VIAGGIO
IN MESSICO E GUATEMALA
Viaggiatori-Autori:
Pipponordovest
Sito Web:
http://freeweb.supereva.com/pipponordovest/index.htm?p
Itinerario: Madrid, Cancun, Valladolid, Puerto Morelos,
Ticul, Merida, Citta del Messico, Patzcuaro, Morelia, Queretaro, Guadalajara,
l'Avana, Zacatecas, St. Luis Potosi, Real de Catorce, Xilitla, Poza
Rica, Veracruz, Oaxaca, Cardenas, San Cristobal, Flores, Playa del Carmen
Costo:
Periodo: 17 ottobre / 16 dicembre 1998
Trasporti:
Documenti: Passaporto
Sistemazione:
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"CENTRAL
CAMIONERA"
Madrid 17. 10. 98
Proprio quando la
mia situazione lavorativa e quella sentimentale sembravano consolidarsi
in un comodo ed accogliente materassone, io ne scappavo soffocato; fino
a poco tempo prima era proprio quello che volevo, ora aspiravo solo
a percorrere più chilometri possibili, e l'idea che alla fine
sarei dovuto tornare mi preoccupava.
Per questo mi trovavo in un aeroporto durante uno scalo, ancora con
l'immagine della mia fidanzata (ex, per la precisione) e del sorriso
strano con cui mi ha salutato a Fiumicino. Insieme con lei lasciavo
due cagnolone bionde e una moto da enduro.
Era la prima volta che partivo con questo stimolo, mi sentivo meno "turista"
e più propenso ai disagi e al non ritorno, o perlomeno a non
tornare come prima.
Cancùn
18. 10. 98
La città
era un grosso polpettone di cemento a volte colorato e pieno di lucine,
costruito per la ricreazione degli Americani più banali, Da lì
sarei arrivato a Chichen-Itzà, uno dei più importanti
siti Maya del Messico dove avrei affrontato la parte "professionale"
del mio viaggio; ho fatto una lista dei luoghi più importanti
da visitare per cercare di realizzare un servizio fotografico completo,
e mi rendevo conto che avrei dovuto correre parecchio per riuscirci.
Il mio bagaglio e lo zaino pieno di obiettivi, nonché i due chili
circa di pellicole e il cavalletto sarebbero stati come un freno a mano
tirato nel mio pellegrinaggio.
Valladolid
19. 10. 98
E' una cittadina
di provincia dello Yucatàn, tranquilla e piena di donne Maya
tondeggianti e dall'aria pulita che vestono bianchi vestitini verginali.
Tanto verginelle poi non devono essere, perché ce n'era una sul
pullman con un bambino in braccio, che si stava leggendo un fumetto
pseudo-erotico per quattordicenni fantasiose. Sembra che vadano molto
di moda questi giornalini da caserma, li leggono tutte le fasce d'età
e i lustrascarpe li danno ai clienti durante l'attesa.
La visita a Chichen-Itzà è stata un esperienza spettacolare,
anche se gremita di turisti è un posto che trasuda la cultura
e il sangue di millenni di sacrifici.
L'enorme piramide chiamata "El castillo" sovrasta imponente
tutte le rovine disseminate nella giungla, e salendo sulla cima si vede
un tappeto verde senza fine, da cui fanno capolino i resti di questa
civiltà affascinante. Come abbiano fatto a costruire un monumento
così grande senza utilizzare la ruota né il cavallo rimane
un mistero; mentre si fantastica su possibili contatti con esseri superiori
venuti da altri pianeti, a me veniva da pensare a quanti ettolitri di
sudore siano stati versati dagli schiavi sotto quei macigni. Con il
sole che cominciava a picchiare sul mio cappello di paglia mi aggiravo
tra le colonne dalle incisioni fantastiche, immaginavo le piazze strapiene
di Maya durante le cerimonie, i sacerdoti strappare cuori, budella e
frattaglie e scaraventarli di sotto dalle ripide gradinate sulla folla
in visibilio.
Spesso tremavo al pensiero di poter essere nato 1000 anni fa, e a come
poteva essere quello stesso panorama visto da una pietra sacrificale,
di fronte ad un sacerdote strafatto di erbe allucinogene e con un coltellaccio
di ossidiana in mano.
Cancùn
20. 10. 98
Dopo un viaggio
infinito sulla corriera dei "peones" ad una velocità
media di 13 km/h sono giunto di nuovo a Cancùn, dove avrei incontrato
Cristina, una mia amica che lavora in un villaggio vacanze qui vicino.
Mi ha fissato appuntamento alla "Zona hotelera", il posto
più "gringo" di tutto il Messico, e siccome c'era parecchio
da aspettare sono stato inevitabilmente risucchiato in uno dei tantissimi
bar della zona che offriva solo ristoranti, discoteche e megahotel costruiti
in stile alveare umano fino sulla "playa" e anche oltre.
Dominava la musica più commerciale, tra cui si muovevano i camerieri
del bar dai colori sgargianti e dalle luci intermittenti. Maya resi
sferici dalla dieta americana, che si prodigavano a farmi sentire a
casa con battute pronte, urletti per creare una finta atmosfera e pacche
sulle spalle da vecchi amici.
Tutto lì era pronto e incellofanato per il 'divertimento' di
Nordamericani dalle panze grondanti, accompagnati dalle rispettive consorti
con culi che sommergevano le sedie ed ingurgitavano tonnellate di hamburgers
e patate fritte. Tutto affogato nella salsa piccante perché si
sentissero in Messico.
Io cercavo di far durare il più a lungo possibile la mia birra,
dato che la permanenza lì sarebbe stata purtroppo lunga, intanto
cominciavano a scopare il pavimento sempre più vicino ai miei
piedi e le pacche sulle spalle e i sorrisi diminuivano.
Il panorama che avevo intorno era il seguente: colonna rosa imperiale
alta 20 metri dal capitello fintamente corroso dal tempo, questo sorreggeva
un'insegna multicolore: "Italianni's" e propinava improbabili
"very italian pizza and maccaroni".Scorrendo con lo sguardo
ho scavalcato un paio di culi-dirigibile ed ecco una curiosa ricostruzione
di un sito Maya con cascata hollywoodiana, volta a pubblicizzare un
altro locale che ben assecondava i gusti kitsch degli avventori. Unica
nota gradevole del panorama era una cassiera india dagli occhi incantevoli
che ogni tanto incrociavano i miei per poi subito tornare sui suoi timidi
conteggi. Altro particolare alla mia destra era un enorme cubo di cemento
color cemento con tubi d'aerazione colorati di grigio-cemento ed insegne
che lasciano intendere che dentro c'è una discoteca e, nonostante
tutto, ci si divertiva; accanto avevano avuto il buongusto di costruire
una capanna con tetto di paglia (o almeno sembrava) e travi come sempre
in cemento, ma stavolta viola.
Tutto questo scatolone dei divertimenti era avvolto da un inizio di
tempesta tropicale che gli donava un atmosfera surreale e grottesca,
con il cielo grigio, il vento che agitava gli enormi pupazzi pubblicitari
appesi ai tralicci di ferro e inquietava il mare che non riuscivo a
vedere perché coperto dalla striscia di albergoni, ma lo immaginavo.
Dimenticavo, dietro ad una ricostruzione disneyana di due palme in lamiera
con lampade al posto delle noci di cocco si ammirava una specie di minareto
con cupole lilla.
Poi uscivo nel nubifragio accompagnato da un'allegra ebbrezza alcolica…
Vicino Puerto Morelos 22. 10. 98
Dopo aver passato
un giorno nella strascinata nullafacenza della vita di villaggio turistico
dove lavora Cristina e ove risiedo per ragioni strategiche, io e lei
siamo partiti per Mèrida, attirati dalle lodi che ne faceva la
guida. Ci aspettava un estenuante viaggio di 4 ore in un pullman-frigorifero
per arrivare, bisogna infatti sapere che i Messicani sono dei pazzi
con l'aria condizionata, la regolano a temperature polari e se possibile,
prima dell'uscita dei passeggeri l'abbassano ulteriormente. Arrivati
finalmente a Mèrida, descritta dalla guida come una cittadina
coloniale dai superbi luoghi di interesse turistico e mercati artigianali
di gran qualità. Abbiamo trovato la città incasinata,
rumorosa e priva di fascino. I pochi edifici coloniali rimasti erano
cadenti, e la famosa Cattedrale è stata rasa al suolo dai Maya
inferociti con i preti durante la guerra delle caste, quella che ne
rimane è una versione spoglia ed essenzialista, inoltre il famoso
mercatino ci è risultato abbastanza mediocre.
Quando ci è venuta fame abbiamo girato un'ora per trovare un
locale che non sembrasse infetto, poi ci siamo nutriti con due ignobili
panini con peperoncino, seduti in una piazza affollata come il metro'
all'ora di punta. Quindi siamo corsi a ripararci dalla pioggia in un
mercato surreale che vendeva solo zampe di pollo e fumetti porno, e
finalmente ci siamo reimbarcati per il villaggio.
Tutto il viaggio è stato allietato dai racconti sulle nostre
storie d'amore in crisi ed altre drammatiche vicende familiari. A parte
tutto, è stata una bellissima giornata.
La sera chiesi ad uno dei baristi se si poteva comprare qualcosa da
fumare (non sigarette), mi disse che si poteva fare qualcosa. Nella
notte hanno bussato alla mia porta: era un vigilantes con una busta
in mano. Non avevo mai comprato l'erba da qualcuno vestito da sbirro…
Vicino Puerto
Morelos 23. 10. 98
Il viaggio che avevo
organizzato per oggi a Cobà e Tulum è andato a farsi benedire
per il protrarsi della pioggia a scariche di un'ora sì e un'ora
no. La giornata si è consumata nel villaggio, che sebbene accogliente,
costruito rispettando i criteri dell'architettura locale e dotato di
personale gradevole e giungletta, mi rende insofferente. Era popolato
da giovani coppie in viaggio di nozze che pensavano di essere in Messico
anche se si parla italiano, la cucina è italiana, si vedono solo
italiani, e forse il mare è meglio in Italia. L'unica nota locale
sono i simpatici baristi indios e ciccioni che si prendono a culate
dietro il bancone e servono tequila gratis.
I villeggianti, a parte poche eccezioni, sono veramente tristi e penosi,
i loro sguardi insoddisfatti da questo "Messico" vagano alla
ricerca di qualcosa da riportare a casa, da far vedere o da raccontare
agli amici; l'impegno dei validi animatori non riesce comunque a soddisfarli,
sono sempre pronti a fare critiche su come non riescano a farli divertire.
Torneranno a casa con i loro ricordini comprati all' Hard Rock Cafè
di Cancùn e un mazzetto di foto con sorrisi forzati ed alberghi
in costruzione per sfondo. Speravo solo che il giorno dopo ci fosse
il sole per continuare il mio lavoro.
Vicino Puerto
Morelos 24. 10. 98
Quel giorno pioveva
come se fosse un lunedì. Nonostante il diluvio decisi di imbarcarmi
su un taxi alla volta di Cancùn dove avrei preso il bus per Cobà.
Cancùn la trovai avvolta da una specie di uragano che mi suggerì
che non era il caso di continuare. Visto che non mi andava di dare altri
17 dollari al tassista per tornare, presi un autobus che mi lasciò
a tre chilometri dal villaggio dove arrivai zuppo e incazzato.
La sera sono venuto a sapere che a Cobà c'era il sole.
Vicino Puerto
Morelos 25. 10. 98
Sono ripartito sotto
il solito nubifragio alla volta di Cobà, alle sei di mattina.
Sono arrivato lì dopo sette ore, e per fortuna il tempo era mediocre,
ma ben presto un temporale mi ha costretto ad un riparo di fortuna sotto
un "falso arco Maya", in compagnia di due incantevoli ragazze
danesi e la loro guida.
Questa ha iniziato una lunga spiegazione sulla forma della cella dov'eravamo,
e solo dopo un'ora ci siamo potuti muovere, a me rimaneva poco tempo
per scattare le fotografie, quindi ho cominciato a correre tra i monumenti
che distavano circa un chilometro uno dall'altro. C'era una temperatura
di circa 38° con umidità al 120%, senza contare le famose
zanzare-trivella caratteristiche di quella giungla inospitale.
Dopo svariati sintomi di svenimento, prendendomi a schiaffi per gli
insetti, sono arrivato alla famosa piramide alta non so quanti metri
ma tanti, e scalatala tutta d'un fiato, anzi, d'un fiatone, ho scattato
due o tre fotografie e sono tornato giù scivolando sui gradini
muschiosi, fumante di sudore e con gli occhiali appannati.
Perso tra fra i ruderi e il groviglio sentivo i rumori delle bestie
che razzolavano nella selva infida; camminavo esausto e noncurante nella
fanghiglia dei vialetti che ormai mi ricopriva le scarpe, quando una
di queste ha fallito la presa. Ho lievitato per lunghi istanti prima
di atterrare a pelle di leone in mezzo ad un gruppo di tedeschi che
hanno trovato la cosa divertente, ed io pure me ne sono rallegrato.
Durante questa mia performance ho avuto però l'accortezza di
proteggere la macchina fotografica: tenendola alzata e facendole scudo
con il mio corpo me la sono cavata solo con uno strappo muscolare e
parecchio fango addosso.
Questo mio nuovo look ha contribuito senz'altro ad aumentare la distanza
tra me e le due nordiche fanciulle conosciute prima. Tornando al villaggio,
malgrado la stanchezza e le altre cinque ore di autobus vari, sentivo
nell'aria uno strano fermento, come una vibrazione che rendeva frizzante
la molle atmosfera tropicale della sera; quando sono arrivato mi attendeva
la clamorosa notizia che uno spaventoso ciclone si stava per abbattere
sulle nostre coste. La sensazione avuta prima mi si è concretizzata,
e Cristina era giustamente disperata perché le scaricavano addosso
valanghe di problemi.
In teoria non bisognava dirlo a nessuno per non spargere il panico,
ma già a ora di cena lo sapevano tutti, il consueto buffet faraonico
fu scalfito frettolosamente, si prevedevano le cose più inverosimili
e si enunciavano teorie meteorologiche di dubbio valore scientifico.
Tutti erano presi da una particolare euforia, la biondina con cui sono
andato a correre ogni tanto (il cui compagno era fuggito il giorno prima
dalla disperazione) si voleva scopare chiunque si avvicinasse a tiro,
e aleggiava questa strana sensazione di catastrofe incombente sul gruppetto
che si era formato in spiaggia sotto un cielo basso e nervoso. A tanti
personaggi che popolano il villaggio si sono rovinate sì le vacanze,
ma già pensavano che avrebbero avuto qualcosa d'interessante
da raccontare a casa.
Cancùn
26. 10. 98
URAGANO!
Mitch, così
è nomato, si avvicinava impetuoso alle coste dello Yucatàn,
vedevamo sulle nostre teste banchi di nuvole che rapidamente muovevano
verso sud-ovest, risucchiate dal suo mulinellare incazzoso.
