VIAGGIO
IN PATAGONIA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Anna
Numero di giorni: 23
Itinerario:
Costo totale del viaggio:
Periodo: 28 gennaio 2006 - 19 febbraio 2006
Trasporti:
Documenti: Passaporto
Sistemazione:
Vedi l'Album Fotografico di questo
Viaggio!
Commenta e Vota questo Racconto!
Hola Patagonia
Questo è
uno di quei viaggi che progettavamo da tempo, poi per tante ragioni
è sempre rimasta solo un’idea fino a quest’anno.
Ci incuriosiva l’idea di vedere questi ampi spazi aperti, questa
terra dominata dai venti e soprattutto l’imponenza delle Ande.
Ho letto molto a riguardo, compreso il famoso ‘In Patagonia’
di Chatwin e non riuscivo ad immaginarmi più di tanto questa
parte di mondo.
L’organizzazione del viaggio non è stata difficile, gli
Argentini sono molto cordiali e disponibili e anche in loco non ci sono
state difficoltà di alcun genere.
L’inglese,
al di fuori degli addetti ai lavori, non è molto conosciuto,
ma lo spagnolo non è difficile da imparare. Muniti del preziosissimo
frasario dell’Edt che ci ha fornito qualche rudimento di questa
lingua siamo riusciti a cavarcela benissimo comunicando nella loro lingua.
Personalmente, quando vado in un posto preferisco essere io a dovermi
adattare piuttosto che ostinarmi a parlare italiano e pretendere che
siano gli altri a capirci. In fondo gli ospiti siamo noi!. Ad El Calafate
ho avuto modo di assistere ad una scena che mi ha parecchio infastidito.
Cenando, una sera in un ristorante, entra una coppia sulla cinquantina.
Si accomodano ad un tavolo e in tono di voce, nemmeno troppo contenuto
la signora inizia a dire ‘siamo italiani, siamo italiani’
e lo ripete parecchie volte. Il cameriere l’ha guardata e la sua
espressione diceva chiaramente ‘e con questo?’. L’osservazione
mi è sembrata decisamente fuori luogo e di pessimo gusto, cosa
pretendeva? Che il cameriere stendesse un tappetino rosso sul percorso
del suo passaggio? Voleva un trattamento di favore? Che tirassero fuori
un interprete dal cilindro? Beh.. a me è sembrato di cattivo
gusto questo suo atteggiamento, soprattutto considerato poi che si è
espressa rigorosamente in italiano pretendendo che il cameriere, che
o aveva una scarsa propensione per le lingue o lo faceva di proposito,
capisse alla lettera le sue istruzioni. Condivido pienamente l’atteggiamento
del cameriere, avrei fatto lo stesso.
Comunque ribadisco, lo spagnolo è meno difficile di quello che
si può pensare e i nostri sforzi per comunicare nella loro lingua
sono sempre ben accolti.
Abbiamo anche avuto
il ‘piacere’ di sperimentare la guida in Argentina. Beh..
abbiamo avuto modo di verificare che il codice stradale gli argentini
lo usano solo per tenere in piano le gambe del tavolo perché
ci pare proprio che nessuno si sia preso la briga di andare oltre alla
lettura dell’indice.
Auto che sorpassano macchine ferme in centro strada per svoltare a sinistra,
uso di frecce solo quando si ricordano, gente che mette fuori il braccino
per segnalare una svolta, limiti di velocità ignorati, per non
parlare degli incroci dove la logica non è di casa, non si può
dire che passi chi ha la precedenza e nemmeno il più grosso,
passa il più furbo e il più veloce per gli altri non resta
che aspettare e sperare di riuscire ad infilarsi. Non parliamo poi per
i pedoni… non è salutare attraversare senza prima aver
scrupolosamente verificato la reale possibilità di arrivare dall’altra
parte della strada. Alle nonnine che in Italia si ostinano a camminare
sempre dal lato della strada privo del marciapiede, quando dall’altra
parte il comune ne ha costruito uno con tutti i crismi che quasi ci
passa un automobile, consiglio vivamente di provare la stessa esperienza
in Argentina.
In città, le strade sono quasi tutte a senso unico. Essendo la
piantina a scacchiera questo favorisce questo uso massiccio di sensi
unici. Per sapere se una strada è a senso unico, poiché
non sono segnalati come i nostri sensi unici, oltre alla già
collaudata tecnica del vedere ‘in che direzione sono parcheggiate
le auto’ è sufficiente guardare, ai lati della strada,
il cartello con l’indicazione del nome della via. Sotto sono riportate
due frecce (nei due sensi) se la strada è a doppio senso, altrimenti
è riportata la freccia nella direzione di marcia della strada.
I numeri presenti stanno ad indicare la numerazione civica delle case.
E non c’è da spaventarsi per il loro ‘alto’
numero, la prima parte della numerazione ne indica l’isolato.
Chiedere indicazioni poi è un vero spasso. Non è che si
capisce mai bene dove ti vogliano mandare fatto sta che se chiedi l’ubicazione
di un albergo ti sentirai rispondere ‘3 isolati dal centro’
indicazione precisa se fosse comprensiva della direzione in cui bisogna
andare!
I prezzi, riportati
in questo testo, se non diversamente indicato, sono espressi tutti in
pesos ($). Vuoi per la crisi del economica del 2000 vuoi per il cambio
favorevole (1€ è circa 3,5 Pesos) la Patagonia è
una meta piuttosto economica. Gli effetti della crisi si vedono ancora.
Non ho mai visto tante macchine così vecchie e così sgangherate,
pezzi legati con il fil di ferro, veri e propri catorci. Certo le strade
che si ritrovano non concedono certo una vita lunga alle loro auto e
nemmeno la loro fantastica guida. E’ così i sobborghi delle
cittadine, periferie fatte di baracche e degrado.
Sabato 28 gennaio
2006
Lasciamo Torino imbiancata da una bella nevicata mentre si prepara per
l’imminente evento olimpico. Come se non fossero bastati una settimana
di scioperi dell’Alitalia e del personale dell’aeroporto
di Caselle, quando finalmente il traffico aereo ha ripreso a funzionare
regolarmente la neve ha deciso di fare la sua comparsa bloccando il
nord Italia!
Sabato mattina, facendo io parte della categoria di persone che aspetta
sempre l’ultimo minuto per ogni cosa, preparavo le valigie con
un occhio vigile all’esterno. E la neve continuava a cadere copiosamente,
perfino gli sms scambiati con una mia collega di Torino, che mi aggiornava
in tempo reale della situazione neve nella città non promettevano
niente di buono. L’aeroporto comunque era in funzione e questo
era ciò che contava.
Arrivati in aeroporto, con molto anticipo effettuiamo immediatamente
il check-in. Sebbene con qualche ritardo trascurabile, a parte qualche
eccezione, l’aeroporto funzionava normalmente. Ovviamente a noi
è toccata un eccezione ed il ritardo prima trascurabile e diventato
via via preoccupante, soprattutto alla luce del fatto che il tempo a
disposizione a Roma non era molto. Più il tempo passava e più
questo si riduceva. Il personale al cancello di imbarco rispondeva vago
e talvolta scocciato alle richieste dei passeggeri. Ometto i commenti
sul fatto che non era in grado di rispondere alla domande se l’aereo,
che doveva arrivare da Roma, era o non era in volo. ‘Dovrebbe’
era la sua risposta… Un aereo non mi sembra un oggettino tanto
piccino da passere inosservato! Comunque alla fine l’aereo arriva
e in poco tempo lascia Torino alla medesima ora in cui doveva atterrare
a Roma… visto che non esiste il teletrasporto arriviamo a Roma
che mancano meno di 10 minuti al decollo del volo per Buenos Aires.
Anche se in teoria ci avrebbero aspettato cerchiamo di spostarci il
più velocemente possibile. Consegno la mia carta d’imbarco
e iniziano i problemi. Qualche fenomeno di addetto ha cancellato la
mia prenotazione e ha assegnato il mio posto ad un altro passeggero.
Inutile dire che le scuse della responsabile dell’imbarco non
ci hanno fatto un baffo, soprattutto il suo tentativo di rimandare la
partenza. Argomento assolutamente fuori discussione, considerato che
l’errore era loro non vedo perché avrei dovuto rimetterci
io. Lei insiste, l’aereo è al completo, ma io non cedo.
Discutiamo per parecchio, sono le 22 di sera, siamo stanchi, non abbiamo
ancora cenato e questo inghippo ci ha fatto andare su tutte le furie
per cui non siamo affatto propensi a rinunciare ad un giorno del nostro
viaggio per un errore commesso da un fenomeno di addetto. Alla fine,
scende il pilota, e ci propone, sotto la sua responsabilità,
di farmi viaggiare nei posti riservati al personale, comunemente detto
‘strapuntino’ o qualcosa del genere. In cambio mi avrebbero
rimborsato il biglietto. Così alla fine saliamo sull’aereo
e finalmente partiamo.
Domenica 29 gennaio
2006 – Buenos Aires
Dopo un viaggio che è stato meglio di come si era prospettato,
a parte l’atterraggio che mi è toccato di sentire una conferenza
sulle doti calcistiche di Totti da parte di uno stuart molto ‘romanista’
arriviamo a Buenos Aires dopo 14 ore di volo che sono circa le otto
di mattina e il termometro già si avvicina ai trenta gradi.
Come se non bastasse il disagio della sera precedente, la nostra cara
compagnia di bandiera ha ben pensato di aggiungere una ciliegina a questa
già mal riuscita torta. Ha lasciato i nostri bagagli a Roma.
Che dire… è abbastanza normale ‘perdere’ i
propri bagagli ma insomma, doveva capitarci tutto con il medesimo volo!?!
Comunque visto che già dovevo passare all’ufficio in loco
dell’Alitalia per prendere il mio risarcimento, aggiungiamoci
anche questo.
L’aeroporto di Ezeiza, da dove partono e arrivano tutti i voli
internazionali dista circa 45 km dal centro della città. Le possibilità
per raggiungerla sono molteplici, taxi, auto remises, bus. Noi scegliamo
il bus della compagnia Manuel Tienda Leon (25$ a persona). Così
muniti del nostro solo bagaglio a mano, i due zaini da usare per le
nostre escursioni in montagna, ci avviamo in città.
Vuoi perché non siamo abituati a questo caldo, a Torino nevicava
e le temperature erano sotto lo zero, vuoi per la stanchezza del viaggio
ma camminare per le vie assolate della città e una fatica immane.
Di gente in giro, comunque ce n’è poca, sarà perché
è domenica sarà perché fa troppo caldo ma la città
appare deserta, un po’ come Torino in agosto.
Raggiungiamo velocemente il nostro ostello e ci facciamo una doccia
fresca. Facciamo un po’ il punto della situazione e la lista della
spesa delle prime necessità. Fortuna che siamo vestiti a strati
e che in un momento di ‘sanità mentale’ ho deciso
di mettere negli zaini due paia di pantaloni leggeri. Sarebbe stato
impossibile portare quelli invernali.
Il cuore di Buenos Aires è la zona denominata microcentro. Percorriamo
la via pedonale via Florida ed arriviamo fino alla famosa Plaza De Mayo,
conosciuta perché è stata teatro di moltissime proteste
e lo è tutt’ora. Su questa piazza si affaccia la altrettanto
famosa casa Rosada, dalle cui finestre si affacciavano Peron e la moglie
Evita.
Per la via Florida un po’ di vita si anima, i negozi sono aperti
ed entrare a vedere la merce è perfino piacevole, visto che sono
quasi tutti dotati di aria condizionata. Ristoranti e locali distribuiscono
pieghevoli che pubblicizzano cene o spettacoli.
Gironzoliamo così per la città non tanto come turisti
ma come semplici passeggiatori della domenica, arriviamo in Plaza della
repubblica dove domina un altro obelisco e ci affacciamo su Av. 9 de
Julio la via più larga al mondo, conta infatti 16 corsie e per
essere sicuri che la guida non abbia detto una fregnacciata proviamo
a contare le corsie. Lo sbalzo termico oltre alla stanchezza del viaggio
inizia a farsi sentire, spesso ci fermiamo a riposare su qualche panchina
all’ombra di qualche albero, non soffia un filino d’aria
manco a pagarla.
Il traffico è poco, e la città sembra dormire. Ogni tanto
agli angoli delle strade si vedono dei venditori di spremute d’arancia,
con i loro banchetti aspettano fiduciosi i clienti.
Con l’avanzare della sera e il diminuire delle temperature la
gente inizia a riempire le vie, ad affollare la strada e Buenos Aires
acquista tutta la sua vivacità descritta dalle guide.
Per cena scegliamo di andare in uno dei locali di cui abbiamo ricevuto
il pieghevole (El Gaucho – 28,10$) e ci mangiamo la nostra prima
bistecca argentina. Spettacolare.
Passeggiamo ancora per la città e poi rientriamo in ostello (V&S
Hostel). E’ stata una giornata molto lunga. L’ostello ha
un piccolo balcone e un gruppo di ospiti intona canzoni con una chitarra.
Per un po’ la cosa è anche piacevole ma poi diventa una
lagna e visto che io volevo dormire gli avrei volentieri dato la chitarra
sulla capoccia. La pala del ventilatore a soffitto ha girato tutta la
notte ma il caldo di Buenos Aires non ci ha fatto rimpiangere di non
aver previsto più giorni per questa città. Certo la nostra
è stata una ‘toccata e fuga’ ma in questa stagione
non può essere altrimenti. Se torneremo in inverno visiteremo
meglio questa città.
Pernottamento: V&S
Hostel -Viamonte 887 – Buenos Aires – Costo 85$ (doppia
con bagno in camera – B&B)
Lunedì 30
gennaio 2006 – El Calafate
La sveglia suona presto, il nostro volo è alle 9 circa, quindi
non abbiamo molto tempo da perdere. Velocemente facciamo colazione e
scendiamo in strada ad attendere l’auto, una remises, che ci porterà
dritto all’aeroporto di Ezeiza (costo 45$). Abbiamo tutto il tempo
per andare con calma all’aeroporto ma l’autista corre che
è una meraviglia. Ci sono i cartelli con i limiti di velocità
ma abbiamo l’impressione che li consideri dei semplici numeri
che abbelliscono la strada.
All’aeroporto scopriamo tristemente che i nostri bagagli sono
ancora a Roma, così ci accordiamo con il personale dell’Alitalia
affinché ce li spediscano direttamente in Patagonia.
Il nostro volo per El Calafate parte puntuale, si tratta di uno dei
pochi voli in partenza da Ezeiza, solitamente i voli cosiddetti ‘domestici’
partono tutti all’Aeroparque che è l’altro aeroporto
di Buenos Aires. Per poco non lasciamo i nostri averi su una seggiola,
Marco alzandosi non si accorge che il marsupio, con il portafoglio è
rimasto li; ma un gentilissimo signore si accorge della dimenticanza
e ci rincorre per consegnarcelo. Ci mancava solo più questo!
Il volo è tranquillo e arriviamo a El Calafate verso l’ora
di pranzo. L’aeroporto di El Calafate è proprio piccolo,
ma dotato di tutto quello che serve, è una struttura piuttosto
recente in mezzo al nulla ad una quindicina di chilometri dalla città.
El Calafate non vanta certo un traffico aereo molto intenso pertanto
alle 17 l’aeroporto chiude. Questo significa che domani, sempre
se i bagagli arrivano, dovremmo essere qui entro l’orario di chiusura
per effettuarne il ritiro.
Il paesaggio che abbiamo intorno ricorda per molti aspetti la Namibia.
