla sua figura distinta. Ci ha invitato a sederci per un tè,
e mentre lo svizzero voleva scappare a tutti i costi, io avevo capito
che quello era l'inizio di una lunga ma piacevole trattativa, così
ho spinto il giovane sulla poltrona sulla quale si è posto nervoso;
io ci sono sprofondato gustandomi l'infuso rigeneratore. Con un fare
lento e piacevole che mi faceva sentire a casa, il direttore ci ha esposto
le qualità del suo albergo; io ho controbattuto con le motivazioni
pratiche, filosofiche ed economiche delle mie scelte nell'abitare, lo
svizzero ha detto solo: " 12 Dinari, non di più!".
La piacevole trattativa si è protratta a lungo, finché
ci siamo accordati per una cifra molto simile a quella della topaia.
Hamman 8.
11. 99
Nella fase rem del mio primo sonno mediorientale, verso
le sei di mattina, mi ha svegliato la chiamata del "muezzin"
che urlava dalla moschea. Una nenia senza inizio né fine mi ha
trasportato dal sonno ad una veglia molto simile ad uno stato di trance;
sono sceso nella confusa stazione degli autobus dove mi sono reso conto
di non essere più in Italia: poche donne tutte con lo chador
ed una miriade di "keffiah" a coprire le teste degli uomini.
Ho visitato i resti della parte della città antica romana ancora
in restauro e ho fatto un giro dalle parti della moschea, dove ho incontrato
un tipo che diceva di avere un ufficio turistico e che mi poteva aiutare
in qualche modo. Il suo ufficio era in un caffè, dove abbiamo
bevuto e fumato il narghillè giocando a backgammon. Ha tentato
di vendermi delle cartoline, ma gli ho detto che me le facevo da solo,
così mi ha scroccato una sigaretta anche se non fumava. Mi ha
accompagnato all'autobus per Iraq Al Amir, lì mi sono seduto
insieme a due turiste: Jeannette dal fisico da indossatrice, e Claudia,
piccola e scura latinoamericana.
Abbiamo visitato insieme le rovine del tempio e le caverne soprastanti;
Jeannette saltellava sui massi con i suoi occhi vispi e le movenze di
una gazzella; non c'è voluto molto perché mi piacesse.
La sera a cena mi ha detto che domani tornerà in Olanda, le ho
confessato che avrei voluto rivederla; lei ha cinguettato qualcosa che
non ho sentito perché troppo impegnato ad ammirare i suoi occhi
per l'ultima volta, poi ci siamo baciati calorosamente sulle guance
ed ha sgambettato via con la nuvola di colore che la circondava. Mi
sono ritrovato solo per un lunghissimo minuto nella confusione cittadina
, ma subito i negozianti arabi mi hanno invitato ad entrare nelle botteghe
e a parlare del più e del meno...
In albergo mi attendeva il manager che mi ha invitato nel suo ufficio
dove mi ha dato dei consigli utili per il mio viaggio; l'atmosfera che
riusciva a creare con il suo modo di parlare e la sua gentilezza non
l'avevo mai incontrata prima. Dopo una lunga chiacchierata mi ha lasciato
il suo numero di telefono personale, in caso avessi avuto bisogno di
qualsiasi cosa. Sono arrivato in camera quasi imbarazzato da tanta disponibilità
che in altri posti avrebbe destato sospetti.
La mattina dopo sarei partito per Aquaba con Claudia.
Hamman 9.
11. 99
La mattina la lagna dalla moschea è iniziata
che era ancora buio, e dopo un'interruzione di mezz'ora ha ripreso per
coloro i quali fossero riusciti a riprendere sonno (ma non era il mio
caso). In uno stato penoso ho raggiunto in taxi la stazione dei pullman,
stavo facendo colazione quando mi hanno detto che non era da lì
che sarebbe partito il mio mezzo, così ho camminato per un quarto
d'ora con i bagagli sulle spalle e il tè bollente che mi sbrodolava
ovunque. Sono giunto appena in tempo col bicchiere oramai vuoto. Il
viaggio è stato terribile, tutti i "comfort" dell'autobus
erano delle vere e proprie torture: l'aria condizionata ci lanciava
spifferi gelidi dietro il collo, le note della musica araba erano assai
distorte dal volume da discoteca. Per fortuna hanno iniziato a trasmettere
sul video una soap opera (araba) e poi una telenovela (araba) molto
"trash". Non siamo riusciti a capire quale fosse il dramma
dei personaggi obesi, ma sapevamo qual'era il nostro, guardavo Claudia
e sorridevamo per non piangere. Allora mi sono messo all'opera e ho
passato la tendina sopra le nostre teste per bloccare il flusso d'aria
gelata e ho inventato dei tappini per le orecchie a base di fazzoletti
di carta e saliva; questi bastavano ad attenuare le voci della telenovela,
ma non le urla distorte dei protagonisti. Caduto in un sonno agitato
mi sono risvegliato lungo le rive del Mar Morto. Avevamo lasciato la
"Desert Highway" e correvamo lungo le spiagge ciottolose che
finivano nelle acque prive di vita del "mare", ma altro non
è che un lago salato. Sull'altra sponda si ergevano le alture
israeliane, e alla nostra sinistra si spalancava il vuoto del deserto.
Di tanto in tanto tracce di pneumatici lasciavano l'asfalto per lanciarsi
nelle le dune, tra queste comparivano rari e semisommersi resti del
passaggio dell'uomo: copertoni, barili divorati dal tempo, ed altre
cose che avevano ormai perso ogni ricordo dell'utilità che ebbero
in vita. Lontano, piccoli riquadri di terra coltivata circondavano le
tende dei beduini o i caratteristici cubi di cemento con cui qui fanno
le case; ne aggiungono e li ingrandiscono per variare l'unità
abitativa, ma sempre agglomerati di cubi sono. Amman è costruita
tutta così e sembra fatta di "Lego" bianco. Siamo arrivati
ad Aquaba dopo quattro ore di viaggio, è una cittadina turistica
che occupa una striscia di mare larga pochi chilometri tra Israele e
l'Arabia Saudita, l'unico sbocco giordano sul Mar Rosso. I turisti presenti
sono tutti mediorientali ricchi con auto dalle cilindrate che fanno
invidia alle locomotive, ma gli autoctoni sono sempre gentilissimi e
servizievoli. Io e Claudia abbiamo trovato un albergo sufficientemente
fetido e a buon mercato, poi siamo andati a mangiare un panino. Mentre
giravamo per il lungomare abbiamo visto un bar che sembrava essere adatto
alle nostre tasche, ma i tre chili di mosche che lo popolavano ci hanno
consigliato di spostarci; dietro l'angolo ce n'era un altro che sembrava
molto meglio, così ci siamo accomodati e dopo aver ordinato abbiamo
visto il barista che andava a preparare i sandwich nel locale ripugnante.
Bevendo un caffè sulla spiaggia pensavamo alla curiosa vicinanza
di Israele nel golfo, si affaccia con la città di Eliat, che
alla sera si illumina come un albero di Natale vicino alle coste egiziane,
brulle e distanti una manciata di chilometri. Da un buon punto di osservazione
compiendo una rotazione di 180° si possono vedere quattro stati:
Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita; come vicini di pianerottolo
loro si guardano, si parlano, si ignorano o si sputano; a seconda dei
casi.
Alle 19,30 ero già nel mio lurido giaciglio, colto da un attacco
di sonno e da discreti crampi allo stomaco che non è ancora abituato
ai batteri mediorientali.
Aquaba 10.
11. 99
Di buon ora sono andato in un "Diving" per
fare un'immersione nelle splendide acque del Mar Rosso; lì ho
conosciuto Rami, gioviale e con i capelli rasta, mi ha fatto da guida
durante l'immersione. Con lui sono partito in furgone verso il confine
saudita, le note di Peter Tosh rallegravano il viaggio in un deserto
industriale disseminato di depositi, cantieri e ruspe polverose. Siamo
arrivati in un tratto in cui la spiaggia era libera, ma sparsi qua e
là comparivano scheletri di costruzioni in cemento armato; sparpagliati
nel vuoto parevano ancora più inutili di quello che erano. Ci
siamo tuffati e subito ci è apparso uno spettacolo ben diverso
da quello appena lasciato, il fondale era completamente tappezzato di
coralli di ogni forma e colore, tra questi vivevano in simbiosi un'
infinità di pesci di dimensioni microscopiche; la consapevolezza
del loro essere immangiabili (alcuni, nel loro piccolo, erano anche
velenosi) li rendeva estremamente fiduciosi nell'uomo, e si lasciavano
quasi toccare. Molti si mimetizzavano tra i coralli o gli anemoni che
li sfioravano con i loro tentacoli molto dannosi. Più avanti
nuotando in quel caleidoscopio, non credevo ai miei occhi, mi è
apparsa la sagoma inquietante di un carro armato. Era adagiato sul fondo
marino, leggermente inclinato su un lato tanto da sembrare impegnato
su un percorso difficile; ci siamo avvicinati alle sue lamiere ormai
completamente incrostate di corallo, avevano solo qualche chiazza libera
che lasciava intravedere i colori della bandiera giordana. In mezzo
ad ogni minima fessura delle sue fiancate corrose si erano stabilite
forme di vita variopinte, ed una piccola murena aveva approfittato della
canna della mitragliatrice pur di avere un tetto sulla testa.
Fuori dell'acqua Rami mi ha detto che il tank fu gettato lì dall'esercito
perché era rotto, le cavità di questi oggetti privi di
vita diventano un formidabile ambiente per sviluppare la vita marina.
La sera sono andato a comprarmi una "keffiah", nel negozio
mi ha accolto un giovane dalla larghezza ben superiore a quella dell'ingresso
del locale; mi ha chiesto cinque dinari, ma gli ho detto che era un
prezzo esagerato e che in Italia l'avrei pagata la metà. Ci siamo
accomodati così in un rilassato mercanteggiare, discutendo tra
battute di spirito, sorrisi e psicoanalisi; alla fine sono riuscito
a strappargliela di mano per 3,50 (era un duro). Con mia grande sorpresa,
quando mi ha dato il resto mi sono accorto che effettivamente me l'aveva
fatta pagare la metà, aggiungendo:"Va bene così,
Italiano!", a lui piaceva parlare ed avrebbe continuato in quella
contrattazione fino a notte fonda per poi regalarmela. Mi ha invitato
a sedermi di fronte alla sua vetrina per un tè, che avrebbe posto
fine a quel contrattare più simile ad un incontro di scherma
che di boxe. Poco dopo si è venuto ad accomodare anche il fratello
del mercante, erano due Palestinesi, Rami e Nasser che orgogliosi dei
loro 130 kg ne ridevano afferrandosi i rotoli di ciccia a vicenda. Insieme
ci siamo fatti grasse risate bevendo tè ultrazuccherato come
piace ai Giordani, e mi hanno presentato una dozzina di loro amici che
arrivando si sedevano in cerchio vicino a noi. Quando li ho lasciati
si era formata una bella comitiva. Mentre tornavo in albergo ho incontrato
uno dei ragazzi del centro immersioni, mi ha offerto un succo di frutta
e mi ha parlato un po' delle leggi coraniche in Medio Oriente. Pare
che i più severi siano i Sauditi, che condannano i reati minori
con pene medievali, per gli assassini poi c'è la pena di morte
mediante decapitazione. Però prima della condanna bisogna stare
un mese in prigione durante il quale si può avere tutto ciò
che si vuole e si può vedere chiunque si voglia, anche se questa
persona è in capo al mondo il governo la rintraccerà e
pagherà le spese del viaggio. Per altri reati è prevista
l'immersione per una settimana in una vasca piena d'olio in cui bisogna
riuscire a stare a galla senza addormentarsi per tornare in libertà;
a chi si fa le canne vengono solo tagliate le mani. Per questo era contento
delle permissive leggi giordane: lui era stato sorpreso a fumare con
una decina di persone e si sono fatti tutti sei mesi di carcere. Con
queste belle notizie sono andato a dormire sereno, già avevo
abbandonato l'idea del sesso, ora sfuma anche l'ipotesi di farmi uno
"spino", mi rimane il rock and roll...
Aquaba 11.
11. 99
Avevo organizzato
il viaggio a Wadi Rum, un luogo desertico dove guerreggiò contro
i Turchi un tal Thomas Edward Lawrence, meglio noto come "Lawrence
d'Arabia", e dove girarono le scene dell'omonimo film. Ho prenotato
un posto con un'agenzia, il proprietario si è rivelato essere
il primo (e spero uno dei pochi) degli Arabi stronzi. La sua antipatia
mi ha spinto più volte ad andarmene, ma visto che i suoi prezzi
erano molto più contenuti di tutti gli altri ho accettato. Se
la sua simpatia era sicuramente il principale motivo di un prezzo tanto
basso, l'altra ragione l'ho capita all'appuntamento: il fuoristrada
con cui la guida si è presentato era un preistorico Toyota Land
Cruiser a passo lungo, che la sabbia del deserto aveva attaccato in
ogni punto. L'autista si chiamava Alì, alto, scarno e spigoloso
individuo, dagli occhi spiritati ed i baffetti neri; gli ho chiesto
quanti anni aveva il mezzo meccanico, e mi ha risposto che non lo sapeva
con precisione, ma che tra i vecchi proprietari veniva citato sul libretto
di circolazione proprio quel tale "Lawrence d'Arabia". Raggelato
da tanta freddura non ho fatto altre domande, e sono stato stipato nell'ampio
cassone con altri cinque turisti dall'aspetto anglosassone. Abbiamo
imboccato la "Desert Highway" per poi seguire una pista che
perdeva la propria identità col trascorrere dei chilometri. Dopo
un paio d'ore di buche gli scricchiolii delle mie ossa erano in perfetta
armonia con i cigolii delle sospensioni legnose, creando così
una macabra orchestrina. Per fortuna avevamo raggiunto la prima tappa
della gita, e siamo scesi tra le rocce lavorate dagli elementi che creavano
figure fantastiche. Il silenzio totale era disturbato solo dalla mitraglia
delle macchine fotografiche che si scatenavano in un amplesso ticchettante.
La seconda tappa era di fronte una parete con antiche iscrizioni di
scene di caccia, e così in altri luoghi spettacolari. Vicino
un gregge di capre malridotte era posata su un masso una ragazza beduina
dai vestiti variopinti e con un grande turbante nero in testa. Lo chador
le copriva il viso, ma lasciava apprezzare da una fessura due splendidi
occhi verdi truccati di nero. Ha iniziato a parlare con la guida, io
osservavo (immaginavo) il suo corpo minuto e sinuoso che si muoveva
in armonia con la sua voce intonata; sono stato preso dall'impulso irrefrenabile
di strapparle di dosso il velo che le copriva il viso per vedere quale
fiore del deserto si nascondesse lì sotto, e se non avessi rischiato
la vita per questo l'avrei fatto. Strano, ma è stato proprio
di fronte a questo ammasso di tuniche e drappeggi sotto cui immaginavo
ci fosse un essere umano che ho capito veramente cos'è l'erotismo.
Tornati in auto, Alì il pazzo autista del deserto sfrecciava
fuoripista lanciando il relitto a velocità spaventosa giù
in picchiata dalle dune; i passeggeri (alcuni dei quali un po' datati)
erano in preda ad attacchi isterici, e l'arabo folle più li sentiva
urlare e più pigiava l'acceleratore. Al grido di "Allah
è grande!" torturava noi e il mezzo senza curarsi dei massi
né delle buche che raramente evitava. In lontananza sotto una
parete di roccia si cominciava ad intravedere un accampamento beduino
che Alì ha puntato dritto e ci è entrato dentro ad una
velocità esagerata, fermandosi nel mezzo con una sgommata a semicerchio
che ha imbiancato le tende. E' saltato giù e sgambettando è
riuscito da una di queste con una grande caraffa bollente che mi ha
messo in braccio: " Inshallah (se Dio vuole)..." mi ha detto,
"...riusciremo a vedere il tramonto !" e con un'altra sgommata
è partito verso una duna, imbiancando le tende che si erano salvate
prima.
Siamo arrivati in cima che il sole infuocava l'orizzonte, Alì
serviva il tè ed io guardavo intorno le altissime pareti rocciose
che si stagliavano dal mare di sabbia, erano completamente cesellate
dai venti, con un'abilità ed una pazienza che solo il tempo può
avere. Tutto si è fermato ad assaporare quel momento. Solo in
quel lungo attimo di quiete totale, bevendo un tè nel deserto,
mi sono reso conto che ero lontanissimo da tutto quello che avevo conosciuto
prima. Pieni di quell'esperienza (anche Alì si era calmato),
siamo tornati alle tende beduine dove già un abbacchio intero
sfrigolava sulla brace. Gli arabi in tunica bianca suonavano e ballavano
intorno al fuoco quando è arrivata dal nero della notte un'altra
carovana di fuoristrada carichi di allegri e attempati turisti francesi,
il vino giordano ha subito cominciato a dare i suoi effetti sul gruppo
che si è gettato nel vortice delle danze tra i beduini urlanti.
Sono stato avvicinato dalla loro guida, un giovane che sembrava aver
già visto parecchio di questo mondo. Mi ha raccontato dei suoi
pellegrinaggi per il mondo sotto il peso dello zaino, poi giacché
ero l'unico giovane intorno al fuoco mi ha presentato una deliziosa
fanciulla del suo gruppo: Severine, in gita con la nonna. Questa era
una gioviale e brilla signora che al momento volteggiava tra i baffuti
Mori. Ho parlato a lungo con Severine, e prima di chiederle l'indirizzo
e salutarla ho fatto diversi complimenti alla nonna, come ogni buon
manuale del rimorchio insegna. Loro e il loro gruppo sono andati a dormire
in albergo, noi del Toyota preistorico siamo partiti verso una grande
tenda beduina distante alcuni chilometri; lì abbiamo trovato
un'accogliente atmosfera familiare, intorno ad un povero fuoco di sterpi
erano raccolte le diverse generazioni: dal più anziano e largo
Arabo ad uno sciame di bambini chiassosi che allietavano la notte con
i loro canti. Questi rimanevano sempre un po' in disparte, prendendo
parte al gruppo solo quando venivano chiamati dagli adulti; anche le
donne erano relegate ad un altro settore della tenda separato dagli
uomini da pesanti stoffe, e facevano rare apparizioni per servire il
tè aromatizzato, o solamente quando c'era un valido motivo alla
loro presenza .
Abbiamo chiacchierato fino a tardi sui tappeti, ridendo con i grassi
ed allegri beduini dei quali osservavo i comportamenti dati dalle diverse
gerarchie e parentele.
