VIAGGIO
IN ARGENTINA, PATAGONIA
Viaggiatori-Autori:
Giuseppe Amari
Numero di giorni: 45
Costo totale del viaggio: 1.700
Periodo: 4 ottobre/20 novembre 2005
Compagnie Aeree: -
Documenti: Passaporto
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Dopo aver sognato questo viaggio per diversi anni, improvvisamente…trasformando
così tutto in realtà, un giorno senza avere un preciso
programma decido di partire nella terra dei gauchos, del mitico Che
e dalle migliaia di mucche, che pascolano nelle verdeggianti distese
delle Pampas… ma anche delle rivolte popolari e della gendarmeria
che pensa che l’epoca del regime militare non sia ancora finita.
Durante il viaggio il paesaggio muta dalla rigogliosa selva amazzonica,
ai giganteschi cactus, ad uno dei più grandi ghiacciai del mondo,
finendo nella bassa vegetazione della Patagonia strappata dal forte
vento, per poi approdare nella Terra del Fuoco, lasciandomi alle spalle
ventimila chilometri in compagnia del mio zaino, ed in sella a decine
di autobus.
Questo viaggio è iniziato alla stazione di Pistoia, finito di
riempire il mio inseparabile compagno di viaggio … “lo zaino”.
L’emozione della partenza quasi mi fa dimenticare la macchina
fotografica, senza cui non avrei potuto immortalare luoghi e momenti
che alla fine del viaggio, ritornando in aeroporto a Buenos Aires, sarebbero
rimasti solo nei miei pensieri.
Premessa …ho prenotato il biglietto aereo in agenzia solo cinque
giorni prima della partenza, ovvero … prendo e parto un po’
per necessità e voglia di evadere, girovagando tra la gente e
i luoghi più australi del mondo. Arrivo a Roma Fiumicino tre
ore prima e nell’attesa mi sbrano due panini con la cotoletta
per smorzare la tensione della lunga traversata. Tra due ore circa,
finalmente, il mio cellulare smetterà di squillare per il prossimo
mese e mezzo.
Il volo con l’Aerolineas Argentinas è stato perfetto. Lascio
la tiepida Roma con una quindicina di gradi, arrivo a BS.AS dove ce
ne sono solo tre … e pensare che la primavera qui è già
iniziata.
Con gli occhi sgranati e l’emozione strozzata dal freddo gelido
della mattina, prendo il mio primo bus che mi porta a Mar del Plata,
dove vive un amico. Per la strada mi rendo subito conto di trovarmi
in un paese dove tutto è immenso. Faccio la mia prima tappa alle
mitiche Cataratas con Claudio e la sua Traffic…partiamo come ogni
argentino sogna … alla “Gasoleros”: un auto, un pulmino,
tanta voglia d'improvvisazione e via … in giro per questo paese
dalle incommensurabili distanze, dagli innumerevoli mutamenti paesaggistici,
dalle sconfinate Pampas con i gauchos a cavallo, dirigendoci verso nord
dopo aver attraversato le province di Entre Rios e Corrientes. Qui il
colore della terra inizia a diventare rossa quasi bordeaux, e le distese
di piantagioni di yerba si moltiplicano percorrendo la regione di Missiones,
che confina con il Paraguay ed il Brasile.
Merita certamente un appunto la storia della yerba. È una pianta
di origine paraguaiana che è coltivata soprattutto in questo
luogo per il clima mite, sfruttando la vicinanza della selva amazzonica.
Ogni argentino la beve, ed è un momento di socializzazione. Una
piccola zucca aperta nella parte superiore foderata di cuoio, il mate,
contiene la yerba lavorata e macinata. All’interno, una volta
shakerata a secco, si versa dell’acqua bollente…la trovi
dappertutto, anche presso i distributori di servizio, l’“agua
caliente” è anche nel silos a gettoni…, ed infine
con un tipo particolare di cannuccia in acciaio con filtro finale, la
bombilla, si beve il succo, un vero e proprio status symbol …e
sei uno di loro…
A parte questa doverosa parentesi, sul nostro cammino ormai scendeva
la notte, così, stanchissimi decidiamo di riposarci ad Eldorado,
un paesino dallo sfondo rosso. Chiediamo alla gente del luogo la sistemazione
più economica per la notte. L’hospedaje alemania, gestito
da una non più giovane donna di origine tedesca, ci ospita per
pochi pesos. La mattina seguente arriviamo a Puerto Iguazù verso
il Parco Nazionale delle cascate. Sbalorditivo, una meraviglia della
natura, uno spettacolo a cui non si può rinunciare. Nascono dal
Rio Paranà. In quei giorni c’era davvero una portata d’acqua
così alta come non si verificava da diversi anni, tanto che non
potemmo neanche vedere la rinomata “Garganta del Diablo”,
poiché le passerelle erano letteralmente affondate. Una sensazione
unica. Il rumore forte ed irregolare dell’acqua che salta, il
gioco delle bollicine che con i raggi solari formano miriadi di arcobaleni,
i tucani simbolo delle cascate, lagarti e i tacu popolano il parco.
