VIAGGIO
A NEW YORK
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Stefania
Campanella
Numero di giorni: 7
Itinerario: New York
Costo totale del viaggio: 1500
Periodo: gennaio 2004
Compagnie Aeree: Klm
Documenti: passaporto
Sistemazione: radio city apartment
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New
York. Quello che le guide non dicono
“Sfogliate
pure, visitatori di ogniddove, sottolineate con l’evidenziatore
le tappe imperdibili del vostro prossimo viaggio.
Ma nessuna guida è migliore del luogo stesso in cui vi trovate.
Basta ascoltarne il respiro e seguirne il ritmo. A quel punto sì
che sarete davvero persi. Dentro un nuovo fantastico mondo.”
Gepy l’Avventuriero
Nel cuore di Manhattan,
a ventisette passi da Time Square, c’è un bar dove si parla
solo lo spagnolo. Dopo aver ordinato un cafe, facendo attenzione che
non me ne servano uno normal, che a NY significa con latte, prendo il
mio cup e mi preparo a divorare chilometri.
Proprio così. Sto per ingurgitare mezzo litro di lontanissimo
parente dell’espresso da un agglomerato plastico-alimentare, uno
di quelli in cui da Mac Donald ti ci servono la Coca Cola. È
il modo più veloce per iniziare a vivere Manhattan da autentica
newyorkese.
Fingo di bere un po’ dell’infuocato caffè, visto
che se lo facessi davvero le mie labbra diventerebbero un nuovo capolavoro
di Picasso. Ma è servito ad ingannare la città che, riconoscendosi
nel mio gesto, sta già guidandomi sulla quarantaseiesima.
Mi fermo davanti ad un tipico negozio da 99 cents: un bazar orientale
in cui si può sbrigare, in modo indolore per il portafoglio,
l’inspiegabile usanza italiana di dover portare un regalo a tutti
quando si va negli Stati Uniti. Sopra di me solo la verticalità
cristallina di un grattacielo.
Chissà quanti 0 e 1 digitati staranno cambiando il mondo in questo
momento? Magari proprio da uno di questi piani che mi sovrastano…
La complessità della riflessione mi spinge a saltare il discount
cinese e a seguire il ritmo salsa delle streets. Salsa non per una vena
latina, ma per il melting pot di possibili vite che tenta chiunque ci
passeggi. A suon di congas, allora, supero la quarantesima e viro verso
sud. Una giornalista americana che vive nell’East Village mi ha
detto che la quarantesima è il suo off-limit. Andare oltre sarebbe
sconfinare in una Manhattan che non la rappresenta.
Forse anche chi vive nel lussuoso Upper East Side non scende mai negli
inferi del Village. Di certo non immaginavo che anche qui ci fosse una
sorta di antagonismo cittadino, un po’ come tra Roma nord e Roma
sud o tra Milano dentro e fuori le mura.
Il caffè è finito da un pezzo e voglio capire cos’altro
può fare di me una newyorkese autentica, anzi in questo caso
una newyorkese che non supera la quarantesima, visto che mi trovo all’altezza
della ventisettesima. Vagando, mi trovo in uno slargo occupato da alcune
bancarelle. Mi informo: è il Flea Market. Un orrido ammasso di
cianfrusaglie che ogni sabato danno vita a questo strano mercato per
essere vendute chissà a chi. Do un’occhiata, magari scovo
un Andy Warhol very original, chessò uno scarabocchio di quando
era piccolo finito tra questi ciaffi per caso. E invece no, ma come
distolgo lo sguardo dalla montagna di roba in cui stavo rovistando,
mi rifletto in una vetrata tirata a lucido, che sembra lo specchio di
Alice nelle Meraviglie.
Che mondo nasconde? Senza che nessuna mappa me lo abbia segnalato, per
puro caso, entro al Greenroom, tappa che nessun vero fanatico del trendy
salterebbe per il brunch del sabato. E oggi è proprio sabato.