Mi aspettavo una terra desolata ma non così arida. Se non si
guarda in direzione delle Ande la sensazione è proprio quella
di un arido paesaggio africano, le tonalità, i colori sono gli
stessi, sfumature di giallo fino al marrone, distese terrose con arbusti
secchi sparsi qua e la, non so perché ma mi aspetto da un momento
all’altro di vedere sbucare una giraffa o un antilope.
Il tizio dell’Avis che ci deve consegnare l’auto che abbiamo
prenotato è in ritardo. Veramente mi sorge anche il dubbio di
non aver capito bene il luogo del noleggio ma alla fine, tutto trafelato
arriva. Le ditte di noleggio, in questi aeroporti hanno solamente l’insegna,
gli uffici sono in città e anche qui talvolta si limitano ad
essere semplici scrivanie nell’ambito di un altro esercizio commerciale
(agenzie viaggio). Gli addetti vengono a portarti e a ritirare l’auto
all’aeroporto se questo era stato concordato in anticipo. Il nostro
addetto è un ragazzo molto giovane, che in un perfetto inglese
ci spiega che l’auto da noi prenotata ce la può consegnare
solo dopo le 17 e provvisoriamente ce ne assegna un'altra. Tutto questo,
aggiunto al fatto che dobbiamo organizzarci per recuperare, forse, i
nostri bagagli ci scombussola un po’ i piani. Avevamo prenotato
questa e le successive notti ad El Chalten, che dista 220 km di strada
sterrata da El Calafate. Di contro, i chilometri fatti con quest’auto
non ci verranno conteggiati (n.d.r. i noleggi in Argentina sono quasi
tutti a chilometraggio limitato).
Un po’ stufi di tutte queste disavventure andiamo in città
a cercare un locale per fare pranzo e decidere il da farsi. Se non arrivano
i nostri bagagli è un casino fare trekking, i miei scarponi sono
nelle valigie e non solo quelli, per cui domani è fuori discussione
andare a camminare.
El Calafate è una cittadina carina, il suo centro è molto
vivace e ricco di esercizi commerciali, fondamentalmente tutto si trova
lungo la via principale alberata che attraversa il centro. Il cartello
all’ingresso della città la definisce la capitale dei ghiacciai.
E’ infatti la città più vicina al famoso ghiacciaio
Perito Moreno (circa 80 km) e alla parte meridionale del Parque nacional
Los Graciares. El Calafate si affaccia sulle sponde dell’immenso
lago Argentino, circa 1600 kmq, che ne fanno il più grosso lago
del paese.
Mentre passeggiamo per la strada principale brulicante di persone e
di negozi, mi viene una di quelle pensate che uno si stupisce da solo
di averle fatte. Pensata tra l’altro ovvia, perché complicarci
la vita ad andare avanti e indietro per queste strade sterrate basta
invertire la prenotazione per la notte e modificare leggermente l’itinerario.
Così ci rechiamo subito al B&B (Casa de Grillos) dove abbiamo
prenotato alcune notti e fortuna nostra, hanno una camera disponibile
per la notte. I proprietari sono veramente molto gentili, una coppia
di anziani molto cordiale e socievole. La casa del Grillo è una
bella casetta in una zona tranquilla fuori dal centro cittadino a pochi
passi dalla Laguna Nimez, un’area naturale in cui è possibile
osservare gli uccelli nel loro habitat. La nostra camera è molto
bella e il bagno è molto spazioso. Non potevamo fare una scelta
migliore.
Risolto il problema della notte passiamo alla fase due del piano…
telefonare all’hosteria di El Chalten per disdire la prima notte.
Impresa non proprio semplice visto che il numero di telefono che mi
sono segnata è sbagliato (e ti pareva) e sull’elenco del
telefono non si trova il numero. Fortuna che ci sono gli internet cafè
e che questa hosteria l’ho rimediata gironzolando per internet.
La tizia parla solo spagnolo così con le mie misere conoscenze
della lingua cerco di farmi capire, soprattutto cerco di farle capire
che non disdico tutta la prenotazione ma solo la prima notte. Continua
a ripetermi ‘no problema no problema’, speriamo che abbia
capito.
Risolto questo problema pratico passiamo il resto del pomeriggio a gironzolare
per la città e a fare qualche shopping, compriamo anche delle
cartine utili nei prossimi girmi per le camminate che faremo.
Ci rechiamo anche alla sede della Chalten Travel per prenotare l’escursione
in Cile. Alla fine, dopo tanto informarci e tanto pensare, abbiamo deciso
di ricorrere ad un escursione di un giorno per visitare il Parque Nacional
Torres del Paine in Cile. Il costo dell’escursione è di
186$ a persona. Comprende il viaggio in pullman e la visita guidata
al parco. Certo, una cosa da comitiva ma non si può fare diversamente.
Per cena scegliamo un ristorante (La Cocina - 31,50$) lungo la via principale
e per rallegrarci ci concediamo anche il dolce, tutto sommato la nostra
vacanza è iniziata e anche se abbiamo avuto qualche intoppo per
ora siamo riusciti a non farci rovinare la vacanza da tutti questi inconvenienti.
Il vento, che ha soffiato incessantemente per tutto il giorno, con il
calare del sole è aumentato. L’aria è fresca e si
sta bene con la maglia.
Pernottamento: Casa
de Grillos - Pasaje Las Bandurrias s/n – El Calafate – 105$
(doppia con bagno in camera – B&B)
Martedì 31
gennaio 2006 – Glaciar Perito Moreno
Iniziamo subito la giornata con una colazione spettacolare. Marta, la
proprietaria del B&B prepara le torte e le marmellate offerte a
colazione lei stessa. La torta di mele di questa mattina è semplicemente
sublime. Marco è soddisfattissimo della colazione, lui che ama
la colazione dolce e non salata dice di avere trovato finalmente un
paese che ‘sa fare colazione’. Assaggiamo per la prima volta
la marmellata di ‘Calafate’, un frutto che cresce in questa
terra. Assomiglia ad un mirtillo, stesso colore e stessa forma, cresce
su rovi spinosi ma il sapore è diverso.
Il programma per la giornata prevede la visita al famoso ghiacciaio
Perito Moreno, poi, forse recupereremo i bagagli e ci sposteremo a El
Chalten per la sera.
Il ghiacciaio dista a 80 km alla città. Per chi non dispone di
un auto propria ci sono degli autobus o delle escursioni organizzate.
Il tragitto costeggia inizialmente il lago Argentino, maestoso e immenso.
Lungo la strada si possono osservare lepri e piccoli rapaci ed altri
uccelli, raramente qualche guanaco. Il percorso è in parte asfaltato
e in parte sterrato, la parte sterrata è anche oggetto di lavori
stradali per cui la percorrenza del tratto di strada è piuttosto
noiosa.
Finalmente arriviamo al ghiacciaio... è presto e non c’è
ancora tanta gente. Il costo dell’ingresso nel parco è
di 30$ a persona. Il ghiacciaio Perito Moreno più semplicemente
glaciar Moreno è forse il solo, così dicono, ghiacciaio
al mondo in continuo avanzamento. Nella zona vi sono altri ghiacciai,
quali il ghiacciaio Upsula, che sebbene sia più esteso del glaciar
Moreno risulta essere meno spettacolare ed il glaciar Onelli, siti nel
braccio nord del Lago Argentino. Questi ghiacciai sono raggiungibili
sono in barca con gite della durata di una giornata.
Il ghiacciaio, la
sua imponenza sono spettacolari. Di tanto in tanto si sentono i tonfi
di qualche pezzo che cade nell’acqua. La sua maestosità
è impressionante. Ci sono diverse passerelle e livelli di balconate
per vedere il ghiaccio che è posto esattamente di fronte allo
spettatore. La sua altezza supera i 50 metri e alla base è piuttosto
crepacciato. Il ghiaccio che si stacca dal ghiacciaio va ad alimentare
le acque dell’immenso lago Argentino.
Ai piedi del ghiacciaio, su una piccola piattaforma di pietra, una mamma
volpe con i suoi due cuccioli si godono il sole. Ma pochi si accorgono
della sua presenza, il colore mimetico con la pietra e il fatto di trovarsi
davanti ad uno spettacolo naturale di così grande maestosità
fa si che la sua presenza venga quasi ignorata alla maggior parte dei
presenti.
A vedere questo ghiacciaio ci vengono proprio tutti. Basta osservare
la variegata presenza umana che c’è. C’è perfino
un gruppo di italiane di una nota organizzazione di viaggi. Sedute,
con la schiena rivolta al ghiacciaio, si lamentano della scelta di alcuni
loro compagni di rimanere più del necessario in questo posto,
e progettano di andarsene a cercare un bar, si stanno annoiando. A volte
la gente va in giro per il mondo per poter dire di esserci andata, fa
una bella fotografia per i parenti e poi tutto il resto non ha importanza.
Mi spiace per loro, ma se il loro primo pensiero è di andare
al bar piuttosto che rimanere li a godersi questo spettacolo, tanto
valeva restarsene a casa a sfogliare un catalogo! Questo non vuol dire
che gli italiani siano peggio degli altri, e che gli altri non capisco
cosa dicono quindi non posso commentare. Ma questi atteggiamenti mi
infastidiscono parecchio, se non ti piace e non ti interessa avevi solo
da startene a casa così non affollavi tanto questo posto.
Con l’aumentare delle temperature, verso l’ora di pranzo,
le cadute di ghiaccio, giustamente aumentano. Alzando lo sguardo al
cielo Marco scova due Condor che volano. Felice come un bambino quando
riceve un gioco nuovo, inizia il servizio fotografico ai due volatili,
fortuna che abbiamo portato le macchine digitali, altrimenti ci toccava
di fare un mutuo dal fotografo per pagarne lo sviluppo!
Nel pomeriggio passiamo a ritirare i bagagli all’aeroporto e ci
dirigiamo verso El Chalten. Percorriamo un tratto della famosa ruta
40, la strada che attraversa la Patagonia da sud a nord lungo le Ande.
Lungo la strada si incontrano, oltre a dei guanachi anche dei nandù.
Sono degli struzzi un po’ più piccoli ma stupidi uguale.
Ci sono tantissimi recinti che segnano i confini tra le varie proprietà
ed estancie; questi animali ogni tanto trovano un punto di uscita e
poi non riescono più a trovare la strada per tornare indietro.
Stupidamente infilano la testa tra i fili della recinzione ma non riescono
a passare dall’altra parte perché non arrivano a pensare
che semplicemente alzando la gamba riuscirebbero a far passare anche
il resto del corpo, poveretti! Così ne vediamo parecchi correre
affannati lungo i recinti in cerca di un qualche passaggio.
Il territorio è proprio arido e questa zona che ricorda la Namibia
in tutto e per tutto, per i suoi colori, i suoi arbusti secchi, conserva
un suo fascino particolare. La strada costeggia prima il lago Argentino
e poi il lago Viedma. Immense distese di acqua dove le Ande si specchiano.
Qua e la si vedono le indicazioni per qualche Estancia, questi non sono
di certo svegliati nel cuore della notte dal rumore prodotto dai vicini
che rincasano.
La strada è tutta sterrata, stanno eseguendo dei lavori di asfaltatura
che procedono mooooolto lentamente, ma intanto la strada è sterrata
e non è nemmeno delle migliori.
Fortunatamente l’ultimo pezzo di strada, la RP23, è asfaltata.
Al bivio carichiamo anche un autostoppista, sono le 18 e considerando
che non passano molte macchine, che il vento è molto forte e
chissà da quanto, povero, era li in attesa di un passaggio siamo
ben contenti di dargli uno strappo. E’ un ragazzo di Milano, com’è
piccolo il mondo, è un po’ che è in Argentina così
passiamo il resto del viaggio parlando con lui di quello che ha visto
o fatto. Davanti a noi il Cerro Torre e il Fitz Roy dominano con tutta
la loro imponenza. Forse questi nomi ai più dicono poco ma sono
due signore montagne che da sempre hanno affascinato gli alpinisti più
capaci.
El Chalten, è un piccolo paese, nato nel 1985 come base per le
spedizioni alpinistiche alle due montagne. E’ un paese recente
e l’urbanistica lo dimostra. Le sue strade sono sterrate e il
traffico è inesistente, sembra un paese del far-west, dove sono
i cavalli e i pistoleri? Ci molti bambini che affollano le strade. Bimbi
in bicicletta, di corsa, con il pallone, schiamazzi e tante risa; le
strade di El Chalten brulicano di bambini.
L’hosteria Lago Viedma è una casupola bianca non lontano
dal centro, ma nulla è lontano dal centro. Ci sono poche stanze
e sono tutte al piano superiore, gli interni sono tutti in legno e ne
fa un ambiente un po’ rustico. La nostra camera è carina,
piccolina ma dotata di tutti i confort.
Per cena andiamo in uno dei ristoranti (Pizza Bar Comidas Patagonicus
– 40$) presenti in città. Niente menù di carne perché
non siamo degli affezionati del genere, ci prendiamo due bei piatti
di tagliatelle al pomodoro niente male e ovviamente anche questa sera
ci concediamo il dolce. Due passi per il paese che pare proprio un paese
d’altri tempi se non fosse per gli internet cafè. Le guide
ne fanno un po’ una descrizione che sembra quella di un avamposto
di frontiera ma, per il turista, a El Chalten c’è quasi
tutto, il supermercato, negozi, internet cafè, manca solo la
banca ma qualcuno dice che presto arriverà anche quella.
Pernottamento: Hosteria
Lago Viedma – Ricardo Arbilla 71 – El Chalten – Te.
(02962) 49389 – www.elchalten.com/lagoviedma - 120$ (doppia con
bagno in camera – B&B)
Mercoledì 1 febbraio 2006 – Laguna Los Tres (El Chalten)
Sveglia presto quest’oggi si cammina! La colazione dell’Hosteria
non è niente male anche se la fetta di torta non ha niente a
che vedere con quelle preparate da Marta!
Abbiamo in programma di andare a Laguna Los Tres. Quello che abbiamo
scelto, infatti, è il miglior percorso per ammirare da distanza
ravvicinata il versante orientale del mitico Monte Fitz Roy. Itinerario
praticamente privo di difficoltà su sentiero molto battuto ma
piuttosto lungo (22 km andata e ritorno con un dislivello di 850 m circa).
Lasciamo la macchina all’imbocco del sentiero nei pressi del campeggio
Madsen, e ci incamminiamo, forse è un tantino presto ma in giro
non c’è quasi nessuno. Non è molto che siamo in
Argentina ma abbiamo già capito che non sono particolarmente
mattinieri. L’imbocco del sentiero è comunque ben segnalato
da un cartello di legno. Il sentiero subito sale nel bosco portandosi
verso nord-ovest. Superato un colletto poco sotto il Cerro Rosado, si
traversa fino ad entrare in ampio vallone quasi pianeggiante. Attraversato
il bacino si giunge al Campi Base Poincenot nascosto fra i faggi australi.
Si supera poi il Rio Blanco su un ponte costruito con un tronco di legno
ed in pochi minuti si è al Campo Base Rio Blanco, punto di partenza
per le ascensioni alpinistiche nel gruppo del Fitz Roy. In questo campo
possono soggiornarvi solo gli alpinisti che effettueranno le ascese
al monte Fitz Roy per tutti gli altri c’è il campo Poincenot.
Il percorso diventa quindi più impegnativo e il sentiero sale
più ripido e accidentato fino al ripiano dove giace il Lago del
Los Tres, ai piedi del ghiacciaio omonimo. Semplicemente fantastico!