Le cascate dalla sponda argentina si ha proprio la sensazione di viverle!
Tanto che al salto Bozzetti siamo riusciti a stento a rimanere in piedi
sotto la spaventosa forza dell’acqua che colpendoci con un’energia
immensa provocava una emozione irripetibile.
Da lì non si può fare a meno di attraversare il confine
verso il Brasile. La vista è panoramica e solo adesso si ha la
sensazione dell’immensità di questo prodigio della natura,
dove il salto più alto è di 75 m.
Arriviamo a Foz do Iguacù. Dormiamo in un campeggio sotto l’attacco
dei mosquitos e la mattina seguente rientrando dalla ruta 14 in Argentina
e ci si ferma a S. Ignacio dove sorgono i resti delle missioni gesuitica
del 1549. Sempre verso sud a Cataraguay leggiamo su un cartellone la
scritta “Solar del Che”… percorriamo questa stradina
sterrata collegata alla ruta, ci addentriamo per qualche chilometro
in mezzo a campi di yerba, arriviamo proprio nella casa dove Ernesto
Guevara trascorse la sua infanzia. La poca gente che stava all’angolo
della strada non poté che salutarci come di consueto. Lì
scoprii che l’esclamazione Che è rimasta nel linguaggio
degli argentini poiché lui richiamava la loro attenzione così,
come avviene con un “Hei” in Italia. Proseguendo sempre
verso sud, all’entrata nella provincia di Buenos Aires, è
la solita stazione della gendarmeria. Questa volta non riusciamo a passare
con un semplice rallentamento, ma veniamo fermati. Siamo rimasti in
mezzo alla strada per più di due ore perché avevano requisito
i documenti di Claudio, che avevano accusato di possedere una patente
falsa. E’ davvero una grossa difficoltà percorrere le rute
nazionali con il proprio mezzo, poiché ad ogni cambio di provincia
bisogna attraversare un vero e proprio ceck-point dei militari.
Continuiamo il nostro cammino verso sud, proseguendo per Mar del Plata,
la cosiddetta spiaggia della capitale, sebbene distante 400 km. Mentre
percorriamo la panamericana mi accorgo di un ammasso infinito di lamiere,
sono le Villa Miseria; lì in condizioni di igiene inesistente,
con un tasso di alfabetizzazione pari a zero, vive gomito a gomito la
gente che non ha un lavoro e che è all’emarginazione sociale
più totale. Luogo molto pericoloso da visitare, anzi direi inaccessibile
se non ci si abita; ma tristemente sono in milioni quelli che vivono
in queste condizioni, proprio ai sobborghi delle grandi e piccole città.
Il regime militare caduto circa trent’anni fa, ed il capitalismo
sfrenato di questo paese hanno reso possibile tutto ciò. Inevitabilmente
la ricchezza è contraddittoria, così un terzo della popolazione
vive sotto la soglia di povertà e le case lussuose ed il quartiere
“agiato” della città sono solo dall’altra sponda
della strada. Un quadro completo e spietato da osservare… i ricchi
e i poveri divisi da una carreggiata … davvero incredibile!
Dopo la tristissima scoperta delle Villa Miseria, questa volta in solitaria
parto per il nord ovest del paese. Come prima tappa scelgo S. Juan,
città ai piedi della Cordigliera, dove arrivo dopo ventidue ore
di autobus e trovo una piccola pensione in centro. La scopro un po’
tra un Lomitos e l’altro. Un giro serale mi basta per capire che
sarà solo un posto di passaggio dato che è rimasto ben
poco dell’originaria colonia dopo il disastroso terremoto che
negli anni quaranta provocò migliaia di vittime.
