VIAGGIO
IN INDIA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Ked
Numero di giorni: 14
Costo totale del viaggio:
Periodo: 22 agosto - 4 settembre 2004
Compagnie Aeree: Lauda Air + Austrian Airlines
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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DOMENICA
22 AGOSTO 2004
Anche quest’anno la sveglia è all’alba, prendiamo
l’aereo Airone per Roma, poi un aereo Lauda air per Vienna ed
infine Austrian Airlines per New Delhi, e strano ma vero senza ritardi
di alcun genere verso le mezzanotte e mezza locale (3 ore e mezza di
fuso orario), dopo un giorno passato in aeroporto, arriviamo, ma solo
noi senza le valigie, la sfortuna ci perseguita, e meno male che abbiamo
avuto l’accortezza di mettere il carica batterie della videocamera
e i rullini nel bagaglio a mano. Sembra si siano fermate per sbaglio
in qualche aeroporto. Così ci tocca a fare la denuncia e dopo
circa un’ora riusciamo ad uscire dall’aeroporto, dove ad
aspettarci c’era la nostra accompagnatrice italiana Tiziana, che
ci rassicura dicendo che se ne sarebbe occupata l’agenzia “Le
Passage to India” e che l’indomani ci avrebbe portato a
comprare qualcosa da metterci. Il resto del gruppo era già tutto
in autobus, così siamo partiti alla volta del nostro Hotel “Il
Marriott” e strada facendo abbiamo visto già uno scorcio
d’india, gente che dormiva sui marciapiedi, mucche per strada,
macchine (per la maggior parte tutte Ambassador), schizzare via.
LUNEDI’
23 AGOSTO 2004 - INDIA
Per il primo girono di tour la sveglia è alle otto, il cielo
è un po’ coperto. Facciamo conoscenza con quella che sarebbe
stata la nostra guida fino ad Agra cioè Anil, un simpatico indiano
sposato con un’italiana, molto bravo tanto che aveva vinto anche
dei primi a livello internazionale come migliore guida. Dopo un abbondante
colazione partiamo per la prima visita al complesso del Kutub Minar,
con un autobus che a detta loro era di gran lusso per l’india
e che ci avrebbe accompagnato fino ad Agra per poi cambiarlo con un
altro che altro che lusso……….. Un complesso che prende
nome proprio dal minareto che si trova al suo interno e che con un diametro
di 25 mt si erige per circa 73 mt. All’interno di questo, si erige
un portale meraviglioso realizzato con pietra arenaria rossa tutta riccamente
intarsiata a mano. Al centro di un cortile si innalza poi una colonna
appartenuta ad un antico tempio indu eretto del IV-V secolo A.C., la
cui particolarità sta nel fatto che questa è fatta da
una particolare e misteriosa lega di ferro che nonostante il tempo non
presenta alcuna traccia di ruggine. Sempre nelle vicinanze si notano
pio i resti di un altro minareto mai stato completato che doveva, per
dimensioni, essere il doppio del primo. Finita la visita per un pelo
non ci siamo presi la pioggia così andiamo a pranzo in un ristorante
di un hotel del centro di New Delhi e finito di pranzare e soprattutto
di piovere andiamo a visitare un tempio Sikh. La guida ci avverte subito
che per entrare ci saremmo dovuti togliere le scarpe e i calzini, la
cosa non mi ha entusiasmato molto visto la grande affluenza di fedeli
e soprattutto perché aveva appena finito di piovere e parte del
percorso sarebbe stata all’aperto, ma stringo i denti e mi preparo
insieme agli altri, scalza e con un fazzoletto copricapo giallo offertoci
gentilmente da loro. Entriamo in un cortile, tutto bagnato naturalmente,
e ci avviciniamo a vedere da dietro delle grade la zona dove i fedeli
mangiano, infatti è usuale che all’ora di pranzo dei volontari
sikh preparino da mangiare per la gente che viene, fedeli e non, rispecchiando
proprio la loro filosofia. Infatti il pensiero di questa religione consiste
nel vivere pratico, nel servire l’umanità e nel generare
tolleranza e amore fraterno verso tutti. Il termine “Sikh significa
“discepolo”, e un Sikh è qualcuno che crede in un
Dio unico e negli insegnamenti dei Dieci Guru raccolti nel Guru Granth
Sahib, la Sacra Scrittura sikh. I sikh non riconoscono il sistema delle
caste e neppure credono nel culto degli idoli, nei riti e nelle superstizioni.
Un Sikh si distingue dagli altri grazie a cinque simboli, conosciuti
come i cinque K che sono: Kesha (capelli lunghi che non sono mai stati
tagliati come la barba e che sono raccolti sotto un turbante) Kangha
(pettine che si tiene nel turbante per sistemare capelli e barba), Kara
(braccialetto di acciaio ), Kachha (mutande) e Kirpan (spada o pugnale
per difendersi). Coloro che si tagliano o spuntano i capelli o la barba
commettono una infrazione alle regole cardinali dell’ordine. Un
Sikh senza questi simboli non è nessuno. Entriamo poi nella parte
dedicata alla preghiera, diciamo che l’odore all’interno
non era molto gradevole, così esco molto velocemente e ne approfitto
per fare due foto con le guardie vestite in modo molto carino. Finita
la visita ci rimettiamo le scarpe e partiamo alla volta della Moschea
del Venerdì o Jama Masjid, nella parte vecchia di Delhi, una
mosche all’aperto, la prima vista finora. Quello che ci aspetta
al nostro arrivo è la vera india finalmente, stradine strette,
piene zeppe di persone, auto e risciò carichi di ogni cosa, una
fila interminabile di bancarelle di artigianato fino alla moschea che
è la più grande di tutto il Paese. Questa si erige su
una altura a cui si accede attraverso scalinate in arenaria rossa, ha
tre grandi portali, tre cupole a cipolla come tutte le moschee, quattro
torri angolari e minareti alti 40 mt. in marmo e arenaria rossa. L’ingresso
orientale era riservato all’imperatore e si apre oggi solo il
venerdì in occasione della preghiera dello Juma. Il grande cortile
di circa 10.000 mq è in grado di ospitare fino a 25.000 persone.
La moschea è caratterizzata da 11 archi di cui quello centrale
in corrispondenza della mecca.