Wadi Rum 12. 11. 99
Stamattina Alì
è entrato nella tenda dove dormivamo battendo le mani e gridando:"Iallàh,
iallàh ! (Andiamo!)". Ci siamo alzati dagli enormi mucchi
di coltri sotto i quali eravamo sommersi per difenderci dalla gelida
notte desertica, e come una mandria Alì ci ha ficcato nel cassone
del Toyota. Io mi sono fatto lasciare in un incrocio della pianura sassosa,
ho salutato Alì: "You're the best of the fuckin'crazy drivers,
take care of yourself and of the tourists!", "Inshallah!"
mi ha risposto lui. Poi è ripartito con la solita sgommata che
mi ha imbiancato. Al diradarsi del polverone è apparsa una cadente
costruzione monolocale con su scritto: "Police" mediante sommarie
pennellate, e di fronte a questa stazionava una ragazza bionda; mi ha
detto che anche lei voleva andare a piedi nel deserto, così abbiamo
aspettato insieme un mezzo che ci avrebbe portato alla "Resthouse",
una specie di campeggio nel villaggio di Rum. Poco dopo è uscito
dalla casupola una specie di poliziotto che si stava abbottonando i
pantaloni, con la divisa impataccata, disordinata e senza gradi pareva
più un meccanico che uno sbirro; ci ha offerto un tè e
ci ha detto che potevamo salire sul cassone di un Pick-up di beduini
che si erano appena fermati, erano suoi amici e ci avrebbero portato
gratis. Quando siamo arrivati invece pretendevano una cifra esorbitante,
Veronica, la ragazza argentina che era con me l'ha presa malissimo,
ed ha sfoderato il suo caratterino inveendo contro gli Arabi di quella
zona che cercano di derubare i turisti in qualsiasi modo. Ero d'accordo
nella sostanza, ma lo stava manifestando in maniera un po' troppo vivace,
quello era uno di quei casi in cui bisogna tirare fuori tutte le proprie
capacità diplomatiche per trovare un accordo, e con gli Arabi
è sempre possibile se si riesce a parlare sorridendo anche se
si vorrebbe strangolarli. Ho preso Veronica da parte e le ho detto che
non eravamo nel nostro paese ma nel deserto, per di più lei è
una ragazza bionda di sesso femminile con gli occhi chiari e dei fianchi
che corrispondono ai modelli di bellezza mediorientali, visto che entro
breve saremmo stati soli nel mezzo del nulla era meglio che portassi
avanti io le trattative. Così ho preso il tizio sotto braccio
e dicendo alcune stronzate per rompere la tensione (tra cui la famosa:
" Arabi e Italiani, una faccia una razza!"), sono riuscito
a cavarmela pagando un quarto di quello che chiedeva. Come previsto,
poco dopo eravamo in cammino sulle piste incerte che passavano tra le
coste massicce delle montagne intarsiate. In mezz'ora siamo arrivati
alle "Lawrence spring", luogo di refrigerio del personaggio
a cui furono devotamente dedicate, ora solo un gruppo di cammelli sembrava
trovarci un certo interesse. Abbiamo ripreso il cammino per alcune ore
fino ad una duna che sembrava non arrivasse mai, su in cima, sotto una
parete rocciosa, abbiamo trovato riparo dal sole ma non dalle mosche
che ad ogni costo si sono impadronite di parte del nostro pranzo. L'unico
modo per evitare gli insetti era muoversi, così come due ignavi
abbiamo proseguito nella piana sotto il disco rovente del sole a mezzogiorno.
In nostro aiuto è giunto un beduino in Land Rover e ci ha chiesto
se volevamo prendere un tè; abbiamo accettato, lui era di una
gentilezza squisita, e guidando lentamente ci ha portato nella sua tenda
dalla classica forma rettangolare. Non so perché e non ricordo
dove l'ho letto, ma pare che sia stato proprio Allah ad imporre questa
geometria. Qui viveva la madre del tizio tunicato, il cui nome (di cui
andava orgoglioso) era Mohammed Alì. Ci ha fatto accomodare sui
cuscini disposti in un ampio cerchio, e l'infuso è stato servito
in bicchierini bollenti.
Lì nella quiete pomeridiana assaporavo lentamente la bevanda
zuccherina, sentivo la madre sussurrare da fuori mentre la luce filtrava
dalle fessure della tenda illuminando Mohammad Alì sdraiato nella
sua tunica linda. Non so quanto tempo siamo stati lì nel silenzio
più totale, tra le esili spire di fumo che si alzavano annoiate.
In un altro posto avremmo sentito il bisogno di dire qualcosa, ma nessuno
ha avuto il coraggio di rompere quell'atmosfera. Io e Veronica eravamo
incantati dai movimenti rilassati e aggraziati dell'Arabo che avevamo
di fronte: bellissimo nella sua meditazione, con lo sguardo fisso sul
panorama. Ora tutto quello che si sentiva era il ronzio di una mosca.
Non so per quanto tempo sono riuscito a stare senza un solo pensiero
nella testa, ero una delle cose di quel deserto, non potevo né
dovevo fare nulla, ma solo essere. Pensavo che in quel deserto è
più facile trovarsi che perdersi...
Siamo andati a vedere il tramonto su una duna, di fronte al sole che
ingrandiva all'orizzonte vedevo per l'ultima volta quelle strane montagne
che mi facevano pensare ad un duomo di Milano messo in forno e mezzo
fuso. Mohammad Alì poi ci ha invitato in un'altra delle sue tende
per passare la notte nel deserto; tutto gratis, ha aggiunto. Da come
guardava Veronica, le ho consigliato di rifiutare se non aveva intenzione
di pagare lei il conto. Così è stato. Quindi, salutato
il compìto beduino, siamo tornati a dormire alla "Resthouse"
dove ci hanno confermato che avevamo fatto la scelta giusta: "Nothing
is free in this fuckin'world ! ! ". Questo valeva anche per me
che eventualmente non sarei stato escluso da qualche forma di pagamento,
ma questa regola non sempre è vera in Medio Oriente, dove ancora
si incontra quella generosità sincera che non si aspetta nulla
in cambio.
Wadi Rum
13. 11. 99
Dopo aver passato una notte nel gelo di una tenda ho
salutato Veronica, e mi sono messo in viaggio verso Petra, quello che
mi attira di più tra i siti archeologici del Medio Oriente.
Gli splendori di questa antica città vennero portati agli occhi
dell'Europa dall'esploratore svizzero Burckhardt, che riuscì
ad arrivarci con non poche fatiche. Ai primi dell'ottocento il procedere
per questi deserti non era facile, e sono noti i suoi travagli per portare
avanti le trattative con i beduini bramosi di danari. Questi pensavano
che egli fosse alla ricerca di favolosi tesori, quindi pretendevano
cifre non sempre alla portata di un povero esploratore; ma purtroppo
i beduini rappresentavano anche l'unica possibilità di non perdersi,
e visto che lo sapevano, facevano un po' gli stronzetti... Serve molta
fantasia per immaginare lo spettacolo che può aver avuto Burckhardt
davanti agli occhi, perché quello che vediamo noi oggi ne è
una versione assai "consumata". Purtroppo la pietra con cui
la città è stata costruita è molto friabile, ed
il vento ha una pazienza infinita.
La zona era abitata già dal 7000 AC quando cadde sotto il potere
dell'Egitto, a cui faceva gola la sua posizione intermedia tra la valle
del Nilo e le civiltà tra il Tigri e l'Eufrate. Da quel momento
non si sa più nulla della regione fino ai riferimenti che appaiono
nella Bibbia in cui si parla della terra di Edom. Qui poi si stabilirono
gli Israeliti, per poi lasciare il posto (dopo parecchie guerre) ai
Nabatei. Erano popoli nomadi che cambiarono idea, non appena ebbero
realizzato che la zona rappresentava una miniera d'oro grazie alla sua
posizione, e costruirono Petra. Riuscirono a mantenere l'autonomia e
la pace con i loro bellicosi vicini di casa: Egiziani e Siriani vennero
tenuti a bada grazie al fatto che i commerci di entrambi i paesi passavano
via Petra. Insieme alle mercanzie arrivava anche parecchia cultura,
e di quella buona a vedere le superbe facciate, sintesi dell'architettura
greca (in Siria allora comandavano i Greci) ed egiziana, condita da
un sofisticato stile arabo.
I Nabatei prosperavano grazie alle ingenti somme di denaro dei dazi
doganali, questo per molto tempo gli permise di non farsi divorare dai
Romani, sebbene da questi arrivasse un forte influsso politico e culturale
sulla città. Alla fine l'impero romano riuscì a papparsela
stabilendo un legame diretto tra Roma e Petra, che l'arricchì
sopratutto sotto l'aspetto architettonico, da cui non si staccarono
mai le precedenti influenze artistiche. Si dice che in questo periodo
Petra abbia vissuto una specie di "rinascimento", finchè
Palmyra, altra città-base di carovanieri, le strappò le
soste dei mercanti e buona parte degli introiti. Rimase disabitata fino
al periodo bizantino, come dimostra la chiesa riesumata vicino al colonnato,
per poi ricadere nell'oscurità fino al 1108, quando venne utilizzata
come base dai crociati.
Per i successivi 800 anni Petra fu dimenticata dal mondo, ma solo i
beduini la conoscevano custodendo gelosamente il segreto finché,
nei primi dell'800, fu riscoperta da chi sappiamo.
Wadi Musa
14. 11. 99
Stamattina quando
sono uscito i galli ancora dormivano, ho camminato a lungo nella notte
che si schiariva alle luci di un sole malsicuro, fino a raggiungere
le rovine che mi hanno richiamato in questo luogo desolato. La strada
ha proseguito lungo il letto di un fiume ormai secco, che aveva scavato
un profondo e stretto canyon lungo circa un chilometro e dal quale,
a tratti, non si vedeva il cielo. In quel momento ero l'unico visitatore
e mi sentivo un piccolo esploratore svizzero. Dal profondo budello in
cui ero, d'un tratto mi si è aperto davanti un piazzale finalmente
illuminato; sulla parete di roccia verticale di fronte a me era scolpita
la magnifica facciata di un tempio, giustamente chiamato " Al Khazneh
Pharon", il tesoro. Le proporzioni perfette e la stupefacente lavorazione
dei capitelli lasciavano senza fiato, era netto il contrasto tra la
pietra grezza dello sfondo ed i contorni definiti del prospetto, ma
il materiale era lo stesso, e come un diamante tagliato ad arte emergeva
con garbo dalla roccia su cui era incastonato. Con il suo nobile e discreto
temperamento non faceva rumore, ma mi aveva lasciato troppo colpito
per scattare delle fotografie. Mi sono seduto su una panca del chiosco
di fronte per apprezzarlo meglio, insensibile al tè bollente
che mi ustionava le mani lo osservavo mentre i primi raggi di sole accendevano
il frontale.
Ho iniziato a scalare la montagna che domina la valle dove si sviluppa
la città, da lassù oltre ad una vista panoramica di tutta
la zona ho trovato ad attendermi un delizioso altarino sacrificale in
buono stato di conservazione. Non ho indugiato molto su quel picco,
ho scattato un paio di fotografie nervose e ho ripreso subito il sentiero,
ultimamente i luoghi di sacrificio mi mettono un pò di inquietudine.
Scendevo lungo la scarpata che conduce verso i resti oramai consunti
di questo luogo stupefacente strappato alla roccia, mentre lavoravo
parecchio con la fantasia per riuscire ad immaginare come fossero in
origine le costruzioni. I monumenti più esposti alle intemperie
sono ridotti a dei fantasmi di se stessi.
Tornato nella valle mi sono trovato di fronte ad uno spaventoso serpente
formato dalla folla di turisti chiassosi che ridevano, consumavano e
indicavano. Il biscione strisciava lungo il viale principale perdendo
componenti qua e là. Questi, armati di avide fotocamere scattavano
raffiche di fotografie senza nemmeno provare ad assaporare l'atmosfera
del luogo (che comunque avevano già rovinato con la loro presenza
superficiale e distratta). Sembravano preoccupati solo di avere qualcosa
di "concreto" da riportare a casa. I numerosi bar della zona
erano ormai saturi di clientela richiedente, io ne sono stato escluso
dai prezzi esorbitanti, e ho consumato il mesto panino che avevo su
un eremo lontano, insieme a due ragazze francesi povere e previdenti
quanto me.
Con passo rapido e maldestro sono riuscito a vedere e documentare con
la luce giusta buona parte delle rovine, rischiando di fracassarmi anche
io con tutta l'attrezzatura su distese di ciottoli che mi rotolavano
continuamente sotto i piedi. L'ultima tappa era "Il Monastero",
detto così perché situato su una ripida montagna alla
quale si accede tramite strette gole e ormai logori gradini, che non
sono più tali per i motivi di cui sopra. Dovevo a tutti i costi
riuscire ad arrivarci prima del tramonto, altrimenti sarei dovuto tornare
il giorno dopo pagando un'altro biglietto di ben 25 $. Spinto da questo
stimolo sono riuscito a scalare il monte in meno della metà del
tempo che richiedeva normalmente, ma immagino in che stato dovevo essere,
tutte le persone che incrociavo sulla via mi lanciavano sorrisi compassionevoli
ed un anziano signore italiano mi ha detto: "Coraggio!", provando
sincera pietà. Sono arrivato appena in tempo per terminare il
lavoro e godermi l'ultima luce del tramonto che accarezzava la facciata
maestosa del monumento; ho voluto assaporare così il primo vero
momento di relax dopo un'intera giornata di cammino: spogliandomi della
giacca e della "keffiah" oramai intrisa di sudore che portavo
intorno al collo; la sigaretta che poi mi ha fumato tra le dita è
stata la più gustosa che io ricordi.
Anche la cazzata che ho fatto spogliandomi nel vento gelido è
stata la più grande che possa ricordare; già durante il
ritorno sentivo i crampi dei muscoli del collo che si ribellavano al
fatto di dover appartenere a qualcuno che li rispettasse così
poco. Tornato in albergo ho trovato Crayg, il mio compagno di stanza
inglese, alquanto alterato per il comportamento dei gestori: "Sono
strani … ", mi ha detto, e poi ho iniziato a capire perché.
Sono quattro personaggi che a rotazione o tutti insieme popolano la
piccola reception e la stanza della TV, nulla facendo e osservando chi,
come noi, si siede lì per leggere. Oggi Crayg si è preso
un giorno di riposo perché aveva passato una notte insonne nel
deserto, ha fatto l'errore di tirare fuori un giochino elettronico portatile,
e subito uno di questi tipi glielo ha chiesto in prestito per una partita.
Quando sono tornato la sera stava ancora giocando, e con un espressione
ebete non riusciva a passare il primo quadro, ma aveva quasi finito
le pile. Anche io mi sono accomodato vicino a loro per scrivere il presente
memoriale, ed un altro degli albergatori mi si è seduto accanto
fissando me e quello che scrivevo, senza capirci niente. Io ogni tanto
lo guardavo infastidito e lui faceva un sorriso che non capivo. Ho rinunciato
a quello che stavo facendo, Crayg mi ha preso da parte svelando quel
nervosismo singolare degli anglosassoni: " I want back my fuckin'
Nintendo ! ", mi ha detto, ma ogni volta che se lo riprendeva il
tipo tornava con una scusa e se lo faceva ridare, così abbiamo
deciso di uscire per cena ché lui lì dentro stava esplodendo.
Arrivati davanti alla reception l'albergatore è tornato all'attacco
con un sorriso ebete, ma per fortuna Crayg ha saputo mantenere la calma
e con la scusa che ci dovevo giocare io siamo svicolati. "Sono
tutti dei fottuti ritardati mentali!", mi diceva mentre fumavamo
un "Hubbly Bubbly" (il narghillè). Io ancora riuscivo
a ridere della situazione ma lui era veramente alterato, si immobilizzava,
e con lo sguardo fisso nel vuoto mi ha detto che non voleva essere rude,
non voleva proprio, ma loro lo costringevano... Quando siamo tornati
ci siamo seduti nel solito salottino per fumare una sigaretta, oltre
ai ritardati c'erano altri due tizi che parevano essere normali e simpatici,
uno di questi diceva di non parlare inglese, quindi siamo stati mezz'ora
parlandoci a gesti per esprimere un paio di concetti elementari. Poi
andandosene mi saluta in perfetto inglese, ringraziandomi della bella
conversazione. Io ero allibito, l'altro suo amico "normale"
mi ha rassicurato dicendo che era pazzo; poi dopo aver fatto un paio
di considerazioni spiritose sulle ragazze giordane mi ha detto che aveva
con sé un preservativo, e se lo volevo vedere. Ho detto che per
noi si era fatta una certa, e siamo fuggiti in camera col Nintendo chiudendoci
dentro a duplice mandata.
Wadi Musa 15. 11. 99
Oggi, mentre Crayg era a Petra, io ho passato la mattinata
a curarmi i crampi al collo che mi ero procurato con lo spogliarello
montano; al momento di uscire ho cercato di non incrociare i subnormali,
ma uno di questi già mi aspettava al varco per chiedermi il Nintendo,
io ho finto di non capire e mi sono dato alla macchia per il resto della
giornata. Quando sono tornato ho trovato Crayg distrutto da otto ore
di marcia, si era appena abbandonato sul letto che hanno bussato alla
porta, era uno dei subnormali, con in mano un vecchio ed enorme videogioco
anni '80, di quelli che si attaccano alla televisione bianco e nero;
lo voleva dare a Crayg in cambio del suo giochino Hi-Tech, con sopra
dieci dollari di conguaglio, ed il solito sorriso ebete che gli ha risparmiato
un bel pugno in pieno volto. Ho visto Crayg fremere sul letto con le
ultime energie che aveva; io mi sono trattenuto dal ridere, l'ho calmato
dicendo che bisogna avere pietà di quei poveri ma fottutissimi
deficienti (solo che secondo me questi spesso ci marciavano). Mentre
spingevo fuori il tipo col videogioco preistorico, Crayg gli urlava
dietro che non glielo avrebbe mai dato, nemmeno per cento dollari e
che potevano andare tutti da qualche parte che non ho capito bene, perché
aveva iniziato ad usare uno stretto slang.
Wadi Musa
16. 11. 99
Stamattina all'alba io e Crayg abbiamo lasciato l'albergo
parlando del film "Psycho" mentre raggiungevamo la fermata
dell'autobus, io sono partito per Showbak . Quando sono arrivato nel
paesino, un barista mi ha informato che il castello che stavo cercando
era assai lontano, e la via altresì tortuosa. Detto ciò
ha fatto un fischio ad un ragazzino che stava andando a scuola, perché
si adoperasse come mia sicura guida; lungo la strada questo salutava
i suoi amichetti che si univano a noi, e quando siamo usciti dal paese
avevo intorno una mezza dozzina di mocciosi euforici e schiamazzanti.