Alle ore quattordici era stata organizzata una consulta nel teatro del
villaggio, nella quale il direttore ha annunciato che anche se non ce
ne era il reale bisogno, si sarebbe attuata un'evacuazione in quel di
Mèrida. Uno degli animatori, Ciro, un napoletano completamente
fulminato e dotato di una carica di simpatia esplosiva, è saltato
urlando sul palco con gli occhi fuori dalle orbite: "Uee guagliò
si va a Mèrida! Ma ci pensate che storia!! Io non l'ho mai vista!
Aaah l'uragano!!" e così via…
Da quel momento la carica elettrica si andava sempre più sviluppando
e i villeggianti sfollavano confusi e lamentosi, finché siamo
rimasti io, Andrea del centro immersioni, Claudia della boutique del
villaggio, i responsabili del posto, nonché gli inservienti,
che malgrado tutto continuavano ad elargire sorrisi rassicuranti.
Tra di noi che ormai sapevamo qual era la vera entità dell'uragano
si facevano discorsi un po' più profondi del solito, anche tra
persone che si conoscevano poco o niente, come se tutti sentissero il
bisogno di definire meglio i personaggi che popolavano questa futura
scena di distruzione. Durante un pasto frugale consumato con la servitù
in atmosfera natalizia, nel salone completamente disadorno con le cartacce
che rotolavano trasportate dal vento, tutti hanno fatto, consapevolmente,
qualcosa di insolito. Andrea, dopo aver scansato sul piatto le cipolle
che odiava, le ha mangiate tutte alla fine; il capo villaggio ha cenato
con una fetta di torta avanzata dal pranzo quando non mangiava mai dolci
né avanzi; Claudia, invece, si è abbandonata al fascino
di un panino che prima usava evitare per la linea. Io alla fine ho mangiato
due caramelle fucsia al gusto di coloranti. Alla fine, ridendo, abbiamo
pubblicamente ammesso che lo facevamo perché poteva essere l'ultima
volta che ne avevamo l'occasione.
Mentre gli operai bloccavano le porte e mettevano il nastro adesivo
sulle finestre, io guardavo il grande tetto di paglia, e pensavo che
entro poco tempo si sarebbe scoperchiato e ci sarebbero state le stelle.
Sulla spiaggia si sentivano i tonfi delle onde che scandivano il tempo
minacciose, indifferenti alla barriera corallina sommergevano il piccolo
molo che ne sarebbe stata presto la vittima. La mia meta era la più
brutta ma solida Cancùn, dove l'indomani alle 12 era atteso Mitch,
con la sua furia distruttrice di pupazzi, cartelli pubblicitari e tutte
le altre minchiate inutili di questa città orrenda.
Avrei assistito e documentato a questo incontro tra la Natura e tante
delle cose insignificanti che l'uomo ha creato; sarei stato a suonare
la lira quando avrei visto volare a pezzi quel baraccone grottesco,
smembrato da qualcosa che gli albergatori yankee non riuscivano a controllare.
Cancùn 27. 10. 98
Il vento aumentava
e tutto veniva risucchiato in fondo, dove il cielo si faceva nero; era
come se si fosse stappato un enorme lavandino lassù, e sentivo
una forza che mi attirava verso il suo occhione scuro. La mattina c'era
grande fervore nella 'Zona hotelera', i pupazzi di cartapesta venivano
ammucchiati, ed ovunque c'era gente che metteva il nastro adesivo sui
vetri; era come un grande circo che levava le tende. Tutti sentivano
le cariche dell'aria inquieta, c'era un grande sentimento di unione
ed erano tutti pari: camerieri, direttori d'albergo, turisti, autisti
ed io; come se già fossimo imbarcati sul battello di Caronte.
Da parte di qualcuno c'era come un atteggiamento di sfida, davano pacche
sui piloni, sicuri che il cemento dell'uomo avrebbe resistito alla furia
della natura. Gli altri, presi da un'euforia elettrica, ridevano tesi
e riuniti in gruppetti agitati. Lì la situazione non offriva
distrazioni se non eri stupido e/o pieno di soldi, e dato che la pioggerellina
mi intristiva, se l'indomani non sarebbe arrivato Lui, sarei partito
io verso Chetumal a movimentarmi un po' la vita.
Ticul 28.
10. 98
Ticul è una
tranquillissima cittadina dell'entroterra, vicino a Mèrida; una
volta era un paesino, che poi si è gonfiato grazie al boom turistico
e conseguente industria artigianale. Ha mantenuto però quell'andamento
sonnolento tipico di questi luoghi, nelle strade vagano ometti panciuti,
mentre le ragazzine ridacchiano dei turisti zainati. Signore arzille
vendono pannocchie, con i cani che si spulciano in mezzo alla piazza
dove stazionano anche sfaccendati autisti di taxi 'colectivos', sui
quali applicano nomi di battaglia degni dei marines: "El traficante",
"El justiciero", "Fatima pistolero" e altri nomignoli
mistico-rancheros. Domattina prenderò uno di questi tragici pulmini
per andare alle rovine di Uxmal, dove mi aspetta il dio Chac con le
sue colonne e simboli fallici polifemici.
Mi immergevo nel ritmo ciondolante della vita della piazza, mentre dalla
televisione di un bar scorrevano le immagini dell'uragano che vorticando
a 3-400 Km/h rimane a fare a pezzi l'Honduras, territorio che adesso
potrà dire di essere anche sfigato oltre che povero, politicamente
instabile, corrotto etc..
Per questo, stamattina a Cancùn quando ho visto che le corriere
per il sud non partivano e che il tempo era addirittura soleggiato,
ho deciso di approfittare per fotografare Uxmal. A quanto pare Mitch
aveva avuto paura di me e aveva deciso di restare dov'era. Infatti,
la sera prima a Cancùn ho pensato di fare un giro nella 'Zona
hotelera' per saggiare la forza di una delle sue 'code'. Appena uscito
dall'autobus, sono stato investito da una vera e propria valanga d'acqua,
il vento mi ha prima strappato di dosso il patetico 'poncho' impermeabile,
e poi cercava di sbattermi a terra e al muro, fradicio e umiliato, con
raffiche di una violenza inaudita; l'ultima volta che provai qualcosa
di simile fu circa dieci anni fa durante un concerto punk, però
non pioveva. Non capisco perché non trovino nomi più da
'macho' per gli uragani, li dovrebbero chiamare Lothar, Thyson, Demolitor
o qualche nome cazzuto che dia l'idea ai turisti della reale potenza
di questa furia .
Con un balzo ho attraversato (mi ha fatto attraversare) la strada a
quattro corsie, e appena mi sono reso conto di non essere altro che
una misera fogliolina in balìa degli eventi, quindi dopo circa
dieci secondi di questa "lavatrice", mi sono rifugiato in
un provvidenziale autobus che mi ha riportato in albergo, zitto, bastonato
e con il poncho ormai ridotto a una sciarpetta.
Gli uragani sono un soggetto pessimo da fotografare.
Mèrida
30. 10. 98
Ero giunto ad Uxmal
alle otto sotto un cielo limpido e saturato dai miei filtri polarizzatori
Nikon; perlustravo gli stupendi cocci valutando le architetture, che
mi ricordavano quelle di Micene, in Grecia.
Dopo due ore avevo finito di fare le fotografie e mi dirigevo ad un
inesistente fermata di un fantomatico autobus che mi avrebbe portato
al sito successivo, e che forse sarebbe passato dopo tre ore.
Visto che la frequenza di questi mezzi, fiore all'occhiello del sistema
di trasporti messicano, era di 2 (due) al giorno, avevo capito che per
visitare tutti i cinque siti della 'Ruta Puuc' ci sarebbero voluti almeno
un paio di giorni.
Per ingannare l'attesa ho cominciato ad alzare il dito, ero poco convinto,
perché è noto che in Messico non si danno passaggi. Invece,
come per incanto, la seconda macchina che passa soavemente accosta e
si affaccia il volto di una ragazza, la quale aprendomi lo sportello
mi invita a salire. Con lei c'era suo marito, e mi hanno proposto di
fare con loro tutti gli altri siti della 'Ruta Puuc'. Ovviamente non
ho fatto complimenti e in pomeriggio avevamo concluso il tour, comprese
le misteriose grotte di Loltùn, affrescate con preistoriche manate
sui muri.
Salutati i due gentili pellegrini mi sono affrettato ad abbandonare
l'albergo pessimo dove ho passato una notte infame, anzi insonne: la
camera era praticamente in mezzo all'incrocio stradale. Poi sono saltato
su uno scassatissimo 'colectivos' - a quell'ora l'unico mezzo per raggiungere
Mèrida - ho così provato un'ebbrezza simile a quella delle
montagne russe, con le mani strette sui braccioli e la visione della
Vergine del Guadalupe che mi sorrideva rassicurante all'orizzonte.
Città
del Messico 31. 10. 98
Da Mèrida,
ho volato nella metropoli più grande, più popolata, più
piena di contraddizioni, di smog etc. di tutto il mondo: Città
del Messico. Ero solo di passaggio per raggiungere Pàtzcuaro,
dove c'era la "festa dei morti", un lieto evento che non mi
avrebbe fatto toccare eccessivamente dai tentacoli di questo mostro
che qui chiamano "el Districto Federal". La colazione chimica
a 5000 metri d'altezza mi ha fatto pensare che dopo averli evitati per
anni, cominciavo ad essere affascinato dai coloranti e dai conservanti
che qui usano generosamente: budini color evidenziatore il cui sapore
nulla ha a che vedere con ciò che è conosciuto sul nostro
pianeta, e "bocadillos con jamòn" proveniente da chissà
quale bestia a noi oscura. Spinto da un sadico istinto da ricercatore,
sperimentavo nuove sensazioni richiedendo le bevande dai colori più
inquietanti che mi facevano sentire un teenager messicano.
Su un puzzolente autobus di seconda classe attraversavo gli altipiani,
con il loro caratteristico paesaggio fatto di laghetti, mucche e cow-boys.
I lineamenti delle persone cambiavano, sparivano gli occhi a mezz'asta
degli yucatani per essere sostituiti da espressioni meno bonarie, tipiche
degli indios del Nord.
Pàtzcuaro 2. 11. 98
Ho conosciuto sull'autobus
una ragazza tedesca che non è proprio una ragazza, in quanto
completamente asessuata, ma simpatica ed intrepida viaggiatrice solitaria.
Appena scesi dal bus ci siamo trovati di fronte ad una scena disperata:
nel grande piazzale buio e semi deserto c'era una donna con due figli,
una di cinque anni e uno di tre, dignitosamente vestiti di stracci,
con il più piccolo che scoppiava a piangere tremando ogni volta
che la madre si allontanava. Questa era costretta a fare una spola tra
il parcheggio dei bus e quello dei taxi, trasportando enormi scatoloni
di caffè che avrebbe dovuto vendere alla 'feria' di Pàtzcuaro.
Purtroppo un tassista le ha detto che qui il mercato non c'era, e lei
non aveva abbastanza soldi per raggiungere il paese giusto. Ebbene,
quando si è accorta di aver sbagliato paese, a notte inoltrata,
con il figlio in crisi di pianto, enormi scatoloni da trasportare e
pochi soldi per il taxi, ci ha rivolto un sorrisone, perché in
fondo poteva anche andar peggio. Non capiva la preoccupazione stampata
sui nostri volti insieme all'incredulità che lei potesse essere
veramente serena, malgrado tutto. Lasciammo un po' di soldi al terzetto,
che nella penombra ricordava una sgangherata 'Pietà' Michelangiolesca
in mezzo al piazzale, ad attendere un incerto autobus che l'avrebbe
condotta ad un altrettanto incerta "ferìa" con il suo
perenne sorriso, ora con un velo di ansia per la nostra apprensione
nei suoi confronti.
Appena giunti in città siamo stati travolti dalla festa che impazzava
per le strade: ovunque piccoli scheletri di zucchero e musica "ranchera",
bambini con le tipiche zucche-teschietto che ci chiedevano offerte,
pena una maledizione, il tutto in una perfetta atmosfera festaiola campagnola
genuina.
La giornata è continuata con una processione scaglionata al cimitero,
dove gruppetti festanti andavano a trovare il parente scomparso, lì
ho rincontrato la signora con i bambini conosciuta la sera prima, aveva
cambiato programma, e ora vendeva contenta del caffè e tre paia
di scarpe. L'atmosfera non grondava di quella tristezza ipocrita ed
appiccicosa che domina il 2 novembre dalle nostre parti, ma si viveva
un clima festaiolo e gioviale, con un forte sentimento di rispetto e
felicità per rincontrare chi non c'è più. Perché
le persone amate si ricordano con allegria.
Nel pomeriggio ci attendeva la famosa veglia funebre al cimitero su
un'isola del lago di Pàtzcuaro. Malgrado l'irruzione dei turisti,
famigliole di Indios erano raccolte intorno alle tombe dei loro cari,
tombe che avevano addobbato con corone di fiori e pupazzetti di zucchero
. Petali arancione erano sapientemente sparsi in graziose composizioni
che il vento disperdeva, del tutto simili a quelle che avevo già
visto in Nepal; erano simili anche i colori e le fantasie dei vestiti
che indossavano, ma la cosa che mi colpiva di più erano i loro
lineamenti, gli stessi occhi degli abitanti del Tibet, gli zigomi spigolosi
e le fronti pronunciate di un popolo geograficamente lontanissimo ma
che sembra si sia spostato attraverso lo stretto di Bering alla ricerca
di cibo nelle Americhe. Queste non si chiamavano ancora così
perché Cristoforo Colombo non le aveva scoperte ("Ci hanno
scoperti!" disse l'Indio che vide per primo le caravelle e non
sapeva ancora di essere Indiano), però si viveva bene lo stesso.
Le civiltà indiane in America e quella tibetana si sono poi sviluppate
parallelamente senza avere più contatti; vista la distanza infatti,
i segnali di fumo si perdevano nell'Oceano Pacifico, ed entrambe le
popolazioni per motivi religiosi avevano deciso di non utilizzare la
ruota, sebbene la conoscessero. I Tibetani hanno rinunciato a questa
comodità in quanto rappresenta il progresso, mentre non si è
mai capito perché in centro America preferissero portare a spalla
i macigni per costruire le piramidi. Decisero di usare l'unica ruota
disponibile per il funzionamento del loro elaboratissimo calendario.
Intanto nel cimitero dell'isola personaggi soddisfatti di ritrovare
il parente scomparso accendevano lumini e ciondolavano assonnati fino
a quando, dopo la messa alle due di mattina, le folle straniere e sfaccendate
li hanno lasciati alla loro festa in famiglia, con più intimità.
Nel paese impazzavano danze in costume di vecchietti arzilli e scheletrini
allegri, una specie di tarantella con gli zoccoli di legno che entrava
nelle ossa e le faceva muovere in un macabro saltarello scricchiolante.