La musica jazz dal vivo sembra suonata dalle piante che affollano questo
locale. Ma è quell’immenso ficus benjamin a produrre l’irresistibile
pezzo di Gerschwin che sto ascoltando? Non esageriamo adesso, è
solo che la band è nascosta da una parente stretta della foresta
amazzonica. Ci sono piante e alberi di ogni tipo. Per quindici dollari
pranzo e soprattutto bevo champagne.
Altri appuntamenti americani mi insegneranno che negli Stati Uniti è
un’usanza sorseggiarne durante il brunch. Intanto fuori, l’assenza
di giapponesi e di zainetti Invicta mi convince che New York mi sta
volendo bene, portandomi nei suoi posti più veri e paradossalmente
così poco nascosti. Accetto l’invito e riprendo a camminare.
Shopping
no problem
“Dico sempre che lo
shopping è meno caro di uno psicanalista.”
Tammy Faye Bakker
Credo di essere
nel cuore del Greenwich Village. Le case ora si sono fatte tutte basse,
con fiori alle finestre e gatti sognanti dietro; la maggior parte dei
passanti porta con sé uno strumento musicale e noto innumerevoli
Nail’s shop, uno ogni dieci negozi. Per 6 dollari c’è
un’orientale disposta a farti le mani, con tanto di scrub ai sali
marini. Lo smalto lo scegli tu tra mille. Dei grandi centri commerciali
non c’è traccia. L’atmosfera mi fa venire voglia,
anzi un vero e proprio bisogno, di Vanilla Coke, la coca cola più
azzardata e azzeccata che conosca.
La prima sorpresa delle viette con gli alberelli ai lati è Salvation
Army. Questa Onlus - credo lo sia - raccoglie oggetti e indumenti di
ogni genere per poi distribuirli nei propri punti vendita e rivenderli.
Sono negozi conosciuti in tutta America. Il ricavato va in beneficenza
of course. Ma non si tratta di merce avariata: qui ho trovato Levis
a 8 dollari, giacche di pelle a 10, t-shirt (per cui certi adolescenti
italiani venderebbero la madre) a 2… La grande mela offre davvero
tanto shopping low budget, basta scovarlo. Un’altra chicca è
costituita dai vestiti del Prom Day.
Questa festa tutta a stelle e strisce (paragonabile al nostro ormai
sorpassato debutto in società) fa sì che le ragazze scelgano
per l’occasione un fantastico vestito. E per la felicità
di chi capiterà poi in un negozio dell’usato, lo indosseranno
solo una volta. Come il vestito da sposa. Da Domsey’s, all’inizio
di Brooklin, c’è un palazzo intero per poter scoprire le
gioie dello shopping senza correre il rischio di diventare un’eroina
di Sophie Kinsella , con milioni di vestiti da sera (ex Prom-day) a
soli 6 dollari.
E poi dicono che Manhattan è cara.
Lower East (in)side
“Ci dovrebbe essere
un Lower East Side nella vita di ognuno.”
Irving Berlin
La metafora della grande
cipolla è la più calzante per il quartiere che - dopo
aver sistemato la lunga coda di capelli finti che arricchisce la mia
capigliatura - sto per attraversare. Il Lower East Side, infatti, si
lascia scoprire strato dopo strato e ognuno rappresenta un decennio,
un gruppo etnico, qualcuno. Infatti, ho un’emozione in più
nel percorrerlo: qui c’è lo SIN-E, il locale in cui suonava
Jeff Buckley, un musicista di cui solo da qualche anno, cioè
dopo la sua tragica morte nel Mississipi, il mondo sembra essersi accorto.
Inizio a riprodurre mentalmente le note di Last Goodbye e mi viene voglia
di fumare una sigaretta seduta. Un problema, visto che in tutta Manhattan
è permesso solo in cinque locali. Ma il LES non nega niente a
nessuno, così mi dirigo verso il Karma, uno dei rarissimi smoking
bar dell’isola. Per fortuna sono munita di scorte comprate al
duty free, considerando che per un’ordinanza del sindaco qui qualsiasi
pacchetto costa 8 dollari. Supero negozietti artigianali o quasi, bancarelle
punkabestia, negozi piccolissimi ed esclusivissimi di cd (se cercate
qualcosa di Bill Laswell non mancate quello sulla Bowery), locali marocchini
molto in voga, sushi freschissimi, ristoranti indiani profumatissimi
e pub accoglienti, issimi anche loro.