La mattina seguente prendo un bus e dopo quattro ore di cunette per
via del deflusso dell’acqua arrivo a S. Augustìn de valle
Fèrtil, un villaggio in mezzo al deserto. Sceso dal bus, chiedo
informazioni per visitare il parco provinciale di Ischigualasto e un
“ragazzino” di 78 anni, Don Gabriel, mi accompagna insieme
a due ragazzi di BS.AS con la sua Fiat. Raccontandoci la sua vita da
ex maestro di scuola elementare tra quelle valli e “tomando Mate”,
arriviamo dopo 80 km di strada sterrata e polverosa al parco. Davanti
a noi un vero e proprio paesaggio lunare, appunto il nome Valle della
luna. Qui la temperatura può oscillare tra i meno dieci gradi
di notte e i quaranta gradi di giorno.
Un guardaparco ci spiega tra le varie soste la storia e il presente
di questo sito, nel genere, tra i più antichi e importanti del
mondo, oggetto di continui studi, dove sono stati ritrovati fossili
che fanno ipotizzare la presenza dei dinosauri circa 250 milioni di
anni fa. Incontriamo tra i condor delle Ande che ci sorvegliano a distanza,
formazioni geologiche di era Triasica dalle forme più bizzarre,
così appaiono tra le altre il Submarine, la coppa, e una tartaruga
di roccia. L’escursione dura dalla mattina alle dieci fino alle
sette di sera.
Sarei voluto andare al parco di Talampaya, ma un po’ per tempo
e un po’ per denaro ho lasciato perdere.
Non è più possibile rientrare a S. Juan perché
l’unico bus del pomeriggio partiva alle diciassette e trenta e
il successivo lo dovrei aspettare fino alle due e trenta della notte
… una giornata sotto il sole a camminare mi fa desistere. Al rientro
nel villaggio faccio un poco di spesa in un piccolo supermercato, per
cucinare qualcosa nell’accogliente pensione, e mi accorgo, che
la stragrande maggioranza della gente che lo abita è formata
da ragazzini in grembiule che va a scuola …il tasso di natalità
soprattutto in queste regioni è molto alto...
Riparto l’indomani a pranzo per S. Juan, la città principale
della provincia dove trovo tra diverse compagnie di autobus quello per
Salta. C’è da dire che i terminal dei bus sono incredibili!
Anche i più piccoli sono attrezzatissimi; come tralasciare gli
immancabili chioschi sempre aperti, dove vendono di tutto e di più,
e dove si possono comprare i rinomati Alfajores, orgoglio della produzione
argentina; e che dire delle televisioni a gettoni per non perdere la
partita di calcio della propria squadra o della selección!
Faccio quasi indigestione di panini imbottiti di carne squisita, Milanesa,
di biscotti ricoperti di cioccolato, gli alfajores appunto, sempre presenti
nelle mie tasche, e una bottiglia di vino di Mendoza. Poi continuo verso
nord fino al confine boliviano, dove attraversando un paesaggio sempre
meno abitato e solo ogni tanto interrotto da un piccolo villaggio ai
bordi della strada, la Linda mi impressiona subito per il suo aspetto
coloniale e per la mescolanza dei tratti indios sui volti, e mi fa allontanare
sempre più dalle realtà del resto delle città di
questo paese.
Interessante la funivia che mi porta sul cerro S. Bernardo, dove ammiro
la città dall’alto con sfondo il sole che tramonta tra
le colline che la circondano, la bella e appariscente chiesa di S. Francisco,
e la cattedrale Barocca di fronte ad una piazza centrale gremita di
mangrovie ma anche di tanti turisti, dove spezza magistralmente il richiamo
degli ambulanti di fruttilla … gigantesche fragole di un intenso
colore rosso.
Non potevo perdermi la parrillada! Da sapere che ogni casa ha una parrilla,
una enorme griglia dove cuociono tutte le parti della mucca… strepitosa
la bontà! Quasi ad ogni angolo di strada la scritta Asador si
mischia con i nomi sui campanelli delle case. Trovo un ostello a pochi
passi dal centro, sempre per pochi pesos mi ospita alcuni giorni, e
riparto dopo una scorpacciata di Empanadas Salteña, specialità
del luogo diffusa in tutto il paese, e una sbirciatina in un locale
tipico con i gruppi che suonavano musica Andina.
