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VIAGGIO NEGLI STATI UNITI D'AMERICA

Categoria: Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori:
Ivan
Numero di giorni: 22
Costo totale del viaggio: -
Periodo: 20 ottobre - 10 novembre 2004
Compagnie Aeree: -
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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USA!

Sommario del diario e tappe toccate:

20/10 - Volo Cagliari - Roma - Newark (New York) - Orlando (Florida).
21/10 - Disney World e i parchi a tema: Pop Century hotel; Magic Kingdom; Epcot
22/10 - Volo Orlando - Dallas (Texas) - Las Vegas (Nevada); giro per Hotel: Aladdin; Paris; Bellagio; New York New York; Excalibur; 95 south fino a Searchlight
23/10 - 95 south per Needles (California); Interstate 40 east (ex Route 66, Arizona); Grand Canyon South Rim: Mother Point; Hopi Point; Tusayan
24/10 - Grand Canyon South Rim: Hermits Rest; trail da Hopi Point a Mohave Point; Navajo point; Desert View; 89 North per Page
25/10 - Antelope Canyon tour; Lake Powell (Utah); 89 per Kanab; 9 west e Zion N.P.; Interstate 15 south per Las Vegas (Nevada) hotel: Stratosphere Tower, Luxor, Venetian
26/10 - Las Vegas - Dallas (Texas)- Orlando (Florida); Kissimme
27/10 - Interstate 4 north per St. Augustine; Castillo de San Marco; St. George street; 95 south per Daytona
28/10 - Ponce Inlet Lightouse; Kennedy Space Center; A1A south per West Palm Beach
29/10 - Fort Lauderdale; Miami: South Beach, Collins Avenue, Ocean Drive
30/10 - Miami: Coral Gables e Venetian Pool; U.S. 1 south verso le Keys: Key Largo, Islamorada, Marathon
31/10 - 7 miles Bridge; Key West: Hemingway Home & Museum, Most Southern Point, tramonto
1/11 - U.S. 1 North; Everglades: Anhinga trail e Gumbo-Limbo trail
2/11 - Everglades trail: Pineland, Pahayokee Overlook, Mahogany Hammock; Flamingo; West Lake trail; 40 west; Airboat; Naples
3/11 - Naples: beach & Pier; Caribbean Gardens and zoo; Fort Myers
4/11 - Sanibel Island; Captiva Island: spiaggie e tour delfini in barca
6/11 - Crystal River: tour snorkelling con lamantini; Treasure Island: spiaggia
7/11 - Treasure Island spiaggia; St Petesburg: Dalì museum, Pier
8/11 - 275 East e 4 North per Orlando; Sea World theme park
9/11 - Volo Orlando - Newark (New York) - Roma
10/11 - Volo Roma - Ca – rientro

AMERICA, STATI UNITI.
ON THE ROAD: INFORMAZIONI UTILI E CODICE STRADALE


Diario di viaggio 2004:

20/10 - Volo Cagliari - Roma - Newark (New York) - Orlando (Florida).

Io e Stefania abbiamo concepito questa vacanza già dall'estate, quando Erika, una nostra carissima amica, ci ha invitati ad andare a trovarla negli Stati Uniti in Florida, dove sta lavorando nel parco Disney di Epcot da quasi un anno. Dopo varie telefonate e prenotazioni, il nostro viaggio inizia oggi, di buon mattino, con il volo Cagliari - Roma delle 6.55. E' l'unico motivo per il quale siamo entrati in un'agenzia di viaggio perchè il volo principale Roma - Newark - Orlando è stato prenotato da Internet tramite Expedia.it. Sono rimasto colpito dal tempismo con cui ci sono arrivati i biglietti aerei a casa e dal prezzo pagato di soli € 477 a/r.
Arriviamo a Roma alle 8.00 ma dobbiamo aspettare fino alle 14.30 per imbarcarci sul volo 43 della Continental Airlines. I posti sono il 28L e 28K vicino al finestrino. Ci attendono 'appena' 6888 Km per arrivare a Newark, aeroporto poco distante da Manhattan, in pieno centro di New York, che il nostro Boeing 767-200 percorrerà in circa 9 ore di lunga attesa. Nel frattempo, approfittiamo almeno per guardarci un bel film sullo schermo: "The terminal" con Tom Hanks e Catherine Zeta Jones, per fortuna tradotto anche in Italiano. Lo trovo molto carino, al di là delle previsioni, tant'è che provo poi a riguardarmelo anche in inglese per cominciare a masticare un pò di accento americano. Del resto, non c'è molto altro da fare...
Poco prima di atterrare a Newark ci viene consegnato il modulo d'ingresso per gli States. Avevo letto e sentito della stupidità delle domande a cui bisogna rispondere, ma non credevo di tale livello. E' piuttosto deludente credere che gli americani pensino che un terrorista possa rispondere affermativamente alla domanda: "sei un delinquente o un terrorista?" oppure "sei venuto in America per compiere atti criminali?" o ancora "hai sottratto qualche minore ad un cittadino americano?" e via andando... Con la precisazione, alla fine di queste dieci geniali domande, che rispondendo anche solamente con un "sì" ad una di queste, è il caso di presentarsi all'autorità appena sbarcati all'aeroporto, che potrebbe rifiutarsi di apporre il visto d'ingresso nel paese. No comment.
Atterriamo che è già buio pesto e tra le mille luci di New York non riesco ad orientarmi e a riconoscere alcun monumento famoso. Abbiamo più o meno un'ora e mezzo di tempo per la coincidenza col volo per Orlando. Ne perdiamo intanto parecchio al controllo dei passaporti, dove ci fanno un pò di storie, nonostante il mio sia a lettura ottica come obbligatorio da questo settembre. In più, ci schedano da capo a piedi, prendendo le impronte digitali, scattando una foto, e controllando tutto, persino le scarpe. Gli stranieri non sanno tanto di benvenuti a quanto sembra, almeno ultimamente...
Porto indietro l'orologio di 6 ore, tale è qui il fuso rispetto all'Italia, e alle 19.25 l'aereo decolla per Orlando. Altri 1510 Km con il volo Continental 1692 su un Boeing 737-800, e finalmente mettiamo piede in Florida alle 22.15.
Dopo aver preso le valigie, troviamo subito con sorpresa Erika che è venuta a prenderci insieme a Francesca. Da qui andiamo all'hotel Pop Century, all'interno dell'area Disney, che lei cortesemente ci ha prenotato per due notti. Per distrarci un pochino e iniziare ad entrare nell'atmosfera, ci porta poi in una steak-house a mangiare una bella bisteccona New York Strip da 16 once (piatto molto diffuso) con il mezzo litrone di coca-cola ricaricabile. In americano, si chiama "refill", ovvero paghi la prima bevanda e poi la riempi quante volte vuoi. Il locale è molto carino ed esagitato. C'è qualche partita di rugby e si sentono urla indistinte di ragazzi e ragazze come da noi ai bei tempi della finale ai mondiali. Molto pittoresco e americano, è proprio un ottimo modo per iniziare ad assaporare gli U.S.A.!