Mentre eravamo nel cortile ad ascoltare le spiegazioni di Anil, a poco
poco siamo statti circondati da tantissimi giovani indiani che ci guardavano
come fossimo stati marziani, ci stavano praticamente incollati addosso,
guardano a bocca aperta le videocamere e le macchine fotografiche che
avevamo in mano con uno stupore incredibile e il tutto in religioso
silenzio. Finita la visita ha ricominciato a piovere, per fortuna il
tempo ci ha graziati permettendoci di fare le visite in pace. Sulla
strada del ritorno in hotel, ci siamo fermati per una breve sosta fotografica
al forte rosso e poi sotto la pioggia siamo scesi a vedere il Raj Ghat,
il memoriale eretto nel luogo dove è stato cremato il Mahatma
Gandhi. “He Ram!”, oH Dio, sono le ultime parole pronunciate
dal Mahatma colpito a morte da un fanatico indu e sono incise sulla
lastra di marmo nero al centro del parco sulla quale ogni giorno visitatori
di tutte le nazionalità e religioni depositano fiori. Il Mahatma
Gandhi fu assassinato il 30 gennaio 1948 pochi mesi dopo aver compiuto
la sua missione per la lotta d’indipendenza del popolo indiano.
Rientrati in albergo io Dani e Tiziana siamo usciti nuovamente in Taxi
per andare a comprare qualcosa per noi e per andare in agenzia per vedere
se c’erano notizie delle valigie. E’ stata un’avventura
davvero incredibile, siamo stati nel traffico per circa un’ora,
un traffico mai visto prima, macchine, risciò mucche motorini,
etc. e tutti facevano a gara per chi suonava più forte e più
a lungo il clacson. Nella zona dell’agenzia e dei negozi mancava
la luce, a detta loro è una cosa normale, e avevano dei generatori
di corrente a gasolio per rimediare la mancanza, fatte un po’
di spese siamo rientrati, abbiamo cambiato un po’ di euro in rupie
alla reception (1 euro circa 55 rupie). Dopo cena siamo usciti tutti
assieme con l’autobus per andare in un negozio di tessuti, dove
abbiamo comprato diverse cose tra cui io un PUNJAB, un abito tradizionale
molto bello composto da pantaloni e camicione lungo sopra, qualcuno
ha anche comprato il sari, ma a me è sembrato troppo impegnativo.
Finito lo shopping tutti a letto. Cosa importante, per le prese di corrente,
anche se sembrerebbe di si, non serve adattatore.
MARTEDI’
24 AGOSTO 2004 - INDIA
Il primo pensiero svegli, va alla nostra piccola cuginetta Sara, in
Italia, alla quale oggi toglieranno le adenoidi e le tonsille.
Dopo colazione si parte alla volta di Jaipur, lungo una “autostrada”
se così si può chiamare una strada a due corsie in alcuni
tratti e ad una in altri dove a volte si incontrano carovane infinite
di automezzi in coda. Auto, motori e camion stracolmi della qualsiasi.
E proprio in questi momenti che bisogna armarsi di buona pazienza indiana.
Infatti qui nessuno perde mai la calma, non si lamentano e non si chiedono
il perché dell’attesa. A circa metà strada , all’ora
di pranzo, facciamo una deviazione e raggiungiamo il villaggio di Samode
dove si trova il palazzo del Maharaja, chiamato Samode Palace, ed è
qui che pranziamo.Siamo entrati nella terra dei Maharaja, nel Rajasthan
letteralmente “terra dei grandi re”, una terra di grandi
ricchezze, di splendide dimore, palazzi, fortezze e leggendari tesori.
Dopo pranzo abbiamo visitato il palazzo e in particolare la sala delle
udienze private, davvero molto bella, piena di affreschi e decori, e
poi siamo andati a farci un giro a piedi nel villaggio, proiettandoci
in un’altra dimensione, come un salto indietro nel tempo, la gente
che chiacchierava sull’uscio di casa o intenta a fare i lavori
di casa, a preparare da mangiare, e tanti bambini che correvano per
strada dietro le mucche e dietro a noi. Per strada qualcuno vendeva
dei graziosi quadretti dipinti a mano su carta vecchia che li rendeva
davvero particolari.
Poco dopo ci siamo rimessi in viaggio e per sera siamo arrivati a Jaipur,
la città Rosa, che prende nome appunto dal colore dei suoi edifici.
Nel 1727 fu il Maharja di allora a voler la nascita della città
tanto che egli stesso la disegnò, con una pianta a scacchiera,
divisa in quattro quartieri e larghe strade di circa 30 mt. La città
doveva avere una pianta quadrata in quanto segno di stabilità
e seguire una gerarchia nella disposizione delle case, che va dal centro
(quelle più importanti) all’esterno (quelle meno importanti).
Di fatto al centro della scacchiera si erige il Palazzo di città,
la dimora del Maharaja.
MERCOLEDI’
25 AGOSTO 2004 - INDIA
Dopo colazione usciamo e la prima tappa la facciamo al Hawa Mahal, ovvero
Palazzo dei venti per fare delle foto. Il palazzo costruito nel 1799
consiste in una facciata di cinque piani piena di centinaia di finestrelle
dipinte di rosa, dietro alle quali si nascondevano le donne di corte
per osservare, senza essere viste. la gente fuori sulla strada e nei
bazar. Proseguiamo poi per il Forte di Amber dove all’arrivo ci
sono ad aspettarci degli elefanti, “a quattro posti”, bardati
a festa, che ci accompagneranno fino in alto al forte. Per strada come
al solito ci sono dei sedicenti fotografi che ci scattano delle foto
per poi vendercele alla fine del giro e mercanti di oggetti di ogni
genere. Giunti al primo cortile scendiamo e proseguiamo a piedi lungo
una scalinata che ci immette in un grande cortile ovvero la sala delle
udienze pubbliche dalle cui balconate si gode di un’ottima vista
sulla valle di Amber. A destra troviamo lo splendido portale che porta
agli appartamenti reali: il Ganesh Pole o Porta di Ganesh. Nella tradizione
induista il Dio con la testa di elefante, figlio di Shiva e Parvati,
è il simbolo della fortuna e della prosperità e viene
raffigurato davanti a tutti gli ingressi delle case, ed è forse
per questo che è una delle divinità più venerate.