Arrivati ci piazziamo in una bella posizione che ci consente di ammirare
tutto quanto. Il posto è spettacolare. Le nebbie vanno e vengono
dalla punta e ogni tanto si riesce a vederne la sommità della
montagna. Il Fitz Roy (m 3405) è anche detta la montagna che
fuma proprio per questa sua particolarità di aver spesso la punta
celata nella nebbia. Il nome Fitz Roy ovviamente è un nome relativamente
recente, dalle popolazioni indigene la montagna è conosciuta
come Chalten.
Scrutando con il binocolo scoviamo due alpinisti in parete, non li invidio
affatto, viste le nebbie che ogni tanto avvolgono la montagna non penso
che stiano patendo troppo il caldo, anzi.
La prima spedizione che arrivò sulla cima del Fitz Roy fu una
spedizione francese nel 1951, così ho letto perchè non
c’ero! Una delle vette limitrofe al Fitz Roy porta il nome di
un francese membro di questa spedizione, un certo Poincenot che sfiga
sua è annegato nelle acque del rio Fitz Roy. Dico io la sfortuna,
uno scala una montagna del genere dove le probabilità di lasciarci
le piume non sono una fantasia e poi che fa… affoga in un rio.
Questa è proprio iella!
Man mano che il tempo passa la gente comincia ad arrivare. Mmmhhh non
sono molto mattinieri questi Argentini.
Nel pomeriggio riprendiamo la via del ritorno.
Dopo esserci ripuliti
per benino usciamo per la cena. Visto che non abbiamo ancora camminato
a sufficienza, usciamo a piedi e ci facciamo il giretto del paese.
Dopo aver ben ben guardato da fuori molti ristoranti ritorniamo nel
medesimo locale della sera prima. Ci accomodiamo in un'altra parte del
locale, ai muri sono appese vecchie fotografie di alpinisti che sono
transitati per la città. Ci sono perfino delle foto di Maestri
con i suoi compagni di quella infelice spedizione sul Cerro Torre datata
1959 in cui Egger perse la vita. Avrebbero dovuto essere i primi alpinisti
a raggiungere la vetta ma purtroppo non ci sono prove ad avvalere tale
tesi visto che la macchina fotografica è caduta assieme ad Egger
ed è andata persa, così la sola testimonianza di Maestri
non è stata ritenuta valida. Eh.. miiii.. che diffidenza sti
alpinisti! Fatto sta che l’argomento per anni fu oggetto di discussioni
e ci credo! Nel 1970 Maestri, per porre fine alle chiacchiere una buona
volta scalò il Cerro Torre aprendo quella che oggi è conosciuta
come la via del compressore. Visto che la salita è una passeggiatina
ha pensato bene di aprirsi una via utilizzando dei chiodi ad espansione
che infilava (non sarà proprio il termine corretto ma rende l’idea)
nelle pareti della montagna aiutandosi con un trapano alimentato da
un compressore, da qui il nome ‘vai del compressore’. Oggettino
di poco ingombro. Ma invece di togliere ogni dubbio sulle sue reali
capacità di aver scalato la vetta ne è venuto fuori un
putiferio; c’è infatti chi sostiene che arrivato quasi
in cima non abbia comunque superato quella specie di fungo di ghiaccio
che sovrasta la vetta. Se si osserva con un binocolo questo fungo lo
si riesce a vedere.. impressionante. Tanta fatica per niente, dico io,
perché tanto ancora oggi la prima salita certa alla vetta del
Cerro Torre è quella compiuta nel 1974 dalla sottoscritta, che
allora aveva due anni, e dalla spedizione italiana di Ferrari!! Non
ci credete? Problemi vostri!
Pernottamento: Hosteria
Lago Viedma – Ricardo Arbilla 71 – El Chalten – Te.
(02962) 49389 – www.elchalten.com/lagoviedma - 120$ (doppia con
bagno in camera – B&B)
Giovedì 2
febbraio 2006 – Lago Torre (El Chalten)
Anche oggi partenza presto. La nostra destinazione di oggi è
il lago Torre nei pressi del campo base De Agostini. Il sentiero da
percorrere oggi è poco più corto di quello di ieri ma
questa sera dobbiamo andare a El Calafate per cui dopo la camminata,
ci aspettano ancora 2 ore buone di macchina per quella strada purgosa.
Partiamo presto per non dover poi correre nel pomeriggio. Contemporaneamente
a noi si avvia un comitiva di ragazzi. Secondo Marco sono quelli che
fanno un trekking su un ghiacciaio, di cui ne aveva visto la brochures,
secondo me no. Trascurando il fatto che sono poco vestiti e solo alcuni
hanno degli zainetti che se non sono le borse di Mary Poppins dubito
che da questi possano uscire grosse giacche o maglie, restano comunque
le loro scarpe. Ti pare che gente con le scarpe da tennis possa indossare
un paio di ramponi? Non si sono mai viste le scarpe da tennis di tela
ramponabili!!!
Comunque… staremo a vedere.
Anche oggi c’è una buona dose di vento, ma è normale
per questa terra, per cui tanto vale abituarsi.
Il sentiero inizia dai prati sul lato occidentale del villaggio di El
Chalten anche qui un cartello indicatore in legno che ne illustra il
percorso. Il sentiero in moderata ascesa attraversa una serie di dossi
erbosi ed entra del vallone bagnato dal Rio Fitz Roy, che scorre sulla
sinistra piuttosto incassato. Raggiunto un colletto, si raggiunge quindi
il primo belvedere sul Cerro Torre. Di tanto in tanto da qualche cespuglio
spuntano delle lepri. Troppo simpatiche!
Il sentiero scende fino a avvicinarsi al rio che scorre in un’ampia
piana alluvionale. Dopo circa 3-4 ore da El Chalten si raggiunge il
Campo Base De Agostini che sorge in un bosco nei pressi della morena
del Ghiacciaio Grande. Oltre la morena, prima del ghiacciano, giace
il Lago Torre. Altro posto spettacolare. Il Cerro Torre (m 3102) si
erge in fondo al ghiacciaio. Mi chiedo come si possa scalare una montagna
del genere. Le sue pareti verticali mi sembrano ripidissime e inaccessibili.
Arrivati a destinazione ci cerchiamo un angolino riparato sulle sponde
del lago e ci godiamo la vista del Cerro Torre e delle altre montagne.
Intanto arriva anche la nostra comitiva e ahimè aveva ragione
Marco. In fila indiana preceduti con un buon distacco da due guide procedono
i nostri, ‘aspiranti alpinisti’, muniti di imbrago, che
useranno per attraversare il fiume su un ponte tirolese. Visto che ci
sfilano tutti davanti Marco, fissato per gli scarponi, passa in rassegna
ogni singolo paio di scarpe e divertito commenta ciò che vede.
Chiude in gruppo una guida che molto probabilmente intuisce l’origine
del divertimento di Marco, lo guarda con fare ‘rassegnato’
e indicando il gruppo che ha davanti si mette a ridere. Già..
il mondo è bello perché è vario ma chissà
quanto è ‘demoralizzante’ per una guida portare a
spasso elementi del genere. E’ vero che il trekking che propongono
è una cosa alla portata di chiunque ma proprio presentarsi con
le scarpe da tennis e senza una giacca od un pile… insomma…
un ghiacciaio è sempre un ghiacciaio anche se te lo fanno giusto
vedere per un paio di minuti e ti fanno fare due passi sopra tanto per
poter dire di aver camminato sul ghiacciaio.
Nel primo pomeriggio riprendiamo la lunga strada del ritorno, non so
come mai ma i ritorni sono sempre più lunghi delle andate.
Rientrati in paese prendiamo la nostra macchina e ci mettiamo subito
in marcia verso El Calafate che raggiungiamo verso sera. Aleando e Marta,
della casa del Grillos, ci accolgono con molto calore come se fossimo
parte della famiglia.
Pernottamento: Casa
de Grillos - Pasaje Las Bandurrias s/n – El Calafate – 105$
(doppia con bagno in camera – B&B)
Venerdì 3
febbraio 2006 – Lago Roca (El Calafate)
Questa mattina abbiamo un po’ di cose da fare in città
così ci svegliamo in tutta tranquillità e ci rechiamo
con calma in centro per sbrigare un po’ di commissioni. Domani
andiamo in ‘gita’ in Cile e dobbiamo cambiare i soldi argentini
in soldi cileni per pagare l’ingresso del parco. Andiamo quindi
all’ufficio del cambio che ci hanno indicato e dopo una lunga
coda scopriamo che non hanno soldi in questa valuta, così andiamo
in banca, e anche qui dopo una lunga coda arriviamo davanti allo sportello
e riusciamo a comperare l’equivalente in valuta cilena per pagare
l’ingresso al parco. Così tra una coda e l’altra
se ne è andata via buona parte della mattina. Le code in Argentina
sono uno spettacolo. Code interminabili, file e file di persone, in
coda alla cassa nei supermercati, davanti ai bancomat. Tutti in coda
tranquillamente senza nervosismi. Un approccio mooolto diverso dal nostro
dove una coda è sinonimo di stress e se ti attardi un tantino
quelli dietro si fanno sentire. Le cose più comiche al supermercato.
Mettono la spesa sul banco della cassa, che non ha il tappeto scorrevole
come le nostre, il cassiere con tutta calma prende pezzo per pezzo e
lo passa sopra il lettore. Se poi il cliente ha dimenticato qualcosa,
poco male… il cassiere rimane tranquillamente in attesa del cliente
che intanto gironzola, con tutta calma, per il supermercato a prendere
ciò che manca. Terminata la processione di pezzi davanti al lettore,
con tutta calma il cassiere inizia ad imbustare la spesa, fortunatamente
aiutato dal cliente. Sistemata la spesa si passa al conto. Il cassiere
comunica l’ammontare e il cliente inizia a cercare i soldi. Tutto
questo avviene con estrema calma senza il nervosismo di nessuno. Tutti
aspettano tranquillamente il proprio turno e nessuno si lamenta, insomma
un approccio meno stressato del nostro, anzi proprio per niente. L’ideale
sarebbe un sistema intermedio: il nostro è troppo stressato e
il loro troppo rilassato.
Vista l’approssimarsi dell’ora di pranzo andiamo a vedere
la vicina riserva naturale Laguna Nimes che si trova infatti sulle sponde
del lago Argentino. Come tutte le riserve forse è più
interessante durante la stagione migratoria degli uccelli ma in ogni
caso potrebbe essere interessante farci una visitina. L’ingresso
costa 2$. Viene fornita una piccola cartina che il vento ci porta via
quasi subito, ma la riserva non è molto grossa e il percorso
è unico. Ci sono parecchi rapaci, paperotti di vario genere,
ibis. Non siamo ancora riusciti a trovare un libro sugli uccelli di
questa zona così per la nostra attività di bird-watching
di oggi dobbiamo affidarci alle sole conoscenze ornitologiche di Marco.
Nel pomeriggio invece ci spostiamo nella zona del lago Roca. Percorriamo
questa valle e questa strada lungo questo lago. La strada è sterrata
e non c’è quasi nessuno. E’ una zona poco battuta
dal turismo e a parte qualche estancia non si incontra null’altro.
Prendiamo una stradia che porta lungo il lago, ci sono due pescatori
e una famiglia che gioca a pallone nel prato.
La vista sul lago e sulle montagne è molto bella, è un
posto tranquillo dove concedersi un po’ di relax e fare merenda
con la famiglia. Marco non sta troppo bene, gli sbalzi di temperatura
gli hanno fatto venire un bel raffreddore, un pomeriggio in completo
relax sulle rive del lago è proprio quello che ci vuole. In lontananza
un gaucho, a cavallo, raccoglie alcune mucche sparse qua e la e le riporta
indietro. Sembra così lontano il resto del mondo con la sua confusione,
la sua gente, si sente solamente il sibilo del vento e il rumore dell’acqua
del lago mossa dal vento.
Rientriamo per cena
percorrendo una strada alternativa, tutta sterrata, che ci porta dritto
in centro paese. L’intenzione non era proprio questa ma come già
avevamo avuto modo di capire le cartine stradali non sono precisissime,
sulla nostra è segnata una strada che non troviamo. Magari è
ancora una pista e noi non l’abbiamo riconosciuta come strada
o magari non c’è e basta.
In alternativa, se non avessimo dovuto perdere tutta la mattinata in
banca si poteva fare l’escursione di un giorno al ghiacciaio Upsula,
sarà per un’altra volta.
Per cena andiamo in una pizzeria (La Lechuza – 34$) dove assisto
alla fantastica scena descritta all’inizio del mio racconto. La
cena non è male. La pizza è servita su un tagliere di
legno, molto caratteristico. Per scegliere il locale della cena, ce
ne sono veramente tanti in centro, abbiamo ben ben consultato le nostre
fedeli guide per poi scegliere un locale non citato sulle guide.. eh
eh
Pernottamento: Casa
de Grillos - Pasaje Las Bandurrias s/n – El Calafate – 105$
(doppia con bagno in camera – B&B)
Sabato 4 febbraio
2006 – P.N. Torre del Paine (Cile)
E’ ancora notte quando ci svegliamo. Vengono a prenderci alle
5 per l’escursione in Cile al parco Torres del Paine. All’interno
di questo parco è presente il massiccio del Paine, un’insieme
di montagne, picchi in granito che si ergono dalla steppa Patagonica
verso l’alto e dominano il paesaggio. Che dire… sono spettacolari.
Abbiamo un po’ da ridire sull’efficienza di questa metodologia
per organizzare le escursioni, comunque… Marta, quando scendiamo
a fare colazione, è già in piedi. Veramente una padrona
di casa eccezionale. Alle 5 puntuale un auto viene a prelevarci. Ci
accompagnano presso un altro hotel, da qui parte un pulmino che facendo
il giro della città carica tutti i partecipanti all’escursione.
Così lasciamo El Calafate che sono quasi le 6. Non si faceva
prima a dare l’appuntamento alle persone tutte da qualche parte
così si evitava di perdere tempo inutile con questo servizio
di taxi a domicilio? Ma i miei canoni di efficienza e organizzazione
mi rendo conto poco si addicono ai ritmi e agli stili di vita sud-americani.
Il viaggio è piuttosto lungo, una sosta in un bar per la colazione
e qualche bisognino, poi dritti fino alla frontiera. La strada inizialmente
è asfaltata e il piccolo bus corre veloce, nonostante la pioggia,
poi diventa sterrata ma il piccolo bus continua a correre veloce. Arriviamo
alla frontiera Argentina, una casupola in mezzo al nulla, un freddo,
piove e ovviamente c’è il vento. I doganieri lenti controllano
i passaporti e timbrano le varie scartoffie. L’aspetto è
esattamente quello dei posti di frontiera che si vedono nei vecchi film
western, chissà se gli sceneggiatori si sono ispirati a posti
del genere!!! Un altro po’ di strada ed eccoci al confine con
il Cile e qui un gran caos. Il doganiere è da solo, o meglio
a svolgere le pratiche di entrate e uscita dal paese c’è
una sola persona, perché effettivamente sono in due, uno che
lavora e uno che guarda. Di gente che vuole oltrepassare il confine
nei due senti ce n’è proprio tanta, non ci resta che compilare
i moduli per l’ingresso e metterci in fila. Dopo il controllo
passaporti si passa al controllo sanitario. Non si può portare
nel paese nessun tipo di alimento fresco, quale frutta, verdura, carne.
Che dire.. abbiamo passato la bellezza di tre ore per riuscire a passare
tutti la dogana. A titolo di cronaca per passare con un mezzo proprio
occorre fare un ulteriore fila per il controllo dei documenti della
macchina.
Finalmente siamo di nuovo tutti sul bus, un bus diverso perché
quello su cui abbiamo viaggiato fino ad ora è rimasto aldilà
del confine, un altro bus con la guida, ci aspettava da questa parte.
