VIAGGIO
IN LIBIA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Maurizio
Fortunato
Sito Web: http://www.mfortunato.it
Numero di giorni:
Itinerario:
Costo totale del viaggio:
Periodo: maggio 2005
Trasporti:
Documenti:
Sistemazione:
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LIBIA, I
TESORI DEL DESERTO
Ogni viaggio è
un pezzetto della nostra anima che ricomponiamo, alla ricerca dell’ultimo
tassello che ci sveli il mistero della nostra esistenza. In ogni viaggio
un sottile filo guida i nostri passi, si può partire con l’intimo
desiderio di una meta da raggiungere, o ci si può aspettare di
essere travolti lungo il cammino, con la semplice speranza di non rimanere
delusi. Ad ogni viaggio cresce la nostra ansia di scoprire nuove meraviglie,
di lasciarsi incantare da un cielo diverso in ogni luogo eppure sempre
lo stesso, lungo sentieri polverosi percorsi infinite volte, dentro
antiche rovine mute di un clamore passato, persi in una strada del mondo
affollata di vita. E per quanti viaggi abbiate intrapreso, per quanti
luoghi visitato, nulla vi può preparare a questa esperienza,
perché il viaggio in Libia può divenire il percorso per
la ricerca del significato più profondo del proprio io. Soli
sulla vetta di un monte, immersi nell’assordante silenzio d’un
infinito accecante, sferzati dal vento come spighe dorate in un campo
di grano maturo, mentre il lento fluire del tempo muta la forma della
vita spostando un granello di sabbia dopo l’altro, in un mare
che di giorno risplende al sole e al tramonto si accende di tenui sfumature
rosa fino a scomparire nel buio più profondo, lasciando negli
occhi solo un ricordo di luce.... Mai come in questo viaggio mi riesce
difficile dipanare quel filo conduttore che segna il ricordo delle emozioni
vissute, tante sono le cose che ancora oggi permeano la mente di vivide
immagini in un indissolubile intreccio…. I maestosi resti archeologici
lasciati in eredità dai greci, dai romani, dai bizantini, un’autentica
epopea storica da vivere d’un fiato attraverso tutti i luoghi
di cui è punteggiata la costa mediterranea, senza dubbio i più
affascinanti tra quelli che ho avuto modo di visitare nel Nord Africa….
Le stupende atmosfere del deserto, in un continuo mutare dall'alba al
tramonto di paesaggi, luci, colori…. L’arte rupestre, misteriosa
traccia di quei popoli che hanno abitato in epoche remote il Jebel Acacus,
testimone muta dei cambiamenti climatici che hanno trasformato un’immensa
foresta equatoriale, percorsa da grandi fiumi e popolata da una miriade
di animali, in un arido deserto…. La scoperta di un popolo ospitale
che ci ha sempre manifestato, in ogni luogo dove ci siamo recati, il
piacere di poterci incontrare…. E tra tutto questo, il sentimento
più forte, quella sensazione di contatto con la parte più
intima di noi stessi che solo la solitudine del deserto ti sa regalare….
Ho visto lo stupore tramutarsi in gioia, la gioia farsi lacrima, la
lacrima brillare un solo istante prima di morire in un caldo abbraccio….
Ho visto occhi serrati al mondo spalancarsi sull'infinitesimo, alla
ricerca, dentro le oscurità dell'anima, della vera ragione del
nostro esistere…. ”Gli uomini viaggiano per stupirsi degli
oceani e dei monti, dei fiumi e delle stelle, e passano accanto a se
stessi senza meravigliarsi” ( Sant’Agostino ).
17
Maggio 2005
Genova - Roma - Bengasi – Susa
Il viaggio ha inizio di buon mattino con il volo di trasferimento che
da Genova mi porta a Roma, dove alle 13.00 è previsto il volo
di linea della Libyan Aerlines, la compagnia di bandiera nazionale,
per Bengasi. Il nostro programma, organizzato dal tour operator di Roma
Time-Out, prevede la visita della Cirenaica, con i siti archeologici
di Cirene, Apollonia, Qasr Libia e Tolmeita, quindi il trasferimento
con volo interno a Tripoli per visitare il bellissimo sito di Leptis
Magna. Successivamente di nuovo un volo interno verso la città
di Sebha alle porte del Sahara, da dove ha inizio il tour in 4x4 che
ci porterà nel Jebel Acacus, ad ammirare i paesaggi e le antiche
incisioni rupestri custodite nel deserto. Sulla strada del ritorno visita
dell'Erg Ubari e dei laghi della zona, quindi il ritorno a Tripoli,
sempre in aereo, per visitare la città ed il sito di Sabratha
prima del nostro rientro in Italia. Arriviamo a Bengasi in orario atterrando
su quella che mi sembra essere l'unica pista del piccolo aeroporto.
Su un lato fanno bella mostra di se vecchie carcasse di aerei militari
recitante da piccoli muri intonacati di fresco, non si capisce bene
se come forma di sicurezza o di abbellimento. Non c'è traccia
di altri aerei oltre al nostro e a piccoli cargo di compagnie africane.
Siamo alla fine del periodo di maggior afflusso turistico, ora che la
Libia ha ufficialmente riaperto al turismo internazionale, ma come avremo
modo di scoprire più avanti questo si rileverà un gran
bel vantaggio perché ci permetterà di girare tranquillamente
nel paese senza incontrare praticamente altri gruppi organizzati. E
di godere inoltre di un periodo climatico stupendo, con temperature
miti e cielo turchese lungo la costa mediterranea, dove normalmente
in inverno e in primavera non è difficile incontrare giornate
piovose, con un clima asciutto nel deserto, dove le temperature prossime
ai 40° di giorno scenderanno gradatamente di sera senza provocare
però il temuto sbalzo termico, e senza infine dover fare i conti
con il famigerato ghibli, che quando spazza l’aria con i suoi
venti può procurare più di un problema. In sostanza, vista
l'esperienza diretta, è un periodo che mi sento di consigliare
vivamente. All'arrivo, ore 15.00 locali, un'ora avanti rispetto all'Italia,
la stessa quando da noi c'è l'ora legale, facciamo conoscenza
con la nostra guida locale Ahmed, un ragazzo molto simpatico e gioviale
dalla parlantina sciolta e dall’italiano fluente, che ci aiuta
subito nel disbrigo delle formalità doganali e che ci accompagnerà
per tutta la durata del viaggio. Insieme a lui c’è un altro
ragazzo, praticamente il suo alter ego dato che mastica poco d’italiano
e non è un gran chiacchierone, ma che soprattutto, come scopriremo
in seguito, non è una guida bensì un poliziotto incaricato
della nostra sicurezza. Più probabilmente a mio avviso, vista
l'assenza di pericoli evidenti, per controllare che qualcuno del gruppo
non commetta sciocchezze infilandosi in qualche guaio, come quei turisti
tedeschi sorpresi anni fa alla partenza con il calco di un'incisione
rupestre come souvenir !! (ma dico io ) Da allora non è più
consentito girare da soli per il paese e anche in caso di viaggiatori
indipendenti, al di fuori dei tour organizzati, oltre al visto è
richiesto l'invito di un'agenzia turistica locale che faccia da garante.
Appena fuori dall'aeroporto approfittiamo della presenza di un ufficio
cambi per acquistare un po' di moneta locale, il dinaro ( inutile portarsi
dei dollari visto che ormai l'euro è normalmente accettato anche
qui ). E' difficile dire quanto convenga cambiare, in Libia attualmente
non esistono circuiti internazionali per prelevare con i bancomat e
le Carte di Credito sono ancora pressoché sconosciute, le spese
più frequenti le incontrerete per approvvigionarvi di acqua da
bere, circa 5 dinari al litro nei bar un po’ meno nei piccoli
market, ( per il deserto normalmente viene fornita dal tour organizzatore
) e per poter usare la macchina fotografica o la telecamera, 5/10 dinari,
nei siti archeologi e nei musei, ma considerate anche, come è
stato per noi, che facilmente il vostro accompagnatore locale sarà
in grado di cambiarvi della moneta allo stesso cambio praticato ufficialmente.
Ricordate infine che in Italia il dinaro vale praticamente come i soldi
del monopoli e che dovrete necessariamente riconvertirlo prima della
partenza, per sicurezza tenete la ricevuta di cambio perché potrebbero
richiedervela. Finalmente saliamo sul pulmann e partiamo alla volta
di Susa, una piccola città fondata nel 1897 da un gruppo di profughi
mussulmani in fuga da Creta, che sarà la nostra base per l'esplorazione
della Cirenaica. Lasciata Bengasi ci inoltriamo nel Jebel Akhdar, zona
delle Montagne Verdi, la catena montuosa più alta della Libia
settentrionale, la quale dopo una prima parte arida, ad onor del nome,
inizia a presentarsi con un susseguirsi di campi coltivati a grano,
piantagioni di olivi, viti, mandorli e grandi appezzamenti di campi
verdi dove pascolano tranquilli greggi di pecore, capre e perfino dromedari.
Nei pressi della cittadina di Al-Bayda la strada inizia a salire. Siamo
in vista del fiume Wadi al-Kuf che in questa zona crea una serie ininterrotta
di belle gole e ripidi canyon, teatro negli anni a cavallo tra il 1920
e il 1930 di accanite battaglie tra i patrioti libici, guidati dal leggendario
Omar al-Mukhtar, e gli occupanti italiani del maresciallo Badoglio.
Superato un moderno ponte, costruito su un affluente del Wadi al-Kuf,
la strada verso Susa inizia a scendere aprendosi in una bella valle
con magnifiche vedute della costa. Sono ormai le 19.30 quando arriviamo
all' El Manara, un moderno e confortevole albergo situato proprio nei
pressi dell'ingresso del sito archeologico di Apollonia.
18 Maggio
2005 Cirene – Apollonia
Oggi dedicheremo la giornata alla visita della Cirenaica, iniziando
dal più importante sito archeologico della zona, l'antica città
greca di Cirene.
Cenni Storici
Il mito sulla fondazione della città, come quasi tutti i miti
dell'epoca, vede gli dei ed i comuni mortali avvinti e travolti dalle
stesse umane passioni. In questo, si narra del rapimento d'amore di
cui rimane soggiogato il dio Apollo allorché il suo sguardo ha
modo di posarsi sulla leggiadra figura di Cirene, una ninfa amante della
caccia, assorbita in quel momento in un'accanita lotta con un leone.
Apollo incantato dalla bellezza e dalla forza della ninfa la ghermisce,
trascinandola in volo sul suo carro dorato. Nel punto esatto in cui
i due amanti atterrano, sulle coste libiche appunto, verrà successivamente
edificata l'antica colonia greca. Più prosaicamente la storia
racconta che la fondazione della città si deve a un piccolo gruppo
di cittadini fuoriusciti da Thera, l'odierna Santorini, che spinti da
motivi politici e demografici abbandonarono la loro isola nativa per
trovare nuove terre fertili da colonizzare. La scelta del luogo, già
abitato da tribù locali, si rivelò ben presto felice e
dall'anno della fondazione, nel 631 a.C., la città cresce e si
sviluppa rapidamente tanto da attirare cosi altri coloni dalla madre
patria. Cirene raggiunge il suo massimo splendore politico e culturale
nel IV sec. a.C., quando insieme ad altre quattro colonie della zona
da origine alla famosa federazione greca conosciuta come Pentapoli,
di cui assume il ruolo guida. Nel 331 a.C. anche la Pentapoli greca
in terra libica rimane soggiogata sotto l'espansione dell'impero di
Alessandro Magno perdendo cosi il suo status indipendente, che riacquisterà
solo per un breve periodo, alla caduta di quest'ultimo, prima di passare
sotto la dominazione dei faraoni egiziani della dinastia dei Tolomei
e dei romani in seguito, i quali la ricevono in eredità nel 96
a.C. dal faraone Tolomeo Apione insieme a tutta la Cirenaica. La storia
della città, divenuta nel frattempo un importante centro del
grande impero romano pur riuscendo a mantenere intatta la sua originalità
ellenica, assurge nuovamente alle cronache in seguito alla furiosa rivolta
della comunità ebraica che tra il 115 e il 117 a.C. la distrugge
mettendola a ferro e fuoco. Ricostruita per volere dell'imperatore Adriano
la città assume una connotazione più marcatamente romana,
anche se il periodo di rinnovata vitalità ha vita breve perché
il declino istituzionale ed economico di cui cade vittima l'impero finirà
per travolgere anche Cirene stessa, già duramente provata nel
breve volgere di un secolo da due devastanti terremoti ( 262 e 365 d
.C. ). Durante la successiva occupazione bizantina Cirene diviene un
centro cristiano di minore importanza, perdendo cosi il suo primato
regionale a favore della vicina città di Tolmeita, prima di cadere
nel 693 d.C. sotto la spinta dell'avanzata islamica in Nord Africa.
Lungo la strada
che dalla costa risale dolcemente la valle si incontrano i resti delle
antiche necropoli greche scavate direttamente nella roccia e riutilizzate
in seguito anche in epoca romana e bizantina. Di certune rimangono tracce
distinte nella specifica peculiarità della moda e dei costumi
del periodo in cui furono realizzate, alcune sembrano rappresentare
dei templi in miniatura ornati con piccole colonne scolpite e rappresentazioni
di divinità, altre sono caratterizzate da angusti locali attigui
privi di decoro, altre infine sono semplici sarcofagi ricavati direttamente
sul luogo della sepoltura. Prima di entrare nel sito archeologico ci
fermiamo ad ammirare dall'alto il tempio di Apollo, edificato come racconta
la leggenda nel punto esatto in cui il dio e la ninfa approdarono in
terra di Libia. E' una giornata limpida con un cielo terso e turchese
come solo queste latitudine sanno rendere, la temperatura è già
discretamente alta, ma grazie all'aria secca ed asciutta quasi non ci
si fa caso. Appena varcato l'ingresso del sito archeologico, la cui
visita richiede non meno di 3 h circa, si incontra il grande Gymnasium
costruito dai greci nel II sec. a.C. ed utilizzato come principale centro
sportivo della città. La grande palestra centrale all'aperto
era circondata su ogni lato da una fila di colonne doriche che delimitavano
un corridoio coperto e chiuso su un lato da un alto muro. In epoca romana
l'area fu trasformata in un Foro dedicato alle discussioni politiche
ed all'amministrazione della giustizia con annesso un tribunale. Il
maestoso ingresso, ben visibile ancora oggi, era formato da quattro
colonne doriche a sorreggere l'architrave del tetto. Subito dietro il
Gymnasium si trova un piccolo Odeon dedicato al dio Apollo, costruito
con granito di Assuan e marmo di Baros in Grecia, utilizzato nel periodo
ellenico per le rappresentazioni teatrali. A fianco una pista di atletica,
lo Xystos, sfruttata dagli atleti per i loro allenamenti quotidiani.