La legenda racconta la storia di Parvati che da sola in casa intenta
a lavarsi crea un piccolo uomo dallo sporco di una gamba e lo mette
a guardia della casa. Shiva tornato da una battaglia trova questo sconosciuto
sulla porta di casa che non vuole farlo entrare, così Shiva furioso
gli taglia la testa, entra in casa e si imbatte in Parvati che lo accusa
di aver uccisoli loro piccolo figlio. Così Shiva promette a sua
moglie di ridar vita al piccolo e ordina ai suoi servitori di uscire
in strada e prendere la testa ala primo essere vivente che passa. I
servitori rientrano poco dopo in casa con una testa di elefante e Shiva
la mette sul collo del bambino ridandogli vita. Il coraggio di Ganesh
nel difendere la casa di Parvati è l’esempio di come i
figli dovrebbero essere devoti ai genitori. Comunque dalla Porta di
Ganesh si accede a un cortile a un giardino sul quale si affacciano
palazzi riccamente decorati tra i quali uno completamente rivestito
di specchi. Tutti i palazzi furono costruiti dopo un attento studio
dei venti estivi e invernali in modo da garantire al Maharaja un piacevole
fresco in estate e un riparo dalle correnti in inverno. La zona riservata
alle moglie è quella che colpisce maggiormente per bellezza,
ogni moglie aveva un appartamento con giardini e si dice che da ognuno
di questi, dei tunnel segreti conducano direttamente alla residenza
del Maharaja, tunnel di cui era a conoscenza solo il Maharaja stesso.
Scendendo verso il basso per andare via abbiamo appena fatto in tempo
ad entrare nel piccolo tempio dedicato alla dea Shila manifestazione
della Dea Kali, e a vedere la piccola cerimonia in suo onore. Ci siamo
tolti scarpe e calzini abbiamo lasciato fuori apparecchiature elettroniche
e oggetti in cuoio e siamo entrati. All’interno un suono assordante
era prodotto da degli uomini con una specie di piatti e tamburini, la
gente in ginocchio pregava davanti all’altare, poi si è
aperta la tenda e da dietro di essa è comparso il sacerdote con
al statua di Shila in mano. In pochi minuti è finito tutto così
siamo scesi fini al cortile più basso del palazzo dove ad aspettarci
per riportarci all’autobus c’erano delle Jeep, decisamente
più comode degli elefanti.
Arrivata l’ora di pranzo ritorniamo in Hotel, e dopo una piccola
siesta usciamo per andare a vedere dapprima il palazzo dell’attuale
Maharaja dove si trova oltre la sua residenza anche un piccolo museo.
Attorno al palazzo si estende un grande cortile all’interno del
quale si trovano due delle quattro gigantesche giare d’argento
utilizzate da un Maharaja nel 1901, quando dovendo andare in visita
in Inghilterra non potendo utilizzare acqua non sacra per lavarsi e
per fare le abluzioni portò con se 4 giare di 900 litri ciascuna,
peccato che due andarono perse durante il viaggio in mare. Continuiamo
poi con la visita dell’osservatorio astronomico che include numerosi
e sofisticati strumenti per calcolare il calcolo delle eclissi, per
la rilevazione di stelle e il calcolo degli ascendenti e due grandi
meridiane per il calcolo dell’ora di Jaipur, una delle quali è
in grado di calcolare l’ora fino a 2 secondi di precisione.
Usciti dall’osservatorio facciamo una passeggiata a piedi sotto
i portici che ospitano i coloratissimi negozi e troviamo un posto per
telefonare con sopra un insegna PCO STD ISD dove si poteva chiamare
in Italia per poche rupie tenendo sott’occhio tranquillamente
un contascatti digitale. Alla fine della strada che percorriamo a piedi
ci troviamo poi in un quadrivio, ci fanno salire sul tetto di un edificio
per guardare il traffico dall’alto ed è davvero impressionante,
sembra una strada invasa dalle formiche, così ci dicono che avevano
per noi una sorpresa cioè un giro in risciò proprio in
quel groviglio. Montiamo su, foto di rito e si parte. E’ stato
divertente il nostro autista faceva a gara con un altro risciò
che portava ragazzi del nostro gruppo, davvero un’esperienza da
non perdere. Ah dimenticavo, per sollevarsi dal dare la mancia a tutti
quelli che te la chiedono, e credete sono davvero tanti, abbiamo imparato
sotto consiglio di Tiziana a rispondere “Ciaci” che vuol
dire “Guida” ovvero “la mancia te la da la guida”.
Prima di cena abbiamo avuto la piacevole sorpresa delle valigie che
erano arrivate, holè finalmente ci cambiamo.
GIOVEDI’
26 AGOSTO 2004 - INDIA
Dopo colazione si parte alla volta di Agra, per strada facciamo sosta
alla città abbandonata di Fatehpur Sikri, fatta costruire dall’imperatore
Akbar, il più grande della Dinastia Moghul, tra il 1571 e il
1585 e definita la città ideale. Questa è costruita interamente
in pietra arenaria rossa e conta numerosi palazzi privati, residenze
per le concubine, padiglioni per la musica e le danze nonché
edifici religiosi. Akbar salì al potere giovanissimo e nonostante
fosse un grande condottiero capace di battaglie distruttive, era un
uomo molto tollerante nei confronti delle differenti religioni presenti
nel suo impero, tanto che sposò donne di tutte le religioni.
La città perfetta di Fatehpur Sikri fu costruita nel luogo in
cui viveva il Santone Salim che predisse ad Akbar, i cui figli maschi
morivano in giovane età, la nascita di un erede degno del suo
nome.Da lì a poco nacque un figlio maschio che venne chiamato
Salim e in segno di gratitudine costruì il primo palazzo della
città spostando la capitale da Agra a Fatehpur Sikri. La città
venne costruita in una zona molto arida e nonostante un ricco sistema
di canali per portare l’acqua, dopo solo 12 anni venne abbandonata.
La città si presenta, nonostante i secoli, intatta e bellissima
nel suo color rosso dovuto alla pietra arenaria, lasciando facilmente
spazio all’immaginazione su come dovesse essere stato abitare
in quel fantastico posto. Entrando nella zona delle residenze private
ci troviamo in un grande cortile su cui si affacciano i palazzi più
importanti e sul quale l’imperatore giocava a dama utilizzando
come pedine delle cortigiane, su una scacchiera ancora oggi visibile
al centro della piazza. E poi qua e la gli appartamenti delle regine
costruiti secondo lo stile della terra di provenienza delle regine stesse,
tutti corredati da ampi cortili e fontane che all’epoca venivano
riempite di acqua colorata e profumata. Anche qui sistemi sofisticati
per il caldo e il freddo erano stati studiati. Davvero tutto fantastico
e troppo complesso da spiegare in due parole, è forse stato una
delle cose più belle e affascinanti viste.
