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VIAGGIO NEL NORD DEL MESSICO Viaggiatori-Autori:
Pipponordovest "CENTRAL
CAMIONERA 2" Il Messico tanto
desiderato mi tornava sotto i piedi in forma diversa da quella che già
conoscevo. Arrivati su Città del Messico abbiamo iniziato a girare
a bassa quota sulle luci della megalopoli, in un cielo stranamente limpido.
I passeggeri spalmavano i loro nasi unti sui finestrini per ammirare
"El Monstruo" in tutto il suo splendore notturno. Non potevano
trovare un soprannome migliore per questa città: ramificazioni
di baraccopoli si stendevano a perdita d'occhio, strade non illuminate
tagliavano agglomerati umani fatti dei materiali più disparati
e senza alcun criterio urbanistico si arrampicavano sulle colline circostanti.
Sentivo "El Monstruo" pulsare e crescere sotto di me anche
in quel momento. E un attimo dopo mi ci sono ritrovato dentro. La zona
degli alberghi del centro è assai linda e non ha nulla a che
fare con quello che avevo visto poco prima, questa è una delle
più grandi contraddizioni del "Districto Federal",
un altro nome più delicato della metropoli. Guanajuato 15.07.02 Questa è
probabilmente la più bella città del Messico: è
di origini coloniali e sede di un'importante università. Tutte
le sere c'è parecchia "movida " per le strade: gruppetti
di "mariachi" vagano per i vicoli e quando hanno radunato
un po' di gente li portano in giro per il paese, cantando e bevendo
a volontà. Guanajuato è sede del "Festival Cervantino"
fatto in onore dello scrittore Miguel Cervantes, l'autore del "Don
Chisciotte". Questo personaggio e il suo tondo compagno Sancho
Panza si trovano rappresentati un po' ovunque, e sopratutto nel museo
a loro dedicato dove li ho visti dipinti, scolpiti, fusi o saldati da
artisti di tutto il mondo. L'unico posto che avevo trovato per dormire
era alla "casa di Josè" che affittava posti letto in
uno stanzone. Tutto appariva molto trascurato, le riparazioni alla buona
facevano capolino dovunque cadesse l'occhio, e molte altre cose erano
vicine alla rottura definitiva. Il bagno era sul terrazzo completamente
invaso da residui della civiltà tecnologica americana degli anni
sessanta. Questo era diventato la nostra "sala da fumo", insieme
ai componenti di una famiglia americana salivo qui per incartare le
essenze per il nostro svago mentale. Loro erano Christoff, Melanie e
il figlio di sette anni. Erano l'esempio della famiglia americana alternativa
e fuori da qualsiasi schema "normale": abitano in un camion
(e non un camper o una motorhome) e si spostano per il New Mexico a
loro piacimento. Lui è un esperto di reti informatiche, lei è
biondina. La prima volta che mi hanno invitato nella "sala da fumo"
gli ho chiesto se c'erano problemi col bambino, lui mi ha detto di no,
poi gli ha passato la canna perchè si facesse un tiro. Non ho
voluto aprire una discussione sul fatto, perché ognuno educa
i figli come gli pare, gli ho solo fatto notare che forse era meglio
che scoprisse da solo le cose al momento giusto. Qui terminano i due fogli provvisori su cui ho scritto finora, ho aspettato di trovare qualcosa di abbastanza "messicano" per le mie memorie… Invece ho comprato un quaderno con i personaggi del "Muppet show", a righe e con la spirale che mi permetterà di strapparne i fogli per differenti usi... Guanajuato 16.07.02 Dopo una delle mie
esplorazioni per la città ho ritrovato la testa del mio cavalletto
rotta. Me lo aspettavo, perché questa maledizione che aleggia
sui miei treppiedi me la portavo appresso da un po' di tempo... Era
già il quarto che mi si distruggeva, e per questo ne avevo comprato
uno più resistente (e pesante), ma chissà, il destino
a volte è crudele. Zacatecas 17.07.02 La mattina ho lasciato
con molta sofferenza Guanajuato dove iniziavo a divertirmi e a scoprirne
la vita. Poi sono arrivato a Zacatecas e mi sono accorto che forse è
pure meglio... C'ero già stato nel mio primo viaggio in Messico
ma non mi aveva fatto una grande impressione. Sono subito stato avvolto
dalla continua atmosfera di perenne "fiesta" messicana. In
una piazza ho trovato un concorso per clown e mimi e ne ho conosciuti
alcuni: Pipo, Pepe e un altro. Pipo ha venti anni, ed è una versione
messicana del "Pierrot". Va sul monociclo caricandosi i bambini
del pubblico sulle spalle, poi per impressionare i genitori finge di
cadere e invece cade veramente, rotolandosi col pupo... (pensate se
accadesse in Italia!). Qui i clown sono rispettati dal pubblico e dalle
autorità che organizzano questi spettacoli, e li considerano
artisti e dispensatori di momenti di gioia. Alla fine della serata ho
offerto a Pipo una birra in un bar lì vicino. Abbiamo trovato
un suo collega poco più che bambino, seduto sotto la luce al
neon. Era stanco e triste, vestito di tutti i colori e con i suoi scarponi
giganti da lavoro. Gli avrei fatto volentieri una foto, sembrava un
quadro impressionista, ma ho preferito non distrarmi da quel momento,
oppure non ne ho avuto la forza... Abbiamo bevuto e chiacchierato fino
a tardi, quando gli ho chiesto se avevano un po' d'erba. Mi hanno detto
di si, molto preoccupati che qualcuno ci sentisse. Siamo usciti in strada,
loro erano entrambi vestiti da clown, e mi hanno detto di seguirli senza
dare nell'occhio... Zacatecas 18.07.02 Il concorso dei
clown è continuato sotto la cattedrale, in una fantastica cornice
barocca. si sono susseguite le esibizioni e io ero oramai diventato
il fotografo ufficiale dell'evento. Diversi artisti mi portavano i rullini
per farseli scattare, mentre il pubblico rideva spensierato. I più
piccoli a volte invadevano l'arena e i pagliacci li coinvolgevano nello
spettacolo. E'incredibile quanto un evento in fondo così semplice
riesca a far dimenticare i problemi e ad infondere leggerezza nell'aria.