21/10 - Disney World e i parchi a tema: Pop Century hotel; Magic Kingdom; Epcot


Dopo una dormita non molto lunga, il nostro obbiettivo di oggi è sfruttare al meglio i due biglietti gratis procurati da Erika per entrare nei parchi Disney. Sono due tesserine e valgono per tutti e quattro i parchi a tema: Magic Kingdom, Epcot, Animal Kingdom, MGM studios. L'unico cruccio è che valgono solo un giorno, ed essendo chiaramente impossibile visitarli tutti, scegliamo a preferenza i primi due. Osserviamo intanto il Pop Century di giorno mentre andiamo verso le navette che portano ai parchi. E' davvero grazioso e buffo, con tante statue enormi di animali in stile completamente fumettistico, come classico della Disney. E' diviso in tre sezioni, ognuna delle quali a tema con una decade degli ultimi decenni. Anche la camera è confortevole, pulita e spaziosa, pagata 66 dollari per notte.
Passiamo per un finto biliardino da calcio (quello con le stecche e i giocatori rossi e blu tanto per intenderci, ognuno dei quali è alto tre volte me!), facciamo una foto con Pippo e usciamo all'esterno dove passano i bus per i parchi. Impossibile sbagliare, ognuno ha il nome del parco a cui porta.
Prendiamo quindi il "Magic Kindom" verso le 9.30 e arriviamo all'ingresso del primo e più famoso parco Disney dopo una ventina di minuti. La tessera funziona davvero ed entriamo senza fare neanche tanta fila, ma come al solito perdiamo tempo nei controlli, anche qui perentori. Bisogna aprire lo zainetto, tirare fuori le macchine fotografiche, le borse, etc.etc. Le bombe possono essere nascoste ovunque mettiamocelo in testa... Preleviamo una mappa dagli appositi contenitori e iniziamo in tranquillità prendendo il trenino panoramico e facendo il periplo del parco, poi torniamo alla Main Street e passeggiamo tra i negozietti fino al castello di cenerentola, dove escono i personaggi di topolino e cricca Disney in parata. Per la prima attrazione andiamo a Tomorrowland sulle Space Mountain, montagne russe totalmente al buio e un pò claustrofobiche. Un pò traumatizzati torniamo sul rilassante a Fantasyland vedendo il Philar's Magic, nuovo spettacolo 3D di paperino al cinema molto realistico e divertentissimo, con spruzzi d'acqua, vento e gran finale di effetti speciali. A Frontierland ci fermiamo un pò di più entrando nella Haunted Mansion, la classica casa dell'orrore con discreti effetti speciali (è praticamente identica a quella di Eurodisney), prendendo il battello a vapore che fa il giro del lago, visitando la Tom Saywer Island e urlando sulle Big Thunder Mountain. Una nota di merito per le Splash Mountain, montagne russe sull'acqua divertentissime e realizzate nei particolari, con un gran tuffo finale nel vuoto in cui ci si bagna a volontà! Bello anche Pirate & Caribbean ad Adventureland. Terminiamo in gloria con le Mad T-cup, le classiche tazze rotanti dove si sale romanticamente in due per soffrire altruisticamente insieme i capogiri finali a go-go...
E' già pomeriggio ed è ora di prendere la monorail che collega i diversi parchi: destinazione Epcot. Solito ingresso con controlli, cartina e via per altri divertimenti. Prendiamo i vagoncini che entrano sull'enorme sfera che caratterizza l'ingresso di questo parco futuristico, compiendo un giro epico tra salita e discesa sulla storia della Terra. Poi commettiamo l'errore, almeno per me, di andare alla Mission Space, simulatore di una missione spaziale verso marte. L'attrazione è pompatissima e realizzata molto bene, ma adatta ai più forti di stomaco... Si impiega un sacco di tempo per entrare nel vivo tra spiegazioni del comandante, obbiettivo della missione, etc.etc. Poi si entra nella cabina e qui inizia il massacro. Uno schermo visivo mostra le immagini. Si parte dentro un razzo provando l'accelerazione gravitazionale degli astronauti: in poche parole, un senso di oppressione e compressione fisica tremenda! Fin qui eccitante. I veri dolori iniziano quando si supera l'atmosfera e si entra nello spazio, con sbalzi gravitazionali paragonabili ai peggiori vuoti d'aria mai passati fino ad adesso in aereo. Conclusione: la Disney deve ringraziarmi di non aver macchiato i preziosi sedili dell'astronave col pranzo dell'Hot Dog fatto qualche ora prima...
Optiamo per qualcosa di più tranquillo entrando nel "The Living Seas", una sorta di acquario con varie specie animali tipiche della Florida. Vediamo per la prima volta i delfini e i possenti e docili lamantini. A questo punto cominciano ad approssimarsi le 19.00, ora di chiusura del parco, e dobbiamo scegliere un'altra attrazione nelle vicinanze. Quasi per caso la finiamo su un altro spettacolo 3d intitolato "Honey I shrunk the audience", dedicato al film "Mamma mi si sono ristretti i ragazzi", anche questo ricco di effetti speciali e molto esilarante, considerato che stavolta a restringersi è il pubblico...
Finiti i divertimenti ci dirigiamo nella seconda zona del parco (Showcase) che chiude alle 21.00, dedicata a diversi padiglioni di diverse nazioni. In questi giorni sono particolarmente animati per la festa "Food & Wine". Attraversiamo le bancarelle e i ristoranti messicani, norvegesi, cinesi e tedeschi, ognuno a tema con decorazioni, forme e prodotti tipici dei luoghi di provenienza. Arriviamo dunque a metà strada, mentre costeggiamo l'enorme lago al centro del parco, al ristorante "Da Alfredo", chiaramente del padiglione italiano, caratterizzato da una riproduzione della Piazza San Marco di Venezia. Questi americani sono proprio bravi a copiare diamine! Qui incontriamo Erika e Francesca, che ci dicono di aspettare la chiusura per vedere i fuochi artificiali. Come perderli!? Passeggiamo ancora un pò tra i padiglioni americano e giapponese, e ci imbattiamo in un palco all'aperto dove assistiamo ad un bel concertino dal vivo di qualche gruppo famoso di vecchia annata: una bella atmosfera! Arriva l'ora dei fuochi d'artificio, un vero e proprio spettacolo narrato intitolato "Illumination: Reflection of the Earth", con una sfera terrestre che naviga al centro del lago, luci da urlo e fuochi stupendi: bellissimo! Una degna conclusione alla visita dei parchi Disney.
Per uscire, prendiamo una strada alternativa: quella dei dipendenti (come Erika), che a fine lavoro si dileguano dalle porte secondarie degli addetti ai lavori. Visto da questa prospettiva, sparisce tutta la magia del parco, prendendo le somiglianze di qualunque altro posto dove si caricano e scaricano merci, si corre di fretta tra corridoi banali, magazzini, etc.etc.
Torniamo al nostro Pop Century con Erika e Francesca, che stanotte ci fanno compagnia in modo da essere già pronti, domani mattina alle 4, per prendere il taxi che ci condurrà all'aeroporto di Orlando in attesa del volo per Las Vegas. Ci aspetta un viaggio nell'Ovest di cinque giorni!

22/10 - Volo Orlando - Dallas (Texas) - Las Vegas (Nevada); giro per Hotel: Aladdin; Paris; Bellagio; New York New York; Excalibur; 95 south fino a Searchlight