Dopo pranzo arrivati ad Agra andiamo finalmente a vedere quello che
è diventato il simbolo dell’India, la perla architettonica
dell’oriente islamico, il monumento all’amore e cioè
il TAJ MAHAL. All’ingresso i controlli sono pazzeschi, ci dividono
in uomini e donne e ci perquisiscono da capo a piedi accertandosi che
non avessimo con noi oggetti elettronici, pile, trepiedi, forbicine,
sigarette, accendini, etc. Ci troviamo in un ampio cortile e sulla desta
troviamo la porta principale, un imponente edificio a due piani in arenaria
rossa con torri ottagonali ai lati. Passato il grande portale ci troviamo
di fronte spettacolo talmente bello da toglierci il fiato, lui il TAJ,
in tutto il suo splendore, da sembrare quasi finto, una scenografia.
Facciamo appena in tempo a fare delle foto e comincia a piovere, così
ci ripariamo sotto un portico dove Anil ci racconta un po’ la
sua storia. Fu fatto costruire dall’imperatore Shah Jahan della
dinastia Moghul, nel 1632 per conservare le spoglie di sua moglie detta
Mumtaz Mahal, il gioiello del palazzo, morta dando alla luce il suo
14esimo figlio all’età di 38 anni. Dopo un lungo periodo
di isolamento e di dolore dopo la morte dell’amata consorte il
sovrano decise di onorare la memoria della sua amata con un mausoleo
sulle rive della Yamuna. Convocò gli architetti più esperti
del regno, comperò i giardini del Maharaja di Jaipur, deviò
il corso del fiume, arruolo schiere di artigiani maestri dell’intarsio
e diede via a una delle opere più incredibili della storia dell’umanità.
Nell’arco di vent’anni il Taj Mahal venne eretto e la legenda
narra che l’imperatore fece tagliare le mani degli artigiani affinché
non potessero ripetere in futuro un’opera simile. L’imperatore
dedico la sua vita alla costruzione del mausoleo e si dice che stesse
progettando sull’altra sponda del fiume una costruzione analoga
in marmo nero per accogliere le sue spoglie mortali, ma il figlio prima
che egli potesse avviare questo progetto, lo depose e lo rinchiuse nel
Forte Rosso dove passò il resto dei suoi anni e da dove contemplò
senza poterlo mai più raggiungere il Taj Mahal. La costrizione
sorge all’estremità di un giardino diviso in 4 parti come
vuole la tradizione islamica con i quattro minareti ai lati. Il giardino
pieno di vasche, fontane, aiuole e piante è attraversato da canali
e sul lato nord si erge il basamento in marmo bianco alto 7 mt. E lungo
100 mt per lato. Al centro del basamento si trova il mausoleo vero e
proprio che ospita le tombe dell’imperatore e della sua amata.
Ogni facciata dell’edificio misura 56 mt. Di lunghezza e alta
19 mt. Le decorazioni delle facciate sono tantissime: bassorilievi scolpiti
sul marmo e intarsiati con pietre dure, mosaici di pietre semipreziose
e preziose, finestre di marmo traforato perfette, intarsi in marmo nero
che riportano versi del corano. Ai quattro angoli del basamento sorgono
i minareti altri 41 mt. che fungono da cornice al Taj e lo esaltano
nella sua bellezza. Nel frattempo ascoltando Anil finì di piovere
e come ci aveva detto siamo stati fortunati ad avere la pioggia, infatti
schiarendo il cielo e spuntando mano a mano il sole il Taj Mahal cambiava
come per magia colore passando dal grigio, al bianco al rosa, uno spettacolo
davvero bellissimo. Quindi tolte le scarpe e via macchina fotografica
e videocamera siamo entrati dentro e abbiamo fatto il giro completo
del complesso. Fatto buio siamo rientrati in hotel con gli occhi pieni
di quello splendore che non sarà facile dimenticare.
VENERDI’
27 AGOSTO 2004 - INDIA
Altro giorno altra tappa e cioè il Forte Rosso di Agra un’altra
delle meraviglie dell’arte Moghul. Anche questo sorge sulle rive
del fiume Yamuna ma dal lato opposto del Taj Mahal. Il perimetro delle
sue doppie fortificazioni, alte fino a 20 mt, misura 2 Km e mezzo e
include un fossato largo 10 mt alimentato dalle acque del fiume. Una
moltitudine di edifici uno più bello dell’altro in arenaria
rossa e decorati internamente con specchi e splendidi intarsi. Attraversando
il palazzo si arriva in cortile che si affaccia sul Yamuna, dove si
trova una torre ottagonale con vista sul Taj Mahal da dove si dice che
l’imperatore Akbar abbia passato il resto dei sui anni a contemplarlo
durante la prigionia imposta dal figlio.
Di sera grande addio con Anil che secondo le regole dello stato indiano
non può proseguire con noi oltre il Rajasthan, e deve tornare
indietro, peccato c’eravamo affezionati; da domani in poi avremo
delle guide locali di posto in posto visitato.
SABATO
28 AGOSTO 2004 - INDIA
Finalmente proviamo brividi nuovi, ovvero si prende il treno. Ci portano
alla stazione ferroviaria dove fuori tantissimi bambini ci chiedono
penne e altro, nell’attesa a tradimento ragazzi “pulisci
scarpe “ riescono a scroccare qualche rupia a qualcuno, così
fatta l’ora entriamo, anche qui un casino che non vi dico, gente
da tutte le parti che aspettava anch’essa di prendere il treno.
Nell’attesa abbiamo visto un treno pronto per partire che faceva
paura, da come era caricato, gente stipata come non so che, alle finestre
niente vetri ma grade di ferro dalle quali uscivano visi, braccia e
gambe, sembrava un treno diretto in un campo di concentramento, ma è
normale qui dicono. Il nostro un Intercity, a detta loro di lusso, arriva
in orario, saliamo e direi che non è proprio così male,
ci sediamo e ci servono del te con dei biscotti, che quasi nessuno di
noi accetta vedendo le caraffe dell’acqua. Dopo circa due ore
di viaggio arriviamo a Jansi, nello stato dell’Uttar Pradesh al
confine con il Madhya Pradesh, dove ad aspettarci c’è il
nostro autobus che ci porta a visitare Orcha e in particolare il Jehangir
Mahal, palazzo fatto costruire nel 1606 in occasione della visita dell’imperatore
Jehangir per ospitarlo. Non so dire altro se non che era molto bello
e interessante, infatti la guida che abbiamo trovato ad aspettarci sul
posto diciamo che non era molto eloquente e quello che diceva facevo
fatica a seguire. Dopo pranzo siamo ripartiti e siamo arrivati in serata
nel piccolo villaggio di Khajuraho, patria del Kama Sutra, nello stato
del Madhya Pradesh, il cui nome deriva dalla pianta del Khajur, palma
da dattero, molto diffusa qui. L’Albergo non era il massimo ma
tutto sommato andava.
