VIAGGIO
IN ROMANIA
Viaggiatori-Autori:
Pipponordovest
Sito Web:
http://freeweb.supereva.com/pipponordovest/index.htm?p
Itinerario: Croazia, Arad, Brasov, Parco naturale Bucegi,
Bucarest, Costanza, Tulcea, Sulina, Busteni, Budapest, Vienna, Venezia
Costo:
Periodo: 4/29 agosto 1999
Trasporti: macchina
Documenti: Passaporto
Sistemazione:
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scheda del paese!
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"STATION
WAGON"
Roma 4. 8. 1999
Erano le cinque
della sera quando sono uscito da casa per andare a prendere V. al Tiburtino.
Ben presto il traffico intenso mi ha bloccato a metà strada,
proprio sotto un pilone di cemento della Tangenziale Est. I Romani erano
stretti nelle scatolette nervose sotto il sole ancora rovente, e davano
il meglio di loro impegnandosi in inutili manovre. Io che ero appena
all'inizio di una lunga e faticosa via mi sono messo in posizione zen
di risparmio di energia, con lo sguardo fisso nel nulla e la mente già
sulla Roma-Firenze. Sono arrivato da V. dopo due ore e con i nervi a
pezzi; come immaginavo, non era ancora pronto, parlava al telefono con
la fidanzata che gli recitava le ultime raccomandazioni, " Io allora
vado.." ha tagliato corto lui, "Almeno usa i preservativi,
se proprio devi… " ha risposto lei manifestando grande fiducia.
Da tutte le persone a cui ho annunciato che stavamo andando nei paesi
dell'est ho ricevuto lo stesso sorriso ammiccante, poi quando aggiungevo
che il nostro scopo principale era scalare i Carpazi e dormire tra i
lupi mi sbottavano a ridere in faccia dandomi del bugiardo o del coglioncello.
Noncuranti dei giudizi abbiamo caricato gli zaini alla rinfusa nella
Peugeot familiare e abbiamo tracciato la rotta più breve per
la Romania, solo che in mezzo c'è il mare, quindi siamo passati
per Trieste. Sull'autostrada abbiamo diviso equamente le sostanze che
usavamo arrotolare nelle cartine e che avrebbero rallegrato la nostra
gita, l'idea di doverci separare perché solo uno di noi doveva
andare in prigione non ci piaceva, sarebbe stato bello condividere anche
l'esperienza del carcere bulgaro. "Vabbè, cosa ci potranno
fare, in fondo siamo turisti…" mi ha detto V., " Si,
si, hai proprio ragione, e magari laggiù è legale e ci
preoccupiamo per niente! " ho mentito io , pensando che se non
andava bene alla frontiera, quando saremmo usciti dalla galera non ci
saremmo nemmeno riconosciuti.
V. ha voluto portarsi la canna da pesca perché uno degli obiettivi
della sua vita è riuscire a sopravvivere senza provviste; uno
dei miei è riuscire a fotografare senza portarmi l'attrezzatura,
così ho cominciato a ridurla al minimo indispensabile: un corpo
macchina, due zoom, tre filtri, un cavalletto. Prima di arrivare a Venezia
ci siamo fermati a dormire in una pensione, e fumando sul balconcino
ci siamo chiesti se non era il caso di buttare via le "modiche
quantità" e per proseguire così più leggeri.
Ci siamo guardati seriamente per un istante e poi siamo scoppiati a
ridere rompendo il silenzio della notte lagunare.
Croazia
5. 8. 99
La mattina V. doveva
andare in banca, così siamo passati a Venezia. Subito la città
ci rapisce, vaghiamo per ore ed ore tra i vicoli e i canali, bevendo
bicchierini di vino per le osterie e incartando cannoni nei "sotoporteghi".
In pomeriggio siamo partiti per la Croazia e la sera, stanchi, ci siamo
fermati a dormire in un albergo; la coppia di gestori ci ha subito dimostrato
quanto siano simpatici da queste parti… Già alcuni amici
che avevano visitato questa zona mi avevano avvertito, ma pensavo che
fosse uno dei tanti luoghi comuni in giro per il mondo. Invece hanno
saputo fornire prova di grande stronzaggine quasi tutti, dai camerieri
scorbutici e poco loquaci alla gente a cui chiedevamo informazioni che
rispondeva di malavoglia e spesso sbagliando.
Ci siamo addormentati sperando che almeno il mare fosse bello.
Croazia
6. 8. 99
Un motivo per cui molti turisti continuano ad andare in Croazia esiste,
e sono le sue coste.
V. ne approfittava per pescare inutilmente. Aveva sfoderato la canna
e le esche a cucchiaino multicolore che gli aveva prestato un suo cognato
pescatore, di cui spesso cita teorie ittiche e ne narra le leggende
consumate sul greto di torrenti o in riva al mare. V. dice pure di aver
visto un documentario sulla vita e le abitudini alimentari dei pesci
in quel tratto di mare, e pare proprio che siano golosi di cucchiaini
in acciaio "made in china" come quelli che lui ha in dotazione.
Io intanto mi sentivo stupido raccogliendo legna per un fuoco che, nonostante
l'ottimismo di V., non avrebbe mai cotto nulla.
Dopo aver consumato due mesti tramezzini siamo partiti per l'Ungheria,
durante il viaggio passavamo in paesi che avevano vissuto recentemente
la guerra e che ancora ne portavano i segni, sulle facciate di alcune
case i colpi di fucile ci ricordavano che dieci anni fa saremmo stati
ancora meno graditi d'ora. Ci siamo fermati a dormire poco prima del
confine, con la macchina in ebollizione. E' capitato poco dopo che avevamo
litigato, perché un'altro degli obiettivi di V. è riuscire
a guidare senza toccare il volante. Per ora si allena togliendo entrambe
le mani dallo sterzo per accendersi una sigaretta o per fare qualsiasi
altra cosa, indipendentemente dalla velocità a cui sta andando
e noncurante delle mie proteste.
E' capitato già un'altra volta in Corsica che dopo una furiosa
discussione per futili motivi siamo rimasti imprigionati dalla marea
sugli scogli dove avevamo passato la giornata. Così fummo costretti
a dilaniarci le gambe ed i piedi spogli tra i rovi di una drammatica
"via crucis": quattro ore per guadagnare la strada sopra di
noi lontana solo cinquanta metri. Ancora lo ricordiamo come un incubo,
ma per fortuna si litiga raramente.
Arad 7.
8. 99
Siamo partiti sotto
il sole per giungere alla frontiera di Barcs mezzi bolliti, ed oltre
ad aver già perso la borchia di una ruota il doganiere era di
una bruttezza fuori dal comune. Ha voluto lo stesso uscire dal gabbiotto
in cui lo tenevano rinchiuso ed ha scrutato nel portabagagli dove non
ha indagato oltre il primo strato di mutande sporche e calzini fetidi.
Ci ha congedato con un sorriso sdentato ma ammiccante, che mi ha ricordato
quello che mi rivolgevano i miei amici all'annuncio del mio viaggio,
ma noi in quel momento riuscivamo a visualizzare solo la prigione ungherese
quasi scampata. Siamo così entrati da uomini liberi nel paese
limitrofo che non era proprio come lo aspettavamo, nelle espressioni
delle persone mancava la tristezza e la malinconia d'eredità
sovietica, anzi, erano tutti impegnati nello shopping mattiniero di
un sabato paesano. Appena sceso dall'auto per cercare una banca mi sono
trovato circondato da una moltitudine di biondine, e ho chiesto un'informazione
a quella più interessante. Mentre mi parlava sorridendo io avevo
serie difficoltà a tenere in mente quello che diceva, ho farfugliato
un "Thank you !" guardando il suo corpo da copertina di "Playboy"
che si allontanava dentro la tutina azzurra che poco spazio lasciava
all'immaginazione. Quando si è girata per profondermi un ultimo
sorriso mi ha trovato imbambolato, ancora in mezzo al marciapiede con
la mascella calata e un'espressione ebete. Quando sono tornato ho ritrovato
V. che invece di fare la guardia alla macchina stava sbavando dietro
tutte le ragazze che passavano. Ha cercato di trattenermi in quel luogo
che invitava alla perdizione, ma l' ho convinto ad andare, assicurando
che le migliori dovevano ancora arrivare e che i Carpazi attendevano
di essere calpestati dai nostri scarponi fangosi. Lui ha capito che
(forse) avevo ragione e così abbiamo attraversato d'un fiato
tutta l'Ungheria fino ad arrivare in pomeriggio alla frontiera di Nàdlac,
dove ci attendeva una lunghissima fila di automobili distese di fronte
alla dogana.