Sul lato sud-occidentale del Gymnasium si trova invece la Skyrota, la
via principale della città di Cirene, ornata in un primo tratto
denominato Portico delle Erme da grandi statue raffiguranti le Cariatidi,
immagini dei semidei Ercole ed Ermete. Successivamente i romani prolungarono
la strada fino a raggiungere l'Agora, trasformandola cosi in un viale
cerimoniale. Lungo la Skyrota si trovano dapprima un altro piccolo Teatro
costruito per gli spettacoli musicali e successivamente l'imponente
casa di Claudio Tiberio Giasone Magno, personaggio influente e gran
sacerdote del dio Apollo, risalente al II sec. d.C. L'ingresso della
casa era costituito da un grande cortile aperto che si apriva direttamente
sulla via principale. Utilizzato come empluvium per la raccolta dell'acqua
piovana era decorato con mosaici raffiguranti tra l'altro Arianna e
Dionisio ( attualmente asportati per una migliore conservazione). Sull'ingresso
si aprivano varie stanze interne tra cui una sala da pranzo estiva con
il pavimento in marmo, da cui l'ospite ed i suoi commensali potevano
godere di una magnifica veduta sulla vallata mentre banchettavano. Accanto
a questa sala si trova la stanza denominata della Quattro Stagioni,
cosi denominata per via del grande mosaico sul pavimento in cui una
fanciulla viene rappresentata ai quattro angoli abbigliata con i costumi
tipici delle stagioni dell'anno. Tra i resti archeologici, qui come
in altri punti del sito, si trovano le stilizzazioni scolpite di un'antica
pianta oggi scomparsa, il silphium, simile all'odierno finocchio selvatico
che all’epoca nasceva spontanea nella zona. Molto ricercata ed
apprezzata nell’antichità per le sue virtù curative,
speziali e afrodisiache, contribuì in maniera determinate alle
fortune di Cirene. Proseguendo lungo la Skyrota arriviamo all'Agorà,
la grande piazza pubblica vero fulcro della vita cittadina. Circondata
da templi ed altri edifici adibiti a funzioni civili poteva trasformarsi
da semplice mercato a luogo di ritrovo per assistere a cerimonie religiose
e politiche. Sulla destra si trova un Monumento Navale, restaurato di
recente, edificato dai Tolomei nel III sec. a.C. per celebrare una vittoriosa
battaglia. La statua rappresenta una Vittoria protesa sulla poppa di
una nave alla base della quale sono raffigurati due delfini e i tritoni
di Nettuno. In fondo alla piazza si trovano i resti del Santuario di
Demetra e Kore, realizzato in una non comune forma circolare ed abbellito
con statue di divinità femminili della fertilità sedute
ed in piedi, quest'ultime aggiunte nel periodo romano. Ogni anno vi
si svolgeva un festa molto importante a cui partecipavano solo le donne
e che rievocava il mito di Demetra. All'interno e subito intorno all'Agorà
si trovano altri edifici, come il Tempio delle Basi Ottagonali o la
Tomba di Batto, il capo dei coloni greci che fondarono la colonia di
Cirene, ma il loro stato di conservazione non ottimale li rende poco
interessanti e di difficile individuazione. Dietro l'Agorà una
strada costruita dai Bizantini scende dalla cima della collina verso
la zona sottostante del sito archeologico caratterizzata dal grande
Santuario di Apollo. Lungo la discesa si trovano i resti delle antiche
Terme di Artemide Diana risalenti al periodo greco, scavate interamente
nella roccia sono le uniche del genere mai ritrovate. Tra le varie stanze,
scarsamente illuminate da un'apertura praticata in alto, quella che
si è conservata meglio è il calidarium dove si notano
ancora le vasche per l'acqua calda e le piccole celle scavate nella
parete che fungevano da deposito per gli abiti. Alla fine della discesa
si arriva nei pressi della Fontana di Apollo, una sorgente naturale
utilizzata in passato come complesso termale conosciuto con il nome
di Bagni di Paride. Il Santuario di Apollo nei pressi è un insieme
di più templi ed edifici religiosi, tra cui il Tempio di Apollo
vero e proprio, uno dei più antichi della colonia di Cirene.
Costruito nel VI sec. a.C. venne successivamente dotato di file di colonne
sui quattro lati a racchiudere l'originale spazio aperto che fungeva
da area sacra. Ricostruito nel IV sec. a.C. subì la completa
distruzione durante la rivolta ebraica, i resti visibili oggi risalgono
al più recente periodo romano del II sec. d.C. Di fronte al tempio
si trova un grande altare monumentale utilizzato per i sacrifici dedicati
al dio e un bellissimo Nymphaeum, fontana sacra, con due leoni ai lati.
Su un lato del tempio di Apollo si trova il Tempio di Artemide ritenuto
più antico del santuario stesso. Da qui parte il sentiero che
conduce al grande Teatro di Cirene, edificato dai greci nel VI sec.
a.C. e modificato successivamente dai romani che lo trasformarono in
un anfiteatro, da qui si gode una magnifica vista verso il mare. Purtroppo
oggi appare piuttosto dimesso e molti dei livelli che un tempo potevano
ospitare circa mille spettatori sono crollati sotto il peso del tempo.
Tornando indietro verso l'uscita settentrionale del sito archeologico
si incontrano le antiche Terme Romane. Costruite nel I sec. d.C. sotto
l'imperatore Traiano furono successivamente restaurate dall'imperatore
Adriano, come ricorda una lapide che si trova in quello che era il frigidarium,
dopo i danni provocati dalla rivolta della comunità giudaica
di Cirene. Quello che resta del complesso termale, decorato con mosaici
e colonne in marmo cipollino, comprende altri vani come il tiepidarium
ed il calidarium, ed uno che fungeva da spogliatoio in cui fu rinvenuta
la statua delle Tre Grazie conservata ora nel museo della Jamahiriya
di Tripoli. All'uscita dal sito ci rechiamo a pranzo in un vicino complesso
chiamato resort Cirene, dove la caratteristica sala da pranzo è
stata ricavata direttamente nella roccia, un modo per creare un ambiente
isotermico con una temperatura gradevole rispetto alla calura esterna.
Dopo il pranzo riprendiamo il pulmann per spostarci più velocemente
nella parte del sito, in cima alla collina, che ospita il maestoso Tempio
di Zeus. Il tempio è il monumento più importante dell'antica
Cirene, dedicato alla principale divinità del pantheon greco
superava in dimensioni lo stesso Partenone di Atene. Lungo il perimetro
esterno era circondato da una doppia fila di colonne cosi come all'interno
del santuario vero e proprio dove venivano celebrati i riti in onore
del dio. Distrutto come gran parte della città durante la rivolta
ebraica venne restaurato dall'imperatore Adriano nel 120 d.C., ma dovette
subire un nuovo rovescio a causa, questa volta, del terremoto che colpì
tutta la zona nel 365 d.C. Quello che è possibile ammirare oggi
si deve all'abile opera di restauro condotta dall'equipe del prof. Stucchi
dell'Università di Roma che ha parzialmente ricostruito l'antico
tempio, solo qui abbiamo la ventura di imbatterci in un piccola comitiva
di turisti francesi dopo aver praticamente visitato il sito di Cirene
in perfetta solitudine. Terminata la visita dell'interessante sito di
Cirene ritorniamo brevemente in albergo in attesa di visitare il sito
archeologico di Apollonia, il cui ingresso dista appena poche decine
di metri, sviluppandosi lungo un tratto di costa direttamente sul mare.
Cenni Storici
La nascita di Apollonia avviene in un periodo successivo a quella di
Cirene, con lo scopo dichiarato di dotare quest'ultima di un porto marittimo
per favorirne gli scambi commerciali ed aumentarne cosi il prestigio
e la prosperità. Apollonia rivesti questa funzione anche sotto
il periodo della dominazione romana, fino a diventare per un breve periodo
anche la sede del governatore della provincia. Il terribile terremoto
che colpi la zona nel 365 d.C. causo gravissimi danni alla città
ed al suo porto, che quasi scomparve inabissandosi nelle acque del mediterraneo,
iniziando così a segnarne il declino nel periodo romano. Con
l'avvento dei bizantini Apollonia recupero in parte la sua prosperità.
I resti visibili oggi risalgono in maggioranza a quel periodo, V-VI
sec. d.C., in cui vennero edificate cinque basiliche recuperando in
parte marmi ed altri materiali dalla vicina Cirene, cosa che valse alla
città l'appellativo di "città delle chiese".
Con l'invasione islamica la città cade nuovamente in disgrazia
e i suoi edifici spogliati sono utilizzati come materiale da costruzione
per edificare, poco più a monte, una città per i profughi
mussulmani in fuga dall'isola di Creta.
Appena dopo l'ingresso del sito archeologico si incontra la basilica
denominata Chiesa Occidentale in cui convivono elementi tipici bizantini,
colonne di marmo bianco, ed elementi greci prelevati da Cirene, colonne
di marmo verde cipollino. Nei pressi si trova un battistero tipico dell'epoca,
realizzato al livello del pavimento permetteva al battezzato, scesi
alcuni gradini, di immergersi quasi completamente in una vasca colma
d'acqua per uscirne poi purificato dal lato opposto. Questo tipo di
battistero era comunemente usato nei primi periodi del cristianesimo
come simbiosi del battesimo di Gesù nelle acqua del Giordano.
Proseguendo lungo un sentiero si arriva nella più grande e meglio
conservata Chiesa Centrale, probabilmente edificata in onore di San
Marco. Anche questa basilica era adornata da colonne in marmo verde
cipollino sulle quali era scolpita una croce cristiana che sormonta
il globo di Atlante, a rappresentare l'universalità e il dominio
del nuovo credo. Poco fuori della chiesa si è conservata una
sedia in pietra utilizzata dal vescovo, sembra per trovare riposo dopo
aver presieduto alle funzioni liturgiche. Intorno alla chiesa si notano
i resti di antiche terme del periodo romano e bizantino, mentre più
discosto si trova l'edificio che ospitava il governatore bizantino.
Proseguendo lungo il sentiero si arriva ad un quartiere di case bizantine
su cui si affaccia la Chiesa Orientale edificata sui resti di un tempio
greco, qui il marmo cipollino è utilizzato anche per il pavimento
ed i rivestimenti murali. Edificata nel V sec. d.C. era la più
grande della Cirenaica, con la navata centrale separata dalle quelle
laterali da due file di colonne. Di li a poco il sentiero si affaccia
direttamente sulla spiaggia, di fronte alla quale si trova l'isola di
Hammam, che prima del terremoto del 365 a.C. era unita alla costa nel
punto in cui si trovava l'antico porto, inabissatosi in seguito al disastro
naturale. Lungo la parete rocciosa si trovano alcune grotte utilizzate
nell'antichità come depositi e fornaci per la produzione di ceramiche
e sfruttate oggi da gruppi di giovani, rigorosamente solo uomini, per
cuocere spiedini di carne su braci improvvisate. Alla fine del sentiero
si arriva direttamente sopra i resti del grande Teatro Greco, che dopo
il terremoto, come lo è oggi, è scivolato in avanti venendosi
a trovare proprio a ridosso del mare. Il teatro non venne mai utilizzato
dai bizantini perché ritenuto un luogo sacrilego, che sfruttarono
invece la collina sovrastante per farne una necropoli, come testimoniano
diversi sarcofagi. Terminata la visita del sito ne approfittiamo per
fare un bagno nella spiaggia sottostante, un tuffo e via data la temperatura
dell'acqua non proprio calda. Dopo la cena che consumiamo in albergo,
per inciso non aspettatevi molto dalla cucina libica perché è
piuttosto monotona e nemmeno lontana parente di quella stupenda marocchina,
usciamo a fare un giro. Giro che termina molto velocemente essendo Susa
una piccola cittadina non ancora abituata al turismo di massa, per fortuna,
e che come il resto del paese non offre molto per passare la serata.
Personalmente spero che rimanga cosi il più a lungo possibile.
Allora per chiudere la giornata ci ritroviamo tutti con la nostra guida
Ahmed a bere un tè alla menta nell'unico bar aperto, proprio
dietro l'hotel, e a chiacchierare amabilmente, non senza qualche punta
di asprezza quando la conversazione scivola sulla condizione delle donne,
sulle differenze tra la nostra cultura e la loro.
19 Maggio 2005
Susa - Qsar Libia - Tolmeita - Bengasi – Tripoli
Lasciamo di buon mattino la cittadina di Susa e ripercorrendo la stessa
strada dell'andata ritorniamo a Bengasi, dove ci attende un volo interno
con cui raggiungeremo Tripoli. Durante il tragitto il programma prevede
due soste per completare la visita della Cirenaica nella sua parte più
occidentale, una per ammirare gli stupefacenti mosaici bizantini di
Qsar Libia ed un'altra per visitare il sito archeologico dell'antica
colonia greca di Tolmeita. Qsar Libia è una piccola cittadina
che assurge alla ribalta della cronaca nel 1957, quando in seguito ai
lavori di scavo di una diga vengono riportati alla luce i resti di un’antica
basilica bizantina. Cosa ancora più stupefacente fu ritrovare
il pavimento della chiesa in ottimo stato di conservazione, cesellato
finemente da eleganti pannelli a mosaico raffiguranti soggetti religiosi
e mitologici. Arriviamo sul sito dopo aver percorso circa un'ora di
strada da Susa, nei pressi di quello che era un piccolo forte di presidio
del periodo turco, successivamente riutilizzato anche durante l'occupazione
italiana. Appena dopo l'ingresso un sentiero si fa largo tra i campi
verso est per arrivare sul luogo dove sorgeva la Chiesa bizantina, della
struttura originale rimane traccia nell'abside, nella navata centrale
e nella sala posteriore che accoglieva i fedeli dove sono stati rinvenuti
i mosaici, come si intuisce dagli spazi rimasti desolatamente vuoti
dopo che quest'ultimi sono stati asportati per collocarli nel vicino
museo appositamente costruito. I resti della chiesa non sono stati valorizzati
e gli scavi sembrano ora abbandonati all'incuria del tempo dopo alcune
opere di sistemazione effettuate da archeologi inglesi, cosi come affermato
dalla guida, su cui ci sarebbe più d’un particolare da
obbiettare. Ma il vero tesoro sono i bellissimi mosaici custoditi ora
nel piccolo museo del sito, proprio di fronte all'ingresso di un'altra
chiesa bizantina utilizzata dagli italiani come alloggio per le truppe.
In un miglior stato di conservazione, ma nella quale non furono rinvenuti
mosaici belli come nella prima. I 50 pannelli sono della dimensione
di circa mezzo metro quadrato e dopo essere stati inseriti in un telaio
di legno sono stati appesi alle pareti dell’unica sala del museo,
mentre sul pavimento è collocato il grande mosaico che ricopriva
la navata settentrionale della chiesa. I soggetti raffigurati nei pannelli
sono per lo più divinità precristiane, figure mitologiche
e animali di tutte le specie, tra i più significativi il pannello
n° 3 che rappresenta la città di Teodora ed il 28 che raffigura
una basilica con la facciata ornata da colonne. Ma il più importante
da un punto di vista storico è il pannello n° 48 , una delle
rarissime rappresentazioni del faro di Alessandria, con la figura del
dio Elio nudo che in cima al tetto regge nella mano destra una spada
con la punta rivolta verso il basso ed appoggiata sullo specchio di
ferro del faro. Uscendo dal museo si può salire sulle mura del
vecchio forte da cui si gode una bella vista sulla pianura circostante.
Lasciata Qsar Libia riprendiamo la strada per Bengasi, effettuando una
deviazione verso la costa per visitare il sito dell'antica colonia greca
di Tolmeita fondata nel IV sec. a.C. La città, una di quelle
che formavano la famosa Pentapoli greca, ebbe un ruolo rilevante anche
durante il periodo romano prima di iniziare una lenta decadenza con
l'avvento delle invasioni arabe. Il cielo si è improvvisamente
incupito e per un breve momento lascia scivolare verso di noi una leggera
pioggia, quasi il preludio ad un temporale che non arriverà mai.