DOMENICA
29 AGOSTO 2004 - INDIA
Oggi faremo una delle visite forse tra le più belle del tour,
i Templi di Khajuraho, scoperti immersi dalla vegetazione nel 1838 da
archeologi inglesi. Questa zona fu la patria della dinastia Candela
che rese Khajuraho, nel X secolo, uno dei centri più importanti
del nord dell’india, dando via anche alla costruzione di questi
bellissimi templi in pietra. Degli 85 templi costruiti allora ne rimangono
oggi 22, tutti in ottimo stato di conservazione. Suddivisi in due gruppi,
l'Occidentale, l'Orientale, i templi sono famosi per le figure scolpite
nella pietra che riproducono la spiritualità dell'epoca: la musica,
la danza, la caccia, le celebrazioni, nonché le emozioni umane
quali la paura, il dubbio, la gelosia, l'amore e la passione. Insieme
rappresentano una delle più belle espressioni dell'arte e dell'architettura
dell'India medioevale. Eretti su alte piattaforme, i templi appaiono
come masse slanciate di guglie di pietra culminanti in una serie di
fregi e sculture complesse di sapore erotico. Gli scultori hanno voluto
rappresentare i diversi aspetti della vita dell'India così come
era mille anni fa: dei e dee, guerrieri e musicisti, animali reali e
mitologici. Ma i due temi più ricorrenti sono "le donne
e il sesso": in ogni tempio sono presenti le figure delle "Apsara",
le fanciulle del cielo, che posano come modelle di "Playboy"
davanti alla macchina fotografica. Gli interni dei templi sono altrettanto
decorati quanto gli esterni. I templi si trovano in un bellissimo parco
di quasi chilometri quadrati, ravvivato dai colori smaglianti dei cespugli
di buganvillea.
Pranzo veloce in piscina e pomeriggio gita alle cascate di Rani Falls.
In Jeep abbiamo percorso per circa mezz’ora delle strade di campagna,
per poter arrivare al parco delle cascate ed è stato bellissimo
vedere la gente dei villaggi intenta nei lavori domestici, i bambini
che correndoci dietro gridavano “Hello! Hello!”, e quei
puntini coloratissimi (le donne in sari) in mezzo ai campi verdi, tanto
che sulla strada del ritorno ci siamo voluti fermare a visitare la casa
di alcuni contadini ed è stato davvero molto bello.
Ritornati in albergo, prima di cena, siamo andati a vedere uno spettacolo
di danze folk indiane, non vi dico che noia, anche se a qualcuno è
piaciuto. Dopo cena tutti a letto.
LUNEDI’
30 AGOSTO 2004 - INDIA
Avendo la mattinata libera prima del volo per Varanasi, io e Luigi accompagnati
da i due Danieli, siamo andati in un centro di benessere a fare il massaggio
Ayurvedico, con gente qualificata proveniente proprio dal Kerala. Dapprima
la ragazza assegnatami mi ha fatto spogliare completamente, messo un
perizoma usa e getta e avvolta in un telo. Poi siamo entrati in una
stanzetta e mi ha fatto stendere su un tavolo in legno ( simile ad un
tavolo d’obitorio) mi ha spalmato i capelli di olio e ha cominciato
a massaggiarmi la testa. Poi riempiendomi completamente d’olio
mi ha massaggiata da capo a piedi per circa 45 minuti, davanti e dietro,
rilassatissimo. Ricoperta con il telo siamo passati in un’altra
stanza dove mi ha fatto sdraiare dentro un tunnel, tipo macchina da
TAC, e ha cominciato a far uscire vapore. Dopo ciò mi ha accompagnata
nelle docce, e mi ha cosparsa di una crema piena di granuli per togliere
l’olio. Il tutto sarà durato circa un’ora ed è
stata davvero un’esperienza interessante da provare dopo aver
fatto anche il massaggio TAI a Bangkok.
Verso le undici siamo andati in aeroporto, e anche lì strazianti
e interminabili controlli. Volo di 45 minuti circa e siamo a Varanasi
o Benares, la Città Santa. All’aeroporto ci aspetta la
nostra guida locale, un uomo tutto d’un pezzo, Sikh, con un turbate
e la barba tutta untuosissima, si perché Tiziana ci ha detto
che secondo gli indiani untarsi i capelli e la barba d’olio per
loro è segno di pulizia e sistemazione.
Andiamo prima a sistemare i bagagli in Hotel e poi ci portano a Sarnath
il luogo della prima predicazione del Budda, quando espose ai suoi 5
discepoli il Dharma, la dottrina delle quattro nobili verità
e dell’ottuplice sentiero che porta al dissolvimento della sofferenza
e conduce al Nirvana. Nel parco si trovano diverse rovine di templi
e stupa, le cui statue meglio conservate si trovano all’interno
del museo archeologico che si trova proprio lì accanto. La fortuna
vuole che sia la festa delle sorelle e che quindi ci sono in giro molte
persone e bancarelle, così ne approfittiamo per comprare delle
simpatiche scatolette in pietra locale lavorate a mano. Dopo cena siamo
andati a vedere una fabbrica di broccati di seta per cui è famosa
Varanasi.
MARTEDI’
31 AGOSTO 2004 - INDIA
La svegli pazzesca alle 4.30 del mattino sarà pienamente ricompensata
durante il corso della giornata.
Mi alzo con la febbre, ma il pensiero di quello che andremo a vedere
mi fa star meglio. L’autobus ci lascia in una strada semi illuminata,
a terra lungo i marciapiedi la gente dorme, qualcuno si è gia
alzato e comincia a trafficare, mucche ovunque, camminiamo cinque minuti
e arriviamo a uno dei Gat più grandini Varanasi, da dove ci imbarcheremo
per navigare il mitico Gange.