Erano quasi tutte vecchie ed ingombranti macchine occidentali di rumeni
emigrati, tra queste scoppiettavano alcune "Trabant" dalla
meccanica socialista, distribuendo i fumi densi e bianchi propri dei
motori a due tempi. Le file disordinate, il caos all'ufficio visti,
la povera gente e i bambini che vendevano un paio di scarpe ci hanno
reso immediatamente la sensazione di essere in un paese del terzo mondo.
Quando al cambio per 30 dollari mi hanno dato un mazzo di banconote
alto cinque centimetri questa sensazione fu confermata. Abbiamo passato
il confine dopo più di un'ora per entrare in una zona agricola,
dove i contadini camminavano lungo la statale sotto i loro buffi berretti
e povere mercanzie nelle ceste. Presto siamo giunti nella periferia
di Arad, un allineamento interminabile di palazzoni grigi tutti uguali
e disposti a schiera, si guardavano tristi e partorivano dai portoni
fatiscenti orde di bambini luridi. Le costruzioni sistemate rispettando
un ordine geometrico stonavano con le cataste di macerie, i cani morti
sulle strade melmose e tutto il resto. Arad è una città
di passaggio, non ha alcuna attrattiva e non vediamo l'ora di andarcene;
domani partiremo per Brasov, e quando pensiamo che siamo a sole sei
ore di viaggio dalla Transilvania ci sentiamo Fantozzi e Filini nella
loro tragica missione sui Carpazi.
Brasov 8.
8. 99
Abbiamo viaggiato
per ore attraverso le campagne bruciate dalla calura prima di giungere
a più fertili lande con i prati rigogliosi e la sagoma lontana
dei Carpazi. Spigolosi e cupi si ergevano tra le nuvole nere. La sfida
ormai è stata lanciata, dobbiamo arrivare a tutti i costi in
cima ad uno di quei picchi per vedere da lassù l'eclissi prevista
per il giorno 11 di questo mese; ormai non ci sono doganieri né
biondine sul nostro cammino e nulla ci può fermare, a parte la
macchina che ci sta dando alcuni problemi al motore. Pensiamo che possa
essere il carburatore o il filtro della benzina, oppure le candele,
l'iniezione, il carburante sporco o addirittura lo spinterogeno che
non ha. In ogni modo, tossicchiando e strattonando ci ha portato a Brasov,
città dall'architettura medievale ai piedi delle montagne Bucegi
, che presto scaleremo. Appena abbiamo parcheggiato vicino alla piazza
centrale si è avvicinato un tipo dalla stazza capiente, e in
italiano ci ha dato alcuni consigli su come sopravvivere in Romania:
MAI cambiare i soldi per strada, MAI guidare dopo aver bevuto alcool,
usare SEMPRE i preservativi. Si chiamava Roberto ed era qui da sei mesi;
pensionato, dice, anche se dimostra 45 anni, tra poco ripartirà
per andare a svernare in Veneto. Sembra che per lui la vita non debba
rivelare altre sorprese, ma con la gentilezza di un italiano che trova
dei connazionali all'estero (anche se per lui il Veneto non è
Italia, e lì la sua polo verde ha acquisito una connotazione
politica) si è messo al telefono per trovarci una camera ad un
prezzo onesto. Intanto, passeggiando per il corso sfilavamo in mezzo
ad una folla di ragazze stupende (la leggenda della Romania) e Roberto
a suo dire ne aveva possedute parecchie. La casa che ci ha trovato,
invece era di un'amabile signora a forma di barattolo. Questa ci ha
mostrato dove viveva col marito: una piccola stanza ed un salottino
dove si sarebbero trasferiti durante il nostro soggiorno, il che ci
faceva sentire abbastanza in colpa, soprattutto per la cifra irrisoria
che ci hanno chiesto in cambio.
La camera era povera e grondante di arredamento kitsch; era pulita però,
sembrava di essere in visita da una vecchia zia.
Durante tutto questo, V. ha perso la non modica quantità che
deteneva...
Brasov 9.
8. 99
Mi trovavo a fare
un tour fotografico per la città quando ho conosciuto Roxana,
un'affabile Rumena che mi ha fatto da guida con la calda ingenuità
dei suoi 18 anni. In pomeriggio io e V. siamo andati a cercare il meccanico
per sistemare la macchina, questo non era in officina e il ragazzo di
bottega mi ha fatto segno con il pollice che stava bevendo all'osteria,
dopodiché ha lanciato uno sguardo di compassione alla Peugeot
parcheggiata sotto al sole. Lo abbiamo trovato al riparo di un ombrellone,
completamente sbronzo, ma non abbastanza da non capire che era l'unico
che ci potesse aiutare. Durante il giro di prova il difetto è
misteriosamente sparito, come i dolori quando si va dal medico, in ogni
caso il meccanico ha guardato a lungo e da lontano il motore con un'oscillante
espressione interrogativa, finché io ho notato un tubetto rotto
sul carburatore. Lo abbiamo cambiato anche se ero quasi certo che non
potesse essere quello la causa del malore. Lui, in ogni caso era soddisfatto,
gli abbiamo pagato una birra ed un suo amico che ci aveva fatto da interprete
ci ha detto di dargli 1000 lire italiane, che lui ha iniziato a scrutare
barcollando come faceva con il motore.
Parco naturale
Bucegi 10. 8. 99
Siamo partiti la
mattina di buon ora, e abbiamo salutato la signora che ci ospita portando
in dono due vaschette di gelato, lei si è commossa tra le sue
rotondità. Arrivati a Bustemi ci siamo caricati in spalla gli
zaini strapieni di provviste, tenda, sacchi a pelo, vestiti pesanti,
acqua (5 litri), canna da pesca, macchina fotografica, una modica quantità,
cartine geografiche e non. Più una fiaschetta di vodka "Kazaciock"
per i momenti più tristi. Eravamo pronti per salire alla "Cabana
Babele" in funivia per poi continuare a piedi verso una vetta.
Avevamo fatto i conti senza l'oste, perché era proprio il giorno
di chiusura, dunque ci siamo incamminati di buona lena per il sentiero
dalla pendenza già esagerata alla partenza. Attraversavamo scenari
da favola tra le pinete abbarbicate sopra le rocce a strapiombo, a tratti
ci dovevamo arrampicare aiutandoci con le mani. Di fronte a noi si ergevano
pareti verticali alte anche 200 metri e sotto strapiombi senza fine.
La salita sotto gli zaini pesanti all'inverosimile ci ha suggerito di
liberarci di un po' di zavorra, così abbiamo svuotato una bottiglia
d'acqua e ne abbiamo bevuta il più possibile dalle altre.
Quella Transilvania che stavamo vivendo non coincideva proprio con quello
che rientra nell'immaginario collettivo, niente nebbie, nessun castello
né pipistrello, e tanto meno la solitudine di boschi tetri: era
una magnifica giornata con 35 gradi all'ombra, uccellini che cinguettavano
e bestioline che brucavano, sul sentiero incontravamo spesso altri scalatori
variopinti e multilingue. Abbiamo compreso che non eravamo nel pieno
della forma fisica per una scalata del genere, erano giorni che passavamo
seduti in macchina e quella era la nostra prima uscita… Durante
la salita abbiamo mangiato un panino seduti in bilico su un precipizio,
accovacciati sulle rupi avevamo apparecchiato le fette di pane sulle
ginocchia e puntellato il salame con i sassi, finché a V. è
scivolata una bottiglia d'acqua che mi sono visto passare a pochi centimetri;
le mani occupate da un gran numero di oggetti non mi hanno permesso
una pronta reazione, quindi l'abbiamo guardata rimpicciolirsi per poi
sparire in una gola. V. preso da uno slancio di ecologismo si è
incamminato per il recupero, pensando che si sarebbe fermata nel primo
fosso, invece lui sparisce per più di mezz'ora per poi tornare
dilaniato dai rovi e senza bottiglia: "Si deve essere disintegrata
!", mi ha detto. Più avanti abbiamo fatto un bagno nell'acqua
gelata di una pozza formata dal ruscello che stavamo costeggiando; la
salita era un massacro e gli zaini cercavano di sbatterci giù
per le scarpate. Per di più il terreno era talmente scosceso
che non si poteva campeggiare, sempre che non volessimo fare la fine
della bottiglia. Parecchie volte siamo stati tentati di abbandonare
l'impresa e tornare a Brasov dalle biondine, ma le emozioni forti costano
sacrifici, quindi ben determinati ad arrivare ci siamo alleggeriti ulteriormente
bevendo tutta l'acqua possibile e fumando grossi cannoni. Faceva buio
quando siamo riusciti ad arrivare alla "Cabana Babele", era
una baracca di legno ma ci sembrava la reggia di Versailles, ci siamo
fermati a guardarla a lungo seduti su un masso per essere più
sicuri che non fosse un miraggio su quel monte bastardo.
