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VIAGGIO IN MESSICO E GUATEMALA

Viaggiatori-Autori: Pipponordovest
Sito Web: http://freeweb.supereva.com/pipponordovest/index.htm?p
Itinerario: Madrid, Cancun, Valladolid, Puerto Morelos, Ticul, Merida, Citta del Messico, Patzcuaro, Morelia, Queretaro, Guadalajara, l'Avana, Zacatecas, St. Luis Potosi, Real de Catorce, Xilitla, Poza Rica, Veracruz, Oaxaca, Cardenas, San Cristobal, Flores, Playa del Carmen
Costo:
Periodo: 17 ottobre / 16 dicembre 1998
Trasporti:
Documenti: Passaporto
Sistemazione:
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"CENTRAL CAMIONERA"

Madrid 17. 10. 98

Proprio quando la mia situazione lavorativa e quella sentimentale sembravano consolidarsi in un comodo ed accogliente materassone, io ne scappavo soffocato; fino a poco tempo prima era proprio quello che volevo, ora aspiravo solo a percorrere più chilometri possibili, e l'idea che alla fine sarei dovuto tornare mi preoccupava.
Per questo mi trovavo in un aeroporto durante uno scalo, ancora con l'immagine della mia fidanzata (ex, per la precisione) e del sorriso strano con cui mi ha salutato a Fiumicino. Insieme con lei lasciavo due cagnolone bionde e una moto da enduro.
Era la prima volta che partivo con questo stimolo, mi sentivo meno "turista" e più propenso ai disagi e al non ritorno, o perlomeno a non tornare come prima.

Cancùn 18. 10. 98

La città era un grosso polpettone di cemento a volte colorato e pieno di lucine, costruito per la ricreazione degli Americani più banali, Da lì sarei arrivato a Chichen-Itzà, uno dei più importanti siti Maya del Messico dove avrei affrontato la parte "professionale" del mio viaggio; ho fatto una lista dei luoghi più importanti da visitare per cercare di realizzare un servizio fotografico completo, e mi rendevo conto che avrei dovuto correre parecchio per riuscirci. Il mio bagaglio e lo zaino pieno di obiettivi, nonché i due chili circa di pellicole e il cavalletto sarebbero stati come un freno a mano tirato nel mio pellegrinaggio.

Valladolid 19. 10. 98

E' una cittadina di provincia dello Yucatàn, tranquilla e piena di donne Maya tondeggianti e dall'aria pulita che vestono bianchi vestitini verginali.
Tanto verginelle poi non devono essere, perché ce n'era una sul pullman con un bambino in braccio, che si stava leggendo un fumetto pseudo-erotico per quattordicenni fantasiose. Sembra che vadano molto di moda questi giornalini da caserma, li leggono tutte le fasce d'età e i lustrascarpe li danno ai clienti durante l'attesa.
La visita a Chichen-Itzà è stata un esperienza spettacolare, anche se gremita di turisti è un posto che trasuda la cultura e il sangue di millenni di sacrifici.
L'enorme piramide chiamata "El castillo" sovrasta imponente tutte le rovine disseminate nella giungla, e salendo sulla cima si vede un tappeto verde senza fine, da cui fanno capolino i resti di questa civiltà affascinante. Come abbiano fatto a costruire un monumento così grande senza utilizzare la ruota né il cavallo rimane un mistero; mentre si fantastica su possibili contatti con esseri superiori venuti da altri pianeti, a me veniva da pensare a quanti ettolitri di sudore siano stati versati dagli schiavi sotto quei macigni. Con il sole che cominciava a picchiare sul mio cappello di paglia mi aggiravo tra le colonne dalle incisioni fantastiche, immaginavo le piazze strapiene di Maya durante le cerimonie, i sacerdoti strappare cuori, budella e frattaglie e scaraventarli di sotto dalle ripide gradinate sulla folla in visibilio.
Spesso tremavo al pensiero di poter essere nato 1000 anni fa, e a come poteva essere quello stesso panorama visto da una pietra sacrificale, di fronte ad un sacerdote strafatto di erbe allucinogene e con un coltellaccio di ossidiana in mano.

Cancùn 20. 10. 98

Dopo un viaggio infinito sulla corriera dei "peones" ad una velocità media di 13 km/h sono giunto di nuovo a Cancùn, dove avrei incontrato Cristina, una mia amica che lavora in un villaggio vacanze qui vicino.
Mi ha fissato appuntamento alla "Zona hotelera", il posto più "gringo" di tutto il Messico, e siccome c'era parecchio da aspettare sono stato inevitabilmente risucchiato in uno dei tantissimi bar della zona che offriva solo ristoranti, discoteche e megahotel costruiti in stile alveare umano fino sulla "playa" e anche oltre.
Dominava la musica più commerciale, tra cui si muovevano i camerieri del bar dai colori sgargianti e dalle luci intermittenti. Maya resi sferici dalla dieta americana, che si prodigavano a farmi sentire a casa con battute pronte, urletti per creare una finta atmosfera e pacche sulle spalle da vecchi amici.
Tutto lì era pronto e incellofanato per il 'divertimento' di Nordamericani dalle panze grondanti, accompagnati dalle rispettive consorti con culi che sommergevano le sedie ed ingurgitavano tonnellate di hamburgers e patate fritte. Tutto affogato nella salsa piccante perché si sentissero in Messico.
Io cercavo di far durare il più a lungo possibile la mia birra, dato che la permanenza lì sarebbe stata purtroppo lunga, intanto cominciavano a scopare il pavimento sempre più vicino ai miei piedi e le pacche sulle spalle e i sorrisi diminuivano.
Il panorama che avevo intorno era il seguente: colonna rosa imperiale alta 20 metri dal capitello fintamente corroso dal tempo, questo sorreggeva un'insegna multicolore: "Italianni's" e propinava improbabili "very italian pizza and maccaroni".Scorrendo con lo sguardo ho scavalcato un paio di culi-dirigibile ed ecco una curiosa ricostruzione di un sito Maya con cascata hollywoodiana, volta a pubblicizzare un altro locale che ben assecondava i gusti kitsch degli avventori. Unica nota gradevole del panorama era una cassiera india dagli occhi incantevoli che ogni tanto incrociavano i miei per poi subito tornare sui suoi timidi conteggi. Altro particolare alla mia destra era un enorme cubo di cemento color cemento con tubi d'aerazione colorati di grigio-cemento ed insegne che lasciano intendere che dentro c'è una discoteca e, nonostante tutto, ci si divertiva; accanto avevano avuto il buongusto di costruire una capanna con tetto di paglia (o almeno sembrava) e travi come sempre in cemento, ma stavolta viola.
Tutto questo scatolone dei divertimenti era avvolto da un inizio di tempesta tropicale che gli donava un atmosfera surreale e grottesca, con il cielo grigio, il vento che agitava gli enormi pupazzi pubblicitari appesi ai tralicci di ferro e inquietava il mare che non riuscivo a vedere perché coperto dalla striscia di albergoni, ma lo immaginavo.
Dimenticavo, dietro ad una ricostruzione disneyana di due palme in lamiera con lampade al posto delle noci di cocco si ammirava una specie di minareto con cupole lilla.
Poi uscivo nel nubifragio accompagnato da un'allegra ebbrezza alcolica…


Vicino Puerto Morelos 22. 10. 98

Dopo aver passato un giorno nella strascinata nullafacenza della vita di villaggio turistico dove lavora Cristina e ove risiedo per ragioni strategiche, io e lei siamo partiti per Mèrida, attirati dalle lodi che ne faceva la guida. Ci aspettava un estenuante viaggio di 4 ore in un pullman-frigorifero per arrivare, bisogna infatti sapere che i Messicani sono dei pazzi con l'aria condizionata, la regolano a temperature polari e se possibile, prima dell'uscita dei passeggeri l'abbassano ulteriormente. Arrivati finalmente a Mèrida, descritta dalla guida come una cittadina coloniale dai superbi luoghi di interesse turistico e mercati artigianali di gran qualità. Abbiamo trovato la città incasinata, rumorosa e priva di fascino. I pochi edifici coloniali rimasti erano cadenti, e la famosa Cattedrale è stata rasa al suolo dai Maya inferociti con i preti durante la guerra delle caste, quella che ne rimane è una versione spoglia ed essenzialista, inoltre il famoso mercatino ci è risultato abbastanza mediocre.
Quando ci è venuta fame abbiamo girato un'ora per trovare un locale che non sembrasse infetto, poi ci siamo nutriti con due ignobili panini con peperoncino, seduti in una piazza affollata come il metro' all'ora di punta. Quindi siamo corsi a ripararci dalla pioggia in un mercato surreale che vendeva solo zampe di pollo e fumetti porno, e finalmente ci siamo reimbarcati per il villaggio.
Tutto il viaggio è stato allietato dai racconti sulle nostre storie d'amore in crisi ed altre drammatiche vicende familiari. A parte tutto, è stata una bellissima giornata.
La sera chiesi ad uno dei baristi se si poteva comprare qualcosa da fumare (non sigarette), mi disse che si poteva fare qualcosa. Nella notte hanno bussato alla mia porta: era un vigilantes con una busta in mano. Non avevo mai comprato l'erba da qualcuno vestito da sbirro…

Vicino Puerto Morelos 23. 10. 98

Il viaggio che avevo organizzato per oggi a Cobà e Tulum è andato a farsi benedire per il protrarsi della pioggia a scariche di un'ora sì e un'ora no. La giornata si è consumata nel villaggio, che sebbene accogliente, costruito rispettando i criteri dell'architettura locale e dotato di personale gradevole e giungletta, mi rende insofferente. Era popolato da giovani coppie in viaggio di nozze che pensavano di essere in Messico anche se si parla italiano, la cucina è italiana, si vedono solo italiani, e forse il mare è meglio in Italia. L'unica nota locale sono i simpatici baristi indios e ciccioni che si prendono a culate dietro il bancone e servono tequila gratis.
I villeggianti, a parte poche eccezioni, sono veramente tristi e penosi, i loro sguardi insoddisfatti da questo "Messico" vagano alla ricerca di qualcosa da riportare a casa, da far vedere o da raccontare agli amici; l'impegno dei validi animatori non riesce comunque a soddisfarli, sono sempre pronti a fare critiche su come non riescano a farli divertire. Torneranno a casa con i loro ricordini comprati all' Hard Rock Cafè di Cancùn e un mazzetto di foto con sorrisi forzati ed alberghi in costruzione per sfondo. Speravo solo che il giorno dopo ci fosse il sole per continuare il mio lavoro.

Vicino Puerto Morelos 24. 10. 98

Quel giorno pioveva come se fosse un lunedì. Nonostante il diluvio decisi di imbarcarmi su un taxi alla volta di Cancùn dove avrei preso il bus per Cobà. Cancùn la trovai avvolta da una specie di uragano che mi suggerì che non era il caso di continuare. Visto che non mi andava di dare altri 17 dollari al tassista per tornare, presi un autobus che mi lasciò a tre chilometri dal villaggio dove arrivai zuppo e incazzato.
La sera sono venuto a sapere che a Cobà c'era il sole.

Vicino Puerto Morelos 25. 10. 98

Sono ripartito sotto il solito nubifragio alla volta di Cobà, alle sei di mattina. Sono arrivato lì dopo sette ore, e per fortuna il tempo era mediocre, ma ben presto un temporale mi ha costretto ad un riparo di fortuna sotto un "falso arco Maya", in compagnia di due incantevoli ragazze danesi e la loro guida.
Questa ha iniziato una lunga spiegazione sulla forma della cella dov'eravamo, e solo dopo un'ora ci siamo potuti muovere, a me rimaneva poco tempo per scattare le fotografie, quindi ho cominciato a correre tra i monumenti che distavano circa un chilometro uno dall'altro. C'era una temperatura di circa 38° con umidità al 120%, senza contare le famose zanzare-trivella caratteristiche di quella giungla inospitale.
Dopo svariati sintomi di svenimento, prendendomi a schiaffi per gli insetti, sono arrivato alla famosa piramide alta non so quanti metri ma tanti, e scalatala tutta d'un fiato, anzi, d'un fiatone, ho scattato due o tre fotografie e sono tornato giù scivolando sui gradini muschiosi, fumante di sudore e con gli occhiali appannati.
Perso tra fra i ruderi e il groviglio sentivo i rumori delle bestie che razzolavano nella selva infida; camminavo esausto e noncurante nella fanghiglia dei vialetti che ormai mi ricopriva le scarpe, quando una di queste ha fallito la presa. Ho lievitato per lunghi istanti prima di atterrare a pelle di leone in mezzo ad un gruppo di tedeschi che hanno trovato la cosa divertente, ed io pure me ne sono rallegrato. Durante questa mia performance ho avuto però l'accortezza di proteggere la macchina fotografica: tenendola alzata e facendole scudo con il mio corpo me la sono cavata solo con uno strappo muscolare e parecchio fango addosso.
Questo mio nuovo look ha contribuito senz'altro ad aumentare la distanza tra me e le due nordiche fanciulle conosciute prima. Tornando al villaggio, malgrado la stanchezza e le altre cinque ore di autobus vari, sentivo nell'aria uno strano fermento, come una vibrazione che rendeva frizzante la molle atmosfera tropicale della sera; quando sono arrivato mi attendeva la clamorosa notizia che uno spaventoso ciclone si stava per abbattere sulle nostre coste. La sensazione avuta prima mi si è concretizzata, e Cristina era giustamente disperata perché le scaricavano addosso valanghe di problemi.
In teoria non bisognava dirlo a nessuno per non spargere il panico, ma già a ora di cena lo sapevano tutti, il consueto buffet faraonico fu scalfito frettolosamente, si prevedevano le cose più inverosimili e si enunciavano teorie meteorologiche di dubbio valore scientifico. Tutti erano presi da una particolare euforia, la biondina con cui sono andato a correre ogni tanto (il cui compagno era fuggito il giorno prima dalla disperazione) si voleva scopare chiunque si avvicinasse a tiro, e aleggiava questa strana sensazione di catastrofe incombente sul gruppetto che si era formato in spiaggia sotto un cielo basso e nervoso. A tanti personaggi che popolano il villaggio si sono rovinate sì le vacanze, ma già pensavano che avrebbero avuto qualcosa d'interessante da raccontare a casa.

Cancùn 26. 10. 98

URAGANO!