Dall'ingresso del sito archeologico, i cui reperti più interessanti
risalgono al periodo che va dal I al II sec. a.C., un breve sentiero
conduce sul luogo dove sorgevano Tre archi romani, il punto d'incontro
tra il primo cardo e il decumano, le strade che attraversavano la città
seguendo la direzione dei quattro punti cardinali come in tutti i tipici
insediamenti romani. Proseguendo lungo il primo cardo incontriamo dapprima
l'antico Odeon greco, utilizzato per rappresentare spettacoli musicali
e successivamente trasformato dai romani in una piscina all'aperto,
e poco dopo, in leggera salita sulla collina, arriviamo nella grande
piazza dell'Agorà greca, divenuta poi il Foro Romano, le cui
fondamenta fungevano da enorme cisterna per la raccolta dell'acqua,
come testimoniano le numerose aperture che si trovano sulla sua superficie
e che corrispondono a pozzi sotterranei. In un angolo della piazza si
trova una piccola scala che scende nelle cisterne, destinate a raccogliere
l'acqua proveniente da sorgenti montane situate nella zona. Passando
da una stanza ad un'altra, pur con una scarsa illuminazione, si riesce
a percepire la dimensione e l'importanza che dovevano avere per la vita
della città. Dall'agora si scendiamo verso l'uscita del sito
passando accanto alla bella Villa delle Colonne, costruita da un facoltoso
romano sul luogo dove sorgeva una più antica costruzione andata
distrutta durante la rivolta ebraica. Sul pavimento di una stanza, sul
lato meridionale, è collocato un bel mosaico con una raffigurazione
di una testa di medusa, mentre nell'adiacente stanza da pranzo si rilevano
ancora le tracce dell’originale rivestimento delle pareti, realizzato
con lastre di marmo. La villa disponeva anche di una grande piscina
rettangolare, al cui centro era posta una piccola fontana raffigurante
un animale, ora conservata nel piccolo museo del sito. Ed è proprio
nel museo che ci rechiamo dopo aver esplorato i resti del sito che comprendono
anche un Teatro greco ed un'altra costruzione patrizia denominata Villa
delle Quattro Stagioni, per via del grande mosaico che vi è stato
rinvenuto e che fa ora bella mostra di se nella sala centrale del museo.
Terminata la visita del museo, in cui sono esposti alcuni reperti interessanti,
riprendiamo la strada per Bengasi salutando cosi la Cirenaica e la sua
millenaria storia. Un volo interno ci attende per portarci a Tripoli,
la capitale. Oltre al nostro gruppo si imbarcano molte altre persone
dato che questo è il mezzo più veloce per spostarsi in
Libia considerate le distanze, a meno di non volersi sobbarcare molte
ore di viaggio in pulmann, i 1024 Km tra Bengasi e Tripoli vengono percorsi
in circa 12 ore. Il risvolto della medaglia è che i voli interni,
oltre a essere sempre affollati, vanno prenotati con largo anticipo,
potendo subire forti ritardi, se non addirittura cancellazioni dell'ultimo
momento. Tutto questo contribuisce a rendere un viaggio in Libia "un
tantino elastico" per le nostre brutte consuetudini da occidentali,
abituati a vivere con l'orologio che spacca il secondo e in perenne
rincorsa contro il tempo, che dovrebbe pur sempre rimanere una convenzione,
ma in perfetta armonia con la filosofia araba che tutto fa discendere
dalla suprema volontà divina. Per cui più che preoccuparsi
delle piccole disavventure che possono verificarsi, è meglio
godere di quello che può regalare un imprevisto improvviso. Durante
il volo, per le strane bizzarrie del check-in, mi ritrovo staccato dal
resto del gruppo, isolato in mezzo a donne con il velo, bambini smaniosi
e uomini in volo per affari, ma questo mi da anche la possibilità
di rispolverare il mio scarso inglese scolastico e di chiacchierare
amabilmente con il mio vicino di posto, un simpatico ingegnere rappresentante
di una multinazionale tedesca specializzata in apparecchiature tecniche,
giusto il tempo di scoprire, se mai ce ne fosse stato bisogno, l'orgoglio
di appartenenza di questo popolo che prima di essere arabo si sente
profondamente libico. Atterriamo in perfetto orario nel secondo aeroporto
della capitale, è quasi sera ormai e non ci resta che raggiungere
il nostro albergo in attesa delle nuove meraviglie che il fato ci sta
preparando per il giorno successivo.
20 Maggio 2005
Tripoli - Leptis Magna – Sebha
E' Venerdì, giornata sacra e di riposo per il mondo islamico,
così su consiglio e organizzazione della nostra giovane guida
Ahmed effettuiamo un cambiamento rispetto al programma originale che
prevedeva per oggi la visita della città di Tripoli. Ci rechiamo
dunque a visitare la stupenda città romana di Leptis Magna, posticipando
la visita di Tripoli al ritorno dal giro nel deserto, in una giornata
in cui sarà possibile vivere più pienamente la sua realtà
quotidiana.
Cenni Storici
Gli storici sono concordi nel far risalire le origini della città
al VII sec. a.C., ad opera di coloni fenici di Tiro, in fuga da una
guerra locale, e da coloni punici in uscita da Cartagine. Poche tracce
rimangono di questo periodo, in cui probabilmente la futura Leptis non
assunse un ruolo di particolare preminenza. Cosi alla caduta di Cartagine,
come tutta la zona, passo prima sotto l'influenza del regno di Numidia
e successivamente a partire dal 111 a.C. sotto quella romana, grazie
ad un vero e proprio trattato di amicizia e di alleanza tra i due popoli.
Ma è con la salita al potere dell'imperatore Augusto, a pochi
anni ormai dall'avvento dell'era moderna che vedeva la nascita di Cristo,
che Leptis Magna inizia ad assumere un ruolo sempre più importante
all'interno del grande impero. In questo periodo si era già formata
una classe aristocratica profondamente legata alla cultura e al gusto
romano, ed è grazie a questa che la città inizia a conformarsi
sempre di più allo stile architettonico, economico e commerciale
delle altre grandi città romane, vengono cosi avviate grandi
opere e realizzati alcuni dei magnifici edifici arrivati fino ai nostri
giorni dopo sapienti restauri. Come ad esempio il mercato e il teatro
edificati grazie alla munificenza del nobile Annibale Rufo. Negli anni
successivi, a parte un breve periodo a cavallo della prima meta del
I ° secolo, quando cade in disgrazia e viene invasa dai Garamanti
(alleati della vicina città di Oea, l'odierna Tripoli ) come
rappresaglia per aver parteggiato per una fazione perdente in una delle
tante lotte intestine che periodicamente attraversavano l'impero, lo
sviluppo della città prosegue inarrestabile. Cosi durante il
regno dell'imperatore Adriano ( 117-138 d.C.) e ancora di più
sotto quello di Settimio Severo, a cui diede i natali, superata la crisi
grazie alla prosperità delle sue attività agricole e commerciali
Leptis Magna continua ad ingrandirsi espandendo i suoi confini fino
ad inglobare interi tratti di costa. In questo periodo gli edifici pubblici
e privati vengono abbelliti con rivestimenti di marmo pregiato, mentre
la costruzione di un grande acquedotto, oltre a garantire una riserva
idrica costante, permetterà in seguito l'edificazione delle grandi
terme note con il nome di Terme di Adriano. All'inizio del III sec.
d.C. con le riforme di Diocleziano Leptis Magna viene elevata al rango
di capitale della provincia autonoma della Tripolitania, anche se la
nomina resterà gloria di breve durata perché una serie
di sfortunati eventi naturali, ripetuti terremoti (disastroso quello
del 365 d.C. ) ed inondazioni, insieme all'ormai inesorabile declino
di tutto l'impero precipiteranno la città verso un periodo oscuro
e decadente che perdurerà fino all'avvento dei Bizantini nel
VI sec. d.C. Del periodo bizantino rimane traccia in un poderoso muro
di cinta fatto edificare da Giustiniano I, che non si rivelerà
però sufficiente a fermare le successivi invasioni arabe, a cui
tuttavia Leptis riesce a sopravvivere fino al X sec. d.C., quando abbandonata
inizia a svanire lentamente sotto la sabbia fino alla successiva riscoperta.
Uscendo da Tripoli seguiamo il litorale verso est, la strada che costeggia
il mare si dipana tra una fila ininterrotta di stabilimenti balneari
con piccole capanne di paglia da una parte e da piantagioni di ulivi
e altre coltivazioni tipiche dell'area mediterranea dall'altra. Arrivati
a Leptis Magna facciamo la conoscenza con la guida che ci illustrerà
il sito, uno dei fratelli del nostro giovane accompagnatore Ahmed, una
persona che lavora nel campo dell'archeologia, molta preparata e con
un’ottima padronanza della lingua. Ma prima di addentrarci nel
sito vero e proprio ci rechiamo a visitare il Museo, appena a lato della
biglietteria, dove sono conservati reperti storici ed oggetti d'arte
e d'uso comune rinvenuti durante gli scavi. Alcuni di questi sono di
notevole pregio artistico, come la statua di una donna velata in cui
l'artista è riuscito a rendere in maniera sorprendente la trasparenza
del braccio nudo sotto il manto di marmo. Complessivamente il museo
si compone di ben 25 sale, per un giro completo occorre circa un'ora
abbondante, disposte in ordine cronologico dalla preistoria fino ai
giorni nostri, in cui ogni reperto è illustrato da una didascalia
in arabo ed inglese. In particolare nella sala 4 sono conservati i fregi
originali che ornavano l'arco di trionfo di Settimio Severo ed in cui
l'imperatore è raffigurato insieme a componenti della sua famiglia
e a figure mitologiche , nella sala 7 sono invece custodite molte belle
statue, sempre del periodo dei Severi, come la famosa donna velata ed
un Marco Aurelio, Serapide, con le sembianze del dio Esculapio. Salendo
al primo piano la sala 14 ospita oggetti d'uso commerciale, come le
unita di misura utilizzate nelle operazioni di compravendita del mercato,
mentre nella sala 15 è invece conservato il tesoro di Misrata,
una collezione di più di 1000 monete di dubbia provenienza risalenti
al periodo tra il 294 e il 333 d.C., probabilmente il soldo di una guarnigione
della zona. Le sale 17 e 18 sono invece dedicate al tema della morte
ed ospitano una collezione di varie urne cinerarie in pietra calcarea
ed alabastro, per le persone più abbienti, in cui venivano conservate
le ceneri dopo la cremazione. La penultima sala raccoglie invece, con
un gusto un po' kitsch, una serie di regali, doni ufficiali e non, ricevuti
da Gheddafi. Terminata la visita del museo iniziamo quella del sito
archeologico. Un breve sentiero introduce all’interno dell'area
proprio dove è situato lo stupendo Arco di Settimio Severo, posto
nel punto d'incontro tra la Via Trionfale, il cardo, e la via decumana
che attraversava la città lungo l'asse est-ovest. L'arco risale
al 203 d.C. e venne edificato per commemorare la visita dell'imperatore
Settimio Severo alla sua città natale. Quello che si può
ammirare oggi, realizzato anticamente in pietra calcarea e successivamente
rivestito di marmo, è un'abile ricostruzione del monumento originale,
oggetto ancor oggi di restauro. Quattro grandi piloni abbelliti sui
lati da più piccole colonne corinzie sorreggono un tetto a cupola.
Sulle facciate esterne sono scolpite in rilievo scene che illustrano
la grandezza dell'imperatore e della sua famiglia di origine, mentre
in quelle interne sono rappresentate campagne militari e vittorie ottenute
dall'impero romano durante il suo regno. Sul tetto sono collocati due
grandi bassorilievi con varie scene tra cui una in cui l'imperatore
tiene per mano il figlio Caracalla, quasi un gossip d'epoca a smentire
le chiacchiere di dissidi interni per questioni di potere. Dall'arco
partiva verso nord la Via Trionfale, l’arteria sulla quale si
svolgevano le grandi parate cerimoniali, sullo sfondo si intravedono
i resti dell'Arco di Traiano. L'altra grande strada cittadina, il decumano,
attraversava invece l'arco per dirigersi, ad est verso le grandi terme
di Adriano, e ad ovest verso l'Arco di Antonino Pio, di cui si scorgono
i resti in lontananza. Sulle vie si può ammirare ancora l’originale
selciato romano. Imboccato il decumano ci avviamo a destra verso le
Terme di Adriano. Costruite nei primi anni del II sec. a.C. su volere
dell'imperatore, grazie anche all'abbondante disponibilità d'acqua
approvvigionata dal nuovo acquedotto, divennero ben presto uno dei punti
d'incontro più frequentati e luogo preferito di tutta la città.
Accedendo dalla palestra a pianta ellittica si è introdotti nel
natatio, una sala che serviva come ambiente d'ingresso, abbellito da
una piscina all'aperto circondata da colonne. Sul lato sinistro si trova
invece una stanza adibita agli incontri conviviali, con annesso un locale
utilizzato per incontri di altro genere, le latrine. Funzione che evidentemente
i romani non si scandalizzavano ad espletare in comune, probabilmente
con l'unica discrezione di separare la zone delle donne da quella degli
uomini. Superato il natatio si accede al grande frigidarium, la sala
adibita all'ultima fase, quella fredda appunto, del sistema termale
romano che prevedeva un passaggio graduale da un ambiente più
caldo ad uno più freddo con tuffo finale in piscina. E' uno degli
ambienti più belli delle terme, una sala di 30 metri per 15 con
il pavimento rivestito di marmo ed il tetto sorretto da otto colonne
di marmo cipollino e decorato con mosaici dai colori vivaci. Lungo il
suo lato più lungo si trovano vari ambienti, utilizzati all’epoca
come spogliatoi e saune, con al centro il tiepidarium, la zona tiepida,
che separava l'altro grande ambiente delle terme il calidarium, dove
veniva invece effettuato il bagno caldo. E' interessante vedere come
il pavimento rialzato di questa stanza nascondesse al suo interno una
miriade di nicchie dove si infilavano bambini o forse persone di bassa
statura per porre le braci ardenti prelevate dalla vicina fornace. Uscendo
dalle terme di Adriano si trova subito a destra il Nymphaeun o Tempio
delle Ninfe che fa da sfondo ad un grande piazza. Edificata all'epoca
di Settimio Severo la fontana era concepita come un teatro con file
di colonne sovrapposte in marmo rosso e cipollino ed abbellita da statue
di marmo. Da qui parte la Via Colonnata, una strada monumentale che
collegava le Terme di Adriano con il porto. La strada, riservata ad
un uso pedonale, era fiancheggiata da numerose costruzioni pubbliche
e private tra cui il grande Foro dei Severi con annessa la Basilica.
Il nuovo foro edificato dalla dinastia dei Severi, una grande piazza
pavimentata con lastre di marmo di circa 100 metri per 60, era circondato
da portici ad arcate abbelliti da numerose effigi della Gorgone, rappresentazioni
della Dea della Vittoria, immagini della Medusa e di altre ninfe marine.
Sul fondo della piazza si ergeva maestoso il tempio dedicato all'imperatore
divinizzato, consuetudine romana che vedeva l'uomo imperatore assurgere
al livello degli dei, purtroppo oggi ne rimane traccia solo nella grande
scalinata che conduce alla piattaforma sacra da cui è possibile
dominare tutta l'area del foro, la cui edificazione segnò uno
dei punti più alti dello splendore raggiunto dalla città.
Accanto al nuovo foro, sul lato nord-orientale, si trova la Basilica
dei Severi. L'edificio, la cui struttura architettonica richiama alla
mente quella di una basilica cristiana, era in realtà un palazzo
di giustizia. Iniziata durante il regno di Settimio Severo verrà
ultimata solo nel 216 d.C. con quello del figlio Caracolla, lunga 92
metri per 42 di larghezza si compone di una navata centrale, con due
absidi semicircolari collocate alle estremità, e di due navate
laterali separate da file di colonne di granito rosso. Le due absidi
sono abbellite da spettacolari colonne scolpite interamente in rilievo,
con scene che raffigurano racconti mitologici e di storia romana. Solo
nel VI sec. d.C., per volere dell'imperatore bizantino Giustiniano,
la Basilica viene trasformata in una chiesa cristiana, riutilizzando
allo scopo l’abside sud-orientale. Terminata la visita usciamo
dalla Basilica e ci immettiamo in una via trasversale che incrocia la
via Trionfale, la seguiamo in direzione sud-ovest avviandoci cosi verso
la zona del mercato. Passiamo accanto al Tempio di Serapide, di cui
rimane traccia in alcune colonne di marmo cipollino e nella breve scala
che conduceva all'interno dell’area sacra, e superiamo la Porta
Bizantina, nei cui pressi si trovano simboli fallici scolpiti in rilevo
che indicavano la direzione da seguire per raggiungere un lupanare.