Alle 21, eravamo già a letto, dopo una cena frugale ed una vodka
"Kazaciock" bevuta sullo strapiombo, facendo ciondolare le
gambe sul panorama.
Parco naturale
Bucegi 11. 8. 99
Era arrivato il
grande giorno, presto l'ultima eclissi del millennio e probabilmente
l'unica che avremmo visto avrebbe oscurato il cielo di quella rocca.
Abbiamo studiato sulla cartina quale poteva essere la zona migliore
per assistere all'evento ed abbiamo individuato uno dei punti più
alti della zona, un picco a forma di torre che si ergeva su un ampio
prato distante un paio di chilometri da lì. Lo abbiamo raggiunto
e ci siamo sistemati sull'erba sofficissima che ne tappezzava l'estremità;
sotto di noi formicolavano gruppetti di turisti, e a nord si vedeva
un imponente ripetitore TV con la caratteristica forma di un missile
nucleare sovietico anni '60, però verniciato a strisce bianche
e rosse.
Mentre si avvicinava il momento fatidico sentivamo le voci lontane farsi
isteriche ed i cani abbaiare nervosamente, un gregge di pecore che fino
a quel momento erano state a brucare silenti hanno cominciato a belare.
Il sole che si intravedeva dietro le nuvole ha cominciato ad essere
lentamente oscurato da un disco nero, che lo faceva rassomigliare sempre
più ad una luna, e lontano sul cielo basso si stendeva un morbido
tappeto di nubi nere tuonanti e cariche di pioggia. Attraverso queste
filtravano dall'alto raggi di luce che si perdevano giù per le
gole fumanti di nebbia. Noi due eravamo sospesi in un paesaggio surreale
che sembrava essere disegnato da Magritte: sdraiati su quel tozzo monolite
che sorgeva dalla cresta della montagna svettando tra le nuvole elettriche.
Queste ben presto hanno tappezzato tutto il cielo lasciandoci vedere
solo a brevi tratti lo spettacolo; ma forse gli effetti dell'eclisse
si avvertivano più a terra che su in alto: l'atmosfera si andava
colorando di una luce rosso-viola, i bambini hanno iniziato a urlare,
ed i fidanzati a baciarsi, finché alle 14,07 il sole si è
completamente coperto ed uno squarcio tra le nuvole ci ha concesso la
grazia di mostrarci una corona iridescente che ha reso tutto immobile.
Le pecore si sono addormentate pensando che fosse notte, e i rumori
hanno cessato insieme al vento gelido che ci aveva spazzato fino a quel
momento, tutti eravamo concentrati ad apprezzare i minimi particolari
di quel momento unico, scrutavamo le montagne che non erano mai state
così ferme. Il missile-ripetitore, scempio paesaggistico, era
adesso in armonia con la scena e a noi sembrava di essere lì
da sempre in attesa di quell'istante.
Poi, tutto è finito. Uno spicchio di luce ha cominciato a riapparire
e le nuvole si sono affrettate a coprirlo come un gigantesco sipario,
io ho sentito di riacquistare il peso che avevo avuto la sensazione
di aver perso 15 minuti prima.
Gli applausi distanti hanno accompagnato la nostra calata dal picco,
dovevamo affrettarci perché c'erano da percorrere circa dieci
chilometri ed il tempo prometteva male. Da queste parti tutto può
cambiare molto rapidamente e non ci si può fidare di alcuna previsione,
specialmente delle nostre. Così, con il nostro carico di bagagli
ancora spaventoso ci siamo avventurati per il sentiero che passava sulla
cresta dei monti; subito siamo entrati in una massa di nebbia impenetrabile
alla vista ed eravamo circondati da tuoni e lampi. Finalmente avevamo
trovato la Transilvania dell'immaginario collettivo, dove ci stavamo
lanciando con incosciente entusiasmo.
Mi aspettavo che da un momento all'altro qualche bestia assetata di
sangue saltasse addosso a V. portandoselo via tra le nebbie. Anche lui
pensava che sarebbe capitato lo stesso a me, e abbiamo scherzato a lungo
sul fatto che il film "Un lupo mannaro americano a Londra"
iniziava esattamente così… Però lucidamente pensavo
che la cosa più probabile in quelle condizioni era essere centrati
da un fulmine. Durante la discesa abbiamo incrociato una coppia di rumeni
che passeggiavano senza equipaggiamento alcuno: ci hanno sorpassato
trotterellando e poi li abbiamo visti abbandonare la strada per tagliare
i tornanti attraverso i boschi; sono riusciti da questi un paio di volte
finché sono stati inghiottiti dalla macchia sparendo dalla nostra
vista per sempre.
V. ha visto un documentario sulla vita dei licantropi in cui si affermava
che preferiscano di gran lunga alimentarsi di giovani coppie rumene
che dei più coriacei turisti italiani.
Nonostante tutto siamo riusciti ad arrivare alla foresta e ad attraversarla
tra una moltitudine di pini altissimi, finché siamo arrivati
sfiniti su un prato che sembrava finto tanto era delizioso: circondato
dagli alberi, ruscello nel mezzo e pietre per il falò già
pronte. Leggere e scenografiche nuvolette di nebbia qua e là.
Ci siamo stravaccati e abbiamo acceso un fuoco di legna bagnata. V.
ha stappato la vodka mentre la mia sapiente mano staccava una giusta
e meritata canna.
Ci eravamo infilati nella tenda con i tuoni di una tempesta che si stava
avvicinando, e sentivamo le bestioline del bosco uscire allo scoperto,
non più impaurite da noi. Imbozzolato nel sacco a pelo ascoltavo
i rumori della foresta e del ruscello, chiedendomi se fosse stato giusto
piantare la tenda sulle rive di un torrente che presto sarebbe stato
in piena… Ero tra il dormiveglia quando mi sono accorto che c'era
un respiro che non veniva dalla parte di V., ma da fuori della tenda,
a 20 centimetri dalla mia faccia ! Ho deciso di ignorare chiunque fosse,
se c'era veramente qualcuno o qualcosa sarebbe stato un po' lì
ad annusarmi e poi avrebbe scelto di sbranare V.. Ho chiuso gli occhi
con in mente l'immagine di lui che veniva trascinato fuori dalla tenda
per i piedi insieme al sacco a pelo mentre io fingevo di dormire.
Nel cuore della notte sono stato svegliato dai boati del temporale che
si stava per scatenare. E così è stato; una massa d'acqua
si è riversata sul nostro misero guscio, quando ho aperto gli
occhi ho visto con stupore che V. era ancora lì, seduto in un
bel controluce a vedere i lampi che ci esplodevano a pochi metri dalla
testa con rapidissima frequenza, tanto da far sembrare la pineta quasi
illuminata a giorno. Sagome dalle forme assai curiose venivano proiettate
sulla tenda con splendidi effetti psichedelici che non eravamo in grado
di apprezzare fino in fondo, in tutto questo abbiamo trovato solo il
coraggio di darci uno sguardo rassegnato e ci siamo rimessi a dormire,
coscienti che non eravamo sotto la tempesta, ma dentro.
Parco naturale
Bucegi 12. 8. 99
Ci ha svegliato
un'alba umida, timidi raggi di sole iniziavano ad attraversare le foglie
creando chiazze di luce sul prato fumante di nebbia e devastato dal
temporale; eravamo zuppi della solida umidità della notte e ancora
frastornati dai tuoni e dalle ore di tragedia. Sono andato verso i resti
del falò per cercare tra le provviste una colazione, ed ho trovato
la busta del pane vuota e con uno squarcio, il sacchetto della spazzatura
era sparito. A quanto sembra, la bestia che mi respirava accanto ieri
sera ha preferito i nostri avanzi a V., che come pasto non deve essere
il massimo.