Sveglia alle 4 del mattino in punto. Preparativi veloci e via sul taxi prenotato da ieri notte per l'aeroporto di Orlando. E dire che c'eravamo appena l'altro ieri... Il nostro volo parte alle 6.55 verso Las Vegas con scalo a Dallas. All'aeroporto di questa mitica metropoli del Texas, di cui non si può non ricordare l'omonimo telefilm, sostiamo diverse ore prima di ripartire all'1.30. Il fuso orario qui è di meno un'ora rispetto alla costa Est. Nella nostra attesa, abbiamo modo di osservare una consistente differenza nei personaggi americani, rispetto a quelli visti ieri in Florida. Senza neanche dover andare in città, abbiamo numerosi e valorosi esempi del texano 'tipico' di fronte ai nostri occhi: cappello da cowboy, camicia a quadri a maniche lunghe rigorosamente dentro i jeans, stivaloni a punta luccicanti, camminata larga tipica di uno che, oltre ad essere americano, passa la maggior parte del suo tempo a cavallo. A proposito di scarpe luccicanti, pare una moda da queste parti farsele lustrare per benino seduti su una sedia. Esiste proprio questo mestiere: il lucidatore di scarpe... Tra i vari texani qualcuno si distingue anche per l'atteggiamento ricorrente da "sputo". Va e viene a intervalli regolari di fronte a noi seduti nelle poltroncine e lascia il suo ricordino nel cestino dei rifiuti. Lo fa con classe, bisogna ammettere che almeno non sporca per terra...
Il volo da Dallas a Las Vegas dura due ore e mezza, e qui nel Nevada ci sono altre due ore di fuso orario in meno da considerare. Ormai non ci capiamo più niente, è già il quarto che cambiamo in tre giorni... Poco prima di atterrare, abbiamo modo di ammirare dal finestrino lo spettacolare panorama che il deserto ci offre. All'aeroporto, notiamo invece che si vedono benissimo i mega hotel a tema dello Strip (la via più importante) di Las Vegas, che paiono proprio vicinissimi. Recuperiamo i bagagli e ci dirigiamo con apposita navetta verso la Alamo per affittare l'auto. L'autista è a dir poco un esaltato, già solo a guardarlo in faccia. Durante il tragitto intrattiene poi un colloquio da classico film di un marine in missione. Purtroppo per lui, sta trasportando solo passeggeri comuni e non il presidente... La fila per prenotare l'auto è lunga, ed Erika e Francesca aspettano un bel pò prima di arrivare alle trattative, mentre io e Ste ci riposiamo e cerchiamo di procurare qualche depliant e cartina stradale. Una volta tornate, ci dirigiamo verso i parcheggi all'aperto eccitati come bambini, con Erika che salta fuori con la notiziona del fuoristrada al posto della berlina: costa solo 10 dollari in più, ne vale la pena! Purtroppo per noi, dopo aver controllato il contratto e il prezzo finale, i conti non tornano: ci sono 100 dollari in più del previsto! A questo punto spulciamo le varie clausole, e scopriamo che la differenza di prezzo è data dal secondo guidatore, cioè Erika, che ha età inferiore ai 25 anni. Questo però non è stato precisato, visto che l'offerta presa comprende un secondo guidatore gratuito. Torniamo dunque all'ufficio per un bel complain (ci siamo già molto americanizzati!), e dopo accurate spiegazioni viene sistemato tutto, facendo il cambio del secondo guidatore con il mio nominativo. Adesso il prezzo finale è di 256 dollari per cinque giorni con assicurazioni, chilometraggio illimitato e secondo guidatore. Così va meglio: bisogna sempre controllare ogni virgola del contratto! Usciamo nuovamente che si son fatte le 16.00, molto più tardi del previsto. Scegliamo la nostra Chevrolet Trail Blazer bianca 4x4. Proprio un bel fuori strada, comodo, spazioso per i bagagli e ben accessoriato. A Francesca l'onore di svezzarlo e condurci per le vie di Las Vegas!
In men che non si dica raggiungiamo lo Strip ed iniziamo ad assaporare le meraviglie di questa città: passiamo da Sud verso Nord incrociando la piramidona nera del Luxor, dove alloggeremo l'ultima notte di questa tappa nell'Ovest degli States. Uno dietro l'altro si susseguono una serie di personaggi quali il leggendario motociclista in pelle nera sulla Harley Davidson che scorrazza con la sua banda, e i vari hotel a tema come l'Excalibur con il suo fiabesco castello, il Tropicana, l'MGM (ad oggi il più grande con ben 5.000 camere!), il New York New York con l'inconfondibile profilo di Manhattan in miniatura (si fa per dire), e l'Aladdin con il suo stile persiano, dove decidiamo di fermarci. Lasciamo l'auto negli sconfinati parcheggi multipiano e proseguiamo a piedi.
Iniziamo con l'entrare all'interno dell'hotel, che si rivela un vero e proprio villaggio con strade e negozi creati a tema. Non solo, persino il cielo azzurro con le nuvole è finto e si rimane a bocca aperta da quanto appare realistico! Questa sì è una vera americanata... Scendiamo al piano terra al nostro primo casinò, dove giochiamo qualche puntata con le slot machine senza vincere nulla. Capita giusto di vincere qualche credito in più per tirare ancora un paio di volte la manovella. Mi trovo sorpreso per il fatto che nella maggior parte delle slot hanno ormai sostituito la classica leva tanto divertente con un noioso tasto da premere: che gusto c'è così? Ovviamente è più comodo e più veloce, si può premere a ripetizione come fanno molti senza stancarti il braccio, ma si finiscono anche prima i soldi e senza suspance: non hanno insegnato agli americani che le cose troppo comode sono anche piatte? Per fortuna alcune slot utilizzano ancora entrambi i metodi, per cui opto senza indugiare sulla manovella! Ci sono anche molti tavoli con roulette e giochi con le carte, ma li lasciamo ai più esperti.
Usciamo dall'Aladdin e ci dirigiamo più a nord verso il Paris, passando sotto la perfetta copia della Torre Eiffel a grandezza naturale, che inizia ad illuminarsi. Una veloce toccata e fuga anche in questo casinò e poi dritti al Bellagio, dove assistiamo alla fine dello spettacolo delle fontane. Niente paura, lo ripetono ogni mezz'ora. Ne approfittiamo così per visitare anche questo hotel, che presenta un lusso sfrenato in ogni angolo in cui si guardi intorno. Torniamo alle fontane e prendiamo i posti in prima fila. Lo spettacolo è diverso dal precedente, poichè cambia la colonna sonora e gli zampilli delle fontane vanno appunto a ritmo di musica. E' davvero suggestivo e ben realizzato, anche se, avendo visto quello della Fontana Magica a Barcellona a febbraio, devo dare qualche punto in più a quest'ultimo per fascino e colori.
Scendiamo a sud costeggiando il New York New York e scorgiamo l'incredibile montagna russa che passa attraverso i grattacieli: wow che panorama ci deve essere da lassù in corsa! Entriamo nei meandri di questo hotel, scoprendo un'altro mini villaggio con le tipiche strade interne della metropoli, proprio come si vede nei film! C'è anche il teatro dove si esibisce il Cirque du soleil in Zumanity: quanto mi piacerebbe vederlo ma non c'è proprio il tempo!! E chissà quanto andava prenotato in anticipo...
Proseguiamo verso l'Excalibur, dove approfittiamo del buffet da 15 dollari per consumare una deliziosa e abbondante cena. Funziona proprio come ho letto in tutti i racconti: si paga un tot fisso e si mangia a volontà, con piatti e cucine di varie nazionalità. Ovviamente, c'è il refill dove andare a riempirsi il bicchiere delle più svariate bevande.
E' ora di tornare all'auto nel parcheggio dell'Aladdin de iniziare il tragitto verso il Grand Canyon. Percorrere lo Strip è proprio come entrare in un film, ma va ben oltre. Il fascino di tutte le luci, i cartelloni pubblicitari, i casinò e questi mega hotel: è tutto fatto ad hoc per confondere lo sguardo e la mente, e far entrare il visitatore in una sorta di estasi compiaciuta. E non si riesce a resisterne. Qualcuno dice persino che nei casinò aumentino l'ossigenazione dell'aria per provocare euforia, e non mi stupirebbe affatto: questi americani sono capaci di tutto!
Lasciamo Las Vegas prendendo la 95 south verso Needles, che si congiunge alla Interstate 40. Ma, considerata la stanchezza, preferiamo fermarci più o meno a metà tragitto in uno sperduto motel alla Psycho nella cittadina di Searchlight (che forse è poco più di un paesino visto che non è segnata neanche nella cartina...). La camera è bella spaziosa ma un pò fredda. La temperatura in Nevada non è certo quella della Florida! Accendiamo un'antica e tradizionale stufetta e ci prepariamo per il lungo viaggio di domani...