La guida inizia subito a spiegare il tipo di tour che faremo, le tappe,
le regole e informa i presenti che l’ingresso del parco va pagato
in contanti ed in valuta cilena. Ed ecco subito qualche manina che si
alza dicendo che non aveva i soldi in valuta cilena. Così ulteriore
fermata al cambio con annessa arrabbiatura di alcuni dei presenti per
questo ulteriore ritardo.
E finalmente si parte. La prima sosta è nei pressi dell’ingresso
del parco. Mentre la guida si reca ad espletare tutte le formalità
di ingresso noi gironzoliamo per il piazzale e facciamo qualche prima
foto di questo massiccio del Torre del Paine. La giornata non è
bella, non piove, ma le nuvole avvolgono le montagne. L’ambiente
che abbiamo intorno è differente da quello Argentino. E’
più verde, più rigoglioso. Le Ande infatti, fanno da sbarramento
per le perturbazioni fermando quindi le stesse aldiquà delle
montagne.
La guida fornisce un sacco di informazioni sul luogo, sulla gente, sulla
vita in queste zone. Ci fermiamo in più punti a vedere le montagne,
il paesaggio. In un parcheggio una volte Patagonica si lascia fotografare;
lungo la strada miriade di guanachi. Molti di più di quelli che
si vedono in Argentina, ma anche questo lo avevamo letto. Il parco nato
nel 1959 aveva tra i suoi obiettivi principali la salvaguarda di questa
ed altre specie animali dai cacciatori e bracconieri.
Andiamo a visitare la cascata del Salto Grande molto bella. Poi il lago
Pehoe. Non è possibile recarsi al lago Grey perché, spiega
la guida, ci sono dei problemi sulla strada o qualcosa del genere legata
al transito del minibus. Bella fregatura perché all’agenzia
ci avevano detto che si andava proprio li ed era anche li che volevamo
andare noi, Sigh!
Infine riprendiamo la via del ritorno. Fortunatamente le frontiere sono
meno affollate che all’andata così non perdiamo troppo
tempo con le varie formalità e in breve tempo siamo di nuovo
sul bus diretti ad El Calafate. Rientriamo in città che sono
le 22 ma noi arriviamo al nostro B&B che sono quasi le 23 perchè
grazie a questa servizio a domicilio gironzoliamo per la città
lasciando chi davanti ad un hotel, chi ad un altro, fintanto che tocca
noi. Ovviamente gli ultimi del bus!
Alla casa del Grillo Marta è ancora in piedi. Ci accoglie con
la solita gentilezza e disponibilità e ci chiede della nostra
giornata. Così davanti ad una bella tazza di mate le raccontiamo
della lenta burocrazia cilena e del nostra gita in Cile che ci ha permesso
di vedere, anche se in maniera molto furtiva, questo splendido paese
che torneremo di certo a visitare con più attenzione e più
tempo. Magari faremo anche il famosissimo trekking conosciuto con il
nome di ‘W’, per la sua particolare forma. Chissà…
Pernottamento: Casa
de Grillos - Pasaje Las Bandurrias s/n – El Calafate – 105$
(doppia con bagno in camera – B&B)
Domenica 5 febbraio
2006 - Ushuaia
Il nostro aereo per Ushuaia parte a mezzogiorno, così niente
sveglia presto e colazione in tutta calma. Ci attardiamo anche a chiacchierare
con Aleandro prima di lasciare la casa del Grillo. Ci racconta un po’
della situazione del paese, economica e politica, della situazione in
generale del Sud America e della gente. Mi piace parlare con la gente
del posto anche solo per capire come vivono, cosa pensano, chi sono.
Lasciata la casa del Grillo ci fermiamo in città per qualche
acquisto e poi ci avviamo all’aeroporto. Facciamo il check-in
e paghiamo le tasse aeroportuali (18$) e rimaniamo in attesa dell’addetto
dell’Avis anche oggi in ritardo. Non abbiamo superato i chilometri
previsti dal contratto quindi non dobbiamo pagare nessun extra. Sta
per andarsene quando Marco mi chiama, intanto io ero andata a vedere
dei tabelloni in aeroporto, per chiedermi se avevamo pagato già
il noleggio quanto avevamo prenotato. Assolutamente no, così
richiama l’addetto e glielo facciamo presente. Avremmo potuto
fregarcene e andarcene ma non ci pareva corretto nei confronti di questo
ragazzo, magari poi glieli scalavano dal suo stipendio. Saldiamo l’auto
e ci salutiamo per la seconda volta, ovviamente, lui non fa che ringraziarci,
forse gli avrebbero sul serio detratto la cifra dallo stipendio!
Il volo è tranquillo e arriviamo a Ushuaia nel pomeriggio. Il
tempo non è un granchè, coperto e freddo ma non mi sembra
che qui il tempo sia mai eccessivamente bello.
Ushuaia… ‘la città de la fin del mundo’, ti
pareva che anche lei non aveva il suo appellativo, è posta sulle
rive del canale di Beagles. Effettivamente è la città
più settentrionale del mondo ma non è il caso di ripeterlo
in ogni dove. Ushuaia è stata in passato sia sede di prigioni
penali argentine che importante base navale. E’ comunque un posto
dotato di un fascino particolare.
Qui non abbiamo noleggiato nessuna auto, possiamo spostarci tranquillamente
con i mezzi pubblici c’è un servizio e un’organizzazione
da far invidia a molti posti.
L’aeroporto si trova su una penisola ed è un tantino più
grosso e affollato di quello di El Calafate. Il Nido del Condores dove
alloggiamo, offre anche un servizio di trasporto dall’aeroporto
fino alla struttura così troviamo un auto pronta ad aspettarci.
Il Nido del Condores un posto particolare, in legno con i pavimenti
che scricchiolano, il riscaldamento acceso; veramente i proprietari
indossano le maniche corte e tengono il riscaldamento acceso, non farebbero
prima a spegnere il riscaldamento e a mettersi una maglia? Non sarebbe
più economico?
Usciamo subito alla ricerca di un posto in cui fare merenda, per pranzo
abbiamo mangiato un semplice snack. Troviamo una caffetteria niente
male, e ci concediamo due cioccolate calde con altrettanti croissant
che qui chiamano medialuna. Anche in Argentina, come in Italia, la cioccolata
ha i suoi seguaci e i suoi estimatori.
Gironzoliamo per la città, alcuni negozi sono aperti altri sono
chiusi, in fin dei conti è anche domenica. Andiamo all’ufficio
informazioni e recuperiamo l’orario dei diversi bus per le varie
destinazioni, un po’ di informazioni varie e gli indirizzi delle
agenzie che organizzano escursioni. Molte di queste sono chiuse ma la
Rumbo Sur è aperta. Siamo particolarmente interessati a vedere
i castori. L’escursione costa 70$ e comprende il viaggio di andate
e ritorno con questo discutibile sistema del servizio a domicilio, la
visita e un breve snack per la cena. Prenotiamo e ci indicano come ora
di partenza le 19.00.
Ceniamo in un ristorante (Restaurant la Estancia) che fa la parilla.
Per 25$ a testa puoi mangiare tutto quello che vuoi. Il cuoco cucina
la parilla davanti ai clienti; gli agnelli sono appesi sul braciere
in maniera molto coreografica e la carne abbrustolisce sulla griglia.
Alle 8 il ristorante apre e noi puntali siamo li. Ciascuno con il proprio
piatto si va dal cuoco e si sceglie il pezzo che si vuole. Non siamo
dei grandi mangioni così ci limitiamo ad assaggiare un pezzo
per tipo, per fino un pezzo di una specie di mostardella. La carne è
cotta alla perfezione, tenera e deliziosa. Dopo cena passeggiamo un
po’ per la via animata da tanti turisti ma il freddo è
piuttosto pungente.
Pernottamento: Nido
de Condores - Gobernador Campos 783 – Ushuaia – tel (02901)
437.753 – nidodecondores@speedy.com.ar - 105$ (doppia con bagno
in camera – B&B)
Lunedì 6
febbraio 2006 – P.N. Tierra del Fuego (Ushuaia)
Anche oggi non è una splendida giornata. Non si capisce se pensa
solamente di piovere o se ha veramente intenzione di farlo. Fatto sta
che non fa affatto caldo per cui abbigliati per benino ci avviamo verso
la fermata del bus. Mi aspettavo di vedere delle paline indicanti il
nome della compagnia, la direzione ma all’angolo della strada
non vedo nulla. Dall’altra parte della strada però notiamo
una serie di piccoli bus fermi e un autista che ci fa segno con la mano.
Attraversiamo e anche se non era ancora l’ora di partenza delle
sua compagnia decide di partire lo stesso, così ci mettiamo subito
in moto. Il biglietto, di andata e ritorno (da operarsi quindi con la
medesima compagnia) per il parco nazionale Terra del Fuoco costa 20$
e il viaggio dura una mezz’oretta. Si tratta del primo parco nazionale
costiero istituito in Argentina. Il suo territorio è molto vasto
e comprende non solo la costa, ricca di avifauna. Si possono avvistare
condor, albatri, cormorani, gabbiani, starne, vari tipi di oche e anatre,
oltre a mammiferi quali volpi e conigli. Noi abbiamo visto solo conigli
(molti), cormorani, gabbiani, starne e qualche modello di oche e anatre.
Tornando al nostro viaggio in bus, c’è da dire che questo
meccanismo di trasporti pubblici funziona molto bene. Ci sono diverse
compagnie che effettuano servizio in questa zona partendo ciascuna ad
un orario prestabilito, dal centro di Ushuaia per le varie località
del parco nazionale. Così anche senza un auto ci si può
spostare tranquillamente senza grosse difficoltà.
Una breve sosta al gate del parco per pagare l’ingresso giornaliero
(20$) ed eccoci arrivati a destinazione. Prendiamo subito la direzione
del nostro sentiero, vogliamo arrivare sul Cerro Guanaco da cui si dice
si goda di un ottima vista. Dubitiamo un po’ sulla qualità
della vista considerato che il tempo è proprio brutto e le montagne
sono avvolte dalle nebbie. Fa molto freddo, il vento è molto
forte e a tratti piove. C’è pochissima gente in giro, ma
in compenso ci sono tantissimi conigli, deduciamo che o le volpi non
sono troppe o i conigli si riproducono più velocemente di quello
che le volpi riescano a papparseli. Da ogni cespuglio si vede spuntare
un paio di orecchie, correre un batuffoletto di pelo. Sono veramente
adorabili.
Il sentiero inizialmente attraversa il bosco con alcuni tratti di ripida
salita. Percorre una lunghezza di 8 km (solo andata). Man mano che aumenta
la salita diventa più ripido e talvolta il terreno è scivoloso.
Il vento è molto forte ma al riparo nel bosco si riesce a camminare
abbastanza bene. Lo scricchiolare, un po’ sinistro, dei tronchi
mossi dal vento ha un che di inquietante. Arrivati al limitare del bosco
il vento è molto forte. Indossiamo guanti e cappello e proseguiamo
ancora per un po’. Fa troppo freddo e il vento soffia molto forte,
a tratti piove e alla fine, visto che le nebbie basse ci avrebbero comunque
impedito la vista dalla sommità della montagna, decidiamo di
lasciar perdere e riprendiamo la via del ritorno. Non mancava più
molto ma io ho proprio troppo freddo per proseguire. Scendendo incontriamo
una sola persona. Pranziamo sulle rive del lago Roca, seduti su un tronco
rovesciato accompagnati dal sibilare del vento e dallo scricchiolare
degli alberi. Non incontriamo altra gente. Originali sti Argentini nella
scelta dei nomi. Questo è il secondo Lago Roca che vedo in meno
di una settimana.
I bus per il ritorno partono vicino alla caffetteria che avrà
sicuramente un nome ma sulla piantina non l’hanno scritto. Per
il campeggio ogni tanto si vede qualche coniglio correre veloce nel
prato, ce ne sono tantissimi e mi diverto a guardarli. Ci sono anche
parecchi falchi o qualcosa del genere, che cercano le briciole lasciate
dai turisti, uno ha per fino l’ardire di appollaiarsi alla finestra
della caffetteria.
Ritornati in città facciamo una scappatine in cioccolatteria
a fare merenda e un giro per negozi. Siamo alla disperata ricerca di
una guida sui mammiferi e sugli uccelli della Patagonia o del Sud America,
dopo tanto girare finalmente una libreria ci consiglia il negozio che
fa per noi. Infine rientriamo a casa in attesa dell’escursione
serale ai castori. Anche qui vige l’efficentissimo metodo del
servizio a domicilio e fortuna che siamo rientrati in anticipo perché
l’orario che ci ha dato l’agenzia non era corretto. La tizia
del bus è passata la bellezza di 40 minuti prima rispetto all’orario
concordato, così abbiamo dovuto preparare l’occorrente
e fiondarci fuori per non far aspettare tutti più del necessario.
Dopo aver caricato anche l’ultimo partecipante possiamo tranquillamente
avviarci verso il rifugio ad una mezz’ora da Ushuaia in direzione
di Tolhuin, sede dell’escursione, che per ovvi motivi, si terrà
al crepuscolo. I castori infatti escono la sera per cui le probabilità
di vederli sono maggiori. Il rifugio è una casupola in legno
che ricorda uno chalet valdostano. Basta guardarsi intorno per vedere
che, in questa zona, il castoro la fa da padrone. L’ambiente è
proprio il suo, dighe, tronchi rovesciati e rosicchiati. Prima di avviarci
per il nostro breve tour nel suo ambiente chi non dispone di un paio
di scarpe waterproof viene dotato di un paio di stivali di gomma. Io
ho i miei scarponi, ci informiamo sul tipo di giro e il terreno, vorrà
dire che ci toccherà di spazzolare gli scarponi ma preferisco
le mie scarpe ad un paio di stivali di gomma. Una signora australiana,
che non parla una parola di spagnolo, non capisce cosa stia accedendo,
così, con il nostro povero inglese le spieghiamo la faccenda
delle scarpe. Purtroppo gli organizzatori di quest’escursione
non parlano inglese ma solo spagnolo.. sarà un po’ dura
per lei.
Il giro ci porta a vedere l’area circostante, colonizzata da una
famiglia di castori. Si vedono i segni del suo passaggio, tronchi rosicchiati,
dighe, tane abbandonate. Il ragazzo che funge da accompagnatore descrive
la vita del castoro, le sue abitudini, il suo habitat. Il gruppo è
molto vario, ci sono anche dei ragazzini, la signora australiana chiede
un po’ a noi e un po’ ad un ragazzo messicano che parla
bene l’inglese di tradurgli quanto viene detto dalla guida.
Infine arriviamo alla zona di attuale colonizzazione della famigliola
di castori che conta in tutto cinque soggetti. Ed ecco che ogni tanto
qualche elemento fa la sua comparsa. In tutto vediamo tre castori diversi.
Nuotano, mangiano, spostano rami, sono in piena attività. Sono
fantastici, e dopo tre viaggi in nord America dove non li abbiamo visti
nemmeno da lontano e quasi il colmo riuscirci all’estremo opposto
di questo continente. I castori, va detto, non sono una specie autoctona
per questa zona. Qualche fenomeno li ha introdotti, portandoli dal nord
America, e loro hanno trovato un ambiente favorevole e si sono adattati
più che bene, forse troppo.
La sera è ormai arrivata da molto e prima che sia troppo buio
riprendiamo la via del ritorno, appagati e felici di aver finalmente
visto questo simpatico animaletto, in fondo questo è l’unico
motivo per cui abbiamo deciso di partecipare a quest’escursione.
Rientrati al rifugio la tavola è pronta per la cena. Così,
passiamo il resto della serata chiacchierando con la signora australiana
e il ragazzo messicano, li resto degli ospiti, fa un po’ vita
a se chiacchierando in spagnolo. Infine alle 22 il piccolo pulmino arriva
per riportarci in città.