Mitch, così è nomato, si avvicinava impetuoso alle coste dello Yucatàn, vedevamo sulle nostre teste banchi di nuvole che rapidamente muovevano verso sud-ovest, risucchiate dal suo mulinellare incazzoso.
Alle ore quattordici era stata organizzata una consulta nel teatro del villaggio, nella quale il direttore ha annunciato che anche se non ce ne era il reale bisogno, si sarebbe attuata un'evacuazione in quel di Mèrida. Uno degli animatori, Ciro, un napoletano completamente fulminato e dotato di una carica di simpatia esplosiva, è saltato urlando sul palco con gli occhi fuori dalle orbite: "Uee guagliò si va a Mèrida! Ma ci pensate che storia!! Io non l'ho mai vista! Aaah l'uragano!!" e così via…
Da quel momento la carica elettrica si andava sempre più sviluppando e i villeggianti sfollavano confusi e lamentosi, finché siamo rimasti io, Andrea del centro immersioni, Claudia della boutique del villaggio, i responsabili del posto, nonché gli inservienti, che malgrado tutto continuavano ad elargire sorrisi rassicuranti.
Tra di noi che ormai sapevamo qual era la vera entità dell'uragano si facevano discorsi un po' più profondi del solito, anche tra persone che si conoscevano poco o niente, come se tutti sentissero il bisogno di definire meglio i personaggi che popolavano questa futura scena di distruzione. Durante un pasto frugale consumato con la servitù in atmosfera natalizia, nel salone completamente disadorno con le cartacce che rotolavano trasportate dal vento, tutti hanno fatto, consapevolmente, qualcosa di insolito. Andrea, dopo aver scansato sul piatto le cipolle che odiava, le ha mangiate tutte alla fine; il capo villaggio ha cenato con una fetta di torta avanzata dal pranzo quando non mangiava mai dolci né avanzi; Claudia, invece, si è abbandonata al fascino di un panino che prima usava evitare per la linea. Io alla fine ho mangiato due caramelle fucsia al gusto di coloranti. Alla fine, ridendo, abbiamo pubblicamente ammesso che lo facevamo perché poteva essere l'ultima volta che ne avevamo l'occasione.
Mentre gli operai bloccavano le porte e mettevano il nastro adesivo sulle finestre, io guardavo il grande tetto di paglia, e pensavo che entro poco tempo si sarebbe scoperchiato e ci sarebbero state le stelle. Sulla spiaggia si sentivano i tonfi delle onde che scandivano il tempo minacciose, indifferenti alla barriera corallina sommergevano il piccolo molo che ne sarebbe stata presto la vittima. La mia meta era la più brutta ma solida Cancùn, dove l'indomani alle 12 era atteso Mitch, con la sua furia distruttrice di pupazzi, cartelli pubblicitari e tutte le altre minchiate inutili di questa città orrenda.
Avrei assistito e documentato a questo incontro tra la Natura e tante delle cose insignificanti che l'uomo ha creato; sarei stato a suonare la lira quando avrei visto volare a pezzi quel baraccone grottesco, smembrato da qualcosa che gli albergatori yankee non riuscivano a controllare.

Cancùn 27. 10. 98

Il vento aumentava e tutto veniva risucchiato in fondo, dove il cielo si faceva nero; era come se si fosse stappato un enorme lavandino lassù, e sentivo una forza che mi attirava verso il suo occhione scuro. La mattina c'era grande fervore nella 'Zona hotelera', i pupazzi di cartapesta venivano ammucchiati, ed ovunque c'era gente che metteva il nastro adesivo sui vetri; era come un grande circo che levava le tende. Tutti sentivano le cariche dell'aria inquieta, c'era un grande sentimento di unione ed erano tutti pari: camerieri, direttori d'albergo, turisti, autisti ed io; come se già fossimo imbarcati sul battello di Caronte. Da parte di qualcuno c'era come un atteggiamento di sfida, davano pacche sui piloni, sicuri che il cemento dell'uomo avrebbe resistito alla furia della natura. Gli altri, presi da un'euforia elettrica, ridevano tesi e riuniti in gruppetti agitati. Lì la situazione non offriva distrazioni se non eri stupido e/o pieno di soldi, e dato che la pioggerellina mi intristiva, se l'indomani non sarebbe arrivato Lui, sarei partito io verso Chetumal a movimentarmi un po' la vita.

Ticul 28. 10. 98

Ticul è una tranquillissima cittadina dell'entroterra, vicino a Mèrida; una volta era un paesino, che poi si è gonfiato grazie al boom turistico e conseguente industria artigianale. Ha mantenuto però quell'andamento sonnolento tipico di questi luoghi, nelle strade vagano ometti panciuti, mentre le ragazzine ridacchiano dei turisti zainati. Signore arzille vendono pannocchie, con i cani che si spulciano in mezzo alla piazza dove stazionano anche sfaccendati autisti di taxi 'colectivos', sui quali applicano nomi di battaglia degni dei marines: "El traficante", "El justiciero", "Fatima pistolero" e altri nomignoli mistico-rancheros. Domattina prenderò uno di questi tragici pulmini per andare alle rovine di Uxmal, dove mi aspetta il dio Chac con le sue colonne e simboli fallici polifemici.
Mi immergevo nel ritmo ciondolante della vita della piazza, mentre dalla televisione di un bar scorrevano le immagini dell'uragano che vorticando a 3-400 Km/h rimane a fare a pezzi l'Honduras, territorio che adesso potrà dire di essere anche sfigato oltre che povero, politicamente instabile, corrotto etc..
Per questo, stamattina a Cancùn quando ho visto che le corriere per il sud non partivano e che il tempo era addirittura soleggiato, ho deciso di approfittare per fotografare Uxmal. A quanto pare Mitch aveva avuto paura di me e aveva deciso di restare dov'era. Infatti, la sera prima a Cancùn ho pensato di fare un giro nella 'Zona hotelera' per saggiare la forza di una delle sue 'code'. Appena uscito dall'autobus, sono stato investito da una vera e propria valanga d'acqua, il vento mi ha prima strappato di dosso il patetico 'poncho' impermeabile, e poi cercava di sbattermi a terra e al muro, fradicio e umiliato, con raffiche di una violenza inaudita; l'ultima volta che provai qualcosa di simile fu circa dieci anni fa durante un concerto punk, però non pioveva. Non capisco perché non trovino nomi più da 'macho' per gli uragani, li dovrebbero chiamare Lothar, Thyson, Demolitor o qualche nome cazzuto che dia l'idea ai turisti della reale potenza di questa furia .
Con un balzo ho attraversato (mi ha fatto attraversare) la strada a quattro corsie, e appena mi sono reso conto di non essere altro che una misera fogliolina in balìa degli eventi, quindi dopo circa dieci secondi di questa "lavatrice", mi sono rifugiato in un provvidenziale autobus che mi ha riportato in albergo, zitto, bastonato e con il poncho ormai ridotto a una sciarpetta.
Gli uragani sono un soggetto pessimo da fotografare.

Mèrida 30. 10. 98

Ero giunto ad Uxmal alle otto sotto un cielo limpido e saturato dai miei filtri polarizzatori Nikon; perlustravo gli stupendi cocci valutando le architetture, che mi ricordavano quelle di Micene, in Grecia.
Dopo due ore avevo finito di fare le fotografie e mi dirigevo ad un inesistente fermata di un fantomatico autobus che mi avrebbe portato al sito successivo, e che forse sarebbe passato dopo tre ore.
Visto che la frequenza di questi mezzi, fiore all'occhiello del sistema di trasporti messicano, era di 2 (due) al giorno, avevo capito che per visitare tutti i cinque siti della 'Ruta Puuc' ci sarebbero voluti almeno un paio di giorni.
Per ingannare l'attesa ho cominciato ad alzare il dito, ero poco convinto, perché è noto che in Messico non si danno passaggi. Invece, come per incanto, la seconda macchina che passa soavemente accosta e si affaccia il volto di una ragazza, la quale aprendomi lo sportello mi invita a salire. Con lei c'era suo marito, e mi hanno proposto di fare con loro tutti gli altri siti della 'Ruta Puuc'. Ovviamente non ho fatto complimenti e in pomeriggio avevamo concluso il tour, comprese le misteriose grotte di Loltùn, affrescate con preistoriche manate sui muri.
Salutati i due gentili pellegrini mi sono affrettato ad abbandonare l'albergo pessimo dove ho passato una notte infame, anzi insonne: la camera era praticamente in mezzo all'incrocio stradale. Poi sono saltato su uno scassatissimo 'colectivos' - a quell'ora l'unico mezzo per raggiungere Mèrida - ho così provato un'ebbrezza simile a quella delle montagne russe, con le mani strette sui braccioli e la visione della Vergine del Guadalupe che mi sorrideva rassicurante all'orizzonte.

Città del Messico 31. 10. 98

Da Mèrida, ho volato nella metropoli più grande, più popolata, più piena di contraddizioni, di smog etc. di tutto il mondo: Città del Messico. Ero solo di passaggio per raggiungere Pàtzcuaro, dove c'era la "festa dei morti", un lieto evento che non mi avrebbe fatto toccare eccessivamente dai tentacoli di questo mostro che qui chiamano "el Districto Federal". La colazione chimica a 5000 metri d'altezza mi ha fatto pensare che dopo averli evitati per anni, cominciavo ad essere affascinato dai coloranti e dai conservanti che qui usano generosamente: budini color evidenziatore il cui sapore nulla ha a che vedere con ciò che è conosciuto sul nostro pianeta, e "bocadillos con jamòn" proveniente da chissà quale bestia a noi oscura. Spinto da un sadico istinto da ricercatore, sperimentavo nuove sensazioni richiedendo le bevande dai colori più inquietanti che mi facevano sentire un teenager messicano.
Su un puzzolente autobus di seconda classe attraversavo gli altipiani, con il loro caratteristico paesaggio fatto di laghetti, mucche e cow-boys. I lineamenti delle persone cambiavano, sparivano gli occhi a mezz'asta degli yucatani per essere sostituiti da espressioni meno bonarie, tipiche degli indios del Nord.

Pàtzcuaro 2. 11. 98

Ho conosciuto sull'autobus una ragazza tedesca che non è proprio una ragazza, in quanto completamente asessuata, ma simpatica ed intrepida viaggiatrice solitaria. Appena scesi dal bus ci siamo trovati di fronte ad una scena disperata: nel grande piazzale buio e semi deserto c'era una donna con due figli, una di cinque anni e uno di tre, dignitosamente vestiti di stracci, con il più piccolo che scoppiava a piangere tremando ogni volta che la madre si allontanava. Questa era costretta a fare una spola tra il parcheggio dei bus e quello dei taxi, trasportando enormi scatoloni di caffè che avrebbe dovuto vendere alla 'feria' di Pàtzcuaro. Purtroppo un tassista le ha detto che qui il mercato non c'era, e lei non aveva abbastanza soldi per raggiungere il paese giusto. Ebbene, quando si è accorta di aver sbagliato paese, a notte inoltrata, con il figlio in crisi di pianto, enormi scatoloni da trasportare e pochi soldi per il taxi, ci ha rivolto un sorrisone, perché in fondo poteva anche andar peggio. Non capiva la preoccupazione stampata sui nostri volti insieme all'incredulità che lei potesse essere veramente serena, malgrado tutto. Lasciammo un po' di soldi al terzetto, che nella penombra ricordava una sgangherata 'Pietà' Michelangiolesca in mezzo al piazzale, ad attendere un incerto autobus che l'avrebbe condotta ad un altrettanto incerta "ferìa" con il suo perenne sorriso, ora con un velo di ansia per la nostra apprensione nei suoi confronti.
Appena giunti in città siamo stati travolti dalla festa che impazzava per le strade: ovunque piccoli scheletri di zucchero e musica "ranchera", bambini con le tipiche zucche-teschietto che ci chiedevano offerte, pena una maledizione, il tutto in una perfetta atmosfera festaiola campagnola genuina.
La giornata è continuata con una processione scaglionata al cimitero, dove gruppetti festanti andavano a trovare il parente scomparso, lì ho rincontrato la signora con i bambini conosciuta la sera prima, aveva cambiato programma, e ora vendeva contenta del caffè e tre paia di scarpe. L'atmosfera non grondava di quella tristezza ipocrita ed appiccicosa che domina il 2 novembre dalle nostre parti, ma si viveva un clima festaiolo e gioviale, con un forte sentimento di rispetto e felicità per rincontrare chi non c'è più. Perché le persone amate si ricordano con allegria.
Nel pomeriggio ci attendeva la famosa veglia funebre al cimitero su un'isola del lago di Pàtzcuaro. Malgrado l'irruzione dei turisti, famigliole di Indios erano raccolte intorno alle tombe dei loro cari, tombe che avevano addobbato con corone di fiori e pupazzetti di zucchero . Petali arancione erano sapientemente sparsi in graziose composizioni che il vento disperdeva, del tutto simili a quelle che avevo già visto in Nepal; erano simili anche i colori e le fantasie dei vestiti che indossavano, ma la cosa che mi colpiva di più erano i loro lineamenti, gli stessi occhi degli abitanti del Tibet, gli zigomi spigolosi e le fronti pronunciate di un popolo geograficamente lontanissimo ma che sembra si sia spostato attraverso lo stretto di Bering alla ricerca di cibo nelle Americhe. Queste non si chiamavano ancora così perché Cristoforo Colombo non le aveva scoperte ("Ci hanno scoperti!" disse l'Indio che vide per primo le caravelle e non sapeva ancora di essere Indiano), però si viveva bene lo stesso. Le civiltà indiane in America e quella tibetana si sono poi sviluppate parallelamente senza avere più contatti; vista la distanza infatti, i segnali di fumo si perdevano nell'Oceano Pacifico, ed entrambe le popolazioni per motivi religiosi avevano deciso di non utilizzare la ruota, sebbene la conoscessero. I Tibetani hanno rinunciato a questa comodità in quanto rappresenta il progresso, mentre non si è mai capito perché in centro America preferissero portare a spalla i macigni per costruire le piramidi. Decisero di usare l'unica ruota disponibile per il funzionamento del loro elaboratissimo calendario.
Intanto nel cimitero dell'isola personaggi soddisfatti di ritrovare il parente scomparso accendevano lumini e ciondolavano assonnati fino a quando, dopo la messa alle due di mattina, le folle straniere e sfaccendate li hanno lasciati alla loro festa in famiglia, con più intimità.
Nel paese impazzavano danze in costume di vecchietti arzilli e scheletrini allegri, una specie di tarantella con gli zoccoli di legno che entrava nelle ossa e le faceva muovere in un macabro saltarello scricchiolante.
Sfiniti, alle tre ci siamo diretti all'imbarcadero per tornare sulla costa, dopo un'ora e mezza di fila riuscivamo a guadagnare i nostri posti e ci immergevamo in una nebbia ovattata che soffocava il brontolio del motore ed obnubilava le menti. Quando mi sono risvegliato da un gelido sonno mi sono reso conto che navigavamo da circa 40 minuti, ma ne servivano solo 15 per arrivare alla costa, quindi visto che ancora non si vedeva nulla, abbiamo realizzato che ci eravamo persi. Il 'comandante' della lancia era in realtà un perfetto imbecille, mezzo cieco e incompetente, sia nella navigazione che nelle manovre che ripeteva all'infinito, sempre uguali e sbagliate, senza ottenere nulla. Ha deciso allora di tornare all'isola, dove avremmo potuto seguire le altre barche, ma così ci siamo ritrovati in un altro porto per poi, dopo molte manovre inutili, tornare a perderci di nuovo. Abbiamo seguito per un po' le luci lontane di una lancia finché il "lupo di mare" si è accorto che andava dalla parte opposta. Caduto nel sonno della disperazione, mi sono svegliato dopo circa due ore con le grida e gli applausi della gente che avvistava la sagoma rassicurante del nostro molo. Dopo un quarto d'ora di manovre per eseguire un attracco elementare, mi sono ritrovato con Tania (la Tedesca) fuori del porto, con gruppetti di gente che si allontanavano nell'oscurità. Le indicazioni che abbiamo ottenuto per raggiungere l'albergo sono state quelle già sentite altre volte :"Aspettate qui perché prima o poi passerà un bus, un taxi o qualche cosa che forse vi porterà da qualche parte!". Per questo in Messico c'è sempre qualcuno che aspetta non si sa cosa.