V. ha visto un documentario sulla fauna della Transilvania in cui si
assicurava che il temibile "Muflone dei Carpazi" è
goloso di spazzatura ma non di turisti, e specialmente di quelli italiani.
Ci siamo scrollati di dosso un paio di chili di allegri e saltellanti
ragni per poi asciugarci al sole, dopo siamo partiti verso la strada
statale per fare l'autostop. Lì però un passaggio non
te lo davano neanche ad ammazzarli, passavano in velocità impolverandoci
con le loro brutte "Dacia 1410" tirate a lustro per la gita
domenicale. Delusi, ci siamo fermati a mangiare i rimasugli delle nostre
"razioni K" sul ciglio della strada. Dopo aver percorso parecchi
chilometri ci siamo precipitati sfiniti in un autobus alla fermata,
senza nemmeno sapere dove andasse. Attraversando boschi e pinete sconfinate
ci ha scaricati in un paese lercio dove i camion ci appestavano con
i loro fumi mentre alzavamo il dito.
Si è fermato un trattore col rimorchio, e uno dei due fieri bifolchi
alla guida gentilmente ci ha invitato a salire, il fondo del cassone
era cosparso di liquidi organici tra cui prevaleva il sangue, misto
a fieno e nafta. Su un lato erano incatenati parecchi bidoni metallici
vuoti e in un angolo giaceva un sacco di plastica chiuso. Abbiamo indagato
sul contenuto che si intravedeva dalle trasparenze della busta, ed abbiamo
riconosciuto la forma di un capretto scuoiato o di un bambino; questa
misteriosa quanto scomoda compagnia ha tenuto alto il nostro umore per
venti chilometri, che abbiamo percorso saltando di mezzo metro insieme
a tutto ciò che era nel rimorchio quando questo finiva in una
delle molte buche che il guidatore centrava spesso e volentieri.
Eravamo ormai storditi dal fracasso e cosparsi di melma e paglia quando
abbiamo cominciato a vedere i turisti che ci filmavano con le telecamere
dalle auto in sorpasso.
Bucarest
14. 8. 99
Abbiamo recuperato
la macchina che ci aspettava in un piazzale, solitaria e infangata.
Siamo partiti di buon ora, tossicchiando e strattonando saremmo arrivati
a Bucarest a metà giornata dove avremmo fatto riparare la "405"
una volta per tutte.
Abbiamo trovato la città afosa e inondata dal sole, così
abbiamo vagato in un parco tra gli anziani a passeggio, e poi negli
ampi viali in stile impero circondati dai palazzi ad uso auto celebrativo
di dittatoriale memoria. La magnificenza e la grandiosità di
queste opere è in netto contrasto con la povertà delle
campagne, le superbe facciate che ci facevano sentire due nullità
avrebbero ottenuto un effetto ancor maggiore sui semplici animi dei
rumeni.
Di fronte questa concretizzazione del potere e della burocrazia mi è
venuto in mente "Il processo" di Kafka ed ho pensato che V.
con l'aria rassegnata che ha guadagnato da quando mi segue in questo
viaggio, potrebbe essere l'interprete ideale per un film.
Ci siamo scattati una foto ricordo di fronte l' "Hotel Intercontinental"
sulla piazza Universitatii, dove alla fine del 1989 iniziò la
rivolta contro Ceausescu; la lapide posta in ricordo mi fa pensare al
detto: "non c'è niente di più incazzato di un buono
che si incazza" , e in quei giorni i "buoni" erano parecchi
Poi io e V. siamo andati in un locale a fare quattro salti. Il posto
era il più "underground" che si possa immaginare; una
specie di catacomba senza prese d'aria dove infuriava la mischia fomentata
da musica punk sovietica e disco trash occidentale. Dopo le competizioni
dei college per vedere quanti studenti entrano in una cabina del telefono
ecco la nuova gara: quanti punk entrano in un box auto. Dall'angusta
scaletta a chiocciola continuavano a scendere signori con la cresta
colorata e dame dalle calze nere strappate; mi chiedevo se saremmo presto
tutti morti soffocati, ma V. mi ha rassicurato dicendo che un documentario
ha affermato che in queste situazioni l'uomo sviluppa delle branchie
in pochi minuti.
Aveva ragione! Infatti poco dopo eravamo ancora vivi e siamo riusciti
a scavalcare il grumo umano di fronte al bar e a conquistare due birre
tiepide. Durante la scalata sentivamo sotto i piedi i corpi agonizzanti
di altri avventori del locale che non avevano retto la vodka a 600 lire
al bicchierino. Poco dopo ho perso V., l'ho visto deglutito dalla folla
e poi riemergere tra i flutti sbronzo e beato; io, non so bene come,
mi sono ritrovato tra le braccia (o forse ero io tra le sue) una ragazza
mora che tentava di dirmi che si chiamava Veronica mentre la baciavo.
Avevo quasi finito di leccarla tutta quando V. si è presentato
con l'ennesimo bicchierino, io ero già completamente ubriaco
ed ho approfittato di quel momento per chiedere a Veronica se voleva
fuggire con me e farsi leccare per tutta la vita.
Lei però aveva altri progetti, e poi c'era il suo fidanzato che
rantolava ai nostri piedi e lo stavamo calpestando già da un
po'. Lei con il visetto innocente e l'aria da maestra, tenendomi lontano
con un dito puntato sulla fronte mi ha dato un appuntamento per la mattina
dopo, avremmo riparlato dei miei progetti a mente lucida…
Bucarest
15. 8. 99
Verso le 11 V. mi
ha svegliato a calci e mi ha buttato per terra per andare all' appuntamento
con Veronica; io ero in coma etilico, ho vomitato un paio di volte per
poi uscire sotto lo sguardo schifato della portiera dell'albergo che
già mi stava antipatica da prima. Ho percorso a piedi i 300 metri
per arrivare, mi sono sembrati una distanza infinita e pensavo di svenire
ad ogni passo. Ero seduto sui gradini di marmo vicino un gruppo di bambini
che tiravano la colla da una busta di plastica. Abbagliato dalla luce
e con il sole che mi stava cuocendo vivo, mi sentivo lo schifo più
schifoso e Veronica non avrebbe mai permesso ad un simile essere di
strisciargli addosso; le uniche cose che volevo erano un cesso e un
letto, alternativamente. Così svomitacchiando sono tornato in
albergo perdendo la mia occasione forever. In pomeriggio abbiamo telefonato
a Simona (una barista arpionata la sera prima), le ho dato un appuntamento
dove sarebbe venuta con una sua amica; purtroppo il protrarsi della
mia confusione mentale ha creato un malinteso, così le ho dato
appuntamento in un luogo inesistente dove io e V. siamo rimasti soli.
Per rifarci, la sera abbiamo preso un taxi per andare in qualche locale,
e ci siamo fatti consigliare dal tassista. "Volete ballare o volete
rimorchiare ?" ci ha chiesto lui in un buon italiano, "La
seconda !" è stata la nostra risposta data all'unisono.
Durante il tragitto il tassista George ci ha raccontato della sua vita,
con un paio di lauree in tasca era partito per il "bel paese"
in cerca di fortuna, ma si sarebbe accontentato anche di una vita decente.
Dopo alcuni mesi di lavoro in nero ha dovuto decidere se continuare
a fare il clandestino in Italia, giacché di essere messo in regola
non se ne parlava, oppure tornare in Romania dove oltre ad un tozzo
di pane ritrovava anche la sua dignità. "Non siamo mica
bestie!" ha aggiunto. Vedevamo solo allora quanto fossero diversi
da lui i Rumeni che eravamo abituati a vedere in Italia, comprati e
venduti per le strade nei mercati della prostituzione e dell'edilizia,
costretti ad accettare di fare una vita del tutto priva di dignità
(e a volte di identità), cosa che l'orgoglioso popolo rumeno
non sembra sempre accettare.
Arrivati davanti alla discoteca ci siamo sentiti come se fossimo stati
due Italiani in vacanza in Romania, e come se un tassista respinto dal
nostro paese ci avesse accompagnato sul luogo dove avremmo cacciato
le sue donne (tra cui magari una sua sorella, chissà ?).