Mi hanno scortato fino alla strada che portava al castello e ci siamo
salutati, io ero già stanco sotto il peso dei due zaini che mi
coprivano e del sole che cominciava a picchiare; quando ho lasciato
l'allegra brigata pensavo di essere quasi arrivato, ma delle rovine
nessuna traccia. Ho camminato sulle alture aride per mezz'ora prima
di vedere la sagoma imponente del maniero che sovrastava la collina,
la strada però girava a sinistra e c'era un sentiero che puntava
diritto alla mia meta; l'ho imboccato, e procedendo maldestro sui ciottoli
mi sono accorto che portava giù in una gola. Visto che avevo
deciso che quella era una scorciatoia mi sono avventurato nel fosso,
che sono riuscito a traversare con non poche fatiche. Risalendo la china
del colle mi sono accorto che non c'era entrata in quel lato del castello,
così ho dovuto procedere rasentando la muraglia lungo tutto il
suo perimetro, con grande sollevamento di polveroni e ruzzolate per
le coste. Alla fine sono riuscito a riprendere la strada che avevo abbandonato
prima, e che conduceva all'ingresso da dietro una curva. Sebbene il
castello fosse ridotto in uno stato abbastanza rovinoso, la visita mi
ha regalato immagini da cartolina ed una pausa rigeneratrice nel vento
fresco. All'uscita una coppia di venditori di souvenir mi ha offerto
un tè sotto la loro tenda; mi avevano osservato durante tutta
la scalata, e mi hanno chiesto perché non avessi percorso la
strada normale. Gli ho risposto che noi fotografi preferiamo osservare
il mondo dai punti di vista più originali. Tra le facezie, uno
di loro mi ha raccontato che diversi uomini venivano dall'Europa fin
lì per avere rapporti sessuali con lui all'ombra dei massi. Dopo
parecchi tè sono riuscito a prendere la via per Kerak, un altro
dei gloriosi castelli appartenuti ai crociati e a tutti quelli che poi
dettarono legge in queste lande.
Sono arrivato dopo aver cambiato non so quanti autobus; ero su uno di
questi che percorrevo la "Desert highway" quando un poliziotto
si è venuto a sedere vicino a me ed ha attaccato a parlare; mi
ha chiesto perché portassi l'orecchino e a fare altre domande
inquietanti, accompagnate da occhiate languide che mi hanno fatto sentire
come una pollastrella dalle nostre parti, quando viene importunata dal
"provolone" di turno. Le mie risposte diventavano sempre più
glaciali, finché lui si è fatto coraggio e mi ha chiesto
se volevo andare con lui. "A che fare ?" ho chiesto io con
falsa ingenuità. Voleva mostrarmi il suo gamberone, ma ho abilmente
rifiutato dicendogli che ero vegetariano e che preferivo le patatine.
E' sceso deluso poco dopo, e l'ho visto tornare a casa triste, dalle
due mogli che mi ha detto che lo aspettavano. Mi raccontava l'allegro
venditore di souvenirs che loro usano andare con le donne per dovere
e con gli uomini per piacere, l'omosessualità è vista
come cosa molto normale e non se ne fa un mistero. Capita spesso che
un marito si porti in camera un amichetto e la moglie (o le mogli) muoia
di gelosia mentre lava i piatti in cucina.
La situazione delle donne è molto particolare, non so cosa capiti
tra le mura domestiche, ma fuori, quelle poche che si vedono, non danno
proprio l'impressione di vivere in una società che le consideri
molto, se non sotto l'aspetto di procreatrici. Mi trovavo a vivere in
una società di soli uomini, e ad essi destinata; la presenza
femminile si avvertiva di sfuggita solamente nei mercati o in qualche
attività che ne giustifichi la partecipazione. La privazione
dei loro sguardi, della loro sensibilità e della loro esistenza
non mi rallegra affatto, sentivo gli ormoni maschili impregnare l'aria
e sempre troppo spesso mi sentivo una preda.
La visita al castello di Kerak è stata assai deludente, si riassumeva
tutto ad un mucchio di sassi e parecchie stanze vuote tutte uguali,
solo il panorama era degno di nota.
Ora la mia meta era il Libano.
Kerak 17.
11. 99
Alle sei ero già su un piccolo autobus diretto
ad Amman, il guidatore doveva essere un integralista islamico perché
ha acceso l'autoradio con le letture dei passi del Corano e l'ha messo
a tutto volume. La stazione era disturbata da un fischio in sottofondo,
era una vera e propria tortura, ma nessuno ha avuto il coraggio di reagire
a questa folle esaltazione. L'audio era talmente alto che la voce ci
giungeva completamente distorta, accompagnata dal sibilo che trapanava
i timpani; io ho provveduto con i consueti tappini a base di fazzoletti
e saliva che filtravano il 30% del sermone e il 10% di fischio.
Arrivato ad Amman ho preso uno dei cosiddetti "Service taxi"
che attraversano il confine, ero insieme ad un arabo microscopico con
la cravatta, un prete ed una sua amica (amichetta?). Ci hanno fatto
accomodare in una berlina americana anni '70 che sul cofano ci si poteva
parcheggiare una delle nostre utilitarie. Al confine con la Siria, come
prevedevo, sono iniziati i problemi, e qui si rende necessario un flashback
all' ambasciata.
FLASHBACK
ALL' AMBASCIATA
Il mio primo contatto con la burocrazia siriana l'ho
avuto a Roma, quando sono andato a richiedere il visto. Stupidamente
sul foglio del questionario da riempire avevo scritto: "Professione:
fotografo", pensando magari di avere dei contatti con il ministero
del turismo, sconti sui siti archeologici, facilitazioni etc... Quando
l'impiegato l'ha visto è inorridito, ha detto che i giornalisti
(e le spie) non potevano andare in Siria così facilmente. L'ho
rassicurato dicendo che io mi occupo di reportage turistici, e che la
mia opera sarebbe stata utile per lo sviluppo del paese. Non ha voluto
sentire ragioni :"L'unico modo" ha aggiunto, " sarebbe
che lei visiti la Siria come turista e si impegni a non fare fotografie
!". "Lo prometto !" ho risposto io, ma non bastava, ha
preso da un cassetto un foglio prestampato da firmare, in cui si diceva
che sarei stato buono con la fotocamera e senza documentare, e che se
fosse finita una sola mia foto della Siria su un giornale sarei andato
in prigione per secola seculorum.
Al momento di ritirare il passaporto, dopo una settimana, hanno cominciato
a farmi girare da un ufficio all'altro perché stranamente non
si trovava in mezzo agli altri, ma era custodito da solo, in un cassetto
di una stanza evidentemente riservata ai casi "scottanti".
L'impiegato lo ha preso con due dita, e me lo ha ridato con lo stesso
sguardo inquisitore che avrei ritrovato dopo, sulle facce dei doganieri
che se lo sono ritrovato tra le mani. Sicuro che ci fosse stata posta
qualche annotazione particolare, ho cercato senza successo di decifrarne
i timbri e le scritte in arabo, cosa che mi ha fatto solo aumentare
lo stato di ansia.
Ora stavo facendo la prova del nove, quando il doganiere
ha fermato la macchina su cui viaggiavamo e si è fatto consegnare
i passaporti, sono stato percorso dal classico brivido gelato nelle
vene. L'abbiamo seguito tutti nell'enorme hall dell'ufficio immigrazione,
e dopo un quarto d'ora il mio documento era l'unico che mancava all'appello.
Lo vedevo passare nelle mani degli sbirri che sfilavano dietro al vetro
e che mi rivolgevano occhiate indagatrici, finché è ritornato
con timbri, firme e controfirme. Non era finita, perché ora l'astuto
doganiere voleva vedere i bagagli (solo i miei), cosa che ha non poco
fatto preoccupare l'autista che già si vedeva accusato di portare
a spasso una spia israeliana. "Video?" mi ha sussurrato mentre
prendevo lo zainetto dell'attrezzatura,"No, camera !" ho risposto
vedendolo rilassarsi un pò. La stessa domanda me l'ha posta il
militare che però ha voluto verificare con mano; per fortuna
avevo nascosto in separata sede la busta piena di pellicole che avrebbero
certamente destato sospetti, il mio corredo aveva guadagnato così
un'aria abbastanza turistica. Prima di lasciarci proseguire ha voluto
chiedere ancora se per caso non avessi dimenticato una videocamera nei
bagagli non ispezionati (ancora non capisco perché ne siano così
terrorizzati) ma gli ho ripetuto di no e lui ci ha salutati dubbioso.
Dopo un'ora eravamo in un affollatissimo parcheggio taxi a Damasco,
sono stato prelevato da un altro tassista che per pochi dollari mi avrebbe
portato in Libano insieme ad altre quattro persone. Appena la vettura
si è riempita è saettato nel traffico congestionato della
città, ma prima sono serviti venti minuti per uscire dal parcheggio.
L'autista era un tipo cicciotto e nervoso: mangiava continuamente semini
e li sputacchiava, beveva e fumava senza pace; appena sull'autostrada
è sfrecciato a velocità folle zigzagando tra le altre
auto che parevano ferme, sentivo gli almeno otto pistoni della "Dodge"
sfrullinare gioiosi sotto il cofano, finché sibilo sfiatato li
ha fermati esausti. Abbiamo accostato al margine della strada e il tassista
è sceso con pochi ma mirati attrezzi in mano; ha martellato e
scacciavitato qua e là per poi tornare con le mani nere e la
faccia delusa. Di lì a poco ci trasferì in un altro taxi
che intanto si era fermato per solidarietà. Eravamo stipati in
un Mercedes che aveva le sopracciglia cromate sopra i fanali, e anche
questo pareva che dovesse esplodere in ogni istante. Invece il robusto
e tossicchiante mezzo teutonico ci ha portato attraverso la frontiera
e poi in cima al monte Libanon, dal quale siamo scesi lungo una serie
infinita di curve; è stato dietro una di queste che improvvisamente
è apparsa la mia meta: Beirut.
Solo nominarla provoca in molti un brivido di paura, ogni nostro ricordo
ad essa legato è di sangue e morti a manciate. L'odio della religione
l'ha voluta così: già dalla periferia le sventagliate
di mitra scrostavano gli intonaci delle facciate dei palazzi, e le infiorescenze
disegnate dalle schegge delle bombe riaccendevano in me il ricordo di
telegiornali con la fascia a lutto. Inchiodati nel mare di traffico,
il tassista non conosceva la strada per il mio albergo, quindi scalpitava
e suonava sensovietando.
Beirut 18.
11. 99
A sentire gli abitanti di Beirut non sembra che abbiano
passato quello che tutti sappiamo; vogliono dimenticare, e ci riescono
bene. Si distraggono col consumismo che ha contribuito a trasformarla
nella città più viva del Medio Oriente. Respiro aria di
casa: umida, tiepida e inquinata. Lo iodio che arriva dal mare mi riempie
i polmoni mentre passeggio sulla "Corniche" che potrebbe essere
il lungomare di Ostia se non fosse per i militari armati di Kalasnikov
ovunque cada lo sguardo. Anche il traffico è del tutto simile
a quello di Roma, con partenze a razzo e inchiodate inattese, manager
con la cravatta parlano al cellulare dentro elefantiaci fuoristrada
giapponesi, anziani signori distinti vanno a fare la spesa ed i ragazzi
vestono seguendo le ultime mode occidentali. Riapparizione delle minigonne
ed eclisse degli chador.
Senza la macchina (ovvero BMW o Mercedes) qui non conti nulla per le
strade, i giovani passano la sera incolonnati in file inutili mentre
si parlano dai finestrini o sorridono alle ragazze impassibili bloccate
nelle auto accanto; scene di questo genere si notano anche in Italia,
ma qui sono esaltate dal fatto che si vive nei confini di una società
profondamente maschilista . Le donne poi, benché vestano all'ultima
moda, si trucchino, e mettano in mostra balconcini e culi ben palestrati,
mantengono comunque le solite usanze arabe; il loro sembrare molto occidentali
ed emancipate è pura apparenza.
La sera sono stato a fare un giro in centro, sono riuscito finalmente
a bere una birra senza pagarla una cifra smisurata ed ho conosciuto
due ragazzi, mi hanno proposto di visitare la città a bordo del
loro Mercedes di cui andavano fieri; ho accettato, ma subito uno di
loro mi ha chiesto 5$ per la benzina. Ho detto che ero un pò
a corto perché non ero ancora passato al cambio, e che preferivo
comunque andare a piedi per fare due passi. Loro mi hanno guardato schifati,
qui camminare è considerata una cosa da pezzenti; tuttavia siamo
andati a fare lo "struscio" serale immersi in un mare di BMW
e Mercedes clacsonanti, tutte piene di giovanotti annoiati che si guardavano,
si facevano guardare, ci provavano con le ragazze etc...
Abbiamo girato una dozzina di volte sullo stesso percorso finché
ho proposto di scendere per vedere il mare, appena ho messo piede a
terra loro sono sgommati via nelle luci della notte. Il centro di Beirut
è sede di uno dei più grandi progetti di ricostruzione
del mondo; sono rari i vecchi palazzi, e i pochi che rimangono sono
tutti traforati e bruciacchiati dai missili che ricordano quello che
è stato, ma la tacita parola d'ordine sembra essere: convivere
e dimenticare. Ovunque i lavori in corso elevano grattacieli specchiati,
Beirut sarà presto la New York del mediterraneo grazie a generosi
finanziamenti europei; ma la sua atmosfera rimane magica e piena di
storia, l'aria puzzolente e temperata mi ricorda casa e mi mette un
pò di nostalgia. La mattina sono stato all'American University
of Beirut, la più prestigiosa ed internazionale facoltà
del Medio Oriente, ho cercato un mio amico di vecchia data che studiava
lì. Con l'occasione ho pensato di fare un servizio fotografico
di questo tempio della cultura che contiene anche due ben forniti musei.
Il metodo di studio "full immersion-sport-socialize" è
di stampo tipicamente americano e permette di sfornare i migliori professionisti
dei paesi arabi. Ho trovato Yarub, il mio amico siriano studente di
grafica, e seduti in un bar mi ha chiarito un pò le idee sulla
storia e la politica di questa zona, le contraddizioni , i vicini scomodi,
i patti scellerati. Io lo divertivo raccontando gli avvenimenti politici
italiani.
La presenza militare siriana per la città è continua e
poco discreta. Poi ci sono i famosi "Hezbollah" , i guerriglieri
che combattono nel sud del paese dal tempo della "Guerra dei sei
giorni" del '67. Il ruolo che la Siria non può prendere
ufficialmente in questa guerra lo delega ai militanti del "Partito
di Dio". Questi, insieme ai Palestinesi rifugiati, hanno ormai
ben poco da perdere ritrovandosi senza una terra da anni, e per guadagnarsi
il Paradiso sono ben disposti a farsi esplodere caricandosi di tritolo
e a sparare i loro missiloni sugli avamposti nella zona occupata dalla
"Fascia di sicurezza" israeliana. In cambio, dall'altra parte,
organizzano per rappresaglia estemporanei raid aerei che ogni tanto
sconfinano sui villaggi, su impianti civili o su una sede delle Nazioni
Unite... La scorsa estate Beirut è rimasta senza corrente per
due mesi, e ci si può immaginare cosa significa vivere senza
luce, computer, frigorifero quando ci sono più di 40° all'ombra.
Non potendo lavorare, Yarub mi raccontava che ha passato le sue giornate
sdraiato sulla spiaggia di fronte al mare inquinato della città,
solo i più fortunati che ancora l'avevano erano tornati ad accendere
i generatori come ai tempi della guerra civile. Mentre da noi erano
i "mitici" anni '70, qui grandi masse di Palestinesi (400.000
su tre milioni di Libanesi) si riversavano in Libano fuggendo dalla
persecuzione in Giordania; buona parte si stabiliva in campi profughi
intorno Beirut, a covare vendetta.
Intanto nel paese cominciavano a fiorire gruppi armati di diverso credo
religioso e strumentalizzati da altrettanti personaggi politici; i musulmani
Sunniti e Sciiti cominciavano a guardarsi nervosi, e si dividevano a
loro volta in sottogruppi, le milizie cristiane si combattevano per
riuscire ad emergere, e anche i Drusi, riluttanti all'inizio, ebbero
presto il loro efficiente gruppo armato. Tra i cristiani la più
tristemente famosa fu la "Falange" (Kataeb), scesa a patti
con Israele, e da questo riforniti di armi e consigli, tipo quello di
entrare nei campi profughi palestinesi per farne scempio nel '76.
Fu dopo l'uccisione di alcuni falangisti che dalla tensione si innescò
la guerra civile, 27 palestinesi furono massacrati su un autobus, a
cui seguì un blocco stradale di gruppi armati cristiani in cui,
documenti alla mano, si sgozzavano gli automobilisti musulmani. In quello
che viene ricordato come "Black Saturday" vennero uccise in
tutto più di trecento persone.
Nel '76 il presidente Assad, spinto da Israele (con cui aveva un nemico
in comune: i Palestinesi), per porre fine alla situazione di anarchia
in Libano vi spedì 40.000 soldati cogliendo l'occasione per riprendersi
quella che da sempre i Siriani hanno considerato una loro provincia.
A questo punto mancava solo l'invasione Israeliana, che dopo alcuni
attacchi dell'OLP decise di prendersi il sud del Libano, azione che
fu condannata dalle Nazioni Unite che imposero un ritiro immediato mai
eseguito. Sempre indispettito dalla presenza palestinese in Libano,
Israele si accordò nell'82 con la Siria per un cessate il fuoco,
e approfittò di questo momento per attaccare i Siriani nella
valle Bekaa ed infondere gravi danni; intanto truppe israeliane guadagnavano
le periferie di Beirut, tagliavano elettricità e acqua, bombardavano
i civili.
Dopo due mesi si contavano 18.000 morti e 30.000 feriti di cui solo
una minima parte tra i militari. Si decise così di evacuare l'OLP
sotto una supervisione multinazionale, e due giorni dopo, il leader
falangista Bashir Gemayel fu eletto presidente. La vittoria maronita
non durò molto, perché il neopresidente fu assassinato
con una bomba insieme a sessanta falangisti; le loro milizie subito
si recarono nei campi profughi di Sabra e Chatila presentando il conto,
e massacrarono tra i 1000 e i 2000 civili di cui molte donne e bambini.
Di tutto questo gli Israeliani dissero di non essere a conoscenza, anche
se il fatto accadeva sotto il loro permesso ad accedere nei campi e
mentre assistevano i miliziani della Falange paracadutando illuminatori
per vedere meglio la scena. Chi comandò questa operazione ricopre
ora la più alta carica nello stato di Israele.