Morelia 5. 11. 98

Appena ho cominciato a visitare la cittadina Michoacana sono rimasto quasi inebetito dalla sua bellezza; qualsiasi angolo girassi, andando a casaccio, mi ritrovavo di fronte una meraviglia barocca o neoclassica. Sparsi ovunque, a distanza di poche decine di metri uno dall'altro, mi apparivano le testimonianze dei fasti vissuti da questa cittadina nel '700, grazie all'argento, sembra.
Sono entrato in un'imponente e massiccia chiesa barocca sormontata da due splendidi campanili, e dentro sono stato trasportato in un'altra dimensione di spazi, trascinato in alto dai suoi archi svettanti, imponenti ed austeri. Proprio in quel momento si stava svolgendo una messa in spagnolo, mezza cantata e mezza no, quasi un rap che mi ha condotto sulle vette dell'estasi mistica. Ripresomi, ho cominciato a girare per le squadrate vie, nullafacendo e sopralluogando i posti per fare le fotografie. Mi intrufolavo per uffici comunali, banche, università e tutto era meravigliosamente bello e diverso.
Per quanto riguarda la popolazione autoctona, sembra che qui la situazione economica sia molto migliore dei posti visti finora, ma la gente è comunque amabile, ospitale e molto alla mano. Finora tutti i Messicani che ho conosciuto lo sono stati, forse sono stato fortunato io, ma mi sembra un popolo con cui potrei convivere a lungo. Gentili, amichevoli, sempre pronti ad aiutarti e a dire due cazzate per passare il tempo, con le ragazze che ti guardano profondamente negli occhi mentre danno le informazioni e rendono più allettante il passeggiare.

Strada Statale n°51 6. 11. 98

Imbarcato su un bus di "primera plus" dall'andamento deciso e dalle sospensioni vellutate, mi dirigevo verso Querètaro nutrendomi di tramezzini con formaggio ed animale oscuro gentilmente offerti dall'autolinea insieme ad una Coca Cola che finora ero riuscito ostinatamente ad evitare per puro anticonformismo.
Attraversavo panorami da cartolina, con cavalli solitari che brucavano spensierati (?) tra i laghetti degli altipiani.

Querètaro 7. 11. 98

Querètaro è stata un po' una delusione, generalmente linda e ben tenuta, ma con tutte le chiese (ovvero i luoghi di interesse principali) in via di restauro. C'era però una cosa che mi avrebbe permesso di portare avanti il mio lavoro aprendone un nuovo capitolo, ed erano i ristoranti e le sale da thè dislocati nei patii degli edifici coloniali in città, ce n'erano alcuni meravigliosi. Seduto su una panchina della plaza a godermi lo struscio assonnato del sabato mattina mi sembrava di rivivere le atmosfere coloniali che si dovevano sentire 2-300 anni fa, forse perché la benestante cittadina gode ancora (per modo di dire) della presenza di quell'élite di Messicani ricchi con figli incravattati, che amano stazionare la sera di fronte ai locali che fotograferò. Malgrado queste presenze, si riesce a godere di quell'aria tipicamente messicana, di perenne festa di paese che ti fa sentire sempre in famiglia. E' anche una città fervida di iniziative culturali tipo mostre di anticaglie appartenute ad antichi marchesi insieme ad un concerto di musica 'trance', oppure la mostra di un raffinato fotografo unita ai balli folk delle tribù degli altipiani; qui tutto fa brodo!
Tutte queste leggerezze vengono subito dimenticate alla vista di una vecchina (forse sorda) che batteva forsennatamente le manine all'autore delle note 'trance'.

Guadalajara 10. 11. 98

Ero in una città più vivace (e veloce) degli altri posti visti in Messico, gli ultimi tre giorni mi avevano riportato in un ambiente metropolitano pieno di iniziative, ma anche in un posto dove si notavano di più le contraddizioni di un paese economicamente diviso, una parte ultra tecnologizzata, con le nuove generazioni rampanti pronte a cavalcare l'onda dei consumi, l'altra, sprofondata in un mondo di disperazione, fatto di bambini coperti di croste e stracci che chiedono "un pesito per la Coca Cola", un mondo che ci guarda sperando di riuscire a raccogliere qualche briciola del nostro benessere che anche (soprattutto) loro hanno pagato.
Una cosa che mi aveva colpito era il gran numero di invalidi, soprattutto ciechi e nani, non ne avevo mai visti tanti, chissà se erano il risultato delle medicine vietate all'estero che qui si trovano, e di cui la guida dice di stare alla larga?
L'atmosfera è sempre quella da "Festa dell'Unità", ma si sente la presenza di un ambiente universitario vivo e pulsante , legato alla consapevolezza di vivere in una città d'arte.

Città del Messico 11. 11. 98

Mi ritrovavo nell'enorme aeroporto della capitale, in attesa del volo per Cuba. Otto ore che avrei trascorso in un bar dai morbidi sedili in sky rosso e dalle cameriere con tette a balconcino. Com' era diversa quella gente da quella che avevo visto fino ad allora, potevo essere a Roma, Parigi o Londra, e non c'era nulla che mi ricordasse i volti tranquilli e rassicuranti degli yucatani. Qui dicono che sono un po' "cabezoni" e in fondo è vero, ma questa loro legnosità ha radici storiche millenarie, quindi va rispettata. Basta adattarsi ai loro tempi mentali e poi tutto va bene. Questo però fa immaginare quanta resistenza abbiano potuto fare agli attacchi degli aztechi prima e degli spagnoli poi; malgrado i guerrieri Maya venissero rappresentati con dei fisici statuari, nei loro pronipoti non ritrovo un'immagine che me lo conferma. Ho visto una lettera in un museo, dove non so quale autorità ecclesiastica spagnola invitava Cortès a reprimere nel sangue qualsiasi forma di religiosità autoctona, e soprattutto quella dei sacrifici umani che tanto impressionavano la Santa Madre Chiesa Inquisitrice…
Un velo di sonnolenza mi si era depositato sulla "cabeza", l'infinita hall dell'aeroporto si andava spopolando, prendendo quell'atmosfera caratteristica da "giorno dopo la bomba"...

L'Avana 12.11.98

Ero sbarcato a Cuba con lo stomaco che tentava di vendicarsi delle uova fritte e fagioli che ci avevano propinato per colazione in volo e che, data la fame, non potetti rifiutare. Anche lì la parola d'ordine era aspettare, e si aspettò che arrivasse il conducente del bus parcheggiato sotto il sole rovente, poi egli arrivò ma si dovevano attendere altri viaggiatori, allora si aspettò insieme. Gli altri turisti dovevano giungere da non si sapeva dove e soprattutto non si sapeva a che ora, però lui sembrava certo che prima o poi qualcuno sarebbe arrivato, e allora saremmo partiti felici. Intanto, per dimostrarmi le sue certezze, accese il motore che borbottò fumoso per circa mezz'ora. Intorno a me, nel grande piazzale dell'aeroporto gruppetti di gente attendevano con lo sguardo che cercava di mettere a fuoco qualcosa di molto lontano ma che in realtà non c'era. Altri turisti si avvicinarono al conducente che focalizzava l'infinito in una nuvola di fumo nero, e anche loro per solidarietà iniziarono a fare lo stesso. Poi, visto che le sue speranze di riempire l'autobus vennero a mancare, si ritenne soddisfatto e si partì.
Le costruzioni dell'Avana ricordano quelle delle grandi città spagnole, con un'architettura barocca o moresca fatiscente, ovunque muri cadenti, porte sbarrate alla meglio e cortili-discarica pieni delle cose più impensabili che li fanno rassomigliare a dei magazzini di rigattieri speranzosi che un giorno anche la spazzatura acquisterà un valore. Le strade sono popolate da cadenti auto americane anni '40 (stupende!), miste ad alcune sovietiche e moderne giapponesi che al paragone ne fanno risaltare le forme tondeggianti. Gli abitanti sono un misto di Africani, Spagnoli, Indios, Nordeuropei, nonché tutti gli incroci possibili, e ce ne sono veramente di tutti i colori. La cosa più strana è che girando per le strade tra la solita altalena "primo mondo-terzo mondo", l'atmosfera e gli odori, soprattutto, sono quelli che avevo già sentito in Polonia diversi anni prima. Una sensazione che ho avuto dal momento dell'arrivo ma di cui mi sono reso conto solo alla sera, quando sono andato in un 'supermercato' a comperare il dentifricio: c'era un allestimento estremamente povero, con pochissimi prodotti dal classico packaging socialista e tutto dava l'idea che chi entrava in quel locale era perché aveva REALMENTE BISOGNO di qualcosa; qui il concetto di "shopping" è sconosciuto.
Malgrado questo, però, i prezzi sono altissimi, a meno che non si decida di utilizzare i servizi essenziali (e quasi inesistenti) rivolti ai cubani. Per esempio: non esistono ristoranti per chi vive qui, ma solo per turisti, e anche quelli mediocri, cioè schifosi, praticano tariffe allucinanti, quando un cubano vuole mangiare fuori, si infila in casa di qualcuno che sta cucinando e paga un obolo. In un bar mi hanno rifilato un panino sovietico per 5 dollari, e ovviamente anche in questi luoghi la scelta si riduce ad un tipo di sandwich e una marca di birra, poi ho toccato il fondo quando sono entrato in un locale con l'insegna che diceva "cafè", ma il caffè era finito e non avevano altro... Ancora mi chiedo perché stavano aperti.
Ai turisti poi è vietato maneggiare pesos cubani, e devono pagare tutto solo in dollari USA oppure nei famigerati "pesos convertibili", che di convertibile hanno ben poco perché una volta comprati non possono più essere cambiati una seconda volta, e vengono accettati solo a Cuba.
Tutta la storia della prostituzione dilagante mi è sembrata una gonfiatura pubblicitaria dei tour operator, il fenomeno si riduce a qualche gruppetto di cinquantenni annoiati accompagnati nei ristoranti da giovanette sghignazzanti ai loro passi di salsa.

L'Avana 13. 11. 98

Mentre giravo per i vicoli alla ricerca di catorci di auto americane da fotografare sono incappato in uno dei tantissimi gruppetti di sfaccendati che stazionano di fronte ai portoni coloniali della città. Ci siamo salutati e subito si è creato un clima di amicizia spontanea, mi hanno portato sui tetti delle case di Calle Industria, fumando "porritos" incartati negli scontrini e bevendo "cerveza" socialista tra le lastre di onduline, bidoni dell'acqua e un maialetto grufolante in un recinto. Sono stato tempestato di domande su come è il mondo; qui le notizie arrivano vaghe e filtrate, o non arrivano proprio. Ci sono state anche un paio di gaffe quando gli ho chiesto se ci potevamo scrivere un "e-mail" o se si potevano tenere informati sulla TV satellitare; mi hanno detto che qui è vietata, io ce l'ho perché abito nell'hotel dei turisti ricchi. E come me la potevano avere solo i burocrati o i privilegiati uomini del regime residenti nelle ville intorno al mio albergo.
Loro rimanevano stupiti e ammirati per il mio lavoro che mi permette di viaggiare, mentre io allibivo per le loro restrizioni e li incoraggiavo a tenere duro perché presto qualcosa sarebbe cambiato, ma loro erano stanchi di sperare e io sentivo di illuderli. Sapevano che la situazione sarebbe rimasta quella finché Fidel era in vita, poi sarebbe arrivato Raul a movimentare la situazione, il suo fratello guerrafondaio non dà molte garanzie di stabilità (psichica). "Està loco…" dicono di lui. Sotto certi aspetti, i Cubani sono come bambini: semplici, ingenui, gentili e fiduciosi nel prossimo, spinti da una curiosità infantile verso l'inevitabile castrazione governativa. Lo Stato è presente sempre e ovunque, dopo un po' che si sta con loro, esiliati dalle zone turistiche, si prova realmente che cosa vuol dire vivere su un'isola comunista in mezzo all'oceano.
Gli viene garantito solo l'essenziale, e vale a dire riso, latte, zucchero ed altre poche cose vendute nei "magazzini del popolo" con la tessera, una volta al mese. Uno di loro, Roberto, mi ha portato a casa sua, dove stava riparando il tetto, quindi ci siamo seduti in salotto insieme ai piccioni; lì mi ha mostrato uno dei suoi tesori, un libro fotografico su Roma di cui è rimasto affascinato; glielo ha regalato un suo amico romano che ha conosciuto qui (e dove altro se no ?) e a cui ha scritto una lettera. A quanto sembra (non ho fatto domande per evitare altre figure di merda), spedire la posta da qui è un problema, quindi mi ha chiesto se potevo imbucarla io dal Messico. Quando me l'ha mostrata ho subito notato che era stata scritta sul retro di una fattura commerciale, infatti all'interno c'erano le scuse per questa informalità che però il suo amico avrebbe compreso, conoscendo la situazione. Purtroppo, però, mi sono accorto che anche l'intestazione era sbagliata perché l'indirizzo era scritto al posto del nome, quindi ho deciso di portarla io di persona al destinatario, anche perché abita nella stessa via di un mio amico a Roma. Malgrado il mio bagaglio stia risentendo di tagli drastici, la conserverò gelosamente e già comincio a considerarla una missione, non ho mai portato una lettera che rappresenta così tanto in vita mia. Ci sono i suoi desideri di evasione dai giorni tutti uguali, una carica emotiva che non può manifestarsi che sulla carta o nei sogni, guardando le luci di Miami dal lungomare.
Generalmente tutti loro, sebbene molto semplici e non di alto livello culturale, hanno lo stimolo di migliorarsi, tenendosi informati su qualche argomento specifico, anche perché leggere (libri autorizzati dal regime) è l'unica cosa che si può fare qui, a parte giocare a scacchi, guardare uno dei due canali statali in TV o le solite strade con i soliti lavori in corso fossilizzati da venti anni. Questo per tutta la vita.
La sera, tornando al mio hotel dei ricchi, pensavo che già volevo bene a quei ragazzi, e a quanto è preziosa la carta del quaderno a righe su cui avrei scritto.