Per continuare a raccontare di questa giornata è meglio spiegare
prima qualche cosa che aiuterà a comprendere un po’ di
più ciò che abbiamo visto.
Cominciamo col dire che tutta le fede induista si basa sulla legge del
Karma.
Il Karma è l’insieme delle azioni buone o cattive che un
uomo compie nella sua vita terrena e che influenzeranno la reincarnazione
e la rinascita successiva. Ogni azione compiuta nella vita presente
avrà conseguenze nelle vite future. L’anima è condannata
a reincarnarsi di corpo in corpo nel ciclo infinito delle rinascite
ovvero nel samsara; solo un buon Karma può avvicinare gli individui
all’estinzione del samsara e ottenere il moksha o nirvana, la
liberazione. Per ottenere la liberazione ogni induista segue la legge
del dharma, l’insieme delle regole comportamentali che portano
all’ottenimento di un buon karma. Per loro nulla è casuale
ma tutti i fenomeni seguono una casualità che li lega l’un
l’altro; ciò che avviene oggi è già avvenuto
in passato e condizionerà il futuro.
Detto questo andiamo avanti dicendo che Varanasi è la città
del mito degli dei e della felicità… la felicità
almeno degli induisti. Essa è il luogo sacro da cui tutto ha
origine e a cui tutto ritorna; dove è possibile espiare i peccati
del Karma e dove si aprono le porte del moksha, ossia la liberazione
dal ciclo infinito delle reincarnazioni che ci condanna a rinascere
in questo mondo crudele. In poche parole chi muore a Varanasi va direttamente
in “paradiso” e non è raro quindi che negli ultimi
anni della vita, quando gli indiani devoti sentono avvicinarsi il loro
appuntamento con la morte, decidano di stabilirsi in uno dei Dharamsala
che offrono ospitalità in attesa del loro momento preparandosi
spiritualmente. Gli indiani l’aspettano per tutta la vita e almeno
una volta nella vita vi si recano. Alle primi luci dell’aurora
ci imbarchiamo riusciamo a distinguere donne, uomini, bambini e anziani,
santoni, sacerdoti che fanno dei particolari riti religiosi tutti intenti
in acqua a compiere il bagno purificatorio, le puja e le abluzioni.
Prendono l’acqua con le mani giunte, se la versano sul capo, si
toccano gli occhi, la gola e il petto e la lasciano scorrere tra le
dita per farla ricadere nel fiume, così facendo compiono un rito
di preghiera per i loro antenati e per le divinità. Altri si
immergono completamente nel fiume per pochi secondi per liberarsi dai
peccati, oppure schizzano l’acqua verso il sole nascente in segno
di saluto e riempiono i contenitori d’acqua per portarla più
tardi in offerta al tempio.
Per gli indiani di Varanasi il Gange è la casa di Shiva, il tempio,
la piscina delle domenica, la pattumiera, la dimora dei sadhu, il cimitero,
il confessionale, il luogo della meditazione… e tante altre cose
ancora.
Scendiamo poi dalla barca per andare a vedere il grande crematorio della
città. Sulla piattaforma troviamo ancora cenere fumante che verrà
buttata presto nel fiume. La guida ci spiega che quando qualcuno muore
viene spogliato e ricoperto con un lenzuolo bianco o giallo e viene
portato su una lettiga fino a qui in processione. Vengono bagnati i
piedi del defunto nelle acque del Gange e poi viene sistemato sulla
pira e coperto con della paglia dando inizio alla cerimonia. Colui che
darà fuoco alla pira e il figlio maschio maggiore il quale dopo
aver compiuto sette giri intorno alla pira, da fuoco al defunto partendo
dalla testa. Passata qualche ora il figlio prende un bastone e rompe
il cranio del defunto, all’altezza della fronte, dove si trova
il terzo occhio. E’ questo il momento culminate della cerimonia,
l’anima liberata dal corpo può salire in cielo verso gli
dei. Lo so potrà sembrare tutto una follia ma è cosi che
si vive a Varanasi.
Facciamo poi un giro per le strette viuzze del centro storico di Varanasi,
dove le mucche e i topi la fanno da padrone; incontriamo un sedicente
santone che per qualche rupia ti mette la mano sulla fronte e ti da
una sorta di benedizione, naturalmente Dani si è sottoposto a
tale rito.
Proseguiamo poi fino a una zona super protetta dai militari, in quanto
uno dei possibili luoghi ad alto rischio attentato, dove si trova una
grande moschea il cui ingresso è vietato ai turisti, continuiamo
fino all’autobus che ci riporta in hotel a fare colazione in quanto
sono ancora le 9 del mattino, anche se la giornata per la sua intensità
sembra già alla fine, ma non è così infatti a mezzogiorno
andiamo in aeroporto dove abbiamo un volo per Kathmandu. E sì
il nostro giro in India è finito, cominciamo ora il giro in Nepal,
o così credevamo che fosse.
Dopo 45 minuti di volo, scesi dall’aereo si sente già la
differenza di temperatura, fa sempre caldo ma molto meno umido rispetto
l’India. Piove, facciamo conoscenza con la nostra guida, andiamo
in Hotel (Stupendo) a lasciare i bagagli e ci dirigiamo direttamente
a fare la nostra prima visita in questo paese stupendo. Per strada ci
accorgiamo l’idea che ci eravamo fatti sul Nepal era completamente
sbagliata, infatti rispetto all’india è molto più
civilizzato,le strade sono abbastanza funzionali il traffico è
più nella norma, si vede meno gente povera in giro e Tiziana
ci dice che è così perché ricevono tantissimi aiuti
dai paesi occidentali, mentre l’India, “grande paese con
una sua dignità”, che potrebbe riceverli anch’esso
non li accetta. Dopo circa mezz’ora arriviamo allo stupa di Swayambounath
che si trova su una collina un po’ fuori città. Per arrivarci
bisogna fare una scalinata di 300 gradini, ma noi ne facciamo molti
meno perché l’autobus ci lascia più sopra. Nonostante
il tempo cupo la vista è stupenda, lo stupa gigantesco con quei
colori stupendi, tutte le bandierine di preghiera che svolazzano, una
vista su Kathmandu magnifica, sembra un sogno. Ci danno il benvenuto
una schiera di simpatiche scimmiette; nella piazza si trovano una serie
di tempietti e monumenti sparsi qua e la e alcuni negozi circondano
lo stupa, negozi che espongono della roba davvero bella. Lo stupa è
più grande di quanto immaginavamo. Ha una base a forma di semisfera
bianca che simboleggia la madre terra, sopra, nella parte finale detta
Toran, si trovano tredici anelli dorati che simboleggiano i tredici
gradi della conoscenza che servono per poter raggiungere il nirvana,
simboleggiato dal parasole posto sulla sommità. Le cappelle poste
ai quattro punti cardinali contengono quattro Budda nelle varie pose
meditative.