Alle nostre spalle si intravedono il mare e la spiaggia di sabbia bianca,
mentre spostando lo sguardo sulla destra, appena al di sopra di una
collina verdeggiante, si possono vedere i resti del primo insediamento
di Leptis, risalente al periodo dell'imperatore Augusto, edificato sul
sito di un più antico insediamento punico. Il vecchio nucleo
centrale di Leptis Magna, abbandonato dopo la costruzione del nuovo
foro che favorì lo spostamento del baricentro della città
verso l'interno, si componeva di un foro circondato su tre lati da un
portico e da numerosi edifici civili e religiosi. Nelle immediate vicinanze
infatti sono stati rinvenuti i resti di tre antichi Templi e di una
basilica successivamente riutilizzata dai bizantini come chiesa cristiana.
I tre templi erano dedicati a Liber Pater (II sec. d.C. ), ad Augusto
e alla città di Roma ( in pietra calcarea, 14-19 d.C.), ed a
Ercole. Gli edifici di questo primo nucleo abitativo non sono però
in ottimo stato di conservazione e nella nostra visita sono stati appena
sfiorati. Arriviamo infine al Mercato, uno dei luoghi più suggestivi
ed affascinanti di tutto il sito di Leptis Magna, costruito verso il
10 a.C. e successivamente ristrutturato sotto il regno di Settimio Severo.
Vi si respira un'atmosfera magica e camminando tra i suoi resti sembra
quasi di poter riascoltare le voci e i suoni che lo animavano un tempo.
I due padiglioni ottagonali di circa 20 mt. di diametro, abilmente ricostruiti
dagli archeologici, si stagliano con i riflessi della pietra calcarea
su un orizzonte blu cobalto creando un effetto d'insieme veramente suggestivo.
Dal materiale rinvenuto all’interno, come ad esempio unità
di misura in pietra, risulta che quello più settentrionale doveva
essere adibito al commercio dei tessuti, mentre l'altro era probabilmente
utilizzato come mercato ortofrutticolo. Tutt'intorno si trovano i resti
di altri banchi con le piccole basi in marmo destinate a sostenere il
piano di lavoro. Dai delicati ornamenti che rappresentano dei delfini
si può intuire come alcuni fossero utilizzati per il commercio
del pesce. Nell'isolato ad ovest del mercato si trova il bellissimo
Teatro di Leptis Magna, uno dei più antichi dell'epoca romana,
risalente agli inizi dell'era moderna (1-2 d.C.) ed edificato sul luogo
dove sorgeva una necropoli punica ( V-VII sec. a.C. ). La ricostruzione
rispecchia fedelmente la struttura originale che si componeva di un
palcoscenico con tre nicchie circolari a cui successivamente, sotto
il regno di Antonino Pio, venne aggiunto un triplice ordine di colonne
che lo circondava completamente. Una serie di sculture e statue contribuivano
a decorarlo ulteriormente creando certamente un effetto stupefacente
per gli spettatori seduti di fronte. Immediatamente sotto il palcoscenico
si trova l'ampio spazio dell'orchestra, con tutt'intorno una prima fila
di sedili riservati ai notabili della città. Una balaustra in
pietra, aggiunta sul finire del I sec. d.C., provvedeva a separare i
posti d'onore dai restanti sedili, che in file ordinate risalgono il
versante della collina. Dalla cima del teatro si gode una magnifica
vista d'insieme sulla costruzione stessa, mentre lo sguardo è
libero di spaziare verso l'orizzonte, dove il profilo del mare, che
sfuma dal verde al blu intenso, si confonde in lontananza con quello
del cielo. Accanto al teatro si trova il Chalcidium, una struttura monumentale
del periodo di Augusto con un portico sopraelevato affacciato sulla
via Trionfale, al suo interno si trova un tempio dedicato alla dea Venere
e all'imperatore. Per terminare la visita della stupenda Leptis Magna
non ci rimane che vedere l'Anfiteatro e lo Stadio. I due edifici sono
raggiungibili a piedi, lungo un sentiero di circa 1 Km che parte dal
porto, oppure in auto, come facciamo noi, a circa a 2 Km ad est del
parcheggio principale del sito archeologico. L'Anfiteatro risalente
al I sec. d.C. si affaccia direttamente sul mare. Scavato interamente
sul fianco di una montagna poteva ospitare parecchie migliaia di spettatori,
che qui si davano convegno per assistere a spettacoli cruenti tra animali
feroci e uomini. Criminali e successivamente martiri cristiani condannati
a morte certa, spettacoli che erano il preludio ai combattimenti tra
gladiatori. Uno stretto passaggio consentiva l'accesso dall'Anfiteatro
direttamente allo Stadio, di cui non rimangono che poche tracce nelle
fondamenta, dove si svolgevano le gare dei cocchi trainati dai cavalli,
uno tra gli spettacoli preferiti dai romani. Da qui si può gettare
uno sguardo verso quelli che sono i resti del porto della città,
che in seguito a errori di valutazione fini per insabbiarsi ben presto
tanto da divenire col tempo quasi inutilizzabile. Sono quasi le due
del pomeriggio quando lasciamo Leptis Magna, uno dei siti archeologici
più belli ed affascinanti che mi sia mai capitato di vedere,
una perla che da sola può valere tutto il viaggio. Durante il
tragitto per rientrare a Tripoli ci fermiamo a mangiare in un simpatico
locale prima di dirigerci, data ormai l'ora, direttamente all'aeroporto
dove ci attende il volo delle 20.00 che ci porterà a Sebha, la
città alle porte del deserto utilizzata come base di partenza
per le escursioni nel mare sabbioso. Inizia cosi l'attesa per la partenza,
un'attesa che si fa via via sempre più snervante, mentre le lancette
dell'orologio scorrono inesorabilmente insieme alle mille voci che si
accavallano frenetiche, si parte non si parte..... Anche alla nostra
giovane e brava guida Ahmed non resta che allargare le braccia e alzare
gli occhi al cielo in cerca di un qualche sostegno divino o perlomeno,
senza voler disturbare troppo, del supporto di una qualche dea bendata,
di quelle invocate in tutte le epoche e a tutte le latitudini nel momento
del bisogno. Nel piccolo aeroporto di Tripoli non ci sono molte distrazioni
con cui passare il tempo e cosi esaurito il giro dei piccoli bazar e
sbrigata l'incombenza delle cartoline ci si ritrova a bivaccare sulle
panchine in trepidante attesa di notizie. E visto che ormai è
arrivata l'ora di cena e che non è saggio allontanarsi troppo
dall'aeroporto arrivasse l’ordine di imbarco, il nostro Ahmed
ci porta tutti al self-service del piano superiore, non avrei neanche
pensato ce ne fosse uno, e dove, ad onor del vero, non si mangia affatto
male. Con il caffè arriva la notizia che ci rinfranca tutti,
finalmente si parte !!! E’ andata bene, solo 4 h di ritardo, perché,
come ho già avuto modo di dire, a volte i voli interni in Libia
possono subire cancellazioni improvvise a cui occorre sopperire con
lunghe scarrozzate in pulmann, ma d'altra parte tutto concorre a rendere
un viaggio avventuroso ed è perfettamente inutile prendersela
troppo. Arriviamo all'aeroporto di Sebha che sono quasi le 2 di notte
e recuperati i bagagli ci imbarchiamo, divisi in gruppi da 4, sui fuoristrada
Toyota che ci attendono fuori, direzione albergo, doccia, letto, nanna.
E qui un cenno a parte merita l'albergo, normalmente utilizzato da funzionari
del governo, il meno comodo in assoluto di tutto il viaggio. Certo non
riporto questa nota a titolo di lamentela, come altre di cui ho già
fatto accenno o che seguiranno nel racconto, sono una persona che si
adatta veramente a tutto (beato militare), ma perché siate pronti
e coscienti, venendo in Libia in questi primi anni di apertura al turismo,
a saper adattare le vostre esigenze ai piccoli inconvenienti che potreste
avere la ventura di incontrare, anche perché, il viaggio, ne
vale veramente la pena.
21 Maggio 2005
Sebha - Germa - Ubari - Al Aweinat - Campo FAO35
Quella che affrontiamo oggi è una tappa di avvicinamento al deserto,
lo stupendo Jebel Acacus, che si rivelerà l'occasione per familiarizzare
gradatamente con il cambio di panorama e di clima che ci attende passando
dalla costa verso l'interno del paese e per conoscere meglio il simpatico
Alì ( pensavate che potesse chiamarsi diversamente ? ). Il provetto
autista della nostra Toyota 4x4, mezzo che ormai a tutti gli effetti
ha soppiantato l'uso del dromedario e recentemente quello dei più
costosi Range Rover, conosciuto la sera prima all'aeroporto e a cui
per i prossimi 5 giorni affideremo il nostro fondo schiena, che grazie
soprattutto alla sua bravura arriverà al termine senza troppi
scossoni. Lasciamo Sebha con la nostra piccola carovana, a cui si aggiunge
una jeep di supporto, e ci immettiamo sulla statale nazionale che da
Tripoli, attraverso il Fezzan in direzione sud-ovest, raggiunge la cittadina
di Ghat al confine con l'Algeria. Dopo pochi chilometri entriamo nel
Wadi al-Hayat, la Valle del valore della vita, una zona resa fertile
dalla presenza di una falda freatica sotterranea, dove alle palme e
ai bassi arbusti si alternano appezzamenti coltivati. Attraversiamo
cosi piccoli villaggi sistemati a cavallo della strada, l'architettura
è simile a quella di altri paesi arabi del Nord-Africa, piccole
case dal tetto piatto in seconda fila dietro ad un susseguirsi di esercizi
commerciali, officine, bar, macellerie e generi vari, che si affacciano
direttamente lungo la carreggiata. Ad Ubari, una delle cittadine più
grandi della zona, ci fermiamo per una sosta. Durante i trasferimenti
in jeep le soste si susseguiranno spesso, ogni mezz'ora circa che si
sia su strada asfaltata o in pieno deserto, per dar modo agli autisti
di riposare e a noi passeggeri di sgranchire un po' le gambe. Ubari
è una cittadina vivace, ultimo centro importante prima del deserto
dove fare acquisti ed approvvigionamenti, ma quello che salta subito
agli occhi è la quasi totale assenza di donne in giro, come del
resto abbiamo già notato lungo tutta la strada. Senza dubbio
qui vige una consuetudine di usi e costumi più tradizionale,
a differenza delle grandi e piccole città del Nord, che vede
la donna relegata ad un ambito quasi esclusivamente domestico. Cosi
in giro per negozi ci sono solo uomini, come sono solo ragazzi gli utilizzatori
di un Internet Point da dove invio un ultimo saluto al mondo prima di
lasciare la cosiddetta civiltà. Appena dopo Ubari il panorama
inizia a farsi più arido, sulla destra ci accompagnano le dune
del grande deserto sabbioso che prende il nome dalla zona, mentre a
sinistra ci fanno da cornice i contrafforti del deserto roccioso del
Msak Settafet, al centro la strada è un lungo nastro d'asfalto
nero che si dipana dritto per chilometri, quasi che fosse stato messo
li apposta a separare i due antichi contendenti, con un effetto d'insieme
veramente notevole. E' ormai ora di pranzo ed approfittiamo di uno sparuto
gruppo di arbusti, che sembra offrirci un po' di riparo all'ombra, per
montare il nostro bivacco. Ogni jeep è dotata di un piccolo tavolino
da campeggio con quattro sgabelli a corredo, e cosi in breve unendoli
formiamo una lunga tavolata. Nel frattempo i nostri autisti si accomodano
in disparte, seduti direttamente in terra, mentre alcuni di loro dopo
aver acceso un fuoco si preparano a cucinare qualcosa di locale, a noi
tocca invece il nostro bravo vassoio da turista confezionato e sigillato,….ho
capito preferiscono restare in disparte e non far vedere quello che
mangiano per non farci venire l'acquolina in bocca. A questo punto del
viaggio qualcuno si starà chiedendo, com'è andata in Libia
con la famosa maledizione di Tutankamon da viaggiatore ? Posso rispondere
che a me è andata benissimo e che per quanto ho potuto osservare
l'igiene del cibo mi è sembrata sufficiente, ma devo anche aggiungere
al proposito che io seguo scrupolosamente le prescrizioni del caso,
che ricordo prevedono come prima regola l'uso di acqua esclusivamente
imbottigliata senza ghiaccio di alcun tipo, e a cui personalmente aggiungo
l'assenza di consumo di verdure crude, dolci e yogurt non confezionati,
il tutto associato all'assunzione regolare, a partire da una settimana
prima e per tutta la durata del viaggio, di fermenti lattici. Chiedete
in farmacia perché per questo viaggio ne ho trovato un tipo masticabile,
cosi da evitare problemi di temperatura, quelli liquidi devono essere
conservati sotto una certa soglia altrimenti perdono di efficacia, e
di avere a disposizione liquidi per assumerli. Devo aggiungere inoltre
che alcuni compagni di viaggio, da qui in avanti, hanno accusato malori
e febbri riconducibili a problemi intestinali, ma è pur vero
che ogni fisico reagisce a suo modo e a volte non ci sono accorgimenti
che tengano considerando la presenza naturale di batteri a cui il nostro
organismo non è abituato. Ricordo che in Egitto, ad Assuan, un
marinaio che ci accompagnava a visitare il complesso sull'isola di File
si sparò una bella sorsata d'acqua direttamente dal Nilo, pensate
cosa potrebbe succedere ad un europeo che volesse osare tanto….Dopo
il pranzo riprendiamo il cammino e nel tardo pomeriggio arriviamo ad
Al-Aweinat, l'ultimo contatto con il mondo prima di addentrarci verso
l'ignoto, una piccola cittadina che può servire come base di
partenza. Lungo la statale ci fermiamo brevemente nel piccolo Aflaw
Camp, un resort che offre ospitalità in piccoli cottage di fango
con i tetti di paglia e in cui si trova un'agenzia dell'Aflaw Tours,
la cui sede principale è a Tripoli, che organizza escursioni
nel deserto a dorso di dromedario o in fuoristrada. Lungo il ciglio
della strada, appena fuori dal Camp, stazionano piccoli commercianti
che offrono oggetti di artigianato Tuareg o dei paesi africani limitrofi.
Collane, orecchini, bracciali, pendagli, monili, piccoli coltelli, strumenti
musicali, ecc... , come sempre in questi casi valgono due regole, primo
non stancarsi di contrattare sul prezzo ( è un gioco che piace
anche a loro ), senza però arrivare ad offrire miserie che offendano
e secondo comprare ciò che piace senza stare troppo a chiedersi
quanto argento od oro contenga la lega di cui sono fatti, in fondo sono
oggetti che valgono per il ricordo intrinseco che portano con se. E
forse potrebbe capitare anche a voi di vedervi proporre un baratto,
io in cambio di un orologio digitale in plastica, trovato nel 2004 in
un ostello della Norvegia, del valore presunto di poche decine di euro,
ho avuto in cambio una croce Tuareg chiamata Croix d'Agadez. E' uno
degli oggetti tipici dell'artigiano, una croce stilizzata che si trova
in varie forme e che non ha nulla a che vedere con significati cristiani
rappresentando solo un potente talismano contro la sfortuna ed il malocchio,
per chi ci crede. D'altra parte nel deserto si può benissimo
fare a meno dell'orologio, ma non di un po' di fortuna se necessario
e poi mi piaceva l'idea che quell'oggetto trovato quasi a Capo Nord
potesse andare a finire in chissà quale piccolo villaggio africano.
Terminati gli ultimi acquisti, ma non mancheranno altre occasioni durante
il viaggio, riprendiamo il cammino lasciando poco dopo la strada asfaltata
per imboccare una carrozzabile sterrata in direzione est verso il deserto.