Sfiniti, alle tre ci siamo diretti all'imbarcadero per tornare sulla
costa, dopo un'ora e mezza di fila riuscivamo a guadagnare i nostri
posti e ci immergevamo in una nebbia ovattata che soffocava il brontolio
del motore ed obnubilava le menti. Quando mi sono risvegliato da un
gelido sonno mi sono reso conto che navigavamo da circa 40 minuti, ma
ne servivano solo 15 per arrivare alla costa, quindi visto che ancora
non si vedeva nulla, abbiamo realizzato che ci eravamo persi. Il 'comandante'
della lancia era in realtà un perfetto imbecille, mezzo cieco
e incompetente, sia nella navigazione che nelle manovre che ripeteva
all'infinito, sempre uguali e sbagliate, senza ottenere nulla. Ha deciso
allora di tornare all'isola, dove avremmo potuto seguire le altre barche,
ma così ci siamo ritrovati in un altro porto per poi, dopo molte
manovre inutili, tornare a perderci di nuovo. Abbiamo seguito per un
po' le luci lontane di una lancia finché il "lupo di mare"
si è accorto che andava dalla parte opposta. Caduto nel sonno
della disperazione, mi sono svegliato dopo circa due ore con le grida
e gli applausi della gente che avvistava la sagoma rassicurante del
nostro molo. Dopo un quarto d'ora di manovre per eseguire un attracco
elementare, mi sono ritrovato con Tania (la Tedesca) fuori del porto,
con gruppetti di gente che si allontanavano nell'oscurità. Le
indicazioni che abbiamo ottenuto per raggiungere l'albergo sono state
quelle già sentite altre volte :"Aspettate qui perché
prima o poi passerà un bus, un taxi o qualche cosa che forse
vi porterà da qualche parte!". Per questo in Messico c'è
sempre qualcuno che aspetta non si sa cosa.
Morelia
5. 11. 98
Appena ho cominciato
a visitare la cittadina Michoacana sono rimasto quasi inebetito dalla
sua bellezza; qualsiasi angolo girassi, andando a casaccio, mi ritrovavo
di fronte una meraviglia barocca o neoclassica. Sparsi ovunque, a distanza
di poche decine di metri uno dall'altro, mi apparivano le testimonianze
dei fasti vissuti da questa cittadina nel '700, grazie all'argento,
sembra.
Sono entrato in un'imponente e massiccia chiesa barocca sormontata da
due splendidi campanili, e dentro sono stato trasportato in un'altra
dimensione di spazi, trascinato in alto dai suoi archi svettanti, imponenti
ed austeri. Proprio in quel momento si stava svolgendo una messa in
spagnolo, mezza cantata e mezza no, quasi un rap che mi ha condotto
sulle vette dell'estasi mistica. Ripresomi, ho cominciato a girare per
le squadrate vie, nullafacendo e sopralluogando i posti per fare le
fotografie. Mi intrufolavo per uffici comunali, banche, università
e tutto era meravigliosamente bello e diverso.
Per quanto riguarda la popolazione autoctona, sembra che qui la situazione
economica sia molto migliore dei posti visti finora, ma la gente è
comunque amabile, ospitale e molto alla mano. Finora tutti i Messicani
che ho conosciuto lo sono stati, forse sono stato fortunato io, ma mi
sembra un popolo con cui potrei convivere a lungo. Gentili, amichevoli,
sempre pronti ad aiutarti e a dire due cazzate per passare il tempo,
con le ragazze che ti guardano profondamente negli occhi mentre danno
le informazioni e rendono più allettante il passeggiare.
Strada Statale
n°51 6. 11. 98
Imbarcato su un
bus di "primera plus" dall'andamento deciso e dalle sospensioni
vellutate, mi dirigevo verso Querètaro nutrendomi di tramezzini
con formaggio ed animale oscuro gentilmente offerti dall'autolinea insieme
ad una Coca Cola che finora ero riuscito ostinatamente ad evitare per
puro anticonformismo.
Attraversavo panorami da cartolina, con cavalli solitari che brucavano
spensierati (?) tra i laghetti degli altipiani.
Querètaro
7. 11. 98
Querètaro
è stata un po' una delusione, generalmente linda e ben tenuta,
ma con tutte le chiese (ovvero i luoghi di interesse principali) in
via di restauro. C'era però una cosa che mi avrebbe permesso
di portare avanti il mio lavoro aprendone un nuovo capitolo, ed erano
i ristoranti e le sale da thè dislocati nei patii degli edifici
coloniali in città, ce n'erano alcuni meravigliosi. Seduto su
una panchina della plaza a godermi lo struscio assonnato del sabato
mattina mi sembrava di rivivere le atmosfere coloniali che si dovevano
sentire 2-300 anni fa, forse perché la benestante cittadina gode
ancora (per modo di dire) della presenza di quell'élite di Messicani
ricchi con figli incravattati, che amano stazionare la sera di fronte
ai locali che fotograferò. Malgrado queste presenze, si riesce
a godere di quell'aria tipicamente messicana, di perenne festa di paese
che ti fa sentire sempre in famiglia. E' anche una città fervida
di iniziative culturali tipo mostre di anticaglie appartenute ad antichi
marchesi insieme ad un concerto di musica 'trance', oppure la mostra
di un raffinato fotografo unita ai balli folk delle tribù degli
altipiani; qui tutto fa brodo!
Tutte queste leggerezze vengono subito dimenticate alla vista di una
vecchina (forse sorda) che batteva forsennatamente le manine all'autore
delle note 'trance'.
Guadalajara
10. 11. 98
Ero in una città
più vivace (e veloce) degli altri posti visti in Messico, gli
ultimi tre giorni mi avevano riportato in un ambiente metropolitano
pieno di iniziative, ma anche in un posto dove si notavano di più
le contraddizioni di un paese economicamente diviso, una parte ultra
tecnologizzata, con le nuove generazioni rampanti pronte a cavalcare
l'onda dei consumi, l'altra, sprofondata in un mondo di disperazione,
fatto di bambini coperti di croste e stracci che chiedono "un pesito
per la Coca Cola", un mondo che ci guarda sperando di riuscire
a raccogliere qualche briciola del nostro benessere che anche (soprattutto)
loro hanno pagato.
Una cosa che mi aveva colpito era il gran numero di invalidi, soprattutto
ciechi e nani, non ne avevo mai visti tanti, chissà se erano
il risultato delle medicine vietate all'estero che qui si trovano, e
di cui la guida dice di stare alla larga?
L'atmosfera è sempre quella da "Festa dell'Unità",
ma si sente la presenza di un ambiente universitario vivo e pulsante
, legato alla consapevolezza di vivere in una città d'arte.
Città
del Messico 11. 11. 98
Mi ritrovavo nell'enorme
aeroporto della capitale, in attesa del volo per Cuba. Otto ore che
avrei trascorso in un bar dai morbidi sedili in sky rosso e dalle cameriere
con tette a balconcino. Com' era diversa quella gente da quella che
avevo visto fino ad allora, potevo essere a Roma, Parigi o Londra, e
non c'era nulla che mi ricordasse i volti tranquilli e rassicuranti
degli yucatani. Qui dicono che sono un po' "cabezoni" e in
fondo è vero, ma questa loro legnosità ha radici storiche
millenarie, quindi va rispettata. Basta adattarsi ai loro tempi mentali
e poi tutto va bene. Questo però fa immaginare quanta resistenza
abbiano potuto fare agli attacchi degli aztechi prima e degli spagnoli
poi; malgrado i guerrieri Maya venissero rappresentati con dei fisici
statuari, nei loro pronipoti non ritrovo un'immagine che me lo conferma.
Ho visto una lettera in un museo, dove non so quale autorità
ecclesiastica spagnola invitava Cortès a reprimere nel sangue
qualsiasi forma di religiosità autoctona, e soprattutto quella
dei sacrifici umani che tanto impressionavano la Santa Madre Chiesa
Inquisitrice…
Un velo di sonnolenza mi si era depositato sulla "cabeza",
l'infinita hall dell'aeroporto si andava spopolando, prendendo quell'atmosfera
caratteristica da "giorno dopo la bomba"...
L'Avana
12.11.98
Ero sbarcato a Cuba
con lo stomaco che tentava di vendicarsi delle uova fritte e fagioli
che ci avevano propinato per colazione in volo e che, data la fame,
non potetti rifiutare. Anche lì la parola d'ordine era aspettare,
e si aspettò che arrivasse il conducente del bus parcheggiato
sotto il sole rovente, poi egli arrivò ma si dovevano attendere
altri viaggiatori, allora si aspettò insieme. Gli altri turisti
dovevano giungere da non si sapeva dove e soprattutto non si sapeva
a che ora, però lui sembrava certo che prima o poi qualcuno sarebbe
arrivato, e allora saremmo partiti felici. Intanto, per dimostrarmi
le sue certezze, accese il motore che borbottò fumoso per circa
mezz'ora. Intorno a me, nel grande piazzale dell'aeroporto gruppetti
di gente attendevano con lo sguardo che cercava di mettere a fuoco qualcosa
di molto lontano ma che in realtà non c'era. Altri turisti si
avvicinarono al conducente che focalizzava l'infinito in una nuvola
di fumo nero, e anche loro per solidarietà iniziarono a fare
lo stesso. Poi, visto che le sue speranze di riempire l'autobus vennero
a mancare, si ritenne soddisfatto e si partì.
Le costruzioni dell'Avana ricordano quelle delle grandi città
spagnole, con un'architettura barocca o moresca fatiscente, ovunque
muri cadenti, porte sbarrate alla meglio e cortili-discarica pieni delle
cose più impensabili che li fanno rassomigliare a dei magazzini
di rigattieri speranzosi che un giorno anche la spazzatura acquisterà
un valore. Le strade sono popolate da cadenti auto americane anni '40
(stupende!), miste ad alcune sovietiche e moderne giapponesi che al
paragone ne fanno risaltare le forme tondeggianti. Gli abitanti sono
un misto di Africani, Spagnoli, Indios, Nordeuropei, nonché tutti
gli incroci possibili, e ce ne sono veramente di tutti i colori. La
cosa più strana è che girando per le strade tra la solita
altalena "primo mondo-terzo mondo", l'atmosfera e gli odori,
soprattutto, sono quelli che avevo già sentito in Polonia diversi
anni prima. Una sensazione che ho avuto dal momento dell'arrivo ma di
cui mi sono reso conto solo alla sera, quando sono andato in un 'supermercato'
a comperare il dentifricio: c'era un allestimento estremamente povero,
con pochissimi prodotti dal classico packaging socialista e tutto dava
l'idea che chi entrava in quel locale era perché aveva REALMENTE
BISOGNO di qualcosa; qui il concetto di "shopping" è
sconosciuto.
Malgrado questo, però, i prezzi sono altissimi, a meno che non
si decida di utilizzare i servizi essenziali (e quasi inesistenti) rivolti
ai cubani. Per esempio: non esistono ristoranti per chi vive qui, ma
solo per turisti, e anche quelli mediocri, cioè schifosi, praticano
tariffe allucinanti, quando un cubano vuole mangiare fuori, si infila
in casa di qualcuno che sta cucinando e paga un obolo. In un bar mi
hanno rifilato un panino sovietico per 5 dollari, e ovviamente anche
in questi luoghi la scelta si riduce ad un tipo di sandwich e una marca
di birra, poi ho toccato il fondo quando sono entrato in un locale con
l'insegna che diceva "cafè", ma il caffè era
finito e non avevano altro... Ancora mi chiedo perché stavano
aperti.
Ai turisti poi è vietato maneggiare pesos cubani, e devono pagare
tutto solo in dollari USA oppure nei famigerati "pesos convertibili",
che di convertibile hanno ben poco perché una volta comprati
non possono più essere cambiati una seconda volta, e vengono
accettati solo a Cuba.
Tutta la storia della prostituzione dilagante mi è sembrata una
gonfiatura pubblicitaria dei tour operator, il fenomeno si riduce a
qualche gruppetto di cinquantenni annoiati accompagnati nei ristoranti
da giovanette sghignazzanti ai loro passi di salsa.
L'Avana
13. 11. 98
Mentre giravo per
i vicoli alla ricerca di catorci di auto americane da fotografare sono
incappato in uno dei tantissimi gruppetti di sfaccendati che stazionano
di fronte ai portoni coloniali della città. Ci siamo salutati
e subito si è creato un clima di amicizia spontanea, mi hanno
portato sui tetti delle case di Calle Industria, fumando "porritos"
incartati negli scontrini e bevendo "cerveza" socialista tra
le lastre di onduline, bidoni dell'acqua e un maialetto grufolante in
un recinto. Sono stato tempestato di domande su come è il mondo;
qui le notizie arrivano vaghe e filtrate, o non arrivano proprio. Ci
sono state anche un paio di gaffe quando gli ho chiesto se ci potevamo
scrivere un "e-mail" o se si potevano tenere informati sulla
TV satellitare; mi hanno detto che qui è vietata, io ce l'ho
perché abito nell'hotel dei turisti ricchi. E come me la potevano
avere solo i burocrati o i privilegiati uomini del regime residenti
nelle ville intorno al mio albergo.
Loro rimanevano stupiti e ammirati per il mio lavoro che mi permette
di viaggiare, mentre io allibivo per le loro restrizioni e li incoraggiavo
a tenere duro perché presto qualcosa sarebbe cambiato, ma loro
erano stanchi di sperare e io sentivo di illuderli. Sapevano che la
situazione sarebbe rimasta quella finché Fidel era in vita, poi
sarebbe arrivato Raul a movimentare la situazione, il suo fratello guerrafondaio
non dà molte garanzie di stabilità (psichica). "Està
loco…" dicono di lui. Sotto certi aspetti, i Cubani sono
come bambini: semplici, ingenui, gentili e fiduciosi nel prossimo, spinti
da una curiosità infantile verso l'inevitabile castrazione governativa.
Lo Stato è presente sempre e ovunque, dopo un po' che si sta
con loro, esiliati dalle zone turistiche, si prova realmente che cosa
vuol dire vivere su un'isola comunista in mezzo all'oceano.
Gli viene garantito solo l'essenziale, e vale a dire riso, latte, zucchero
ed altre poche cose vendute nei "magazzini del popolo" con
la tessera, una volta al mese. Uno di loro, Roberto, mi ha portato a
casa sua, dove stava riparando il tetto, quindi ci siamo seduti in salotto
insieme ai piccioni; lì mi ha mostrato uno dei suoi tesori, un
libro fotografico su Roma di cui è rimasto affascinato; glielo
ha regalato un suo amico romano che ha conosciuto qui (e dove altro
se no ?) e a cui ha scritto una lettera. A quanto sembra (non ho fatto
domande per evitare altre figure di merda), spedire la posta da qui
è un problema, quindi mi ha chiesto se potevo imbucarla io dal
Messico. Quando me l'ha mostrata ho subito notato che era stata scritta
sul retro di una fattura commerciale, infatti all'interno c'erano le
scuse per questa informalità che però il suo amico avrebbe
compreso, conoscendo la situazione. Purtroppo, però, mi sono
accorto che anche l'intestazione era sbagliata perché l'indirizzo
era scritto al posto del nome, quindi ho deciso di portarla io di persona
al destinatario, anche perché abita nella stessa via di un mio
amico a Roma. Malgrado il mio bagaglio stia risentendo di tagli drastici,
la conserverò gelosamente e già comincio a considerarla
una missione, non ho mai portato una lettera che rappresenta così
tanto in vita mia. Ci sono i suoi desideri di evasione dai giorni tutti
uguali, una carica emotiva che non può manifestarsi che sulla
carta o nei sogni, guardando le luci di Miami dal lungomare.