Città del Messico 15. 11. 98

Ero appena atterrato, e pensavo che quando ho visto Cuba dall'alto ho sentito quanto ero fortunato a potermi distaccare liberamente dal suo suolo, anche se il giorno prima era stata una giornata bellissima. Prima sono stato al museo della rivoluzione, dove in mezzo alle pistole degli eroici rivoluzionari e alle loro divise macchiate di intrepido sangue c'era la documentazione fotografica di come era dura la vita ai tempi di Batista, quando dilagava fame e prostituzione. Che gioia nel vedere che tutto è cambiato! A proposito della prostituzione, le mie prime impressioni erano sbagliate, come si esce dalla "Ciudad vieja" è pieno di lucciole disposte a tutto anche per una cena al ristorante, e hanno certi culi !
Con l'aria di chi scopre che Babbo Natale non esiste, sono tornato a Calle Industria, dove Roberto mi ha spiegato che qui andare a letto per soldi o favori è considerato un fatto normale, anzi è difficile che una donna vada con qualcuno (per esempio un cubano) solo per piacere. Anche i suoi amici mi hanno raccontato candidamente delle loro molte esperienze con le straniere (o stranieri), e quasi sempre in cambio di cibo, birra e\o soldi. Uno di loro ha tentato di offrirmi una sua zia, non era giovanissima ma mi garantiva che c'era parecchio da affondare i denti. Quando non c'è lavoro, niente da fare, niente da bere o da fumare, quando non puoi scappare e tanto meno pensarlo, quando non hai nemmeno la televisione da guardare, allora vendere il proprio corpo diventa l'unico diversivo per non suicidarsi e non morire di fame. Mi raccontava Guillermo (si pronuncia "Gujermo", alla romana), che loro non chiedono molto, vorrebbero solo avere la possibilità di andare a ballare nei locali e ascoltare un po' di musica, aver la possibilità di poter frequentare i turisti senza venire fermati continuamente dalla polizia perché sospettati di vendere droga o prostituirsi (a noi è successo due volte in un giorno, malgrado camminassimo distanziati), e in ultimo, il più grande dei loro sogni, è quello di poter vedere il mondo. Da quando l'URSS non esiste più qui si sentono come una bottiglia di vetro che galleggia sola e abbandonata in un oceano ostile; una bottiglia tappata, naturalmente. Quando cominci a vivere da cubano ti puoi rendere conto che la polizia è presente realmente in ogni angolo della strada, una presenza molto discreta con i turisti che qui sono intoccabili, ma con i locali sono terribili, basta essere sospettati per beccarsi una multa che di solito corrisponde allo stipendio di un operaio. Mi raccontava il mio fido e paffuto tassista che mi aspetta tutti i giorni sotto l'hotel, che il governo, visto che non può far pagare le tasse sulla prostituzione (ovvero a quasi tutte le cubane e i cubani, con rispetto), quando viene trovato un turista in compagnia di un cubano, porta quest'ultimo in centrale e gli eleva una multa di 150-200 $. Considerando che i professionisti ne prendono almeno una al mese, si tratta proprio di un'imposta.
Ieri quando Roberto ha saputo della mia passione per i 'coche yankee' ha chiesto ad un suo amico che ne possiede uno (anzi, è tutto quello che possiede, l'unica eredità del padre) se ci portava a fare un giro in città. Si è presentato con la sua Chevrolet del '45 di un colore che una volta doveva essere verde-smeraldo, ora piena di ammaccature multicolore e le molle dei sedili che si conficcavano spietate nel costato. Ne andava molto orgoglioso, ed era una delle poche con il motore originale americano dai molti e capienti cilindri, mentre quasi tutte le altre tengono il "corazon sovietico" alimentato a petrolio, di probabile provenienza agricolo-industriale. Tutti contenti ce ne siamo andati in giro per i quartieri popolari di Cuba, in quello scassatissimo salotto ambulante che non andava oltre i 50 Km\h, e già a 30 entrava in fibrillazione ogni parte meccanica. Loro erano soddisfatti che io avessi deciso di non vedere i luoghi turistici, così avrei portato a casa un po' della vera Havana, la loro. Le loro case mezzo diroccate dove mi invitavano orgogliosi, essenzialmente e dignitosamente arredate di quello che da noi si chiama 'ciarpame'. Non potevano evadere e speravano che potessi portare via con me il più possibile del loro mondo.
La serata si è conclusa con una sbronza offerta inevitabilmente da me, in un locale per turisti e pagamento in dollari; questo sistema dei due mercati paralleli è diabolico, ci sono luoghi - tutti quelli che trattano merci non essenziali - in cui il pagamento può avvenire solo in dollari, e visto che i cubani guadagnano (poco) in pesos, a loro queste cose sono spesso precluse. Sull'aereo immaginavo Roberto, Rafael e tutti gli altri seduti nella solita calle tra le macerie e le infinite partite a scacchi, guardando il cielo e sperando, senza crederci troppo, che un giorno anche loro sarebbero volati via da quell'isola bella e infame.
Spero di tornare presto, ma su un'isola libera per tutti, e sarei ancora più felice di rivederli a Roma, dove Roberto troverà le meraviglie del suo libro. Purtroppo sono condannati a scontare una condanna all'ergastolo su questa specie di Alcatraz caraibica, senza aver capito quale delitto hanno commesso.

Guadalajara 16. 11. 98

Appena arrivato a Guadalajara sono uscito dall' albergo con la voglia di fare nuove conoscenze; mi sono diretto al mercatino "freak" dove tutti sono fratelli, e mentre scrutavo una curiosa pipetta pensavo all'erba (oramai agli sgoccioli) che mi dette Hector, un ragazzo che avevo conosciuto due settimane prima a Pàtzcuaro. Proprio in quel momento sento una voce chiamare il mio nome, e per un attimo mi ha sfilato nella mente una lunga serie di volti conosciuti in Messico; mi sono girato e mi sono ritrovato davanti proprio Hector, che stava qui con il suo banchetto di artigianato, come sempre circondato da belle fanciulle di tutti i colori.
Passata l'euforia e fatte le considerazioni su come è piccolo il mondo per i viaggiatori, mi ha rivelato subito che piacevo molto ad una delle sue amiche, Valeria, una ragazza india esile e armoniosa. Dopo una mia iniziale sorpresa a come corrono qui le ragazze e a come siamo "cabezoni" noi Italiani (o almeno io), Hector ha organizzato una bevuta in una "cantina"; lì mi ha presentato Valeria in una maniera più ufficiale, ed io sono stato così più tranquillo nel farmi sbranare da lei per tutta la notte. Era una ragazza di 22 anni dolce ma selvaggia, credo che mi ricorderò a lungo di lei e delle sue unghie.

Guadalajara 17. 11. 98

Hector si è rivelato proprio un personaggio interessante, a casa sua mi ha raccontato del suo passato burrascoso, poco più che trentenne, con mezza laurea in filosofia e mezza in architettura, anni passati negli USA tra i "junkies", un figlio e diverse mogli. Come un S.Francesco tropicale ha abbandonato un futuro sicuro come quello che il padre gioielliere gli offriva per quello più insicuro ma avventuroso del lavorare l'argento con conseguente vendita sui banchetti in giro per il mondo. Mi ha raccontato di come sia pericoloso girare di notte per le strade di Guadalajara, non per i banditi, ma per la polizia. Grazie al governo di destra qui vige il coprifuoco dopo le 22, e gli sbirri portano in caserma per accertamenti e perquisizioni chiunque si trovi a passeggiare di notte; ora capisco perché la sera prima Valeria ha insistito per prendere un taxi anche per fare un tragitto di 200 metri. La conversazione è proseguita in un misto tra spagnolo, italiano e inglese: il mio con una vaga inflessione anglosassone, il suo in un marcato slang californiano. Mi ha chiesto dove avessi imparato l'inglese, e io gli ho detto che avevo fatto alcuni corsi di lingua ed ero stato un paio di volte in Inghilterra, "E tu?" gli ho chiesto, "In the fuckin'street !" mi ha detto lui.
E' un tipo positivo, per lui il mondo è un enorme negozio di giocattoli e appena allunga una mano per prendere qualcosa, subito vede qualcos'altro che lo attira di più. Anch'egli come Valeria e la maggior parte degli Indios ha quella carica selvaggia latente dei nativi di qui, gli si vede quel fuoco negli occhi scuri e sottili, carico di orgoglio per quello che furono i loro antenati. Ora che comincio a conoscere meglio loro e la loro storia mi rimane difficile non immaginarli nella giungla a cacciare, o in visibilio durante un rito sotto le piramidi. "La gente pensa che noi eravamo solo dei fottuti assassini...", mi ha detto Hector, "...ma per noi la religione era un fine ed il sacrificio un mezzo; per gli spagnoli lo sterminio era il modo di affermarsi, e la religione, molto elastica a seconda delle esigenze, serviva solo a giustificarlo!".
Abbiamo concluso la serata fumando con la lattina di Coca Cola e mi ha salutato dicendo: "We are like fuckin'children".

Zacatecas 18. 11. 98

Era passato più di un mese dal mio arrivo in Messico e non sentivo assolutamente la nostalgia di casa, ero talmente preso da quello che mi succedeva, dalle conoscenze che facevo continuamente e dal lavoro da organizzare che la voglia di tornare mancava, e un solo altro mese mi sembrava pochissimo.
Zacatecas è bellina, con la solita vita paesana ma stavolta in stile più "ranchero". Per le strade formicolano una miriade di sombreri e camicie con disegni e colori dal gusto quantomeno discutibile, però fanno molto country insieme ai "camperos", ai baffoni e a tutti i classici simboli della vita campagnola.
Stavo aspettando (tanto per cambiare) l'autista del trenino che ci avrebbe portato nei meandri della 'Mina dell'Eden' una delle miniere che arricchirono questa cittadina; in teoria dovevamo partire mezz'ora prima, ma l'autista continuava a gironzolare sfaccendato ed insensibile alla nostra presenza....
La gita in miniera è stata entusiasmante, dopo un budello di circa un chilometro siamo scesi dal treno-merci in una voragine nel cuore della montagna, sopra e sotto di noi un enorme fenditura completamente scavata a mano perdeva i propri confini nell'oscurità. Circa trenta metri sotto i nostri piedi stagnava un laghetto profondo più di un chilometro, prima anche quello faceva parte della miniera, ma ora è stato allagato non so perché; da lì, passando su traballanti ponticelli di corda e tavolacce entravamo da una voragine all'altra, in una di queste c'è addirittura una discoteca, tutto frutto delle fatiche e delle vite degli Indios che ci lavoravano in cambio del classico pugno di riso, anzi di mais.
Il tasso di mortalità della 'mina' era tra i più alti del mondo, a quanto dice la guida solo per incidenti ne perdevano circa otto al giorno, i più fortunati morivano di silicosi entro i 35 anni. Ho capito allora cosa sono costati veramente quella bellissima cattedrale sulla piazza del paese, o l'immensa collezione di quadri di tutto il mondo nel museo che ho visto stamattina; ecco chi aveva pagato veramente il conto di tutti i lussi che si concedevano i 'nobili' spagnoli: quella coppia di Indios, uno che teneva lo scalpello e l'altro con la mazza alzata, scolpiti nella roccia a quindici metri sulle nostre teste. Sono stati rappresentati proprio come lavoravano, in bilico su piccolissime terrazze disposte su trenta livelli, a rodere il basalto per tirarne fuori il prezioso minerale che poi avrebbero dovuto portare fuori a braccia, insieme agli attrezzi. Poi la miniera fu chiusa, non so se fu perché finì il nickel o perché finirono gli Indios.

Verso S.Luis Potosi 19. 11. 98

Ci siamo fermati con il pullman in mezzo al deserto, su un altipiano a 2400 metri con l'aria leggera ed un fetido bar. Ho sorbito un Nescafè (non capivo perché in Messico non esistesse il caffè normale…), mentre intorno a me si servivano piattoni di fagioli fritti e uova alla "ranchera", lì la colazione la mattina si fa così, e per questo mi guardavano come una checca di città senza i coglioni e lo stomaco degni di queste lande. Dopo le prevedibili scariche di rutti e peti che mi hanno fatto uscire per primo dal locale ci siamo reimbarcati alla volta di S. Luis, un'altra delle città-miniera della zona. Lì avevo un mezzo appuntamento con Hector, per andare insieme a Real de Catorce e fare la mistica "peyote experience" con gli indiani delle montagne. Anche a S. Luis, come in tutte le città visitate al nord, le ragazze per strada o nei negozi mi guardano in una maniera a cui non sono ancora abituato. Non ne capisco il perché, visto che fino a due giorni prima giravo come uno straccione; proprio per questo mi ero comprato una camicia e un paio di pantaloni nuovi che mi conferivano un aspetto appena umano; pensavo che quando mi sarei tagliato anche i capelli sarei stato violentato. Ero molto contento che lì le ragazze non abbiano problemi a farsi avanti per prime dimostrando grande senso di emancipazione, inoltre la parte del 'macho conquistador' la trovavo proprio ridicola, e per una volta volevo provare l'ebbrezza di essere io a farmi corteggiare.
Forse in Messico destavo particolare interesse perché ho lineamenti vagamente indios ma la pelle chiara, forse perché non ho la panza "ranchera", oppure sarà il mio deodorante messicano. Girando per strada alla fine mi aspettavo sempre di incontrare gli sguardi infuocati delle signorine che incrociavo, senza più meravigliarmi e rispondendo con un sorriso spesso ricambiato.