Pochi chilometri e magicamente il panorama si apre verso un orizzonte
appena sfocato. Quella che prima sembrava una pista sicura si trasforma
ora in una raggiera di tracce confuse, un insieme di segni antichi e
recenti che virano in tutte le direzioni, quasi che un'arcaica divinità
messa a guardia dell'ingresso voglia saggiare la nostra volontà
di entrare in quel mondo sconosciuto. La carovana, che fino a poco prima
aveva viaggiato in ordine come seguendo un invisibile filo di lana,
si apre ora come il bocciolo di un fiore che dischiude i suoi petali
ai primi raggi del mattino. Ognuno sembra seguire un suo immaginario
riferimento, in un rincorrersi di linee attraverso uno spazio sconfinato
dove l'unica cosa che si muove sono le volute di polvere alzate dalle
ruote che mordono la terra arsa. Ci si incontra per un attimo per lasciarsi
un secondo dopo, fissi verso una meta comune, ma soli lungo il cammino,
con lo sguardo perso fuori dal finestrino verso un orizzonte che non
si avvicina mai. Arriviamo al campo FAO35 verso le 19.30 dopo aver superato
il problema dell'insabbiamento di una Toyota 4x4 rimasta intrappolata
nel tentativo di superare di slancio una piccola duna. C'è ancora
luce e l'aria è fresca e piacevole, mentre ci sistemiamo nelle
tende e prendiamo confidenza con il campo quasi senza accorgersene inizia
a scendere la notte, con il buio profondo subito squarciato da una luna
splendente prossima alla sua massima ampiezza. Il campo FAO35 è
uno dei tanti che vengono montati nel deserto nel periodo in cui si
effettuano le escursioni, noi siamo l'ultimo gruppo della stagione ed
alla nostra partenza verrà interamente smontato in attesa che
passi il gran caldo che si avvicina. Siamo fortunati il periodo climatico
è godibilissimo e nei giorni a venire avremo modo di apprezzare
giornate asciutte, in cui non ci si accorge quasi dei 40° all'ombra,
e di notti fresche dove basta un coperta leggera senza dover tirare
fuori il sacco a pelo portato inutilmente a prendere aria. Conviene
comunque seguire l'esempio di chi nel deserto ci vive ed indossare un
abbigliamento adeguato, copricapo (soprattutto per chi come me è
ehm.....sprovvisto di protezione naturale), pantaloni lunghi di cotone
leggero e magliette estive sempre a maniche lunghe (con le insolazioni
non si scherza). Il Campo è molto carino ed ordinato, sembra
quasi di essere in un accampamento romano di qualche millennio fa. Completamente
circondato da una palizzata di canne è diviso in piccoli quartieri
che ospitano due o tre tende, con una zona comune per il bagno, dotata
di lavandini all'aperto e cabine docce in cui un solerte ragazzo vi
predisporrà una sacca d'acqua tipo quelle che si usano anche
da noi nei campeggi, e una zona pranzo con la cucina e una grande tenda
dove si mangia tutti in comune. Ma ssssss….., ora si è
fatto tardi, le palpebre iniziano a farsi sempre più pesanti
ed i pensieri sempre più lievi, 450 Km di strada nazionale, due
orette di sterrato e i sali scendi su e giù dalle dune hanno
fiaccato le nostre resistenze oltre ogni limite,....e allora basta allungare
un po' la mano e tirare la cordicella che pende giù dalla Luna.
Click....e sogni d'oro.
22 Maggio 2005
Campo FAO35 - Wadi Tashwinat - Dune di Iguidi Ouan Kasa - Campo FAO35
La prima notte nel deserto trascorre tranquilla, solo nelle prime ore
del mattino una brezza d'aria più fresca si infila sotto la tenda,
invitando a rimboccare meglio la coperta scivolata di lato, ma è
una sensazione che dura un attimo ed è già ora di alzarsi.
Facce assonnate si incamminano con gli asciugamani sulle spalle verso
le docce, c'è una bella atmosfera e mi sembra di rivivere i tempi
d'oro del militare, non mancano neanche i classici porta sapone, quelli
che poi ti rimangono in mano sempre bagnati e non sai mai come asciugarli.
Colazione e via di nuovo sulle jeep in cerca di altre avventure. La
zona dove siamo acquartierati è all'interno di una vasto altopiano
che si incunea tra le grandi dune sabbiose di Iguidi Ouan Kasa ad est
ed i contrafforti e le falesie stratificate del massiccio del Jebel
Acacus (o Jabal Akakus a seconda della notazione usata), con picchi
che sfiorano i 1450 Mt., ad ovest. In circa 300 Km tra andata e ritorno
arriveremo ad esplorarne la parte più meridionale, risalendo
le strette valli che un tempo formavano i letti di un grande fiume preistorico
e dei suoi affluenti, il Wadi Tashwinat ( wadi significa appunto corso
d'acqua in secca, quando non ci sono le piogge ). E' una zona ricca
di pitture e graffiti rupestri, ma non mancherà occasione durante
il viaggio di lasciarsi incantare dai magnifici spettacoli che solo
il genio della natura riesce a creare e che avremo altresì modo
di apprezzare in perfetta solitudine, non essendoci in giro altre carovane
di turisti. Questo è un motivo in più che avvalora la
mia tesi, di come cioè questo periodo dell'anno, sul finire della
stagione turistica in tarda primavera, possa offrire, oltre ad un clima
godibilissimo, la possibilità di esplorare le bellezze del paese
senza troppa confusione. D'altra parte che deserto sarebbe quello in
cui fino a qualche settimana prima, a detta del nostro accompagnatore
Luigi della Time-Out, ci sarebbe voluto un vigile per dirigere il traffico
di jeep 4x4. Dichiarato dall'Unesco patrimonio dell'umanità per
le sue ricche testimonianze preistoriche, il Jebel Acacus è un
massiccio composto da gruppi di monoliti di basalto situato nel cuore
del moderno Sahara, proprio al confine tra Libia e Algeria. Visto da
vicino si rivela come un intricato gioco di profondi canyon, piccole
valli e pareti scoscese in cui ogni forma di vita è come sospesa
in un limbo, quasi che la mano d'un antico alchimista abbia saputo tramutare
ogni goccia d'acqua in un granello di sabbia, sabbia che ondeggia e
si muove sinuosa dove una volta scorrevano fiumi tumultuosi. Eppure
basta una parvenza di pioggia per veder rifiorire qua e la un prato
verde di piccoli fili d'erba, nascosti dal tempo in attesa di tempi
migliori. Lasciamo l'accampamento e ci dirigiamo verso sud. Le jeep
seguono piste già tracciate in un continuo intercambiare alla
ricerca di quella che provochi meno scossoni possibili. Si naviga a
vista attraverso un tavolato arido che spazia a perdita d'occhio, costretti
ad una velocità moderata che permette però di poter godere
appieno del panorama che lentamente scorre fuori. Dopo 40' minuti iniziamo
a scorgere in lontananza il profilo delle grandi dune di Iguidi Ouan
Kasa, su quel limitare dove il pietrisco s'infrange e cede d'improvviso
il passo alla sabbia dorata che mossa dal vento prende anima, cambiando
forma e sostanza in uno sforzo di conquista che sembra non placarsi
mai. E' il deserto che inghiotte se stesso, con uno stridore silenzioso
che tramuta il tempo in un'entità infinitesima, dove la vita
si misura in passi che durano millenni. E' ormai trascorsa un'ora e
mezza da quando abbiamo lasciato il campo in direzione sud, ma è
praticamente impossibile fare un accenno più preciso del tragitto
fin qui percorso. Non esistendo mappe specifiche della zona, anche perché
la natura cambia spesso aspetto e i punti di riferimento conosciuti
possono di volta in volta sparire, l'unica cosa sensata è quella
di affidarsi a delle guide esperte, senza tentare inutili e pericolose
sortite solitarie. In questo punto il massiccio dell'Acacus incombe
sempre più da vicino, fronteggiando con fierezza il deserto che
avanza da est. Entriamo cosi nella valle del Wadi Tashwinat, a cavallo
del 25° parallelo, non molto lontani dal Tropico del Cancro, qui
sabbia e roccia si incontrano fondendosi in un gioco di scenari naturali
molto suggestivi. Subito incontriamo due stupendi archi naturali, l'Arco
di Fanaluppe e l'Arco di Tankhaliga, per lo meno questi sono i nomi
indicati dalla nostra giovane guida Ahmed, perché spesso in Libia
i luoghi vengono indicati con più nomi diversi, rimanendo poi
il grosso problema di capire come si scrive quello che si sente pronunciare.
Il primo ricorda una grande testa d'elefante con la proboscide ben in
evidenza, con la roccia che sembra disegnare la tipica forma a placche
della pelle dell'animale, il secondo, invece, potrebbe richiamare alla
memoria la facciata di un grande tempio antico con le colonne scolpite,
un’ipotesi ne accredita l’uso presso i Tuareg come primitiva
moschea. Continuando ad esplorare il Wadi Tashwinat ci mettiamo poi
alla ricerca delle misteriosi ed affascinanti pitture rupestri, che
si trovano in più punti alla base delle pareti rocciose, mute
testimoni di un tempo antico. Non abbiamo con noi una mappa precisa
e come per altre cose vale la conoscenza consolidata tramandata di generazione
in generazione tra le popolazioni del luogo.
Arte Rupestre del Sahara Libico
Ad oggi non si possiedono dati certi su quale misterioso popolo abbia
potuto realizzare, con cosi evidente cura e maestria artistica, le pitture
ed i graffiti che punteggiano tutto il deserto libico, tramandandoci
cosi sulla pietra il racconto di un mondo che non esiste più.
Secondo le ipotesi più accreditate le opere sono fatte risalire
agli antenati degli attuali Tuareg o all'antico popolo dei Garamanti,
una tribù locale che ebbe significativi contatti anche con il
mondo romano, ma considerando la datazione posteriore di alcune, rispetto
alla presenza di questi popoli, potrebbe trattarsi, piuttosto, della
continuazione di una tradizione più antica. Le prime notizie
sull'arte rupestre, che in seguito dovrà rendere merito al sapiente
lavoro all'archeologia italiana, vengono riportate da due esploratori
tedeschi, Heinrich Barth e Gustav Nachtigal, che di ritorno da un viaggio
nell'estate del 1850 ne informano l'opinione pubblica. Tale fu lo stupore
della comunità dell'epoca, nel trovarsi di fronte ad opere d'arte
di cosi tale bellezza, che sembrò impossibile all’inizio
poterle attribuire a popolazioni preistoriche, più facilmente
considerate prive di una cultura di cosi elevato livello. D'altra parte,
quello che per gli europei si presentava come una scoperta assoluta,
per i Tuareg dell'epoca era una tradizione dei progenitori da conservare
con cura e rispetto. Occorre cosi attendere ancora un secolo per vedere
attribuita all'arte rupestre del Sahara l'importanza storica ed artistica
che merita. E' il 1955 quando il prof. Mori, a capo di una spedizione
inviata dall'università di Roma, inizia un lavoro scientifico
e sistematico sullo studio di quest'importante eredità del passato,
permettendo cosi di far luce sulla cultura e sugli usi e costumi dei
popoli che abitavano queste zone nei periodi che si spingono fino a
12.000 anni a.C. Giovandosi dell'imprescindibile supporto delle conoscenze
delle guide locali, in più campagne di ricerca, gli archeologi
arrivano a catalogare oltre un migliaio di siti solo nell'Acacus, attirando
cosi l'attenzione della comunità internazionale e dell'Unesco
che dichiara la zona patrimonio dell'umanità da conservare. Per
meglio comprendere lo sviluppo che ha avuto quest'arte nel tempo e come
si sia evoluta in base ai continui cambiamenti del contesto climatico
gli studiosi hanno individuano dei periodi di riferimento, caratterizzati
ognuno da una tipologia di figure rappresentate e tecniche ben specifiche.
Ogni sito può cosi appartenere ad un periodo preciso oppure contenere
opere di più periodi, a seconda che venisse utilizzato dalle
popolazioni in tempi successivi.
Datazione
Periodo
Graffiti e Pitture esemplificative
10.000 - 6.000 a.C.
Periodo della Grande Fauna, detto anche periodo dei cacciatori o del
Babalus antiqus, un tipo di bufalo ormai estinto. E' caratterizzato
da graffiti di grandi animali, soprattutto mammiferi, realizzati con
una precisione ed un'accuratezza che lascia stupefatti. Elefanti, Giraffe,
Rinoceronti, Bufali, Antilopi, Ippopotami, Coccodrilli, scolpiti nella
roccia probabilmente mediante una punta di pietra dura, tipo la quarzite,
a sua volta percossa da un'altra pietra. In questa fase l'uomo non ritrae
se stesso, ma si limita a rappresentare la natura che lo circonda.
8.000 - 6.000 a.C.
Periodo delle Teste Rotonde, caratterizzata da pitture rupestri in cui
l'uomo inizia a rappresentare se stesso. Nel primo periodo le figure
sono per lo più rappresentate in modo stilizzato con una testa
antropomorfa di forma rotonda senza alcun tipo di espressione, mentre
in seguito l'arte si evolve realizzando figure più complesse.
Contraddistingue la fase evoluta del periodo in cui l'uomo si dedicava
alla caccia, alla pesca ed alla raccolta di frutti selvatici. In questo
periodo inizia l'uso del colore, che al di la della valenza artistica,
assume un significato simbolico, come per distinguere i sessi o l'uomo
dagli animali.
Figura di riferimento non disponibile
5.500 - 2.000 a.C.
Periodo Pastorale, l'uomo inizia a diventare stanziale, dedicandosi
all'agricoltura e all'allevamento di animali addomesticati, mentre il
clima gradatamente passa da temperato ad arido. In una fase iniziale,
denominata Pastorale Antica, si trovano ancora scene di caccia a grandi
animali, anche se ben presto i soggetti cambiano iniziando a riflettere
maggiormente la nuova realtà della vita quotidiana, come il lavoro
nei campi o la cura degli animali, insieme ad eventi sociali che riguardano
la comunità come le scene di guerra tra tribù rivali.
In questo periodo l'uomo inizia ad esprimere concetti come famiglia
o gruppo di appartenenza.
1.000 a.C. - 1 d.C.
Periodo Cabalino, siamo agli albori della storia moderna, si intensificano
i rapporti commerciali con i popoli vicini e con i conquistatori romani
del Nord Africa. Nella pittura si assiste alle prime rappresentazioni
dei carri trainati da animali e di uomini a cavallo, anche se complessivamente
le figure umane perdono quella ricchezza di definizione dei periodi
precedenti. Sempre a questo periodo appartengono le enigmatiche scritture
in lingua tifinagh delle popolazioni tuareg.
200 a.C. -
Periodo Camelino, caratterizzato dalle frequenti raffigurazioni di cammelli,
animali che in breve sostituiscono il cavallo nella vita quotidiana
grazie alle migliori capacità di adattamento a condizioni climatiche
via via sempre più difficili.