Attraverso la Quebrada di Humahuaca, una valle che viene tagliata perpendicolarmente
dal tropico del Capricorno subito dopo Tilcara, una formazione geologica
multicromatica il cui nome non a caso è “Valle Pintada”.
Dopo 600 km ed una bella chiacchierata sull’autobus con un muchacho
che rientrava a casa dall’università per votare alle elezioni
nazionali, in serata, sedici ore dopo, arrivo nel villaggio di Humahuaca
posto su un altopiano a 3000 m. di altitudine.
Trovo da dormire presso una famiglia che ha adibito una parte della
propria casa a pensione. Mi accoglie una donna anziana di una simpatia
travolgente. La sua figliola e i nipotini iniziano a farmi delle domande
per capire da dove vengo…alla fine del discorso conoscevano l’Italia
perché il nipote più grande tifava per l’Inter.
Doña Olga, questo il suo nome, come se ci conoscessimo da tempo
mi fa vedere il letto in legno di cactus con sopra delle coperte di
lana grezza e colorata… penso che sia un posto dove ritornerei
volentieri. Si respira un’aria quasi d’intimità tra
le stradine acciottolate e le case di fango. La pelle dei bambini scurita
dal forte sole, i lama e i giganteschi cactus, le donne con il sombrero
che vendono nella piazza sacchetti di foglie di coca offrono immagini
davvero formidabili di questo piccolo villaggio di appena 3000 abitanti,
ma irresistibilmente autentico, dove sorge un imponente monumento all’indipendenza,
di cui è rimasta intatta una torre vedetta costruita col fango.
Buenos Aires sembra lontana anni luce da qui, l’atmosfera cosi
surreale è caratterizzata dalla vicinissima Bolivia, e per chi
volesse recarsi tra questi altipiani consiglierei una capatina alle
saline di Uyuni. Dopo una chiacchierata con Miguel un simpaticissimo
venditore di collanine, ed un suo amico, tra le note di musica folkloristica
ed una masticata di foglie di coca, con la fronte bruciata dal sole,
vado a mangiare un boccone. Mi preme raccontare un aneddoto. Quel giorno,
dopo aver finito di mangiare e consolato da un litro di birra, mi riposai
un’oretta sotto gli alberi della piccola piazza. Precedentemente
avevo comprato un mate e non ricordandomene più dopo aver controllato
una cosa sulla mia guida, mi alzai per andare al museo privato del pittore
F. Ramoneda. Circa un’ora dopo, mi accorsi di non avere più
il sacchetto con dentro il mio mate e ritornai al muretto dove ero stato,
ma là non trovai più nulla. A quel punto chiesi ai bambini
che giocavano lì intorno, pensando che l’avessero preso
loro, ma mi indicarono un tipo, e mi dissero dove potevo trovarlo. Andai
in una delle tante botteghe dove vendono souvenir e chiesi del mio mate;
appena entrai il tizio capì immediatamente cosa cercavo e me
l’ho restituì. Questo in contraddizione a tutto quello
che si dice sulla pericolosità del paese. Rimasi felicemente
colpito da questo accadimento.
Continuo il mio viaggio attraverso la regione del nord ovest. Lasciato
Humahuaca, sotto una lieve pioggerella, metto alle spalle altri 1000
km verso sud. Dopo una sosta a S.S. de Jujuy, dove un vespaio di persone
saliva e scendeva dai bus, arrivo nella storica città di S.M.
de Tucuman, famosa perché qui è stato firmato il trattato
d’indipendenza del paese. Il giorno dopo aiutato da una piccola
cartina trovo la Casas Historica; provo ad entrare, ma un foglio di
carta appeso sulla porta mi informa della chiusura a causa delle elezioni
che si stavano svolgendo nel paese. Due giorni dopo continuo il mio
viaggio verso sud, ancora 2000 chilometri mi separano da un tuffo nel
gelido oceano atlantico, se il tempo lo permetterà. Arriva per
me il momento più ricercato e più sognato, il grande sud…
la Patagonia e la Terra del Fuoco. Eccomi al terminal dei bus di Mar
del Plata. Scelgo come prima tappa Puerto Madryn, nel Chubut, 1600 km
in sella all’ennesimo bus attraverso Bhaia Blanca, e dopo una
notte insonne finalmente arrivo ad ora di pranzo… SONO IN PATAGONIA.