23/10 - 95 south per Needles (California); Interstate 40 east (ex Route 66, Arizona); Grand Canyon South Rim: Mother Point; Hopi Point; Tusayan


Partiamo verso le 9 proseguendo per la 95 south fino a Needles. Alla luce del giorno le cose appaiono tutte meravigliose e si scorgono i tipici paesaggi da film western con villaggi sperduti di pochi abitanti, circondati dal deserto di terra del tipico colore che va dal giallo al marrone al rosso, ricoperto di cespuglietti verdi. Mancano solo i cactus per completare il quadretto. La strada è ad una sola corsia per senso di marcia e prosegue per molti tratti drittissima per lande desolate.
Sconfiniamo dal Nevada e, anche se per un breve tratto, siamo ora sul suolo della California, dove si trova appunto Needles. Sostiamo per la colazione in un rustico locale del luogo, con gli immancabili camionisti dei giganteschi Tir di Terminator e gente di passaggio. E' una cittadina strategica visto che qui passa la leggendaria Route 66, oggi ribattezzata per un tratto Interstate 40. Sembra ancora tutto finto e non riesco a credere di trovarmi in questi posti che rappresentano il mito dell'Ovest degli States. Rileggo il racconto del caro Leandro di www.cisonostato.it, anche lui partito da qui per arrivare al Grand Canyon: sono oltre 400 nostri Km di bella strada che vanno fatti, la meta non è affatto vicina come sembra dalla cartina!
Imbocchiamo senza indugi la I 40 east a due corsie per senso di marcia che entra dopo poche miglia in Arizona. Osservo emozionato come un bambino il panorama dal finestrino, fotografando e riprendendo tutto nei tratti salienti. Nonostante la I 40 sia una strada grossa e trafficata (ci sono tir da tutte le parti!), sempre dritta, e il paesaggio possa essere considerato a tratti molto uguale, per turisti come noi che lo osservano per la prima volta è una grande dose di adrenalina! Tutto è così nuovo e diverso dai luoghi che abbiamo visto finora nei nostri viaggi in Europa e nell'Est asiatico. Una scena da non dimenticare è quella che capita di frequente percorrendo in auto la strada parallela a quella dei binari qualche centinaio di metri a lato: quando passa il treno merci, corre quasi alla stessa velocità e appare fermo sullo sfondo dei monti mentre il deserto scorre sottostante a 75 mph. Se ci fosse la locomotiva a vapore, sarebbe davvero come tornare indietro nel tempo di qualche secolo.
Dopo aver superato Kingman e Seligman, paesini quasi inesistenti, ci fermiamo per la benzina a Williams, che appare un dimenticato villaggio western. Come in tutti i distributori negli States, si entra dentro il market, si paga il tanto che si vuole mettere alla pompa, e ci si arrangia in self-service. Erika e Francesca ci spiegano i trucchi per non fare figuracce nelle stazioni di servizio americane, tipo come si aziona la pompa (che non è sempre uguale o scontato come sembra), come usare eventualmente la carta di credito, quanta benzina calcolare.
Da Williams lasciamo la I 40 e svoltiamo sulla 64 north, dove iniziano ad apparire i cartelli del Grand Canyon - South Rim, che ne indica la parte che rimane a Sud. Esiste infatti anche la parte Nord, ad una quota più elevata e difficile da raggiungere, praticamente dall'altra parte del "grande buco". Nonostante in linea d'aria sia a soli una ventina di Km più a nord del South Rim, ci vuole un giro ad anello di oltre 350 Km per raggiungerlo in auto e possibilmente avere un fuoristrada. In alternativa, si può attraversare il canyon da parte a parte con uno dei trekking più belli al mondo (il Bright Angel trail) che scende a valle sul Colorado e poi risale. Un vero sogno per tutti i grandi camminatori, che richiede discreta preparazione per i forti dislivelli, la lunghezza (diversi giorni di camminata), le asprezze del terreno e del clima. Peri più pigri, si può scendere anche a dorso di mulo, pagando ovviamente una cifra non da poco (oltre $ 200). Il vero problema poi è che per trovare i posti per dormire a valle, che sono pochi, bisogna prenotare molti mesi in anticipo.
Continuiamo il nostro tragitto salendo di quota per entrare nella Kaibab National Forest in un paesaggio completamente modificato, con la bellissima foresta di alberi ad alto fusto in alcuni tratti parzialmente ricoperta con spruzzi di neve: fa freddo! Sorpassiamo anche Tusayan, cittadina nevralgica vicinissima all'ingresso del parco, il quale raggiungiamo in pochi minuti. Essendo già le 15.00, diamo per scontato di tornare anche domani e quindi siamo 'costretti' a comprare la tessera annuale dal costo di $ 40 per auto, esattamente il doppio di una giornaliera da $ 20. E pensare che con $ 50 si può fare la tessera per ingresso illimitato a tutti i parchi nazionali degli States! Percorriamo qualche miglia ed ecco spuntare il classico panorama da cartolina di fronte a noi: talmente incredibile da sembrare finto, quasi un fotomontaggio... Parcheggiamo poco a lato del Mother Point, il primo e quindi più gettonato punto panoramico di osservazione, e scendiamo ad ammirare attoniti questa maestosità della natura. E' tutto sproporzionato in misure e grandezza ed iniziano a spuntare macchine fotografiche e videocamere a più non posso! Mi sforzo di riflettere e ricordare gli appunti del corso di fotografia i quali dicono che questa è la classica situazione davvero difficile per fare realmente delle belle foto. Dico così perchè a primo istinto si inizia a premere a caso il pulsante di scatto presi dall'eccitazione, tanto sembra tutto bello. Poi a casa ci si accorge di avere 50 foto tutte uguali che non rendono affatto ciò che si è visto. Cerco allora di concentrarmi su soggetti che diano le dimensioni tipo umani e piante, con una giusta luce e ombre particolari, oppure scattare dei bei primi piani con i quali un giorno potrò davvero dire: io ci sono stato ed ero là!!!
Raggiungiamo il balcone di Mother Point costeggiando l'orlo del burrone. E' piuttosto frequentato ma mi aspettavo in realtà molta più gente. Non mi aspettavo invece tutto questo freddo ma, del resto, siamo a oltre 2.200 metri di altitudine! Un'altra cosa che mi spiazza del tutto è il trovarmi la foresta che arriva fino all'orlo del Canyon e scende anche giù fin dove è possibile arrampicarsi: chissà perchè, pensavo che la parte Sud del Grand Canyon fosse un'area desertica....
Mentre guardo a bocca aperta l'immenso panorama, accentuato dai 1.800 metri di dislivello tra me e qualche metro più avanti, metto a fuoco il fatto che in realtà ciò che sto ora osservando è una briciola di tutto l'insieme. Ripenso ancora al Bright Angel che attraversa il Grand Canyon da Sud a Nord, quindi nel tratto in cui la larghezza varia dai 6 ai 30 Km, mentre la vera estensione di questo monumento millenario è da Ovest a Est per qualcosa come 450 Km: due volte la Sardegna, pazzesco!
Il tempo passa velocissimo e dobbiamo affrettarci. Proseguiamo in auto per il Grand Canyon village e sostiamo in un punto di ristorazione all'interno, che pare una baita di montagna, per un pranzo veloce. Poi scendiamo un tratto a piedi fino al punto di partenza del bus che porta verso Hermits Rest a ovest, a visitare una serie di punti panoramici chiusi al traffico delle auto. Facciamo in tempo a salire proprio sull'ultimo autobus, molto spartano e con ammortizzatori inesistenti, che si arrampica in una stretta stradina asfaltata costeggiando l'orlo del Grand Canyon. Per una bella vista del tramonto, l'autista consiglia di fermarsi ad Hopi Point, dove infatti scendono tutti i turisti, tra cui anche noi. Il calar del sole colora da una parte le pareti di un magico rosso, mentre dall'altra crea un suggestivo controluce con un'atmosfera di foschia. E' un evento meraviglioso alquanto difficile da spiegare o descrivere. Scattiamo le nostre foto a volontà e prendiamo il pulmino di rientro, prima di arrivare allo stato di congelamento fisico!
Una volta raggiunta l'auto usciamo dal Grand Canyon village a buio fatto scorrendo con stupore un enorme alce che attraversa tranquillo la strada. Dopo pochi minuti di strada siamo a Tusayan per cercare alloggio. Senza pensarci troppo la nostra scelta ricade sull'Holiday Inn, una discreta catena di motel presente in tutti gli U.S.A., che alla cifra di $ 120 offre una bella quadrupla spaziosa e confortevole. Non è un prezzo basso ma neanche esagerato, considerato la tale vicinanza ad una delle meraviglie naturali del mondo.
Per la cena facciamo un giro in auto per il paese fino a trovare una steak house molto carina e dai prezzi accettabili. All'interno c'è anche un bello shop con articoli artigianali e locali. C'è da attendere troppo per il tavolo e così ci spostiamo da un'altra parte. Un altro bel localino tipico e carino, dove consumiamo uno squisito aperitivo e un lauto pasto.
Rientrati al motel, la brillante idea di alzarsi all'alba, considerata uno dei momenti più belli insieme al tramonto per vedere il Grand Canyon, viene automaticamente scartata per la stanchezza e il gelo della notte, per il quale non siamo adeguatamente attrezzati...