Lo abbiamo salutato imbarazzati e siamo entrati nel cubo di cemento
insieme ad alcuni adolescenti dallo sguardo incazzato. Il locale era
mezzo vuoto, un bullo palestrato si dimenava al centro della pista facendosi
filmare con la telecamera da un amico; io e V., abbastanza depressi
abbiamo bevuto una cosa e siamo tornati in albergo parlando poco.
Costanza
16. 8. 99
La mattina abbiamo
lasciato la stanza, e mentre distraevo la receptionist antipatica V.
staccava da un muro dietro di me una mappa geografica della Romania
con la zona d'ombra creata dall'eclissi, una vera chicca per la sua
collezione di cartine… Sembra che la "405" sia guarita
dal suo male oscuro, così siamo partiti per Costanza di buon'ora.
La strada è disseminata di carretti quasi fermi che appaiono
all' improvviso da dietro le curve, sempre accompagnati da bambini che
attraversano senza preavviso, galline ed altri quadrupedi tra cui molti
cani, buona parte dei quali giace senza vita sul ciglio della strada.
Nonostante tutto siamo arrivati a Costanza, cittadina dal sapore mediterraneo
affacciata però sul Mar Nero. Depositata macchina e bagagli siamo
andati subito verso il porto, sprofondato nella calura del primo pomeriggio.
Lungo la via un tizio voleva offrirci due brutte donne per pochi danari,
noi abbiamo rifiutato e siamo andati sul molo saltellando sui macigni.
Lì V. ha iniziato a pescare, io ho fatto una passeggiata sulla
spiaggia in stile "riviera romagnola" , ma a parte questo
Costanza non offre molto.
Tulcea 17.
8. 99
Stamattina prima
di partire per il delta del Danubio abbiamo deciso di fare un bagno
nel Mar Nero, così mentre eravamo impegnati nel traffico di Costanza
ho visto una ragazza a bordo di un fuoristrada che ci sorrideva e ci
lanciava baci, poi si è accostata facendoci segno di affiancarci:
era una mora di bell'aspetto e dalle generose tette, ci ha detto che
aveva molta fretta ma che ci saremmo potuti rivedere la sera. Le ho
chiesto se fosse una professionista, ma lei si è offesa dicendo
che era fatta così, le stavamo simpatici e ci voleva rivedere.
Ho chiesto scusa e ho preso il biglietto da visita che dall'alto del
"Range Rover" mi ha messo davanti al naso. Magdalena, si chiamava.
Quando mi sono girato V. era stizzito per la mia cafoneria, ma poiché
lei aveva poco tempo non sono andato troppo per il sottile, anche per
evitare sorprese la sera. V. mi ha assicurato che in un documentario
sulle rumene si diceva che questi comportamenti siano comuni in certi
periodi dell'anno.
Arrivati al mare abbiamo capito subito perché l'hanno chiamato
così, le sue acque apparivano ancora più scure di fronte
alla spiaggia bianchissima composta da un'infinità di conchiglie
frantumate; nel complesso non ci invitava molto ad un bagno, ma sentivamo
che ci dovevamo immergere più per fini battesimali che per piacere;
così dopo aver assolto alla funzione senza particolari cerimoniali
siamo partiti per una visita turistica in una specie di centrale atomica
che traspariva dalla foschia in lontananza. Laggiù ci siamo scattati
alcune foto con paesaggi industriali per sfondo e V. ha tentato un timido
tentativo di pesca, ma l'ambiente degradato suggeriva che forse era
meglio andare al ristorante anche quella sera.
Abbiamo raggiunto un campeggio vicino alla centrale atomica, ci siamo
fatti una doccia a sbafo e ci siamo messi i nostri vestiti migliori
per il possibile incontro con Magdalena. Pochi minuti dopo questa ci
annunciava che anche la sera aveva da fare.
Così abbiamo invertito la rotta per la strada ormai buia, per
filare silenziosi verso Tulcea.
V. guidava e Franco Battiato cantava nell'autoradio, mentre pensavamo
alle donne che non avevamo mai avuto.
Sulina 18. 8. 99
Dopo aver rotto
uno specchietto della macchina ci siamo imbarcati sul "Sulina Rapid"
alle 13,30, gli zaini pieni di provviste e la voglia di navigare finalmente
sul Danubio. Avevamo passato una mattinata snervante in giro per Tulcea
per cause tecniche, ed avremmo sacrificato volentieri i nostri fardelli
ai flutti del fiume. Dopo una lunga fila sotto il sole siamo entrati
nel vaporetto dotato di finestrini microscopici e ovviamente non dell'aria
condizionata; attendevamo la partenza da parecchio e V. ha cominciato
a dare segni di esaurimento prendendo a calci i bagagli di tutti i passeggeri
con gli occhi iniettati di sangue. Inaspettatamente il battellino è
partito a velocità supersonica sfrecciando tra le petroliere
alla fonda, la brezza leggera che riusciva ad entrare ha calmato i bollori
di V. che guardava le foreste sulle rive. Il paesaggio si è presto
tappezzato di un fitto canneto continuo fino a Sulina, dove ci siamo
ritrovati sul molo circondati dalla gente e dai relitti di navi coperti
di ruggine. Mentre eravamo seduti su un muretto per decidere davanti
alla mappa il luogo ideale per farci una canna si è avvicinata
una meraviglia di genere femminile in bicicletta, e mi ha chiesto se
volevamo una stanza in casa sua. Noi che volevamo campeggiare sul lago
stupidamente abbiamo rifiutato. La meraviglia intanto si era presentata
come Irina, dai suoi shorts mozzafiato uscivano due cosce sode e abbronzate,
come le tette, che volevano a tutti i costi esplodere dalla canottiera.
Mi spiegava la morfologia del territorio indicandomi luoghi sulla cartina,
e noi non la seguivamo, trovando il suo davanzale più interessante.
Ci ha salutato porgendoci la mano per un bacio come ancora si usa qui,
noi da bravi cafoni occidentali l'abbiamo stretta forse anche con eccessivo
vigore. Poi Irina si è voltata, e pedalando ci ha donato un'altra
splendida visione. Quando ci siamo resi conto dell'occasione perduta
già eravamo a camminare per la piana sconfinata che ci separava
dal Mar Nero.
Solo i pali della luce davano un idea delle distanze, in lontananza
sulla sinistra c'era una centrale elettrica, unico protagonista di quella
scena desolata. Fu allora che la mia mano mesta staccò una canna
esagerata. Abbiamo poi deciso di tornare al paese, e trovare una barca
che ci portasse in un camping su uno dei tanti laghi sul delta; abbiamo
provato con diversi pescatori che ci volevano derubare, finchè
ci ha adescato un sedicenne di quel paese, Christy, che a suo dire risolveva
problemi ed era in grado di organizzare qualsiasi cosa. Scroccandoci
più sigarette che poteva ci ha condotto in un edificio cubiforme
con torre sopra e prato intorno, abbiamo attraversato diversi ambienti
e corridoi e ognuno di questi emanava un diverso fetore, noi ci incastravamo
con gli zaini lungo i passaggi sempre più stretti, fino all'ultimo
locale dove stazionava il "boss", come lo chiamava Christy.
Era in mutanda e canotta immerso nella calura di un ufficio fatiscente,
dietro un tavolo cosparso di oggetti casalinghi e rimasugli di cibo.
In un angolo erano impilati fogli a quadretti con su scritti ordinatamente
dei calcoli e vicino un enorme telefono sovietico in bachelite nera.
Lo ha preso subito ed ha iniziato a comporre una serie di numeri, dopo
vari tentativi ha riappoggiato la cornetta deluso dicendo che di barche
a quell'ora tarda non ce ne erano, ma che potevamo prendere una camera
in quella costruzione per poi partire la mattina dopo. Noi eravamo disgustati
da quel posto e volevamo campeggiare, quindi abbiamo detto di no perdendo
la seconda occasione di quel giorno. Siamo venuti a sapere dopo da Christy
che quella era una specie di colonia estiva per adolescenti, infatti
abbiamo cominciato a vedere delle ragazzine che ci studiavano incuriosite;
secondo le nostre fantasie erotiche ispirate ai film con Alvaro Vitali
quelle fanciulle stavano aspettando solo l'occasione per trasgredire,
come tutti a quell'età.