Un vento portava via le case, dopo la ricerca di un posto per dormire
decido di far una visita al museo Ecocentro dedicato a Julio Verne,
per capire un po’ di più di tutto l’ecosistema di
quella strategica penisola dove le balene, i pinguini e i leoni marini
vivono in totale tranquillità. Il golfo della città è
arricchito da un mare di un colore blu intenso e dalla sabbia finissima.
Percorsi dal centro della città tutta la costanera a piedi e
per quattro chilometri sul lungomare beccai solo vento e sabbia, che
ancora trattengo con cura nelle tasche del mio kway… Il freddo
gelido ed il vento che soffiava forte, mi fece rammentare di essere
arrivato nella mitica regione che avevo a lungo aspettato.
Dopo alcuni giorni trascorsi in questa città, a mio parere molto
turistica, ma certamente interessante per la presenza della penisola
di Valdes, optai per una mia personale curiosità, di recarmi
a Punta Tombo, dai pinguini di Magellano. E poiché l’unico
modo per arrivarci era quello di andare in un’agenzia, dovetti
scegliere forzatamente questa soluzione. L’escursione durò
tutto il giorno dalla mattina alle 7.30 fino alle 20.00 circa. Da Trelew
a Punta Tombo percorsi tra i lama Guanachi cento chilometri su una strada
sterrata e polverosissima su un pulmino tutto scassato, tanto che ricordo
che gli altri cinque passeggeri li vidi alla partenza e poi di nuovo
solo a destinazione.
I pinguini di Magellano, si ritrovano in migliaia per deporre le uova
in cima alla spiaggia. Per non disturbarli si parlava a bassa voce;
con grande meraviglia scrutavo quelli nelle loro tane dove covano le
uova, altri che andavano in giro indisturbati mettendosi quasi in posa
per uno scatto…ti senti un turista a tutti gli effetti, ma per
una volta ci può anche stare.
Proseguiamo per Playa Union per l’avvistamento dei delfini dal
colore bianco e nero e dopo un’escursione turbolentissima, che
quasi vomitavo, su una lancia di dodici metri ed un mare forza 4, niente
di meglio che fermarsi a Gaiman, cittadina e colonia gallese, dove ci
riposiamo e prendiamo un the caldo, riempiendoci lo stomaco di squisite
torte alla frutta nelle cosiddette Casas de The.
Rimasi alcuni giorni in un gradevole ostello a conduzione familiare,
che ospita non più di 15 persone. La moglie del baffuto proprietario
era gentilissima, la mattina mi preparava con cura la colazione a base
di medialunas e the…un altro indirizzo che potrei raccomandare.
C’è da dire che l’accoglienza della gente è
immensamente calorosa e ancor più se sei italiano, dato che un
terzo della popolazione discende da immigrati. Forniti di una curiosità
per gli stranieri davvero particolare, la domanda più frequente
per attaccare bottone è “de a donde sos” oppure “para
donde vas”. Mi stupiva la cordialità e la disponibilità,
stavano a sentire il mio racconto, da dove venivo e dove mi sarei diretto.
Lasciata Puerto Madryn, continuo sempre verso sud, in un paesaggio brullo
dalla bassa vegetazione a causa dei fortissimi venti che soffiano quasi
tutto l’anno e in particolar modo in questo periodo mi rammentava
il barista della stazione di Trelew, con cui rimasi a chiacchera aspettando
che l’autobus facesse ritorno dal rifornimento. La Patagonia si
presenta sempre più nella sua principale caratteristica di infinita
immensità, le pianure si perdono e si mischiano all’orizzonte
con il cielo, a volte sereno, talvolta tempestoso. È un luogo
di grande fascino e mistero…questa era la sensazione quando l’attraversai
lungo la ruta 3.
Circa 1500 km dopo arrivo a Rio Gallegos nella regione di S.Cruz,…pensare
che una volta queste terre erano popolate dagli indios e adesso si vede
solo qualche camionista sulla ruta. Salto la città e un po’
stordito dalla notte in bus, aspetto l’ennesimo per El Calafate.
Dopo due ore di viaggio e niente dappertutto a parte tante, tantissime
pecore dal pelo gigante e dai divertentissimi agnellini che si rincorrevano
tra loro, a metà strada è l’Estancia “Esperanza”.