Generalmente tutti loro, sebbene molto semplici e non di alto livello
culturale, hanno lo stimolo di migliorarsi, tenendosi informati su qualche
argomento specifico, anche perché leggere (libri autorizzati
dal regime) è l'unica cosa che si può fare qui, a parte
giocare a scacchi, guardare uno dei due canali statali in TV o le solite
strade con i soliti lavori in corso fossilizzati da venti anni. Questo
per tutta la vita.
La sera, tornando al mio hotel dei ricchi, pensavo che già volevo
bene a quei ragazzi, e a quanto è preziosa la carta del quaderno
a righe su cui avrei scritto.
Città
del Messico 15. 11. 98
Ero appena atterrato,
e pensavo che quando ho visto Cuba dall'alto ho sentito quanto ero fortunato
a potermi distaccare liberamente dal suo suolo, anche se il giorno prima
era stata una giornata bellissima. Prima sono stato al museo della rivoluzione,
dove in mezzo alle pistole degli eroici rivoluzionari e alle loro divise
macchiate di intrepido sangue c'era la documentazione fotografica di
come era dura la vita ai tempi di Batista, quando dilagava fame e prostituzione.
Che gioia nel vedere che tutto è cambiato! A proposito della
prostituzione, le mie prime impressioni erano sbagliate, come si esce
dalla "Ciudad vieja" è pieno di lucciole disposte a
tutto anche per una cena al ristorante, e hanno certi culi !
Con l'aria di chi scopre che Babbo Natale non esiste, sono tornato a
Calle Industria, dove Roberto mi ha spiegato che qui andare a letto
per soldi o favori è considerato un fatto normale, anzi è
difficile che una donna vada con qualcuno (per esempio un cubano) solo
per piacere. Anche i suoi amici mi hanno raccontato candidamente delle
loro molte esperienze con le straniere (o stranieri), e quasi sempre
in cambio di cibo, birra e\o soldi. Uno di loro ha tentato di offrirmi
una sua zia, non era giovanissima ma mi garantiva che c'era parecchio
da affondare i denti. Quando non c'è lavoro, niente da fare,
niente da bere o da fumare, quando non puoi scappare e tanto meno pensarlo,
quando non hai nemmeno la televisione da guardare, allora vendere il
proprio corpo diventa l'unico diversivo per non suicidarsi e non morire
di fame. Mi raccontava Guillermo (si pronuncia "Gujermo",
alla romana), che loro non chiedono molto, vorrebbero solo avere la
possibilità di andare a ballare nei locali e ascoltare un po'
di musica, aver la possibilità di poter frequentare i turisti
senza venire fermati continuamente dalla polizia perché sospettati
di vendere droga o prostituirsi (a noi è successo due volte in
un giorno, malgrado camminassimo distanziati), e in ultimo, il più
grande dei loro sogni, è quello di poter vedere il mondo. Da
quando l'URSS non esiste più qui si sentono come una bottiglia
di vetro che galleggia sola e abbandonata in un oceano ostile; una bottiglia
tappata, naturalmente. Quando cominci a vivere da cubano ti puoi rendere
conto che la polizia è presente realmente in ogni angolo della
strada, una presenza molto discreta con i turisti che qui sono intoccabili,
ma con i locali sono terribili, basta essere sospettati per beccarsi
una multa che di solito corrisponde allo stipendio di un operaio. Mi
raccontava il mio fido e paffuto tassista che mi aspetta tutti i giorni
sotto l'hotel, che il governo, visto che non può far pagare le
tasse sulla prostituzione (ovvero a quasi tutte le cubane e i cubani,
con rispetto), quando viene trovato un turista in compagnia di un cubano,
porta quest'ultimo in centrale e gli eleva una multa di 150-200 $. Considerando
che i professionisti ne prendono almeno una al mese, si tratta proprio
di un'imposta.
Ieri quando Roberto ha saputo della mia passione per i 'coche yankee'
ha chiesto ad un suo amico che ne possiede uno (anzi, è tutto
quello che possiede, l'unica eredità del padre) se ci portava
a fare un giro in città. Si è presentato con la sua Chevrolet
del '45 di un colore che una volta doveva essere verde-smeraldo, ora
piena di ammaccature multicolore e le molle dei sedili che si conficcavano
spietate nel costato. Ne andava molto orgoglioso, ed era una delle poche
con il motore originale americano dai molti e capienti cilindri, mentre
quasi tutte le altre tengono il "corazon sovietico" alimentato
a petrolio, di probabile provenienza agricolo-industriale. Tutti contenti
ce ne siamo andati in giro per i quartieri popolari di Cuba, in quello
scassatissimo salotto ambulante che non andava oltre i 50 Km\h, e già
a 30 entrava in fibrillazione ogni parte meccanica. Loro erano soddisfatti
che io avessi deciso di non vedere i luoghi turistici, così avrei
portato a casa un po' della vera Havana, la loro. Le loro case mezzo
diroccate dove mi invitavano orgogliosi, essenzialmente e dignitosamente
arredate di quello che da noi si chiama 'ciarpame'. Non potevano evadere
e speravano che potessi portare via con me il più possibile del
loro mondo.
La serata si è conclusa con una sbronza offerta inevitabilmente
da me, in un locale per turisti e pagamento in dollari; questo sistema
dei due mercati paralleli è diabolico, ci sono luoghi - tutti
quelli che trattano merci non essenziali - in cui il pagamento può
avvenire solo in dollari, e visto che i cubani guadagnano (poco) in
pesos, a loro queste cose sono spesso precluse. Sull'aereo immaginavo
Roberto, Rafael e tutti gli altri seduti nella solita calle tra le macerie
e le infinite partite a scacchi, guardando il cielo e sperando, senza
crederci troppo, che un giorno anche loro sarebbero volati via da quell'isola
bella e infame.
Spero di tornare presto, ma su un'isola libera per tutti, e sarei ancora
più felice di rivederli a Roma, dove Roberto troverà le
meraviglie del suo libro. Purtroppo sono condannati a scontare una condanna
all'ergastolo su questa specie di Alcatraz caraibica, senza aver capito
quale delitto hanno commesso.
Guadalajara
16. 11. 98
Appena arrivato
a Guadalajara sono uscito dall' albergo con la voglia di fare nuove
conoscenze; mi sono diretto al mercatino "freak" dove tutti
sono fratelli, e mentre scrutavo una curiosa pipetta pensavo all'erba
(oramai agli sgoccioli) che mi dette Hector, un ragazzo che avevo conosciuto
due settimane prima a Pàtzcuaro. Proprio in quel momento sento
una voce chiamare il mio nome, e per un attimo mi ha sfilato nella mente
una lunga serie di volti conosciuti in Messico; mi sono girato e mi
sono ritrovato davanti proprio Hector, che stava qui con il suo banchetto
di artigianato, come sempre circondato da belle fanciulle di tutti i
colori.
Passata l'euforia e fatte le considerazioni su come è piccolo
il mondo per i viaggiatori, mi ha rivelato subito che piacevo molto
ad una delle sue amiche, Valeria, una ragazza india esile e armoniosa.
Dopo una mia iniziale sorpresa a come corrono qui le ragazze e a come
siamo "cabezoni" noi Italiani (o almeno io), Hector ha organizzato
una bevuta in una "cantina"; lì mi ha presentato Valeria
in una maniera più ufficiale, ed io sono stato così più
tranquillo nel farmi sbranare da lei per tutta la notte. Era una ragazza
di 22 anni dolce ma selvaggia, credo che mi ricorderò a lungo
di lei e delle sue unghie.
Guadalajara
17. 11. 98
Hector si è
rivelato proprio un personaggio interessante, a casa sua mi ha raccontato
del suo passato burrascoso, poco più che trentenne, con mezza
laurea in filosofia e mezza in architettura, anni passati negli USA
tra i "junkies", un figlio e diverse mogli. Come un S.Francesco
tropicale ha abbandonato un futuro sicuro come quello che il padre gioielliere
gli offriva per quello più insicuro ma avventuroso del lavorare
l'argento con conseguente vendita sui banchetti in giro per il mondo.
Mi ha raccontato di come sia pericoloso girare di notte per le strade
di Guadalajara, non per i banditi, ma per la polizia. Grazie al governo
di destra qui vige il coprifuoco dopo le 22, e gli sbirri portano in
caserma per accertamenti e perquisizioni chiunque si trovi a passeggiare
di notte; ora capisco perché la sera prima Valeria ha insistito
per prendere un taxi anche per fare un tragitto di 200 metri. La conversazione
è proseguita in un misto tra spagnolo, italiano e inglese: il
mio con una vaga inflessione anglosassone, il suo in un marcato slang
californiano. Mi ha chiesto dove avessi imparato l'inglese, e io gli
ho detto che avevo fatto alcuni corsi di lingua ed ero stato un paio
di volte in Inghilterra, "E tu?" gli ho chiesto, "In
the fuckin'street !" mi ha detto lui.
E' un tipo positivo, per lui il mondo è un enorme negozio di
giocattoli e appena allunga una mano per prendere qualcosa, subito vede
qualcos'altro che lo attira di più. Anch'egli come Valeria e
la maggior parte degli Indios ha quella carica selvaggia latente dei
nativi di qui, gli si vede quel fuoco negli occhi scuri e sottili, carico
di orgoglio per quello che furono i loro antenati. Ora che comincio
a conoscere meglio loro e la loro storia mi rimane difficile non immaginarli
nella giungla a cacciare, o in visibilio durante un rito sotto le piramidi.
"La gente pensa che noi eravamo solo dei fottuti assassini...",
mi ha detto Hector, "...ma per noi la religione era un fine ed
il sacrificio un mezzo; per gli spagnoli lo sterminio era il modo di
affermarsi, e la religione, molto elastica a seconda delle esigenze,
serviva solo a giustificarlo!".
Abbiamo concluso la serata fumando con la lattina di Coca Cola e mi
ha salutato dicendo: "We are like fuckin'children".
Zacatecas 18. 11. 98
Era passato più
di un mese dal mio arrivo in Messico e non sentivo assolutamente la
nostalgia di casa, ero talmente preso da quello che mi succedeva, dalle
conoscenze che facevo continuamente e dal lavoro da organizzare che
la voglia di tornare mancava, e un solo altro mese mi sembrava pochissimo.
Zacatecas è bellina, con la solita vita paesana ma stavolta in
stile più "ranchero". Per le strade formicolano una
miriade di sombreri e camicie con disegni e colori dal gusto quantomeno
discutibile, però fanno molto country insieme ai "camperos",
ai baffoni e a tutti i classici simboli della vita campagnola.
Stavo aspettando (tanto per cambiare) l'autista del trenino che ci avrebbe
portato nei meandri della 'Mina dell'Eden' una delle miniere che arricchirono
questa cittadina; in teoria dovevamo partire mezz'ora prima, ma l'autista
continuava a gironzolare sfaccendato ed insensibile alla nostra presenza....
La gita in miniera è stata entusiasmante, dopo un budello di
circa un chilometro siamo scesi dal treno-merci in una voragine nel
cuore della montagna, sopra e sotto di noi un enorme fenditura completamente
scavata a mano perdeva i propri confini nell'oscurità. Circa
trenta metri sotto i nostri piedi stagnava un laghetto profondo più
di un chilometro, prima anche quello faceva parte della miniera, ma
ora è stato allagato non so perché; da lì, passando
su traballanti ponticelli di corda e tavolacce entravamo da una voragine
all'altra, in una di queste c'è addirittura una discoteca, tutto
frutto delle fatiche e delle vite degli Indios che ci lavoravano in
cambio del classico pugno di riso, anzi di mais.
Il tasso di mortalità della 'mina' era tra i più alti
del mondo, a quanto dice la guida solo per incidenti ne perdevano circa
otto al giorno, i più fortunati morivano di silicosi entro i
35 anni. Ho capito allora cosa sono costati veramente quella bellissima
cattedrale sulla piazza del paese, o l'immensa collezione di quadri
di tutto il mondo nel museo che ho visto stamattina; ecco chi aveva
pagato veramente il conto di tutti i lussi che si concedevano i 'nobili'
spagnoli: quella coppia di Indios, uno che teneva lo scalpello e l'altro
con la mazza alzata, scolpiti nella roccia a quindici metri sulle nostre
teste. Sono stati rappresentati proprio come lavoravano, in bilico su
piccolissime terrazze disposte su trenta livelli, a rodere il basalto
per tirarne fuori il prezioso minerale che poi avrebbero dovuto portare
fuori a braccia, insieme agli attrezzi. Poi la miniera fu chiusa, non
so se fu perché finì il nickel o perché finirono
gli Indios.
Verso S.Luis
Potosi 19. 11. 98
Ci siamo fermati
con il pullman in mezzo al deserto, su un altipiano a 2400 metri con
l'aria leggera ed un fetido bar. Ho sorbito un Nescafè (non capivo
perché in Messico non esistesse il caffè normale…),
mentre intorno a me si servivano piattoni di fagioli fritti e uova alla
"ranchera", lì la colazione la mattina si fa così,
e per questo mi guardavano come una checca di città senza i coglioni
e lo stomaco degni di queste lande. Dopo le prevedibili scariche di
rutti e peti che mi hanno fatto uscire per primo dal locale ci siamo
reimbarcati alla volta di S. Luis, un'altra delle città-miniera
della zona. Lì avevo un mezzo appuntamento con Hector, per andare
insieme a Real de Catorce e fare la mistica "peyote experience"
con gli indiani delle montagne. Anche a S. Luis, come in tutte le città
visitate al nord, le ragazze per strada o nei negozi mi guardano in
una maniera a cui non sono ancora abituato. Non ne capisco il perché,
visto che fino a due giorni prima giravo come uno straccione; proprio
per questo mi ero comprato una camicia e un paio di pantaloni nuovi
che mi conferivano un aspetto appena umano; pensavo che quando mi sarei
tagliato anche i capelli sarei stato violentato. Ero molto contento
che lì le ragazze non abbiano problemi a farsi avanti per prime
dimostrando grande senso di emancipazione, inoltre la parte del 'macho
conquistador' la trovavo proprio ridicola, e per una volta volevo provare
l'ebbrezza di essere io a farmi corteggiare.
Forse in Messico destavo particolare interesse perché ho lineamenti
vagamente indios ma la pelle chiara, forse perché non ho la panza
"ranchera", oppure sarà il mio deodorante messicano.
Girando per strada alla fine mi aspettavo sempre di incontrare gli sguardi
infuocati delle signorine che incrociavo, senza più meravigliarmi
e rispondendo con un sorriso spesso ricambiato.