S. Luis Potosi 20. 11. 98

Dopo una giornata passata a rantolarmi in preda ai crampi allo stomaco per essermi concesso un'insalata, verso le 5 sono risorto ed ho cominciato il mio quotidiano pellegrinaggio per le chiese. Proprio in una di queste, mentre scattavo delle fotografie durante una funzione, mi sono girato e mi sono reso conto che un gruppetto di ragazze sedute nelle prime file mi guardavano ridacchiando, e alla mia replica si sono poste le manine davanti la bocca vergognose. Questo episodio mi ha riportato ai racconti di parecchi anni fa, quando anche nei paesi dell'Italia la messa era l'unico momento in cui si potevano manifestare le passioni delle gentil donzelle. Come un galletto che esce dal pollaio mi sono diretto verso la cattedrale, dove in pompa magna si stava celebrando la cresima di una fanciulla che, di bianco vestita, se ne stava silente e composta di fronte all'altare. Inizialmente indifferente al rito, stavo fotografando le colonne barocche dietro al sacerdote quando ho iniziato a lanciare sguardi ammiccanti alla ragazza in attesa di entrare nelle grazie di Dio. Lei, dapprima incuriosita dal mio armeggiare con cavalletto e teleobiettivi, è subito arrossita cercando di distogliere lo sguardo da quel diavoletto tentatore che proprio in quel luogo e in quel dì di festa era venuto a turbare la sua mente pura.
Resomi conto della situazione tragica mi sono scatenato in ammiccamenti sempre più palesi e sfacciati, scattavo una foto e le lanciavo un bacio, poi riemergevo da dietro una colonna mostrando viziosamente la lingua; lei non sapeva più dove guardare, tutta rossa e con le mani giunte di fronte al viso.
Io non mi sono mai divertito così tanto, ma forse è meglio che non vada più in chiesa fumato…
Mi ero reso conto che sull'armadio della mia camera c'era uno specchio abbastanza grande da contenermi tutto, fino ad allora mi ero potuto guardare solo la barba o i capelli, separatamente. Questo da un lato mi ha aiutato: non potendo vedere il decadimento d'immagine potevo mantenere una certa considerazione di me stesso, dall'altro lato la faceva perdere a chi mi guardava. Non riconoscevo quasi il tizio sull'armadio, scuro e vissuto, come le scarpe, le uniche che avevo, e che giacevano sbatacchiate per terra sotto la mia immagine. Dalle mie zampe stecche emergevano guizzanti muscoletti fino ad allora sconosciuti, frutto dei chilometri che coprivo a piedi ogni giorno. La mia secchezza non era mai giunta a questi livelli, anche i jeans appena comprati erano già una misura troppo larghi e ci sguazzavo un po'.
Non mi sentivo male o denutrito, forse era solo il Messico che mi consumava.

S. Luis Potosi 21. 11. 98

Ero in partenza per Matehuala, destinazione intermedia tra S. Luis e Real de Catorce. Sulla corriera vibrante in attesa della partenza vedevo gente anziana carica di sacchi e scatoloni pieni di chissà quali meraviglie, che portavano dalla città ai loro paesi sulle montagne. In quelle terre desolate tutto acquista un valore diverso, tanti paesi minerari come Real, esaurita la vena si sono spopolati e caduti in rovina rendendo quelle poche merci che arrivano fin lassù molto più preziose.
Iniziava la parte più dura di tutto il viaggio, fine delle visite alle ricche cittadine coloniali dove c'era la possibilità di scegliere cibo e alberghi ed inizio delle privazioni e degli stenti in luoghi ostili.

Villa Real de Nuestra Senora de la
Concepciòn de Guadalupe de los Alamos de los Catorce (ovvero: Real de Catorce) 23. 11. 98

Appena sceso alla stazione di Matehuala, sono stato avvicinato da un volto conosciuto, ma non ricordavo dove. Il ragazzo parlandomi in italiano mi ha rinfrescato la memoria, e allora mi sono ricordato di Mirko e Massimiliano, i due lunghi Milanesi conosciuti in quel di Querètaro; anche loro erano diretti a Real, alla ricerca di esperienze mistiche. Siamo saliti allora su una corriera lurida e traballante dove ho pensato che qui è più facile incontrare qualcuno per caso a migliaia di chilometri di distanza che dandogli un appuntamento (infatti Hector al luogo stabilito per il mezzo appuntamento a S. Luis non c'era). Abbiamo viaggiato lungo il deserto passando per i tipici villaggi messicani della cinematografia western (allora non erano di cartone !), poi ci siamo fermati di fronte a un cupo tunnel per trasbordare in un'altra corriera più lorda e più barcollante, ma con il tetto ribassato per passare attraverso la montagna. Dopo un paio di chilometri di oscurità completa siamo sbucati strizzando gli occhi su un grande piazzale sterrato inondato di sole di mezzogiorno , intorno si affacciavano le sagome di montagne cupe e prive di ogni forma di vita.
Vecchi furgoncini passavano sporadicamente sul piazzale lasciandosi dietro nuvoloni polverosi, un gruppo di bambini smoccolanti ci ha prelevato dal bus per condurci in un loro albergo di loro fiducia. Passando per le vie del paese ci sfilavano intorno le prove dello scorrere del tempo sulle cose e sulla gente: una patina polverosa offuscava tutto, ovunque l'atmosfera era di desolazione e processo di sonno eterno in atto. Porte di edifici cadenti chiuse alla meglio con mucchi di pietre e finestre penzolanti sui cardini ci hanno condotto all'ingresso di quello che qui chiamano "hotel". Tre generazioni di una famiglia gestivano contemporaneamente la bettola che era anche "ristorante", ma in realtà l'unica che ci stava un po' con la testa era la nonna ultra ottantenne che ogni tanto appariva dalla cucina, spostava qualche oggetto e tornava nell'oscurità. Il resto della famiglia era composto da due figli di mezza età, uno adornato da un cappellaccio a tesa spiovente da spaventapasseri ed allegramente fatto di non so cosa, l'altro perennemente in sbronza triste, se ne stava seduto a piagnucolare dietro il banco; ogni tanto andavano lì la madre o la moglie sgorbia e gli prendevano tra le mani il capoccione consolandolo un po', allora lui si alzava con la sua birra e si faceva un giro tra i tavoli invitando tutti a un brindisi con gli occhi pieni di lacrimoni. Poi c'era un ragazzino che faceva qualche apparizione tra i tavoli per prendere le ordinazioni e poi scappare fuori a giocare con i foglietti in tasca ed i clienti che aspettavano invano. In quel "ristorante" chi voleva bere lo doveva andare a comprare all'emporio di fuori, e quando tornava, il proprietario chiedeva una birra per il pedaggio. La scelta delle camere è libera, quando se ne libera una la porta è aperta e chi vuole la può occupare; queste non sono degne di alcuna cura da parte degli albergatori, le pulizie, se vuole, se le fa il cliente stesso. Usciti dal paese per un giro di ricognizione ci siamo imbattuti in un fuoristrada con una ventina di fricchettoni a bordo, seduti sul tetto e aggrappati alle fiancate. Cantando e ridendo si dirigevano nel deserto alla ricerca di "Jiculì", il peyote. Intanto noi tre eravamo arrivati alla miniera abbandonata, dove un'architettura insolita per queste latitudini ci attendeva tra le montagne desolate. Ci si è aperto davanti un panorama che mi ha fatto pensare all' "Interzona" dei sogni lisergici di William Burroghs: erano costruzioni basse, squadrate e tozze che come un miraggio non si avvicinavano mai, i quasi 2800 metri di altitudine si facevano sentire sui nostri polmoni catramosi tagliandoci il fiato sulla salita. Tutti gli edifici diroccati sparsi qua e là sul costone erano dominati da un enorme ciminiera di una caldaia che penso servisse a fornire l'energia per tirare su i carrelli dalla "mina". Le costruzioni dal gusto industriale erano fornite di curiose arcate gotiche miste a portali in stile mediorientale che ci guidavano verso paesaggi surreali ibernati sotto una coltre di tempo, ci si sentiva come quando si entra in una casa disabitata con le lenzuola sui mobili. Sembrava che le cose non avessero mai goduto di una vita operosa, ma fossero state costruite solo per stare lì nell'aria rarefatta in attesa, ad ascoltare il mutismo di quel deserto.
Le cose erano sparse su quel monte con il loro velo polveroso, impassibili della nostra presenza ad attendere la Morte.

Real de Catorce 24. 11. 98

Volevamo assaporare lo spirito country della zona, così io, Mirko e Massimiliano ci siamo avventurati in un 'raid' a cavallo per i tristi monti che circondano la poco ridente cittadina di Real de Catorce. In realtà la giornata non era tanto triste, visto che la mattina splendeva un sole malato e cinguettavano i pappagallini storpi nelle gabbiette. A proposito: tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo, abbiamo scoperto un allevamento di queste bestiole nel patio, ma molti sono zoppi o deformi. La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme a un cavallo, due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo era per lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così siamo partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città fantasma", meta del nostro cammino. Per la verità a me sembrava fantasma anche Real, ma questa era peggio; la guida, vestita in perfetto stile "ranchero" con una camicia da discoteca rossa e blu, ci ha spiegato che quelle erano le abitazioni dei "mineros" fino a 150 anni fa, quando finì l'argento e arrivò la Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e aspettavamo con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria con le pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri di pietra diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani assetati di sangue. La gita è continuata tra i monti e la desolazione, le uniche forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati serpenti a sonagli che agitavano le code per ricordarci che in fondo la vita è un attimo.
Alla fine della gita, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono gettati in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese, dove abbiamo litigato con la guida per il prezzo. Le sue argomentazioni ed il suo machete ci hanno convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti derubare.
Il grande momento era giunto, eravamo in attesa di un "peyotero" che ci avrebbe accompagnato nel deserto, io ero seduto di fronte alla bettola dove alloggiavamo, con un vecchio sordomuto paralitico. Vedevo Massimiliano che andava su e giù per la via contrattando per il prezzo migliore per il viaggio, Mirko stava in mezzo alla strada e guardava la scena confuso, scaldandosi in uno spicchio di sole giallastro.
A mezzogiorno siamo giunti nel deserto dopo un lungo ed estenuante viaggio su un fuoristrada preistorico, Massimiliano è dovuto salire sul tetto insieme ai bagagli perché dentro non c'era posto. Io guardavo il precipizio dal finestrino e sentivo le antiche ruote gemere per le buche che il guidatore masochista prendeva in velocità, fu allora che la Vergine del Guadalupe mi apparve per la seconda volta. Quando il "peyotero" ha pensato di essere sul punto giusto ha fermato il catorcio in mezzo alla pista e ci siamo messi a vagare spargendoci tra i cespugli rinsecchiti, perché lì sotto si cela il cactus: è tra le radici della pianta "gobernadora" che "Jiculì" trova rifugio. Poi ci ha fatto vedere come si mangiava e noi l'abbiamo fatto, disgustati dal suo sapore avevamo i conati di vomito, ma sapevamo che era la prassi, così infilavamo il "cibo degli dei" direttamente in gola con le dita, visto che da solo non andava proprio giù. Tra le smorfie di disgusto migliori che sapevamo fare pensavamo a quanto è più semplice "calarsi" un' "extasy", moderna espressione occidentale del viaggio facile facile .
Il "peyotero" è andato via lasciandoci distesi in mezzo al nulla sotto un sole rovente, circondati da tutti i nostri bagagli e dal treppiedi che farà da testimone.
Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è salito, così abbiamo iniziato a vagare per il deserto tra i rovi e le micro-iguane che sorridevano al nostro passaggio. Distanziati di una ventina di metri, ognuno con il suo viaggio personale, strofinavamo i piedi in terra lasciandoci dietro grossi nuvoloni di polvere.
Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo alle loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie di condominio messo in uno spazio così vasto che loro non potevano nemmeno immaginare. Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere il mondo che c'è all'esterno. E pensavo a chi mi vedeva da fuori e pensava se sapevo quanto ero piccolo in quel deserto e se sapevo cosa c'era oltre… Eravamo tre microbi e un treppiedi su una cartina geografica. Poi ho parlato con un somaro legato ad un palo, e gli ho fatto una foto a ricordo di questa bella amicizia; intorno a noi centinaia di peyotes facevano capolino dal terriccio invitandoci ad un altro pasto che io ho rifiutato, dato che il "cibo degli dei" ha un sapore diabolicamente amaro.
Più tardi le ombre lunghe della sera ed un tramonto in Technicolor hanno accompagnato i nostri polverosi passi verso le luci del paese, dopo quattro ore di marcia ci attendeva l'ultimo bus per Matehuala, dove ci siamo lasciati con la promessa di rivederci in Italia per un piatto di spaghetti, che è stato il desiderio comune di tutti in questi giorni.

Verso Xilitla 25. 11. 98

Ieri sera a Matehuala mi sono reso conto che la gente mi guardava in modo strano, dapprima pensavo che fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la mia immagine riflessa in una vetrina ho capito perché: facevo schifo. I miei pantaloni verdi chiazzati di polvere parevano ormai una mimetica sahariana che faceva un figurone con le scarpe e la felpa, imbiancate anch'esse. Gli zaini seguivano lo stesso stile. I capelli ispidi ed il volto provato completavano questa figura di reduce da qualcosa di molto grave. Se si aggiunge che i Messicani sono molto sensibili all'aspetto, avevo decretato la mia condanna all'isolamento.
Per fortuna dopo una doccia ed una lustrata di scarpe sono tornati i sorrisi delle ragazze e la gentilezza nei miei confronti, una colazione alla "central camionera" ha migliorato anche il mio umore prima della partenza.
Realizzo solo ora quanto si mangiava male a Real e a quanto sono comode le strade asfaltate.