Noi due coglioncelli invece volevamo partire, e così ci siamo
fatti condurre da Christy da quella che doveva essere la sua ultima
chance: il Capitano.
Lo abbiamo trovato nel suo ufficio spoglio completamente ubriaco, ma
amicone e disponibile alla chiacchierata; la nostra piccola guida gli
ha spiegato il problema ed egli barcollando nell'uniforme stropicciata
si è finto interessato. V. ha tirato fuori la mappa per mostrargli
esattamente il posto dove volevamo arrivare, lui l'ha presa con il fare
deciso di chi ha preso mappe per tutta la vita, ed ha cominciato a leggerla
al contrario. V. ha cercato di girargliela ma egli non ha permesso che
mani straniere toccassero troppo quello che rappresentava il territorio
del suo comando; però non riusciva a decifrare i caratteri delle
scritte capovolte. Dopo alcuni tentativi ha rinunciato pensando che
fosse una mappa in cirillico o in qualche lingua misteriosa. Quello
che non lo convinceva era il fatto che non riconosceva neanche i luoghi,
finché illuminandosi ha esclamato: "Ah, ecco ! E' perché
il Nord è di là !!! " facendo mezzo giro su se stesso,
ma la mappa era sempre sottosopra. Fece ancora un paio di giri completi
prima che V. lo fermasse con decisione per girargli la cartina e farlo
brillare per un'altra volta.
Dopodiché è partito per il lungo corridoio con l'andatura
di chi sa bene cosa bisogna fare in ogni situazione, è entrato
in un paio di uffici con noi tre dietro, ha alzato qualche pila di fogli,
e con l'aria di quello che hafattotuttoilpossibilemanonc'eraproprionientedafare,
ci ha consigliato di partire all'indomani. A questo punto Christy ci
ha detto che se volevamo potevamo campeggiare nel prato di fronte alla
colonia delle sedicenni, dunque siamo andati a piantare la tenda. Mentre
eravamo impegnati con le stecche ed i picchetti alcuni ragazzini venivano
a darci consigli di pesca e gruppetti delle ragazzine più mature
ed intraprendenti ci gironzolavano intorno e ci spiavano dalle finestre.
L'idea di passare una notte in quel figaio non era poi così male,
ed anche il paesino meritava. Al tramonto siamo stati avvolti da un'atmosfera
calda e ovattata che ha rallentato tutto. Seduti sul porticciolo fluviale
guardavamo scorrere il Danubio prima che andasse a perdersi definitivamente
in mare, lì Christy mi ha confessato della sua passione per il
macabro, del perché si vestisse sempre di nero e delle strane
droghe che sintetizzava in cucina. Per trascorrere il lungo inverno
dipingeva quadri bevendosi uno strano intruglio di sua invenzione a
base di vodka, acqua distillata e dentifricio. Quando abbiamo finito
la cena ed è arrivato il conto lui si è impressionato
del fatto che due ragazzi potessero pagare l'equivalente di sei dollari
in due per una cena a base di pesce senza battere ciglio; lo stesso
stupore lo ha manifestato vedendo il prezzo dello scatolame, per noi
economicissimo, che avevamo comperato per il campeggio. La sua famiglia
con il mezzo dollaro di un nostro barattolo avrebbe fatto un intero
pasto. Sempre scroccandoci birre e quanto più poteva ci ha portato
in una rustica discoteca di campagna dove mi ha chiesto alcuni spiccioli
per comperare le sigarette che fuma di solito, ma ha continuato comunque
ad attingere dal nostro pacchetto di "bionde", dicendo che
rimangono sempre le migliori. Dopo qualche bevuta e una partita a biliardo
siamo tornati al prato dov'era piantata la tenda e dove avevano organizzato
una festicciola con le aranciate e un complessino; mentre ero lì
a guardare sono stato avvicinato da due sedicenni che mi hanno raccontato
di come sia bella la vita qui a Sulina, e che prima di ripartire dovevo
assolutamente passare a casa di una di loro che abitava lì di
fronte. Non ne capivo il perché, ero mezzo sbronzo e volevo andare
a dormire, ma con l'aiuto di un loro amichetto mi hanno trascinato fuori,
e poi dentro un negozio sotto la casa della tipa. Lì ci attendeva
la madre in mezzo ai detersivi; aveva l'aria di essere un'attività
appena avviata perché sugli scaffali lindi si riproponevano le
confezioni dei soliti tre o quattro prodotti in tutte le combinazioni.
La biondina mi ha presentato alla madre e poi sono seguiti alcuni minuti
di imbarazzante silenzio che ho cercato di rompere con un generico quanto
falso: " Carino qui !", loro mi guardavano impazienti che
comperassi qualcosa, finché il mio: " Si è fatta
una certa…" gli ha demolito ogni speranza.
Sulina 19.
9. 99
Christy ci è
venuto a svegliare alle 6,30 per andare a prendere il battello che ci
avrebbe portato a destinazione, ancora però non aveva parlato
con il barcaiolo; quando lo ha fatto questo ha preteso una cifra di
quasi il doppio di quanto ci aveva promesso la nostra piccola guida.
Ha cominciato così a girare tra i suoi amici pescatori finché
è arrivata una ragazza rumena con il fidanzato, chiedendomi se
volevamo andare con loro e dividere la spesa. Christy ha cercato di
farci intendere che non era prudente andare con quel barcaiolo, ma vedendo
che noi eravamo decisi a farlo se ne è andato deluso, dopo avermi
chiesto i soldi per una birra.
Abbiamo cominciato così a navigare nella rete di canali immobili
del delta del Danubio, le sponde erano folte di canneti, e quello che
c'era dietro era un mistero (altre canne, credo), intanto V. pescava
seguendo i consigli dei ruvidi pescatori del luogo. In tarda mattinata
sbarcavamo sul molo malfermo e traditore del camping, un' oasi deliziosa
persa in un mare di canne e zanzare. E' venuta ad accoglierci la proprietaria
movendosi lentamente nella calura estiva, con un sorriso strano ci ha
detto che se volevamo piantare la tenda dovevamo affittare una barca
e spostarci un chilometro più giù, quando saremmo arrivati
al "black cross" avremmo trovato uno spiazzo libero dalla
vegetazione per pernottare. Presa la barca giulivi abbiamo levato le
ancore (peraltro assenti) pensando che il "black cross" fosse
un particolare tipo di incrocio tra i canali, ma dopo aver remato una
mezz'ora ci siamo ritrovati sotto una grossa croce tozza e nera. Con
la sua non discreta presenza ha avvolto con un manto di inquietudine
il proseguire della navigazione. Poco più avanti ci è
sfilata davanti una famiglia di pescatori inselvatichiti che stazionava
davanti una baracca, ci guardavano incuriositi e noi facevamo lo stesso,
il più piccolo di loro aveva un occhio di vetro. Ciononostante
abbiamo preso posto quasi di fronte a loro, ci sentivamo un po' dei
pirati d'acqua dolce mentre sbarcano alla Tortuga, e in breve abbiamo
ricoperto dei nostri bagagli il fazzoletto di terreno abitabile. Ben
presto siamo stati individuati dalle zanzare che infestano queste zone
e che usano aggredire ferocemente tutto ciò che non si muove
in continuazione; all' unisono io e V. ci siamo lanciati sul tubetto
di repellente per insetti, e strappandocelo dalle mani urlando ce lo
spalmavamo addosso insieme alle zanzare più avide che non abbandonavano
la presa.
Poco dopo eravamo distesi all' ombra di un incannucciato completamente
ricoperti di vestiti, asciugamani e liquido repellente. A ondate gli
insetti cercavano di pungermi intorno agli occhi o nei fori lasciati
liberi per la respirazione, io intanto mi studiavo con una libellula
che si era venuta a posare su un filo d'erba di fronte al mio naso,
lei girava i suoi occhi strani ed io strizzavo i miei per vederla meglio;
siamo rimasti lì a guardarci per un po', immersi nel gracidare
delle rane circostanti finché ho pensato: " Guarda, guarda…
tanto pure tu verrai presto mangiata ! ". Intanto sentivo V. prendersi
a schiaffi maledicendo in dialetto quegli esseri odiosi che gli volavano
intorno, io mi chiedevo se era meglio essere torturati così lentamente
oppure venire mangiati da un rospo in un colpo solo. Ero lì a
pensarci quando ci siamo ritrovati a gettare i bagagli alla rinfusa
nella barca e fuggire più velocemente possibile da quel posto
dannato. Tutto questo sotto gli occhi divertiti della famiglia sgorbia
che ha osservato ogni nostra mossa.