Per chi fosse interessato
ad approfondire l'argomento consiglio il libro
LIBIA Arte Rupestre del Sahara di Giulia Castelli Gattinara
Edito nella collana Percorsi e Culture dall'editrice POLARIS ( ISBN
88-86437-39-0 )
Con brevi spostamenti in jeep percorriamo il letto arido del Wadi Tashwinat
e dei suoi affluenti localizzando numerosi siti dove i tesori dell'Arte
Rupestre hanno resistito all’incedere del tempo. Non esiste una
suddivisione geografica delle opere per i vari periodi e cosi in un'area
relativamente ristretta si possono ammirare giraffe ed elefanti del
periodo della Grande Fauna, animali addomesticati, scritte tuareg e
scene di caccia e di guerra del periodo Pastorale, insieme a uomini
che cavalcano a dorso di dromedario del periodo Camelino ed altri ancora,
tra cui uno veramente originale ed enigmatico, ritratto qui a fianco,
che ha colpito in particolare la mia attenzione. Nell'interpretazione
degli esperti, a detta della nostra guida, rappresenta l'espressione
del senso della famiglia, in effetti anche ai nostri giorni il gesto
di allargare le braccia può essere l'espressione del senso di
affetto e di accoglienza verso qualcuno che ci è caro. Prima
della sosta per il pranzo ci rechiamo a far visita ad una famiglia tuareg,
una delle poche rimaste, che ancora preferisce vivere nel deserto nonostante
le evidenti difficoltà ambientali. Il patriarca è la guida
che accompagnò il prof Mori per cinque anni durante le prime
spedizioni nel Jebel Acacus. Lo incontriamo sotto un'apposita tenda
adibita a riceve gli ospiti e sistemata a breve distanza dal campo,
dove risiede con i suoi congiunti, per proteggerne la privacy dalla
"normale" invadenza dei turisti. E' una persona un po' avanti
con gli anni, ma che trasmette ancora un grande senso carismatico, cosi
tutte le nostre guide ed autisti si affrettano a salutarlo con un gran
senso di deferenza. Probabilmente è uno degli ultimi depositari
dei mille segreti di questi luoghi, ultimamente soffre per un problema
agli occhi mal sopportando la luce del sole ed i flash delle macchine
fotografiche, ma si presta di buon grado ad uscire dalla tenda per posare
per le classiche foto ricordo, un modo per raggranellare anche qualche
spicciolo. A detta del nostro accompagnatore è possibile a volte
acquistare qualche piccolo reperto, come punte di freccia o altro, che
lui e la sua famiglia trovano nella zona, ma io ci andrei cauto e mi
accontenterei delle foto ricordo, perché ho dei dubbi sul fatto
che quel genere di reperti, che comunque quel giorno non aveva, non
sia soggetto a una qualche restrizioni di legge. Il tempo di risalire
in jeep ed ecco apparire un'autentica sorpresa, un'opera tra le più
belle incontrate, il graffito di un elefante eseguito nel periodo delle
Teste Rotonde. L'animale è tratteggiato con un'armonia e una
dovizia di particolari stupefacente, mentre la fluidità del movimento,
con quel suo incedere elegante, lascia letteralmente a bocca aperta.
E' veramente emozionante ritrovarsi cosi dal vivo di fronte ad un opera
dell'ingegno umano capace di trasmettere ancora, dopo quasi 10.000 anni,
la passione con cui l'autore l'ha creata. Penso che ben pochi artisti
dei nostri giorni, con i mezzi dell'epoca, sarebbero in grado di riprodurre
un'opera di tale naturalezza. E' arrivata l'ora del pranzo e dopo aver
parcheggiato le jeep sotto un costone roccioso, al riparo d'un filo
d'ombra, prepariamo il bivacco. La jeep cucina ci ha preceduto ed il
tempo di sistemare tavolini e sgabelli in una lunga fila ordinata che
si mangia, anche questa volta i nostri autisti si cucinano a parte,
non riusciamo proprio a corromperli con le nostre delizie. Dopo il pranzo
e qualche minuto di meritato riposo riprendiamo la via del ritorno.
Usciamo dal Wadi Tashwinat lasciandoci alle spalle immagini suggestive
che ancora brillano nei nostri occhi, ma non è molto tardi e
cosi ci concediamo un tuffo nelle grandi dune sabbiose di Iguidi Ouan
Kasa per provare l'ebbrezza del vero deserto di sabbia. E' contento
anche il nostro autista Alì che si diverte un mondo a guidare
la jeep sulle dune, un po' meno le mie due compagne di viaggio, due
simpatiche signore di Torino. Viste dal satellite le dune di Iguidi
Ouan Kasa appaiono come una sottile striscia di sabbia, avanguardia
del Sahara che incede inesorabilmente, incuneata tra i massicci del
Jebel Acacus a ovest e del Masak Mallat ad est. Quando ci sei sopra,
invece, la prospettiva cambia radicalmente e con gli occhi quasi non
riesci a raggiungerne i confini, in un orizzonte di morbide linee modellate
dal vento che si specchia in lontananza sul profilo di un cielo nitido.
Con i piedi nudi, a bagno in quel mare impalpabile, nessuno vorrebbe
più staccarsi da quell'atmosfera fiabesca, ma la strada del ritorno
verso il campo Fao 35 è ancora lunga e su questi terreni le jeep
non possono tenere medie molto elevate, è bene avviarsi per evitare
che il buio ci sorprenda in viaggio. All'arrivo ci salutano leggere
gocce di pioggia, quasi una rarità da queste parti, che subito
però lasciano il posto ad uno stupendo arcobaleno che con le
sue sfumature colorate si staglia proprio sopra le tende del campo.
E prima della doccia cosa di meglio di un tiepido tè alla menta
servito a regola d'arte in piccoli bicchierini di vetro, come prevede
la più pura tradizione araba, con il liquido ambrato che scivola
dolcemente dall'alto in modo da formare una leggera schiuma. Dopo una
giornata di deserto è la migliore bevanda che esista. Lo prepara
un sorridente ragazzo del campo, vestito di tutto punto con un tipico
caffettano, che più tardi, dopo la cena e un rapido cambio d'abito,
ritroveremo anche nel ruolo di venditore di piccoli oggetti di artigianato.
Intanto quasi senza accorgercene è sceso il buio. Le tenui luci
del campo illuminano una serata tiepida, avvolta in un'atmosfera ovattata
e resa ancor più impalpabile da un cielo che, complice una luna
quasi al suo apice, è nero come la pece senza una stella che
brilli lucente.
23 Maggio 2005
Campo FAO35 - Adad - Awiss - Campo FAO35
Vincendo il dolce abbraccio di Morfeo, dopo un'altra notte trascorsa
tranquillamente, alle 6.00 antidiluviane sgattaiolo furtivo fuori dalla
tenda, con la macchina fotografica a tracolla pronto a gustarmi il sorgere
del sole. In un attimo sono fuori dal perimetro del campo mentre al
suo interno tutto ancora tace. Con la coda dell'occhio scorgo fugaci
ombre che si dileguano rapidamente, forse apparizioni d'un fantasma
che aleggia da queste parti, o forse qualcuno che come me si prepara
ad assistere allo spettacolo che la natura mette in scena dall'inizio
della creazione. Ma non c'è tempo per fraternizzare e cosi ognuno
cerca il suo angolo nascosto dove confrontarsi con l'ignoto, immersi
in un silenzio irreale, soli, di fronte al mondo che si sveglia a nuova
vita. Chissà che miracolo deve essere sembrato ogni giorno agli
occhi dei nostri antichi antenati, noi che i miracoli siamo abituati
a costruirceli. Un'autista avvolto in una coperta dorme accanto al suo
mezzo, come il suo antico progenitore dormiva accanto al dromedario,
forse l'unica cosa preziosa che possedeva, per proteggerlo e scaldarsi;
cambiano le tecnologie non la cultura di un popolo. Mi arrampico a fatica
su una collinetta dietro il campo trascinando i piedi che affondano,
tracce di animali segnano la sabbia lisciata dal vento, li uno scorpione,
li forse un cane del deserto, li i miei passi che arrancano. La luce
inizia ad inghiottire il buio della notte, ma non c'è nulla di
cruento nell'eterna lotta tra il giorno e la notte, sembra piuttosto
il gioco di due bambini che non si stanchino mai di rincorrersi e che
per un solo istante arrivano a sfiorarsi prima di perdersi nuovamente.
Ci siamo, ora sono in cima alla collina e dominando lo spazio che mi
circonda, in un alternarsi di pianure e creste rocciose, posso lasciare
che il mio sguardo vaghi verso il chiarore che monta. Il sole fa capolino
dietro il mio orizzonte, prima in tono dimesso poi via via sempre più
deciso, accendendo cosi la sua sfera magica d'una livrea che sfuma dal
rosa, al porpora, al giallo intenso, come una lanterna di carta di riso
che avanza nel buio e si fa sempre più luminosa. Ecco, ora sfoggia
tutto il suo splendore, mentre si pavoneggia librandosi leggiadro verso
l'alto, è in questo momento che ti permette di guardarlo dritto
in faccia, regalandoti per un attimo un privilegio concesso solo agli
dei. Ancora incantato dallo spettacolo scendo rapidamente dalla collina,
anche il campo si è risvegliato e la grande tenda comune inizia
ad affollarsi per la prima colazione. Il tempo di radunarsi e si riparte
con le jeep verso i contrafforti settentrionali del Jebel Acacus per
visitare la zona dell'Awiss e dei suoi wadi. L'escursione in programma
oggi prevede un tragitto meno lungo e cosi possiamo prendercela con
più calma, aiutati anche da una natura che con i mutevoli scenari
invita a fermarsi sovente. Tutta la zona è punteggiata da pinnacoli
di roccia, sembra quasi che la mano di un gigante si sia divertita a
sistemare piccoli sassi in precario equilibrio per vedere se rimanevano
in piedi, e cosi sono rimasti, a formare figure fantastiche in cui di
volta in volta è facile scorgere il profilo di un volto o la
figura di un animale. Qui il deserto di sabbia sembra avanzare più
rapidamente e cosi in alcuni punti la roccia nera spunta dalla cima
alle dune come un annegato che tenti disperatamente di tenere la testa
fuori dall'acqua, ma la vita nonostante tutto ha saputo adattarsi, sviluppando
tecniche e strategie alternative per continuare a riprodursi, come dimostrano
le piante e gli arbusti spinosi che abbiamo incontrato, e poi basta
una leggera pioggia per vedere un prato verde venir fuori all'improvviso.
Durante il tragitto incontriamo due donne tuareg che procedono a piedi,
forse fanno parte della famiglia della guida del prof. Mori che abbiamo
incontrato ieri, probabilmente vanno incontro ad un gruppo di dromedari,
con tre piccoli al seguito, che incrociamo subito dopo in una piccola
valle. In questa prima parte della mattinata non incontriamo molti reperti
rupestri, ma tra tutti spicca un graffito del periodo pastorale che
a detta della guida rappresenterebbe una scena d'amore. Poco dopo la
piccola valle, invece, incontriamo alcuni siti con numerosi graffiti
e pitture rupestri. La maggior parte di questi risale al periodo pastorale
che a sua volta viene considerato suddiviso in due periodi, uno più
antico quando vengono rappresentati i grandi animali come gli elefanti
e le giraffe, ed uno più recente quando invece sono raffigurate
figure umane insieme ai loro animali domestici come i bovini e gli ovini.
Particolarmente significativa e toccante è la scena che ritrae
una coppia di sposi che si tengono per mano, dipinta all'interno di
un cerchio inciso nella pietra. Numerose sono anche le pitture del periodi
cabalino tra cui spicca, in bello stile, quella di un uomo sopra un
carro trainato da un bovino. Nella zona si trovano anche pitture del
più recente periodo camelino, ma sono realizzate con tratti semplicistici
e grezzi come tracciate da una mano infantile, l'impressione che se
ne ricava è che in questo periodo il gusto e la tecnica precedenti
fossero andati perduti. E’ da notare, tuttavia, come alcune di
queste opere siano considerate dagli esperti dei falsi d'epoca, riproduzioni
cioè più recenti, realizzate probabilmente dai tuareg
di inizio secolo. Nel tardo pomeriggio, mentre rientriamo verso il campo,
ci fermiamo spesso lungo il tragitto ad ammirare i panorami che la natura
si è divertita a disegnare. Pinnacoli dalle fogge più
strane, sospesi in bilico a sfidare la forza di gravita, pareti rocciose
che sembrano castelli di sabbia bagnata, volti che spuntano all'improvviso
nel gioco di luci ed ombre, piccoli arbusti, sentinelle isolate della
vita che qui ancora non si dà pace, e dappertutto il manto dorato
del deserto che come una coperta di luce si insinua, ammanta ed avvolge
ogni cosa con il suo tocco lieve. Un ultimo salto e siamo fuori, è
il momento di fermarsi. Schierate le jeep sull'alto di una duna scendiamo
a salutare come si deve il Jebel Acacus, lasciandoci inebriare ancora
per un attimo dai suoi orizzonti senza confini, dai suoi silenzi carichi
di atmosfera, dal suo tocco lieve sotto i piedi, dai suoi colori carichi
di luce, dalla quella magia che ti penetra dentro con un impercettibile
senso di malia che non andrà più via. Tornati al campo
c'è ancora il tempo di salire in cima alla collina per assistere
allo spettacolo del tramonto. Lentamente il deserto si addormenta, cullato
da una fresca brezza che come un rimedio spande su tutte le cose il
suo benefico effetto. "Ecco, avanza il crepuscolo; il vecchio nemico,
il sole, si tuffa finalmente nelle brume violette dell'occidente. Ecco
l'ora benedetta fra tutte, nel deserto. Il tramonto." (da "Il
viaggiatore delle dune" di Théodore Monod).
24 Maggio 2005
Campo FAO35 - Al Aweinat - Garama - Erg Ubari - Twiwa Camp
C'è aria di smobilitazione al campo. La nostra partenza coincide
con il periodo di chiusura estiva della struttura, non perché
qui se ne vadano tutti in ferie, ma perché ben presto le temperature
diventeranno insopportabili, tali da sconsigliare a chiunque non del
luogo di mettersi a girovagare a zonzo per il deserto. E cosi dopo di
noi il Campo Fao 35 verrà completamente smontato e riposto in
attesa della nuova stagione, che di solito riprende verso la fine del
mese di Settembre. Certo l'atmosfera non poteva conciliarsi meglio con
la malinconia di dover lasciare questi stupendi paesaggi e i suoi tesori,
qualcuno aveva anche già imparato a farsi da solo il turbante
arabo, un'operazione che richiede quasi il conseguimento di una laurea
breve. Volgendo per un'ultima volta lo sguardo verso il Jebel Acacus
riprendiamo la strada per Al Aweinat fino a ricongiungerci alla statale
che collega Sebha a Ghat. Breve sosta di nuovo all'Aflaw Camp, il tempo
di gustare un gelato e di fare rifornimento di oggetti d'artigianato
dagli stessi venditori ambulanti incontrati all'andata ( si saranno
mai mossi in attesa del nostro ritorno ? ). I prodotti in vendita sono
gli stessi che potrete trovare in qualsiasi bottega della medina di
Tripoli, più o meno allo stesso costo, ma volete mettere quanto
più gusto c'è a sedersi per terra e a trattare animatamene
con questi ragazzi per far scendere il prezzo. Riprendiamo la strada
verso nord, non c'è molto traffico e cosi gli autisti decidono
a piacimento quale corsia sia più opportuno utilizzare. Superata
la cittadina di Ubari visitiamo un piccolo sito archeologico che si
trova proprio sul margine della strada per Germa. Questo, come altri
sparsi nella zona, era un luogo di sepoltura del popolo dei Garamanti,
un'etnia autoctona di cui non si conoscono approfonditamente gli usi
ed i costumi, ma verso la cui storia è rinato un certo interesse,
grazie anche al personale appoggio del colonnello Gheddafi proteso negli
ultimi tempi alla ricerca di un'identità storico culturale del
popolo libico che possa esaltarne le radici africane oltre che arabe.
All'interno del sito si trovano alcune tombe restaurate a forma di piramide,
in cui il defunto veniva posto presumibilmente in posizione semi-eretta.