Quanto mi sono sembrati freddi i comici attraverso la televisione che
ci ha rubato il contatto umano, la voglia di riunirsi attorno ad un
personaggio che riesce a far ridere i bambini come gli anziani... E
cosa dire del brivido che si prova quando tentano di coinvolgerti nei
loro numeri! I clown mi sembravano delle persone dotate di quella capacità
oserei dire divina di infondere felicità a 360 gradi. Ma il rovescio
della medaglia l'avrei conosciuto ben presto... Real de Catorce 20.07.02 Oggi abbiamo deciso
di andare nel deserto sottostante per prendere il Peyote, quindi ci
siamo organizzati con grandi scorte di frutta, zucchero e acqua per
deglutire il cactus. Da perfetto bambinone americano, Raviv si è
portato il suo fedele barattolo gigante di burro di arachidi e il pane
affettato. Anche stavolta il taxi per il "desierto" era in
stato penoso, una "Willis" del 1948 buona per un museo se
non fosse stata ridotta ad un catorcio fonte di tetano e contusioni.
Eppure camminava. Da oltre 50 anni faceva lo stesso percorso scalpitando
sui massi, carica all'inverosimile nella cabina e sul tetto. E la cosa
più strana è che in tutti questi anni non sia mai finita
nel precipizio che conduce direttamente all'inferno al limite del quale
procedevamo. Real de Catorce 21.07.02 A quanto sembra
ormai Real è una colonia italiana, su quattro ristoranti nel
paese tre sono gestiti da connazionali. Mi hanno raccontato di una partita
di calcio Italia-Real, dove abbiamo perso per sette a uno. Saltillo 22.07.02 Ho accompagnato Smiley fino a Monterrey, dove mi ha salutato con l'aria di un coniglietto moribondo schiantato in un sedile di pullman. Io ho proseguito per Saltillo dove sono finito nel più brutto albergo mai visto da quando ero partito. Lì c'erano anche numerosi insetti che si rifugiarono in ogni fessura non appena ho acceso la luce. Non ci ho fatto molto caso perché ero stanco, ma decisi di iniziare una serie di fotografie in bianconero dei particolari più "trash" degli alberghi. Si sarebbe chiamata "Le mie pensioni"... Sono questi i luoghi che mi fanno subito sentire in viaggio, perché spesso quando ci arrivi sei talmente distrutto che non li guardi nemmeno, poi ti svegli la mattina e dici: "Ma dove sono finito?!", ed è subito uno stimolo a ripartire. Le "comodità" le lascio alla vita normale, credo che per poter apprezzare al massimo il materasso di casa ogni tanto bisogna pure abbandonarlo. Parras 23.07.02 Ho lasciato Saltillo
dopo averla visitata, ossia dopo due ore. Non che sia piccola, ma le
tre cose degne di esser viste stanno tutte intorno ad una piazza. Poi
con l'autobus ho attraversato un deserto che si faceva sempre più
deserto, sparivano i già rari cespugli e pure i cactus non erano
più in molti. Queste erano le uniche forme di vita insieme a
qualche "vulcanizadora", i chioschi dei gommisti, circondati
da uno strato di grasso nero che ricopre i piazzali per un raggio di
parecchi metri. Di queste casupole unte con davanti il proprietario
che dorme se ne trovavano addirittura di più che di rivendite
di coca cola. Improvvisamente siamo entrati in una vera e propria oasi
verdeggiante, prima le erbette, i cespugliosi, e poi addirittura alberi!
Questi danno al paese un aspetto decisamente diverso dagli altri nella
zona. Mantiene ancora molte delle caratteristiche del Messico che si
vede nei film western, con alcune case fatte di fango-paglia-cacca,
l'architettura coloniale e la piazza centrale col giardinetto e gazebo
per la banda della domenica mattina. Mi ha dato un passaggio in auto
un tizio dal baffetto rado; quando ha saputo che parlavo anche inglese
ha insistito per comunicare in quella lingua. Ho capito subito che era
meglio di no, aveva la capacità di esprimere pochi concetti elementari
e la sua pronuncia era semplicemente terrificante, non sembrava neppure
che stesse parlando inglese. Ho tentato spesso di riportare la conversazione
allo spagnolo. Comunicando con grande fatica gli ho chiesto: "Cosa
fai nella vita?", e lui: "Insegno!", "E che cosa?"
ho approfondito io senza poter prevedere la drammatica risposta: "Inglese!"