Siamo così tornati al campeggio dove la proprietaria ci aveva
già preparato un bungalow con le zanzariere alle finestre, prevedendo
il nostro rapido quanto sicuro ritorno. La giornata è proseguita
pescando (nulla), facendo vita lacustre ed usando la barca come mezzo
di locomozione sui canali che separavano le varie isolette; la sera,
appena ci siamo fermati, un ennesimo attacco di insetti ci ha rinchiusi
in camera dove guardavo le curiose impronte di scarpe sul soffitto e
sui muri. Mi sono addormentato con i tonfi sordi della ciabatta di V.
che echeggiavano dalla sua camera.
Tulcea 20.
8. 99
La mattinata è
trascorsa non molto differente dalla sera prima, così abbiamo
deciso di ripartire per zone più bonificate, abbiamo preso il
battello per tornare a Tulcea e lì dopo il recupero della macchina
ci siamo rimessi sulle strade verso i Carpazi.
Altro viaggio in notturna, io guidavo e V. pensava agli zampironi, e
ai pesci che non aveva mai pescato.
Busteni
21. 8. 99
Con gli zaini in
spalla abbiamo risalito i monti del parco naturale Bucegi facendo il
primo tratto in funivia, e poi camminando sui crepacci finché
il cielo si è fatto scuro. Lungo la via si è affiancata
una simpatica e furba cagnetta che assomigliava ad una jena. Arrivati
quasi in cima il tempo imbruttiva, e visto che eravamo spazzati da forti
scariche di vento abbiamo trovato riparo dietro un gruppo di massi in
bilico su un precipizio. Piantare la tenda lì in mezzo però
era impossibile, e così ci siamo dovuti costruire una terrazza,
con grande movimento di macigni e terra ruspata con le mani. Su questa
semplice ma funzionale costruzione rupestre abbiamo piazzato il nostro
rifugio; mentre aprivamo la tenda questa si gonfiava con il vento come
una mongolfiera e la immaginavo in balìa degli elementi che volava
giù per l'abisso su cui eravamo arroccati. Eravamo quasi sulla
sella di una montagna, scavalcata continuamente da nuvole cariche di
elettricità che decidevano di passare da una vallata all' altra
"colando" come panna montata. Per questo eravamo a momenti
circondati da nebbie dense e improvvise, con i fulmini che ci schiantavano
vicino alle orecchie; quando si liberava la visuale vedevamo il baratro
sotto di noi: tra i picchi acuminati si riversava il fiume vaporoso
di cui ammiravamo lampi e tuoni. Sopra le nostre teste si ergeva il
missile - ripetitore che durante l'eclissi vedevamo da lontano, la sua
luce intermittente sapeva di stella cometa.
Alle 19,30 dopo un pasto frugale ed un paio di vodka "Kazaciok"
eravamo pronti per infilarci nei sacchi a pelo, così abbiamo
giocato ai dadi per chi dovesse dormire dal lato del precipizio.
Intanto Jena si era scavata una buchetta tra due massi e riposava tranquilla.
Parco naturale
Bucegi 22. 8. 99
La mattina sveglia
nel nebbione, e sotto la pioggia che ci ha inzuppato per tutta la notte
ci siamo incamminati per una visita al missile-ripetitore bianco e rosso;
dopo aver destato i necessari sospetti da parte dei guardiani siamo
tornati alla funivia accompagnati da raffiche di vento gelido e guazza.
Lì abbiamo salutato la fedele Jena regalandole un biscottone.
Raggiunta la macchina abbiamo deciso di andare a visitare i famosi castelli
dei vari vampiri un tempo residenti in zona, non prima di esserci rifocillati
a dovere in una trattoria in stile montanaro, dove ci hanno fatto accomodare
su pesantissimi troni di legno rivestiti di vello di pecora aromatizzato
alla pecora. Uno dei lati negativi dei ristoranti in Romania è
che le attese sono lunghissime, quando si decide di mangiare fuori bisogna
prendersi una mezza giornata di tempo. Per questo, nonostante i prezzi
stracciati e la qualità ottima, noi ci ritrovavamo spesso con
un panino in mano. Così, dopo un pranzo a base delle tipiche
zuppe e ovviamente un secondo di carne di pecora (forse quelle su cui
sedevamo), siamo usciti a metà pomeriggio e siamo arrivati al
vicino castello di Bran. Narra la leggenda, o meglio il libro, che qui
visse il famoso conte Dracula, ma a quanto pare Vlad Tepes (il suo vero
nome) non mise mai piede qui, limitandosi ad impalare Turchi in altre
zone. Il maniero è comunque affascinante e rende una buona visione
di quello che doveva essere stato un tempo. La guida consiglia anche
le rovine di un altro castello, quello di Rasnov, che pareva essere
arroccato da qualche parte su una montagna lì vicino. Durante
le ricerche abbiamo chiesto informazioni ad un tipo dall'evidente aspetto
straniero e con una guida in mano; lui non c'era ancora stato e ne sapeva
meno di noi, quindi l'abbiamo invitato a salire. Si chiamava Clive ed
era Irlandese. Abbiamo continuato a chiedere finché un contadino
ci ha fatto capire che ci avrebbe accompagnato; dopo aver percorso una
decina di chilometri lui ha detto di camminare per un sentiero nel bosco
e se ne è andato verso una casa di pietre. Appena ho parcheggiato
la Peugeot il tempo è passato da grigio a tempestoso, con le
consuete secchiate d'acqua a cui ci cominciavamo ad abituare, i tuoni
sopra la testa e il presentimento che il mondo finisca di lì
a breve. Dopo dieci minuti, per ingannare l' attesa, decidiamo di fumare.
Per l'occasione ho incartato un cannone micidiale che ci ha storditi
tutti e tre. Fatto ciò ci siamo ricoperti di buste di plastica,
ho preso il cavalletto e la macchina fotografica e siamo usciti nella
burrasca. Nel sottobosco era quasi buio ma vedevo la fluorescenza delle
gambe secche e storte di Clive uscire dai pantaloncini e pestare nel
fango, non l'avevo ancora guardato bene, e ora mi sembrava la copia
esatta di Woody Allen. Presto abbiamo smarrito il sentiero, ognuno aveva
la sua teoria e le abbiamo presto provate tutte peggiorando la situazione.
Mi immaginavo cosa dovesse pensare Clive di tutto ciò: in pochi
minuti si era ritrovato fatto come una pera sotto una tormenta in compagnia
di due sconosciuti persi in un bosco durante la ricerca del castello
di un vampiro. Anche a me la situazione cominciava ad apparire abbastanza
surreale, finché dopo aver marciato per più di un'ora
abbiamo deciso di abbandonare le ricerche e di tornare a valle dov'era
la macchina. Laggiù informatori più attendibili ci hanno
detto che il castello era proprio sopra al punto in cui avevamo fatto
salire a bordo il contadino, e che forse egli aveva bisogno solo di
un passaggio a casa. Dopo la visita al maniero salutiamo Clive e lo
lasciamo ad una fermata dell'autobus ancora mezzo stonato, con la sua
aria da irlandese abituato a vivere tra brave persone. Noi siamo partiti
per Budapest, e sulla strada ci siamo fermati a dormire in un motel
dove ci siamo sbronzati tra i camionisti e le prostitute economiche.
Verso Budapest
23. 8. 99
Abbiamo passato
la frontiera ad Oradea accompagnati dalla musica salsa, i nomi dei paesi
sono diventati più che incomprensibili, come la voce dello speaker
alla radio. Viaggiavamo sotto un cielo che sembrava artificiale tra
i campi di girasoli e di mais, attraversando paesini restaurati di fresco.
Sembrava che lì il comunismo non li avesse toccati più
di tanto, l'unico segno del passato erano le "Trabant" che
sorpassavamo. Ci eravamo lasciati dietro il povero buongusto delle case
della campagna rumena ed i timidi sorrisi della gente che le abitava
per passare alla linda terra Ungherese, con le sue leziosità
da cugini ricchi.