Ripreso l’autobus siamo poi andati in centro, abbiamo camminato
un po’ e siamo arrivati nella piazza principale, dove si trovava
un tempio che si dice sia stato costruito con un unico tronco d’albero,
davvero molto bello nel classico stile nepalese che predomina sul resto
delle costruzioni della zona. Siamo poi entrati nella casa della Kumari
ovvero la Dea Bambina, una casa antica molto bella tutta in mattoni
rossi e legno intarsiato. La guida chiede a un uomo se la Kumari si
può far vedere da noi, ma risponde di no perché ha da
fare, così ci racconta che una leggenda dice che una volta un
re si innamorò della Dea Taleju, una manifestazione della Dea
Kali, che si manifestava ogni sera a lui sotto sembianze umane. Avendo
una volta fatto pensieri poco puri su di lei, questa si offese a tal
punto che gli giuro che non l’avrebbe mai più rivista e
che sarebbe ritornata in terra sotto le sembianze di una bambina casta
e pura. Così da allora è cominciato il culto della “Dea
Bambina”. La congregazione della Kumari ricerca la prediletta
fra le bambine di 4/5 anni della casta degli orafi o degli argentieri
e solo dopo una lunga serie di prove ultima tra cui quella di coraggio
sentenzia che è lei la reincarnazione della Dea Taleju. Si porta
a vivere in questa casa lontano dalla famiglia, si veste di rosso e
viene trattata come una Dea. Non può piangere, ridere e vedere
nessuno se non una volta l’anno durante la festa in suo onore.
Tutto questo fino a quando non perde sangue o per infortunio o con la
prima mestruazione e viene quindi sostituita con una nuova bambina.
La vecchia torna a casa e riprende la vita di comune mortale, dovendo
affrontare anche le stupidi superstizioni del luogo come quella che
dice che sposare una ex Dea porti sfortuna, pensate un po’ voi…
Essendo già buio ritorniamo in hotel e dopo cena a letto.
MERCOLEDI’
01 SETTEMBRE 2004 - INDIA
Al risveglio ci accorgiamo dalla finestra che tra le case in lontananza
si alzano dei nuvolosi di fumo, così dopo colazione arriva la
nostra guida e ci informa che i nuvoloni di fumo che si vedono sono
dei falò fatti in strada per protesta dalla gente in quanto sono
stati uccisi 12 operai nepalesi in Iraq. Il traffico è quindi
bloccato da queste manifestazioni e l’autobus non può arrivare,
così si decide di cambiare programma non andare più a
Patan ma uscire a piedi e andare al vicino stupa di Bodhnath. Ci fanno
uscire dal retro dell’hotel, stile clandestini, e dopo un circa
dieci minuti tra viuzze infangate, facciamo la prima tappa in un monastero
buddista, gli edifici hanno dei colori molto allegri, e rispecchiano
l’architettura tibeto-nepalese. Tutto attorno al tempio, che oltre
luogo di preghiera è anche luogo di studio, e di ricreazione,
si trovano le camere dei ragazzi (anche bambini) che studiano per diventare
monaci, e che troviamo tutti fuori ad aspettarci incuriositi da noi
occidentali. Proseguiamo e da dietro angolo, inaspettatamente spunta
lo splendido Stupa di Bodhnath. Ancora più bello e più
antico di quello di Swayambounath; alto circa 40 mt. è lo stupa
più grande del Nepal e forse anche del mondo. E’ costruito
su un terreno pianeggiante con intorno botteghe e case, qui vive la
più grande comunità tibetana del Nepal scappati dal loro
paese in seguito alla sconfitta contro gli invasori cinesi nel 1959.
Facciamo un giro tutto intorno allo stupa e poi vi saliamo sopra da
dove si gode di un’ottima vista, (si vede persino il nostro Hotel);
il grande emisfero bianco poggia su tre terrazze concentriche a pianta
ottagonale, una scalinata permette di raggiungere gli occhi del Budda
dipinti sulle quattro facciate di un cubo ricoperto di lamine dorate.
Anche qui come a Swayambounath è dipinto il terzo occhio ed il
naso ossia il numero uno. Il toran ossia la parte finale, è di
forma piramidale e termina anch’esso con un parasole. Anche qui
a completamento del monumento ci sono tantissime bandierine di preghiera
su cui sono stampati i testi sacri. La semisfera bianca ha delle colature
gialle fatte di acqua e zafferano fatte dai fedeli in onore di Budda,
e dopo ogni celebrazione viene ridipinta di bianco. Tutto intorno in
un muro di mattoni vi sono 147 nicchie con all’interno le ruote
di preghiera che contengono il famoso manta “om mani padme hum”
(“Om, il gioiello è nel loto) I manta sono sillabe sacre
che racchiudono determinate forme di potere cosmico, essi non hanno
necessariamente un senso, l’importante è il suono e spesso
vengono recitati senza che se ne conosca il preciso significato. Un
devoto che recita le sillabe sacre ne assorbe il potere contenuto del
suono delle parole. A esempio il mantra fondamentale “OM”
è considerato il suono della vibrazione dalla quale è
stato creato l’universo e nel recitarlo il devoto crede di condividere
il potere della creazione, lo so è difficile da comprendere come
molto altro del resto. Scesi dallo stupa abbiamo fatto un giro e là
vicino, al coperto c’era una grandissima ruota di preghiera che
sarà stata alta circa 3 mt. Essendo ora di pranzo siamo ritornati
in hotel, e purtroppo abbiamo ricevuto un’altra brutta notizia
da Tiziana, ossia che era stato indetto il coprifuoco a tempo indeterminato
ma che non c’era niente di cui preoccuparsi. Infatti nella mattinata
durante le manifestazioni di protesta qualche vandalo aveva distrutto
gli uffici di una compagnia aerea araba ed erano stati fatti danni anche
all’ambasciata egiziana, ma più grave ancora c’erano
stati due morti, così per precauzione e per sedare questi movimenti
era partito quest’ordine dallo stato essendo che che se ne dica
uno stato militare e non una monarchia costituzionale come c’è
scritto sulla carta, basti pensare che quello successo non è
neanche minimamente paragonabile a quello successo qualche anno fa al
G8 di Genova, a confronto il G8 è la 3° guerra mondiale.