rispose orgoglioso... Torres 24.07.02 Ho visitato l'unica
attrattiva di Parras: Casa Madero. Si produce vino e brandy da cinquecento
anni. Con l'aiuto di una guida ho girato tra botti centenarie e moderni
sistemi di imbottigliamento di provenienza italiana. Fatto questo mi
è stato offerto un bicchierino di Chardonnay, che per essere
messicano non era per niente male. Ero a stomaco vuoto e questo insieme
alla temperatura ha provocato un piacevole effetto dondolante... Torres 25.07.02 Ho visitato il museo della rivoluzione di Pancho Villa, pare che questo museo sia sul "Guinness dei primati" per essere il più piccolo del mondo, e in effetti è uno sgabuzzino in cui sono ammassate pistole rugginose, pallottole estratte, foto di rivoluzionari vivi, e poi morti ammazzati dalle pallottole di cui sopra. Tra questi il grande "Pancho". Il suo vero nome era Doroteo Arango e fino a 16 anni condusse una vita contadina come tanti, poi un brutto giorno (e qui inizia la leggenda) vide un proprietario terriero rapire la sua sorellina per andarci a giocare al dottore e l'ammalata. Doroteo preso da quel latino senso di giustizia del Far West lo sforacchiò a pistolettate. Di qui il suo periodo di vita alla macchia, tra rapine e fughe. Aveva organizzato una banda niente male e amava definirsi un Robin Hood messicano, ma a differenza del gentiluomo inglese Villa ammazzava chiunque si trovasse sul suo cammino, colpevoli o innocenti. Nel 1909 il governatore di Chihuahua lo assoldò per organizzare una rivolta contro Porfiro Diaz, e dunque Pancho lasciò la tranquilla attività di venditore di cavalli rubati che si era costruito nel frattempo per tornare al saccheggio, ma stavolta col pretesto di realizzare la riforma agraria. Le truppe federali ben organizzate nelle scuole di guerra non erano abituate a combattere contro le squadre di Villa che grazie all'arte del banditismo sapevano sferrare attacchi improvvisi per poi sparire nella "sierra". In poco tempo Ciudad Juarez venne presa e Diaz si dimise, qui seguì un'alternarsi di poteri mentre Pancho era sempre in giro a conquistare città oppure alla macchia. Ci fu addirittura un episodio fino ad allora unico nella storia degli Stati Uniti, e cioè quando il bandito rivoluzionario attaccò la città di Columbus, invadendo gli USA. Questi inviarono 12.000 uomini per vendicarsi dell'affronto, ma non ottennero soddisfazione. Nel 1920 Villa firmò un accordo col nuovo presidente, in cui riceveva un ranch e un bel gruzzolo per i salari delle truppe e dei parenti delle vittime. Il rivoluzionario si ritirava dalla scena per assistere ai combattimenti dei galli e alle sue mogli. Qualche anno dopo, la sua auto carica di passeggeri tra cui lui venne crivellata di colpi, e il mandante non fu mai trovato. Un finale classico per un eroe così messicano. Ceballos 26.07.02 Ero finito in quel
paese fottuto, nel crocevia tra la strada statale e il nulla. Ovvero
la "Zona del Silencio". Cosa intendo per "paese fottuto"?
Bèh, quello che quando scendi dall'autobus vieni investito da
un nuvolone di polvere e pensi: "In che posto fottuto sono capitato!".
E' più una sensazione che un ragionamento. Poi ti rendi conto
che il pullman è già ripartito... L'abitato si sviluppa
lungo la strada dove passano i TIR, c'è qualche negozietto di
gommeamericane-cocacola-sigarette sfuse, diversi saloon dall'aria fosca
, alcuni rivenditori di tacos ed un'infinità di meccanici e gommisti.
Uno di questi organizza pure i funerali. Nelle vie parallele ci sono
diversi affittacamere, una chiesa, una stazione di polizia. Nelle strade
sterrate i vecchietti dormono sotto il sombrero, un bambino con una
corda ne trascina un altro dentro una cassetta della frutta, altri bimbi
mi ridono dietro. A Ceballos non passano molti turisti. Avevo preso
posto in una pensione familiare, non c'era il materasso, ma mi hanno
offerto un tappeto. Meglio, così mi sarei abituato alle notti
future da passare nel deserto. Per cercare qualcuno che mi accompagnasse
nella "Zona del silencio" sono finito alla stazione di polizia,
dove tre sbirri polverosi e male in arnese smangiucchiavano e fumavano
nella calura. Mi hanno detto di aspettare, perché lì prima
o poi sarebbe passato qualcuno che mi poteva aiutare. Nel mentre mi
hanno ricordato che il Messico ha vinto contro l'Italia ai mondiali
di calcio. Gli ho risposto che hanno fatto bene. Dopo un po' è
arrivato un tipo molto panzuto e molto stereotipo messicano, mi è
anche sembrato molto fatto di coca. Mi ha detto che lui è il
"Presidente". "El Presidente de todo aqui" facendo
mezzo giro su se stesso col braccio spiegato. "De todo el Mexico?"
ho detto io, e lui si è allontanato ridendo. Sono partito per
"la Zona del Silencio" insieme a Riccardo il "Presidente",
i tre membri maschi della sua famiglia ed esempio di sana messicanità,
ovvero: Pancho, Joaquin e Riccardo junior. Questo era l'esatta riproduzione
in scala ridotta del papà: faccia rotonda da amicone e panzetta
a cocomero, "camperos" e "sombrero" da piccolo cow
boy. Con noi c'era anche Willy Gonzales, un omaccione pieno di vita
che guidava il camioncino. Sul cassone aveva caricato casse di viveri,
coperte ed una quantità spropositata di birre gelate. Siamo partiti
verso l'una con un caldo infernale, e Riccardo senior a cadenza regolare
di pochi minuti allungava la mano dal finestrino per farsi passare una
coppia di birre, poi in sosta dal benzinaio mi ha detto: "Non fare
complimenti, quando vuoi acchiappa pure dal frigidaire!" Gli ho
detto che a me l'alcool a quelle temperature non piace molto, lui mi
ha risposto qualcosa in dialetto che dovrebbe corrispondere all'incirca
a: "Ma che cazzo dici?! Tiè, senti quant'è fresca!"
mettendomene una in mano dopo averla stappata in maniera molto virile.