Il villaggio ai piedi della Cordigliera Delle Ande è il punto
di partenza per le visite e le escursioni al Parco Nazionale dei ghiacciai,
che dista da qui 80 km. All’arrivo il colpo d’occhio è
surreale, sullo sfondo lo specchio d’acqua del lago argentino,
tappa obbligatoria. Il villaggio si presenta prevalentemente popolato
da turisti …infatti non c’era un posto letto libero. Faceva
freddo ed il vento ghiaccio soffiava impetuoso. Dopo essere entrato
in una piccola pensione accogliente ma purtroppo abitata anche da ratti
e dopo un ora e mezza in giro, finalmente trovai una camera in un ostello.
Questa volta riuscendo a dribblare tutte le agenzie, trovo un bus di
linea che porta direttamente al Parco Nazionale: parte alle 8.30 del
mattino ed ritorna alle 16.30.
La mattina che feci l’escursione al Perito Moreno era molto bella
ma fredda. Dopo circa un ora e mezza di viaggio, arrivo al ghiacciaio…è
fantastico! Sulla cordigliera completamente innevata rifletteva dallo
specchio d’acqua del lago un intenso colore azzurro. Dall’alto
già la visione è intrigante ma appena scendi tra le passerelle,
e scopri piano piano tutte le sue curve ti sorprende, ti incanta con
la sua facciata frastagliata e i suoi crepacci. Per ore, sotto una bufera
di neve alternata a sporadici raggi di sole, rimasi immobile ad osservarlo
cercando di capire tutti i suoi movimenti. Un’emozione spaventosa
mi fece gelare il sangue quando all’improvviso un’intera
lastra si staccò e sprofondò nel lago provocando un forte
rumore, amplificato dall’eco propagante tra le montagne e formando
un nuovo iceberg.
Una meraviglia della natura! Il Perito è uno dei pochi ghiacciai
al mondo che continua a crescere, è il glaciale più importante
e spettacolare di tutto l’intero parco con i suoi 30 km di lunghezza,
i 5 km di larghezza e una altezza dal pelo dell’acqua di 80 metri.
Andai nella piccola caffetteria in cima alle passerelle a prendere una
cioccolata calda.
Tra panchos e pizza decido di non ritornare a Rio Gallegos per andare
finalmente nella Terra del Fuoco. Quattro ore di strada mi separano
da Puerto Natales in Cile. Frullato dal manto della leggendaria ruta
40, il bus si ferma ad una stazione di confine della gendarmeria argentina,
dove avviene l’inizio del festival dei timbri sul passaporto.
Proseguendo l’autista si ferma in mezzo alla strada … sulle
nostre teste svolazzano una dozzina di condor… questa volta non
ci osservavano certamente da lontano. Alla stazione di confine della
gendarmeria cilena tra foto segnaletiche dei desaparecidos mi controllano
il bagaglio. Arrivo nella regione di Magallanes.
Mi fermo qualche ora a Puerto Natales e approfitto della sosta per fare
due passi in centro. Sono sorpreso da alcune case in lamiera e strani
alberi a forma di fungo. Un temporale improvviso mi becca in pieno per
la strada mentre chiedo informazioni per una banca, mezzo e appesantito
dallo zaino faccio il biglietto per Punta Arenas. Arrivo 12 ore dopo
essere partito da El Calafate. Mi raccatta un tipo tutto matto che appena
mi vede con la cartina in mano e lo zaino sulle spalle, si fionda dagli
scalini della sua sala da barba e mi porta nell’ostello di cui
è socio. La sistemazione è molto carina, mi metto immediatamente
a mio agio, accendo la radio e sfoglio un po’ di carte informative.
Il proprietario, Miguel, non lo stesso di Humahuaca, è un ragazzo
giovane che ha messo su questo piccolo ostello, e che va alla stazione
dei bus tutti i giorni per trovare giovani viaggiatori. E’ molto
socievole e simpatico e in ostello pur consapevole di trovarmi nelle
regioni più australi del pianeta, mi sembrava di stare coccolato
come se fossi a casa mia…un indirizzo molto interessante. Quando
ripartii mi chiese di portare dei volantini pubblicitari in viaggio,
da distribuire negli ostelli della Terra del Fuoco, e di non dimenticare
di portare i suoi saluti ai parenti, una volta rientrato in Italia.
La mattina seguente molto presto faccio il biglietto finalmente per
la Terra del Fuoco, allo stretto il bus si ferma ad aspettare il Barco.