24/10 - Grand Canyon South Rim: Hermits Rest; trail da Hopi Point a Mohave Point; Navajo point; Desert View; 89 North per Page

Una bella colazione continentale al motel, dove consultiamo le decine di depliant che possono interessare, e via di volata nuovamente al casello di ingresso del Grand Canyon. Il ranger all'ingresso non ci chiede neanche la tessera appena ci guarda in faccia: si ricorda di noi da ieri... gli dobbiamo aver fatto una bella impressione da italiani simpaticoni!
Parcheggiamo l'auto ed entriamo nel Market plaza per le prime necessità alimentari e di shopping: dobbiamo fare la collezione di cartoline e magneti! Poi scendiamo come ieri a prendere il bus percorrendo diverse miglia sull'orlo del canyon fino al punto estremo di Hermits Rest. Da qui si gode un altro stupendo panorama nel punto più ad Ovest visitabile turisticamente del Grand Canyon - South Rim. Una bella passeggiata per respirare appieno l'aria limpida e frizzante di montagna e per fare altri acquisti in una vera e propria baita adibita a punto di ristoro. Riprendiamo il bus che al rientro sosta solamente in due punti, tra cui la nostra fermata al Mohave Point. Da qui, seguendo i consigli del viaggio di Leandro, ci incamminiamo a piedi verso il primo punto più a est dove abbiamo assistito ieri al tramonto: l'Hopi Point. Vale la pena farsi questa passeggiata per tantissimi motivi. Innanzitutto, già solo camminando a piedi sull'orlo del Grand Canyon si aprono paesaggi incredibili visti da una prospettiva diversa dei soliti punti panoramici e in modo molto più isolato. Sembra infatti strano, ma basta fare pochi passi e la gente si volatilizza nel nulla, dando finalmente un senso di maggiore intimità nell'osservare questo spettacolo della natura. Il sentiero è lungo appena 1,3 Km e non presenta dislivelli, per cui si percorre con calma in 30 minuti, fermandosi spesso e volentieri per scattare le doverose foto. Inoltre, è uno dei pochi punti dove si riesce a scorgere molto bene il verde fiume del Colorado, artefice primario della millenaria erosione di questa roccia arenaria. In ogni caso, tutto l'orlo del Grand Canyon può essere percorso a piedi con i trail segnati e son sicuro che meritano tutti di essere visti. Ci vorrebbe solo un bel pò di giorni per percorrere tutte queste distanze.
Una volta all'Hopi Point, riprendiamo l'autobus fino al village dove sostiamo per il pranzo. Mentre stiamo ordinando i nostri cheesburger, Erika ha un leggero senso di mancamento con nausea e capogiri. In pochi minuti una americanata da vero e proprio film si inscena davanti ai nostri occhi. Arriva la signora col bicchiere d'acqua e zucchero; arriva il paramedico con due braccia alla Swarzy che porta due borsoni giganteschi di attrezzatura medica e inizia a tempestare di domande la povera Erika, con tanto di taccuino per prendere appunti; arrivano i veri medici che sembrano più che altro ranger con tanto di fodera e pistola, pronti a portarla in elicottero al pronto soccorso più vicino... un'esagerazione tremenda! Tant'è che dopo aver preso il bicchiere d'acqua Erika stava già molto meglio, ma come dirlo a questi annoiati che non aspettano altro tutto il giorno che un occasione per esaltarsi a fare gli eroi?? parte gli scherzi, tanto di cappello per efficienza e tempismo...
Possiamo finalmente lasciarci andare al pranzo alle 15.00 passate, dopodichè ci spostiamo in auto verso Mother Point, da dove parte la deviazione della 64 east che porta a Desert View. Sono parecchie miglia che si possono percorre verso l'altro lato del Grand Canyon - South rim, in un bellissimo paesaggio che scorre tra la foresta di Kaibab sulla destra e l'orlo dell'abisso rosso sulla sinistra. Sostiamo al Navajo Point per ammirare il panorama che presenta una grandiosità totalmente diversa dai punti panoramici più a ovest. Qui il canyon si allarga e lascia ampio spazio al Colorado. Poco più in là arriviamo a Desert View, ultimo punto prima che la strada lasci il parco. Ultimo e per me più bello, perchè del tutto inaspettato. Mentre il paesaggio 'classico' di Mother Point lo si vede in tutte le riviste, cartoline e documentari vari, questo di Desert View è molto meno 'scontato' ma altrettanto affascinante e mozzafiato. Entriamo a visitare la torre, che rappresenta il punto più alto del South Rim, e assistiamo al stupefacente tramonto, molto più bello di quello visto ieri ad Hopi Point. L'intera parete verticale si colora prima di un giallo acceso e poi di un rosso fuoco: magnifico! Finito lo spettacolo ci diamo dentro con qualche acquisto nel solito negozietto di shopping all'interno della torre stessa.
Infine, torniamo all'auto e proseguiamo per la 64 verso Cameron a 30 miglia di distanza. Nel mentre che usciamo dal parco, paesaggi bellissimi scorrono sotto i nostri occhi. Dopo diverse miglia, quasi a buio fatto, troviamo una artigianale e sperduta bancarella ad un lato della strada deserta. Siamo entrati infatti all'interno della riserva indiana. Ci fermiamo subito a curiosare e via ancora con altro shopping! Gli oggetti sono molto carini, originali e ben fatti, come non portarne qualcuno a casa comprato dagli indiani stessi? Mentre le ragazze proseguono i loro acquisti sfrenati in questa bancarella a lume di candela, io osservo attonito il panorama durante il calar dell'oscurità. C'è un'atmosfera magica intorno a tutto questo indescrivibile... Oltre la bancarella si estende una prateria semi-desertica e alcune crepe 'secondarie' del Grand Canyon. Mi viene voglia di correre ed andare là per vedere quanto siano profonde!
Una volta a Cameron, la strada devia per la 89 nord scenic byway, che è per l'appunto una strada considerata dagli americani stessi panoramica. Purtroppo per noi è già buio e ne perdiamo lo splendore, per lo meno fino al tratto per Page dove giungiamo verso le 20.00. Nonostante sia questa una cittadina di passaggio obbligatoria per arrivare a luoghi che nulla hanno da invidiare al Grand Canyon per bellezza e maestosità, ci rendiamo presto conto che di turisti se ne vedono ben pochi. Per essere più precisi, le strade sono deserte e sembra di essere a Twin Peaks... Troviamo alloggio al Travel Lodge, altra catena di motel molto diffusa negli U.S.A. a prezzi vantaggiosi e con ottime camere. La nostra costa addirittura $ 45 in tutto, che diviso in quattro viene un'inezia...
Alla reception approfittiamo per chiedere informazioni sul depliant che cita il tour per l'Antelope Canyon. Io e Stefania sappiamo che è bellissimo perchè l'abbiamo visto in più riviste di viaggi e foto, leggendo anche diversi racconti. Ce n'è uno domani mattina dalle 9.30 alle 11.00 e lo prenotiamo subito!
Usciamo quindi per andare a cenare che sono le 21:15. Ahi Ahi, già troppo tardi per trovare qualcosa! Alla prima steak house ci dicono che è tutto chiuso. Andiamo allora in un altro pub dove il barman, vestito da cowboy con cappello, stivali e cinturone, ci conferma che anche la sua cucina è già chiusa. Nel giro di pochi minuti facciamo il giro per le strade deserte di Page e rimane una sola unica alternativa: il Mc Donald’s! Che tra l'altro è ugualmente deserto e chiude fra un quarto d'ora, cioè alle 22:00 in punto! Una signora un pò ansiosa ci serve e si ingarbuglia un pò con le ordinazioni. Stiamo chiedendo solo 4 panini del resto... e in più ne esce fuori con la storia che i panini sono solo 3 perchè il quarto, che è anche l'ultimo, è 'damaged'. A questo punto non possiamo che sorridere provando a pensare le varie condizioni e possibilità per il quale un panino possa essere considerato 'damaged'!!? Alla fine riusciamo a cenare e la signora ci regala anche 4 apple pie per scusarsi, mentre la cameriera delle pulizie appare ogni tanto all'angolo con aria indifferente per vedere se abbiamo finito. Lo vogliamo capire che sono le 22:00 ed è tardissimo?? è ora di andare a letto!! Che serata indimenticabile...