E in effetti era vero, così fredda e con la sua patina di goccioline
era un piacere solo da tenere in mano. Ne avevo bevuta metà quando
mi sono accorto che già ridevo da solo. Dal vetro posteriore
della cabina vedevo Riccardo e Willy che cantavano agitandosi a ritmo
di musica campagnola, ma il pericolo di un incidente con altri veicoli
era piuttosto remoto. Durante il tragitto sulla strada sterrata noi
del cassone ballavamo la tarantella aggrappati alle ringhiere per non
volare di sotto, e tutte le provviste si sballottavano in un fracasso
totale. "Ma quale 'Zona del Silenzio'..." pensavo io... Zona del Silenzio 28.07.02 Abbiamo iniziato
con una colazione differenziata: io caffè, WillY e Riccardo "tortillas"
e formaggio e i tre piccoli Messicani si sono fatti le loro bistecche
alla brace, poi ci siamo dedicati ad un'altra ricerca di fossili e al
lungo ritorno a Ceballos. La sera ho offerto al gruppo una spaghettata
nel patio della casa di Willy, costruita da lui in un ottimo stile "country".
La cena è venuta decisamente male, con la pasta scotta condita
con olio di semi. Ceballos 29.07.02 In una giornata
nullafacente ho passeggiato su e giù per il paese e ho fatto
amicizia con diversi Messicani che trasportano e distribuiscono meloni,
che è l'attività principale di Ceballos. Volevo comprare
un po' d'erba, ma non si trovava, da quando hanno equiparato le droghe
leggere a quelle pesanti in Messico tutti hanno iniziato a commerciare
(e a consumare) coca, non vale più la pena rischiare per pochi
dollari di marijuana. E così ho seguito il trend, nella camera
spoglia dove abito mi sono fatto due strisce e poi ho chiacchierato
con gli sbirri della centrale di fronte alla casa. Mi hanno scroccato
un mucchio di sigarette e mi hanno detto di salutargli Baggio. Ceballos 30.07.02 Durante la notte ha piovuto, un grande evento per queste zone, e tutto il polverone che avvolgeva il paese è stato trasformato in fango. I TIR sulla statale invece di tirarsi dietro la consueta nuvola bianca creavano delle onde anomale di colore nero, e gli schizzi di melma dai parafanghi investiva i marciapiedi, i negozi e tutto il resto. "Era molto che non pioveva?" ho chiesto alla signora della pensione, "No, non molto, un paio di anni." ha detto lei. "Desierto es desierto..." pensavo io tornando nella cameretta buia che non mi dispiaceva troppo abbandonare, poiché poco dopo sarei partito per Chihuahua. Chihuahua 31.07.02 C'è una bella cattedrale e una via dove si fa lo "struscio, ma neanche l'ombra di quegli odiosi cagnolini che pensavo fossero stati inventati qui. La sera i giovani parcheggiano le auto nelle vie del centro e accendono la radio sintonizzata sulla stessa frequenza. I loro fuoristrada sono equipaggiati con impianti stereo da milioni di watt che fanno tremare la terra sotto i piedi e li fanno sentire molto fichi. La metà dei negozi vende stivali di tipo "camperos", e ce ne sono veramente di ogni foggia e colore, se solo avessi avuto il coraggio di indossarli ne avrei comprati un paio... Sotto il mio albergo uno di questi negozi ha l'insegna che dice: "El vaquero elegante" (dove "vaquero" sta per "vaccaro")... Il proprietario vorrebbe rassomigliare al fratello sgorbio di James Dean, con camicia a scacchi, gilè e cappello da cow boy, jeans attillati con un lenzuolo arrotolato dentro al "pacco". La mattina l'ho trovato appoggiato al suo pick up rosso con lo stivale lucido sulla ruota, fumando in controluce. Creel 01.08.02 Ero partito per
un paesino sperduto in un luogo eccezionale: il "Canyon del rame".