S. Luis
Potosi 20. 11. 98
Dopo una giornata
passata a rantolarmi in preda ai crampi allo stomaco per essermi concesso
un'insalata, verso le 5 sono risorto ed ho cominciato il mio quotidiano
pellegrinaggio per le chiese. Proprio in una di queste, mentre scattavo
delle fotografie durante una funzione, mi sono girato e mi sono reso
conto che un gruppetto di ragazze sedute nelle prime file mi guardavano
ridacchiando, e alla mia replica si sono poste le manine davanti la
bocca vergognose. Questo episodio mi ha riportato ai racconti di parecchi
anni fa, quando anche nei paesi dell'Italia la messa era l'unico momento
in cui si potevano manifestare le passioni delle gentil donzelle. Come
un galletto che esce dal pollaio mi sono diretto verso la cattedrale,
dove in pompa magna si stava celebrando la cresima di una fanciulla
che, di bianco vestita, se ne stava silente e composta di fronte all'altare.
Inizialmente indifferente al rito, stavo fotografando le colonne barocche
dietro al sacerdote quando ho iniziato a lanciare sguardi ammiccanti
alla ragazza in attesa di entrare nelle grazie di Dio. Lei, dapprima
incuriosita dal mio armeggiare con cavalletto e teleobiettivi, è
subito arrossita cercando di distogliere lo sguardo da quel diavoletto
tentatore che proprio in quel luogo e in quel dì di festa era
venuto a turbare la sua mente pura.
Resomi conto della situazione tragica mi sono scatenato in ammiccamenti
sempre più palesi e sfacciati, scattavo una foto e le lanciavo
un bacio, poi riemergevo da dietro una colonna mostrando viziosamente
la lingua; lei non sapeva più dove guardare, tutta rossa e con
le mani giunte di fronte al viso.
Io non mi sono mai divertito così tanto, ma forse è meglio
che non vada più in chiesa fumato…
Mi ero reso conto che sull'armadio della mia camera c'era uno specchio
abbastanza grande da contenermi tutto, fino ad allora mi ero potuto
guardare solo la barba o i capelli, separatamente. Questo da un lato
mi ha aiutato: non potendo vedere il decadimento d'immagine potevo mantenere
una certa considerazione di me stesso, dall'altro lato la faceva perdere
a chi mi guardava. Non riconoscevo quasi il tizio sull'armadio, scuro
e vissuto, come le scarpe, le uniche che avevo, e che giacevano sbatacchiate
per terra sotto la mia immagine. Dalle mie zampe stecche emergevano
guizzanti muscoletti fino ad allora sconosciuti, frutto dei chilometri
che coprivo a piedi ogni giorno. La mia secchezza non era mai giunta
a questi livelli, anche i jeans appena comprati erano già una
misura troppo larghi e ci sguazzavo un po'.
Non mi sentivo male o denutrito, forse era solo il Messico che mi consumava.
S. Luis
Potosi 21. 11. 98
Ero in partenza
per Matehuala, destinazione intermedia tra S. Luis e Real de Catorce.
Sulla corriera vibrante in attesa della partenza vedevo gente anziana
carica di sacchi e scatoloni pieni di chissà quali meraviglie,
che portavano dalla città ai loro paesi sulle montagne. In quelle
terre desolate tutto acquista un valore diverso, tanti paesi minerari
come Real, esaurita la vena si sono spopolati e caduti in rovina rendendo
quelle poche merci che arrivano fin lassù molto più preziose.
Iniziava la parte più dura di tutto il viaggio, fine delle visite
alle ricche cittadine coloniali dove c'era la possibilità di
scegliere cibo e alberghi ed inizio delle privazioni e degli stenti
in luoghi ostili.
Villa Real
de Nuestra Senora de la
Concepciòn de Guadalupe de los Alamos de los Catorce (ovvero:
Real de Catorce) 23. 11. 98
Appena sceso alla
stazione di Matehuala, sono stato avvicinato da un volto conosciuto,
ma non ricordavo dove. Il ragazzo parlandomi in italiano mi ha rinfrescato
la memoria, e allora mi sono ricordato di Mirko e Massimiliano, i due
lunghi Milanesi conosciuti in quel di Querètaro; anche loro erano
diretti a Real, alla ricerca di esperienze mistiche. Siamo saliti allora
su una corriera lurida e traballante dove ho pensato che qui è
più facile incontrare qualcuno per caso a migliaia di chilometri
di distanza che dandogli un appuntamento (infatti Hector al luogo stabilito
per il mezzo appuntamento a S. Luis non c'era). Abbiamo viaggiato lungo
il deserto passando per i tipici villaggi messicani della cinematografia
western (allora non erano di cartone !), poi ci siamo fermati di fronte
a un cupo tunnel per trasbordare in un'altra corriera più lorda
e più barcollante, ma con il tetto ribassato per passare attraverso
la montagna. Dopo un paio di chilometri di oscurità completa
siamo sbucati strizzando gli occhi su un grande piazzale sterrato inondato
di sole di mezzogiorno , intorno si affacciavano le sagome di montagne
cupe e prive di ogni forma di vita.
Vecchi furgoncini passavano sporadicamente sul piazzale lasciandosi
dietro nuvoloni polverosi, un gruppo di bambini smoccolanti ci ha prelevato
dal bus per condurci in un loro albergo di loro fiducia. Passando per
le vie del paese ci sfilavano intorno le prove dello scorrere del tempo
sulle cose e sulla gente: una patina polverosa offuscava tutto, ovunque
l'atmosfera era di desolazione e processo di sonno eterno in atto. Porte
di edifici cadenti chiuse alla meglio con mucchi di pietre e finestre
penzolanti sui cardini ci hanno condotto all'ingresso di quello che
qui chiamano "hotel". Tre generazioni di una famiglia gestivano
contemporaneamente la bettola che era anche "ristorante",
ma in realtà l'unica che ci stava un po' con la testa era la
nonna ultra ottantenne che ogni tanto appariva dalla cucina, spostava
qualche oggetto e tornava nell'oscurità. Il resto della famiglia
era composto da due figli di mezza età, uno adornato da un cappellaccio
a tesa spiovente da spaventapasseri ed allegramente fatto di non so
cosa, l'altro perennemente in sbronza triste, se ne stava seduto a piagnucolare
dietro il banco; ogni tanto andavano lì la madre o la moglie
sgorbia e gli prendevano tra le mani il capoccione consolandolo un po',
allora lui si alzava con la sua birra e si faceva un giro tra i tavoli
invitando tutti a un brindisi con gli occhi pieni di lacrimoni. Poi
c'era un ragazzino che faceva qualche apparizione tra i tavoli per prendere
le ordinazioni e poi scappare fuori a giocare con i foglietti in tasca
ed i clienti che aspettavano invano. In quel "ristorante"
chi voleva bere lo doveva andare a comprare all'emporio di fuori, e
quando tornava, il proprietario chiedeva una birra per il pedaggio.
La scelta delle camere è libera, quando se ne libera una la porta
è aperta e chi vuole la può occupare; queste non sono
degne di alcuna cura da parte degli albergatori, le pulizie, se vuole,
se le fa il cliente stesso. Usciti dal paese per un giro di ricognizione
ci siamo imbattuti in un fuoristrada con una ventina di fricchettoni
a bordo, seduti sul tetto e aggrappati alle fiancate. Cantando e ridendo
si dirigevano nel deserto alla ricerca di "Jiculì",
il peyote. Intanto noi tre eravamo arrivati alla miniera abbandonata,
dove un'architettura insolita per queste latitudini ci attendeva tra
le montagne desolate. Ci si è aperto davanti un panorama che
mi ha fatto pensare all' "Interzona" dei sogni lisergici di
William Burroghs: erano costruzioni basse, squadrate e tozze che come
un miraggio non si avvicinavano mai, i quasi 2800 metri di altitudine
si facevano sentire sui nostri polmoni catramosi tagliandoci il fiato
sulla salita. Tutti gli edifici diroccati sparsi qua e là sul
costone erano dominati da un enorme ciminiera di una caldaia che penso
servisse a fornire l'energia per tirare su i carrelli dalla "mina".
Le costruzioni dal gusto industriale erano fornite di curiose arcate
gotiche miste a portali in stile mediorientale che ci guidavano verso
paesaggi surreali ibernati sotto una coltre di tempo, ci si sentiva
come quando si entra in una casa disabitata con le lenzuola sui mobili.
Sembrava che le cose non avessero mai goduto di una vita operosa, ma
fossero state costruite solo per stare lì nell'aria rarefatta
in attesa, ad ascoltare il mutismo di quel deserto.
Le cose erano sparse su quel monte con il loro velo polveroso, impassibili
della nostra presenza ad attendere la Morte.
Real de
Catorce 24. 11. 98
Volevamo assaporare
lo spirito country della zona, così io, Mirko e Massimiliano
ci siamo avventurati in un 'raid' a cavallo per i tristi monti che circondano
la poco ridente cittadina di Real de Catorce. In realtà la giornata
non era tanto triste, visto che la mattina splendeva un sole malato
e cinguettavano i pappagallini storpi nelle gabbiette. A proposito:
tra le tante stranezze del posto dove alloggiamo, abbiamo scoperto un
allevamento di queste bestiole nel patio, ma molti sono zoppi o deformi.
La guida è arrivata con un ritardo indecente, insieme a un cavallo,
due ronzini e un ciuco di nome Colorado. Ovviamente il cavallo era per
lui, ed ha insistito perché prendessi io Colorado, così
siamo partiti, e molto lentamente abbiamo raggiunto "la città
fantasma", meta del nostro cammino. Per la verità a me sembrava
fantasma anche Real, ma questa era peggio; la guida, vestita in perfetto
stile "ranchero" con una camicia da discoteca rossa e blu,
ci ha spiegato che quelle erano le abitazioni dei "mineros"
fino a 150 anni fa, quando finì l'argento e arrivò la
Decadenza. Eravamo nella scenografia di un film western e aspettavamo
con impazienza un attacco dei banditi per fare una sparatoria con le
pistole che non avevamo, ci avvicinavamo circospetti verso i muri di
pietra diroccati, sicuri che lì si nascondessero banditi o indiani
assetati di sangue. La gita è continuata tra i monti e la desolazione,
le uniche forme di vita presenti a parte le mosche erano degli annoiati
serpenti a sonagli che agitavano le code per ricordarci che in fondo
la vita è un attimo.
Alla fine della gita, quando i 'cavalli' hanno visto la stalla, si sono
gettati in un galoppo ubriaco scaricandoci sulla piazza del paese, dove
abbiamo litigato con la guida per il prezzo. Le sue argomentazioni ed
il suo machete ci hanno convinto che aveva ragione lui, e ci siamo fatti
derubare.
Il grande momento era giunto, eravamo in attesa di un "peyotero"
che ci avrebbe accompagnato nel deserto, io ero seduto di fronte alla
bettola dove alloggiavamo, con un vecchio sordomuto paralitico. Vedevo
Massimiliano che andava su e giù per la via contrattando per
il prezzo migliore per il viaggio, Mirko stava in mezzo alla strada
e guardava la scena confuso, scaldandosi in uno spicchio di sole giallastro.
A mezzogiorno siamo giunti nel deserto dopo un lungo ed estenuante viaggio
su un fuoristrada preistorico, Massimiliano è dovuto salire sul
tetto insieme ai bagagli perché dentro non c'era posto. Io guardavo
il precipizio dal finestrino e sentivo le antiche ruote gemere per le
buche che il guidatore masochista prendeva in velocità, fu allora
che la Vergine del Guadalupe mi apparve per la seconda volta. Quando
il "peyotero" ha pensato di essere sul punto giusto ha fermato
il catorcio in mezzo alla pista e ci siamo messi a vagare spargendoci
tra i cespugli rinsecchiti, perché lì sotto si cela il
cactus: è tra le radici della pianta "gobernadora"
che "Jiculì" trova rifugio. Poi ci ha fatto vedere
come si mangiava e noi l'abbiamo fatto, disgustati dal suo sapore avevamo
i conati di vomito, ma sapevamo che era la prassi, così infilavamo
il "cibo degli dei" direttamente in gola con le dita, visto
che da solo non andava proprio giù. Tra le smorfie di disgusto
migliori che sapevamo fare pensavamo a quanto è più semplice
"calarsi" un' "extasy", moderna espressione occidentale
del viaggio facile facile .
Il "peyotero" è andato via lasciandoci distesi in mezzo
al nulla sotto un sole rovente, circondati da tutti i nostri bagagli
e dal treppiedi che farà da testimone.
Dopo più di un'ora il peyote lento e inesorabile ci è
salito, così abbiamo iniziato a vagare per il deserto tra i rovi
e le micro-iguane che sorridevano al nostro passaggio. Distanziati di
una ventina di metri, ognuno con il suo viaggio personale, strofinavamo
i piedi in terra lasciandoci dietro grossi nuvoloni di polvere.
Osservavo gli infiniti buchi di termiti su un ceppo millenario e pensavo
alle loro piccole storie minimaliste lì dentro, in quella specie
di condominio messo in uno spazio così vasto che loro non potevano
nemmeno immaginare. Chissà se ogni tanto si affacciano per vedere
il mondo che c'è all'esterno. E pensavo a chi mi vedeva da fuori
e pensava se sapevo quanto ero piccolo in quel deserto e se sapevo cosa
c'era oltre… Eravamo tre microbi e un treppiedi su una cartina
geografica. Poi ho parlato con un somaro legato ad un palo, e gli ho
fatto una foto a ricordo di questa bella amicizia; intorno a noi centinaia
di peyotes facevano capolino dal terriccio invitandoci ad un altro pasto
che io ho rifiutato, dato che il "cibo degli dei" ha un sapore
diabolicamente amaro.
Più tardi le ombre lunghe della sera ed un tramonto in Technicolor
hanno accompagnato i nostri polverosi passi verso le luci del paese,
dopo quattro ore di marcia ci attendeva l'ultimo bus per Matehuala,
dove ci siamo lasciati con la promessa di rivederci in Italia per un
piatto di spaghetti, che è stato il desiderio comune di tutti
in questi giorni.
Verso Xilitla
25. 11. 98
Ieri sera a Matehuala
mi sono reso conto che la gente mi guardava in modo strano, dapprima
pensavo che fossero un po' stronzi, ma poi, esaminando la mia immagine
riflessa in una vetrina ho capito perché: facevo schifo. I miei
pantaloni verdi chiazzati di polvere parevano ormai una mimetica sahariana
che faceva un figurone con le scarpe e la felpa, imbiancate anch'esse.
Gli zaini seguivano lo stesso stile. I capelli ispidi ed il volto provato
completavano questa figura di reduce da qualcosa di molto grave. Se
si aggiunge che i Messicani sono molto sensibili all'aspetto, avevo
decretato la mia condanna all'isolamento.
Per fortuna dopo una doccia ed una lustrata di scarpe sono tornati i
sorrisi delle ragazze e la gentilezza nei miei confronti, una colazione
alla "central camionera" ha migliorato anche il mio umore
prima della partenza.
Realizzo solo ora quanto si mangiava male a Real e a quanto sono comode
le strade asfaltate.