Sono lontana dalla New York dei film e, nello stesso tempo, sono proprio
lì. Infatti, la città deve veramente amarmi, perché
sbuco a un incrocio con Delancey Street. La via in cui è stata
girata una scena del mio film preferito: C’era un volta in America.
Mi immedesimo in una di quelle donne ebree che il giovedì sera,
negli anni Dieci-Venti, si recava a un mercato del quartiere per preparare
il shabbat, mentre dieci metri più in là, i gangster ebrei,
gli stessi interpretati nel film da De Niro e gli altri, si sparavano
per inventare la loro America.
A cuore
nudo nel parco
Ho oltrepassato di nuovo
il confine: sono oltre la quarantesima verso nord. Tirerò dritto
per tutta la Fifth Avenue fino ad arrivare a Central Park e, visto che
da quelle parti tutto costa il doppio, compro un pretzel da un venditore
ambulante, controllando che sia ancora morbido. Appena arrivo all’altezza
della settantantesima, non resisto e devo avere la riprova.
È vero. Un hot dog che tre blocks più a sud costava un
dollaro, qui ne sfoga due. Con aria soddisfatta per questa scampata
beffa che di solito si rifila al turista (e io lo sono), entro nel parco
e fuggo dal primo tratto di visitatori che sfamano scoiattoli, anche
se la vista è favolosa. So che alla mia destra c’è
Strawberry Fields, il giardino dedicato a John Lennon, ma la mia guida,
the city, mi fa segno di proseguire. E faccio bene.
Non sapevo che ci fosse un castello immerso nel parco. Poi scoprirò
che è il Belvedere Castle, la cui terrazza affaccia sul Delacorte
Theater, dove l’estate vengono rappresentate opere di Shakespeare.
Ma ora è inverno e il cielo è anche particolarmente plumbeo.
Quasi invidio io stessa il mio essere lontana dalla frenesia cittadina,
immersa in un’atmosfera medievale e poco frequentata, che tuttavia
non pare turbarmi. Dietro le mie spalle batte il cuore di Harlem e mi
sembra di sentirlo. Intanto, un sax ha appena iniziato a farmi da colonna
sonora. Che inaspettato accordo tra paesaggio, suoni e pensieri. Mi
metto in cerca della mia orchestra; è costituita da un suonatore
di passaggio che scovo sotto un ponticello a pochi metri dal castello.
Mi avvicino e lui continua ignorandomi il suo concerto. Il cappello
nero impolverato ma non logoro è di fronte a lui e un grande
dubbio mi assale: che valore ha un incontro perfetto?
Voi gli avreste lasciato solo un dollaro?
Il ritorno al mio
albergo è facile e indolore, visto che la progressiva numerazione
delle Streets e delle Avenues indica sempre a che punto ti trovi.
Se solo avessi i soldi, passerei molto più tempo a giocare con
Manhattan. Prima di rientrare però, voglio fare un salto in una
libreria dell’Upper East Side. E, incredibile a dirsi, ho comprato
una guida. Ma ne valeva veramente la pena: si tratta della “Cheap
bastard’s guide to NYC”, ovvero i segreti per vivere gratis
a New York. Non vi sembra il più bel ringraziamento che la città
potesse farmi per averla seguita?
Jeff Buckley, Live at the SIN-E, 2003.
Greenroom 765 sixth avenue
The cheap bastard’s guide to NYC, Rob Grader GLOBE PEQUOT 2002
Domsey’s 496 Wythe Street, south of the bridge
Salvation Army 536 West 46th Street (centro distribuzione)
Karma smoking bar 51 1st Avenue b/w 3rd & 4th Street