Così per non fare allarmare i parenti a casa che sentendo il
telegiornale potevano immaginare chissà cosa abbiamo telefonato
dall’hotel, (i telefoni tim in Nepal non funzionano) a casa ottenendo
proprio il contrario di quello che volevamo e facendo allarmare i nostri.
Abbiamo così passato la giornata in hotel nella speranza di qualche
buona notizia ma niente, avevano perfino oscurato la televisione, l’unico
canale chi si riusciva a vedere era la Tv di stato nepalese. Così
tra un tuffo in piscina e una partita a scala quaranta abbiamo passato
il resto della giornata.
GIOVEDI’
02 SETTEMBRE 2004 - INDIA
Dopo colazione incontriamo Tiziana alla reception nella speranza di
buone notizia , ci dice che non ci sono novità se non che stamattina
fino alle nove hanno tolto il coprifuoco per permettere alla gente a
lavoro di tornare a casa e di darsi il cambio, così disperati
facciamo una passeggiata fini all’ingresso dell’hotel, sono
le 8.50 e per strada si vede ancora qualcuno che corre via in bici o
auto e le camionette dei militari che con gli altoparlanti passano urlando
chissà cosa, probabilmente di ritornare tutti a casa per le 9.
Altra giornata passata a giocare a carte e in piscina . Verso le Sei
del pomeriggio Tiziana ci chiama e ci dice che hanno tolto il coprifuoco
per due ore e se vogliamo andare a fare due passi allo Stupa di Bodhnath
visto ieri, e certamente siamo andati pur di uscire. La gente per strada
era normale come il primo giorno che siamo arrivati, era intenta nel
datarsi di tutti i giorni, i bambini giocavano fuori sereni, il tutto
a dimostrazione dell’esagerazione dello Stato Nepalese. Ma il
sogno è durato poco, infatti siamo dovuti rientrare presto in
Hotel. Prima di andare a letto Tiziana ci ha detto che se domani mattina
siamo fortunati e tolgono il coprifuoco potremo andare a fare la visita
di Patan prima di andare in aeroporto, se no dovremo accontentarci della
sola visita di Pashupatinath
VENERDI’
03 SETTEMBRE 2004 - INDIA
Tanto per cambiare riceviamo una cattiva notizia, cioè che toglieranno
il coprifuoco fino alle nove del mattino e che quindi potremo vedere
solo Pashupatinath, sulla strada dell’aeroporto. Così avviliti
più che mai partiamo e andiamo a vedere questo sobborgo di Kathmandu,
famoso come la Varanasi del Nepal. Qui si trova il tempio indu più
importante del Nepal dove non ci è concesso entrare, dedicato
a Pashupati, una delle incarnazioni di Shiva, il cui simbolo è
il Lingam ovvero il suo organo sessuale simbolo di energia e fertilità.
Il tempio domina il fiume bagmati, un affluente del Gange che divide
la zona sacra del tempio dall’altra cosparsa di piccoli tempietti
dove si trovano i Lingam e da dove si va ad assistere ai riti giornalieri
della cremazione dei corpi e dove noi andiamo. Mentre a varanasi non
siamo riusciti a vedere questi riti, qui ne vediamo addirittura due
e è stato davvero molto impressionante, sembrava di vedere un
documentario. Per strada abbiamo incontrato tantissimi sadhu o santoni
che per qualche rupia si facevano fotografare assieme a noi, così
Dani non ha perso occasione; Essi imitano la vita mitica del dio Shiva
e la ricerca ascetica che lo condusse a distruggere le tre impurità
(egoismo, azione con desiderio e maya cioè illusione) in poche
parole i sadhu seguono una via di penitenza e ascesi per raggiungere
l’illuminazione. I sadhu trascorrono i loro primi anni di rinuncia
accanto ai loro Guru o maestri rasandosi la testa come segno di rinuncia
e sottomissione a loro. A volte questi si allontano dai loro guru e
cominciano a vagare lungo le strade e le foreste senza mai fermarsi
a lungo in un posto e si lasciano crescere i capelli che portano annodati.
Essi credono che il vagabondaggio mantenga la mente e il corpo attenti,
mentre la sedentarietà induce torpore.. Gli asceti o sadhu si
dividono in numerose sette , quelli che abbiamo visto noi erano dei
Dandha; questi regalano quasi tutto ciò che possiedono conservando
solo una ciotola per l’acqua, un perizoma e un bastone e sopravvivono
mangiando con le mani il cibo che ricevono in dono.
Passate in fretta le ore ed essendo quasi le nove ci siamo dovuti precipitare
in aeroporto prima che scattasse il coprifuoco. A mezzogiorno abbiamo
preso l’aereo per Dheli dove siamo rimasti tutto il pomeriggio
e dopo cena siamo ritornati in aeroporto per tornare stavolta in Italia.
Il volo per Vienna l’avevamo alle 2 di notte così dopo
esserci salutati con la nostra accompagnatrice Tiziana che prendeva
un altro volo ci siamo imbarcati.
SABATO
04 SETTEMRE 2004 - INDIA
E purtroppo anche questa vacanza è finita, a Vienna ci siamo
divisi con il resto del gruppo che andavano a Torino ed Ancona e ci
siamo imbarcati per Roma dove alla una circa del pomeriggio abbiamo
preso l’ultimo volo diretto questa volta a Palermo,e indovinate
che sorpresa abbiamo avuto all’arrivo? Si proprio così
, le valigie non sono arrivate erano andate a finire a Bologna, ma per
fortuna sono arrivate l’indomani sera.
Bè che dire tirate le somme, forse che a parole l’india
e il Nepal sono due paesi davvero indescrivibili e per poter capire
bisogna proprio andarci e lasciando a casa la logica e ogni forma di
pregiudizio per poter al meglio assaporare la vera essenza di questi
posti.
La vita è
un ponte, non costruitevi sopra alcuna dimora.
E’ un fiume, non aggrappatevi alle sue sponde.
E’ una palestra; usatela
Per sviluppare lo spirito,
esercitandolo sull’apparato
delle circostanze. E’ un
viaggio: compitelo e procedete!
Budda