Xilitla
26. 11. 98
Sono giunto in quella
triste e cadente cittadina con un viaggio di dieci ore durante il quale
il paesaggio è cambiato da un deserto con cespugliazzi che rotolavano
trasportati dal vento ad un panorama alpino con boschi, prati e abeti,
fino a giungere in una zona tipicamente tropicale con giungla, pioggia
tiepida e nebbione mattutino. Scrivevo seduto in uno dei soliti bar
fetenti, gli unici aperti alle 7,30 di mattina; con il caffè
mi arrivavano zaffate di brodo di pollo che stavano cucinando nei banchi
del mercato di fronte; insieme alle facce assonnate dei bevitori di
birra e l'aria umida, tutto acquistava un aspetto di quotidiana putrefazione.
Mi cominciavo a chiedere perché Edward James abbia deciso di
costruire proprio lì la sua casa fantastica, meta del mio viaggio.
Ho conosciuto sul bus un militare israeliano, Ben, con cui dividevo
la camera; era un personaggio assai singolare, inquieto e sospettoso,
ma dotato di una grande sensibilità: invece di portarsi una macchina
fotografica preferiva registrare i rumori ed i suoni dei luoghi per
poi risentirli a casa. Ma non potevo fare a meno di immaginarlo in divisa
mimetica che sparava sui bambini Palestinesi da un carro armato…
La sera abbiamo deciso di andare a bere una birra nella "cantina"
del paese, abbiamo scelto quella che sembrava la più verace,
dove speravamo di trovare l'essenza messicana più sincera.
Appena oltrepassato il paravento dietro la porta, ci si è presentato
il classico spettacolo da saloon del far-west: la gente seduta ai tavolacci
sotto le luci al neon che fino a un momento prima sghignazzava e bestemmiava
in allegria si è immediatamente ammutolita, gli sguardi obnubilati
dall'alcool si sono lentamente girati per seguire i nostri passi che
attraversavano il salone, lenti ma determinati. Le bocche intorno a
noi si muovevano silenti componendo il classico "Gringos …"
.
Abbiamo dovuto dimostrare che sapevamo bere la 'Corona' con limone e
sale e offrire un paio di sigarette perché l'atmosfera bestemmiante
e le pacche sulle spalle tornassero.
Alla "Casa Infinita" ho trovato un perfetto cocktail tra tecnologia
e la natura più selvaggia; colonne di cemento si fondevano con
la giungla, costruzioni floreali emergevano dai cespugli e scale che
conducevano al nulla.
Benché il cemento regnasse sovrano, il tutto godeva di una profonda
armonia, sembrava che la natura stessa avesse generato quella costruzione
fantastica che si piegava plasticamente al volere delle piante. I pavimenti
ed i soffitti si bucavano per far svettare gli alberi, le colonne dalle
forme più inconsuete si contorcevano per lasciare spazio ai rami.
Il cemento armato, incontrastato protagonista della scena nonché
materiale simbolo dell'oppressione della modernità sulla natura,
qui diventa duttile ed elastico, non ci sono regole economiche o costruttive
da seguire, ma solo quelle della fisica e del funzionalismo da trasgredire.
Tutto è l'opposto di come siamo abituati a vederlo, le gabbie
per gli animali sono senza sbarre e le voliere senza reti, le passerelle
portano verso il vuoto e se ogni tanto le colonne sono verticali è
solo per un caso.
Edward James, di origine inglese, costruì questa casa a partire
dal '45; artista e mecenate di personaggi come Dalì partecipò
attivamente alla scena surrealista in Europa per poi trasferirsi qui,
dove per un'illuminazione decise di portare avanti questo progetto "anarchico".
Tutto il paese di Xilitla partecipò alla costruzione, sia con
le braccia che con le idee, ora qui tutti sentono che "la Casa
Infinita" non è l'opera di un solo artista, ma di un'intera
comunità. Il folle cantiere de " l'Inglès",
ormai fagocitato dalla giungla, rimane un raro esempio di come dare
sfogo alla propria fantasia usando materiali moderni e senza far danni,
un luogo per menti libere a cui non serve conoscere la funzione delle
cose o quello che sarà il progetto finale.
Poza Rica
27. 11. 98
Notte infernale
a Poza Rica. Visto che mi dovevo fermare solo a dormire per ripartire
la mattina dopo, sono andato in un desolato hotel di fronte alla "central
camionera", dove sono arrivato nella notte. Lungo la strada la
corriera è stata fermata da uno squadrone di poliziotti antidroga
dall'aspetto impressionante, erano una dozzina di Indios vestiti con
anfibi e pantaloni militari neri, magliette nere con stemma giallo da
cui trasparivano fisici rocciosi, e cappellino da baseball ovviamente
nero. Alcuni di questi venivano strattonati da cani neri furiosi, altri
ostentavano dei cupi fucili a pompa ed avevano grosse torce dal fascio
di luce accecante che usavano puntare in faccia all'interlocutore. Viste
le scarse possibilità di trovare della droga nascosta sulle migliaia
di pullman che viaggiano in Messico, puntavano sul fatto che un eventuale
trafficante, di fronte a quel plotone, scoppi a piangere alla prima
domanda.
In albergo mi sono lanciato in camera distrutto, e mi sono accorto subito
che era rumorosissima: ero proprio sull'autostrada. La mattina alle
5,30 ho aperto gli occhi con un concerto di motori diesel, la Stazione
si stava svegliando e i "camiones" scalpitavano nell'enorme
parcheggio. Io, sentito il richiamo, sono subito sceso giù e
ne ho preso uno per El Tajin. Era una città tolteca abitata un
tempo proprio dai Toltechi, popolo dedito prevalentemente al gioco della
palla e al sacrificio (umano). A quanto sembra queste due attività
dovevano prendergli molto tempo, visto che su circa venticinque monumenti,
diciassette sono campi da gioco e gli altri sono altari sacrificali.
Veracruz 29. 11. 98
Ero finito alla
"central camionera" di Veracruz, mezzo sbronzo e con lo zaino
che oscillava vertiginosamente e cercava di tirarmi giù. Da come
abbiamo concluso i nostri discorsi, quella per me e Sara era stata una
bellissima giornata di merda. Sara era una ragazza spagnola conosciuta
in banca, ci eravamo organizzati per vedere questi famosi Olmechi.
Ci siamo visti all'alba al bar "Don Camione" per prendere
il pullman in direzione Zempoala e la sua area archeologica.
Appena entrati nel sito, subito ci siamo accorti che le rovine si riducevano
a pochi piedistalli in rovina di palazzi ormai scomparsi. Dal praticello
curato emergevano forme scure e trapezoidali che incutevano sì
timore, ma non dicevano nulla della civiltà di una volta. Dopo
un paio di panini tristi ci siamo diretti delusi alla stazione, dove
ci hanno detto che ci sarebbe stato un autobus dopo un'ora. Per ingannare
il tempo ci siamo riforniti di un litro di birra e siamo andati verso
una scaletta che discendeva su un panorama che pareva dipinto: fiume
e bambini che giocavano sulla riva, prato con una mucca brucante, e
un cane che le voleva bene. A volte treni merci di lunghezza infinita
sfilavano. Dopo molte chiacchiere, "locure" e birra, quando
siamo tornati il pullman era già partito, quindi decidiamo di
prendere un'altra birra. Purtroppo perdiamo anche quello successivo
e così succede per altre due o tre volte, finché ci ritroviamo
ubriachi in una specie di cantina-balera che risucchiava tutti gli alcolizzati
del villaggio. Lì, tra la musichetta briosa e il tintinnare delle
bottiglie vuote c'erano delle ciccione veramente esagerate che ballavano
con le loro trippe grondanti per la gioia dei clienti; quando qualcuno
faceva apprezzamenti troppo pesanti o allungava le mani, queste gli
davano una culata facendolo cadere dalla sedia. Un messicano di 40 Kg
che conteneva più birra che anima, ne ha acchiappata una per
le manopole traballanti e si è lasciato andare in quel vortice
surreale; noi divertiti e disgustati al tempo stesso, siamo andati a
prendere l'autobus, questa volta sul serio, però. Ci siamo lasciati
come nel finale dei migliori film di Hollywood, con un complessino di
"mariachi" che strimpellava note tristi e la corriera che
sbuffava impaziente. Ricordando la meravigliosa giornata "de mierda"
trascorsa insieme, ci siamo sentiti in dovere di stringerci e baciarci,
poi mi sono imbarcato per Veracruz.
In attesa della corriera per Oaxaca, risentivo delle luci al neon e
della voce gracchiante degli altoparlanti che mi causavano un forte
mal di testa. Nell' enorme sala d'aspetto mi sfilavano davanti i personaggi
e i volti più strani, e l'alcool che contenevo li esasperava
ancora di più.
Oaxaca 30. 11. 98
La città
era piena di bancarelle e di "gringos", ma mancava di quello
spirito festaiolo e godereccio che domina i paesi del Messico. Gli americani
giravano per le strade con aria spaesata alla ricerca di non si sa bene
cosa, e così pure io. Basti dire che era l'unico posto dove non
avevo conosciuto nessuno. Oltre a Cancùn, ovviamente.
Per ingannare il tempo ho visitato due chiese, una bella e una mediocre,
ma quello che mi aspettava la mattina dopo a Monte Albàn sarebbe
stato sicuramente più entusiasmante.
Oaxaca 1.
12. 98
Ho passato una notte
terribile, popolata da incubi "splatter". Mi sono svegliato
completamente sudato, sognando che mi trovavo in compagnia di due ragazze
che conosco bene ma non riesco ad identificare, insieme andiamo a trovare
alcuni loro amici educati e ben vestiti che stavano nella facoltà
di medicina, in località non precisata. Dopo un po' le due spariscono
e mi lasciano solo con i tre tipi che subito cercano di violentarmi
in malo modo. Io, che anche dormendo cerco di mantenere integra la mia
verginità non approvai. Decidono allora di legarmi alla lavagna
e di sacrificarmi con un bisturi di ossidiana...
La giornata è proseguita a Monte Albàn, il più
grande centro religioso zapoteco della regione; Anche lì le antiche
pietre trasudavano sangue e interiora, ma allora ero molto più
coinvolto del solito, mi sentivo come un tacchino alla vigilia di Natale,
e mentre scattavo isolandomi nel mirino della macchina fotografica avvertivo
dietro di me oscure presenze. Poi sono andato a visitare il museo antropologico
di Oaxaca che ripercorre la storia del Centro America dalla preistoria
ai giorni nostri. Quando mi trovavo nella sala dedicata al periodo della
conquista intitolata "La sete dell'oro", ero circondato da
una scolaresca composta prevalentemente da bambini indios dodicenni.
Quando il loro maestro ha iniziato a descrivere le gesta di Cortès
per impadronirsi della zona e distruggerne la cultura ho sentito tutti
i loro piccoli sguardi alzarsi verso di me, unico rappresentante di
quella razza infame a cui, malgrado tutto, continuano a sorridere.
Passando attraverso le sale strapiene di immagini di cristi grondanti
sangue e incisioni raffiguranti indiani sottomessi, sono uscito nel
grande piazzale assolato, con una grande voglia di vomitare.
In pomeriggio sono andato a Zaachilia, dove secondo un contadino venditore
di vere antichità era uno dei siti archeologici migliori di tutto
il Messico. Forse le sue conoscenze in materia erano un po' limitate,
ma tutto quello che ho trovato è stata una piattaforma di mattoni
diroccata, in cima ad una collina impervia. Uscendo sono finito in mezzo
a un funerale preceduto da una banda stonata e seguita da un gruppo
di cani randagi. Io mi sono accodato per un pezzo di strada.
Si era fatta sera e per distrarmi ho comprato un nastro dei "Molotov",
gruppo della nuova scena rock messicana, poi ho conosciuto Pedro, uno
spagnolo che mi ha dato qualche "dritta" per distrarsi in
questo posto. Sembra che ci sia un po' d'arrosto in mezzo al fumo e
alla confusione; domani andiamo a vedere una mostra fotografica di David
Byrne (sì, proprio lui), che a quanto sembra ha cambiato mestiere.
Poi andremo a Mitla, a ruspare tra i cocci e finalmente avrei levato
le tende, anzi lo zaino, da quel posto che nulla mi aveva dato se non
un nastro punk-trash. Pedro mi ha anche parlato di Palenque come un
posto affascinante, dove tra i mitra e i passamontagna si respira l'essenza
india più vera.
Oaxaca 2.
12. 98
Durante il viaggio
a Mitla ho potuto conoscere meglio il piccolo Pedro, che malgrado l'aria
dimessa si è dimostrato un grande viaggiatore. Ha abbandonato
il lavoro per un anno e spera di riuscire a vedere tutto il Sud America.
Come lui ho incontrato parecchi altri spiriti nomadi, persone che per
necessità o per bisogno interiore non possono stare fermi, rifuggono
le comodità e non vogliono sapere dove saranno domani. Anche
io cominciavo a sentire quella forza che ci trascinava via, somigliavamo
più a dannati che a esploratori, e avevamo soddisfazione solo
guardando i chilometri percorsi sulla cartina geografica. Ho conosciuto
addirittura tre pazzerelloni di Torino che si erano licenziati per venire
in Messico in cerca di fortuna con la liquidazione: "Tanto in Italia
con 20 milioni non ci fai un cazzo !", mi hanno detto. Un Belga
conosciuto in un bar viaggiava da tre anni lavorando qua e là;
si era fatto la Transiberiana, la Cina, l'India, la Thailandia, aveva
raccolto patate in Australia e stava risalendo le Americhe, quando guadagnava
abbastanza per permettersi un biglietto partiva. Gente così ti
fa sentire un pivello.
Cardenas
4. 12. 98
La notte ho avuto
un altro incubo, pensavo di essere in Italia, mi sono svegliato ma non
avevo il coraggio di aprire gli occhi, poi la mia mano ha tastato qua
e là per trovare qualche oggetto che mi potesse dare l'idea di
dove ero. Ho incontrato prima il rozzo tavolaccio su cui dormivo, poi
la lacera tendina del bagno, ed infine le paffute fattezze dello zaino.
Ero salvo, ero ancora al "Joanita" uno dei più luridi
hotel mai provati finora, e forse l'unico di questo paesino squallido,
ma allora lo sentivo accogliente come un nido.
Ero sull'autobus diretto a S. Cristobal, nel Chapas, e la situazione
non sembrava tesa, se non fosse che al confine i militari erano più
seri del solito, e che altri soldati armati fino ai denti ci hanno scortato
con due camion, mentre passavamo in mezzo alla giungla più fitta.
Guardavo la strada che veniva fagocitata dalla vegetazione e mi rendevo
conto che le caratteristiche morfologiche, la flora della zona, nonché
la popolazione, ne facevano il luogo ideale per un agguato. A tratti
facevano capolino dal fogliame gruppi di capanne con tetti di paglia
o lamiera, bambini cenciosi giocavano con i copertoni. Gli unici automezzi
incrociati in cento chilometri furono tre autoblindo carichi di soldati
dall'occhio vigile. Dopo dodici ore di corriera su per le curvose strade
di montagna sono giunto alla meta, stremato e con le budella annodate.