Appena usciti da Chihuahua il paesaggio ha cominciato a cambiare, e
un progressivo verdeggiare colorava il deserto giallino. Non ho penato
molto quando ho salutato la cittadina arida, Chihuahua significa appunto
"luogo della polvere" in indiano, quindi appena ho visitato
un' altro museo della rivoluzione di Pancho Villa sono partito verso
più freschi lidi. Anzi freddi, perché già dopo
cinquanta chilometri dalla partenza il deserto era un ricordo, e viaggiavamo
avvolti da una pioggia autunnale e clima alpino. Mi sono infilato tutti
i vestiti che avevo nello zaino e ho trovato alloggio in una casa piena
di viaggiatori in abbigliamento montanaro. Riempivano ogni stanza, ovunque
c'era qualcuno; posti letto extra erano ricavati in qualsiasi angolo
dei corridoi, ma per fortuna quando sono arrivato io si stava liberando
un posto in un letto a castello di tre piani. Si cenava tutti insieme
in atmosfera di comunità di recupero. Il paese è pieno
di indiani Tarahmura. Sono molto pacifici e sorridenti, le donne vestite
di ogni colore e i bambini sembrano essere appena usciti dalla giungla
(e forse è vero). Ero in giro per il villaggio e ho visto uno
di questi monelli mentre si affacciava da dietro un muro che dava sulla
via, aveva la fascetta rossa sulla fronte ed un'aria sveglia da piccolo
delinquente. Pareva che volesse attaccare il primo viso pallido che
passava. Creel 02.08.2002 La mattina mi sono alzato dal letto con una miriade di macchioline rosse pruriginose che decoravano ogni mia parte esposta alle coperte; per fortuna ho dormito con la tuta da ginnastica e i calzini contro il freddo, ma avevo le braccia e il collo gonfi e rossi come due peperoni. Un ragazzo americano con la faccia da cherubino che dormiva sotto di me stava anche peggio... Inoltre l'operatore turistico della pensione mi ha fregato un'altra volta, si è scusato per il ridicolo trekking del giorno prima e mi ha promesso un'escursione più lunga. Siamo partiti tardissimo, e dopo quasi tre ore di curve e di fuoripista il guidatore ha detto: "Voi scendete qui, io vi aspetterò laggiù!". Così abbiamo camminato sotto il sole di mezzogiorno fino ad arrivare ad un belvedere da cui si ammirava la "Bufa", un canyon circondato da una spettacolare catena di montagne piena di pareti a picco. Creel 03.08.2002 E' stata una giornata
dedicata alle medicazioni, ho passato una notte terribile grattandomi
i bubboni che diventavano sempre più grossi e infuocati lungo
le vene del collo e delle braccia. Mi sentivo bruciare vivo, continuamente
scendevo dal letto per infilarmi sotto l'acqua gelata della doccia per
poi tornare a scorticarmi tra incubi di gironi infernali. La mattina
il dottore che mi ha visitato ha sentenziato: "Pulci!", e
a quanto sembra io e il biondino che ne è stata un'altra vittima
ne siamo allergici... Così, con 35 dollari di creme e medicine
si è risolto il problema. Divisadero 04.08.2002 La colazione "ranchera"
che Rosaria ci aveva preparato sul fuoco era molto essenziale e contadina:
uova fritte e fagioli. Erano le sei, e Nonno Tex era già sveglio
da tempo; nel posacenere di fronte a lui già erano spiaccicati
quattro mozziconi delle sue sigarette senza filtro. Quando lo guardavo
mi convincevo che fumare non facesse poi così male... Per ingannare
l'attesa si è messo a costruire un paio di sandali nello stile
indiano, usando un copertone per la suola e un laccio di pelle. Siamo
partiti per un'escursione nel Canyon del Rame insieme a Manuel, un omaccione
di quasi 70 anni che marciava sbuffando come un carro armato, e i due
candidi Danesi con i loro occhi azzurri che abbagliavano. Anche loro
si sono presentati già con la sigaretta in bocca, mi sono sentito
in uno spot pubblicitario della "Marlboro Country", dove fumano
pure i cavalli. Io per non essere da meno degli altri attori mi sono
fatto una canna con Manuel. Così siamo partiti, giù e
giù per il canyon, ogni tornante si aprivano nuovi panorami spettacolosi,
mentre la nebbia mattutina si andava diradando sotto un sole sempre
più crudele. A fondovalle si incontravano piccoli campi coltivati
a mais da alcune sperdute famiglie Indios che vivevano in casupole di
pietra lì intorno. A volte incrociavamo un bambino o un pollo. Alamos 05.08.02 Non potevo non passare
in questa cittadina che tanto è stata protagonista dei film western,
dato che era ad un tiro di schioppo da dove ho lasciato il treno. Sembra
che in passato, dopo lo splendore dato dall'oro e dall'argento che qui
si estraeva, sia stata un paese fantasma, finché un allevatore
americano, tal William Alcorn sia giunto per restaurare un lussuoso
palazzo spagnolo poi trasformato in albergo. Da allora Alamos è
risorta, e qui vengono a svernare i nordamericani e i Messicani ci vengono
in vacanza ad agosto. I palazzi più belli sono abitazioni private
oppure hotel a me inaccessibili. Il luogo è interessante a livello
naturalistico, perchè sta al confine tra la zona desertica e
quella giunglosa. Per me, a parte visitare un paio di cantine, non c'è
molto da fare. Un qualsiasi approccio alle poche signorine di passaggio
sarebbe stato un certo preludio di un "mezzogiorno di fuoco",
dunque me ne sono rimasto buono sulla piazza, guardavo chi passava e
sentivo che si diceva... INSERTO SPECIALE: LA CUCINA MESSICANA! Come tutti sanno
, il cibo più comune qui sono i "tacos". Sono fatti
con una "tortilla" che è una versione in miniatura
delle nostre piadine romagnole che può essere di farina di grano
o di mais, quest'ultima versione ben presto stanca il palato. Sulle
"tortillas" si appoggia uno spezzatino di carne o verdura,
formaggio, fagioli e quello che capita. Si piega a metà e buon
appetito. La versione da passeggio è il "burrito" (somarello),
una piadina vera e propria riempita con gli stessi ingredienti ma stavolta
arrotolata. Questi e i "tacos" si trovano sulle bancarelle
di ogni angolo del Messico, sempre con gli stessi sapori. I "tacos"
possono essere ricoperti di salsa e panna e cotti al forno prendendo
il nome di "enchiladas". Col mais ci si fa anche la polenta
che qui si dice "tamal" e viene cotta dentro le foglie di
palma. La carne e il pollo di solito sono alla brace, senza troppi fronzoli
ne' alchimie culinarie perché il sapore è già ottimo
così. Si fa molto il brodo, ma anche questo è sempre uguale
a se stesso dal nord all'estremo sud del paese. Il sapore che si ritrova
ovunque è il "chile", un incrocio tra i nostri peperoni
verdi ed il peperoncino, piccante a diverse gradazioni, e col deciso
sapore di peperone. Questi si fanno ripieni e si frullano per sintetizzare
delle salsine che contaminano qualsiasi piatto. I fagioli quasi sempre
sono schiacciati e ripassati in padella, di solito si mangiano a colazione
(per chi ce la fa) con le uova fritte. La dieta messicana è prevalentemente
carnivora, le verdure si usano più a scopo decorativo che nutrizionale.