Xilitla 26. 11. 98

Sono giunto in quella triste e cadente cittadina con un viaggio di dieci ore durante il quale il paesaggio è cambiato da un deserto con cespugliazzi che rotolavano trasportati dal vento ad un panorama alpino con boschi, prati e abeti, fino a giungere in una zona tipicamente tropicale con giungla, pioggia tiepida e nebbione mattutino. Scrivevo seduto in uno dei soliti bar fetenti, gli unici aperti alle 7,30 di mattina; con il caffè mi arrivavano zaffate di brodo di pollo che stavano cucinando nei banchi del mercato di fronte; insieme alle facce assonnate dei bevitori di birra e l'aria umida, tutto acquistava un aspetto di quotidiana putrefazione. Mi cominciavo a chiedere perché Edward James abbia deciso di costruire proprio lì la sua casa fantastica, meta del mio viaggio. Ho conosciuto sul bus un militare israeliano, Ben, con cui dividevo la camera; era un personaggio assai singolare, inquieto e sospettoso, ma dotato di una grande sensibilità: invece di portarsi una macchina fotografica preferiva registrare i rumori ed i suoni dei luoghi per poi risentirli a casa. Ma non potevo fare a meno di immaginarlo in divisa mimetica che sparava sui bambini Palestinesi da un carro armato… La sera abbiamo deciso di andare a bere una birra nella "cantina" del paese, abbiamo scelto quella che sembrava la più verace, dove speravamo di trovare l'essenza messicana più sincera.
Appena oltrepassato il paravento dietro la porta, ci si è presentato il classico spettacolo da saloon del far-west: la gente seduta ai tavolacci sotto le luci al neon che fino a un momento prima sghignazzava e bestemmiava in allegria si è immediatamente ammutolita, gli sguardi obnubilati dall'alcool si sono lentamente girati per seguire i nostri passi che attraversavano il salone, lenti ma determinati. Le bocche intorno a noi si muovevano silenti componendo il classico "Gringos …" .
Abbiamo dovuto dimostrare che sapevamo bere la 'Corona' con limone e sale e offrire un paio di sigarette perché l'atmosfera bestemmiante e le pacche sulle spalle tornassero.
Alla "Casa Infinita" ho trovato un perfetto cocktail tra tecnologia e la natura più selvaggia; colonne di cemento si fondevano con la giungla, costruzioni floreali emergevano dai cespugli e scale che conducevano al nulla.
Benché il cemento regnasse sovrano, il tutto godeva di una profonda armonia, sembrava che la natura stessa avesse generato quella costruzione fantastica che si piegava plasticamente al volere delle piante. I pavimenti ed i soffitti si bucavano per far svettare gli alberi, le colonne dalle forme più inconsuete si contorcevano per lasciare spazio ai rami. Il cemento armato, incontrastato protagonista della scena nonché materiale simbolo dell'oppressione della modernità sulla natura, qui diventa duttile ed elastico, non ci sono regole economiche o costruttive da seguire, ma solo quelle della fisica e del funzionalismo da trasgredire. Tutto è l'opposto di come siamo abituati a vederlo, le gabbie per gli animali sono senza sbarre e le voliere senza reti, le passerelle portano verso il vuoto e se ogni tanto le colonne sono verticali è solo per un caso.
Edward James, di origine inglese, costruì questa casa a partire dal '45; artista e mecenate di personaggi come Dalì partecipò attivamente alla scena surrealista in Europa per poi trasferirsi qui, dove per un'illuminazione decise di portare avanti questo progetto "anarchico".
Tutto il paese di Xilitla partecipò alla costruzione, sia con le braccia che con le idee, ora qui tutti sentono che "la Casa Infinita" non è l'opera di un solo artista, ma di un'intera comunità. Il folle cantiere de " l'Inglès", ormai fagocitato dalla giungla, rimane un raro esempio di come dare sfogo alla propria fantasia usando materiali moderni e senza far danni, un luogo per menti libere a cui non serve conoscere la funzione delle cose o quello che sarà il progetto finale.

Poza Rica 27. 11. 98

Notte infernale a Poza Rica. Visto che mi dovevo fermare solo a dormire per ripartire la mattina dopo, sono andato in un desolato hotel di fronte alla "central camionera", dove sono arrivato nella notte. Lungo la strada la corriera è stata fermata da uno squadrone di poliziotti antidroga dall'aspetto impressionante, erano una dozzina di Indios vestiti con anfibi e pantaloni militari neri, magliette nere con stemma giallo da cui trasparivano fisici rocciosi, e cappellino da baseball ovviamente nero. Alcuni di questi venivano strattonati da cani neri furiosi, altri ostentavano dei cupi fucili a pompa ed avevano grosse torce dal fascio di luce accecante che usavano puntare in faccia all'interlocutore. Viste le scarse possibilità di trovare della droga nascosta sulle migliaia di pullman che viaggiano in Messico, puntavano sul fatto che un eventuale trafficante, di fronte a quel plotone, scoppi a piangere alla prima domanda.
In albergo mi sono lanciato in camera distrutto, e mi sono accorto subito che era rumorosissima: ero proprio sull'autostrada. La mattina alle 5,30 ho aperto gli occhi con un concerto di motori diesel, la Stazione si stava svegliando e i "camiones" scalpitavano nell'enorme parcheggio. Io, sentito il richiamo, sono subito sceso giù e ne ho preso uno per El Tajin. Era una città tolteca abitata un tempo proprio dai Toltechi, popolo dedito prevalentemente al gioco della palla e al sacrificio (umano). A quanto sembra queste due attività dovevano prendergli molto tempo, visto che su circa venticinque monumenti, diciassette sono campi da gioco e gli altri sono altari sacrificali.

Veracruz 29. 11. 98

Ero finito alla "central camionera" di Veracruz, mezzo sbronzo e con lo zaino che oscillava vertiginosamente e cercava di tirarmi giù. Da come abbiamo concluso i nostri discorsi, quella per me e Sara era stata una bellissima giornata di merda. Sara era una ragazza spagnola conosciuta in banca, ci eravamo organizzati per vedere questi famosi Olmechi.
Ci siamo visti all'alba al bar "Don Camione" per prendere il pullman in direzione Zempoala e la sua area archeologica.
Appena entrati nel sito, subito ci siamo accorti che le rovine si riducevano a pochi piedistalli in rovina di palazzi ormai scomparsi. Dal praticello curato emergevano forme scure e trapezoidali che incutevano sì timore, ma non dicevano nulla della civiltà di una volta. Dopo un paio di panini tristi ci siamo diretti delusi alla stazione, dove ci hanno detto che ci sarebbe stato un autobus dopo un'ora. Per ingannare il tempo ci siamo riforniti di un litro di birra e siamo andati verso una scaletta che discendeva su un panorama che pareva dipinto: fiume e bambini che giocavano sulla riva, prato con una mucca brucante, e un cane che le voleva bene. A volte treni merci di lunghezza infinita sfilavano. Dopo molte chiacchiere, "locure" e birra, quando siamo tornati il pullman era già partito, quindi decidiamo di prendere un'altra birra. Purtroppo perdiamo anche quello successivo e così succede per altre due o tre volte, finché ci ritroviamo ubriachi in una specie di cantina-balera che risucchiava tutti gli alcolizzati del villaggio. Lì, tra la musichetta briosa e il tintinnare delle bottiglie vuote c'erano delle ciccione veramente esagerate che ballavano con le loro trippe grondanti per la gioia dei clienti; quando qualcuno faceva apprezzamenti troppo pesanti o allungava le mani, queste gli davano una culata facendolo cadere dalla sedia. Un messicano di 40 Kg che conteneva più birra che anima, ne ha acchiappata una per le manopole traballanti e si è lasciato andare in quel vortice surreale; noi divertiti e disgustati al tempo stesso, siamo andati a prendere l'autobus, questa volta sul serio, però. Ci siamo lasciati come nel finale dei migliori film di Hollywood, con un complessino di "mariachi" che strimpellava note tristi e la corriera che sbuffava impaziente. Ricordando la meravigliosa giornata "de mierda" trascorsa insieme, ci siamo sentiti in dovere di stringerci e baciarci, poi mi sono imbarcato per Veracruz.
In attesa della corriera per Oaxaca, risentivo delle luci al neon e della voce gracchiante degli altoparlanti che mi causavano un forte mal di testa. Nell' enorme sala d'aspetto mi sfilavano davanti i personaggi e i volti più strani, e l'alcool che contenevo li esasperava ancora di più.

Oaxaca 30. 11. 98

La città era piena di bancarelle e di "gringos", ma mancava di quello spirito festaiolo e godereccio che domina i paesi del Messico. Gli americani giravano per le strade con aria spaesata alla ricerca di non si sa bene cosa, e così pure io. Basti dire che era l'unico posto dove non avevo conosciuto nessuno. Oltre a Cancùn, ovviamente.
Per ingannare il tempo ho visitato due chiese, una bella e una mediocre, ma quello che mi aspettava la mattina dopo a Monte Albàn sarebbe stato sicuramente più entusiasmante.

Oaxaca 1. 12. 98

Ho passato una notte terribile, popolata da incubi "splatter". Mi sono svegliato completamente sudato, sognando che mi trovavo in compagnia di due ragazze che conosco bene ma non riesco ad identificare, insieme andiamo a trovare alcuni loro amici educati e ben vestiti che stavano nella facoltà di medicina, in località non precisata. Dopo un po' le due spariscono e mi lasciano solo con i tre tipi che subito cercano di violentarmi in malo modo. Io, che anche dormendo cerco di mantenere integra la mia verginità non approvai. Decidono allora di legarmi alla lavagna e di sacrificarmi con un bisturi di ossidiana...
La giornata è proseguita a Monte Albàn, il più grande centro religioso zapoteco della regione; Anche lì le antiche pietre trasudavano sangue e interiora, ma allora ero molto più coinvolto del solito, mi sentivo come un tacchino alla vigilia di Natale, e mentre scattavo isolandomi nel mirino della macchina fotografica avvertivo dietro di me oscure presenze. Poi sono andato a visitare il museo antropologico di Oaxaca che ripercorre la storia del Centro America dalla preistoria ai giorni nostri. Quando mi trovavo nella sala dedicata al periodo della conquista intitolata "La sete dell'oro", ero circondato da una scolaresca composta prevalentemente da bambini indios dodicenni. Quando il loro maestro ha iniziato a descrivere le gesta di Cortès per impadronirsi della zona e distruggerne la cultura ho sentito tutti i loro piccoli sguardi alzarsi verso di me, unico rappresentante di quella razza infame a cui, malgrado tutto, continuano a sorridere.
Passando attraverso le sale strapiene di immagini di cristi grondanti sangue e incisioni raffiguranti indiani sottomessi, sono uscito nel grande piazzale assolato, con una grande voglia di vomitare.
In pomeriggio sono andato a Zaachilia, dove secondo un contadino venditore di vere antichità era uno dei siti archeologici migliori di tutto il Messico. Forse le sue conoscenze in materia erano un po' limitate, ma tutto quello che ho trovato è stata una piattaforma di mattoni diroccata, in cima ad una collina impervia. Uscendo sono finito in mezzo a un funerale preceduto da una banda stonata e seguita da un gruppo di cani randagi. Io mi sono accodato per un pezzo di strada.
Si era fatta sera e per distrarmi ho comprato un nastro dei "Molotov", gruppo della nuova scena rock messicana, poi ho conosciuto Pedro, uno spagnolo che mi ha dato qualche "dritta" per distrarsi in questo posto. Sembra che ci sia un po' d'arrosto in mezzo al fumo e alla confusione; domani andiamo a vedere una mostra fotografica di David Byrne (sì, proprio lui), che a quanto sembra ha cambiato mestiere. Poi andremo a Mitla, a ruspare tra i cocci e finalmente avrei levato le tende, anzi lo zaino, da quel posto che nulla mi aveva dato se non un nastro punk-trash. Pedro mi ha anche parlato di Palenque come un posto affascinante, dove tra i mitra e i passamontagna si respira l'essenza india più vera.

Oaxaca 2. 12. 98

Durante il viaggio a Mitla ho potuto conoscere meglio il piccolo Pedro, che malgrado l'aria dimessa si è dimostrato un grande viaggiatore. Ha abbandonato il lavoro per un anno e spera di riuscire a vedere tutto il Sud America. Come lui ho incontrato parecchi altri spiriti nomadi, persone che per necessità o per bisogno interiore non possono stare fermi, rifuggono le comodità e non vogliono sapere dove saranno domani. Anche io cominciavo a sentire quella forza che ci trascinava via, somigliavamo più a dannati che a esploratori, e avevamo soddisfazione solo guardando i chilometri percorsi sulla cartina geografica. Ho conosciuto addirittura tre pazzerelloni di Torino che si erano licenziati per venire in Messico in cerca di fortuna con la liquidazione: "Tanto in Italia con 20 milioni non ci fai un cazzo !", mi hanno detto. Un Belga conosciuto in un bar viaggiava da tre anni lavorando qua e là; si era fatto la Transiberiana, la Cina, l'India, la Thailandia, aveva raccolto patate in Australia e stava risalendo le Americhe, quando guadagnava abbastanza per permettersi un biglietto partiva. Gente così ti fa sentire un pivello.

Cardenas 4. 12. 98

La notte ho avuto un altro incubo, pensavo di essere in Italia, mi sono svegliato ma non avevo il coraggio di aprire gli occhi, poi la mia mano ha tastato qua e là per trovare qualche oggetto che mi potesse dare l'idea di dove ero. Ho incontrato prima il rozzo tavolaccio su cui dormivo, poi la lacera tendina del bagno, ed infine le paffute fattezze dello zaino. Ero salvo, ero ancora al "Joanita" uno dei più luridi hotel mai provati finora, e forse l'unico di questo paesino squallido, ma allora lo sentivo accogliente come un nido.
Ero sull'autobus diretto a S. Cristobal, nel Chapas, e la situazione non sembrava tesa, se non fosse che al confine i militari erano più seri del solito, e che altri soldati armati fino ai denti ci hanno scortato con due camion, mentre passavamo in mezzo alla giungla più fitta.
Guardavo la strada che veniva fagocitata dalla vegetazione e mi rendevo conto che le caratteristiche morfologiche, la flora della zona, nonché la popolazione, ne facevano il luogo ideale per un agguato. A tratti facevano capolino dal fogliame gruppi di capanne con tetti di paglia o lamiera, bambini cenciosi giocavano con i copertoni. Gli unici automezzi incrociati in cento chilometri furono tre autoblindo carichi di soldati dall'occhio vigile. Dopo dodici ore di corriera su per le curvose strade di montagna sono giunto alla meta, stremato e con le budella annodate. Mi sono subito ripreso alla vista della cittadina deliziosa, l'albergo era vivacemente colorato, la proprietaria gentile e l'erba buona. La differenza dei tratti somatici e dell'incazzatura negli Indios di qui si nota parecchio, i volti sorridenti sono rari, non tristi come ad Oaxaca o Jalapa, ma carichi di un'aggressività più profonda maturata nei millenni. Il fenomeno zapatista, almeno in città, era piuttosto commercializzato, si riduceva alle magliette dell'EZLN o ai pupazzetti impassamontagnati sulle bancarelle... La mia ricerca nell'underground della musica centroamericana procede, ho comprato una cassetta dei "Control Machete".