25/10 - Antelope Canyon tour; Lake Powell (Utah); 89 per Kanab; 9 west e Zion N.P.; Interstate 15 south per Las Vegas (Nevada) hotel: Stratosphere Tower, Luxor, Venetian

Dopo una continental breakfast al Travel Lodge, ci spostiamo di pochi metri sulla strada principale che attraversa Page per raggiungere la sede dell'Antelope Canyon tours. Arriviamo alle 9:15 e abbiamo un quarto d'ora di tempo per saldare il conto (in tutto la gita viene $ 28 a persona) e comprare qualche cartolina. Alcune sono vere e proprie foto su carta lucida che paiono inverosimili e fiabesche. Possibile che sia davvero così bello? Credo proprio di sì, perchè foto simili le abbiamo viste anche in una rivista di viaggi poco prima di partire.
Di fronte alla sede ci sono diversi mezzi parcheggiati per i tour. La nostra guida indiana ci fa accomodare su un enorme giant truck, alto con delle gigantesche ruote e aperto sul retro con i sedili al centro. Durante il tragitto fa un freddo cane ma è divertentissimo! Il paesaggio è straordinario. La cittadina di Page è posta in una conca ai piedi dell'immenso Glen Canyon da cui è stato creato artificialmente il Lake Powell, mentre dall'altra parte si estende il territorio desertico, oggi riserva indiana, con bizzarre forme di rocce rosse che fuoriescono dai cespugli della piana circostante. Questa è la vera Arizona come l'ho sempre immaginata! Il giant truck entra in una strada sterrata e il paese scompare alle nostre spalle per dare il meglio di questo paesaggio. Le uniche cose che stonano tremendamente sono quelle tre enormi alte fumarole che appartengono a qualche industria e non certo alle capanne degli indiani...
Ci fermiamo per il pass del canyon e proseguiamo il tragitto ancora per qualche minuto, mentre il panorama diventa sempre più singolare. Qua la roccia ha la consistenza della sabbia, che vuol dire fango alle prime piogge, piccoli e grandi canyon creati da un giorno all'altro dal nulla, erosione frenetica che modella ogni cosa. E così è stato infatti anche per l'Antelope Canyon, il cui ingresso appare stretto e per niente maestoso. La guida fa un veloce discorso in inglese, raccomandando di non perdere il gruppo, di stare attenti ai serpenti e altre cosuccie del genere...
All'interno, questo stretto canyon rivela il meglio di sè stesso e di ciò che madre natura possa genialmente creare dalla friabilità del terreno. Le forme sono davvero irreali, tondeggianti, con colori incredibili delle pareti appena qualche raggio di luce oltrepassa la stretta fessura, lassù molto più in alto delle nostre teste. Qualche tratto risulta molto buio, qualche altro meglio illuminato, sempre e solo esclusivamente da luce esterna. Non c'è alcun artefatto umano per fortuna, il canyon è lasciato interamente al naturale senza alcuna modificazione per agevolare i turisti. Il tragitto è più lungo di quel che pensassi e molto tortuoso, ma sempre semplice perchè il terreno è del tutto pianeggiante. Non ci sono sassi, nè pietre o rocce, nè piante o forme di vita: solo le pareti dell'Antelope. Bellissimo ed emozionante, è davvero da rimanere a bocca aperta.
Si esce dall'altra parte in un ambiente ancora estremamente desertico, con alcuni cespugli sulla roccia rossa che regalano un contrasto forte e magnifico col cielo azzurro e limpidissimo dell'Arizona. La guida ci lascia una mezz'oretta per passeggiare liberamente e poi torniamo indietro nuovamente per il canyon. Possiamo dunque risalire nel nostro giant truck e tornare a Page alle 11:00 in punto.
Passiamo una mezz'ora per una passeggiata tra i caratteristici negozietti locali, poi prendiamo l'auto per dirigerci all'uscita del paese verso il Lake Powell. Attraversiamo quasi subito il ponte che dà sull'imponente diga con cui è stato possibile creare questo che è il lago artificiale più grande al mondo. Il fatto di aver riempito un canyon che nulla ha da invidiare per dimensioni a quello più "grande" e famoso che tutti conosciamo, rende questa opera metà naturale e metà umana, ma di sicuro estremamente notevole e stupefacente. Il colore della roccia desertica gialla contrasta nettamente con quello azzurro dell'acqua e le dimensioni sono da capogiro: migliaia di chilometri di coste frastagliate che si possono raggiungere in barca in pieno deserto....!
Dopo alcune foto in prossimità della diga, prendiamo una deviazione della 89 che costeggia il lago e seguiamo per diverse miglia questo tragitto costellato di paesaggi indimenticabili e superbi, sostando in alcuni punti panoramici. Ci sono alcuni resort e pontili per le imbarcazioni che dimostrano che in alta stagione questo è un posto molto turistico e frequentato. Alcune cartoline mostrano tra l'altro posti bellissimi raggiungibili solo in barca, tra cui il Rainbow Bridge, il più grande arco naturale al mondo di roccia. Sono disponibili anche tour di una giornata intera che devono essere stupendi, ma noi non abbiamo tempo a sufficienza, anzi, siamo già in ritardo per rientrare a Las Vegas entro stasera.
Archiviamo dunque anche il Lake Powell come una delle più belle meraviglie naturali mai viste finora, e proseguiamo sulla 89 scenic byway attraversando subito il confine tra Arizona e Utah. Raggiungiamo la cittadina di Kanab alle 14:00, giusto per uno spuntino veloce in un Pizza Hut.
Ancora un lungo tratto della 89 nord e poi una sosta per la benzina in un agglomerato di case sperdute tra i monti, dove troviamo un caratteristico e singolare negozietto artigianale da far west, con tanto di cinturoni, cappelli da cowboy, stivali, fodere per le pistole e artefatti indiani.
Deviamo per la 9 ovest che porta alla Zion, percorrendo una strada con varietà e bellezza di panorami da far venire la pelle d'oca. Mentre guido mi rendo davvero conto che questo è il tipo di viaggio e di paesaggi grandiosi che mi aspettavo di vedere negli States. Ci sarebbe da fermarsi in mille punti per fare fotografie e godere di questo spettacolo, ma il tempo stringe ed è diventato il nemico più brutto e fastidioso che si possa avere in vacanza. Costeggiamo per lungo tempo una catena montuosa ancora dalla classica roccia rossa fino ad arrivare all'ingresso dello Zion National Park alle 17:00 in punto. In realtà siamo notevolmente spiazzati dal trovarci i caselli di fronte, poichè dalla cartina stradale sembra che la 9 costeggi il parco ma non che ci entri proprio dentro! Chiediamo informazioni alla sbarra della biglietteria dicendo che il nostro scopo era arrivare a Las Vegas e non entrare allo Zion, ma l'alternativa è davvero poca: pagare i $ 20 per attraversare 10 miglia dello Zion, o ritornare a Kanab perdendo un sacco di tempo e prendere la parallela della 9 verso Sud (la 59) che ce ne costerebbe, arrivati a questo punto, forse anche di più di benzina! Non ci pensiamo due volte e sganciamo i $ 20 di ingresso (per auto) che, in fin dei conti, sono appena $ 5 a testa. Il problema non sono i soldi ma il fatto che abbiamo fretta e la visita allo Zion non era preventivata e, come da manuale, non si può non attraversare una meraviglia della natura senza fermarsi a fare delle foto. La serata di baldoria a Las Vegas inizia ad allontanarsi a scapito dello Zion...