Pernottamento: Nido
de Condores - Gobernador Campos 783 – Ushuaia – tel (02901)
437.753 – nidodecondores@speedy.com.ar - 105$ (doppia con bagno
in camera – B&B)
Martedì 7
febbraio 2006 – P.N. Tierra del Fuego (Ushuaia)
Oggi li tempo è peggio di ieri, come siamo stati fortunati! Il
nostro aereo parte solo in serata e quindi abbiamo tutto il giorno per
conoscere ancora questi posti. Il nostro programma originale prevedeva
di andare con la seggiovia fino al ghiacciaio Martial e di qui fare
un breve giro nella zona, ma il tempo è brutto e il ghiacciaio
è avvolto nella nebbia.
In alternativa propongo a Marco di andare a percorrere quel tanto decantato
sentiero lungo la costa nel parco nazionale della Terra del Fuoco: senda
costera. Il primo che osa ancora venirmi a decantare la bellezza di
questo sentiero si riceve una scarpa sul naso. Certo se paragonato a
una passeggiata in centro sotto i portici è fantastico ma se
paragonato al sentiero per il Cerro Torre o il Fitz Roy.. gente questi
sono panorami!!! Prendiamo il solito bus, con il medesimo autista di
ieri e scendiamo esattamente alla partenza del sentiero. Inizialmente
passa nel bosco per poi uscire e costeggiare la costa per un lungo tratto,
in tutto sono 6,5 km.
L’ambiente è particolare, soprattutto lungo la costa, ma
il sentiero è uno strazio. Fango, fango e ancora fango. Ci imbrattiamo
da far schifo. La giornata e grigia e questi posti hanno un che di malinconico
e triste. Incontriamo qualche persona ma non sono molti coloro che si
sono avventurati su questo sentiero. Oltrepassiamo anche un campeggio,
non ci sono molte tende e non stento a crederlo, con questo tempo non
mi passerebbe nemmeno nell’anticamera del cervello di montare
una tenda in questo bel terreno molliccio e di dormire tutta la notte
raggomitolata nel mio sacco a pelo mentre la pioggia inzuppa ben bene
la mia tenda e tutto quello che gli arriva a tiro.
Devo dire che quando raggiungiamo la strada asfaltata siamo veramente
contenti, tutto quello camminare nel fango alla fine ci ha snervato
non poco, il paesaggio è carino, ma nulla di più. Niente
di così eccezionale come descrive la guida, belle vedute sul
canale ma da qui a chiamarle vedute ‘mozzafiato’.
Aspettiamo il bus per il ritorno lungo la strada, la caffetteria non
è lontana ma questo sistema funziona così. Quando vedi
arrivare il bus lo fermi e se c’è posto ti fa salire, gli
fai vedere il tuo bel bigliettino di andata e ritorno e il gioco è
fatto.
Tornati in città ci comperiamo una bella fetta di crostata per
merenda, facicamo qualche passo in centro e lungo la baia per poi andare
a recuperare le nostre valigie e con un auto remises (10$) raggiungiamo
velocemente il piccolo aeroporto di Ushuaia.
Al check-in ci informano di un ritardo di 2 ore sull’orario di
partenza e ci forniscono un biglietto per andare ad usufruire di uno
spuntino in attesa del volo, non come a Torino che abbiamo aspettato
più di due ore un volo e non ci hanno nemmeno offerto una caramellina
nonostante fosse ora di cena!
Il volo è piuttosto perturbato, i forti venti sballottano per
benino il velivolo e anche la fase di atterraggio è piuttosto
dondolante, fortuna che io scendo a Trelew e non devo proseguire come
altri fino a Buenos Aires. Quasi tutti gli aerei che attraversano il
paese da nord a sud e viceversa, partendo o arrivando nella capitale
prevedono una fermata intermedia con scambio di passeggeri. Chi prosegue
non scende.
Che dire dell’aeroporto di Trelew? Altro esempio di aeroporto
microscopico, c’è un vento fortissimo ma caldo, molto caldo.
Un altro bello sbalzo di temperatura! E’ mezzanotte ed è
tutto chiuso, le uniche anime in aeroporto sono i viaggiatori da e per
questo volo e coloro che, per qualche motivo, devono ricevere i nuovi
arrivati. Visto che siamo due ore in ritardo, io resto ad aspettare
i bagagli mentre Marco va a sbrigare le pratiche con il tizio dell’Avis
che chissà da quanto è li che ci aspetta. Ovviamente niente
ufficio in aeroporto, le modalità sono le stesse, sono venuti
a portarci direttamente l’auto in aeroporto. L’auto è
un po’ più grossa della precedente ma non si può
dire messa meglio. Il tipo ci fa uno strano discorso sul fatto che possiamo,
se vogliamo, cambiarla il giorno dopo. Non ne capiamo il senso e poi
non vogliamo perdere un’altra mattinata per recuperare un’altra
macchina, se questa funziona va bene lo stesso. Ci spiega velocemente
la strada per raggiungere il nostro hotel e ci avviamo. Si trova in
centro a Trelew, sarà perché è quasi l’una
ma in centro non c’è anima viva. Troviamo abbastanza facilmente
il nostro hotel, parcheggiamo ed entriamo. Il tizio casca dalle nuvole,
a lui non risulta nessuna prenotazione, gli mostro le mie mail scambiate
con il suo collega e lui tutto candido mi dice che il collega molto
probabilmente non ha segnato nulla sul loro registro. Bei pasticcioni…
comunque ha una stanza libera anche se non è come quella che
avevamo chiesto noi. Vista l’ora e visto tutto il resto decidiamo
di prendere la stanza anche se, dopo posti come la casa del Grillo questa
camera è proprio squallida e malandata.
Pernottamento: Cheltum
Hotel – Avda. H. Yrigoyen 1385 – trelew – tel (02965)431066
– www.cheltumhotel.com.ar - 78$ (doppia con bagno in camera –
B&B)
Mercoledì
8 febbraio 2006 – Punta Tombo
Mi svegliano le voci della gente in corridoio, sono circa le sei. La
stanza ha una piccola finestrella che abbiamo aperto per il troppo caldo
e cosa ci vedo sbucare? Una testolina di un gattone nero che guarda
dentro alla stanza. La colazione è di gran lunga superiore allo
stile trasandato dell’albergo. Guardando meglio il suo salone,
l’ingresso, la receptions, non sarebbe malaccio ma come tutte
le cose in Argentina ha avuto qualche anno di splendore e poi lo hanno
lasciato andare. Mi da l’impressione che questo sia un po’
lo stile, come direbbe un mio vicino di casa ‘nessuna ambizione’,
lasciano che le cose vengano segnate dal tempo senza fare nulla per
mantenere lo splendore iniziale.
Partiamo subito dopo colazione alla volta di Punta Tombo per la visita
della famosa colonia di pinguini di Magellano che conta più di
mezzo milione di pinguini nidificanti in questa zona. Punta Tombo si
trova a 110 km da Trelew che si è auto-battezzata capitale dei
pinguini. Se non si era ancora capito ogni città è capitale
di qualcosa!
La nostra cartina segnala una strada che collega quella asfaltata, la
RN 3 (ruta national) alla RP 1 (ruta provincial) quella sterrata, che
ci avrebbe ridotto il percorso da fare su sterrato. Dico ci avrebbe
perché nonostante la cartina segni questa bella strada di fatto
non esiste ancora, è ancora in fase di costruzione. Così
con tanta rabbia e con l’ennesima prova che le cartine sono un
po’ troppo approssimative dobbiamo percorrere tutta la strada
indietro fino al bivio per Rawson per prendere la RP 1, questa lunga
strada sterrata. Ogni tanto qualche armadillo ci attraversa la strada
ma sono troppo veloci per riuscire ad immortalarli con la macchina fotografica.
Così arriviamo alla pinguineria che è già mattina
inoltrata. Paghiamo i biglietti (20$) e prendiamo due panini per il
pranzo e poi via verso i pinguini. I pinguini di Magellano sono alti,
gli adulti s’intende, circa 45 cm e pensano intorno ai 4-5 kg.
Nidificano in questa area e costruiscono il proprio nido sulla terra
ferma anche fino a 800 metri dalla costa. L’area è stata
istituita riserva naturale nel 1979 per preservare i pinguini, la fauna
e anche la flora presente in questa zona. Questa di punta Tombo è
comunque la più grande colonia continentale di pinguini di Magellano.
Mamma mia… già prima di raggiungere il parcheggio abbiamo
un accenno di quello che sarà questa visita. Pinguini che passeggiano
tranquillamente lungo la strada incuranti della gente e delle auto.
Premetto che stravedo letteralmente per questi adorabili animaletti
è anche se non è la prima volta che ho l’occasione
di vederli nel loro ambiente naturale questo per me è sempre
un grande momento.
Sono proprio dappertutto. Ovunque ti giri ne vedi spuntare uno. Trotterellano
tranquillamente tra le auto e i bus nel parcheggio, verso la spiaggia,
in mezzo ad un branco di guanachi che pascola tranquillamente. Mi diverto
un sacco a vederli tutti allineati sulla spiagga in attesa delle onde
per fare il bagnetto, qualche giovane è al suo primo impatto
con il mare e il dilemma mi tuffo non mi tuffo è al centro dei
suoi pensieri m poi arriva un onda enorme et voilà tutti in mare!
Per evitare che la gente vada ovunque è stato tracciato una sorta
di percorso o zona in cui si può gironzolare. I pinguini sono
tantissimi. E’ uno spasso girare tra di loro, fermarsi a guardarli,
fotografarli, osservarli. Sono buffi con il loro camminare ciondolante.
Mi inchino alla loro altezza e ci osserviamo un po’ più
da vicino. Bisogna fare attenzione perché hanno la tendenza a
beccare ma se uno non li infastidisce loro non sono affatto turbati
da tutta questa gente e se ti avvicini ad osservali si fermano un attimo
ad osservarti e poi incuranti riprendono a pulirsi le piume.
Come dice la guida è meglio trovarsi in questa zona quando non
ci sono le folle dei turisti che arrivano in bus. Ad un certo punto
sono arrivati qualcosa come 8 pullman di quelli modello gran turismo
della Costa crociere e anche se numericamente erano ancora superiori
i pinguini, il caos ed il rumore prodotto da tutte queste persone superava
ampiamente quello prodotto da tutti questi pinguini.
Non avendo noi nessuna fretta e impegni di nessun genere, ce ne stiamo
tranquilli e beati ad osservare i pinguini, facciamo pranzo, ci rilassiamo
e intanto le comitive se ne vanno. Sembra di rinascere, poche persone
sparse lungo il percorso.
A metà del pomeriggio, anche se a malincuore salutiamo i nostri
nuovi amici e riprendiamo la nostra strada.
Consultiamo velocemente la cartina e decidiamo di fare tappa a Gaiman.
Gaiman si trova 17 km ad ovest di Trelew lungo la RN25. Si tratta di
un piccolo paese di origine gallese. Il nome Giaiman non è di
origine gallese ma dato dagli indigeni che passavano l’inverno
in queste zone prima dell’arrivo dei gallesi e significa qualcosa
come ‘punta di freccia o di pietra’. I gallesi arrivarono
più tardi e si insediarono in queste terre. La città vanta
quindi una lunga tradizione gallese e lo testimoniano le case da tè
presenti in città.
Scegliamo l’hotel Unelem. Il posto è stato di recente rinnovato
ed è molto carino. La nostra camera è molto spaziosa.
Prima di cena facciamo due passi per il paese. Pochissima gente in giro.
C’è un internet cafè con anche dei telefoni, così
ne approfittiamo per telefonare a casa e fare gli auguri di compleanno
alla mamma di Marco. In questa zona il mio telefonino non prende ma
è comunque molto più economico usare questi telefoni che
pagare il roaming del cellulare. In ogni caso per ora ha carpito il
segnale solo a Ushuaia (a dover di cronaca serve comunque un telefono
tri-band).
Ceniamo nel ristorante dell’hotel dove un cameriere molto attempato
di serve la cena con tutti i crismi del galateo. Non so perché
ma mi ricorda un vecchio maggiordomo inglese. Stile e formalismo impeccabile,
peccato per la stanghetta degli occhiali aggiustata con il nastro adesivo
che fa perdere un po’ di stile.
Mangiamo degli ottimi cannelloni e un bel assaggio di dolci, visto che
noi eravamo molto indecisi su quale dessert scegliere, lui, gentilmente
ci ha proposto un bel misto di dolci ivi inclusa la torta di Gaiman
per eccellenza, ovviamente fatti dalla sua signora che è la cuoca
dell’hotel. Ci tengono sempre a farti sapere quando le cose le
fanno con le loro manine.
La tradizione gallese di questo paese e quindi il rito del tè
la fanno da padroni e anche in questo hotel noto che ci sono tante teiere
tutte dotate di un copri teiera fatto all’uncinetto. Le trovo
divertenti anche se un po’ pacchiane. Mi sembrano comunque cose
di altri tempi. Fortuna che non c’è mia mamma, altrimenti
avrebbe copiato l’idea e tutta la famiglia sarebbe stata dotata
di ‘abito’ per teiera all’uncinetto!!!
Pernottamento: Hotel
Restaurant Unelem – Avda. E. Tello y 9 de Julio – Gaiman
– Tel. (02965) 491663 – 98$ (doppia con bagno in camera
– B&B)
Giovedì 9
febbraio 2006 – El Bolson
Dopo una buona colazione con pane burro e marmellata e una bella fettina
di dolce fatto in casa partiamo alla volta delle Ande. La strada che
ci separa dalle montagne è molta così ci mettiamo subito
in macchina, fortunatamente è asfaltata. Non ci sono molti posti
tappa da fare e a detta della cartina la strada, la RN25, attraversa
una landa piuttosto desolata. Equipaggiati di tutto il necessario e
con il pieno alla macchina partiamo per la nostra strada.
Che dire del percorso… ampi spazi aperti. Di molto caratteristici
sono i passaggi della strada nei pressi della valle de las Ruinas dove
la strada costeggia in parte il fiume che presenta, sulle sue rive una
vegetazione verde e rigogliosa per poi arrivare nella valle Paso de
Los Indios dove la strada passa tra alte conformazioni rocciose di un
rosso particolare.
Il traffico è pressoché inesistente, ogni tanto si incontra
qualche macchina, si vede qualche estancia in lontananza ma per il resto
è tutto desolato.
L’autoradio della macchina non riceve nessuna stazione, ogni tanto
ci fermiamo per sgranchirci un po’ le gambe. Sulla strada ci sono
leprotti appiattiti e tantissimi rapaci che, appollaiati sui pali dei
recinti aspettano la loro preda. Durante una sosta, non abbiamo fatto
a tempo a scendere dalla macchina che tre avvoltoio stavano volando
in cerchio sulle nostre teste. E calma ragazzi… non è ancora
ora di fare merenda con i nostri resti!!!
Ad un certo punto lasciamo la RN 25 per proseguire sulla NR62 dove poi
incontreremo e proseguiremo sulla famosa RN40, la strada della Patagonia
che in questa zona fortunatamente è asfaltata.
Il primo incontro con un po’ di gente lo facciamo alla stazione
di servizio di Tecka. Un bel via vai di gente anche perché non
ce ne sono altre quindi…
I km percorsi e da percorrere sono così tanti che quasi come
un miraggio si scruta sempre l’orizzonte per vedere le montagne
spuntare.
La nostra destinazione per oggi è El Bolson . Che sia stata la
capitale della civiltà Hippy ancora lo si vede, sono cresciuti
ma sempre hippy sono restati. E’ stata la prima città in
Argentina a definirsi ‘zona denuclearizzata e comune ecologico’.