Arrivati nella cittadina di Germa ci fermiamo a visitare il piccolo
museo locale dove sono conservati alcuni reperti fossili rinvenuti nella
zona insieme a foto e mappe delle pitture ed incisioni rupestri del
deserto libico. Proseguendo ci rechiamo a Garama, l'antica capitale
dello stato che i Garamanti trasferirono qui agli albori del I sec.
d.C., al termine di un periodo contrassegnato da estenuanti guerre con
i conquistatore romani. Il mutato rapporto, i romani non riuscendo a
sottomettere la bellicosa popolazione finirono con lo stabilirne una
vantaggiosa alleanza, permise ai Garamanti di raggiungere una fase di
stabilità politica. Questo nuovo stato di cose diede l'avvio
ad un periodo di rinnovato progresso che permise alla loro civiltà
di raggiungere il suo apice; all'epoca i Garamanti controllavano le
più importanti rotte carovaniere ed i principali commerci dell'area
al punto da diventare uno dei più importanti partner economici
di Roma in Nord Africa, che rifornivano tra l'altro di mandrie di cavalli,
allevamento in cui eccellevano. Dell'antica città costruita in
pietra e argilla non è rimasto molto, anche perché nei
periodi successivi i popoli che hanno vissuto nella zona, Bizantini
e Turchi, ne hanno in parte riadattato gli edifici per i loro usi. Appena
superato l'ingresso del sito ci si trova nella grande piazza che era
adibita al commercio dei cavalli e che fungeva da punto di partenza
delle numerose carovane che trasportavano i prodotti locali. Su un lato
si trova la casa in pietra arenaria di un ricco commerciante equino
e subito dietro il quartiere islamico abitato nel periodo della dominazione
turca. La parte più antica delle rovine si trova nel settore
occidentale del sito, un dedalo di vicoli su cui si aprono piccole case
con gli ambienti distribuiti su due piani e da cui si gode un bel panorama
sui campi coltivati. Su tutto si erge una grande costruzione identificata
come il palazzo del Garamanti, forse il centro del potere politico o
religioso. Ma quello che più impressiona, visitando il sito,
è che si ha la sensazione di trovarsi all'interno di una città
pietrificata, dove tutto, dalle palme alle case, sembra essere imprigionato
in un sortilegio. E' l'effetto della tecnica di conservazione utilizzata
per preservare i fragili resti archeologici, una specie di vetrificazione
che ha bloccato tutti i processi degenerativi. Terminata la visita di
Garama ci avviamo verso l'ultima meta della giornata il Twiwa Camp dove
trascorreremo la notte. Il Twiwa è un campo permanente in muratura,
proprio a ridosso di uno dei punti d'accesso, nella parte meridionale,
del maestoso Erg Ubari. Idehan, mare di sabbia in arabo, formato da
dune dalla linea morbida ed ondulata costantemente modellale dal vento.
Il tempo di sistemarsi e ci arrampichiamo sulla cresta delle prime dune,
lottando con i piedi che affondano nella sabbia impalpabile, per godere
del panorama che ci circonda e per assistere ancora una volta dello
spettacolo del sole che tramonta. Gli ultimi raggi del sole che salutano
il giorno ammantano tutto il paesaggio di un'atmosfera fiabesca, in
un gioco di luce ed ombre in cui i riflessi purpurei si rincorrono sulle
dune a disegnare figure fantastiche. E' ogni volta uno spettacolo diverso
ed allo stesso modo emozionante, non ci sono parole che possano descriverlo,
se non la contemplazione a cui invita il silenzio.
25 Maggio 2005
Twiwa Camp - Erg Ubari - Laghi Gebraoun, Mavo,Umm al-Maa,Mandara - Sebha
– Tripoli
Oggi ci inoltriamo nell'Erg Ubari per visitare alcune oasi che il deserto
custodisce gelosamente al suo interno. Lasciato il campo ci fermiamo
poco prima di entrare nel deserto vero e proprio per diminuire la pressione
dei pneumatici delle jeep e facilitare cosi la guida sulla sabbia. Fino
a pochi anni fa queste oasi di verde, cresciute intorno a minuscoli
laghi incantati, erano circondate da piccoli nuclei abitativi il cui
sostegno dipendeva quasi esclusivamente dalla presenza dell'acqua. Ma
negli ultimi tempi le precarie condizioni di vita prima e la progressiva
riduzione del livello dei laghi poi, alcuni dei quali ormai in secca
anche per via dell'abbassamento della falda freatica, hanno indotto
il governo ad accelerare il progetto di spostare queste persone in luoghi
più idonei. Cosi, ormai, i turisti sono diventati i frequentatori
più assidui e numerosi di queste straordinarie bellezze naturali,
piccole chiazze d'azzurro cadute dal cielo dentro un mare di sabbia
dorata. Ricordatevi di portarvi dietro il costume, perché il
bagno nell'acqua salata dei laghi, sembra che il tasso di salinità
sia più alto di quello del Mar Morto, è un'esperienza
sorprendente, immersi in un orizzonte giallo acceso con il profilo delle
dune che si staglia in lontananza in un cielo terso. Accanto ai laghi
più grandi si trovano alcuni campi, ed altri sono in costruzione,
dove è possibile trovare ospitalità per la notte o anche
solo per darsi una sciacquata dopo il bagno. Il primo che visitiamo
è il lago Gebraoun, uno dei più grandi che s'incontrano
nel Sahara; il nome significa letteralmente la Tomba di Aoun, un antico
notabile locale seppellito vicino al vecchio villaggio adagiato in posizione
leggermente rialzata sulla sponda occidentale, probabilmente anche lui
un membro della tribù Dawada, l'etnia che in maggioranza occupava
la zona. Il villaggio, ormai in stato di totale abbandono dopo che nel
1991 il governo ha trasferito i suoi abitanti in un nuovo villaggio
lungo la statale, crea insieme al lago un effetto suggestivo, sembra
quasi di trovarsi in un avamposto isolato della legione straniera con
quelle atmosfere tipiche d’un romanzo dell'ottocento. Appena scendiamo
dalle jeep non possiamo resistere dal tuffarci nella placide acque del
lago per provare l'ebbrezza di nuotare come sospesi in assenza di gravità
grazie all'elevato tasso di salinità, ai maschietti è
consigliato evitare di farsi la barba la mattina per non incorre nei
bruciori provocati dal sale, mentre in generale è preferibile
anche non andare sott'acqua ed evitare il contato con gli occhi.. Accanto
al lago si trova il camping Lac du Repos dove c'è un pozzo d'acqua
che permette di darsi una sciacquata dopo il bagno per togliersi un
po’ di sale da dosso. Risaliti sulle jeep ci rechiamo a visitare
il lago Mavo, più piccolo del precedente, ma non per questo meno
pittoresco. Incastrato tra le dune e circondato da un piccolo palmeto
offre un altro scorcio panoramico veramente notevole, con i colori del
cielo e della sabbia che risaltano in un bel contrasto cromatico. Sulla
sponda del lago incontriamo un mercante tuareg che indossa uno sgargiante
caffettano rosso, la sua mercanzia è esposta su un telo direttamente
sulla sabbia, particolarmente belli sono alcuni coltelli caratteristici,
in tutto simili agli originali utilizzati dai tuareg, rifiniti in pelle
naturale o pelle di serpente, non ho più avuto modo di vederne
di tale fattura. In seguito ci rechiamo a visitare il lago Umm al-Maa,
il cui nome significa Madre dell'acqua. Rispetto agli altri ha una forma
più allungata ed è circondato da una folta vegetazione,
alcuni ragazzi ci salutano mentre si godono il bagno giocando con un
tronco di palma galleggiante come novelli Tarzan. L'ultimo lago che
visitiamo è il lago Mandara. Qui ci si può facilmente
rendere conto del progressivo ritiro della falda sotterranea, dato che
il lago è soggetto a frequenti periodi di secca, come appunto
durante la nostra visita in cui piccole pozze d'acqua stagnavano tra
la vegetazione del fondo. I resti delle case lungo le sponde appartengono
all'antico villaggio, ormai un fantasma, abbandonato nel 1991 durante
l'esodo forzato deciso dal governo. Terminata la visita del laghi dobbiamo
a malincuore salutare l'Erg Ubari e il suo caldo respiro incantato per
far rientro a Sebha dove un ultimo volo locale ci riporterà in
serata a Tripoli. Lungo la strada per l'aeroporto ci fermiamo a visitare
un resort, il Fezzan Park, al cui interno è ospitato un piccolo
zoo privato con alcuni degli animali che appartengono alla fauna tipica
della zona. Volpi e topi del deserto, accanto a piccole antilopi, gazzelle
e a quelli che sembrano essere dei mufloni, con due simpatici e dispettosi
struzzi che girano indisturbati, pronti a ghermire tutto quello che
gli viene a portata di becco. All'aeroporto di Sebha lasciamo le jeep
e salutiamo gli autisti che ci hanno accompagnato durante gli ultimi
5 giorni di viaggio. Questa volta il volo interno non subisce intoppi
e come previsto, nel tardo pomeriggio, atterriamo a Tripoli. L'ultimo
albergo del nostro viaggio in Libia è un moderno hotel frequentato
da uomini d'affari locali e stranieri. E' situato nella parte nuova
della città accanto ad alcuni edifici di recente costruzione,
tra cui spicca un complesso di cinque grattacieli disposti in modo tale
che solo guardandoli dal mare, mentre ci si avvicina alla città,
si riescono a vedere tutti insieme. Un segno di distinzione o una bizzarria
del progettista, ma comunque il simbolo del nuovo senso di modernità
a cui si ispira il regime, che di Tripoli ha fatto il suo laboratorio.
Cosi la vista dalla mia camera giù sulla strada, insieme alle
luci e ai rumori del traffico sostenuto, richiama alla mente assonanze
più occidentali che arabe, distanti mille anni dai silenzi del
deserto che fino al giorno prima avevano cullato i nostri sogni.
26 Maggio 2005
Tripoli - Sabratha – Tripoli
Notte. Posso assicuravi che a Tripoli nel mese di Maggio non si muore
di caldo, figurarsi di notte. Eppure qui nel nostro albergo, ma immagino
anche negli altri di recente costruzione, sembra che abbiano una predilezione
smisurata per l'aria condizionata, sparata ad una temperatura quasi
glaciale e senza possibilità di controllo essendo centralizzata.
Chiamare il portiere per lamentarsi? Più pratico seguire il consiglio
di portarsi dietro, per ogni evenienza, un bel rotolo di scotch da pacchi,
se non volete passare una mezz'oretta come me a cercare di rammendare
al meglio il lavoro iniziata da qualcun'altro, nel tentativo di tappare
con la carta le fessure della bocca infernale. Cosi dopo una notte piuttosto
agitata, la sveglia, anche se anticipata, arriva come una liberazione.
Lasciamo Tripoli di buon mattino e seguendo la costa ci dirigiamo verso
occidente, per visitare l'antica città romana di Sabratha, uno
dei siti archeologici più importanti della zona, che seppur meno
appariscente di quello Leptis Magna offre comunque scorci molto interessanti,
ospitando, tra l'altro, uno dei teatri più belli dell'antichità.
Cenni Storici
La città, il cui nome sembra derivare dal termine libico-berbero
utilizzato per indicare il "Mercato del grano", venne fondata
nel IV sec. a.C. da alcuni coloni punici provenienti da Cartagine, su
un preesistente insediamento locale. Abili mercanti e navigatori i coloni
punici scelsero il sito perché offriva un'insenatura naturale
che ben si adattava ad un approdo sicuro per le navi. Il primo nucleo
urbano si presentava come una città arroccata dall'aspetto chiuso
e tortuoso, situazione che iniziò ben presto a cambiare con l'arrivo
dei coloni greci prima e di quelli romani più tardi. In seguito
ad un violento terremoto, che nel I sec. d.C. scuote la zona, la ricostruzione
e l'urbanizzazione della nuova città assumono sempre di più
connotati tipici dell'architettura romana. Nel I e II sec. d.C. Sabratha
vive il suo momento di massimo splendore, fino ad arrivare ad essere
elevata al rango di colonia. Ed è in questo periodo che vengono
costruiti gli edifici pubblici più importanti, come il magnifico
teatro, giunti fino a noi. Con l'arrivo del declino politico ed economico
di Roma, nel III sec. d.C., inizia anche l'inesorabile parabola discendente
della città, a cui contribuisce in modo determinante anche il
disastroso terremoto del 365 d.C. Dalle rovine nasce una nuova città,
più piccola e dimessa, che non sarà più in grado
di assumere l’importanza d’un tempo. Con la conquista bizantina
del 533 d.C, da parte del generale Belisario, la città viene
dotata di un cinta muraria difensiva, che abbracciava però solo
una parte dell'antica area urbana romana, lasciando cosi all'abbandono
quasi tutta la parte est della città. Con l'avvento dell'Islam
nel VII sec. d.C. la città scivola ancora di più nell'oblio
fino a scomparire, inghiottita dalla sabbia, appena un secolo più
tardi. Scomparsa agli occhi del mondo fino alla successiva riscoperta
nei primi anni del XX sec. grazie all'opera degli archeologi italiani.
Superato l'ingresso del sito archeologico, sulla sinistra si trovano
due piccoli musei che ospitano reperti del periodo punico e romano,
ma che non sono stati però oggetto di una nostra visita, un sentiero
conduce all'area visitabile raccordandosi direttamente con l'antica
via romana del Cardo, l'arteria che attraversava la città da
nord a sud. In questa prima parte il Cardo fiancheggiava vecchi quartieri
residenziali, a questi fa da sfondo la maestosa ricostruzione di un
antico mausoleo punico, smantellato dai bizantini per farne materiale
da costruzione, conosciuto con il nome di Mausoleo di Bes. La costruzione
alta quasi 24 mt., con una base triangolare ed una punta terminale a
forma di piramide, è abbellita da sculture leonine e dalla raffigurazione
dei semidei Bes ed Ercole. Era presumibilmente il monumento funebre
che ornava una tomba del II sec. a.C., a cui con la sua mole imponente
assicurava sicuramente una qualche protezione spirituale. Proseguendo
lungo il Cardo si arriva presso la porta bizantina del VI sec. d.C.