Arrivati a Budapest ci siamo resi conto che l'unico modo per dormire
senza spendere una fortuna è affittare una camera in una famiglia,
e proprio mentre eravamo fermi ad un semaforo un signore in bicicletta
ci ha infilato dal finestrino una fotocopia con una mappa, dicendo che
aveva un appartamento per noi. Così ci siamo sistemati e siamo
usciti a piedi per vedere la città: bellissima. Col suo aspetto
da capitale nordica ci trovava spaesati, abituati ormai alla vita del
"sud del mondo". Per tornare abbiamo preso un taxi, ed il
tassista ci ha messo in mano degli album di fotografie di ragazze seminude
in pose equivoche, con fare libidinoso ha detto se volevamo andarci
a fare quattro salti insieme. Noi abbiamo rifiutato, ma lui dopo aver
insistito si è incazzato e ci ha derubato una cifra spropositata
per la corsa . La nostra stanza era in una ricca zona residenziale,
e all'incrocio sotto casa abbiamo trovato due tizi in mimetica e bomber
che stazionavano. Dapprima abbiamo pensato che fossero guardie private,
poi guardando meglio abbiamo riconosciuto i tipici segni dei nazi. La
loro presenza ci ha riempito di sicurezza, in quanto questo tipo di
ronde notturne cercano di tenere lontani Africani, Turchi, tossici ed
Italiani.
Budapest
24. 8. 99
Abbiamo deciso di
fare una gita da "single", io sono stato prima al castello
poi alla cittadella e ho visitato la metropolitana più antica
del continente. La sera io e V. ci siamo fatti l'ultima canna che avevamo
sul Danubio. Budapest è meravigliosa.
Budapest 25. 8. 99
E' stata una giornata
di riposo e di shopping, V. voleva comprare alcune mappe antiche per
la sua collezione, e così ci siamo ritrovati in un negozietto
stipato di rotoli di carta. Il proprietario già brillo ci ha
offerto un prosecco italiano. Le mappe che vendeva costavano circa 40
dollari l'una, V. ne ha prese quattro, e dopo alcuni conti mentali il
negoziante ha fatto una somma di 50 dollari complessivi, V. ha pagato
soddisfatto e ci siamo dileguati rapidamente. La sera dopo aver bevuto
una birra in un bar stile mistico orientale stavamo tornando a casa
in macchina, una pattuglia della polizia dopo averci seguito un po'
ci ha fermato e sono usciti i seguenti personaggi in divisa : "Il
Tortellino" (soprannominato così per le sue somiglianze),
seguito da Ivan Drago , alto con i capelli biondi a spazzola e la mascella
quadrata, ed una ragazza che quando ha capito cosa ci volevano fare
è tornata in macchina vergognandosi. V. era alla guida, e dopo
aver visto i suoi documenti ci hanno chiesto se avevamo per caso bevuto;
abbiamo detto di si, una birra, ma più di tre ore prima. A quel
punto Tortellino ha tirato fuori una scatola con attaccata una trombetta,
e ci ha detto ripetendo un copione ben provato: "Vedete, ora il
signore alla guida deve soffiare qui dentro, la macchinetta analizzerà
il suo fiato e ci darà la percentuale di alcool nel suo sangue,
se oltrepasserà lo zero virgola zero le pene saranno durissime".
Prontamente Ivan Drago ha tirato fuori un opuscolo della polizia locale
in tre lingue che illustrava a cosa stavamo andando incontro: la pena
minima per aver bevuto anche una cosa insignificante erano trecento
dollari di multa ed il sequestro del passaporto e dell'auto per un tot
di giorni, la pena più grave era l'arresto. Tortellino con fare
viscido è venuto da me a dirmi che se V. soffiava lì dentro
sarebbe stato impossibile poi trovare una soluzione, perché la
macchinetta registrava tutto; intanto V. sicuro della sua sobrietà
voleva soffiare ed andarsene, ma Ivan Drago gliela allontanava subito
chiedendogli se era sicuro. Abbiamo cominciato a sentire puzza di bruciato,
loro continuavano a prospettarmi cose terribili, finché Tortellino
mi ha detto di dargli qualcosa, loro poi avrebbero scritto una multa
per una sosta vietata. Ho posto la parola fine a quel fottuto teatrino
mettendogli in mano 100 dollari e ringraziandoli di cuore.
Budapest
26. 8. 99
La mattina siamo
partiti per Vienna dove V. conosceva un paio di persone, uno non lo
siamo riusciti a trovare perché si bucava, l'altro lavorava in
un locale italiano ed era molto gentile, ci ha rifocillato, e ci ha
trovato da dormire e da fumare. Ho conosciuto Lorenzo, un altro amico
di V., anche lui lavorava in un locale di compaesani, non stava zitto
un attimo ed era completamente fulminato, simpatico però. Abbiamo
girovagato nella bella ed opulenta Vienna dove tutti mangiano e sembrano
pieni di soldi, lo sfarzo delle vetrine ci abbagliava e non eravamo
più abituati a queste espressioni dell'occidente. La sera siamo
andati a fumare su un ponte sul Danubio, splendido come sempre ci ha
incantato con i suoi riflessi; lo rivedevamo per l'ultima volta dopo
averlo risalito dalla foce, abbiamo visto le civiltà che ci sono
cresciute intorno, la gente che ci lavora, che ci pesca, che ci si lava.
Che differenza tra i poveri e dignitosi Rumeni che stupiscono per la
loro semplicità ed il loro calore, gli Ungheresi, ed infine gli
aristocratici Viennesi che tramite questo corso d'acqua spediscono i
loro detriti ed escrementi fin giù in Romania.
Vienna
27. 8. 99
La mattina ci siamo
svegliati sotto un cielo plumbeo e l'aria ci ha suggerito che l'estate
era quasi finita. Io, V., e Gianluca (un altro romano emigrato), siamo
andati a trovare Lorenzo nel bar dove lavorava. Lì si consumava
alla grande, così ci siamo spiegati il perché delle famose
panze viennesi; intanto Lorenzo cuoceva spaghetti e serviva birroni
spumeggianti, ogni tanto una pizza andava per terra per poi essere servita
con larghi sorrisi.
La nostra prima giornata d'autunno si consuma tra cibi, bevande e canne
in salotto, la sera siamo usciti con i nostri ospiti ed un gruppo di
ragazzi italiani che lavoravano qui, sistemati, annoiati e con i soldini
in tasca. E' iniziato il nostro pellegrinaggio per gli innumerevoli
locali di Vienna, il divertimento dei giovani sembrava essere passare
da un bar all' altro, cercando di superare qualche limite. Ne avremo
visitati almeno cinquanta.
Venezia
28. 8. 99
Siamo ripartiti
per Roma, così io, Gianluca e V. abbiamo salutato Lorenzo ancora
in pigiama, sembrava così indifeso nella sua strampalata purezza.
Abbiamo caricato i bagagli sulla Peugeot che oramai con la sua crosta
di fango aveva guadagnato un aspetto assai vissuto tra le lustre auto
viennesi. Abbiamo deciso di fermarci la notte a Venezia, dove siamo
arrivati di sera. L'abbiamo visitata girando tra i vicoli bui ed era
sempre bella e fastosa, rilassante e piena di mistero, a me faceva pensare
di essere in una scenografia di un film, un film su Venezia. Gianluca
non l'aveva mai vista ed era affascinato dai nostri itinerari lontani
dalle mete turistiche. Poi ci hanno rapinato centomila lire per tre
pizze surgelate ed un litro di vino sfuso. Il consueto cannone nel "sotoportego"
ci ha condotti ad un profondo sonno.
Roma 29.
8. 99
La mattina l'abbiamo
passata ancora girando per il centro sotto una pioggerella che si è
trasformata presto in temporale, ne abbiamo approfittato per subire
un altro furto in un bar; da un rapido calcolo io e V. abbiamo speso
di più negli ultimi cinque giorni che nei venti precedenti .
Sul bagnato siamo arrivati a Roma, e ho salutato Gianluca e V. .
Presto mi sono ritrovato bloccato nel traffico dove fissavo le luci
immobili degli stop delle auto davanti a me.
La pioggia sul vetro mi rendeva una visione distorta e romantica della
realtà; quando il tergicristallo ha reso tutto più nitido,
ho visto che ero fermo sotto lo stesso pilone da cui ero partito.