S. Cristobal 5. 12. 98

Ieri sera in un bar ho conosciuto un gigante punk tedesco che veniva dal Guatemala, dove aveva fatto un corso di spagnolo. Quando è stato a Guatemala City, mi raccontava, la situazione era assai pericolosa, con gente armata a difesa di quasi tutti i negozi, gente armata senza negozio, e personaggi col machete che guardavano famelici i turisti.
Poi mi ha detto che a S.Cristobal la situazione è calma solo in apparenza, quattro giorni prima sui monti lì intorno avevano sgozzato e ucciso quattro turisti per una rapina. Ovviamente di questo i giornali non hanno dato notizia. Dopo questa bella chiacchierata, ho deciso di andare a dormire perché la mattina mi ero svegliato prima dell'alba. Le strade erano semi deserte, c'era solo qualche banchetto che stavano smontando, e dei curiosi tipi con il volto coperto da sciarpe o passamontagna che stazionavano qua e là vicino agli incroci. Dapprima ho pensato che fossero i famosi guerriglieri delle montagne, ma subito il pensiero è diventato ridicolo pensando che ero al centro della città alle 9,30 di sera; ho creduto allora che fossero così abbigliati per il freddo pungente, poi mi sono reso conto che questi avevano preso il posto delle numerose guardie diurne oramai sparite. Mentre camminavo e i miei ridicoli dubbi sembravano sempre più drammatiche certezze, uno di questi tipi, molto gentilmente mi ha chiesto se avevo smarrito la via o se mi serviva qualcosa, io per non abusare della sua cortesia ho detto di no e sono fuggito nell'oscurità verso il rassicurante lumino del mio hotel.
La mattina ho girato per il mercato tra i bellissimi bambini che vendono carabattole e i "gringos" che vagano con aria felice ed inconsapevole di quello che gli succede intorno. Sembravano sempre alla ricerca di qualche Indio che gli confessasse di essere un guerrigliero, per fare amicizia e parlar male del governo messicano; mentre è chiaro che noi rappresentiamo la causa della loro situazione di sottosviluppo e sfruttamento, e non hanno alcuna voglia di fare amicizia con noi. Soprattutto gli Italiani, credono che qui sia l'equivalente di una delle guerricciole nostrane tra occupanti di un centro sociale e la polizia, senza rendersi conto che quotidianamente i militari entrano nei villaggi e compiono azioni ignobili, e gli Indios per rappresaglia fanno sparire chiunque esca dalle zone protette.
Quello di cui si sente più la mancanza qui sono i sorrisi spontanei che ho incontrato quasi sempre in Messico, si incrociano invece sguardi pieni di orgoglio razziale che ti fanno sentire un ospite inopportuno e tollerato.

PICCOLE CONSIDERAZIONI SUI VERI PERICOLI DEL VIVERE IN MESSICO

Girare per le strade qui può essere un problema per chi, come me, è abbastanza distratto o non ha una vista perfetta; nei marciapiedi di tutte le strade, anche nei corsi principali e nei mercati si aprono improvvisamente voragini profonde 30- 40 cm. e a volte più, sufficienti a far spaccare le gambe al malcapitato. Altre piccole trappole micidiali sono i paletti di ferro con spigoli sapientemente acuminati che sporgono dai tetti dei banchi nei mercati ad altezza fronte, questi sono spesso accompagnati da infide lamiere, che grazie al loro spessore si rendono invisibili ma letali. Poi ci sono le fastidiose cordicelle delle tende dei mercatini, che a centinaia invadono lo spazio aereo, sapientemente sistemate in punti strategici.
Questi e molti altri, secondo me vanno interpretati come uno dei tanti segnali di quella concezione tutta messicana dell'esistenza, secondo la quale oggi ci sei, domani chissà… (godiamoci la vita).
O forse è solo un modo di rompere la monotonia e rendere ogni semplice passeggiata un'avventura, dalla quale nessuno sa come tornerà indietro.

Flores (Guatemala) 10. 12. 98

Erano passati cinque giorni dall'ultima volta che avevo messo mano al mio diario, assenza giustificata, perché sono stati giorni di esperienze travolgenti.
Sono stato a fare una gita a cavallo sulle montagne intorno S.Cristobal, una gita molto bella, ma non rilassante. Eravamo io, una coppia di giovani olandesi ed un cow-boy di 55 anni. Questo ci ha condotti, o per meglio dire scortati, tra i meravigliosi pini dalla chioma scintillante di cui non ricordo il nome, ma ne ho preso uno piccolo piccolo con la sua zolletta di terra per piantarlo in Italia. I cavalli (o quello che erano) si trascinavano affaticati per le salite, lasciandosi andare in scomposte cavalcate lungo i pendii dove l'olandese lanciava urletti country; quando ho visto il bovaro che si guardava continuamente attorno preoccupato gli ho chiesto se c'era pericolo, lui mi ha tranquillizzato con un sorriso tirato dicendo di no, "E il machete che porti appeso alla cintola a che cosa serve?" ho chiesto io, lui ha risposto che non si sa mai. Quando siamo tornati indenni abbiamo notato tutti sulla faccia della guida un'aria di distensione finale.
Sono partito da S. Cristobal per giungere a Palenque dopo sei ore, dal momento in cui è calato il buio non abbiamo incrociato una sola automobile privata per tutta la strada, solo militari o camion per trasporto merci.
A Palenque ci attendeva un posto di blocco militare, io ho pensato ad uno dei soliti ridicoli controlli antidroga in cui i poliziotti salgono a bordo con aria truce, e con le lampade illuminano rapidamente i portabagagli sulle teste dei passeggeri, sperando che qualche trafficante abbia dimenticato lì un paio di sacchi di cocaina in bella vista. Invece era una specie di controllo immigrazione all'interno del Chapas, gli sbirri hanno trovato un paio di persone non in regola e se li sono caricati soddisfatti.
A Palenque sembra che non ci sia l'abitudine di cambiare le lenzuola negli hotel, dopo averne visti quattro ho optato per l'unico che le aveva pulite, però era molto squallido, con delle porte a vetri color salmone rancido che davano su un patio dalla caratteristica architettura carceraria. Dopo una visita alle rovine e uno spettacolare cannone in cima ad una piramide insieme a due Messicani, verso sera ho deciso di tornare a piedi per i sei chilometri di strada che mi separavano dall'albergo. C'era un'atmosfera unica, a sinistra la campagna pianeggiante con mucche al pascolo e tramonto infuocato, a destra colline sprofondate sotto la giungla vergine in cui vivevano animali dai versi più curiosi, che mi facevano fantasticare sul loro aspetto. Ispirato e commosso nel profondo ho deciso allora di farmi un "joint"; me lo stavo spippettando spensierato quando improvvisamente, da dietro una curva, si è stagliato all'orizzonte uno dei più bei culi del Centro America. L'ho raggiunto, e attorno a questo c'era una ragazza di 22 anni di nome Alifie. "Hola!" ci siamo detti, e visto che la strada era ancora lunga abbiamo socializzato un po'. Mora, piccolina ed entusiasta, lavorava come artigiana, e vendeva i suoi manufatti alle bancarelle del sito archeologico. Mentre parlavamo di buddismo e di grandi verità lungo la strada, questa si faceva sempre più buia e le auto ci sfrecciavano sempre più vicino, finché siamo arrivati vivi a Palenque. Lì cortesemente mi ha guidato fino all'hotel che non riuscivo a trovare, poi di fronte al portone con l'insegna scrostata, le ho chiesto se mi voleva accompagnare in camera per fumarne un altro.
Le messicane mi piacciono perché se qualcosa o qualcuno gli gusta non fanno complimenti; come è andata a finire quella sera si può immaginare, non so nemmeno se abbiamo fumato come ci eravamo proposti di fare, ricordo solo le nostre urla che rimbombavano nel patio attraverso la porta a vetri salmonata. Lei ha sfoderato tutta la sua impetuosità india e io mi sono fatto volentieri aggredire; non pensavo che una ragazza così timida e minuta potesse fare cose che andassero così oltre le mie fantasie più sfrenate. Pensavo che stavo camminando tranquillo per la campagna sicuro che la mia serata si sarebbe conclusa con un panino, una birra e a letto presto… Poteva succedere di tutto, com'era lontana l'Italia e le sue noiose sicurezze… Alifie mi ha chiesto se ci saremmo rivisti il giorno dopo, io in teoria non ero costretto a partire subito e la prospettiva (anzi: la sua retrospettiva) mi allettava; ma dopo averci pensato un po' le ho detto di no, nuove esperienze mi aspettavano oltre confine, e l'idea di fermarmi in quel brutto posto solo per scopare rendeva tutto molto squallido. Ci siamo salutati confusi, ed io, la mattina dopo, salivo assonnato su un enorme fuoristrada Chrisler, diretto in Guatemala.
Ero in compagnia dei viaggiatori estremi, volti provati, anfibi sporchi di fango e sguardo all'orizzonte. Guidava la jeep un piccolo Messicano che attraverso quella frontiera doveva aver portato di tutto. Lungo la strada che veniva inghiottita dalla giungla sempre più fitta raccoglievamo gruppetti di gente, tra cui una signora tedesca sulla cinquantina con zaino, scarponi e passo militare. La strada terminava su un fiume al confine guatemalteco, ci hanno scaricato nel fango del piazzale dove sarebbe arrivata presto una piroga che ci avrebbe trasportato per i 15 chilometri dove la strada non esisteva. Lì è arrivato un altro gruppo di viaggiatori, tra i quali ne spiccava una dagli occhi azzurri incantevoli; mi hanno lanciato un rapido sguardo e mi sono trovato mezzo inebetito, con i piedi nel pantano e il mio ormai ridicolo carico di bagagli che mi sommergeva. Corrispondeva al mio ideale mai incontrato di bellezza femminile della mia adolescenza, una bellezza che ormai avevo smesso di cercare in quanto ideale e riservata al mondo dei sogni. Invece, per una volta era lì veramente, proprio lei, con i suoi occhi vispi, il nasino alla francese (anche se lei era Inglese), un passato da fotomodella e la patina di polvere e di vissuto che l'avventura ti lascia addosso.
Che ci faceva un essere così incantevole tra la giungla e le paludi? Sicuramente quello era il posto dove meno mi sarei aspettato di vedere realizzato il mio sogno irrealizzabile.
Dopo un patetico controllo alla dogana fluviale dove un militare mezzo ubriaco ha quasi buttato in acqua tutti i passaporti, siamo sfrecciati via sul fiume verso l'appuntamento con un tragico bus di seconda classe guatemalteco. Malgrado la folgorazione, durante l'attesa sono riuscito a mantenere una conversazione brillante (o almeno credo) con la fata, non so nemmeno cosa le ho detto, e mi sono ritrovato seduto su un vecchio scuolabus americano dotato di sospensioni per il fuoristrada e musica "ranchera". Ero seduto vicino a uno dei due militari armati che scortavano la corriera stracarica di contadini, bambini poveri e noi sei turisti.
Il soldato teneva il mitra tra le gambe, con il calcio appoggiato in terra e la canna che ogni tanto mi ritrovavo puntata sotto il mento. Non che avessi paura, ma visto il terreno molto accidentato e l'arma ormai datata, l'idea del mio cervello sfrittellato sul soffitto mi terrorizzava. Gliel'ho gentilmente fatto notare spostandoglielo col dito indice e lui, sorridendo noncurante, è tornato a sonnecchiare. Il viaggio è proseguito per due ore e mezzo, su una strada con delle buche che ci facevano saltare trenta centimetri sulle panche di legno ed il mio dito che teneva a bada il mitragliatore. Ogni tanto il mio sguardo incontrava quello di Jo (la fata anglosassone) e ci scambiavamo un sorriso rassegnato per la situazione: lei sedeva con un grappolo di bambini dispettosi addosso, io con chiara espressione di disagio, stavo ormai con il capoccione del soldato dormiente appoggiato sulla spalla e il dito sempre vigile.
Finalmente siamo arrivati a Flores, un paesino splendido situato su un'isoletta nel lago di Peten-Itzà; appena scesi dal bus siamo stati presi d'assalto dalla solita folla di procacciatori d'albergo, dove alla fine ci hanno trasportato. Qui avevano solo camere doppie, e visto che io e Jo eravamo gli unici "single" del gruppo, senza neanche chiedercelo e come se fossimo già d'accordo, ne abbiamo presa una insieme. Io ero angosciato dall'idea di svegliarmi improvvisamente da quel sogno, ma poi mi sono ricordato che sono parecchi anni che non ne faccio, quindi o si sarebbe presto trasformato in un incubo, o era realtà.
Abbiamo fatto una cena abbastanza formale dove ho mangiato anch'io noncurante spaghetti al ketchup; eravamo in un ristorantino che sporgeva sull'acqua, e guardandoci intensamente negli occhi costruivo di me un immagine che credo l'abbia colpita, perché presto eravamo sul muretto a baciarci. Anche se questa non era proprio la situazione in cui la lingua si usa per parlare, ho avuto un "flashback" ed ho visualizzato mia madre quando mi diceva che conoscere le lingue mi avrebbe aperto un'infinità di prospettive nella vita, e a suon di scappellotti mi costringeva sui libri d'inglese... Ci siamo confessati che non ci era mai successo nulla di simile prima, io ho mentito, in quanto mi era capitato appena il giorno passato, ma ancora non credevo del tutto a quella specie di trama di filmetto erotico da cui uscivo per infilarmi in quella di una pellicola avventuroso-sentimentale. Aspettavo da un momento all'altro che spegnessero i riflettori, sfilassero via i fondali con dipinto il lago, e che Jo si alzasse per andare nel suo camerino senza salutarmi. Così non fu, siamo corsi nel letto dove mi sono dovuto riappropriare del ruolo di maschio latino alle prese con una pollastra nordica.
Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 3,30 per vedere l'alba alle famose piramidi di Tikal, distanti 60 chilometri. Eravamo a fare colazione alla capanna di fronte alle rovine quando si è scatenato un violento temporale che ci ha tenuti inchiodati lì; eravamo io, Jo e una specie di dio greco biondo accompagnato da una stanga indiana alta più di un metro e ottanta, meravigliosamente bella. Dopo venti minuti che eravamo lì arenati e massacrati dalle zanzare, è giunto un trio di guide, che siccome non potevano lavorare, hanno portato un enorme Xilofono con su scritto: "La voz de la selva" e disegnato un pappagallo, e hanno cominciato a suonare un allegro ritmo tropicale.
Il caffè fumante, l'atmosfera esotica, la capanna circondata dalla giungla e dalle piramidi, mi hanno portato questa volta dentro le immagini in bianco e nero dei film anni '30, in cui esploratori in divisa coloniale siedono nei locali parlando delle loro ultime scoperte al ritmo del mambo. Poco dopo la pioggia è diminuita, il dio greco e la stanga sono usciti nella nebbia, e noi dietro. Umida e frettolosa fu la gita, completamente zuppi abbiamo visto i monumenti scivolando e ridendo sulle gradinate delle piramidi invase dal muschio, dove io ho rischiato di autosacrificarmi più volte; quello che volevamo al più presto, senza dircelo, era il letto dove ci saremmo rotolati sonnolenti poco dopo.
Lei è partita la mattina dopo all'alba (abbandoni, fucilazioni, visite della Guardia di Finanza... le cose più tragiche avvengono sempre a quest'ora), mi ha lasciato seduto sul letto con un espressione stupida e felice, con le mani che cercano di afferrare il nulla. Guardavo in giro per trovare le prove della sua reale esistenza, e mi rimaneva solo un'impronta dalla sua parte del letto. Mancavano appena cinque giorni al ritorno, scrivevo seduto in un bar sul lago e bevevo caffè nero con la testa confusa, le zanzare mi pungevano ed io non reagivo.