Questo susseguirsi di vendette continuò fino all'arrivo di una
forza multinazionale nell'83, che si accordò con Israele per
un ritiro dal Libano; ma questi, spinti da una pubblica opinione guerrafondaia,
si ritirarono solo fino a Sidon, cosa che mantiene vivo lo stato di
tensione ancora oggi. Pochi mesi dopo l'ambasciata USA a Beirut esplodeva
con 43 persone, seguirono altri due attentati nei quartieri generali
francese e americano, in cui i morti furono più di trecento.
Era la nascita della Jihad Islamica, un braccio armato di Hezbollah
che si fece protagonista anche di parecchi sequestri di personaggi occidentali
che, a loro dire, meglio rappresentavano il marcio del nostro mondo
corrotto.
La guerra continuava a più riprese, e così cambiavano
le alleanze, tra cui fece anche capolino l'Iraq, appena uscito dalla
guerra con l'Iran. Aiutarono la fazione cristiana (!) che al momento
si confrontava con quella musulmana appoggiata dalla Siria, ancora una
volta, Beirut era il luogo dove l'antico odio tra due potenze medio
orientali si poteva sfogare. Gli animi cominciarono a smorzarsi nel
1990 dopo l'attacco siriano in larga scala (con il benestare americano)
alle milizie cristiane; i gruppi paramilitari furono disarmati e la
Siria firmava un patto di "fratellanza" col Libano, lasciando
in sospeso la scottante presenza di Israele nel sud del paese. Da allora
sembrano essere tornati a convivere i diversi credo religiosi, la "Green
Line" è sparita, ed il fragile processo di pace procede
in precario equilibrio.
Beirut 19.
11. 99
Ho camminato tutta la mattina per Achrafiye, uno dei
quartieri popolari dove la ristrutturazione della città non ha
ancora preso piede, e dove la guerra ha lasciato i suoi segni più
profondi. Da lì vicino parte la tristemente famosa "Green
line", la via che divideva le due principali parti in guerra e
che era stata invasa dalla vegetazione, tanto raro era il passaggio
su di essa. Intorno i segni delle pallottole affrescavano i muri dei
palazzi con la stessa densità dei coriandoli a Rio durante il
carnevale; su alcune facciate qualcuno si era talmente accanito che
la quantità di proiettili aveva consumato i muri fino a renderli
un velo. Su altre, dei più determinati colpi di lanciarazzi avevano
sventrato la parete lasciando intravedere vecchi arredamenti casalinghi
bruciacchiati e oramai in stato di abbandono. Segni di pallottole di
ogni calibro e religione avevano firmato tutto ciò che avesse
più di dieci anni. Quando passavo davanti una chiesa o ad una
moschea pensavo al potere (di fuoco) della fede.
Ora parlando con la gente del posto sembra che quello che ci sia qui
intorno non li riguardi, i brutti ricordi sono stati seppelliti coi
morti, e armati di pala e piccone tolgono cumuli di macerie e costruiscono
grattacieli. Il progetto di ricostruzione è pressoché
totale e cambierà completamente il volto della città,
l'idea è abbastanza contestata, perché si basa sulla totale
demolizione di quello che c'era e la creazione di nuove strutture moderne
tipicamente occidentali. Purtroppo non hanno imparato nulla dai nostri
errori, e nella fretta si sono dimenticati gli spazi verdi. O meglio,
per la verità uno c'è: la sera avevo comprato un "falafel"
(tipico sandwich medio orientale, formato da una piadina romagnola arrotolata,
con dentro polpettine di ceci) che volevo consumare fuori dal locale;
ho dato un'occhiata alla mappa della città ed ho visto un quadratino
verde denominato "parco". Quando ci sono arrivato mi sono
ritrovato proprio sul quadratino indicato: quattro per quattro metri,
con n°1 panchina, n°1 pianta, n°1 fontana secca. Intorno
a me clacsonava il traffico del dopocena.
Beirut 20.
11. 99
Stavo aspettando
Yarub sulle panchine del campus della sua università, intorno
a me erano seduti alcuni studenti, tra i quali se ne distingueva una
particolarmente affascinante: i suoi magnetici occhi verdi erano incorniciati
da capelli rossi a caschetto, e il corpo sottile dalle curve sinuose
sosteneva un petto a cui feci una rapida radiografia prima di tornare
alle mie scritture. Stavo preparando il proseguo del viaggio quando
alzando gli occhi ho incontrato i suoi che mi fissavano, le ho sorriso,
ma lei si è girata quasi scocciata; ho pensato allora che era
solo incuriosita dal cartellino con su scritto "Press" che
mi avevano appuntato sulla maglietta all'ingresso, oppure dal mio stato
trascurato. Quando l'ho vista che mi continuava a guardare mi sono fatto
coraggio e ho attaccato bottone chiedendo un'informazione. Ebbene, lei
ha finto di non capire l'inglese e si è fatta fare da interprete
da un suo amico parlando in arabo, io l'avevo sentita parlare poco prima,
ed è solo in inglese che si svolgono le lezioni qui dentro. Abbiamo
continuato a lungo la conversazione con questo strano giochetto che
non capivo, poi lei ed un gruppo di amiche si sono alzate per andarsene,
e mi hanno salutato tutte sorridendo eccetto lei che non mi ha degnato
di alcun cenno.
Ne ho parlato con Yarub e mi ha rassicurato dicendo che qui è
normale, e forse le ero piaciuto; le ragazze hanno questo strano modo
di manifestare attenzioni, se avessi avuto la pazienza di starle a strisciare
dietro per un mesetto sarei riuscito ad entrare nelle sue grazie, e
sarebbe stata una fidanzata fedelissima. E io che pensavo che le Italiane
fossero difficili ! La mattina passavo in un quartiere denso di edifici
mitragliati (tra i quali mi stavo ambientando) e ce ne era uno che mi
incuriosì: era piuttosto antico e di un vago stile liberty, una
volta doveva essere molto bello. Ora appariva completamente bucherellato,
in mezzo a questo troneggiava un'insegna di plexiglas lucidissima che
informava dell'attività di un parrucchiere. Questa stonava assai
con la cornice che la conteneva, così mi sono avvicinato alla
costruzione per scattare una fotografia; subito mi sono sentito premere
sul fianco da una cosa solida e pesante, probabilmente a canna lunga.
Qualcuno mi parlava in arabo con un tono duro che qui ancora non mi
avevano mai rivolto. Senza sapere chi fosse né cosa volesse,
automaticamente ho alzato le mani come un "Big Gim" a cui
si schiaccia la schiena; un tizio in mimetica mi ha girato intorno,
apparteneva ad una postazione di militari che non mi ero accorto essere
alle mie spalle, e mi sono ritrovato davanti alla prospettiva di un
tetro Kalasnikov, in fondo al quale il mimetico continuava ad impartire
secchi comandi.
Mi sono sentito il sangue gelare nelle vene, non mi ero mai trovato
di fronte ad un'arma puntata da qualcuno anche lontanamente intenzionato
ad usarla. Invece di razionalizzare e calmare il militare mi sono passate
per la testa le cose più disparate. Ho pensato alla mia prima
bicicletta rossa, al compito di elettronica all'esame di maturità,
alle generose tette di una mia amica che non si sono mai lasciate toccare.
Il militare mi ha spinto via annoiato, con il lato della canna del mitra;
io ho pensato di aver detto qualcosa, ma solo dopo ho realizzato che
non mi era uscita una parola di bocca.
Beirut 21. 11. 99
Sono partito alle otto per Tripoli, ho dormito poco
e malamente come mi capita da quando sono qui; l'albergo è su
una grande strada che già dalle cinque di mattina è un
caos, e la stanchezza di questi quattro giorni di cammino continuo mi
si è scatenata addosso tutta la mattina, quando l'autobus mi
ha scaricato davanti un chiassoso suq (mercato), dove mi sono infilato
senza saperne il perché.
Tripoli è una bolgia di gente e vecchie Mercedes, sporca, rumorosa,
non ci si può fermare a prendere fiato; sono stato trascinato
dal fiume di gente che scorreva nello stretto budello grondante di mercanzie,
le urla dei venditori mi rimbombavano nella testa e sentivo che stavo
per svenire, in stato ipnotico sono entrato in un caffè saturo
di gente e di fumo.
Ero seduto in un angolo tra grandi narghillè ribollenti; dalla
nebbia è arrivato un tipo insolito, i suoi baffoni biondi da
tricheco e gli occhi azzurri lo facevano sembrare un occidentale. I
suoi modi distinti mi facevano pensare ad un colonnello della legione
straniera francese, e forse lo era stato, il vestito però era
tipicamente arabo, e di un genere un po' retrò che non si vede
più facilmente, sui canonici pantaloni con il cavallo alle ginocchia
aveva una camicia molto ben lavorata e sopra un gilè in miniatura.
Si è seduto di fronte a me fumando sigarette senza filtro, mi
parlava sottovoce e io non lo capivo. Mi ha sorriso e mi ha offerto
un caffè amaro, con il dito si batteva la tempia facendomi capire
che mi avrebbe fatto bene. Poi, sorridendo, è stato nuovamente
inghiottito dal fumo. Pensando se avevo veramente avuto quell'incontro,
mi sono trovato a camminare davanti ad una moschea, e sono entrato per
scattare qualche fotografia in religiosa solitudine. Ero impegnato nel
lavoro quando mi ha raggiunto l'Imam, barbuto e scavato come una cipolla
secca, mi ha sussurrato: "Allah non lo puoi mettere qui dentro"
indicando la Nikon, "Perchè Allah è qui !" e
mi ha premuto il suo dito asciutto sul petto; a me per condizionamento
mi è tornata in mente la mia amica con le tette al vento che
andava a dare l'esame in bicicletta. Mi ha chiesto di seguirlo fuori
sotto il portico, dove ci siamo seduti sui cuscini a gambe incrociate.
A me puzzavano i piedi, ma lui sembrò non farci caso. Ha iniziato
il recupero della pecorella smarrita: "Sei cristiano?" mi
ha chiesto in un inglese paterno, per non compromettermi troppo gli
ho detto che simpatizzavo per i buddisti, senza sapere che è
la filosofia più disprezzata da tutte le altre religioni. Lui
incuriosito dalla risposta ha voluto approfondire, spiegandomi anche
i fondamenti musulmani. Ho trovato molte analogie con il cristianesimo:
un Dio unico ed amorevole che tutto conosce e può, un paradiso
per i più buoni etc... Subito le sue teorie si sono venute a
scontrare con il mio materialismo empirico: gli ho chiesto del perché
delle guerre, della fame e di tanti orrori, sperando che almeno lui
avrebbe saputo darmi le risposte convincenti che non ho mai trovato.
Me le ha date, ma in arabo. Il Don Abbondio medio orientale sembrava
essere sicuro del fatto suo mentre io lo guardavo stupito, poi con un
movimento fluido è svicolato nella moschea dicendo che si era
fatta una certa... Con le idee più confuse di prima e ripreso
da un calo di energie ho mangiato uno schifo di natura ignota nel primo
locale che ho trovato (quella città era tra le più luride
mai viste), e ho raggiunto la fortezza di S.Gilles, perla di questo
luogo. Ovviamente era situata in cima ad una salita che mi ha demolito,
insieme alla calura dovuta alla cappa afosa che si era formata grazie
ad un malinconico cielo coperto, sotto cui mi sono sdraiato appena entrato
nel maniero. Dopo non so quanto tempo mi sono svegliato nell'atmosfera
biancastra tra le rovine spopolate, ho vagato ancora confuso su e giù
per le molteplici scalette in pietra che collegavano i diversi settori
del forte; nell'aria echeggiavano i canti degli altoparlanti di moschee
lontane. Ero solo e rincoglionito tra le macerie, e stavo decidendo
se era il caso di fare qualche fotografia quando ho incrociato un tizio
di mezza età, con una camicia che gli conferiva un aspetto inequivocabile.
Con procedere volutamente effeminato mi ha raggiunto ed ha iniziato
a chiedermi informazioni prima sul castello e poi su di me, tipo se
mi piacciono le ragazze. Gli ho risposto di si, e lui deluso mi ha detto
che gli sarebbe piaciuto in ogni modo parlare con me, e che viveva da
solo. Per me era un tormento solo reggermi in piedi e non avevo voglia
di fare conversazione alcuna, mi cominciavo a sentire una pollastrella
insidiata ma volevo riuscire a non essere scortese. Dopo aver scambiato
poche faticosissime frasi l'ho salutato ed ho continuato a vagare, finché
ho deciso che il mio stato fisico mi costringeva a tornare verso Beirut.
Sulla piazzola in cima ad una torre ho rincontrato il tizio garbato
che mi aspettava, mi ha detto:"Sai, io so cantare molto bene, dieci
anni fa sono stato premiato come migliore voce di Beirut !", "Me
ne rallegro !" ho risposto io aggiungendo un deciso "Arrivederci
!". Camminando per gli ampi piazzali vuoti l'ho sentito cantare
con voce quasi femminile che risuonava nel vento tiepido tra i muraglioni,
mentre intonava una canzone tristissima. Ero troppo stanco anche per
tirare fuori una sola lacrimuccia, e sono caduto nel primo autobus dove
mi sono addormentato cercando di dimenticare quella giornata.
Beirut 23.
11. 99
Sarei dovuto partire
per Baalbek, ma quando mi sono trovato alle sei di mattina sotto i bagagli
e già stanco, mi sono chiesto : "Ma chi me lo fa fare!?".
Senza attendere una risposta ero di nuovo dentro al letto, deciso a
prendermi una giornata di ferie. Sul tardi ho fatto una passeggiata
in centro dove si consumava una sonnolenta festa della liberazione dall'occupante
francese, che levò le tende nel 1946. Il fatto che sento Beirut
somigliante a Roma mi metteva parecchia tristezza, cercavo le cose che
della mia città senza trovarle, ne sembrava una copia senz'anima
e senza colosseo, e dovevo riuscire a disilludermi. Era la prima volta
durante tutti i miei viaggi che sentivo la mancanza di casa, stavo forse
invecchiando ?
Ho passato la serata da turista nullafacente in un bar con Yarub, in
quei giorni è stato di un'ospitalità esagerata, mi ha
praticamente mantenuto portandomi nei migliori locali e non ha mai permesso
che offrissi io; solo una volta sono riuscito a pagargli un succo di
frutta a tradimento mentre telefonava, ma credo di averlo offeso a morte.
Sono partito rigenerato e di buon'ora per Baalbek, il più grande
ed imponente sito archeologico libanese. Ho attraversato non so più
quanti posti di blocco siriani e libanesi, poi ho cominciato a vedere
i ben noti fuoristrada bianchi con la scritta UN sulle fiancate, i militari
aumentavano in percentuale rispetto ai civili e mi sono reso conto che
eravamo entrati in una zona "calda". La sensazione è
diventata più concreta quando insieme ai soldati in uniforme
cominciavano a girare personaggi in borghese col Kalasnikov a tracolla,
e gli Hezbollah offrivano caramelle ai turisti. Hezbollah è un
gruppo sciita fondato dall'Iran per contrastare l'invasione israeliana
dei primi anni ottanta. Gli sciiti sono il gruppo etnico-religioso che
più ha risentito degli attacchi nel sud del Libano, e fu proprio
qui a Baalbek che la Guardia Rivoluzionaria di Khomeini, con il benestare
dei Siriani, organizzò ciò che doveva contrastare l'imperialismo
occidentale… Ho conosciuto Nidal, un ragazzo di qui che mi ha
raccontato che questo è il punto di contatto tra siriani e ribelli,
e che tutti gli vogliono bene (ai ribelli). Si sanno far amare, sono
gentilissimi e servizievoli specialmente coi turisti, e sono impazienti
che qualcuno si faccia offrire le loro cure nel nuovissimo ospedale
modello qui vicino. La città è tappezzata di manifesti
di Hassan Nasral, il leader del "Partito di Dio", che ci guarda
rassicurante da dietro i suoi occhialoni. Nidal parla un pò l'Italiano,
quando passa un camion di militari mi dice: "Vedi quelli ? Sono
Siriani, ci hanno occupato... Basctardi !!". Anche lo spazio aereo
libanese viene spesso invaso, però dai caccia israeliani che
per ora si accontentano di fare delle fotografie dei movimenti a terra.
A questo loro hobby sembra che si siano abituati tutti qui. "Basctardi
!" si è limitato a dire Nidal alzando un dito in cielo.
Lo fanno per provocazione: se lo possono permettere perché hanno
sempre in mano gli ultimi ritrovati della tecnologia militare americana,
e le venerande contraeree arabe non sono mai in grado di far rispettare
il loro paese.
Sono partito per una località vicina, dove mi hanno detto che
c'è una foresta dei famosi cedri del Libano, simbolo del paese;
purtroppo l'autobus arriva solo fino ad un paesino a metà strada,
e per scavalcare il massiccio monte Dahr el Kadib ho dovuto fare l'autostop
sulla strada che partiva per la montagna deserta. Sotto di me si aprivano
i campi coltivati, qui fino a dieci anni fa era la zona di produzione
del migliore hascisc del Medio Oriente, il celebre "libanese"
veniva prodotto in quantità industriali sopratutto per trovare
capitali destinati all'acquisto di armi per la guerra che imperversava.
Qui passavano tutti i trafficanti europei, e trovavano un servizio completo
per il trasporto e tutto il resto. Poi, quando arrivarono i Siriani
bandirono la coltivazione di questi ricreativi arboscelli.
Dopo mezz'ora di attesa è passato il primo camion che si è
fermato sbuffando, l'autista era un simpaticone di 25 anni che subito
mi ha offerto tutto quello che aveva a bordo: panini, noccioline, chewing
gum e sigarette; io non ho potuto rifiutare nulla, però ho proposto
di fermarci, così avrei comperato qualcosa da bere. Ebbene, il
benevolo camionista Mohammad ha voluto pagare anche quello, spingendomi
da parte e rivolgendomi un'occhiata che non lasciava spazio ad altre
parole. Ancora non riesco ad abituarmi a quest'ospitalità così
totale ed avvolgente, mi sento spesso in imbarazzo e non c'è
alcun modo di sdebitarsi. Ripresa la salita, il camion paleolitico arrancava
col motore ululante, procedevamo a passo d'uomo zoppo, con la lancetta
del contachilometri che saltellava sullo zero senza mai riuscire a decollare.