Fuori da un supermercato due donne con tanto di fascetta sulla fronte
e abiti stile ‘figli dei fiori’, con le loro bimbe scalze
salgono su un pk-up che ha visto tempi migliori, molto migliori.
Il centro è tutto un fermento e un brulicare di persone, stanno
smontando le bancarelle del mercatino, ma la città è proprio
presa d’assalto dai turisti.
Facciamo una scappatina all’ufficio informazioni per vedere di
trovare qualche notizia su qualche sentiero da percorrere a piedi. La
tizia con cui parliamo non ha ben chiare le idee su cosa sia un sentiero
ma riesce comunque a venderci una cartina con alcuni sentieri tracciati.
Non eravamo abituati a tutta questa confusione e a tutta questa gente,
soprattutto, El Bolson, ci sembra un posto di villeggiatura per famiglie
visto che passeggini e carrozzine abbondano decisamente.
Per cena scegliamo un locare sulla via principale (Calabaza –
37$), ci incuriosisce la milanese di calabaza ma quando scopriamo che
si tratta della milanese non di carne ma di zucca ripieghiamo su due
bei piatti di ravioli al burro. Non sono male anche se la pasta è
un po’ troppo anemica, è molto bianca, non è di
certo pasta all’uovo.
Pernottiamo invece in un hotel abbastanza nuovo in periferia della città
(80$ (doppia con bagno in camera – B&B).
Venerdì 10
febbraio 2006 – Rifugio Piltriquitron (El Bolson)
Nonostante alle sette siamo pronti a fare colazione le operazioni per
la colazione sono moooolto lente, solita flemma sudamericana, ma noi
abbiamo fretta. Il sole è già alto e qui scalda anche
parecchio, e noi abbiamo da percorrere un bel sentierino a piedi e andare
ancora fino a Bariloche. L’addetto alla colazione fa letteralmente
venire sonno. Ho tempo a tornare in camera, preparare tutta la roba
che lui non ha ancora portato il latte, forse deve ancora mungerlo.
Lasciato l’hotel e percorriamo la strada 258 in direzione sud
e imbocchiamo la non molto bella strada sterrata nei presi di Villa
Turismo che, dopo 13 chilometri ci porta al parcheggio dove lasciamo
l’auto per prendere il sentiero che ci condurrà al Rifugio
Piltriquitron e da qui, se uno a voglia, fino al Cerro Piltriquitron.
Il sentiero fortunatamente passa nel bosco perché il sole è
già altro e sta già scaldando parecchio. Arriviamo prima
al bosco Tallado; si tratta di un bosco dove i tronchi sono stati intagliati
per realizzare delle sculture, molto carine e originali. Da qui si prosegue
ancora un po’ e si arriva al rifugio: una costruzione in legno
che gode di un buon panorama. Ci sono due cani, un gatto che dorme sotto
un cespuglio e due cavalli che pascolano all’ombra. I gestori,
due ragazzi giovani stanno trafficando nella casa adiacente al rifugio.
La tranquillità e la pace del luogo e rotta solo dalla musica
trasmessa dalla radio del rifugio. Un vero peccato.
Dal rifugio si prosegue, su un ripido sentiero che costeggia uno skilift
in disuso, verso il Cerro Piltriquitron. Questa zona, ad est di El Bolson
è molto caratteristica della Camarca Andina.
Il vento è presente solo in cresta ed è caldo. Una condizione
diversa rispetto a quelle che abbiamo vissuto fino ad oggi.
Non arriviamo fino in punta del cerro perché il tempo stringe,
ma pranziamo su un bel cucuzzolo che ci offre una piacevole vista sul
El Bolson e le montagne di fronte, in fondo era quello che volevamo
vedere, un panorama superbo.
El Bolson è la cittadina più vicino al parque nacional
Lago Puelo, dista infatti 15 km dalla città. Il lago Puelo è
un bel lago azzurro, noi ne possiamo vedere un pezzo dalla sommità
del cucuzzolo che abbiamo scelto.
Scendendo incontriamo parecchia gente che sale verso il rifugio. Fa
molto caldo, il terreno è molto secco e polveroso e mi viene
in mente un libro che ho letto sulla Patagonia che si intitola ‘Polvere
nelle scarpe’, di bello aveva giusto il titolo. El Bolson segna
anche il confine della Patagonia e questo significa che finiscono qui
i benefit economici legati a questa terra, come la benzina venduta a
prezzi scontati.
Ci sono molti posti di blocco fuori dai paesi. La polizia ferma tutte
le auto, di solito ti chiedono da dove provieni e dove stai andando,
controllano i passaporti e ti augurano buon viaggio. Sulla guida avevo
letto che avevano atteggiamenti altezzosi e autoritari, che potevano
chiedere soldi. Niente di tutto questo. Sono sempre stati gentilissimi
e cortesi. Una cosa curiosa e che nessuno ci ha mai chiesto i documenti
dell’auto o la patente di guida.
Arriviamo a San Carlo di Bariloche sul tardo pomeriggio. Bariloche è
una città molto estesa. Il primo impatto con questa città
e con la sua periferia degradata, baracche, baraccopoli varie, case
malandate, strade polverose e sterrate. Il centro invece è un
fiorente groviglio di strade, negozi e alberghi. E’ molto caotica
e affollata per cui decidiamo di andare a cercare un albergo fuori città.
Oltre tutto il parcheggio in città è tutto a pagamento
e non è nemmeno troppo economico visti i loro standard.
Prendiamo così la strada lungo il lago che porta al Cerro Campanario
e visioniamo un po’ di grandi alberghi ma vorremmo trovare qualcosa
tipo un B&B o un’hosteria, un posto senza troppa confusione.
Così ci imbattiamo con l’Hosteria del Cuore. Siamo un po’
dubbiosi se entrare o meno, sembra un posto un po’ troppo caratteristico
e lussuoso per il nostro portafoglio e invece ce lo possiamo permettere.
La proprietaria, è una signora romana che da anni vive in Argentina.
Ci mostra la nostra camera e ci racconta qualcosa sulla città.
E’ strano come in questi giorni abbiamo sempre parlato con lei,
dell’Italia, dell’Argentina e alla fine siamo andati via
senza conoscere il suo nome. L’Hosteria è veramente adorabile,
caratteristica, pulica e ben tenuta. La nostra camera è bellissima,
la zona, anche se vicina alla strada principale, è molto tranquilla,
ottima scelta anche questa!
Sistemata la nostra roba andiamo in città. San Carlo de Bariloche
è una cittadina turistica molto prestigiosa, lo si vede dal target
dei suoi ristoranti, dei suoi alberghi e dagli innumerevoli negozi.
Vanta la fortuna di poter avere non solo una stagione turistica estiva
piuttosto varia ma anche una stagione invernale per via delle innumerevoli
piste presenti nella zona. Sebbene le sue piste di sci invernali non
siano le più belle del Sud America, la mondanità di Bariloche
attira moltissimi turisti che non vogliono praticare solo sci, ma rilassarsi
nelle innumerevoli case da tè o ciccolaterie, attardarsi nei
ristoranti e magari fare le ore piccole in una delle tante discoteche...
insomma… diciamolo.. la Cortina d’Ampezzo Argentina.
Per i turisti estivi ci sono molte alternative, dagli innumerevoli trekking
per chi ama cimentarsi in questo sport, alle brevi passeggiatine alla
portata di tutti, salite sui monti in seggiovia che qui chiamano aerosilla,
e tanto sole e tanta acqua in riva ai laghi, tra cui il lago Nahuel
Huapi che da anche il nome al parco nazionale presente nella zona. Le
acque dei laghi, sebbene siano laghi alpini in estate presentano una
temperatura tale per cui è possibile fare il bagno.
Noi siamo qui per fare trekking così andiamo alla sede del CAI
locale per avere qualche informazioni sui sentieri e poi ci diamo anche
noi allo shopping in attesa che arrivi l’ora di cena. Questa sera
siamo intenzionati a mangiare la trota patagonica così scegliamo
un locale (La parilla de Julian) che ha questo piatto nel suo menù
e proseguiamo la serata visitando uno dei tanti negozi di cioccolato
presenti in città. Mamma mia che negozio, da far crepare d’invidia
le migliori cioccolaterie in Italia!
Pernottamento: Hosteria
del Cuore – Avda. Bustillo 4788 – S.C. de Bariloche –
Tel (09244) 443566 – del cuore@bariloche.com.ar - 100$ (doppia
con bagno in camera – B&B)
Sabato 11 febbraio
2006 – Rifugio Lopez (S.C. di Bariloche)
Sveglia presto, colazione e poi via verso la nostra meta della giornata.
Il rifugio Lopez. Dal centro di S. C. de Bariloche si costeggia verso
ovest il Lago Nahuel Huapi, poco oltre la teleferica per il Cerro Campanario
si svolta e si attraversa il Lago Moreno che poi si costeggia. Nei pressi
di una netta curva verso destra appare l’indicazione verso sinistra
per il Rifugio Lopez che però trascuriamo per parcheggiare poche
centinaia di metri a destra nei pressi del rio Lopez dove parte il sentiero
(pannello indicatore in legno). Lasciamo quindi la macchina, tutta da
sola.
Il sentiero, quasi sempre nel bosco, sale ripidissimo costeggiando l’incassato
corso d’acqua fino a raggiungere la pista (sterrata) di servizio
del rifugio che termina a 15-20 minuti di percorso dal rifugio. Ogni
tanto il sentiero esce dal folto del bosco e offre panorami mozzafiato
sul lago Moreno e sulle montagne intorno.
La giornata è molto calda e non c’è nemmeno un filettino
di vento fresco che ci sarebbe stato proprio bene. In certi punti il
sentiero è proprio assolato e mi sembra quasi di sciogliere al
sole. Il terreno è molto sabbioso e camminando si solleva un
bel polverone.
Ad un certo punto il sentiero incontro una pista forestale, come detto,
e si prosegue su questa per un pezzetto per poi tornare su un sentiero
che conduce al rifuglio. Siamo quasi arrivati al rifugio che veniamo
superati da un mezzo 4x4 con a bordo alcune persone. Se uno non ha voglia
di camminare può pagare questo servizio offerto dal rifugio che
ti scorazza fino alla fine dei questa strada in fuoristrada, così
da fare a piedi ne rimane proprio poco. Beh… visto che fino ad
esso abbiamo mantenuto la prima posizione assoluta e ci da parecchio
fastidio che questi scendano qua tutti belli riposati e se ne arrivino
per prima su al rifugio acceleriamo il passo. Non dobbiamo nemmeno accelerare
molto perché la mia velocità da lumaca morta, come la
chiama Marco, è molto al di sopra della velocità delle
tre persone che sono arrivate. Così arriviamo al rifugio per
primi. Mi sistemo su un bel sasso di fronte al rifugio mentre Marco
decide di proseguire per raggiungere la vetta del Cerro Lopez.
Piano piano iniziano ad arrivare anche altre persone, alcune visibilmente
stanche per aver percorso l’intero sentiero altre invece, nonostante
siano stanche e stravolte si capisce chiaramente che hanno usufruito
del passaggio in fuoristrada. Personalmente mi danno sempre un po’
fastidio queste cose, perché alla fine non è chi ne ha
bisogno ad usufruirne ma i pigracci e i pigracci per quel che mi riguarda
possono anche starsene a casa.
Un gruppetto di tre persone tra cui una bimbetta di circa 6 anni si
incamminano anche loro in direzione del Cerro Lopez. Marco scendendo
li incontra e io con il binocolo ho modo di osservarli trafficare in
mezzo a rocce e neve. Dopo aver ben bene rischiato di scivolare e tentennato
sul da farsi riprendono la strada della discesa ma e mai possibile che
la gente debba sempre cacciarsi in certe situazioni. Se una cosa la
sai fare la fai ma se non la sai fare non ci porti una bimbetta con
il rischio che oltre a farti male tu se ne faccia anche lei! Gli incoscienti
ci sono ovunque!
Nel pomeriggio rientriamo e dopo una bella doccia e sistemati all’Hosteria
del Cuore andiamo in città. Devo andare a cambiare il cinturino
del mio orologio che si è rotto. Marco è molto divertito
perché vuole proprio vedere come faccio a farmi capire dall’orologiaio.
Trovo un negozietto in un vicolo piccolo piccolo pieno zeppo di orologi,
anche a cucù. Dentro una coppia di anziani serve i clienti. Alla
facciaccia di Marco riesco a farmi capire bene e la signora inizia a
tirare fuori scatole e scatole di cinturini per trovare quello della
misura del mio orologio. Trovata la misura io ne scelgo uno bordeaux,
lo prende e con fare dispiaciuto mi fa presente che quello li, rispetto
agli altri che mi mostrava, costava un po’ di più. Le chiedo
il prezzo e lei, sempre con fare dispiaciuto, mi dice che costa 8 pesos.
Aggiudicato! Se penso che l’ultima volta che l’ho cambiato
in Italia ne ho spesi 10 di euro, ci sarebbe da prenderne qualcuno di
scorta!
Per cena volevamo andare a mangiare la parilla, ma visto che qui il
fuso orario per la cena non è sincronizzato con il nostro ripieghiamo
su un ristorante che fa pasta e pizza (Como pizza e pasta – 31$).
Ovviamente ci siamo solo noi. Ci scegliamo un bel tavolo davanti alla
vetrata e ordiniamo la nostra pizza. Non riusciamo a capire un ingrediente
della pizza che vorremmo scegliere. La cameriera tenta invano di farcelo
capire, sul nostro vocabolario tascabile non lo troviamo; alla fine
va in cucina e ce lo porta a vedere: basilico. Ah.. ora capiamo perché
continuava ad insistere con il pomodoro e la salsa.
Sono da poco passate le otto, in tutto il resto del nostro viaggio non
abbiamo avuto problemi di sorta con questo orario, i locali a quest’ora
brulicavano di persone, qui quelli già aperti sono deserti.
Quando siamo entrati nel locali c’era un sottofondo musicale inglese
ma dopo poco ecco qua la voce della Pausini, non è che mi esalti
molto ma ci siamo ascoltati tutto l’album mentre cenavamo. Siamo
quasi alla fine del dolce quando la proprietaria viene a farci vedere
la luna che sta sorgendo dalle acque del lago Nahuel Huapi e in tutto
il suo splendore riflette la luce sulle acque del lago. Un bello spettacolo.
Lasciamo comunque il locale che è ancora deserto.. Boh.. ma questi
a che ora fanno cena!?!?! In compenso le vie del centro sono affollate
di turisti, e piene di vita.
Più tardi, mentre torniamo in albergo, passiamo davanti al locale
dove abbiamo cenato, è pieno di gente. Guardo l’orologio
e sono le 11 passate, ma gli pare l’ora di cenare!!!
Pernottamento: Hosteria
del Cuore – Avda. Bustillo 4788 – S.C. de Bariloche –
Tel (09244) 443566 – del cuore@bariloche.com.ar - 100$ (doppia
con bagno in camera – B&B)
Domenica 12 febbraio
2006 - lago Schmoll, lago Tonchek e rifugio Frey (S.C. de Bariloche)
Facciamo colazione con calma intanto il giro che vogliamo fare questa
mattina è subordinato all’apertura delle seggiovie. Così
poco prima delle 10 siamo in coda davanti alla biglietteria delle funivie
di Villa Cathedral, dobbiamo anche compilare un apposito registro dove
sono da registrarsi tutti coloro che intendono percorrere questi sentieri.