Questo era all’epoca uno dei principali punti d'accesso alla città,
dopo che i bizantini costruirono un possente muro di cinta per racchiudere
i quartieri che si sviluppavano intorno all'antico foro romano ed porto
commerciale. All'interno di questa area si trovano i più importanti
edifici pubblici e religiosi della colonia romana di Sabratha. Poco
dopo la porta si trovano sulla sinistra il tempio dedicato ad una divinità
non meglio identificata, mentre a destra è collocato il Tempio
di Antonino, dedicato all'imperatore divinizzato. Salendo sulla piattaforma
più alta si può godere di una bella vista d'insieme sulle
rovine. Davanti al tempio è posta una fontana sormontata da una
statua di Flavio Tullio, ormai senza più testa, costruita per
onorare la memoria del concittadino che a sue spese fece costruire l'acquedotto
per approvvigionare d'acqua la città. Di fronte al tempio di
Antonino si trova la grande Basilica di Apuleio di Madaura, in realtà
l'edificio di forma ellittica venne utilizzato come basilica cristiana
solo in epoca bizantina, mentre nel periodo romano era adibito a Palazzo
di Giustizia. Il nome con cui ne è stato tramandato il ricordo
è quello di un famoso filosofo del I sec. d.C. che qui venne
processato con l'accusa di aver sposato, con l'inganno, un'anziana e
ricca vedova per carpirgli il patrimonio, la storia non può chiarire
la verità del caso, ma grazie all'eloquenza che profuse in sua
difesa il filosofo fu completamente scagionato. Con l'arrivo dei bizantini
e con l'affermarsi della nuova fede l'interno della basilica venne riadattato
al nuovo uso, dividendo lo spazio originale di 50 mt. per 25 in navate
abbellite da colonne di marmo cipollino. Appena dietro la basilica si
trova il Battistero cruciforme realizzato in pietra calcarea. Sul lato
nord della basilica si apre il grande Foro romano, punto d'incontro
giornaliero e crocevia dei commerci, solo successivamente dotato di
un portico sostenuto da colonne di granito egiziano, di cui alcune rimangono
visibili ancora oggi. Ad est del foro si trovano due templi, il Tempio
di Serapide ed il Tempio di Giove. Il primo era dedicato ad una divinità
taumaturgica, conosciuta ed apprezzata nell'antichità per le
sue capacità di guarigione ed il cui culto era stato importato
dal vicino Egitto. Durante la nostra visita era al lavoro in questo
tempio un equipe di archeologi dell'università di Palermo, a
dimostrazione del fatto di come i siti archeologici della Libia abbiano
ancora molti misteri da svelare. Il secondo era invece dedicato alla
triade capitolina formata da Giove, Giunone e Minerva, culto caratteristico
di ogni città romana. A nord del foro era invece collocato il
Senato dove avevano luogo i dibattiti che riguardavano il governo della
città. L'edificio era caratterizzato da un grande cortile centrale
nel cui perimetro trovavano posto, sistemati su un gradino rialzato,
i sedili utilizzati dai senatori durante le riunioni. Di fronte al foro
infine, sul lato est, era collocato il Tempio di Liber Pater, una divinità
molto venerata nell'Africa romana, seconda soltanto alla famosa triade
divina. Uscendo dal centro di Sabratha e proseguendo verso nord, in
direzione del mare, si possono visitare i resti dei quartieri che circondavano
il porto, mentre tornando indietro e continuando verso est è
possibile ammirare le Terme sul Mare, costruite in posizione spettacolare
con terrazze aperte direttamente sul mare ed abbellite da intarsiati
mosaici ancora sul loro sito originale. Dalla Terme sul Mare, in direzione
sud, tutte le strade si raccordano all'antica via Decumana, l'arteria
che attraversava la città da est ad ovest. Seguendola verso ovest
si arriva in breve tempo nei pressi del Teatro, l'edificio più
sorprendete di tutto il sito archeologico e che da solo ne giustifica
la visita. Il Teatro venne iniziato nel 190 a.C. durante il regno di
Commodo e terminato, secondo alcuni, solo alcuni decenni più
tardi sotto il regno dell'imperatore Settimio Severo, originario dell'altra
colonia romana quella di Leptis Magna. Quello che è certo è
che rimase attivo fino al 365 d.C., quando insieme al resto della città
fu gravemente danneggiato dal terremoto. Trascorsero molti secoli di
oblio prima che nel 1920, grazie all'attenta opera di due archeologi
italiani Giacomo Grandi e Giacomo Caputo, si ponesse mano alla sua ricostruzione,
permettendo cosi al teatro, che per le sue eccezionali misure era all'epoca
il più grande mai costruito in Africa, di tornare almeno in parte
al suo antico splendore. Quasi 95 mt. di diametro di auditorium con
un palcoscenico di 43 mt. di lunghezza per 9 di larghezza, a cui fa
da sfondo un triplice ordine di colonne che arriva fino ai 20 mt. di
altezza e in cui erano ricavate numerose nicchie destinate ad ospitare
statue ed altre sculture. Ogni particolare era abbellito da fregi, ornamenti
floreali e bassorilievi che raffiguravano figure mitologie, scene votive,
insieme a rappresentazioni di opere teatrali e di danza. Uno spettacolo
d'insieme che ancora oggi lascia lo spettatore a bocca aperta, come
di certo dovevano esserlo le circa 5000 persone che poteva contenere.
Terminata la visita di Sabratha rientriamo a Tripoli e come prima cosa
ci rechiamo a visitare il Museo della Jamahiriya prima che chiuda, infatti
in certi giorni della settimana il museo osserva un orario piuttosto
ridotto che termina alle 13.00. Si trova su un lato della parte nord-ovest
della grande Piazza Verde, uno dei punti d'incontro più frequentati
della città, occupando una parte consistente dell'Assai al-Hamra,
il Castello di Tripoli chiamato anche Castello Rosso, antica sede del
potere politico in Tripolitania. Costruito con il contributo culturale
dell'Unesco concentra tutto l'arco storico della Libia, dal Neolitico
fino ai giorni nostri, distribuito in ordine cronologico all’interno
di ampie sale divise su quattro piani, raccordati tra loro da una grande
scala elicoidale posta al centro della struttura. La maggior parte delle
opere, tra cui alcune di notevole pregio artistico, risalgono al periodo
greco e romano. Della collezione fanno parte statue, frontoni, mosaici,
bassorilievi ed oggetti della vita quotidiana, ma non meno interessanti
sono anche gli altri reperti, tra cui le riproduzioni, nella galleria
quattro, delle pitture e dei graffiti rupestri del Sahara, con cui è
possibile farsi un'idea dei tesori che il deserto custodisce dato che
probabilmente vi sarà difficile riuscire a vederli tutti dal
vivo. Non mancate infine di vistare la sezione moderna, dove una sala
è dedicata al periodo della resistenza libica all'occupazione
Italina, mentre uno spazio più significativo è dedicato
al racconto della vita e delle opere del padre della patria, il mitico
colonnello. Ritratto qui in un campionario di tutte le situazioni possibili,
insieme ad una collezione di oggetti personali e ai regali ricevuti
durante le viste di stato. In uno spazio tutto suo, al pianterreno,
è collocato il Maggiolino verde della Volkswagen che il colonnello
utilizzava per gli spostamenti da Sebha, dove si trovava distaccato
con il suo reparto militare, a Tripoli. Sulla Piazza Verde si trova
anche una delle porte d'accesso alla parte antica della città,
la Medina. Cosi, conclusa la visita del museo, ci rechiamo a mangiare
in uno dei ristoranti che si trovano al suo interno, pronti al termine
per un giro esplorativo della zona. Chi ha avuto la ventura di visitare
le splendide Città Imperiali del Marocco, come me, potrà
in parte rimanere deluso dall'inevitabile confronto perché la
Medina di Tripoli presenta un aspetto più dimesso, lontano dai
clamori e dalla frenesia piena di vita delle altre. Ma in questo, secondo
me, risiede una delle sue peculiarità più profonde che
la rendono non meno interessante. Qui l'anima araba presenta un sentire
più intimo, più familiare, senza dubbio affabile, ma meno
invadente. Nessuno vi si avvicinerà cercando di procacciarvi
un "buon affare" o un "buon prodotto" e cosi potrete
andarvene in giro a curiosare liberamente in tutta tranquillità,
all'interno di un ambiente che istintivamente permette di sentirsi un
po' meno stranieri. Dopo il pranzo iniziamo a piedi il giro della Medina
di Tripoli, entrando dalla porta che più frequentemente veniva
utilizzata in passato, subito a ridosso del Castello di Assai al-Hamra
nella Piazza Verde, e che immette direttamente nel Suq al-Mushir. Appena
dopo l'ingresso, con il suo arco in pietra, il Suq costeggia il lato
est della più grande moschea della medina, la moschea di Ahmed
Pasha Karamanli che risale ai primi decenni del XVIII sec., mentre più
avanti già si intravede la Torre ottomana dell'orologio. Come
tutte le medine che si rispettino anche qui non esiste una pianta urbanistica
regolare, e il tempo si deve essere divertito più volte a mettere
mano all'intricato sistema di vicoli, che giocano a intersecarsi e a
rincorrersi come su un lavoro a maglia eseguito da una vecchina con
qualche serio problema di strabismo. Così è facile trovarsi
a lavorare di gomiti per conquistare il passo, come poter girare l'angolo
e perdere l'equilibrio, in vicolo deserto, senza più nessuno
a cui appoggiarsi. E' il fascino che si ripete ogni volta, quello di
vagabondare dentro un autentico labirinto formato da muri intonacati,
stradine senza uscita, piccole botteghe aperte sulla strada, volti sorridenti,
banchetti messi in bilico ad ogni angolo, mentre piccoli occhi neri
spiano ogni tua mossa dietro le grate di una finestra socchiusa. E alla
fine è quasi impossibile ricordare il percorso esatto per trovare
l'uscita, un po' come lo è ritrovare il bandolo di una matassa
finita tra le grinfie d'un gatto dispettoso. Cosi al ritorno dal viaggio
ci si affida alla memoria dei sensi, al ricordo dei giochi di luce che
si infilano in ogni pertugio possibile, chiusi tra le case bianche e
i tetti di lamierino che coprono i vicoli più bassi, ai colori
che sfidano le più ardite tavolozze cromatiche, ai profumi che
vagano per l'aria spinti da piramidi di spezie messe in bellavista accanto
a succulenti montagne di dolci da cui scivolano rivoli di miele denso,
e a tutto quello che di ciò può rimanere impresso in una
foto ricordo. Perciò anche noi, con la nostra bella fila allungata,
ci incamminiamo come novelli pollicini dietro alla nostra guida, che
invece di sbriciolare molliche di pane ogni tanto ci lancia un'occhiata
di controllo. Ma alla fine si tratta solo di una questione di praticità,
perché come ho già avuto modo di sottolineare la sensazione
è quella di poter girare in tutta tranquillità. In questa
zona della medina, attorno e subito dopo la porta d'ingresso, sono concentrati
tutti i Suq (bazar) più caratteristici, che ancora oggi, seguendo
antiche tradizioni, vedono riuniti in piccoli quartieri contigui tutti
gli artigiani o i commercianti dediti allo stesso tipo di produzione
o commercio che sia. Cosi passando da un vicolo all'altro, svoltando
a destra o a sinistra, si alternano file di piccole botteghe d'oreficeria,
forni per la produzione di pane e dolci, laboratori di sartoria, negozi
di stoffe e tappeti, piccole fucine per il lavoro del rame, il Suq al-Ghizdir,
i cui artigiani sono rinomati per la produzione delle mezzelune usate
come ornamento. Il tutto frammentato ed alternato dalla presenza di
numerose moschee grandi e piccole, con i minareti che svettano verso
l'alto offrendo cosi un ottimo punto di riferimento per orientarsi.
A differenza di altri paesi mussulmani in Libia le moschee non sono
chiuse agli stranieri, anche se in realtà sono aperte normalmente
solo nei momenti di preghiera, durante i quali comunque la visita non
è certo indicata. Ma se volete visitarne qualcuna basta che cerchiate
informazioni sulla casa del custode, il miftah, il quale non dovrebbe
avere problemi a venirvi ad aprire, aspettandosi chiaramente una piccola
mancia. Noi abbiamo visitato la moschea di Gurgi, ed è stata
una sorpresa ed un piacere conversare in italiano con l'attuale miftah,
un simpatico libico un po' avanti con gli anni che ha ereditato il lavoro
dal padre e che ricorda ancora vivamente il periodo italiano, con le
visite dei reali d'Italia e dei notabili d'inizio secolo '900. La moschea
di Gurgi risale al periodo dell'occupazione turca del XIX sec. ed è
situata nei pressi della Sharia Hara Kebir, nella parte nord-ovest della
medina. Non è la più grande, ma senza dubbio è
una delle più belle ed interessanti dal punto di vista artistico,
la sua sala da preghiera è riccamente adornata con colonne di
marmo italiano, ceramiche tunisine e decorazioni in legno del Marocco.
Ci sono due pulpiti, minbar, utilizzati da coloro che conducono le preghiere
per rivolgere il sermone ai fedeli, e la classica nicchia, mihrab, che
indica la direzione della mecca. Nei pressi della moschea si trova l'Arco
di Marco Aurelio, una delle poche vestigia rimaste dell'antica città
romana di Oea, l'attuale Tripoli. Costruito tra il 163 e il 164 a.C.
costituiva il punto d'incrocio tra il cardo ed il decumano, le principali
arterie che attraversavano la città seguendo le direttrici dei
punti cardinali. La presenza dell'arco indica l'importanza che aveva
l'antica Oea all'interno della Tripolis romana, seconda solo forse all'antica
città di Leptis Magna. Le nicchie sulle fiancate erano destinate
ad ospitare le statue di Marco Aurelio stesso e di altri personaggi
importanti. La sopravvivenza dell'arco, quando tutto il resto dell'antica
Oea è stato smantellato e inglobato dai nuovi conquistatori,
dato che la città non venne mai completamente abbandonata pur
attraversando periodi di oblio, rimane un mistero. Una delle possibili
spiegazioni viene fatta risalire ad un'antica maledizione che avrebbe
colpito chiunque avesse osato toccare anche una sola pietra. Terminato
il giro in medina ci ritroviamo nella grande Piazza Verde, creata al
termine della vittoriosa rivoluzione come luogo di raduno di massa del
nuovo regime. La piazza è animata da una attività molto
vivace, interi gruppi familiari si godono le ultime ore del pomeriggio
passeggiando o bevendo qualcosa in uno dei tanti bar che vi si affacciano,
o magari, perché no, gustando un profumato narghilè, mentre
tutt'intorno il traffico automobilistico scorre in maniera piuttosto
sostenuta. Attraversata la piazza, su cui sostano fotografi ambulanti
in cerca di clienti, ci dirigiamo verso la Sharia (via) 1° Settembre
( anniversario della rivoluzione ), per visitare una libreria con interessanti
pubblicazioni sull'arte e la cultura del paese. Sulla via si apre anche
la Galleria De Bono, retaggio del periodo fascista con la sua caratteristica
architettura, simboli compresi, dove ci fermiamo per un caffè.
Per rientrare in albergo alcuni di noi scelgono la soluzione "a
fette", come si dice a Roma, (attenzione nell'attraversare le strade)
percorrendo il lungomare, lo Sharia al-Corniche, e dando cosi un'occhiata
da vicino alla parte moderna di Tripoli e al suo porto. La sera poi,
con tutto il gruppo, andiamo a cena fuori, sia per provare a mangiare
un po' di pesce, dopo il pieno di pollo fatto negli alberghi, ma soprattutto
per salutare il simpaticissimo Ahmed che ci fatto da balia per tutto
il viaggio e festeggiarne cosi l'ottima riuscita.
27 Maggio 2005
Tripoli – Roma – Genova
Ma quanti giorni sono passati dal nostro arrivo a Bengasi, sembra trascorso
un tempo infinito tanto ci siamo trovati bene, eppure è già
arrivato il momento di ripartire, il momento di tirare i primi bilanci,
che a caldo non sono solo positivi, sono stratosfericamente entusiasmanti.
Quante emozioni vissute, quanti incanti da mettere nell'album dei ricordi,
e se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui penso che vi siate
potuti fare un'idea esauriente delle bellezze e delle magie che può
regalare la Libia, e che fino a pochi anni fa erano ancora precluse
ai più. Per cui lasciatemi il tempo di dire che su tutto rimarrà
sempre vivo in me il ricordo di aver viaggiato e condiviso la strada
con un manipolo di compagni di viaggio veramente simpatici. Ma ora è
proprio il momento di partire e visto che il teletrasporto non l'hanno
ancora inventato bisognerà pur che prenda due aerei per tornare
a casa. Cosi sveglia all'alba per essere all'aeroporto di Tripoli con
abbondante anticipo, partenza per Roma e passo affrettato per prendere
la coincidenza per Genova visto il ritardo accumulato. Arrivo a Genova
nel tardo pomeriggio e per la prima volta, ce né sempre una in
tutte le cose, assaporo il brivido di non veder arrivare la mia valigia.
Che si sia voluta trattenere qualche giorno di più in Libia visto
che ci siamo trovati cosi bene? Avete mai sentito una di quelle tante
storie...dove dopo aver compilato un mucchio di scartoffie puoi comunque
metterti l'anima in pace perché tanto la beneamata borsa non
la rivedrai mai più. Io sono stato più fortunato e dopo
neanche un giro completo di lancette, il giorno dopo, mi informano che
la mia valigia è arrivata sana e salva dopo essere rimasta attardata
a Fiumicino durante il trasbordo dal volo internazionale al volo interno.
Probabilmente si era ormai abituata a quel gusto di vivere il tempo
con lentezza, tipico di quei paesi,...........e d'altra parte, avete
mai visto un arabo correre affrettandosi per qualcosa...........
Bibliografia e Fonti
Storiche :
- Libia
della Lonely Planet edita da EDT Aprile 2002
- Libia Arte Rupestre del Sahara di Giulia Castelli Gattinara, editrice
Polaris Maggio 2000