Mi ha lasciato di fronte alla foresta con un bigliettino con su scritto
il suo indirizzo, così potrò spedirgli una foto; mi ha
anche presentato ad un suo amico barista che mi troverà un passaggio
per il ritorno. Mohammad è ripartito nel fracasso del suo mezzo
meccanico, il suo sogno era un Iveco turbodiesel, di cui custodiva una
foto dietro al parasole, vicino a quella di una giovane Gina Lollobrigida
che voleva sposare.
La "foresta" si riduceva ad una trentina di alberi isolati,
tra i quali ho passeggiato, scritto e meditato; poi ho raggiunto il
bar da cui sono partito che era già buio. Nella notte del paese
si scatenava una festa musulmana, era l'anniversario della sparizione
di un famoso Imam, qui sono tutti convinti che prima o poi tornerà.
Passano auto addobbate con striscioni e palloncini, gli Hezbollah offrono
dolci per le strade ed i giovani fanno sgommare le BMW sulla piazza
del paese.
Baalbek 24. 11. 99
Ho visitato le rovine della città romana che
mi hanno attratto fin qui, il sole splendeva e l'aria era limpida. Dopo
un breve giro di ricognizione mi sono reso conto che la grandezza e
la magnificenza dei colonnati alti 25 metri lo rende pari a nessun altro
mai visto: Baalbek fu costruita nel periodo fenicio ma deve però
i suoi splendori ai romani che ne fecero una colonia.
Nel corso di dieci generazioni di schiavi (furono almeno 100.000), riuscirono
a concentrare qui tutti i migliori artigiani dell'impero per realizzare
questa città, simbolo del potere romano sulle orde barbare dell'est.
Il tempio di Giove sorpassa nelle misure e nella grandiosità
qualsiasi altro costruito nell'impero. Ero lieto a scattare fotografie
su un enorme pietrone che dominava la scena, con la macchina sul cavalletto,
e mentre prendevo appunti, la brezza che mi batteva si è trasformata
inaspettatamente in una violenta ventata. Dietro di me ho sentito come
un fruscio soave, e quando mi sono girato ho visto le zampe del cavalletto
sparire dietro il bordo del masso su cui ero, un tonfo sordo mi ha avvertito
dell'arrivo a destinazione. Quando mi sono affacciato ho visto una specie
di zanzarone spiaccicato sul selciato romano, cinque metri sotto di
me. Era la prima volta che mi cadeva l'attrezzatura, simbolo della mia
espressione individuale e fonte di sostentamento, ero curioso di sapere
come avrei reagito. Speravo di sfogare la rabbia in un pianto liberatore
tra le rovine, invece ho iniziato a smontare obiettivo e pellicola,
infilando dentro le dita e cercando di sbloccare nervosamente i meccanismi.
Visto che resisteva, ho impugnato il mio fido coltellino svizzero che
ha cominciato a scavare per far muovere lo specchio interno, rimasto
fortunatamente integro ma con una postura parecchio originale. Purtroppo
per l'obiettivo non c'è stato nulla da fare, la macchina invece
l'ho sbloccata ma emetteva rumori strani e non mi fidavo ad usarla,
ho sfoderato quella di riserva, che speravo non mi tradisse dopo tanto
tempo passato insieme. Visto che quell'obiettivo mi era quasi indispensabile,
ho tentato di smontarlo in albergo, ma come era prevedibile, mi sono
presto trovato con una busta piena di viti microscopiche, indefinibili
pezzetti di plastica e lenti che non sarebbero mai tornate al loro posto.
In pomeriggio sono andato in un negozio di fotografia per comprare una
nuova testa per il cavalletto incidentato, mi ha accolto un giovane
fotografo allampanato, che spinto da un sincero spirito di mutuo soccorso
tra colleghi, si è subito messo all'opera tirando fuori pezzi
di vecchi treppiedi dal magazzino polveroso. Purtroppo non si adattavano
a quello rotto, stava per dirmi che non poteva aiutarmi, quando ne ho
visto uno in esposizione che faceva proprio al caso mio. Malauguratamente
costava troppo per le mie finanze, e per di più era quello che
lui usava per lavorare (l'assortimento non era un gran che), però
sembrava che la mia situazione avesse toccato la sua sensibilità:
avevo appena distrutto 2000 $ di attrezzatura che lui teneva tra le
mani come un uccellino morto. Così, a malincuore, ha preso il
suo cavalletto, lo ha impacchettato e dopo un breve negoziato l'ho convinto
a lasciarmelo a metà prezzo, insieme però al cadavere
del mio, che lui sicuramente saprà aggiustare. L'ho salutato
calorosamente e lui era commosso, non so se per la mia preziosa macchina
demolita o per il suo cavalletto rubato. E' curioso trovare tanta solidarietà
tra gli Hezbollah, in Italia nella stessa situazione mi avrebbero volentieri
alzato il prezzo. Così sono tornato alle rovine romane, e mentre
camminavo con la macchina fotografica di riserva appesa al collo ho
sentito il classico rumore dello sportellino della pellicola che aleggiava
liberamente, infatti così era: il gancetto che l'avrebbe dovuto
tenere chiuso, dopo venti anni di onorato servizio, proprio oggi ha
deciso di scioperare, bruciandomi così una buona dose di fotogrammi.
E' stata immensa la mia gioia nel poter finalmente usare il rotolino
di nastro adesivo che porto sempre con me (perché non si sa mai...).
Grazie a lui ho potuto terminare il mio lavoro, non senza aver rotto
(non so come) lo scatto flessibile che ho usato per fare le fotografie
notturne. Tornato in albergo ho rimesso le mani con calma sul mucchio
di pezzi che una volta formavano il mio obiettivo; mi ero procurato
i seguenti attrezzi : il solito coltellino 1000 usi (per la verità
solo sette, compreso il cavatappi), una limetta per unghie, un micro
- cacciavite ricavato da una forcina per capelli debitamente modificata
grazie alla limetta per unghie di cui sopra, ed una piccola lampadina
tascabile con pile al 30%, nonchè lo scotch che pensavo di utilizzare
laddove mancassero le viti o dove avessi trovato giochi eccessivi tra
le parti. Tenendo la lampadina in bocca e armato di S. Pazienza, ho
stretto il gruppo di lenti che si muovevano, e ho iniziato a ricomporre
il puzzle; dopo due ore, almeno a vederlo, è tornato come prima
dell' impatto. Per la verità anche se gli somigliava parecchio
e io sapevo che era il mio obiettivo, non sembrava proprio lui. Come
una persona uscita da una lunga malattia si sentiva che era scampato
a qualcosa che l'avrebbe segnato per sempre, e così pure la fotocamera;
entrambi se ne stavano lì sul comodino che si opponevano a qualsiasi
movimento provassi a fargli compiere, con l'autofocus impazzito e la
scritta "ERROR" che compariva ogni tanto sul quadrante. Si
rendeva necessario un test, perché quella coppia sgangherata
non mi convinceva. Pensavo che in quel posto ci fosse una maledizione
tipo quella di Tutankamon, non mi sarei stupito se le pellicole avessero
preso fuoco spontaneamente e se mi fosse esploso il flash.
Beirut 25.
11. 99
La presenza ossessiva dei manifesti del presidente siriano
Assad mi suggeriva che stavamo avvicinandoci a Beirut, vicino a questo
personaggio spesso si affiancava un altro ritratto di un militare in
mimetica con barba nera e Ray Ban. Guardava raggiante l'orizzonte ed
era circondato da un aura bianca sullo sfondo di un cielo azzurro, che
stonava abbastanza con la sua immagine da "commando". Ho saputo
che era il figlio maggiore del presidente, e lo hanno fatto martire
anche se si è schiantato con la macchina in una corsa folle.
A proposito di schianti: ho fatto esaminare l'attrezzatura: per l'obiettivo
mi hanno consigliato di continuare a muoverlo con la forza, invece alla
macchina fotografica hanno fatto bene le coltellate che le avevo dato,
anche se l'autofocus non funziona. L'indomani sarei partito per Sidon
con l'attrezzatura invalida ma sereno.
Beirut 27.
11. 99
Il viaggio verso Sidon è iniziato all'alba su
un pullman pieno di gente che lavorava a Beirut e tornava a casa per
il fine settimana; ero in un bar a prendere un caffè che completasse
il risveglio, insieme a me nella sala erano accomodati attempati e taciturni
fumatori di narghillè; l'atmosfera decadente mi ha ricordato
il quadro "I bevitori d'assenzio" di Degas. Evidentemente
mi ero portato dietro la "Maledizione di Baalbek", perchè
alzandomi ho inavvertitamente dato un colpetto sul tavolo con il treppiedi
nuovo: ebbene, contro ogni legge della resistenza agli urti, la testa
si è staccata cadendo in terra e rimbalzando in mezzo alla sala.
Io ero sbigottito, gli anziani non ebbero una sola emozione. Evidentemente
avevo colpito proprio nel preciso punto ove risiedevano tensioni strutturali
oscure al costruttore, sono certo che solo quel cavalletto, e solo lui
si poteva rompere per un sì delicato urto, ma solo su questo
preciso tavolo. Visto che il treppiede veniva dal lontano Oriente, io
dall'Italia, il tavolo era stato costruito da un sapiente artigiano
del monte Libanon, e tutti e tre ci trovavamo a Sidon, non potevano
esserci dubbi sul fatto che ci trovavamo ai vertici di una triangolazione
malefica. Avevo usato quello strumento ancora troppo poco per sottomettermi
al fatto che aveva finito la sua storia, così, passando per il
suq, ho comperato colla e filo di ferro, con cui ho messo a punto un
appagante rattoppo. Tornato ai miei impegni professionali, sono andato
a visitare il castello; il cielo era imbronciato dalle nuvole e l'aria
molle, ho dovuto attendere parecchio perché arrivasse qualche
chiazza di azzurro e scattare poche fotografie, per farne altre mi sono
servito dei terribili filtri colorati che ho sempre disprezzati, ma
che a volte salvano dal grigiore del mondo. In pomeriggio ho proceduto
a sud, fino a Tyre, ma le sue rovine romane potevano essere interessanti
solo per un archeologo: allineati su un campo centinaia di sarcofagi
tutti uguali e alcuni ancora con le ossa dentro, intorno a questi un'infinita
distesa di cocci senza molto appeal.
La zona visitata è vicinissima alla "Fascia di sicurezza"
occupata da Israele, nonostante i miei sforzi non riesco sempre a mantenere
la mia neutralità riguardo al conflitto arabo - israeliano. Vedendo
alcuni campi profughi palestinesi mi chiedo come possa chi ha subito
l'orrore del nazismo sfogare su altri esseri altrettanti dolori.
Beirut 27.
11. 99
Il sito archeologico di Byblos contiene resti di tutte
le epoche, e sembra che sia la più antica città del mondo;
si trovano vicini - e a volte sovrapposti - segni di civiltà
che vanno dal quinto millennio AC. Fu luogo di influenze culturali di
ogni tipo, tra cui popoli nomadi del deserto dell'Arabia ed Egiziani,
che da qui imbarcavano i cedri diretti alle loro terre, e scaricavano
oro, alabastro, papiro ed altro. Presto Byblos fu trasformata in stato
vassallo, e si diffuse il culto di Iside e Osiride. Alla fine del 13°
sec AC fece la comparsa quello che può essere considerato il
precursore del nostro alfabeto; anche se quello di Ugarit è più
antico, questo non è cuneiforme ma più corsivo, adatto
quindi ad essere riportato su papiro, e da questo la sua diffusione.
A Byblos passarono Ittiti, Assiri ed altri, finchè, sotto il
controllo persiano ci fu un rifiorire dei commerci che continuò
anche sotto Alessandro il Grande quando divenne un regno semi indipendente.
Con i Romani la città conobbe il declino per motivi ecologici,
la maggior fonte di ricchezze, i cedri del Libano, era esaurita. Dopo
la decadenza del periodo bizantino e l'occupazione araba, Byblos si
riguadagnò importanza durante le crociate che gli donarono un
maniero (oggi in restauro) sulla collina. Gli abili Genovesi che qui
trafficavano incrementarono il commercio con l'Europa per poi abbandonarla
in mani arabe grazie alla convincente opera del "Feroce Saladino"
(Salah-ud-Din). Ai giorni nostri appare una distesa di pietre a due
dimensioni troneggiata dal castello, e una collina popolata da palazzi
moderni (ovvero brutti). La spiaggia sottostante ne fa un paradiso vacanziero.
Sono tornato a Beirut deluso, passando attraverso un interminabile serie
di night club che coloravano la notte costiera con donnine al neon.
Beirut 28.
11. 99
Con un lungo viaggio in taxi sono stato a Beit-ed-Dine,
il penultimo degli appuntamenti libanesi, la guida ne parla come di
una stupenda costruzione tra le montagne, e sembra che siano occorsi
quaranta anni per portarla a termine. Era la residenza dell'Emiro Bashir
Shibab II nel 19° sec., e il suo nome significa : "Casa della
fede". Le sue dimensioni mi hanno subito fatto capire che ne era
all'altezza, ma evidentemente ancora ho addosso la "Maledizione
di Baalbek", che a quanto pare non colpisce solo l'attrezzatura,
ma proprio il mio lavoro: la parte più bella dell'ingresso era
recintata, e non ci si poteva entrare nemmeno dietro le mie più
umili suppliche agli inflessibili guardiani, il percorso turistico era
ben delimitato da grossi cordoni che mi guidavano senza possibilità
di fughe "involontarie". La parte superiore era blindata e
inaccessibile, nelle due stanze più belle mi ha accolto un cartello
con il divieto di fotografare in tutte le lingue , ed io ero ormai sorvegliato
a vista da feroci custodi. Ho chiesto di parlare col direttore per un
permesso straordinario, in fondo con queste fotografie avrei fatto conoscere
il posto a parecchi viaggiatori ed era anche loro interesse. Dopo mezz'ora
è tornato un impiegato genuflesso, dicendomi che le fotografie
si potevano fare solo dall'esterno del palazzo; io sono diventato una
belva, gli ho detto che mi avevano estorto un prezzo esorbitante per
l'ingresso quando poi solo una piccola parte - e non la migliore - era
visitabile, che non c'era un fottutissimo autobus per arrivare in quel
posto e che non ero riuscito a fare una cazzo di fotografia. Ho concluso
la mia arringa dicendo che potevano andare tutti a farsi fottere e che
gli avrei fatto una pessima pubblicità, li avrei distrutti !
Lui si contorceva, non so se stava recitando per compiacermi oppure
se era veramente amareggiato per la situazione; io sono andato via pensando
che a parte le fotografie di Beirut e di Baalbek, le immagini del Libano
sono veramente poche, confuse e banali.
Mi aspetto che domani ad Aanjar succederà qualcos'altro, ma spero
che la maledizione che mi porto dietro non riesca a passare il confine
siriano.
Damasco
29. 11. 99
Ad Aanjar non è successo proprio niente, il sito
archeologico era praticamente uguale a tanti altri, ho scattato le mie
solite tre fotografie di cui quasi certamente ne scarterò due.
Da lì sono partito per la vicina frontiera con la Siria, grazie
al passaggio offertomi da un tassista che già portava uno strano
e anziano personaggio in impermeabile grigio. Pareva il dentista del
film "Il maratoneta", e prima di farmi salire ha voluto vedere
il mio passaporto. Ha detto poche e strane cose che faticavo a comprendere,
l'ultima è stata. "Syria border line, troubles!", indicando
col dito raggrinzito la costruzione militare che sbarrava la strada,
"Good luck !" ha aggiunto con un sorriso sinistro. Loro tornavano
indietro, ma gentilmente il tassista mi ha procurato un passaggio da
un suo collega siriano; dai classici vecchi Mercedes libanesi tornavo
ora alle imponenti auto americane anni '60 e '70 dalle cilindrate navali
e dai cofani che mi ricordavano piazzale Flaminio. Ero il settimo passeggero
di una station wagon in cui mi sentivo la classica sardina, gli altri
passeggeri erano tutti Siriani abbastanza poveri e molto tesi, compreso
l'anziano autista. Stavolta per me alla frontiera non ci sono stati
problemi, anche perché ho avuto la brillante idea di scrivere
"Professione: f. pubblicitario" (dove "f." sta per
fotografo) sul questionario all'ufficio immigrazione, questo per evitare
la verità ma senza mentire troppo. Gli altri passeggeri parlavano
poco e fumavano molto; durante le cinque soste nei vari posti di blocco
si scambiavano occhiate rigide e mezze parole, il tassista si comportava
da esperto del posto, finché all'ultimo sbarramento uno dei doganieri
ha chiesto di aprire il portabagagli. Loro hanno sbiancato tutti, io
stavo sudando freddo per la situazione in cui mi trovavo involontariamente
coinvolto, pensavo che dietro di me ci fossero nascosti grossi mitragliatori,
o magari sacchi di droga, di cui avrei sicuramente chiesto un assaggio
se l'avessimo scampata. A questo punto un rotolino di banconote è
scivolato da un passeggero nelle mani del tassista, per poi finire nel
taschino del militare che ha subito chiuso il bagagliaio. Il taxi è
ripartito con una discreta e impercettibile sgommata, i tipi seduti
con me già erano euforici e si giravano a salutare con le mani
facendo sberleffi; quando gli ho chiesto cosa portassero, con mia grande
delusione hanno iniziato a tirare fuori buste annodate contenenti scarpe
da ginnastica americane, se le passavano di mano in mano ammirandone
le strisce colorate e i catarifrangenti. Siamo giunti a Damasco di gran
carriera e sono stato scaricato nel parcheggio da cui ero partito due
settimane fa, ho preso un altro taxi, stavolta era una "Dart"
con due lunghissime code che le sfilavano dietro, se fosse stata nera
poteva essere la "Batmobile". Invece di Batman la guidava
un delizioso centenario tutto pelle e ossa, una miriade di rughe disegnavano
una ragnatela sul suo volto stanco ma sereno, incorniciando stretti
occhi diafani. Appena sono entrato nell'auto un senso di pace mi ha
pervaso, l'anziano signore riusciva ad infondere una tranquillità
che rendeva il suo taxi un'oasi di pace immersa nel traffico caotico
della metropoli. Mi parlava sottovoce con tono accomodante, non riusciva
a trovare il mio hotel, allora ha detto che ci saremmo fermati e serenamente
avremmo studiato le mappe. Ha accostato il transatlantico senza esagerare,
e il traffico che seguiva si è bloccato. Noncurante che tutti
gli suonassero imprecando, lui ha preso con calma la mia guida, e lo
stesso ha fatto con i vetusti occhialini da lettura che riponeva in
un apposito porta occhiali che però non trovava. Lentamente li
ha posti sul naso. Dopo averli aggiustati ed essersi lisciato la barbetta
a punta, abbiamo cercato di capire dove eravamo, dove volevamo andare
e perché. Finalmente mi ha detto che forse, nell'infinita saggezza
che l'età gli conferiva, una luce dentro di lui illuminava la
strada che ci avrebbe condotto alla meta. Mentre procedevamo lungo questo
percorso mistico, mi sembrava che la "Batmobile" azzurra viaggiasse
su una nuvoletta ad un metro dall'asfalto, ed i rumori, i clacson, le
parolacce in arabo giungevano ovattate in quel piccolo paradiso cigolante.