Ma mai decisione migliore potevamo prendere obbligata dal destino. Questo parco va molto oltre le aspettative in ciò che ho visto in foto o descrizioni al suo riguardo. La strada stretta che lo percorre è semplicemente un gioiello. Si districa tortuosa tra paesaggi ancora una volta strabilianti, totalmente diversi da quelli visti nel Grand Canyon, nell’Antelope Canyon, nel Lake Powell e nell'Arizona in genere. Il particolare che risulta più incredibile è la concentrazione di bellezza e diversità di ambienti che si susseguono curva dopo curva senza interruzione: non c'è un solo metro che può apparire piatto o noioso e viene da fermarsi ovunque con l'adrenalina a mille per fare foto ed esplorare meglio anfratti, piccoli canyon, rocce colorate con forme arrotondate e fiabesche, a tratti deserte e a tratti ricoperte da foresta. Ovviamente la strada stretta permette di fermarsi solo in apposite piazzole, altrettanto piccole e massimo per un paio di auto. L'unica cosa che possiamo fare è andare il più piano possibile per poter rimanere a bocca aperta il più tempo possibile...
Più o meno a metà strada imbocchiamo un singolare tunnel lungo tre quarti di miglio, totalmente buio con alcune finestre laterali che danno sullo strapiombo della montagna. All'uscita si scende velocemente su un vallone con vertiginosi tornanti, in uno dei quali ci fermiamo per ammirare il panorama dalla piazzola. Si vedono tutti i finestroni che abbiamo percorso nel tunnel e l'imponente parete del monte, mentre un enorme uccello nero simile ad un corvo osserva curioso la nostra auto. Proseguiamo ancora a valle in un paesaggio nuovamente stravolto, che pare si modifichi con la stessa facilità con cui si clicca un tasto sul computer per cambiare da una foto all'altra, e arriviamo in prossimità di un ponticello a tramonto quasi fatto.
Sostiamo anche qui, incuriositi da ben 5 fotografi appostati e pronti a scattare con un'attrezzatura da capogiro: macchine professionali digitali e non, un cavalletto che deve pesare più di me e una borsa grande quanto la mia valigia piena di obbiettivi e roba varia... urka questi sono professionisti seri! In confronto la mia Canon Eos 300D, reflex da 6 Mpx appena uscita, mi sembra un giocattolino! Restiamo ancora più incuriositi nel cercare di capire il perchè di tanta attenzione poichè, seppur vero che il panorama da entrambi i lati del ponte è puramente da cartolina, con gli alberi in foglie dai tipici colori autunnali e il fiume che scorre in mezzo ad una natura rigogliosa, è pur vero che i colori sono ormai spariti del tutto col sole nascosto dietro i monti sovrastanti. E poi perchè tutti rivolti nella stessa direzione? Mentre facciamo le nostre di foto, arriva la risposta chiara e limpida. Poco prima del tramonto, il sole raggiunge un'altezza particolare colorando di un magnifico rosso le pareti verticali dei monti sullo sfondo: semplicemente indescrivibile lo scenario che si presenta di fronte ai nostri occhi e l'emozione dei dieci minuti successivi in cui avviene tutto ciò.
Arriviamo all'uscita del parco, di fronte ad una torre con la scritta "Zion N.P." in un'area dove si campeggia, con l'ultima cartolina mozzafiato ancora regalata dai colori accesi delle montagne. Costeggiamo un recinto di bufali grandi, ciascuno, due volte una nostra mucca, e proseguiamo finalmente al buio, liberi da tentazioni di altre meraviglie da vedere, verso Las Vegas.
La vista della cittadina St. Gorge, tra le luci della notte dall’alto della strada mentre scendiamo velocemente di altitudine, appare come una metropoli dopo aver visto i villaggi far west del deserto. Da qui la Interstate 15 lascia lo Utah e rientra in Nevada, conducendo dritti a Las Vegas in circa un'ora. Tra i giganteschi svincoli della rete stradale (proprio come si vede nei film) entriamo nello Strip, stavolta dalla parte nord, che non abbiamo visto al nostro arrivo pochi giorni fa. Anche se siamo stanchissimi, ci fermiamo subito per questioni logistiche alla Stratosphere Tower, hotel che offre con questo monumento una visione stupenda della città dall'alto e della vallata desertica dove sorge. Non abbiamo considerato però la fila da fare per salire sulla torre, che fa perdere un bel pò di tempo. L'ascensore che sale in alto è talmente veloce da far invidia, per il vuoto che si sente sullo stomaco, alle montagne russe più disperate... c'è quasi da stare male! Il panorama che si gode è il migliore della città, con le accecanti luci che si estendono a perdita d'occhio. Più di tutte merita chiaramente la visione dello Strip con i pacchiani e singolari hotel a tema, che visti da quassù sembrano quasi piccoli....
Torniamo sullo strip che dobbiamo attraversare per intero dove il Luxor, dalla parte opposta a Sud, ci aspetta con una camera quadrupla prenotata per $ 140. Nonostante siano solo cinque miglia, ci vuole una bella mezz'ora buona per camminare con tutto questo traffico. Quasi quasi si fa prima a piedi.... Inoltre risulta difficoltoso arrivare al parcheggio, dal momento che bisogna fare uno strano giro per il Mandala Bay. Dopo un altro quarto d’ora, per portare le valigie dal parcheggio alla reception, passando tra l’altro all’interno del labirintico casinò, (le distanze sono enormi anche negli hotel!!!) abbiamo finalmente le chiavi della nostra camera ma non abbiamo invece più tempo per riposare. Sono le 23:00 passate e dobbiamo affrettarci a cenare. La nostra stanza è al quarto piano della piramidona nera, la quale è costruita in maniera da accogliere le camere su tutto il perimetro e le pareti (quelle al vertice sono le suites), mentre all'interno si trovano il casinò, il cinema, i ristoranti, le attrazioni, le statue con tanto di palme, la reception e tutto ciò che fa sembrare questo, come tutti gli altri hotel, una città nella città. Non possiamo neanche provare l’inclinator, l’ascensore trasversale che porta ai piani superiori, perché funziona solo per le camere sopra i primi piani: che delusione!
L'orario ci tradisce e i buffet, a quest'ora, sono tutti chiusi. Rimediamo perciò in una steak-house all'interno del Luxor stesso. Una cena discreta ma niente di eccezionale paragonata ad altre steak dove siamo stati.
Ci spostiamo in auto ai parcheggi del Venetian, più o meno a metà altezza dello Strip, ma anche qui le attrazioni sono già finite: non possiamo vedere che una piccola parte di Piazza San Marco con le gondole vuote. Tocca passare il tempo nei rovinosi casinò di rito nella speranza di una vincita! Cosa che avviene raramente e per cifre ridicole. Non è serata fortunata al gioco oggi... i pochi crediti che si aggiungono comunque permettono di prolungare il tempo di gioco e divertirsi un pò di più.
Una volta esausti, torniamo al Luxor a riposare, dopo una giornata intensissima. Tra l'altro, oggi è anche il mio compleanno: 30 anni festeggiati in maniera indimenticabile tra paesaggi mozzafiato e questa leggendaria città unica al mondo!