Attraversare lo stretto è stata per me quasi una conquista; sulle
due sponde non esiste nessuna struttura e forma di vita, a parte due
rifugi per sgranocchiare e bere qualcosa, e un cartello che ricorda
che il collegamento marittimo esiste da appena venticinque anni. Dopo
una ventina di minuti di navigazione attraverso lo stretto, con un mare
fortissimo e le onde che si riversavano sui mezzi fermi all’interno
del traghetto … sbarco nella magica e leggendaria Terra del Fuoco.
Ma ancora otto ore di strada mi separavano dalla mia meta. Durante il
percorso greggi di pecore ancora non tosate giocano con gli agnellini.
Gli ultimi cento chilometri con il bus che montava una rete metallica
sul parabrezza per proteggere il vetro, è tutto fuorché
confortevole… inizia a zigzagare tra le Ande fino al cartello
Ushuaia …“ ciudad mas austral del mundo”. Un sussulto
emozionante mi fa schizzare il cuore in gola. La cittadina è
incastonata in una baia col mare di un azzurro meraviglioso, incorniciata
dalle vette innevate della cordigliera che finiscono in acqua.
La forza del vento gelido alla discesa del bus era incredibile; trovo
subito un posto accoglientissimo dove alloggiare. Alfredo, il proprietario,
mi accoglie con gran ospitalità ed è sempre disponibile
a dividere un Mate. Una delle tante sere mi raccontò dei suoi
viaggi in Brasile, praticamente sverna ogni anno a S. Salvador…
a dire la verità ci sarei rimasto volentieri molto più
tempo di quello trascorso, quasi mi sentivo protetto in quell’angolo
di terra, che mi trasmetteva tranquillità e sicurezza, dove alle
22.30 di sera si poteva passeggiare per le strade alla luce del sole.
Attraverso in lungo ed in largo il Parco Nazionale a piedi tra ruscelli,
laghi e la torba, presente per il novanta per cento in questa regione.
Passo per baia Lapataia dove la foto è obbligatoria. In quel
punto Buenos Aires è distante più di 3000 km, e la ruta
3 termina tra pescatori di trote e canottieri principianti.
Per il forte vento, non ho potuto fare la navigazione nel canale di
Beagle, sul leggendario Barracuda. Interessante il museo marittimo all’interno
dell’ex presidio, dove anche illustri prigionieri all’inizio
del novecento venivano spediti qui e sottoposti ad inverni rigidissimi,
e dove utilizzavano il tre de la fin del mundo, treno che veniva usato
per il trasporto della legna dal parco in città, distante 12
chilometri. Tra Argentina e Cile i controlli della gendarmeria di frontiera
si susseguono, per entrare ed uscire dalla Terra del Fuoco bisogna attraversarne
quattro, quindi mi armai di molta pazienza, poiché ad ogni sosta
trascorrevano almeno trenta minuti. Questa volta 3000 chilometri li
ho fatti tutti di seguito, ed il mio letto per 3 giorni è stato
il seggiolino dell’autobus. Solo a Comodoro Rivadavia tentennai
a trovare un posto per riposare. Arrivai lì alle 5.30 del mattino
e feci un giro veloce, trovai aperto solo un night. Continuai a camminare
e bussai alla porta di una pensione che un ragazzo al terminal mi aveva
indicato, ma era al completo. A quel punto decisi di continuare il mio
viaggio. Cambiai nuovamente autobus. A P.to Madryn, nell’attesa
di ripartire, feci una capatina al supermarket per comprare dei pantaloncini,
poiché rimasi letteralmente senza le pezze al culo! Dovetti lasciare
sul mio percorso i jeans completamente bucati sulle natiche.
La rete dei bus nel paese è molto capillare, le compagnie sono
decine e coprono piccoli e lunghi tragitti. La maggior parte sono molto
comodi, forniti di sedili reclinabili ed aria condizionata. È
il mezzo più utilizzato, poiché l’alternativa è
il collegamento aereo, che è troppo costoso. I collegamenti via
treno pur più economici, sono quasi inesistenti e quei pochi
treni attivi sono piuttosto scomodi.
La Capital Federal mi accoglie con i suoi trentacinque gradi. Da Retiro
prendo la metropolitana, ma il mio ostello si trova nel cuore di S.