In quest’area ci sono tantissimi impianti di risalita, ma ad eccezione
di quello che stiamo per prendere noi, gli altri sono aperti solo nella
stagione invernale. Si tratta, infatti, di un complesso sciistico molto
frequentato in inverno data anche la sua ravvicinata distanza a Bariloche
(20 km).
Prendiamo prima una cabinovia e poi una seggiovia che ci lascia poco
sotto il Rifugio Lynch (costo cabinovia e seggiovia 24$ (solo andata)).
Prima di percorrere il sentiero che abbiamo scelto è importanza
recarsi presso il locale ufficio del CAI per verificare l’innevamento
e lo stato del sentiero. Effettivamente è un bel sentiero ma
con la neve potrebbe diventare un tantino impegnativo e non alla portata
di tutti.
Il sentiero è spettacolare, offre delle viste spettacolari sui
valloni e sulle montagne. Inizialmente procede in direzione sud-ovest
prima attraversando le brulle creste di queste montagne che fanno parte
della catena del Cerro Cathedral. Le viste sulla sottostante valle dell’Arroyo
Rucaco sono molto belle. In lontananza si possono ammirare i ghiaccia
del monte Tronador che andremo a vedere domani. Il sentiero si tiene
sempre leggermente al di sotto della cresta, passando sotto all’imponente
Cerro Cathedral. Passa in mezzo a pietraie e talvolta occorre usare
entrambe le mani per spostarsi visto che il sentiero è per così
dire scavato nella roccia. Comunque è uno dei più bei
sentieri che abbiamo percorso in Argentina.
Arriviamo sul colle della Roca Inclinada da dove comincia la discesa
e da dove vediamo per la prima volta l’immenso vallone da cui
dovremo discendere. Attraversiamo un leggero nevaio per scendere al
bellissimo lago Schmoll, contornato dalle rocce e dalle montagne. Un
breve sosta con annesso bagno dei piedini nelle acque del lago. Per
essere un lago alpino la sua acqua non è per niente fredda, è
perfino piacevole stare a mollo con l’acqua fino alle caviglie,
ci sono addirittura delle persone in costume che nuotano nelle sue acque.
Riprendiamo la discesa passando dinnanzi al lago Tonchek per arrivare
al rifugio Frey. La vista del Torre Piramidal che domina il vallone
è stupenda. Ci sono parecchi tende lungo il lago e parecchia
gente che si rilassa con un bagno nel lago, oltre ad a qualche paperotto
che si gode il sole. Posto veramente strepitoso!
Dal Rifugio Frey al parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina ci
separano 12 km. Mi viene male a pensarci e tutto il giorno che cammino
e non ho ancora finito. Così visto che non è nemmeno tanto
presto ci incamminiamo lungo il sentiero di discesa. Il sentiero consente
la vista di un altro vallone, poi si addentra nel bosco per poi attraversare
una zona, a mezza costa, da cui si può ammirare il lago Gutierez.
Molto strana come vegetazione, questa zona, sembrano canne di bambù.
Il sentiero dal Rifugio fino alla macchina è stato proprio lungo.Sono
più che convinta che chi ha disegnato questo sentiero ce l’aveva
con i trekker. E’ un continuo sali scendi e non arrivi mai.
Arriviamo alla nostra macchina che sono da poco passate le 19 per cui
questa sera possiamo andare a mangiare la parilla tranquillamente, non
dovremmo avere problemi con l’orario di apertura dei ristoranti.
Più tardi lasciamo l’hosteria del Cuore non prima di aver
chiacchierato un po’ con il marito della proprietaria, un argentino
che parla un italiano perfetto. Così entriamo nel ristorante
(La Parilla de Julian) che sono passate da un pezzo le nove. Nel locale
ci sono solo pochi tavoli occupati, ci accomodiamo e ordiniamo la parilla.
E’ un po’ meno coreografica rispetto a quella di Ushuaia,
ma lo chef è lo stesso davanti alla sua griglia che seleziona
i pezzi da cuocere secondo i menù ordinati dal cliente. Noi abbiamo
scelto una parilla solo a base di carne, la loro ricetta ‘completa’
prevede anche le interiora e vari altri pezzettini che non mi ispirano
affatto. Man mano che i diversi tipi di carne che compongono il piatto
sono pronti il cuoco ce li porta direttamente al tavolo e li sistema
su un tagliere di legno. Inizia ad uscirci già dalle orecchie
quando finalmente ci annuncia che quello è l’ultimo pezzo.
E con sollievo che tentiamo di finire anche quest’ultimo pezzo
quanto il cuoco se ne arriva con un pezzetto nuovo dicendoci che c’era
ancora questo. Ci chiede se vogliamo fare il bis di qualche pezzo ma
siamo più che sazi. Ma nonostante questo…. Zot… che
ci rifila un altro pezzetto. Usciamo dal ristorante con la pancia letteralmente
in mano… abbiamo mangiato troppo. Facciamo due passi per la città
e lungo le rive del lago per vedere di smaltire tutta questa mangiata.
Pernottamento: Hosteria
del Cuore – Avda. Bustillo 4788 – S.C. de Bariloche –
Tel (09244) 443566 – del cuore@bariloche.com.ar - 100$ (doppia
con bagno in camera – B&B)
Lunedì 13
febbraio 2006 – Monte Tronador (S.C. di Bariloche)
A colazione Marco mi racconta che ha sognato tutta la notte il cuoco
di ieri sera che continuava a portagli carne da mangiare.. un incubo.
Mi confessa che per un po’ non vuol sentir parlare di carne, qualsiasi
cosa ma non carne. Ah ah ah ha…
Oggi andiamo a visitare una zona del parque nacional Nahuel Huapi: la
zona che circonda il monte Tronador dove alla base di questo imponente
monte (m 3554) si erge il Ventisquero negro, ossia il ghiacciaio nero.
L’ingresso al parco costa 12$.
In auto oltrepassiamo passa la zona di Pampa Linda, dove c’è
una casetta del parco e proseguiamo fino alla fine della strada per
arrivare così l’area alla base del monte Tronador (m 3554).
Per arrivare qui si percorrere una lunga strada sterrata che per un
bel pezzo fiancheggia il lago Mascardi. Questa strada è a corsia
unica pertanto sono stabili degli orari in cui si può salire
e degli orari in cui si può scendere, questo perché la
strada in alcuni punti è proprio stretta.
Un lago di origine glaciale scaturisce dal Ventisquero negro, nelle
sue acque nere ci vedono piccoli iceberg galleggiare. Come dice il nome
è proprio un ghiacciaio nero, le sue acque sono decisamente scure.
Arrivati a destinazione lasciamo l’auto nei pressi del rifugio
e ci incamminiamo verso un sentiero che abbiamo trovato descritto non
so dove visto che tornata a casa non sono più riuscita a recuperare
i riferimenti di questo percorso. Dobbiamo attraversare il fiume e il
letto dello stesso si è molto ampliato e spostato tantè
che l’inizio del sentiero è sommerso dalla acqua, per riuscire
a passare siamo costretti a fare gli equilibristi su ampi tronchi caduti.
Il sentiero sale, quindi alla destra orografica del fiume, e sale abbastanza
ripidamente; di tanto in tanto ci sono enormi tronchi da scavalcare
o raggirare. Il panorama che si gode dalla sommità è molto
bello ma nulla di chè. Si vede il ghiacciaio e la cascata presente
in fondo al vallone.
A differenza di altri posti qui ci sono un sacco di mosche fastidiosissime,
così riprendiamo la strada della discesa e andiamo a mangiare
sulle panchine nei pressi del rifugio all’ombra degli alberi.
Nel pomeriggio riprendiamo la strada del ritorno facendo qualche sosta
qua e la per qualche bella foto della zona e per osservare con calma
il paesaggio.
Torniamo a cena nel medesimo ristorante dove abbiamo preso la pizza
due sere fa. Ovviamente ci siamo di nuovo solo noi due e questa volta
ci fanno ascoltare l’album di Ramazzotti. Quando siamo entrati
la musica era diversa ma poco dopo, voilà un po’ di musica
nostrana. Apprezziamo il loro gesto. Questa sera ordiniamo la pasta,
Marco delle penne io dei ravioli. Buonissimi, non hanno nulla da invidiare
a quelli di casa nostra. In ogni caso il cuoco, viene a salutarci quando
paghiamo il conto e vuole sapere com’era la sua pasta, e ci regalano
anche qualche cartolina della zona.
Peccato che domani ce ne andiamo, avevamo trovato dei nuovi amici.
Pernottamento: Hosteria
del Cuore – Avda. Bustillo 4788 – S.C. de Bariloche –
Tel (09244) 443566 – del cuore@bariloche.com.ar - 100$ (doppia
con bagno in camera – B&B)
Martedì 14
febbraio 2006 - Esquel
Oggi è san Valentino e nemmeno ci avevamo pensato. Quando si
è in vacanza il calendario non ha importanza. Da fare e da vedere
nella zona ce ne sarebbe ancora tanto, si potrebbe percorrere la strada
dei sette laghi fino alla città di San Martin de los Andes ma
il tempo a nostra disposizione comincia a scarseggiare e quindi bisogna
prendere la via del ritorno.
E’ doveroso, prima di lasciare la città, fare un’ultima
visita al carino centro di Bariloche con i suoi edifici in legno e in
pietra. Ci sono alcuni cani San Bernardo sparpagliati per la piazza
non a caso ma da furbi proprietari che consentono di fare qualche suggestivo
scatto con i cani sullo sfondo della piazza in cambio, ovviamente, di
soldi.
Ci fermiamo per il pranzo a El Bolson e per valutare se fermarci ancora
un giorno, vorremmo percorrere ancora un sentiero da queste parti, ma
dopo essere stati al locale ufficio del CAI che ci informa che da anni
nessuno traccia più il sentiero che avevamo scelto riprendiamo
l’auto e ci dirigiamo verso Esquel. C’erano altre possibilità
e altri sentieri, ma cominciamo a sentire il peso della stanchezza di
questo viaggio per cui vorremmo percorrere un sentiero non troppo lungo,
non abbiamo più voglia di fare scarpinate da 20 km ma nemmeno
passeggiatine di un’oretta. Ma la via di mezzo sembra non esserci.
In questi ultimi giorni ha fatto anche tanto caldo, la gentile proprietaria
dell’Hosteria del Cuore ci aveva detto che quest’anno era
un annata particolarmente calda e noi stiamo incominciando a sentire
nostalgia del nostro freddo invernale.
Ci spostiamo così ad Esquel, cittadina che è stata fondata
agli inizi del XX secolo ed è ora il principale centro commerciale
e mercato di bestiame della regione del Chubut. Di fatto è un
posto tranquillo che può essere usato come base per visitare
il non lontano parco nazionale Los Alerces. Una curiosità, il
nome della città deriva da un termine indigeno che significa
‘palude’ o ‘luogo di cardi’ Quest’ultimo
nome lo trovo piuttosto divertente!
Per pernottare troviamo una struttura simile ad un motel, così
prenotiamo una camera qui, poi andiamo in centro al paese a fare un
giro. Non è che sia un granchè. Ci sono dei viali alberati
con degli enormi alerci. Passiamo all’ufficio informazioni per
vedere quelle che sono le possibilità della zona. Arrivando abbiamo
adocchiato una montagna che sovrasta la città con una croce in
punta, chiediamo notizie all’ufficio informazioni. Beh…non
capiamo bene le ragioni ma questa signora ci fa intendere che anche
se esiste una strada che ci va fino in punta e che da lassù si
gode una bella vista non pubblicizzano il posto così la gente
non ci va. Tentiamo invano di trovare la strada che sale a questo monte
ma girare tra le vie dissestate della parte più trasandata di
Esquel non è facile. Le strade sono brutte, la gente è
per strada, bimbi e cani che tagliano improvvisamente la strada, cianfrusaglie
e rottami sparsi qua e là. Dopo un po’ di tentativi lasciamo
stare, se non vogliono che ci andiamo non ci andiamo ma che modo strano
di fare!
Esquel è anche la stazione di partenza del famoso treno Tonquita,
che non sono riuscita a vedere. La strada costeggia la ferrovia ma non
mi è mai capitato di incontrare il treno in movimento. La Tonchita
è un treno a vapore che viaggiava alla fantastica velocità
dei 30 all’ora portando i passeggeri da Esquel a El Maiten. Oggi
lo si può prendere come attrazione turistica sempre ad Esquel
per arrivare a Nahuel Pan e fare ritorno in bus. C’è comunque
ancora un servizio passeggero tra Esquel ed El Maiten che ci impiega
la bellezza di nove ore.
La scelta del tipo di camera si è rilevata vincente e il posto
è piuttosto tranquillo. La nostra macchina è polverosa
da far schifo così approfittiamo di questo enorme cortile per
dare una ripulitine ai vetri e spazzolare i nostri scarponi, sono talmente
polverosi che non si riesce a capire qual’era il loro colore originale.
Ad un certo punto vediamo la proprietaria del motel venirci incontro
e visto che tra una cosa e l’altra abbiamo fatto un bel pasticcetto
nel cortile con l’acqua temiamo che stia venendo a farci il tombino,
così io me la filo e lascio Marco li fuori ad affrontare le ire
della signora. Ma lei è venuta semplicemente per indicarci una
gomma attaccata ad un rubinetto che se volevamo potevamo usare per lavare
la macchina. Ci mancherebbe, non laviamo nemmeno le nostre di auto a
casa figurati quelle a noleggio.
Per cena andiamo in una pizzeria (Don Pipo – 18,50$) in centro,
anche qui ci sono problemi di fuso orario così alle 8 siamo i
soli a cenare nel locale ma non ho nessuna voglia di aspettare. Dopo
cena passeggiamo per il paese dove i negozi sono ancora aperti, l’orario
di chiusura segna le 22. Non è malaccio quest’idea di chiudere
più tardi consente di fare shopping anche dopo cena. Mi chiedo
se è un’abitudine riservata ai luoghi turistici o è
un’abitudine dell’Argentina. In ogni caso non sono tutti
aperti, molto probabilmente ognuno fa, giustamente, come gli pare.
Pernottamento: Hostal
la Hoya – Av. Ameghino y Libertat – Esquel – tel (02945)
451697 – 110$ (doppia con bagno in camera – B&B)
Mercoledì
15 febbraio 2006 – Puerto Madryn
Saliamo in macchina consapevoli del lungo viaggio che ci aspetta, ovviamente
non essendo trascorso molto tempo da quando siamo passati di qui grosse
novità non ce ne sono, avremmo potuto rientrare a Buenos Aires
con un volo da Bariloche ma non siamo riusciti a far quadrare le date
e l’itinerario.
Arriviamo a Puerto Madryn nel pomeriggio. Si tratta di una città
sulla costa presa d’assalto dai turisti durante questo periodo
dell’anno. Le sue vie principali brulicano di ristoranti, negozi
e locali. La spiaggia è piena di persone, c’è il
vento ma in questa zona è caldo.
Puerto Madryn ha comunque una posizione favorevole situata in una insenatura
del Golfo Nuevo. Fu fondata da coloni gallesi nel 1886, si vede che
non a tutti era piaciuta Gaiman. Ah ah! .Puerto Madryn è il secondo
porto del paese per quanto riguarda la pesca ed è anche sede
della prima fonderia di alluminio Argentina. Gli stabilimenti ci sono
e si vedono bene, non sono di certo a basso impatto ambientale.
Scegliamo un albergo su una via laterale non lontano dal centro dotato
di parcheggio perché a Puerto Madryn in parcheggio è tutto
a pagamento, e non solo in prossimità del centro.
Mi sembra un po’ di essere tornata bambina quando con i miei si
andava al mare per le vacanze estive. Ci sono tante famiglie con i bambini
che affollano il lungo mare o lungo oceano, chissà come si chiama.