Una cosa che mi manca parecchio è l'insalata, va evitata attentamente,
pena intossicazioni e malori brutti. I posti più convenienti
e in cui la cucina è sempre genuina sono i mercati, più
o meno è così in tutto il mondo, ma in Messico sono organizzati
particolarmente bene, con dei chioschi in cui ci si può sedere
e scegliere tra diversi piatti. Nei locali lungo le coste regna il pesce,
sempre fritto o alla griglia. PARENTESI RIVOLUZIONARIA Non mi riferisco
a quella messicana, ma a quella globale che potrebbe iniziare anche
domani, se non fossimo così rincoglioniti dalla pubblicità.
Come disse un famoso pubblicitario pentito: "La rivoluzione oggi
si fa al supermercato !", ovvero rifiutando quello che ci infilano
in bocca e che non siamo in grado di capire cosa sia o da dove proviene
o alle spese di chi. Sono i grandi capitali che muovono il mondo, la
politica, le guerre e tutto il resto. E' dunque pure il vasetto di yogurt
che abbiamo acquistato senza pensarci che finanzierà le cose
orribili che vediamo nei telegiornali quando si parla di paesi sottosviluppati.
Certo che collegare un candido vasetto pagato mezzo euro con questa
situazione diventa difficile, e malgrado che tutto questo si sappia
preferiamo scandalizzarci chiedendoci: "Ma è possibile che
non ci sia nessuno che possa fermare tutto questo?!" mentre mangiamo
banane di una delle tre marche che hanno monopolizzato il mercato mondiale
(e finanziano le guerre in Africa), calziamo scarpe di quelle case produttrici
che sfruttano i bambini in India e in Turchia, e con il carrello della
spesa pieno di quei prodotti che riconducono sempre ai soliti marchi
visti in televisione. Basterebbero due o tre mesi, durante i quali rifiutare
tutto ciò che viene reclamizzato e comperare tutto ciò
che esce dal giro dei grandi capitali, senza nemmeno starsi a chiedere
perché, ma solo per dare un segnale potente che verrebbe certamente
inteso, e che verrebbe ad incrinare quel sistema che critichiamo tra
una pubblicità e l'altra. Si potrebbe anche affinare il tiro
e concentrarsi su quelle marche "infangate" che coprendosi
sotto nomi candidi poi producono guerre e lucrano sulle vite umane.
Sono certo che sia l'unico modo perché questo apparato inizi
a tremare. Non sono bastate milioni di persone nelle piazze di tutto
il mondo per fermare la guerra in Iraq, ma se da allora tutti ci fossimo
rifiutati di acquistare prodotti americani e di fare il pieno in un
loro distributore credo che quella missione sarebbe durata assai meno,
o non sarebbe partita neppure. In fondo andavano laggiù per business.