Mi sono subito ripreso alla vista della cittadina deliziosa, l'albergo
era vivacemente colorato, la proprietaria gentile e l'erba buona. La
differenza dei tratti somatici e dell'incazzatura negli Indios di qui
si nota parecchio, i volti sorridenti sono rari, non tristi come ad
Oaxaca o Jalapa, ma carichi di un'aggressività più profonda
maturata nei millenni. Il fenomeno zapatista, almeno in città,
era piuttosto commercializzato, si riduceva alle magliette dell'EZLN
o ai pupazzetti impassamontagnati sulle bancarelle... La mia ricerca
nell'underground della musica centroamericana procede, ho comprato una
cassetta dei "Control Machete".
S. Cristobal
5. 12. 98
Ieri sera in un
bar ho conosciuto un gigante punk tedesco che veniva dal Guatemala,
dove aveva fatto un corso di spagnolo. Quando è stato a Guatemala
City, mi raccontava, la situazione era assai pericolosa, con gente armata
a difesa di quasi tutti i negozi, gente armata senza negozio, e personaggi
col machete che guardavano famelici i turisti.
Poi mi ha detto che a S.Cristobal la situazione è calma solo
in apparenza, quattro giorni prima sui monti lì intorno avevano
sgozzato e ucciso quattro turisti per una rapina. Ovviamente di questo
i giornali non hanno dato notizia. Dopo questa bella chiacchierata,
ho deciso di andare a dormire perché la mattina mi ero svegliato
prima dell'alba. Le strade erano semi deserte, c'era solo qualche banchetto
che stavano smontando, e dei curiosi tipi con il volto coperto da sciarpe
o passamontagna che stazionavano qua e là vicino agli incroci.
Dapprima ho pensato che fossero i famosi guerriglieri delle montagne,
ma subito il pensiero è diventato ridicolo pensando che ero al
centro della città alle 9,30 di sera; ho creduto allora che fossero
così abbigliati per il freddo pungente, poi mi sono reso conto
che questi avevano preso il posto delle numerose guardie diurne oramai
sparite. Mentre camminavo e i miei ridicoli dubbi sembravano sempre
più drammatiche certezze, uno di questi tipi, molto gentilmente
mi ha chiesto se avevo smarrito la via o se mi serviva qualcosa, io
per non abusare della sua cortesia ho detto di no e sono fuggito nell'oscurità
verso il rassicurante lumino del mio hotel.
La mattina ho girato per il mercato tra i bellissimi bambini che vendono
carabattole e i "gringos" che vagano con aria felice ed inconsapevole
di quello che gli succede intorno. Sembravano sempre alla ricerca di
qualche Indio che gli confessasse di essere un guerrigliero, per fare
amicizia e parlar male del governo messicano; mentre è chiaro
che noi rappresentiamo la causa della loro situazione di sottosviluppo
e sfruttamento, e non hanno alcuna voglia di fare amicizia con noi.
Soprattutto gli Italiani, credono che qui sia l'equivalente di una delle
guerricciole nostrane tra occupanti di un centro sociale e la polizia,
senza rendersi conto che quotidianamente i militari entrano nei villaggi
e compiono azioni ignobili, e gli Indios per rappresaglia fanno sparire
chiunque esca dalle zone protette.
Quello di cui si sente più la mancanza qui sono i sorrisi spontanei
che ho incontrato quasi sempre in Messico, si incrociano invece sguardi
pieni di orgoglio razziale che ti fanno sentire un ospite inopportuno
e tollerato.
PICCOLE
CONSIDERAZIONI SUI VERI PERICOLI DEL VIVERE IN MESSICO
Girare per le strade
qui può essere un problema per chi, come me, è abbastanza
distratto o non ha una vista perfetta; nei marciapiedi di tutte le strade,
anche nei corsi principali e nei mercati si aprono improvvisamente voragini
profonde 30- 40 cm. e a volte più, sufficienti a far spaccare
le gambe al malcapitato. Altre piccole trappole micidiali sono i paletti
di ferro con spigoli sapientemente acuminati che sporgono dai tetti
dei banchi nei mercati ad altezza fronte, questi sono spesso accompagnati
da infide lamiere, che grazie al loro spessore si rendono invisibili
ma letali. Poi ci sono le fastidiose cordicelle delle tende dei mercatini,
che a centinaia invadono lo spazio aereo, sapientemente sistemate in
punti strategici.
Questi e molti altri, secondo me vanno interpretati come uno dei tanti
segnali di quella concezione tutta messicana dell'esistenza, secondo
la quale oggi ci sei, domani chissà… (godiamoci la vita).
O forse è solo un modo di rompere la monotonia e rendere ogni
semplice passeggiata un'avventura, dalla quale nessuno sa come tornerà
indietro.
Flores (Guatemala)
10. 12. 98
Erano passati cinque
giorni dall'ultima volta che avevo messo mano al mio diario, assenza
giustificata, perché sono stati giorni di esperienze travolgenti.
Sono stato a fare una gita a cavallo sulle montagne intorno S.Cristobal,
una gita molto bella, ma non rilassante. Eravamo io, una coppia di giovani
olandesi ed un cow-boy di 55 anni. Questo ci ha condotti, o per meglio
dire scortati, tra i meravigliosi pini dalla chioma scintillante di
cui non ricordo il nome, ma ne ho preso uno piccolo piccolo con la sua
zolletta di terra per piantarlo in Italia. I cavalli (o quello che erano)
si trascinavano affaticati per le salite, lasciandosi andare in scomposte
cavalcate lungo i pendii dove l'olandese lanciava urletti country; quando
ho visto il bovaro che si guardava continuamente attorno preoccupato
gli ho chiesto se c'era pericolo, lui mi ha tranquillizzato con un sorriso
tirato dicendo di no, "E il machete che porti appeso alla cintola
a che cosa serve?" ho chiesto io, lui ha risposto che non si sa
mai. Quando siamo tornati indenni abbiamo notato tutti sulla faccia
della guida un'aria di distensione finale.
Sono partito da S. Cristobal per giungere a Palenque dopo sei ore, dal
momento in cui è calato il buio non abbiamo incrociato una sola
automobile privata per tutta la strada, solo militari o camion per trasporto
merci.
A Palenque ci attendeva un posto di blocco militare, io ho pensato ad
uno dei soliti ridicoli controlli antidroga in cui i poliziotti salgono
a bordo con aria truce, e con le lampade illuminano rapidamente i portabagagli
sulle teste dei passeggeri, sperando che qualche trafficante abbia dimenticato
lì un paio di sacchi di cocaina in bella vista. Invece era una
specie di controllo immigrazione all'interno del Chapas, gli sbirri
hanno trovato un paio di persone non in regola e se li sono caricati
soddisfatti.
A Palenque sembra che non ci sia l'abitudine di cambiare le lenzuola
negli hotel, dopo averne visti quattro ho optato per l'unico che le
aveva pulite, però era molto squallido, con delle porte a vetri
color salmone rancido che davano su un patio dalla caratteristica architettura
carceraria. Dopo una visita alle rovine e uno spettacolare cannone in
cima ad una piramide insieme a due Messicani, verso sera ho deciso di
tornare a piedi per i sei chilometri di strada che mi separavano dall'albergo.
C'era un'atmosfera unica, a sinistra la campagna pianeggiante con mucche
al pascolo e tramonto infuocato, a destra colline sprofondate sotto
la giungla vergine in cui vivevano animali dai versi più curiosi,
che mi facevano fantasticare sul loro aspetto. Ispirato e commosso nel
profondo ho deciso allora di farmi un "joint"; me lo stavo
spippettando spensierato quando improvvisamente, da dietro una curva,
si è stagliato all'orizzonte uno dei più bei culi del
Centro America. L'ho raggiunto, e attorno a questo c'era una ragazza
di 22 anni di nome Alifie. "Hola!" ci siamo detti, e visto
che la strada era ancora lunga abbiamo socializzato un po'. Mora, piccolina
ed entusiasta, lavorava come artigiana, e vendeva i suoi manufatti alle
bancarelle del sito archeologico. Mentre parlavamo di buddismo e di
grandi verità lungo la strada, questa si faceva sempre più
buia e le auto ci sfrecciavano sempre più vicino, finché
siamo arrivati vivi a Palenque. Lì cortesemente mi ha guidato
fino all'hotel che non riuscivo a trovare, poi di fronte al portone
con l'insegna scrostata, le ho chiesto se mi voleva accompagnare in
camera per fumarne un altro.
Le messicane mi piacciono perché se qualcosa o qualcuno gli gusta
non fanno complimenti; come è andata a finire quella sera si
può immaginare, non so nemmeno se abbiamo fumato come ci eravamo
proposti di fare, ricordo solo le nostre urla che rimbombavano nel patio
attraverso la porta a vetri salmonata. Lei ha sfoderato tutta la sua
impetuosità india e io mi sono fatto volentieri aggredire; non
pensavo che una ragazza così timida e minuta potesse fare cose
che andassero così oltre le mie fantasie più sfrenate.
Pensavo che stavo camminando tranquillo per la campagna sicuro che la
mia serata si sarebbe conclusa con un panino, una birra e a letto presto…
Poteva succedere di tutto, com'era lontana l'Italia e le sue noiose
sicurezze… Alifie mi ha chiesto se ci saremmo rivisti il giorno
dopo, io in teoria non ero costretto a partire subito e la prospettiva
(anzi: la sua retrospettiva) mi allettava; ma dopo averci pensato un
po' le ho detto di no, nuove esperienze mi aspettavano oltre confine,
e l'idea di fermarmi in quel brutto posto solo per scopare rendeva tutto
molto squallido. Ci siamo salutati confusi, ed io, la mattina dopo,
salivo assonnato su un enorme fuoristrada Chrisler, diretto in Guatemala.
Ero in compagnia dei viaggiatori estremi, volti provati, anfibi sporchi
di fango e sguardo all'orizzonte. Guidava la jeep un piccolo Messicano
che attraverso quella frontiera doveva aver portato di tutto. Lungo
la strada che veniva inghiottita dalla giungla sempre più fitta
raccoglievamo gruppetti di gente, tra cui una signora tedesca sulla
cinquantina con zaino, scarponi e passo militare. La strada terminava
su un fiume al confine guatemalteco, ci hanno scaricato nel fango del
piazzale dove sarebbe arrivata presto una piroga che ci avrebbe trasportato
per i 15 chilometri dove la strada non esisteva. Lì è
arrivato un altro gruppo di viaggiatori, tra i quali ne spiccava una
dagli occhi azzurri incantevoli; mi hanno lanciato un rapido sguardo
e mi sono trovato mezzo inebetito, con i piedi nel pantano e il mio
ormai ridicolo carico di bagagli che mi sommergeva. Corrispondeva al
mio ideale mai incontrato di bellezza femminile della mia adolescenza,
una bellezza che ormai avevo smesso di cercare in quanto ideale e riservata
al mondo dei sogni. Invece, per una volta era lì veramente, proprio
lei, con i suoi occhi vispi, il nasino alla francese (anche se lei era
Inglese), un passato da fotomodella e la patina di polvere e di vissuto
che l'avventura ti lascia addosso.
Che ci faceva un essere così incantevole tra la giungla e le
paludi? Sicuramente quello era il posto dove meno mi sarei aspettato
di vedere realizzato il mio sogno irrealizzabile.
Dopo un patetico controllo alla dogana fluviale dove un militare mezzo
ubriaco ha quasi buttato in acqua tutti i passaporti, siamo sfrecciati
via sul fiume verso l'appuntamento con un tragico bus di seconda classe
guatemalteco. Malgrado la folgorazione, durante l'attesa sono riuscito
a mantenere una conversazione brillante (o almeno credo) con la fata,
non so nemmeno cosa le ho detto, e mi sono ritrovato seduto su un vecchio
scuolabus americano dotato di sospensioni per il fuoristrada e musica
"ranchera". Ero seduto vicino a uno dei due militari armati
che scortavano la corriera stracarica di contadini, bambini poveri e
noi sei turisti.
Il soldato teneva il mitra tra le gambe, con il calcio appoggiato in
terra e la canna che ogni tanto mi ritrovavo puntata sotto il mento.
Non che avessi paura, ma visto il terreno molto accidentato e l'arma
ormai datata, l'idea del mio cervello sfrittellato sul soffitto mi terrorizzava.
Gliel'ho gentilmente fatto notare spostandoglielo col dito indice e
lui, sorridendo noncurante, è tornato a sonnecchiare. Il viaggio
è proseguito per due ore e mezzo, su una strada con delle buche
che ci facevano saltare trenta centimetri sulle panche di legno ed il
mio dito che teneva a bada il mitragliatore. Ogni tanto il mio sguardo
incontrava quello di Jo (la fata anglosassone) e ci scambiavamo un sorriso
rassegnato per la situazione: lei sedeva con un grappolo di bambini
dispettosi addosso, io con chiara espressione di disagio, stavo ormai
con il capoccione del soldato dormiente appoggiato sulla spalla e il
dito sempre vigile.
Finalmente siamo arrivati a Flores, un paesino splendido situato su
un'isoletta nel lago di Peten-Itzà; appena scesi dal bus siamo
stati presi d'assalto dalla solita folla di procacciatori d'albergo,
dove alla fine ci hanno trasportato. Qui avevano solo camere doppie,
e visto che io e Jo eravamo gli unici "single" del gruppo,
senza neanche chiedercelo e come se fossimo già d'accordo, ne
abbiamo presa una insieme. Io ero angosciato dall'idea di svegliarmi
improvvisamente da quel sogno, ma poi mi sono ricordato che sono parecchi
anni che non ne faccio, quindi o si sarebbe presto trasformato in un
incubo, o era realtà.
Abbiamo fatto una cena abbastanza formale dove ho mangiato anch'io noncurante
spaghetti al ketchup; eravamo in un ristorantino che sporgeva sull'acqua,
e guardandoci intensamente negli occhi costruivo di me un immagine che
credo l'abbia colpita, perché presto eravamo sul muretto a baciarci.
Anche se questa non era proprio la situazione in cui la lingua si usa
per parlare, ho avuto un "flashback" ed ho visualizzato mia
madre quando mi diceva che conoscere le lingue mi avrebbe aperto un'infinità
di prospettive nella vita, e a suon di scappellotti mi costringeva sui
libri d'inglese... Ci siamo confessati che non ci era mai successo nulla
di simile prima, io ho mentito, in quanto mi era capitato appena il
giorno passato, ma ancora non credevo del tutto a quella specie di trama
di filmetto erotico da cui uscivo per infilarmi in quella di una pellicola
avventuroso-sentimentale. Aspettavo da un momento all'altro che spegnessero
i riflettori, sfilassero via i fondali con dipinto il lago, e che Jo
si alzasse per andare nel suo camerino senza salutarmi. Così
non fu, siamo corsi nel letto dove mi sono dovuto riappropriare del
ruolo di maschio latino alle prese con una pollastra nordica.
Il giorno dopo ci siamo svegliati alle 3,30 per vedere l'alba alle famose
piramidi di Tikal, distanti 60 chilometri. Eravamo a fare colazione
alla capanna di fronte alle rovine quando si è scatenato un violento
temporale che ci ha tenuti inchiodati lì; eravamo io, Jo e una
specie di dio greco biondo accompagnato da una stanga indiana alta più
di un metro e ottanta, meravigliosamente bella. Dopo venti minuti che
eravamo lì arenati e massacrati dalle zanzare, è giunto
un trio di guide, che siccome non potevano lavorare, hanno portato un
enorme Xilofono con su scritto: "La voz de la selva" e disegnato
un pappagallo, e hanno cominciato a suonare un allegro ritmo tropicale.