Siamo infine giunti, e mi ha salutato abbracciandomi come un parente
stretto, felice di avermi trovato un ricovero per la notte fredda e
scura che si avvicinava. Ho preso posto in albergo e ho contattato Raja,
la madre di Yarub, come mi aveva consigliato di fare lui; quindici anni
fa le nostre famiglie erano vicine di pianerottolo a Roma, ed ora loro
erano tornati a vivere a Damasco. Lei mi ha detto di attenderla nella
hall, infatti poco dopo il suo autista mi ha chiamato dicendo di portare
i bagagli perché sarei stato loro ospite. Lei non era cambiata
molto, sempre con la sua aria fragile e un pò ansiosa, sembrava
che tutte le pene del mondo passassero attraverso di lei. Io, invece
non dovevo essere molto riconoscibile ai suoi occhi, molto più
lungo e stretto di una volta. Viveva con le altre due figlie, in un
quartiere fuori Damasco; io sono stato sistemato nella camera di Yarub
che ora è assente, e ho ritrovato le sue sorelle che quando le
avevo viste l'ultima volta erano dei fagotti in passeggino, ora sono
delle adolescenti dinamiche, esplosive e internazionali; cosa che mi
ha fatto sentire alquanto stagionato. Ovviamente, anche qui - sopratutto
qui - l'ospitalità degli arabi raggiunge i massimi livelli, non
mi sono mai sentito così ben accetto nemmeno dentro casa mia,
Raja mi ha promesso anche le prestazioni del suo autista per le mie
gite. Ora che comincio ad abituarmi a questo modo di essere accolto
anche dagli sconosciuti, capisco che per noi la parola "ospitalità"
significa proprio un'altra cosa, volendo si potrebbe girare tutto il
Medio Oriente passando da una casa all'altra e, come scriveva Burckardt,
semplicemente dicendo "arrivederci" quando si parte. Anticamente,
nei paesi, era istituito un fondo per mantenere i viandanti durante
le loro soste, ed i pellegrini erano oggetto di contesa tra gli abitanti
dei villaggi, che per l'occasione uccidevano l'animale migliore per
cena.
Damasco
30. 11. 99
Oggi ho visitato la grande "Umayyad Mosque",
non a caso classificata tra i più importanti ed imponenti luoghi
di culto musulmani esistenti. E' praticamente un paese nella città,
nella quale giocano bande di bambini e dormono gli anziani; ci si arriva
attraverso uno dei labirintici suq della città, molto vitali,
coloriti e accoglienti. L'impatto con l'architettura della moschea è
entusiasmante, si possono passare delle ore seduti nel cortile perdendosi
nei raffinatissimi mosaici che lo decorano. Anche il punto su cui è
costruita sembra che da tempo immemore sia stato volto a luogo di culto,
già 4000 anni fa era il tempio del dio della fertilità
e della pioggia, che i romani poi tradussero negli equivalenti Venere
e Giove. Nell'era bizantina fu convertita nella chiesa di S. Giovanni
Battista, fino a quando nel 661 Damasco fu ripresa dagli arabi e divenne
capitale dell'Impero Islamico; fu allora che la dinastia degli Umayyad
iniziò dei grandiosi lavori per farne il più grandioso
monumento all'Islam. Quando sono uscito sono passato in un'altra moschea,
la Saida Ruqquiyeh, estremamente decorata, e con mosaici di specchi
sul soffitto che la facevano assomigliare a una discoteca. In mezzo
alla sala delle preghiere troneggiava una gabbia con griglie d'argento
dalla lavorazione certosina, questa emanava dall'interno una luce verde,
il colore dell'Islam, che contribuiva a dare un bell'effetto psichedelico.
Mi sono accorto quasi subito che buona parte dei fedeli appena la toccavano
scoppiavano in lacrime, e solo dopo aver pianto e aver fatto diverse
flessioni si ritiravano soffiandosi il naso. Ho riflettuto a lungo sugli
effetti della religione sulla condizione umana e ancora mi chiedo se
faccia bene o no; comunque i Siriani, fuori dalle moschee, sono tra
i più simpatici, tranquilli e pieni di buonumore tra i medio
orientali.
Damasco
1. 12. 99
Oggi ho continuato la perlustrazione della città,
ero in un caffè quando un ragazzo che fumava l' "Hubbly
bubbly" mi si è presentato; era uno studente di archeologia,
e mi ha dato alcuni consigli per il mio viaggio. Poco dopo la sala è
stata riempita da un altro gruppo di suoi amici, facevano un gran baccano
e mi passavano i tubi dei loro narghillè alla menta. Ho conosciuto
una studentessa di lingue con cui, imprudentemente siamo finiti a parlare
di politica, l'onnipresente volto del "Grande fratello" Assad
mi ha ricordato che si era fatta una certa, così mi sono dileguato
verso casa. I manifesti del presidente sono ovunque per le strade, nei
negozi e anche sulle auto, spesso circondati da fantasie di cuoricini,
o affiancati dal ritratto del figlio ramboide schiantato e martire.
Damasco
2. 12. 99
Ho lasciato Damasco di buon'ora, dopo aver salutato
Raja in ansia come una madre che vede partire il figlio militare, in
quei giorni che ho passato lì è stata veramente materna,
mi ha sfamato, lavato i vestiti ormai lerci che avevo e me ne ha dati
di nuovi sfilandoli dal guardaroba del figlio. Questo break con la vita
da viaggiatore mi ha rimesso in sesto, cominciavo a sentire il bisogno,
di tanto in tanto , di un letto comodo e di un pasto decente. Carico
di nuove energie sono ripartito per Hama, dove sarò in sosta
strategica vicino un paio di luoghi assai importanti. Questa città
è famosa per i suoi mulini ad acqua i "norias", che
provvedono ancora, dopo 800 anni di servizio, ad irrigare i campi circostanti.
Ci sono 17 "norias" per la città, ed hanno delle dimensioni
da ruota di luna - park, il più grande ha un diametro di venti
metri. Questi, azionati dalla corrente del fiume, portano l'acqua in
alto scaricandola in una rete di acquedotti soprastante così
da irrigare la campagna limitrofa.
In città la vita scorreva tranquilla con cadenza arabo - olandese,
e i negozianti mi invitavano per il tè; non si potrebbe pensare
che è stato il teatro di una delle più feroci repressioni
militari di tutta la Siria, quando Raja me lo raccontava aveva le lacrime
agli occhi. Fu nel 1979, quando un gruppo di oppositori al regime di
Assad tentò di rovesciare il potere tuttora esistente per cercare
di instaurare più rigide regole islamiche. A questo il presidente
oppose una presenza militare ferrea e brutale nella zona, sembrava che
il paese fosse sull'orlo della guerra civile, finché la Fratellanza
Musulmana (questo il nome degli estremisti islamici filo iraniani) portò
a termine numerosi attentati, tra cui uno alla scuola di artiglieria
di Aleppo, dove morirono 32 allievi ufficiali. Continuarono con la loro
opera destabilizzante richiamando i cittadini alla rivolta popolare,
il presidente Assad rispose duramente, voleva dare una lezione esemplare
a questo tipo di manifestazioni: i suoi carri armati per tre settimane
misero a ferro e fuoco la città lasciandola in ginocchio devastata.
Malgrado ciò incontravo ancora i ritratti del "Grande fratello"
che oltre ad apparire nelle sue forme statuarie più ufficiali
e disposte in punti strategici, compare anche sugli adesivi attaccati
alle auto, stavolta accompagnato sia dal figlio morto che da quello
di riserva, il secondogenito, dotato di un espressione non geniale e
al quale hanno infilato dei Ray - Ban e una mimetica in cui non riesce
proprio a stare con il suo aspetto impiegatizio stataloide. Quello che
gli rivolgono qui, più che un amore spontaneo, sembra essere
una specie di tributo formale, che tutti sono tenuti a pagare.
Tartus,
3. 12. 99
Sono partito a bordo di una splendida Pontiac del '53
verso Krak de Chevaliers, in Italia un viaggio in un'auto così
si può fare solo quando ci si sposa. Ero in compagnia di un gruppo
di Tedeschi, uno dei quali inciampava ovunque, ed io cercavo di stargli
alla larga vista la sua mole. La presenza del castello era solenne,
domina la valle sorretto dai suoi muri imponenti dall'aspetto invalicabile;
la posizione strategica permetteva di controllare gli accessi dalla
costa verso l'interno della Siria. Anche qui, come in molte altre fortificazioni,
si successero Crociati, emiri arabi e sultani mamelucchi. Nei periodi
di dominazione cristiana qui si offriva rifugio ai pellegrini in rotta
per Gerusalemme, servizi offerti da un ordine religioso specializzato
in questo, e che venne presto a formare una potentissima rete di protezione
ai Crociati.
Tartus è il secondo porto siriano. Anche lì la gente era
estremamente cortese ed ospitale, non avevo passato un solo momento
di solitudine, anzi, a volte avevo problemi quando cercavo di leggere
o scrivere senza avere qualcuno che venisse a fare amicizia o mi offrisse
un tè; mi sono pentito, a volte, di essere stato un pò
freddo nel tentativo di stare in pace. Ovviamente si sta in pace anche
con loro, spesso i negozianti che mi vedevano passare mi invitavano
a sedere davanti una tazza di caffè anche se non parlavano l'inglese:
stavamo lì in silenzio rivolgendoci qualche sorriso, a loro faceva
solo piacere di avere compagnia, e raramente tentavano di vendermi qualcosa.
Stavo imparando a bere i loro infusi con la lentezza orientale che li
distingue, prima il caffè lo trangugiavo in pochi secondi come
si fa da noi, qui invece è un'esperienza meditativa che dura
anche delle ore. Lo stesso vale per il fumo, mi trovavo spesso seduto
davanti a un narghillè che borbotta per quaranta minuti, e vedevo
le sigarette solo come la rapida e occidentale soddisfazione di un vizio.
Di fronte a me avevo ancora una volta il mare, quello che sentivo mio,
il Mediterraneo, con la sua brezza tiepida e l'odore di casa. A Tartus
l'atmosfera è magica, grazie sopratutto alla città vecchia
che ha inglobato le abitazioni tra le sue mura; da qui si diramano vicoli
e scalette che spesso finiscono nel nulla o di fronte ad un muro, rendendo
imprevisto il passeggiare.
Lattakia
4. 12. 99
Ho visitato un altro castello, Qlat Marquab, simile
agli altri per l'architettura e le condizioni spoglie, ma sopratutto
per il prezzo d'ingresso sproporzionato. Come gli altri l'ho trovato
in restauro, quindi forse tra qualche tempo lo si potrà apprezzare
di più. Mi aspettava quello di Qlat Saladin, e per questo mi
trovavo a Lattakia in sosta tattica, la città mi ha sorpreso
in positivo. E' il principale porto Siriano, e pulsa di fervida vita
occidentale; anche le ragazze sembrano essere riapparse, da quando ho
lasciato Beirut pensavo che si fossero estinte, le uniche che si vedevano
erano anziane e coperte dalle coltri da cima a piedi. A parte questo
e le tante luci delle vetrine alla moda non c'è gran che da vedere:
molti giovani, molto traffico e molti clacson, solita comunque l'ospitalità.
Ho conosciuto un ragazzo del posto molto gentile, oltre ad avermi pagato
il taxi, mi ha aiutato a trovare l'albergo e mi ha proposto di farmi
da guida l'indomani. Poi in un bar ho conosciuto un marinaio olandese
alquanto fuori di testa, abbiamo parlato nostalgicamente di quanto sia
bello farsi i cannoni in libertà lungo i canali. Lui era piccolo
e moro come un arabo, e stava in compagnia di un suo collega siciliano
biondo con gli occhi azzurri...
Aleppo 5.
12. 99
Ho visitato il castello di Qlat Saladin, dedicato al
"Feroce saladino" di cui si fa necessario a questo punto un
breve cenno:
BREVE CENNO:
Quello che noi conosciamo col nomignolo di "Feroce
saladino" in realtà qui è visto come un eroe nazionale,
e a ragione, visto che a lui che si deve l'unione delle terre musulmane
dopo il 1186. La prima crociata cristiana dopo la conquista di Gerusalemme
ed altre città chiave aveva creato dei luoghi blindati dalla
minaccia dei Mori. Tra queste troviamo Crak de Chevalier, Qlat Marquab,
Qlat Saladin e Kerak; questi, con pochissimi uomini potevano rimanere
imprendibili grazie "solo" alle loro fortificazioni. Questa
situazione non andava bene agli Zengidi che ripresero Aleppo agli infedeli
ed impiantarono qui un "centro anti-crociati"; la risposta
da Roma non si fece attendere, ma la seconda crociata su Damasco finì
in un fallimento.
A questo punto ecco apparire Salah ud-Din, capitano delle forze Zengide,
spedite in Egitto per restaurare l'autorità e le regole Sunnite
ortodosse; al suo ritorno, spinto da questo combattivo spirito islamico
decise di unire tutte le terre musulmane dal Cairo A Baghdad sotto il
nome della dinastia Ayyubid (in onore del nome del di lui padre). Nel
1187 riprese Gerusalemme, e poi Acre, Sidon, Beirut e Byblos; nell'anno
successivo aveva conquistato almeno cinquanta postazioni crociate lasciando
isolate quelle più imprendibili, eccetto il castello che gli
deve il nome.
Le rovine del castello
non le ho trovate troppo rovinate, con i soliti lavori in corso che
lasciano sperare in tempi migliori ma lo stato generale era buono.
La cosa più bella era la l'ubicazione: dominava infatti una foresta
di pini da sopra una montagna impervia. Per raggiungerlo dal paesino
distante 6 km in cui mi ha scaricato il pulmino, mi attendeva una squadra
di taxi motociclisti, il primo del turno era il più terribile.
Mentre gli parlavo mi veniva da ridere perché era la copia esatta
di Thomas Milian quando impersonava il "Commissario Giraldi".
Oltre all'inequivocabile somiglianza fisica, anche lui vestiva jeans
attillati, giacca di pelle nera, cappellone di lana multicolore ed occhiali
Ray - Ban; ovviamente anche la motocicletta non era da meno: cavalcava
un enduro smarmittato e male in arnese. Dopo una rapida e decisa contrattazione
sul prezzo, siamo partiti scoppiettando per i tornanti sui quali lui
sfrizionava giulivo. Raggiungevamo velocità da brivido nei rari
rettilinei marciando sul limite dei precipizi, per poi rallentare con
rombanti scalate di marcia (i freni non dovevano essere un granché)
prima delle curve che impostava con sapienti e calibrate pieghe. A me
era passata la voglia di andare al castello, volevo fare un inseguimento
ad una vecchia "Giulietta" carica di malviventi che ci sparavano
addosso, però non ce n'era traccia, e per quello lui si era ridotto
a dover fare il taxista. Comunque siamo arrivati vivi ed io, dopo aver
salito scoscese scale ed attraversato le molte difese del maniero, ho
vagato e fotografato tutto il fotografabile. Stavo anche per fare la
stessa fine della fotocamera un paio di settimane fa quando, salito
su una delle torri di avvistamento (da lì si poteva vedere qualsiasi
cosa a 360° per decine di chilometri), il solito vento beffardo
ha cercato con tutte le sue forze di sbattermi di sotto da uno dei bastioni,
con sicuro effetto spettacolare. Sarei stato curioso di sapere come
avrebbe reagito la Nikon di fronte a quella situazione: certamente si
aspettava che prima o poi sarebbe dovuto accadere... Anche se siamo
tornati giù entrambi integri attraverso le scale, ci attendeva
il ritorno in paese con Thomas Milian; l'abbiamo sentito arrivare quando
era ancora lontano di parecchi chilometri.
Arrivato a Lattakia, prima di prendere l'autobus per Aleppo, mi sono
fermato a bere un caffè sui tavoli di un bar del centro, volevo
gustarmi l'ultimo sole pomeridiano immerso nell'atmosfera mediterranea
che avevo intorno; arabi veterani leggevano il giornale o giocavano
a backgammon con poco impegno, ragazzi delle scuole medie tornavano
a casa nelle loro divise verdi, ed una cicciona vendeva le caramelle
in mezzo alla piazza fumando il narghillè. Sono riuscito a farmi
scorrere tutto addosso da spettatore, cercando di non pensare a nulla
e scaldandomi la faccia al sole tiepido.
Più tardi, quando sono andato a recuperare lo zaino in albergo,
il proprietario mi ha fatto nuovamente un mucchio di domande sul mio
lavoro di cui non gli ho fatto misteri, ma credo che abbia avuto richiesta
di informazioni sul mio conto da qualche oscuro ministero antispionaggio,
i cui impiegati che oramai si sentono sorpassati da sistemi satellitari
e diavolerie elettroniche, cercano di giustificare lo stipendio che
prendono accanendosi su prede facili come me, che ho fatto la cazzata
di scrivere qual è il mio vero lavoro sul questionario apposito.
Paradossalmente se una vera spia volesse fare il suo lavoro potrebbe
tranquillamente entrare in Siria con un tour organizzato e poi far perdere
le proprie tracce (cosa che credo avvenga tutti i giorni), ma per i
militari, chi fa l'agente segreto lo dice apertamente, e si porta appresso
10 chili di attrezzatura fotografica, sessanta pellicole ed un cavalletto
messo in bella mostra sullo zaino. Questo mi fa sentire abbastanza perseguitato,
e anche nell'albergo ad Aleppo il proprietario si comportava in modo
strano; sulle prime cordialissimo si è fatto dare il passaporto,
poi dopo un paio d'ore si è presentato in camera visibilmente
agitato chiedendomi di riempire di nuovo il formulario con i miei dati;
quando ho scritto il solito "F.pubblicitario" ha fatto mille
domande a cui ho dato altrettante risposte, anche se non ne ha capita
nessuna. Credo che anche lui sia stato impaurito da qualche segnalazione
del KGB siriano, che penso stia seguendo i miei movimenti (qui anche
per prendere l'autobus vogliono vedere il passaporto e documentano tutto).
Non vorrei diventare paranoico ma mi sento pedinato. Da una parte la
cosa mi diverte pure, non mi ero mai sentito così James Bond;
purtroppo però non frequento grandi alberghi ma bettole pulciose,
e delle bionde non v'è traccia.