Ci sono dei parchi giochi e uno di quei materassi elastici che piacciono
tanto ai pargoletti. La spiaggia è affollata, il mare, per via
del vento, è un tantino mosso, ma Puerto Madryin ha proprio l’aria
della cittadina di mare presa d’assalto dai vacanzieri da spiaggia.
Un classico paese turistico di mare, come ce ne sono tanti da noi.
La città comunque è grande sulla via lungo il mare ci
sono certe case e certe ville di un lusso impressionante, per non parlare
di certi alberghi.
Tra le altre cose fatte oggi abbiamo anche comperato del mate. Siamo
andati al supermercato dove, un’intera corsia era dedicata a quest’erba,
quale scegliere? Aromatizzate, normali, ce n’era per tutti i gusti
e tutte le forme: sfuso e in bustina. Insomma che scelgo io che l’ho
assaggiato giusto una volta e ora ne volevo un po’ da portare
a casa da distribuire agli amici e parenti. Una scelta casuale non mi
pare buona, quello con la carta più colorata.. nemmeno…
la scelta va per le lunghe e Marco si impazientisce.. ad un certo punto
una signora arriva, ne arraffa tre confezioni di un tipo e le mette
nel carrello! Benissimo… operiamo la stessa scelta, se ne prende
tre pacchi tanto schifoso non dovrà essere. Detto fatto.
E’ chiamato Mate l'infusione che si prepara con le foglie di quest’erba
Mate, originaria del Sud America. Il procedimento è simile a
quello del comune tè: l’erba Mate viene essiccata, tagliata
e sminuzzata.
Gli Argentini e coloro che vogliono rispettare la tradizione, come il
nostro amico Luca devono questa infusione calda utilizzando una cannuccia
di metallo denominata bombilla. L’erba viene messa in un piccolo
recipiente chiamato mate e sopra ci viene versata l’acqua calda.
Questa tradizione in uso presso gli indios è stata appresa e
fatta propria dai colonizzatori spagnoli e portoghesi. In seguito fu
adottata come bibita tradizionale dei gaucho in molte aree del Sud America,
quali Argentina, Paraguay, Uruguay e lungo tutta la cordigliera delle
Ande.
In Argentina bere il mate è un rito quotidiano ed è molto
comune vedere in giro gente con il mate che succhiano dalla bombilla.
Un po’ una mania dico io, ma di quelle manie che non danno fastidio
a nessuno e mantengono vivo il folclore e le tradizioni di un popolo.
Personalmente non mi esalta, un po’ amaretto per i miei gusti.
Io però non ho provato la versione più folcloristica della
cosa ma quella che loro definiscono ‘Mate cocido’, ossia
funziona esattamente come il te, si fa l’infuso nella tazza con
la bustina.
E dopo queste belle notizie sul mate torniamo a Puerto Madryn.
L’aria, per via del vento, è fresca così ci illudiamo
di non dover soffrire di caldo sta notte Il nostro hotel non è
dotato di aria condizionata e a dirla tutta non mi piace dormire con
l’aria condizionata accesa ma la nostra camera, nonostante la
finestra spalancata resta comunque piuttosto calda.
Pernottamento: hotel
Carrera – marcos A. Zar 844 – Tel 802965) 450759 –
www.hotelcarrera.com.ar - 120$ (doppia con bagno in camera – B&B)
Giovedì 16
febbraio 2006 – Peninsula Valdes
Dopo una bella colazione ci mettiamo in macchina in direzione della
peninsula Valdes. Posto stra descritto dalle guide. E’ famoso
per il suo paesaggio e per le colonie di leoni ed elefanti marini che
stazionano sulle sue coste e soprattutto, per le balene franche australi.
Ma questa è un’altra storia perché le balene stazionano
in queste acque nel mese di novembre per cui… ho qualcuna si è
sbagliata a leggere il calendario oppure noi non le vedremo. Oltre a
questi animali si possono incontrare guanachi, nandù, altri uccelli
marini e non raramente anche le orche.
La Peninsula Valdes sostengono sia una delle più belle riserve
faunistiche dell’America del sud… esagerati…. Gran
parte della superficie di questa riserva è proprietà di
estancie che ci allevano le pecore, infatti oltre alla fauna sopra citata
ci sono anche tante pecore!
L’ingresso alla penisola costa 35$. Poco dopo il gate c’è
un centro informativo dove si possono reperire un po’ di informazioni
sulla penisola, sulla fauna locale e dov’è conservato anche
uno scheletro di balena. Oggettino leggermente ingombrante. C’è
anche una torre dalla cui sommità si vede l’immensa distesa
di questa penisola. Che dire?i Il paesaggio è desolato, arido
e secco e i colori sono tutte tonalità di giallo e marrone, che
c’avranno poi da mangiare ste povere pecore, vedessero i verdi
prati dei nostri alpeggi creperebbero di invidia.
Per prima cosa facciamo un salto a Puerto Piramides. Mi ricorda un paesetto
di pescatori. Non c’è molta vita in giro, forse il grosso
dei turisti staziona in paese in novembre, quando ci sono anche tutte
le escursioni in barca per avvistare le balene. Infatti le gite in mare
per l’avvistamento delle balene partono tutte dal molo di questo
paesino.
La nostra prima tappa è punta Piramides vicino al paese. Qui
c’è una colonia di leoni marini. Se ne stanno tutti beatamente
a sonnechiare al sole. Un maschio solitario fa un po’ di scena
ma nessuno lo considera. Alcuni piccoli tentano di giocare con le loro
mamme che stanche dormono al sole.
Ci spostiamo poi verso punta Delgada dove c’è un faro,
ma è in una zona privata, è stato costruito un hotel per
cui non si può entrare se non si usufruisce dell’hotel
o del ristorante. C’è anche un area pubblica ma in questo
momento è chiusa a causa di smottamenti sul terreno.
Tappa successiva Punta Cantor. La strada costeggia la costa e il paesaggio
è un po’ più vario. Il vento è molto forte
se non si fa attenzione si porta via la portiera della nostra povera
macchina. Qui possiamo ammirare nuovamente gli adorabili pinguini di
Magellano. Non ce ne sono tanti come a Punta Tombo ma un numero sufficiente
per profumare l’aria. Ovviamente perdiamo un sacco di tempo dietro
ai pinguini. Sempre in quest’area ci sono anche gli elefanti marini.
Imponenti. Sono stesi al sole e sembrano enormi. Non si vedono da vicino
ma da un promontorio che sovrasta la spiaggia. Peccato. C’è
anche una guardia della riserva e una piccola casupola con i dettagli
degli avvistamenti. L’altro ieri era stata vista un’orca,
oggi un bel niente. Scrutiamo un po’ il mare con il binocolo ma
non siamo così fortunati.
Ultima tappa della giornata Punta Norte. E qui troviamo solo dei leoni
marini. Potrebbero esserci anche degli elefanti ma oggi non si sono
visti.
Per la cena scegliamo il ristorante di un hotel (Hotel Yanco Vale –
25$). A servire ai tavoli c’è anche un bambino di circa
otto-dieci anni, un po’ rotondino ma molto volenteroso. Si affanna
a destra e a sinistra a pulire tavoli, portare piatti, prendere ordinazioni.
E’ uno spettacolo vederlo trafficare tant’è che prima
di andare via gli lasciamo anche un po’ di mancia, in fondo se
l’è meritata tutta.
Pernottamento: hotel
Carrera – marcos A. Zar 844 – Tel 802965) 450759 –
www.hotelcarrera.com.ar - 120$ (doppia con bagno in camera – B&B)
Venerdì 17
febbraio 2006 – Puerto Madryn
Ormai la vacanza sta per finire.. ci siamo presi una giornata di tregua
per riposarci. Avremo potuto fare tante cose ma un giorno di relax a
bighellonare in giro senza fretta ci vuole proprio. Ci svegliamo con
calma, prepariamo la nostra roba e ce ne andiamo in giro per Puerto
Madryn. Prendiamo due panini per il pranzo che andiamo a mangiarceli
nella zona di El Doradillo a nord di Puerto Madryn in direzione della
Penissula Valdes. E’ una zona di spiagge che si raggiunge percorrendo
la ruta 42, una strada sterrata molto larga che costeggia la costa.
E’ un area municipale protetta e c’è anche un centro,
con una torre, per avvistare le balene, ma è tutto chiuso. L’accesso
a questa zona è gratuito, anche durante la stagione di avvistamento
delle balene. A El Doradillo non c’è molta gente, qualche
tenda accampata qua e la e qualche persona sulla spiaggia. Oggi il vento
è anche molto forte, forse per questo stazionare in spiaggia
non è molto piacevole. C’è l’alta marea e
il mare copre in parte le spiagge.
Nel pomeriggio andiamo a vedere una riserva naturale dove c’è
una colonia di leoni marini: l’area naturale di Punta Loma. Si
trova poco a sud di Puerto Madryn subito dopo una zona di alte dune
sabbiose. L’ingresso costa 10$ ci sono due specie di balconate
che consentono la visione degli animali Dobbiamo però aspettare
la bassa marea che liberi la spiaggia dall’acqua. Con il scendere
del livello del mare i leoni marini pian piano arrivano dal mare e vanno
a guadagnarsi il loro posto al sole. In mare si vedono di tanto in tanto
emergere i testini degli animali, ma il più delle volte ci accorgiamo
dell’arrivo di un animale quando è quasi giunto in spiaggia.
Più tardi torniamo a Trelew e ne approfittiamo per prendere possesso
della nostra camera e per gironzolare per la città. La camera
che ci hanno riservato sta volta è migliore della precedente,
aveva ragione Marco che ha voluto dargli fiducia e confermare la prenotazione.
Ovviamente anche questa ha visto tempi migliori ma per lo meno è
più decorosa e decente di quella della settimana scorsa.
Trelew benché conservi alcuni edifici storici oggi è soprattutto
una importante centro commerciale. Nasce nel 1886 come nodo ferroviario
e deve il suo nome a una fusione e storpiatura di due parole gallesi.
Se non si era capito i gallesi in questa zona l’hanno fatta da
padroni.
Visitiamo la parte centrale della città quindi la Plaza Indipendenza
e le sue vie laterali e la famosa av. Fontana. Raggiungiamo Plaza del
Centenario e ci portiamo fino al Parco ricreativo Laguna Cacique Chiquichiano.
E’ carino il parco, ci sono le panchine colorate, la banchina
sul lago, ma è completamente deserto. Sembra tutto relativamente
recente non capisco se non è ancora stato usato oppure se è
stato costruito ma nessuno se lo fila e allora come spesso avviene in
questo paese lasciano che le cose vadano alla deriva da sole. Ci sarebbe
anche una specie di chiosco ma è chiuso, se fosse mai stato aperto
o meno non si capisce. Qualche seggiola sparsa qua e la ma nulla di
più che faccia pensare che un giorno aprirà.
Passiamo un po’ di tempo a rilassarci su una panchina. E’
un peccato che non ci siano nessuno. E’ un bel posto ed è
anche parecchio tranquillo ed è soprattutto un angolo verde in
questa arida zona.
La città è vivace, siamo in pieno carnevale ed è
animata da gente in maschera. Un tratto della via principale (av. Fontana)
è stata chiusa per consentire i festeggiamenti. Stanno allestendo
un palco e più tardi la musica a tutto volume e la gente festosa
riempirà la via.
Pernottamento: Cheltum
Hotel – Avda. H. Yrigoyen 1385 – trelew – tel (02965)431066
– www.cheltumhotel.com.ar - 78$ (doppia con bagno in camera –
B&B)
Sabato 18 febbraio
2006 - Trelew
Mi sveglio molto presto non perché non ho sonno o per via del
caldo, ma perché quella della stanza di sopra ha deciso di telefonare
stando alla finestra in modo tale che tutto l’isolato possa deliziare
della sua conversazione. Accidenti ai telefonini!!!! Non so che le sia
preso fatto sta che mi tocca di ascoltare tutte le molteplici telefonate
alla ricerca di una stanza d’albergo per una signorina sola (mi
colpisce questo suo modo di definirsi.. signorina e poi sola.. chissà
che cosa vuol far intendere) che abbia il televisore e che sia disponibile
subito. Ieri sera l’abbiamo sentita litigare con qualcuno, magari
è il fidanzato che l’ha scaricata e ci credo, sono le 5
del mattino e questa già rompe! La fortuna ogni tanto ci assiste
e la tizia finalmente trova la camera, dopo un po’ sentiamo la
porta sbattere e sappiamo che si può riprendere a dormire!
Non abbiamo più molto da dormire perché comunque alle
8 dobbiamo essere in aeroporto. Lasciamo l’auto e questa volta
ci tocca di pagare un extra per i chilometri che abbiamo percorso in
eccesso rispetto a quelli concordati ma nulla di più rispetto
a quello che avevo preventivato. Tanto per curiosità ho controllato
il libretto della macchina per scoprire che era stata immatricolata
meno di 12 mesi prima. Mamma mia, a guardarla da fuori non si sarebbe
certo detto. Tra bolli, ammaccature e righettine varie la carrozzeria
sembra molto più vecchia. Oltre tutto la portiera del lato del
guidatore ha un spiffero che sembra di andare in moto. Beh.. ho un po’
esagerato ma lo spiffero c’è. Forse è stata forzata
o chissà.
L’aeroporto di Trelew è piccino, e visto con la luce del
sole è anche più accogliente. Un negozietto di souvenir,
un bar e poco più, facciamo subito il check-in e paghiamo la
tassa aeroportuale nell’apposito ufficio (6,05$).
Il volo fino a Buenos Aires è tranquillo. Da qui, per raggiungere
Ezeiza decidiamo di prendere un auto remisis (Remises Universo –
64$). Avremmo potuto anche prendere un bus, ce ne sono che collegano
i due aeroporti, ma la differenza di costo non è molto e l’auto
è più comoda.
E così inizia la trafila del check-in, delle tasse aeroportuali
(55,44$), controllo passaporti, imbarco, code e attese e adios Argentina,
forse un giorno torneremo!
Una nota curiosa del volo aereo e che il personale all’andata
era tutto maschile mentre ora, al rientro, sono tutte donne. Brutto
da dirsi ma il popolo maschile se l’è cavata meglio. Più
professionale. Insomma… a qualcuna di queste care hostess qualcuno
dovrebbe spiegare che è poco professionale scorazzare per i corridoi
dell’aereo, in fase di discesa canticchiando ‘”che
bello si scende che bello si va giù” o servire i pasti
alle persone dicendo alla collega di fronte “non vedo l’ora
di andare a casa per farmi una doccia perché sono tutta sudata”.
E che cavoli… un po’ di professionalità… siete
pur sempre delle signore!!!!
Domenica 19 febbraio
2006
E’ così è finito il nostro viaggio. Atterriamo a
Torino imbiancata dalla neve. Eravamo partiti con la neve e torniamo
con la neve, dopo il caldo degli ultimi giorni ci sembra quasi un sollievo
mettere guanti e sciarpa. L’evento olimpico è al clou,
la città è vestita a festa e per noi, che abbiamo lasciato
una Torino sonnolenta con la lenta macchina dei giochi che si stava
avviando, è quasi una sorpresa ritrovarla con il suo vestito
migliore, allegra, brulicante di gente, di vita e di colori e la Patagonia
con i sui colori con la sua gente ci sembra nostalgicamente così
lontana.
GUIDE:
Argentina 3° edizione – EDT (Lonely Planet) – Ed.
in Italiano
Trekking in Patagonia 1° edizione - EDT (Lonely Planet) –
Ed. in Italiano
Argentina Cile 1° edizione – Rough guides – Avallardi
viaggi