Il caffè fumante, l'atmosfera esotica, la capanna circondata
dalla giungla e dalle piramidi, mi hanno portato questa volta dentro
le immagini in bianco e nero dei film anni '30, in cui esploratori in
divisa coloniale siedono nei locali parlando delle loro ultime scoperte
al ritmo del mambo. Poco dopo la pioggia è diminuita, il dio
greco e la stanga sono usciti nella nebbia, e noi dietro. Umida e frettolosa
fu la gita, completamente zuppi abbiamo visto i monumenti scivolando
e ridendo sulle gradinate delle piramidi invase dal muschio, dove io
ho rischiato di autosacrificarmi più volte; quello che volevamo
al più presto, senza dircelo, era il letto dove ci saremmo rotolati
sonnolenti poco dopo.
Lei è partita la mattina dopo all'alba (abbandoni, fucilazioni,
visite della Guardia di Finanza... le cose più tragiche avvengono
sempre a quest'ora), mi ha lasciato seduto sul letto con un espressione
stupida e felice, con le mani che cercano di afferrare il nulla. Guardavo
in giro per trovare le prove della sua reale esistenza, e mi rimaneva
solo un'impronta dalla sua parte del letto. Mancavano appena cinque
giorni al ritorno, scrivevo seduto in un bar sul lago e bevevo caffè
nero con la testa confusa, le zanzare mi pungevano ed io non reagivo.
Un villaggio
vicino Flores 12. 12. 98
Dopo una giornata
passata chiuso in albergo insieme ad un Guatemalteco e le sue polverine,
ho deciso all'improvviso di andare in un villaggio vicino Flores, non
ricordo nemmeno come si chiamava, ma mi dovevo allontanare da quella
stanza oramai troppo vuota. Sono partito dalla stazione di S. Elena,
polverosa, immersa nel fango e con i bigliettai che nullafacenti e annoiati,
scacciavano le mosche. Un vecchio scuolabus americano stava per partire,
anch'esso scassato, fangoso e stracolmo di gente che ad oltranza continuava
ad entrare sotto enormi sacchi, scatoloni legati con lo spago e altre
merci che presto invasero una buona parte dell'autobus. Io conquistai
un posto a sedere vicino un piccolo contadino, ma presto giunse una
cicciona che ci ha spiaccicato entrambi nell'angolo con il fare deciso
degli ippopotami. I bambini piangevano e le madri urlavano, i ragazzi
scherzavano stanchi di una giornata di lavoro e tutta la confusione
era fomentata da numerosi venditori ambulanti che andavano continuamente
su e giù per il corridoio intasato carichi di gelati, giocattoli,
caramelle, cibi misteriosi e l'immancabile Coca-Cola. Quando il giovane
all'entrata ha mollato la corda che teneva legata rozzamente la porta
l'autista ha alzato il volume dello stereo, il motore ha urlato gioioso
e siamo partiti schizzando fango in una nuvola di fumo nero.
All'altro lato del lago mi aspettavano le sagome dei bambini che si
asciugavano sulla riva, una calma piatta e il ronzio delle cicale avvolgevano
tutto. Il cavallo e la mucca brucavano fraterni sul prato, e la corriera
rombava nostalgica sulla statale.
Il solito
villaggio vicino Flores 13. 12. 98
Ieri passeggiavo
al buio per la strada che costeggia il lago, le rare luci dei bar mi
indicavano la via trasudando ritmi caraibici; di fronte a questi si
trattenevano gli abitanti del paesucolo di capanne, c'era chi beveva
e chi giocava a scacchi seduto in mezzo alla strada nella semioscurità;
in un terreno qualcuno (il parroco?) aveva organizzato un cinema da
campo in cui si proiettavano gratis pellicole sbiadite anni '60, volte
a glorificare le gesta di ricchi e illustri personaggi della chiesa.
Quando sono tornato a dormire nella mia capanna, i proprietari già
avevano chiuso il cancello ed erano a letto alle 9,30, li ho fatti alzare
e mi sono scusato per aver fatto le ore piccole.
La mattina mi ha svegliato la luce che filtrava attraverso le pareti
di canne, e il canto del gallo, il ragliare del somaro, le urla delle
scimmie e di tutte le altre fiere della giungla circostante che aprivano
gli occhi e le bocche tutte insieme alle sei. Mi sono lavato nella tinozza
in giardino per poi incamminarmi verso il biotopo (riserva naturale)
del Cahui.
Il nebbione tiepido iniziava ad allontanarsi e le anatre sguazzavano
vicino ai miei piedi. Il cielo grigio ed i paletti che spuntavano dal
lago completavano questo quadretto romantico ed esotico dove vedevo
la mia sagoma passeggiare. L'escursione nella giungla vergine è
stata niente di eccezionale, sei chilometri di vegetazione fittissima,
un paio di belvedere e la presenza di numerose varietà di serpenti
velenosi ed un tipo di tarantola grande come un maritozzo. Tutti questi
mimetici esserini erano chiusi sotto spirito in grandi barattoli messi
in bella mostra all'ingresso come monito. Ho conosciuto lungo la via
il timido ma gioviale cane del custode, mi ha trotterellato dietro per
tutto il percorso, poi attratto dai miei biscotti, mi ha seguito sulla
piattaforma in cima al lungo pontile galleggiante, dove lui mangiò
ed io fumai.
Ero al "Gringo perdido", un bar con atmosfera coloniale sulla
riva del lago, sagome di barche a remi scivolavano controluce all'orizzonte,
e una piccola zattera sciabordava ancorata e solitaria, i due mesi passati
qui mi sembravano due anni, ripensavo a quando ero arrivato a Cancùn
per la prima volta e mi vedevo parecchio più giovane. Non mi
preoccupavo più tanto dei ricoveri disagiati o sporchi in cui
mi ritrovavo costretto a volte a dormire, ma dove mi svegliavo comunque
felice e pieno di energia, mi facevo la barba con la saponetta e mangiavo
mais bollito per la strada, tra i Guatemaltechi e la musica tropicale.
Ho lasciato il villaggio vicino Flores dopo aver comperato una grande
maschera di un guerriero indio inferocito. Dovevo raggiungere S.Elena,
e mi trovavo all'incrocio sulla statale in mezzo al nulla come una madonna
pellegrina. Dopo un po' è arrivato un ingegnere surfista proveniente
dal Sudafrica, era alla ricerca di un paese con l'onda giusta per andarci
a vivere.
A quanto dicevano i rari passanti, una corriera sarebbe passata forse
dopo due ore, intanto io mi sono fatto amico una specie di istruttore
di ginnastica di un gruppo di giovanissimi soldati, stavano tornando
da un esercitazione per salire su due camion col cassone aperto e senza
sedili. L'istruttore, molto gentilmente ma guardandoci schifato per
il nostro abbigliamento, ci ha offerto un passaggio per S.Elena. Mentre
eravamo aggrappati alle travi di ferro, il tipo ci ha ripensato, e ci
ha fatto scendere in mezzo alla campagna, a nove chilometri dalla cittadina.
Io e l'ingegnere surfista abbiamo cominciato allora a camminare fumacchiando
e facendo considerazioni sulle insicurezze della vita e delle informazioni.
Ogni tanto il nostro dito si alzava poco convinto, cercando di fermare
le macchine che correvano accanto. Dopo alcuni chilometri un grosso
pick-up ha inchiodato nel polverone, noi gli siamo corsi incontro scoordinati
e con il mascherone in mano, solo quando la nube si è dissolta
ci siamo resi conto che era la polizia. Subito abbiamo previsto dei
guai, invece ci hanno invitato a salire sul cassone insieme ad un generatore
elettrico, scaricandoci poco dopo a destinazione.
Playa del
Carmen 14. 12. 98
Ho deciso di tornare
nello Yucatàn, dove avrei fatto un immersione in un "cenote".
Questi, migliaia (milioni ?) di anni fa erano delle enormi caverne naturali,
poi quando il livello del mare si alzò, vennero immerse quasi
completamente, creando un particolarissimo e unico ambiente in cui si
trovano le caratteristiche geologiche delle grotte, ma riempite da due
livelli di acque, in alto fredda e dolce, in basso calda e salata. I
"cenotes" furono ampiamente utilizzati dai Maya come riserva
d'acqua e come deposito di ossa e frattaglie sacrificali.
Durante il tragitto sono passato per il Belize, ex colonia britannica
di cui ha conservato parecchi caratteri, come le tipiche casette a schiera
colorate con tinte pastello ed il giardinetto con auto lustra parcheggiata.
Solo che le case sono quasi sempre cadenti, i giardini pieni di cespugli
incolti e ci sono parcheggiati dei vecchi catorci americani al posto
delle "Rolls" tirate a lucido. La popolazione è prevalentemente
di origine africana, ci sono svariati "rasta" con bicicletta
e 'dreadlocks', signore ciccione e variopinte girano con aria serena
e si respira parecchio l'atmosfera anglosassone, priva però della
nebbia e della tristezza tipica di quelle latitudini.
Playa del Carmen è un luogo turistico stile Cancùn, anche
se non così mostruosamente esagerato; si va su e giù per
il corso affollato di coppiette gringhe, si beve una birra, si guardano
le vetrine dai prezzi ignobili, si beve un'altra birra e si va a letto.
Vago per i viali chiassosi con aria fessa, da quando Jo è partita
non mi sento molto presente. Malgrado avesse le cosce fredde, avevo
ancora stampate in mente le nostre sagome nella nebbia a Tikal.
Playa del
Carmen 15. 12. 98
La mattina mi sono
svegliato alle cinque, dopo un caffè velenoso e un tozzo di pane
camuffato da cornetto, sono andato in spiaggia a passeggiare solitario
e meditabondo. In lontananza c'era una figura di nero vestita a gambe
incrociate, rimirando il mare. Mentre mi avvicinavo la figura mi sorrideva,
ma io continuavo a camminare rufo e per i fatti miei, pensando che assomigliava
un po' a Sara. Più mi avvicinavo e più mi sorrideva e
più somigliava a Sara, finche' ho focalizzato bene e ho detto
:"Sara !". Era proprio lei, dopo i saluti ed i rituali abbiamo
sorbito insieme un altro veleno, e ci siamo dati appuntamento per il
pomeriggio a Puerto Morelos, perché io stavo per andare a fare
l'immersione nel "cenote".
Eravamo io, uno
Svedese antipatico (finora tutti gli Svedesi e i Danesi incontrati qui
lo erano) e l'istruttrice cicciotta; siamo saliti tutti su un fuoristrada
Dodge carico di bombole e con un caprone cromato attaccato sul cofano.
Percorso un tratto di giungla, siamo arrivati alla pozza che era l'apertura
da dove saremmo entrati nelle viscere della terra, giù per trenta
metri. Per un attimo mi è passato per la mente che poteva essere
la mia tomba, visto che il medico subacqueo mi aveva sconsigliato di
andare oltre i cinque metri di profondità, per le conseguenze
di un incidente. Come ipotesi per finire il mio viaggio e i miei giorni
non mi dispiaceva, quindi mi sono fatto scattare un'ultima foto, mi
sono caricato le bombole e mi sono gettato nell'oscurità.
Appena accese luci si è illuminato un panorama da inferno dantesco
sommerso, tetri anfratti, stalattiti e addirittura stalagmiti che si
ergevano da sotto e da sopra. Ce ne erano di ogni grandezza e noi ci
passavamo in mezzo sospesi nel nulla, solo i piccoli fasci di luce delle
lampade a cui eravamo appesi ci davano l'idea dello spazio e della nostra
esistenza. Le radici degli alberi scendevano fin lì per arrivare
all'acqua.
Siamo scesi giù per un profondo budello che diventava sempre
più stretto e claustrofobico, ai nostri lati si aprivano mille
diramazioni, abitate da chissà quali mostri dell'oscurità,
pronti a tirare fuori i loro tentacoloni all'ora di pranzo. Invece,
da lì siamo riusciti in un altro pozzo con un raggio di luce
che entrava direttamente da una cavità nella volta, e creava
un piccolo paradiso dopo il lungo inferno.
Puerto Morelos
16. 12. 98
Era giunto infine
il drammatico giorno della partenza, per ingannare il tempo che mi separava
dal distacco con il suolo messicano sono andato al villaggio dove lavorava
Cristina, per salutare alcune persone conosciute. Ho ritrovato Claudia
che era un po' più realizzata, perché accompagnava i gruppi
nelle gite. Si era fidanzata con uno degli animatori, e deciso di aprire
un bar sulla spiaggia. Le facce dei clienti, benché fossero cambiati
tutti, erano sempre le stesse, giovani coppie infelici, alla ricerca
di qualcosa compresa nel pacchetto turistico che li avrebbe fatti evadere
dal loro grigiore grazie ai soldi sborsati.
Terminati i convenevoli, ho salutato anche il coccodrillo del guardiano
e mi sono diretto verso l'autostrada per prendere il pullman; siccome
c'era il sole e sarebbero stati per me gli ultimi raggi per quattro
mesi, ho deciso di fare la strada a piedi e mi sono tolto la camicia
puntando verso il grande cartello della Marlboro che mi indicava la
meta. Giunto lì sotto ho cominciato a sperare che mi capitasse
qualcosa per farmi perdere l'aereo, intanto mi guardavo intorno, e dall'altra
parte della strada, affondato nella vegetazione incolta, c'era una specie
di bar con due squallidissimi manichini ai lati dell'entrata. Forse
restituiti dal mare, uno era vestito di una camicia lacera, le parti
intime che non aveva erano lasciate alle intemperie. L'altro, una figura
femminile con acconciatura moderna, sembrava pensare ai bei tempi di
gioventù, quando sfilava immobile nelle vetrine, vestita dei
capi più preziosi; ora aveva un costume sportivo con una spallina
caduta, una collana di perle di plastica le adornava il collo insieme
ad un cappio che la teneva fissa su un palo. Una scarpa con tacco a
spillo era calzata su uno dei piedi infangati. Sopra questi personaggi
l'insegna 'El Zafarrancho' lampeggiava. Un fetore nauseabondo mi ha
fatto girare verso la carogna di un cane sul ciglio della strada, un
gruppo di avvoltoi gli girava sopra in ampie spire, proiettando le loro
ombre lente e cupe sull'asfalto.
Prendevo le ultime briciole di quel Messico, come un goloso che raschia
il fondo del barattolo della Nutella, volevo ricordarlo anche così:
scritto su un quaderno ormai unto e sgualcito, pieno di fogli presi
dove capitava. Tovagliette dei ristoranti con su appuntati i ricordi
di un luogo vissuto su strade piene di buche, corriere puzzolenti e
scassate, "central camioneras", incroci nel deserto, orizzonti
sconfinati, lunghissime attese e cose insicure, madonne variopinte e
musica "ranchera", orgoglio razziale e miseria serena.