Un villaggio vicino Flores 12. 12. 98

Dopo una giornata passata chiuso in albergo insieme ad un Guatemalteco e le sue polverine, ho deciso all'improvviso di andare in un villaggio vicino Flores, non ricordo nemmeno come si chiamava, ma mi dovevo allontanare da quella stanza oramai troppo vuota. Sono partito dalla stazione di S. Elena, polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai che nullafacenti e annoiati, scacciavano le mosche. Un vecchio scuolabus americano stava per partire, anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di gente che ad oltranza continuava ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni legati con lo spago e altre merci che presto invasero una buona parte dell'autobus. Io conquistai un posto a sedere vicino un piccolo contadino, ma presto giunse una cicciona che ci ha spiaccicato entrambi nell'angolo con il fare deciso degli ippopotami. I bambini piangevano e le madri urlavano, i ragazzi scherzavano stanchi di una giornata di lavoro e tutta la confusione era fomentata da numerosi venditori ambulanti che andavano continuamente su e giù per il corridoio intasato carichi di gelati, giocattoli, caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Quando il giovane all'entrata ha mollato la corda che teneva legata rozzamente la porta l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato gioioso e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.
All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si asciugavano sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale avvolgevano tutto. Il cavallo e la mucca brucavano fraterni sul prato, e la corriera rombava nostalgica sulla statale.

Il solito villaggio vicino Flores 13. 12. 98

Ieri passeggiavo al buio per la strada che costeggia il lago, le rare luci dei bar mi indicavano la via trasudando ritmi caraibici; di fronte a questi si trattenevano gli abitanti del paesucolo di capanne, c'era chi beveva e chi giocava a scacchi seduto in mezzo alla strada nella semioscurità; in un terreno qualcuno (il parroco?) aveva organizzato un cinema da campo in cui si proiettavano gratis pellicole sbiadite anni '60, volte a glorificare le gesta di ricchi e illustri personaggi della chiesa.
Quando sono tornato a dormire nella mia capanna, i proprietari già avevano chiuso il cancello ed erano a letto alle 9,30, li ho fatti alzare e mi sono scusato per aver fatto le ore piccole.
La mattina mi ha svegliato la luce che filtrava attraverso le pareti di canne, e il canto del gallo, il ragliare del somaro, le urla delle scimmie e di tutte le altre fiere della giungla circostante che aprivano gli occhi e le bocche tutte insieme alle sei. Mi sono lavato nella tinozza in giardino per poi incamminarmi verso il biotopo (riserva naturale) del Cahui.
Il nebbione tiepido iniziava ad allontanarsi e le anatre sguazzavano vicino ai miei piedi. Il cielo grigio ed i paletti che spuntavano dal lago completavano questo quadretto romantico ed esotico dove vedevo la mia sagoma passeggiare. L'escursione nella giungla vergine è stata niente di eccezionale, sei chilometri di vegetazione fittissima, un paio di belvedere e la presenza di numerose varietà di serpenti velenosi ed un tipo di tarantola grande come un maritozzo. Tutti questi mimetici esserini erano chiusi sotto spirito in grandi barattoli messi in bella mostra all'ingresso come monito. Ho conosciuto lungo la via il timido ma gioviale cane del custode, mi ha trotterellato dietro per tutto il percorso, poi attratto dai miei biscotti, mi ha seguito sulla piattaforma in cima al lungo pontile galleggiante, dove lui mangiò ed io fumai.
Ero al "Gringo perdido", un bar con atmosfera coloniale sulla riva del lago, sagome di barche a remi scivolavano controluce all'orizzonte, e una piccola zattera sciabordava ancorata e solitaria, i due mesi passati qui mi sembravano due anni, ripensavo a quando ero arrivato a Cancùn per la prima volta e mi vedevo parecchio più giovane. Non mi preoccupavo più tanto dei ricoveri disagiati o sporchi in cui mi ritrovavo costretto a volte a dormire, ma dove mi svegliavo comunque felice e pieno di energia, mi facevo la barba con la saponetta e mangiavo mais bollito per la strada, tra i Guatemaltechi e la musica tropicale.
Ho lasciato il villaggio vicino Flores dopo aver comperato una grande maschera di un guerriero indio inferocito. Dovevo raggiungere S.Elena, e mi trovavo all'incrocio sulla statale in mezzo al nulla come una madonna pellegrina. Dopo un po' è arrivato un ingegnere surfista proveniente dal Sudafrica, era alla ricerca di un paese con l'onda giusta per andarci a vivere.
A quanto dicevano i rari passanti, una corriera sarebbe passata forse dopo due ore, intanto io mi sono fatto amico una specie di istruttore di ginnastica di un gruppo di giovanissimi soldati, stavano tornando da un esercitazione per salire su due camion col cassone aperto e senza sedili. L'istruttore, molto gentilmente ma guardandoci schifato per il nostro abbigliamento, ci ha offerto un passaggio per S.Elena. Mentre eravamo aggrappati alle travi di ferro, il tipo ci ha ripensato, e ci ha fatto scendere in mezzo alla campagna, a nove chilometri dalla cittadina. Io e l'ingegnere surfista abbiamo cominciato allora a camminare fumacchiando e facendo considerazioni sulle insicurezze della vita e delle informazioni. Ogni tanto il nostro dito si alzava poco convinto, cercando di fermare le macchine che correvano accanto. Dopo alcuni chilometri un grosso pick-up ha inchiodato nel polverone, noi gli siamo corsi incontro scoordinati e con il mascherone in mano, solo quando la nube si è dissolta ci siamo resi conto che era la polizia. Subito abbiamo previsto dei guai, invece ci hanno invitato a salire sul cassone insieme ad un generatore elettrico, scaricandoci poco dopo a destinazione.

Playa del Carmen 14. 12. 98

Ho deciso di tornare nello Yucatàn, dove avrei fatto un immersione in un "cenote". Questi, migliaia (milioni ?) di anni fa erano delle enormi caverne naturali, poi quando il livello del mare si alzò, vennero immerse quasi completamente, creando un particolarissimo e unico ambiente in cui si trovano le caratteristiche geologiche delle grotte, ma riempite da due livelli di acque, in alto fredda e dolce, in basso calda e salata. I "cenotes" furono ampiamente utilizzati dai Maya come riserva d'acqua e come deposito di ossa e frattaglie sacrificali.
Durante il tragitto sono passato per il Belize, ex colonia britannica di cui ha conservato parecchi caratteri, come le tipiche casette a schiera colorate con tinte pastello ed il giardinetto con auto lustra parcheggiata. Solo che le case sono quasi sempre cadenti, i giardini pieni di cespugli incolti e ci sono parcheggiati dei vecchi catorci americani al posto delle "Rolls" tirate a lucido. La popolazione è prevalentemente di origine africana, ci sono svariati "rasta" con bicicletta e 'dreadlocks', signore ciccione e variopinte girano con aria serena e si respira parecchio l'atmosfera anglosassone, priva però della nebbia e della tristezza tipica di quelle latitudini.
Playa del Carmen è un luogo turistico stile Cancùn, anche se non così mostruosamente esagerato; si va su e giù per il corso affollato di coppiette gringhe, si beve una birra, si guardano le vetrine dai prezzi ignobili, si beve un'altra birra e si va a letto.
Vago per i viali chiassosi con aria fessa, da quando Jo è partita non mi sento molto presente. Malgrado avesse le cosce fredde, avevo ancora stampate in mente le nostre sagome nella nebbia a Tikal.

Playa del Carmen 15. 12. 98

La mattina mi sono svegliato alle cinque, dopo un caffè velenoso e un tozzo di pane camuffato da cornetto, sono andato in spiaggia a passeggiare solitario e meditabondo. In lontananza c'era una figura di nero vestita a gambe incrociate, rimirando il mare. Mentre mi avvicinavo la figura mi sorrideva, ma io continuavo a camminare rufo e per i fatti miei, pensando che assomigliava un po' a Sara. Più mi avvicinavo e più mi sorrideva e più somigliava a Sara, finche' ho focalizzato bene e ho detto :"Sara !". Era proprio lei, dopo i saluti ed i rituali abbiamo sorbito insieme un altro veleno, e ci siamo dati appuntamento per il pomeriggio a Puerto Morelos, perché io stavo per andare a fare l'immersione nel "cenote".

Eravamo io, uno Svedese antipatico (finora tutti gli Svedesi e i Danesi incontrati qui lo erano) e l'istruttrice cicciotta; siamo saliti tutti su un fuoristrada Dodge carico di bombole e con un caprone cromato attaccato sul cofano. Percorso un tratto di giungla, siamo arrivati alla pozza che era l'apertura da dove saremmo entrati nelle viscere della terra, giù per trenta metri. Per un attimo mi è passato per la mente che poteva essere la mia tomba, visto che il medico subacqueo mi aveva sconsigliato di andare oltre i cinque metri di profondità, per le conseguenze di un incidente. Come ipotesi per finire il mio viaggio e i miei giorni non mi dispiaceva, quindi mi sono fatto scattare un'ultima foto, mi sono caricato le bombole e mi sono gettato nell'oscurità.
Appena accese luci si è illuminato un panorama da inferno dantesco sommerso, tetri anfratti, stalattiti e addirittura stalagmiti che si ergevano da sotto e da sopra. Ce ne erano di ogni grandezza e noi ci passavamo in mezzo sospesi nel nulla, solo i piccoli fasci di luce delle lampade a cui eravamo appesi ci davano l'idea dello spazio e della nostra esistenza. Le radici degli alberi scendevano fin lì per arrivare all'acqua.
Siamo scesi giù per un profondo budello che diventava sempre più stretto e claustrofobico, ai nostri lati si aprivano mille diramazioni, abitate da chissà quali mostri dell'oscurità, pronti a tirare fuori i loro tentacoloni all'ora di pranzo. Invece, da lì siamo riusciti in un altro pozzo con un raggio di luce che entrava direttamente da una cavità nella volta, e creava un piccolo paradiso dopo il lungo inferno.

Puerto Morelos 16. 12. 98

Era giunto infine il drammatico giorno della partenza, per ingannare il tempo che mi separava dal distacco con il suolo messicano sono andato al villaggio dove lavorava Cristina, per salutare alcune persone conosciute. Ho ritrovato Claudia che era un po' più realizzata, perché accompagnava i gruppi nelle gite. Si era fidanzata con uno degli animatori, e deciso di aprire un bar sulla spiaggia. Le facce dei clienti, benché fossero cambiati tutti, erano sempre le stesse, giovani coppie infelici, alla ricerca di qualcosa compresa nel pacchetto turistico che li avrebbe fatti evadere dal loro grigiore grazie ai soldi sborsati.
Terminati i convenevoli, ho salutato anche il coccodrillo del guardiano e mi sono diretto verso l'autostrada per prendere il pullman; siccome c'era il sole e sarebbero stati per me gli ultimi raggi per quattro mesi, ho deciso di fare la strada a piedi e mi sono tolto la camicia puntando verso il grande cartello della Marlboro che mi indicava la meta. Giunto lì sotto ho cominciato a sperare che mi capitasse qualcosa per farmi perdere l'aereo, intanto mi guardavo intorno, e dall'altra parte della strada, affondato nella vegetazione incolta, c'era una specie di bar con due squallidissimi manichini ai lati dell'entrata. Forse restituiti dal mare, uno era vestito di una camicia lacera, le parti intime che non aveva erano lasciate alle intemperie. L'altro, una figura femminile con acconciatura moderna, sembrava pensare ai bei tempi di gioventù, quando sfilava immobile nelle vetrine, vestita dei capi più preziosi; ora aveva un costume sportivo con una spallina caduta, una collana di perle di plastica le adornava il collo insieme ad un cappio che la teneva fissa su un palo. Una scarpa con tacco a spillo era calzata su uno dei piedi infangati. Sopra questi personaggi l'insegna 'El Zafarrancho' lampeggiava. Un fetore nauseabondo mi ha fatto girare verso la carogna di un cane sul ciglio della strada, un gruppo di avvoltoi gli girava sopra in ampie spire, proiettando le loro ombre lente e cupe sull'asfalto.
Prendevo le ultime briciole di quel Messico, come un goloso che raschia il fondo del barattolo della Nutella, volevo ricordarlo anche così: scritto su un quaderno ormai unto e sgualcito, pieno di fogli presi dove capitava. Tovagliette dei ristoranti con su appuntati i ricordi di un luogo vissuto su strade piene di buche, corriere puzzolenti e scassate, "central camioneras", incroci nel deserto, orizzonti sconfinati, lunghissime attese e cose insicure, madonne variopinte e musica "ranchera", orgoglio razziale e miseria serena.


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