Telmo, molto lontano dalla fermata. Attraversai la Av. 9 De Julio, che
con i suoi solo 125 metri di larghezza è la più grande
del mondo. I Porteños sono molto socievoli e curiosi, informali
e sempre disponibili a scambiare due chiacchiere; tutto ciò rese
il mio viaggio sempre più emozionante e gradevole. E che dire
della bellezza delle Porteños! Vivono la notte come non mai,
prima delle dieci di sera non si trovava nessuno in giro ed i locali
solo pieni di turisti. Passeggiando per Puerto Madero mi fermai a mangiare
in una trattoria con la sigla Tenedor libre, dove praticamente con pochi
pesos mangiai fino allo strabocco… un cartello al muro informava
che ogni spreco aumentava il prezzo. Grandi, anzi grandissimi!!!
Un pomeriggio mentre rientravo in ostello per i viottoli di S. Telmo
scoprii un mercato dell’antiquariato coperto dove si rischia di
trovare perfino foto ingiallite della bisnonna o di Evita Peron, ma
anche vecchi vinili, collezioni di ogni genere e addirittura una carrozzina
con bambolotto bebè dei primi anni del novecento. Oltre ad oggetti
per appassionati e nostalgici, odori e profumi si mischiavano nell’aria
passeggiando tra carcasse di mucche appese a tra gli innumerevoli fruttivendoli.
Decido di comprare una banana per il dopo cena.
Immediatamente dopo qualche chilometro a piedi tra gli anonimi palazzi,
dietro l’angolo un suono mi attira, di fronte a me sotto un telone…
ballerini di tango che si esibiscono sullo sfondo, quasi come in un
cartone animato, di case in lamiera colorata…ero arrivato nel
quartiere di Boca. Accoglie inoltre, un centro culturale dove gli artisti
del secolo scorso si esprimevano con la pittura, raffigurando il tango
piuttosto che gli angoli più autentici della città. Finì
per arrivare a Caminito, nome associato ad un tipo di tango. Approfittando
di una graziosa bottega per riportare le ultime cartoline del “Che”
o di Carlos Gardel, mi sedetti su uno scalino vicino al pozzo per leggere,
e notai che appena buio le strade si svuotarono come se avessero suonato
il coprifuoco.
Camminavo per ore ed ore, qualche volta una corsa in metro non guastava.
Rimasi compiaciuto dai vagoni che percorrevano la linea A collegando
Plaza de Mayo. Tutte le vetture sono interamente in legno, le corse
tra quei vagoni mi catapultarono nel tempo direttamente nel glorioso
passato degli anni trenta. Salendo gli scalini, nella piazza era uno
dei tantissimi picchetti dei lavoratori e degli studenti che manifestavano
tutti insieme a suon di pentole contro un sistema politico ancora troppo
corrotto.
Domenica 20 Novembre, giorno della partenza.
Dedico l’intera giornata libera per andare a Recoleta, dopo aver
attraversato lussuosi palazzi in stile europeo. Nell’immenso parco
gremito di persone, mi infiltrai anch’io nel grande mercato artigianale,
che si tiene ogni fine settimana, dove sono tantissimi banchi. Approfitto
per comprare un piccolo quadretto alla mia piccola nipotina, e poi,
invogliato da una splendida e calorosissima giornata di sole, mi sdraio
su un prato ad ascoltare alcuni gruppi giovanili che si esibiscono in
rock argentino.
Erano già le otto di sera. Mi incamminai verso Retiro. Ripercorrendo
la strada del ritorno, consapevole che sarebbero stati i miei ultimi
passi in questa terra dalle mille sorprese, mi ritornarono in mente
come dei flash tutti gli autobus, tutte le notti trascorse su quei seggiolini
e i luoghi mozzafiato che avevo visitato. Con la malinconia che mi assaliva
sempre più, mi diressi verso l’aereoporto di Ezeiza, dove
alle due di notte il Boeing 737 spicca il volo per l’Italia.
Per chi è
ritornato e pensa ancora di passeggiare per le vie di Boca piuttosto
che del Microcentro, tra i ballerini di tango, oppure di osservare i
movimenti dell’imponente Perito Moreno o ancora di rifare una
doccia sotto il salto più alto delle vertiginose cascate dell’Iguazù,
o per chi sogna di avventurarsi e partire, invogliato da questo mio
breve racconto, sono a disposizione per qualsiasi consiglio o perplessità…