Ma perché rinunciare ai nostri istinti da supermercato e non
poter essere "come tutti gli altri" ? In fondo questo sistema
ci garantisce che i poveri e gli sfruttati non siamo noi, che le guerre
non si combattano a casa nostra e che gli esperimenti non si facciano
sui nostri bambini. Qui mi torna in mente una frase di un mio amico
(che continuo a considerare intelligente ma con una parte del cervello
lavato dai media): "Ma se non ti compri le Nike o le Adidas che
scarpe ti metti?!". E' il caratteristico luogo di villeggiatura sull'Oceano Pacifico, mi trovavo lì sia per dovere professionale (le foto dei posti sconosciuti o sfigati non si vendono facilmente), sia perché i deserti mi avevano un po' "prosciugato" e sentivo la voglia di stare tra la gente. Mazatlan è come uno se la immagina: una grande e prospera città con tutti i servizi, una costa paradisiaca con palme e spiagge lunghissime, capanne dove si mangia il pesce e si beve la birra dall'alba al tramonto. La temperatura dell'acqua è perfetta, non ci sono correnti e si può nuotare in tranquillità. Gli alberghi costano incredibilmente poco. Nella "Zona Dorada", il quartiere più lussuoso, ci sono diversi locali e discoteche con la musica più brutta che abbia mai sentito e i DJ più incapaci, ma tant'è... Questa zona è abitata sopratutto dagli Americani, infatti c'è anche Blockbusters e Mc Donald's per le seratine in famiglia. Il resto della città è popolato da turisti Messicani e da chi lavora nei servizi per muovere la macchina turistica. Devo dire che non si sta per niente male, però già mi sopraggiunge quell'insofferenza che mi prende quando non ho molto da fare. Per cui la mattina ho scattato quelle fotografie molto turistiche che cercavo, e che probabilmente sarebbero finite in qualche depliant di un operatore turistico, poi ho camminato in su e in giù per i quindici chilometri di spiaggia intorno alla città, per poi stramazzare nel mare tiepido. Di tanto in tanto mangiavo un pesce in una capanna, facevo quattro chiacchiere con un venditore ambulante, scattavo una foto e poi ripartivo per il mio assurdo pellegrinaggio senza meta. In due giorni avrò percorso almeno cinquanta chilometri. Di fronte ad una delle discoteche di cui sopra ho conosciuto un ragazzo di sedici anni che vendeva le sigarette, abbiamo iniziato a chiacchierare, fin quando mi ha detto che lì dentro c'era il demonio. Gli ho chiesto se era mai entrato in una discoteca o se stava scherzando, lui mi ha detto di no, ma che glielo avevano assicurato. Certo, quel DJ era un cialtrone, ma non era certo Belzebù. Gli ho chiesto che male ci fosse nel divertirsi ballando, e secondo lui Dio lo vedeva e piangeva molto per questo. Allora gli ho fatto notare che il demonio era più presente nelle sigarette che vendeva lui che in quella discoteca, c'è rimasto un po' male ma finalmente ha iniziato a pensarci su. S.Blas 10.08.02 E' un paesino quasi
immune dal turismo di massa, ci sono pochi ristoranti, una chiesa, una
piazza e un'osteria. C'è addirittura un cambio, dove ho conosciuto
Hector e Chuy, due ragazzi dallo sguardo sereno, la panzetta e le spalle
larghe da sportivi, segni inequivocabili di chi fa una vita sana ma
quando fa sera si gode la vita... Fanno i surfisti, e Chuy stava aprendo
sulla spiaggia un locale per affittare le tavole, dare lezioni e vendere
birre (che sembra essere l'attività parallela di ogni attività
messicana). Ma allora c'era solo una capanna e le birre. Mi ha offerto
un'amaca e l'uso della cucina a casa sua, e non ho esitato a dire di
si. In altre situazioni sarei stato più malfidato (girare con
un piccolo capitale in attrezzatura fotografica nello zaino rende molto
sospettosi), ma quei due nonostante le apparenze trascurate sembravano
affidabili. Era tempo che non cercavo di comprare un po' d'erba, qui
in Messico si rischiano almeno dieci anni di carcere anche per una canna,
quindi avevo quasi deciso di smettere. Invece è saltata fuori
da sola, appena siamo entrati in casa con alcuni suoi amici molto Messicani
è comparsa una busta paffuta piena di chili e chili di "mota"
verdeggiante. S.Blas 12.08.02 Il momento più
bello è stato quando ho attraversato la spiaggia con il mio surf
sotto il braccio. Mi faceva sentire molto fico, perché immaginavo
che dopo un paio di tentativi avrei cavalcato le onde come i campioni
fanno con noncuranza, e le ragazze sarebbero state ad ammirarmi incantate
dal mio stile. Il Chuy aveva da fare, quindi mi ha lasciato con poche
indicazioni per manovrarlo, che non erano altro che la descrizione a
parole di quello che avevo visto fare dai fuoriclasse in televisione.
Non c'era nulla di difficile, bastava nuotare oltre il punto dove le
onde iniziavano a rompersi, aspettare il "set" di onde giusto,
lanciarsi in una rapida sbracciata e alzarsi in piedi. Facilissimo.
Appena mi sono tuffato la tavola già dava segni di nervosismo
e di ingovernabilità, quando riuscivo a guadagnare alcuni metri
spingendola e trascinandola, puntuale arrivava un'onda che mi sbatteva
dove ero partito o un po' più giù. Allora ho capito che
il surf non è uno sport facile. Un ragazzino mi è passato
vicino con la sua tavola, andava incontro alle onde come un treno-sommergibile,
tuffandosi sotto lui, e contemporaneamente lanciando la tavola sopra
l'onda. Questa dunque era la tecnica. Così ho iniziato a fare
lo stesso, ma bastava essere presi da un solo cavallone per tornare
sul bagnasciuga. Cercavo di nuotare il più velocemente possibile
ma sempre venivo investito, risucchiato in basso e shakerato. Riemergevo
stanco, confuso, e con la testa piena d'acqua. Così ho capito
che non è uno sport poco faticoso, e perché chi lo fa
ha le spalle larghe... Arrivato dopo parecchi tentativi a una cinquantina