Aleppo,
6. 12. 99
Sono stato in giro per i "suq" della città,
molto diversi da quelli di Damasco, soprattutto perché i tetti
sono in muratura e a volta; quelli di Damasco erano in lamiera ondulata,
sforacchiati da numerosi colpi d'arma da fuoco sparati dagli Arabi per
festeggiare il ritiro delle truppe tedesche ed ottomane nel 1917, e
poi quelli sparati dagli aerei francesi per calmare i rivoltosi Drusi
nel '25. Anche la merce esposta qui è molto meno commerciale,
si trova dell'ottimo artigianato ed è un piacere vedere i vecchi
Siriani impegnati nelle trattative sulle bancarelle. Mi ha attirato
tra i tessuti di una di queste un ragazzo molto gentile, dopo aver parlato
del più e del meno e dopo diversi caffè, l'astuto mercante
ha cacciato fuori i suoi monili, e non ho potuto fare a meno di comprare
diverse collane ed anelli, le cui trattative sono state assai lunghe
perché lui, vista la confidenza che si era creata, era partito
da troppo lontano. Ho passato così un'intera mattinata, costretto
nel piccolo spazio della bottega e sommerso da montagne di stoffe multicolore.
Per accordarci ho dovuto usare tutte le mie armi dialettiche e le tattiche
psicologiche più raffinate; alla fine, esausti, ci siamo stretti
la mano di fronte al pacchettino come due veri gentlemen, e mi ha anche
invitato a pranzo a casa sua. All'uscita del suq mi attendeva una pioggerella
fastidiosa che rendeva la città più caotica del solito.
Le auto noncuranti continuavano a sfrecciare tra i pedoni sull'asfalto
viscido, e qui si rende utile una
PICCOLA
PARENTESI SUL VIVERE DA PEDONI NEI PAESI ARABI
Sulle nostre strade chi va a piedi è quasi sempre
degno di un certo rispetto e timore da parte degli automobilisti, perfino
i più "coatti" usano dare la precedenza al pedone anche
quando questo attraversa la strada dove non dovrebbe. Qui è l'opposto,
le auto non fanno il minimo cambiamento di rotta per evitare il disastro,
anche una leggera frenata sembra essere una cosa alla quale non si ha
alcun diritto. Attraversare gli ampi viali su cui procedono a velocità
folle antichi catorci a quattro ruote diventa dunque un'impresa di calcolo
di traiettorie che richiede grandi doti matematiche e spesso grande
fortuna, ma anche quando le auto sono incolonnate nel traffico e ci
si procede in mezzo zigzagando, se una di queste avanza lentamente,
anche quella dietro pretende di farlo, noncurante se c'è qualcuno
in mezzo. Particolare attenzione meritano i taxi e i "service",
pulmini collettivi che caricano e scaricano passeggeri ovunque mediante
repentini accostamenti al marciapiede. Questi mezzi tentano di stipare
nell'abitacolo chiunque vada a piedi, prima con decisi colpi di clacson,
poi se il pedone non reagisce lo puntano sempre di più finché
egli è costretto a salire a bordo o a scappare sul marciapiede,
per evitare di essere spiaccicato. Giorni prima durante una passeggiata
ho fatto l'errore di chiedere un'indicazione ad un guidatore di questi
"service" in sosta, lui mi ci voleva portare , ma io avevo
voglia di camminare perché ero stato mezza giornata in autobus,
ha detto che mi avrebbe accompagnato gratis. Non poteva intendere il
concetto di passeggiata. Gli ho detto che non era questione di soldi,
anche perché i taxi costano poco più di niente, ma che
volevo comunque andare a piedi. La sua generosità araba non gli
ha permesso di lasciarmi andare via, con l'aiuto del figlio mi hanno
sequestrato di forza e mi hanno infilato nel Wolkswagen, lasciandomi
poi a destinazione. Un'altra cosa a cui non mi riesco ad abituare è
l'uso - o meglio - l'abuso del clacson; suonano tutti e per i motivi
più insignificanti, e quando anche questi vengono a mancare,
si suona comunque, solo per affermare la propria esistenza sulle strade.
Si va dalla nota singola, rapida, decisa e ripetuta ad intervalli brevi,
fino alle affondate lunghe e continue di trenta e più secondi
quando c'è un intoppo; per non parlare poi dei camionisti, che
al posto del clacson hanno la filarmonica di Vienna al completo, di
loro tutto si può dire ma non che siano persone insensibili all'arte
e alla musica.
Deir-ez-Zor,
7. 12. 99
Ho pellegrinato a San Simeon, dove sono i resti del
tempio dedicato all'omonimo santo che visse intorno al '400. Visse per
modo di dire, perché presto abbandonò il monastero in
cui abitava per andare in cima alla collina, ricercando privazioni più
radicali e lontano dalle già poche persone che vedeva in convento.
Lassù salì in cima ad una colonna dalla quale non scese
mai più, per quarantadue anni provo' giovamento dall'esposizione
alle intemperie, e visto che era ancora poco, passava buona parte del
suo tempo con le braccia sollevate in preghiera. Per evitare che la
sua mente incontaminata fosse corrotta dal demonio sotto forma femminile,
non volle che tra i pellegrini che lo venivano a vedere da tutta Europa
ci fossero donne, compresa la madre. Immagino l'entità di queste
sue turbe a venti metri dal suolo, se alla presenza di chi l'aveva messo
al mondo non provava altro che pulsioni incestuose... Tuttavia, la sua
follia doveva essere tanto grande e lodevole che lo fecero santo: San
Simeone lo stilita, giustappunto. Il santuario venne costruito intorno
alla colonna dove campò appollaiato, che oggi si riassume ad
un ciottolone su di un piedistallo, visto che i suoi devoti, nel corso
dei secoli, usavano portarsi a casa un pezzo di pietra come souvenir.
Tra le rovine del convento, insieme a me, si aggirava un gruppo di Italiani
di cui ho ascoltato un po' i discorsi. Ho pensato che tra queste gite
organizzate deve girare un manuale (che io non ho ancora comprato) di
frasi fatte, argomenti di conversazione e lamentele da poter riciclare
in ogni situazione. Ho sentito le stesse cose in ogni luogo della terra
da me visitato... Uscendo ho conosciuto un altro taxi motociclista,
Ahmad, che per due dollari mi ha accompagnato con il suo trabiccolo
a vedere alcune tombe millenarie sparse nella zona, poi mi ha invitato
a pranzo nella sua casa in campagna, tra i polli e un cavallino timido.
Ci hanno accolto i suoi tre piccoli figli nella stanza disadorna, poi
è apparsa la moglie, ma senza manifestarsi troppo, e mi ha salutato
da lontano. Ci ha servito un pasto frugale ed è tornata all'ombra
dei fornelli. Moglie e figli non hanno mangiato con noi, l'avrebbero
fatto quando noi uomini avremmo finito, se fosse rimasto qualcosa.
I bambini erano impegnati a scalare il papà che ogni tanto se
li sgrullava di dosso, i loro unici giocattoli erano una palla, una
pentola sfondata ed un pezzo di "Mazinga", ma sembravano avere
negli occhi quella luce che i bambini occidentali gonfi di cose spesso
perdono. Alla fine del pranzo ho guardato Ahmad seduto in terra nella
stanza piena solo delle sue creature, assomigliava a Lando Buzzanca,
gliel'ho detto e ne abbiamo riso anche se non sapeva chi fosse. Ahmad,
un buon diavolo, aveva la mia età ma dimostrava molti anni di
più. Gli ho dato il doppio di quello che mi aveva chiesto e siamo
ripartiti sulla motoretta facendo scappare pargoli e polli. Alla fermata
dell'autobus ho incontrato due dei Tedeschi che avevo conosciuto a Qlat
Saladin, mi hanno consigliato di visitare un "hamam" (bagno
turco) di Aleppo, e così ho fatto: non potevo tornare a casa
senza averlo provato. E' uno dei più antichi, e risale al VII
secolo, ora completamente restaurato offre ancora un'accoglienza di
altri tempi. La hall è qualcosa di immenso, come il lampadario
che la illumina. Lungo le pareti su dei massicci piedistalli in marmo
c'è una fila di divani per il dopo sauna. Attraverso diversi
corridoi mi hanno guidato in uno stanzone ottagonale su cui davano le
varie saune e bagni turchi in cui mi sono accomodato. La visibilità
era nulla per la densità del vapore che in pochi minuti mi ha
ridotto in un uomo distrutto, senza la minima forza di reagire a nulla.
Per fortuna non c'era niente a cui dover reagire, ed è proprio
questa la finalità del sottoporsi al trattamento; contrariamente
a tutte le regole occidentali per cui bisogna sempre essere attivi e
con il cervello in moto come un'auto ferma al semaforo, questa è
una di quelle esperienze in cui si può e si deve essere completamente
passivi. Dopo non so quanto tempo, il fischio del vapore che era il
mio unico pensiero è stato interrotto dal secco battito delle
mani del massaggiatore; attraverso i soliti corridoi mi ha guidato in
un'altra grande stanza, anche questa illuminata da una miriade di fori
sul soffitto a volta, da cui la luce entrava materializzandosi sul vapore
in una moltitudine di raggi. Lì mi ha fatto sdraiare sul pavimento
di pietra, e dopo avermi tirato un paio di secchiate d'acqua mi ha massaggiato
con un guanto talmente ruvido che insieme all'energia da lottatore di
sumo che usava mi pareva di essere finito tra gli ingranaggi di una
ruspa, ma per poter apprezzare l'esperienza bisogna abbandonarsi liberando
i propri legamenti senza opporre alcuna resistenza. Alla fine, come
uno straccio uscito dalla lavatrice, mi ha infilato in sauna per circa
mezz'ora, allo scadere della quale il massaggiatore si è ripresentato
carico di asciugamani con cui mi ha ricoperto per poi stendermi nella
hall, davanti ad un tè fumante. Non so quanto tempo ci ho messo
per farmi riprendere dalla voglia di tornare a vivere e di pensare;
sarei potuto restare lì in eterno guardando le figure indistinte
della gente che passeggiava intorno alla fontana, il fumo che mi ondeggiava
davanti e ascoltando l'eco delle voci. Ho lasciato Aleppo, e la sera
sul tardi sono arrivato a Deir-ez-Zor, se non fosse l'unico posto in
cui si può dormire in questa zona, sarebbe da tirare dritto il
più lontano possibile. E' una città che si è sviluppata
grazie al fatto che si trova in un incrocio di autostrade: quella che
porta a Damasco e quella che da Aleppo va in Iraq, nonché ai
giacimenti petroliferi recentemente scoperti. La guida elencava diversi
alberghi, che però erano solo di lusso oppure "very dirty,
grotty and noisy", l'unico che stava nel mezzo di questi due estremi
era il "Khabir", dove un tassista mi ha scaricato. L'ingresso
non mi ha fatto presagire nulla di buono, comunque sono andato a vedere
oltre, sperando che fosse non troppo indecente; purtroppo le mie aspettative
sono state deluse, a cominciare dal proprietario che mi ha assalito
lasciando la cena che stava consumando con il figlio sotto una luce
bassa, in un'atmosfera da "Mangiatori di patate" di un quadro
di Van Gogh. Ancora col boccone in bocca mi ha mostrato un pagliericcio
su cui non avrei fatto dormire neanche il mio cane, infatti in quell'albergo
pareva non esserci neanche un cane. Mi ha detto che non costava molto,
mentre io pensavo che gli avrei dato quella cifra più volentieri
per dormire per strada, ma gli ho risposto che ci avrei pensato su.
Girando intorno al palazzo ho visto un'altra insegna di hotel, con il
nome scritto in arabo, sono salito per dare un'occhiata e mi sono ritrovato
ancora davanti ai mangiatori di patate che quando mi hanno rivisto si
sono alzati all'unisono correndomi incontro, io ho fatto un immediato
dietro-front e ho cominciato a scappare giù per la stretta scala
su cui mi incastravo con gli zaini, loro mi hanno rincorso fin sulla
strada chiamandomi e sputacchiando cibo. Dopo altri tentativi simili
stavo pensando di scappare da questa città schifosa, oppure di
dare un deciso taglio alle mie finanze concedendomi un notte in uno
degli alberghi "over 150 $" destinati ai petrolieri arabi;
poi forse la mia delicatezza è stata messa da parte e mi sono
fermato in uno degli hotel che sembravano farmi meno schifo ed in cui,
ad un esame superficiale, il letto sembrava pulito.
Deir-ez-Zor,
8. 12. 99
Con un viaggio di
cento chilometri in pulmino sono arrivato ad un punto indefinito nel
deserto, ad un tiro di schioppo dalla frontiera con l'Iraq; da lì
ho continuato a piedi verso una lontana e indecifrabile costruzione
che si alzava di qualche millimetro dall'orizzonte piatto e vuoto. Lentamente,
ha preso forma una lunga cinta muraria, una volta proteggeva la città
di Dura Europos, fondata nel 300 a.c. per proteggere i traffici lungo
il fiume Eufrate, e facente parte di una catena di città atte
a questo scopo. La sua origine greca si nota dallo schema costruttivo
a griglia. La sua esistenza fu presto minacciata dall'avanzare dei Persiani
che l'assorbirono circa 100 anni a.c., ben presto però, la creazione
dell'impero romano d'Oriente portò, l'imperatore Traiano a tentare
di occuparla. Lui perì in ritirata, ma ci riuscì il suo
successore nel 164 d.c., Lucio Verso, che stabilì qui una sua
legione. I Romani, come era loro grande diletto, costruirono qui templi,
palazzi e bagni pubblici per lo stile di vita assai godereccio che gli
era peculiare; finché un imperatore Sassanide, nel 256 d.c. gli
ruppe le uova nel paniere e la mise al sacco. Di qui la decadenza finché,
nel 1920, una spedizione militare inglese vi trovò rifugio scoprendo
uno dei suoi meravigliosi affreschi, ora trasferiti nei musei qua e
là per il mondo. A Dura Europos si trovavano a convivere gruppi
etnici e culturali variegati: dai Greci che mantennero a lungo la classe
dirigente, agli Armeni, Iraniani, Indiani, Babilonesi, Mesopotami, Arabi,
Anatoli, ed Ebrei. Questi ultimi svilupparono qui una forma artistica
unica, rappresentando figure umane sugli affreschi e contravvenendo
alle regole del Talmud. Quello che rimane da vedere oggi non è
moltissimo, ma certamente di grande impatto. I muraglioni e le torri
che proteggevano la città danno ancora immagine di forte presenza,
i resti delle innumerevoli costruzioni rendono l'idea delle dimensioni
della città e della vita che vi si svolgeva. Un lungo momento
l'ho dedicato a guardare l'Eufrate che scorreva maestoso sotto le massicce
protezioni murarie. Da lì si gode della vista del fiume e di
tutte le pianure che rende fertili; i campi verdi che si stagliano dal
deserto soprastante mi spiegano il significato della parola "Mesopotamia"
meglio di ogni libro. Pieno di questo insegnamento ho vagato per qualche
ora nella città fantasma per poi tornare sull'autostrada e tentare
di stoppare un pulmino che mi riportasse nella città schifosa
in cui mi trovavo costretto a dover passare un'altra notte. L'indomani
sarei partito per rivedere i Beduini nel deserto. Inshallah.
Palmyra 9. 12. 99
Il pullman mi ha
scaricato nella distesa di sabbia e l'autista mi ha detto di raggiungere
un puntino che si vedeva in lontananza; mi sono incamminato stracarico
dei miei bagagli nonché di una buona dose di biscotti, succhi
di frutta e acqua, visto che oggi inizia il Ramadam, e i musulmani dalla
mattina alla sera non mangiano né bevono. Siccome sarei stato
ospite di qualcuno non potevo stare ad attendere i loro tempi islamici,
e tanto meno potevo sperare di trovare un chiosco del falafel nel deserto.
Dopo una mezz'ora di marcia il puntino cominciava a prendere la forma
di camion e la mia schiena quella di un chewing gum masticato. Quando
ho raggiunto la meta ho trovato un gruppo di ragazzi, due bambini ed
una ragazza dal viso coperto, tutti intenti a sfamare un gregge di pecore.
Nessuno parlava una sola parola di inglese, ma sono riuscito a fargli
capire sulla mappa che volevo andare a Quasr al Heir-al Shakri, dove
sono le rovine di un castello ed una comunità di beduini che
ci vive intorno. Abbiamo comunicato un po' grazie ai segnali stradali
illustrati sul manuale di scuola guida di uno di loro, e siamo riusciti
a farci addirittura un sacco di risate. Ancora non riuscivo a capire
se mi avrebbero accompagnato, così mi sono messo a scaricare
con loro i sacchi di mangime dal camion. Ho passato un'ora in questa
incertezza, finché uno di loro mi ha invitato nella cabina del
camion, per accompagnarmi in un villaggio che era a metà strada
dal luogo dove ero diretto; mi ha lasciato piuttosto lontano da un camioncino,
l'unico presente nel paesello, dicendomi che potevo andare con quello.
Mi sono stupito quando non ha voluto accettare denaro da me, ma mi ha
detto che probabilmente avrei dovuto pagare il suo amico. Lui è
ripartito subito, e io ho proseguito fino ad arrivare dall'altro beduino,
che pascolava anche lui la sua pecora. Questo mi ha fatto subito capire
che oramai ero nel deserto, quello vero, senza strade né alcuna
auto di turisti che passava. Quindi mi ha dato la mazzata: voleva l'equivalente
del prezzo d'affitto di un fuoristrada con autista alla Hertz, e quando
tentavo una trattativa lui fingeva di non capire e tornava dalla sua
pecora. A quel punto mi sono reso conto che ero stato venduto dal primo
beduino al secondo, e che mi ritrovavo a scontare buona parte delle
colpe del mondo occidentale. Forse rappresentavo ai suoi occhi la corruzione,
la miscredenza o l'opulenza della nostra società, o forse ero
solo un qualsiasi pollo da spennare. Dopo parecchio tempo ci siamo accordati
per una cifra più ragionevole, e poco dopo eravamo al fortino;
mi aspettavo l'ospitalità beduina di cui avevo letto sui libri
di Burckardt, invece mi hanno sbattuto tutti la porta in faccia dicendo
che lì non si poteva dormire. Ho deciso allora di mandare al
diavolo il servizio fotografico che avevo deciso di fare su questa gente,
ma di fare almeno le fotografie alle rovine e di andarmene; così
io e l'autista siamo andati a prendere la chiave dal custode, un vecchio
ciccione schiumoso che rideva a crepapelle della situazione in cui mi
trovavo. Ha voluto che pagassi un biglietto per entrare tra le mura
del castello che contenevano solo un cantiere pieno di sassi, sacchi
di cemento e tavolame.
Sono uscito subito per andarmene incazzato come una belva. L'avido autista
ha anche avuto la delicatezza di approfittare di quel momento per estorcermi
più di quanto gli avevo dato all'andata. Invece di tentare una
trattativa ho pensato se invece non era il caso di tirare fuori il mio
fido coltellino svizzero con cui uso risolvere le situazioni più
difficili, e poi avrei espropriato il mezzo meccanico per fuggire libero
nella piana. Ancora una volta ho ingoiato il boccone per farmi lasciare
sull'autostrada completamente impolverato e senza più una lira
siriana in tasca. Né le auto né i pullman si fermavano
al mio autostoppare, intanto un grande sole rosso tramontava all'orizzonte,
ed io invece di apprezzare quel momento di vita così "on
the road", altalenavo tra l'incazzato e il seriamente preoccupato
per la notte gelida ed infame che avrei presto dovuto passare. Per puro
caso un vecchio camion si era fermato non lontano da me ed aveva aperto
il cofano del motore fumante, sembrava che mi volesse mangiare ma gli
sono corso incontro lo stesso; il giovane autista stava riempiendo di
acqua il radiatore in ebollizione, e la mia espressione supplichevole
non ha potuto fargli rifiutare la richiesta di un passaggio. L'abitacolo
era un vero forno, dai bocchettoni del riscaldamento usciva in maniera
inarrestabile un flusso di aria bollente, e dovevamo viaggiare con i
finestrini spalancati, così avevamo un lato della testa gelato
e l'altro cotto. Il sole era appena calato, e abbiamo festeggiato la
fine di quel primo giorno di Ramadam con succhi di frutta e biscottini,
fino a giungere a Palmyra dove l'ho salutato. I beduini non sono poi
male, l'importante è non mettersi mai in situazioni da dover
essere completamente nelle loro mani (e in effetti anche questo l'avevo
già letto). Sono loro i padroni del deserto e decidono chi e
come lo può attraversare. La sera mi sentivo fortunato ad essere
di fronte a un kebab fumante, immaginavo la terribile notte all'addiaccio
che avrei potuto passare, e ripensavo a quanto è stato faticoso
mantenere la calma riuscendo a parlare con il sorriso ad uno zotico
che ti tiene in pugno, al panico che sale quando realizzi che intorno
hai solo un mare di sabbia, non come quello a Wadi Rum, luogo bello
ma turistico, pieno di gente e di opportunità. Lì è
il deserto vero, quello in cui se il beduino fa i capricci sei solo,
quello in cui i profeti hanno le visioni notturne.
Palmyra
10. 12. 99
Oggi mi sono svegliato contento di essere vivo e nella
civiltà; ho assaporato le melodie di clacson e moto smarmittate
che facevano tremare i vetri delle finestre al loro passaggio. Al momento
di uscire dall'albergo mi sono reso conto che il tempo faceva alquanto
schifo; Palmyra è sicuramente il luogo più importante
e più bello di tutta la Siria, e fotografarlo sotto la luce di
un cielo plumbeo avrebbe certamente tolto parecchio del fascino di quelle
rovine. Così mi sono arenato nel bar dell'hotel, pensando che
ci avrei dovuto passare tutta la giornata, e rimandare il mio lavoro
all'indomani. Fortunatamente dopo un oretta qualche sporadica chiazza
azzurra faceva capolino dal tappeto grigio uniforme del cielo, così
sono partito alla volta del sito archeologico. Le rovine romane che
mi attendevano sono state, insieme a quelle di Baalbek, le più
impressionanti del viaggio: ben conservate e restaurate, lasciavano
immaginare gli antichi fasti delle civiltà che l'abitarono. L'oasi
è stata il richiamo per la gente del deserto fin dal Paleolitico,
poi seguì la successione di popoli conquistatori già trovata
in altri luoghi di questa zona: passarono gli Assiri, i Persiani, i
Greci, se la litigarono Romani e Persiani in un ciclo di invasioni e
contro invasioni, ma Palmyra seppe sopravvivere grazie al suo ruolo
di mediazione, e grazie specialmente ai commerci tra le due parti in
guerra che da lì dovevano passare, visto che le rotte più
a nord lungo l'Eufrate cadevano in disuso. Divenne presto la più
importante tappa per le carovane, strappando il titolo a Petra; lo stato
di "città libera" (ovvero senza tasse) che le regalò
l'imperatore Adriano le fece vivere il suo più grande momento
di sviluppo e magnificenza.
La riscoperta della "Sposa del deserto" avvenne alla fine
del 1600, quando un lord Inglese, attratto dalle leggende delle sue
favolose rovine organizzò una spedizione. Tornarono a casa derubati
anche dei vestiti, ma alcuni anni dopo ci riprovò il Dott. Halifax
che si era premunito di una lettera di presentazione dello Sceicco e
di una scorta. I loro resoconti aprirono la strada ad altre spedizioni
che si susseguirono negli anni portando alla luce sempre nuove scoperte.
Le influenze artistiche furono molteplici, e creano uno stile tutto
proprio della città, ma quello che affascina è anche pensare
a quello che non è ancora stato scavato. Dietro le rovine, in
cima ad una montagna irta e sassosa, vigila un castello ottomano dall'aspetto
inconquistabile; nel pomeriggio l'ho raggiunto con una faticosa scalata,
e davanti all' ingresso tre bambini poveri hanno tentato di smerciarmi
delle cartoline. Tra tutte le cose che mi potevano vendere quella era
la più difficile, gli ho dato lo stesso un generoso mucchio di
spiccioli ed una scatola di biscotti sulla quale pensavo si sarebbero
lanciati, invece il più grande di loro l'ha presa e l'ha messa
da parte con il tacito consenso degli altri, che guardavano per terra
rassegnati. Gli ho assicurato che erano per loro e che li potevano mangiare,
ma uno di questi mi ha indicato il sole che si preparava a regalarci
un tramonto velato, e finché ciò non fosse accaduto, i
biscotti sarebbero rimasti lì a stimolare i loro succhi gastrici.
"Ramadam !" ha aggiunto, alzando il ditino e socchiudendo
le palpebre come fanno i grandi.
Gli ho chiesto se loro non fossero troppo giovani per questa pratica,
il più piccolo avrà avuto cinque anni, il quale mi ha
ripetuto: "Ramadam !". Sono sceso e sono ripartito verso Damasco,
dove sono arrivato a notte inoltrata, dopo aver fotografato un tramonto
grigiastro con i filtri colorati.
Damasco
11. 12. 99
Quella che pensavo una semplice pratica burocratica
era invece una "via crucis" di diverse stazioni: sono salito
e sceso per interminabili scale, fatto file, procurato fotografie, compilato
moduli in quadruplice copia, e li ho portati ad un generale per la firma.
Tutto questo succedeva negli affollati uffici dell'immigrazione. I militari
al bancone, sempre guardandomi con sospetto (non so se lo facevano per
abitudine o per il "F. pubblicitario"), mi hanno detto di
ripassare domani. Dopo diverse suppliche (e con mia gran sorpresa) sono
riuscito a convincerli a rendermelo in pomeriggio con un timbro che
premiava le mie fatiche. Espletata la formalità sono finalmente
andato a vedere il museo nazionale, dimora di buona parte dei reperti
trovati nei luoghi visitati finora; erano le 14 quando ho pagato profumatamente
il biglietto d'ingresso ed ho cominciato a girare per le sale, allestite
in modo da non valorizzare per nulla le meraviglie che contenevano.
Anzi, alcuni reperti erano abbandonati nelle vetrine fatiscenti e piene
di polvere, insieme ad insetti deceduti da tempo sotto le lampadine
fulminate. Ero abbastanza deluso di vedere oggetti così importanti
e rappresentativi per la storia dell'umanità tanto disprezzati,
quando un custode mi ha invitato all'uscita. Gli ho ricordato che sul
cartello all'ingresso c'era scritto che il museo chiudeva alle 16, ed
erano le 14,45 appena; lui mi ha risposto bruscamente che durante il
Ramadam si chiude un'ora prima, siccome oggi avevano tutti fame, si
anticipava ulteriormente. Io sono diventato furioso, mi sono accanito
con il custode che fuggiva per i corridoi echeggianti scacciando altri
turisti, poi sono andato a cercare il bigliettaio che non mi aveva avvertito,
ma lui prontamente si era dileguato, lasciando al suo posto una collega
che quando ha sentito il mio tono ha iniziato a non parlare più
l'inglese.
Damasco,
12. 12. 99
Sono stato a Maaloula, un paesino sulle montagne a nord
di Damasco, è un luogo famoso perché fino a pochissimo
tempo fa ancora si parlava l'aramaico, l'antichissima lingua parlata
anche da Gesù. A Maaloula c'è una comunità cristiana
devota a S.Tecla, che fu una delle prime della zona a convertirsi a
questa religione; il padre, persona d'ampie vedute, non accettò
la cosa e la mandò a morte. Lei fuggì attraverso le gole
della montagna e trovò rifugio in una delle innumerevoli grotte,
dove si ritirò e morì per cause naturali. Dopo questo
fatto i primi insediamenti cristiani si stabilirono nella zona, popolando
le caverne che li proteggevano dalle persecuzioni. Oggi troviamo il
monastero dedicato alla santa, con il relativo romitorio; un'altro monastero
sta in cima al monte, cui si accede da una stretta gola.
Tornato nella casa di Raja dove continuavano ad ospitarmi, mi sono schiantato
sul letto distrutto dalla fatica e dallo stress accumulato in quei giorni,
cui si aggiungono le difficoltà per mangiare, bere o semplicemente
per fumarsi una sigaretta. Il Ramadam non è certo una pratica
lieta per gli epicurei.
Amman, 13.
12. 99
Sono partito per
Bosra, vicino al confine Giordano, arrivato lì pioveva, e il
paese era tristissimo. Le fotografie non si potevano fare, così
sono subito andato ad Amman; ho preso un taxi, piccolo, vecchio e bruttino;
insieme a me c'era un arabo che continuava a parlarmi nella sua lingua,
pretendeva che lo capissi meglio alzando la voce, allora io dicevo di
sì e lui era contento. Ci siamo fermati sotto la casa dell'autista
ciccione, che ha iniziato a caricare stecche di sigarette ed altri beni
di consumo con cui riempiva ogni minimo interstizio della macchinina.
Siamo arrivati alla frontiera in uno stato che mi faceva pensare alla
parodia di un contrabbando, io però mi preoccupavo più
della mia situazione di "spia" e della busta piena di pellicole,
potenziale vittima di un sequestro al quale mi sarei opposto con scenate
tragiche ed appellandomi a chissà quali convenzioni internazionali.
Abbiamo passato liscia la frontiera siriana, poi ci hanno messo tutti
in fila nella "terra di nessuno" prima del confine giordano;
le auto erano sottoposte ad un interminabile e minuzioso controllo dei
bagagli, poi arrivava un doganiere armato di lampada e cacciavite per
lo smontaggio delle macchine più sospette. Dagli sguardi preoccupati
e dal modo di parlare dei tassisti, per me tutte le auto presenti erano
sospette; al nostro turno hanno chiesto al ciccione che mi accompagnava
di vuotare il portabagagli, e così lui ha fatto, forse già
sapeva che non gli avrebbero chiesto di guardare nel cassettino portaoggetti
e sotto i sedili, dai quali si vedevano benissimo le stecche di "bionde"
che facevano capolino. Allora il poliziotto ha cominciato a scrutare
nel cofano del motore, sotto la batteria ed in luoghi che non avrebbero
potuto contenere nulla, poi ci ha lasciati andare. Dopo questa perquisizione
quantomeno curiosa, sono arrivato ad Amman, pervaso da uno strano senso
di libertà, ho sentito che non avevo nulla da nascondere e di
cui preoccuparmi. Finalmente rivedevo le autorità con l'indifferenza
di un turista standard.
Amman, 14.
12. 99
La giornata l'ho trascorsa senza nulla fare, ho bighellonato
in giro per Amman ed il suo suq, ho comperato un narghillè ed
una giacca "Timberland" che sembra vera; buona parte del tempo
l'ho passato leggendo con altri viaggiatori in albergo, l'unica "zona
franca" dove si può bere e fumare senza essere rimproverati.
Il giorno dopo visita ai castelli nel deserto, sperando che non piova.
Inshallah.
Amman, 15.
12. 99
Sono partito alle
nove insieme ad un Americano, un Francese tirchio e Antonio, un ragazzo
di Firenze. Guidava l'auto un vecchio signore rugoso e bianco per antico
pelo; io ho parlato in inglese per mezz'ora con il Fiorentino prima
di scoprire che era Italiano, ma avevo dato per scontato che lui fosse
Medio Orientale e lui era certo che io fossi Tedesco. Dopo un'ora di
deserto siamo arrivati al primo castello, ci ha accolto un beduino annunciando
che si entrava gratis, ma che quando saremmo usciti gli avremmo dovuto
dare un dollaro a testa. Io ho chiesto se c'era un biglietto da pagare,
lui ha sentenziato: " In the desert no ticket !". Il Francese
ha pontificato: "No ticket, no money !".
Un altro viaggio lungo le terre arse ci ha portato fino ad incontrare
altri piccoli fortini disseminati nella sabbia; erano di proprietà
della dinastia nomade Umayyad, e anche quando questa si stabilì
a Damasco, il loro contatto con il deserto fu mantenuto tramite queste
postazioni. La loro funzione non è certa, alcuni erano insediamenti
agricoli, posti di frontiera o rifugi per i commercianti, altri luoghi
di villeggiatura e bagni termali per gli Umayyad.
Lungo la strada, il tassista orgoglioso ci ha ricordato che qui gli
Irakeni 10 anni fa avevano abbattuto un aereo americano, nella stessa
zona cadevano i pezzi dei missili spediti da Saddam su Israele colpiti
dai "Patriot". La sera dopo cena, Antonio ed io ci raccontavamo
davanti un narghillè (unico contatto rimasto con qualcosa che
ricorda il vizio e il peccato) dei disagi che il Ramadam stia creando
a noi cristianucci; già in tardo pomeriggio la gente comincia
ad apparire alquanto nervosa per il non mangiare né bere, per
il non poter fumare né trombare. Appena il sole cala è
la confusione totale: nessuno dà più confidenze, chiudono
i negozi, il traffico diventa parecchio irrequieto e non esistono quasi
i trasporti perché tutti imprecano, scappano a casa a nutrirsi,
fumare, bere, etc...
Noi non musulmani oltre a dover subire questo stato di cose ci troviamo
costretti a doverci sfamare di nascosto in albergo come dei ladri; lui
mi ha raccontato di essere stato duramente rimproverato per strada da
un anziano perché si stava sgranocchiando un biscottino; io invece
più volte mi sono inavvertitamente acceso una sigaretta o attaccato
alla bottiglia dell'acqua, suscitando le ire da parte di quelli che
hanno deciso di rinunciare a qualcosa. Li rispettavo, e sotto qualche
aspetto li ammiravo pure per questa loro sterile e dannosa ricerca delle
privazioni, non approvavo le imposizioni. Su di loro poi, il risultato
non è dei migliori, perché da persone amabili e tranquille
che sono, si trasformano in individui irritabili ed inquisitori, impegnati
in una pratica che, se imposta, mi sembra portarli lontano dall'armonia
con il mondo che hanno intorno, e dalle cose che rendono felici. Poi
io e Antonio, con fare da cospiratori, abbiamo progettato quello che
sarebbe avvenuto al nostro ritorno in Italia: banchetti a base di porchetta
e Chianti a mezzogiorno, che si sarebbero conclusi con grandi cannoni
delle migliori qualità di fumo ed orge digestive. Situazione
in cui, almeno io, mi sarei trovato in meno di 48 ore. Inshallah.
Amman, 16. 12. 99
In compagnia di due americani ho visitato le rovine
di Jerash in una splendida giornata di sole. Faceva parte della "Decapolis",
dieci città tra cui Damasco, Amman, Umm Quais ed altre, legate
tra di loro da una sorta d'alleanza, ma non è chiaro se fosse
un accordo politico, commerciale o puramente culturale. Originariamente
faceva parte di una catena di città fortificate per difendere
il territorio dalle tribù nomadi dell'est, ma il suo vero periodo
di fioritura si deve ancora una volta ai Romani, che dettero pace e
stabilità alla regione, la "Pax Romana"; in quel tempo
la città era sulla rotta tra Damasco e il Mar Rosso e tra Pella
e il Mediterraneo, l'agricoltura prosperava, e teatri, bagni pubblici
e templi crescevano come funghi. Questi furono convertiti in chiese
durante l'epoca Bizantina e saccheggiati poi dai Sassanidi nel 614.
Fu abitata fino al 13° sec., e il mondo occidentale la conobbe nel
1806 grazie ad un tale Ulrich Seetzen, viaggiatore Tedesco.
Tra i viali ed i resti romani pensavo a come se la godevano qui ai bei
tempi, quando i Cristiani che professavano i benefici delle sofferenze
li facevano giustamente sbranare dai leoni al Colosseo, e Maometto non
era ancora andato nel deserto in cerca di quelle esperienze visionarie
che avrebbero cambiato il mondo.
Amman, 17.
12. 99
Ero finalmente in volo verso Roma, beato di tornare.
Ripensavo che la mattina alla stazione dei taxi quando ho chiesto ad
un ragazzo dove potessi bere un tè lui mi ha risposto: "No
tchai, Ramadam !" alzando il dito e socchiudendo gli occhi. Io
indicando il cielo ancora buio gli ho ricordato che non era ancora ora,
ma lui guardandomi severo ha ribattuto: "Ramadam !". Me ne
sono andato imprecando: "Cazzi vostri! Io tra quattro ore sto in
Italia !!!".
Sull'aereo, guardando le autostrade che si perdevano nel deserto mi
sono messo le cuffiette ed ho sintonizzato sul canale che trasmetteva
la musica occidentale più "coatta" e commerciale, quella
che finora ho sempre disprezzato. Ho alzato il volume al massimo e mi
sono accorto che mi piaceva spararmi nella testa quella spazzatura.
Già pregusto paradisi artificiali in un "rave" a cui
non sono ancora mai stato, voglio rimorchiare una shampista ed avere
con lei una notte di sesso satanico senza sapere neanche il suo nome,
voglio andare con i miei amici a fumare sulle rovine millenarie della
mia città, voglio attraversarla in motorino contromano sfuggendo
ai vigili urbani, voglio fare le ore piccole chiacchierando con le turiste
tedesche a Trastevere, mi voglio fare un metro quadrato di pizza con
la mortadella dal fornaio sotto casa, e voglio vivere la mia città
come non mi sono mai accorto d'averla vissuta.