di metri dalla riva, dove le onde iniziavano a spezzarsi, mi sono seduto
sulla tavola e ho iniziato ad aspettare quella "giusta". Perché
non tutte sono uguali, ne arrivano dei "set" di tre o quattro
piccole e poi una o due grandi, per cui bisogna approfittare delle prime
per prendere il largo, e poi cavalcare le ultime. Quando è arrivata
ho remato con le braccia in uno scatto forsennato, la schiuma che si
andava a formare sotto di me mi ha fatto sentire sollevato e in un attimo
mi ha inghiottito di nuovo con tutta la sua potenza. Quando venivo travolto
abbracciavo la tavola ma spesso mi veniva strappata dai marosi e mi
vorticava accanto a velocità supersonica perchè la portavo
legata a un piede. Mi sfiorava con le derive che sono di plastica, ma
affilate come rasoi; sembrava di essere dentro una lavatrice insieme
ad un'ascia. Allora ho capito anche che surfare può essere uno
sport assai mortale. Me lo confermarono altri tentativi finiti allo
stesso modo, e presto avevo il torace pieno di lividi a forma di carena
e tagli col disegno inconfondibile della deriva. Solo una volta sono
riuscito a prendere un'onda: su un tappeto ribollente mi ha spinto per
trenta metri, e quando stavo per alzarmi in piedi lei ha preso me. Puerto Vallarta 13.08.02 Io e Luis abbiamo
bighellonato per la città tra i turisti americani e le vetrine
piene di tutto quello di cui un "gringo" in vacanza può
aver bisogno: dall' hamburger alla maglietta con scritta idiota. A me
pare di essere tornato in Europa, qui è tutto più lindo
e plastificato di tutto il resto del Messico, non c'è gente che
dorme ovunque e costa tutto più caro. L'acqua del mare è
tiepida, e le spiagge sono stupende anche se circondate da condomini
turistici con più di dodici piani. Un vero paradiso "gringo"... Puerto Vallarta 14.08.02 La mattina siamo
stati a scroccare la colazione in taxi (gratis anche quello!), potevamo
approfittare di un bagno in piscina, ma ci chiedevamo perché
la gente percorre migliaia di chilometri per stare in un condominio
affollato e farsi un bagno al cloro, quando intorno ci sono capanne
sulla spiaggia soffice e un mare eccezionale. Ci siamo risposti che
quelle persone il resto dell'anno dovevano vivere in una baracca in
qualche paradiso naturale del Nord America. Dopo la colazione ci hanno
fatto vedere un filmato in cui apparivano coppie di persone raggianti
per aver fatto l'affare della loro vita: era una forma di multiproprietà
in cui si poteva scegliere in hotel sparsi in tutto il mondo, tutti
uguali e orrendi, e costruiti sulla spiaggia. Quando l' ho fatto notare
al venditore lui si è innervosito e mi ha detto bruscamente che
se li hanno messi lì vuol dire che le leggi di quel paese lo
permettono. Luis ha chiesto quanto costavano, ma non ce lo volevano
dire, insistevano che era molto conveniente, ma alle nostre pressioni
sul prezzo, senza rispondere e con garbo, ci hanno messo alla porta.
Siamo tornati in autobus, il taxi per tornare lo pagano solo a chi firma
un contratto. Luis mi ha detto che pensava che ci volessero offrire
la colazione "... e invece era solo un hijo de puta...". "E'
sempre più difficile trovare un fesso generoso..." gli ho
detto io. Luis mi sta parecchio simpatico, il suo essere becero non
va mai oltre un certo limite, quando serve sa essere un signore, ma
la cosa preoccupante è che richiama attorno a sè le persone
più strane ed ha una certa attrazione per le situazioni rancide.
Taxco 15.08.02 In un afoso pomeriggio
ho salutato Luis. La mattina siamo stati in giro per le spiagge, io
ho scattato alcune foto terribili per i cataloghi dei tour operator
e lui mi portava il cavalletto mentre guardava i culi grassottelli delle
Messicane che a lui piacciono tanto. Puebla 18.10.02 In molti mi avevano
consigliato di passarci, e dunque ero finito a Puebla. E' probabilmente
la più benestante di tutte le città che ho visitato in
Messico, e l'architettura riserva belle sorprese dietro ogni angolo.
C'è addirittura una "via degli artisti" deliziosa,
che ricorda più Parigi che il Messico. La piazza del centro è
sovrastata dalla cattedrale, ma questa è più grande di
tutte le altre, o perlomeno i suoi campanili sono i più alti.
Dentro è assai lugubre, le pareti sono tappezzate di dipinti
che raffigurano gente piagata, crocifissi pallidi e sanguinanti, persone
morte male e altre manifestazioni del potere di Dio su di noi, vermi
schifosi. Stavo male e sono uscito subito; appena ho aperto il portone
mi ha investito un'ondata di luce. Puebla 19.08.02 Durante le mie visite
ho potuto approfondire i miei studi maschilisti sull'estetica femminile
in Messico, ebbene : per la verità le Poblane non sono proprio
brutte, ma non hanno nulla di bello che è ben diverso, e forse
anche più deprimente. Il brutto può anche essere affascinante.
Per di più nei negozi di intimo si vedono esempi di biancheria
che servirebbero solo ad evitare uno stupro. Spero che i Poblani si
accontentino delle loro belle campane... Città del Messico 21.08.02 Sono stato a Teotihuacan,
dove sono arrivato ancora sonnolente ed ho iniziato a passeggiare per
un lunghissimo viale sovrastato da piramidi immense. Ho conosciuto una
ragazza di origine messicana oramai trapiantata in California, era il
suo primo giorno in Messico da quando era in fasce... Nel sito archeologico
c'eravamo solo noi, e appena il sole è sorto nella nebbia mattutina,
in cima di una piramide noi accendevamo il cannone del buongiorno. Lei
mi ha detto che non aveva mai fumato prima, io le ho risposto che non
c'era posto e orario migliore per iniziare. Commenti ricevuti 11/07/2007 Inviato da: d.afanderivera@hotmail.it Voto:
Ottimo
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