26/10 - Las Vegas - Dallas (Texas)- Orlando (Florida); Kissimme


Una veloce colazione al Luxor, identico sia di giorno che di notte visto che all'interno non entra uno spiraglio di luce dalle vetrate nere (ma forse è fatto apposta per perdere la concezione del tempo) e via al lontanissimo parcheggio multipiano con le valigie.
Un paio di miglia e siamo già all'aeroporto dove riconsegniamo l'auto alla Alamo alle 11:00.
Il volo parte alle 15:50 percorrendo lo stesso tragitto dell'andata, con scalo a Dallas. Per via delle tre ore di fuso orario, arriviamo ad Orlando alle 23:00 passate. Affittiamo un'auto per me e Stefania per tutti i giorni rimanenti del viaggio, dove faremo il giro ad anello della Florida. Scegliamo sempre la Alamo, ma rimaniamo un pò sorpresi per il prezzo. Nonostante grazie ad Erika e Francesca, ormai esperte delle procedure, riusciamo ad avere un buono sconto sul totale iniziale, mi sembra comunque molto più caro del prezzo che mi ero immaginato provando a prenotare da internet con Expedia prima di partire. In ogni caso, prendiamo una Chevrolet Cavalier, considerata in categoria standard, a due porte, con un bagaglio giusto per le nostre valigie e zaini vari, discretamente accessoriata e confortevole. L'importante è che ci sia l'autoradio col Cd per la musica!
Alloggiamo a Kissimme al Comfort Inn in una camera da $ 66 a notte, riaccompagniamo Erika e Francesca nei loro alloggi dei resort Disney, e possiamo finalmente andare a dormire pensando al nostro nuovo viaggio: Florida on the road!

27/10 - Interstate 4 north per St. Augustine; Castillo de San Marco; St. George street; 95 south per Daytona

Dopo una continental breakfast del motel, passiamo a prendere in auto Erika al suo alloggio e andiamo in banca a cambiare euro in dollari. Più che una banca, sembra un parco: all'ingresso si estende un bel giardino con palme, acqua che scorre ovunque, in un'atmosfera di relax e bel fresco, che fa davvero piacere in una giornata di sole torrida come questa. Per noi, ancora più calda visto che fino a ieri stavamo congelando nell'Ovest degli States! Erika fa qualche operazione sul suo conto e converte i soldi, al cambio attuale di 1,21 dollari per 1 euro; non male in questo periodo.
La salutiamo al parcheggio e dopo qualche svolta imbocchiamo la Interstate 4 nord verso Daytona. Da qui proseguiamo sulla costa per la 95 fermandoci, poco prima di St. Augustine, in una spiaggia qualunque, giusto per togliere lo sfizio di vedere l'oceano. Non c'è quasi nessuno in giro, parcheggiamo vicino ad una struttura in legno isolata (che sembra tipo uno dei nostri lidi) e raggiungiamo la spiaggia attraversando una passerella in legno. Il posto è bello e suggestivo, ma c'è troppo vento per restare, così torniamo in auto e arriviamo a St. Augustine nel nord-est della Florida verso le 15:00, prima tappa del nostro giro ad anello per la penisola! Iniziamo con la visita del forte, il Castillo de San Marcos, costruito dagli spagnoli alla fine del 1600 e mai espugnato. E' stato usato dai militari americani fino al 1900 e infine reso Monumento Nazionale nel 1924. Paghiamo il parcheggio, l'ingresso dove ci viene dato un depliant in italiano con tutte le informazioni, e iniziamo la visita. Si passa il ponte levatoio sul fossato e si entra dentro la struttura, che preserva le murature perfettamente solide e intatte. Varie stanze descrivono la dura vita dei tempi e dei soldati che si rinchiudevano nel forte nei periodi di guerra. Delle scale portano poi al terrazzo, con l'esibizione dei cannoni e il bel panorama suggestivo sul mare da un lato del forte, e sulla cittadina di St. Augustine dall'altra.
Terminata la visita prendiamo l'auto e raggiungiamo il Visitor Center poco più avanti. Vediamo alcuni simpatici scoiattoli arrampicarsi sui tetti e un gatto enorme che assomiglia a quello di Stefania, due volte più grande e con un faccione che ricorda quello di una tigre: ma perchè in America è tutto così esagerato?.
Dal visitor center si raggiunge immediatamente a piedi il centro di St. Augustine, con alcune strade pedonali come la St. George Street, carinissima con tutti i negozietti artigianali e di souvenir, le case in stile coloniale, la scuola più antica della Florida ancora in piedi e cosette del genere. Una passeggiata che merita, e che non può non concludersi con l'assaggiare una delle tante prelibatezze delle numerose pasticcerie di dolci, pane e cioccolato. Noi optiamo per la mela col caramello, che Erika ha consigliato come una vera chicca! Un pò difficile da gustare per strada a dire il vero, con tutto il caramello che fila e si appiccica ai denti e la mela bella tosta da morsicare... troppo dolce per i nostri gusti! Sta già facendo buio verso le 17.30 e si inizia a chiudere anche i battenti, così torniamo all'auto e facciamo un giro per le strade della cittadina. Arriviamo al porto e subito dietro attraversiamo un quartiere davvero bello delle tipiche case residenziali in legno americane: direi vere e proprie ville immerse nel verde e nel relax totale.
Torniamo indietro a Daytona seguendo la litoranea A1A, scorgendo una dietro l'altra splendide casette, resort (adesso deserti, ma sicuramente molto animati in alta stagione), ville da ricchi e tante barche sui moli. Niente palazzi e niente cemento, tutte case singole e in legno. E' proprio come nei film dunque. Nonostante la strada sia la più esterna verso la costa, si vedono fiumi, laghetti ma mai l'oceano, nascosto dai resort, dalla vegetazione o semplicemente da dune di sabbia. Sono costretto a parcheggiare un attimo e attraversare di nuovo le passerelle in legno per vederlo!
Una volta a Daytona, rimaniamo sempre sulla A1A, che la attraversa per intero, trovando senza difficoltà vari motel in fila uno dietro l'altro. Scegliamo il Budget Inn con camera a $ 40 per notte. Avendo il microonde e il frigo, per cena compriamo qualcosa di veloce in un supermarket e andiamo a riposare.

28/10 - Ponce Inlet Lightouse; Kennedy Space Center; A1A south per West Palm Beach

Usciamo da Daytona seguendo la A1A sud per un bel tratto, fino a raggiungere il Ponce Inlet Lightouse. Il biglietto d'ingresso costa $ 5 e permette di visitare sia il faro sia il parco intorno, che comprende alcune strutture adibite a museo. Per prima cosa arriviamo in cima salendo per gli interminabili scalini a chiocciola del faro, dove dall'alto si gode un notevole panorama sulla costa e di Daytona. Anche qui, rimango stupito dal fatto che gli unici edifici a più piani che noi chiamiamo comunemente palazzi o condomini, sono esclusivamente al centro della rinomata città delle corse automobilistiche (e sono per lo più hotel e resort); per il resto, si vedono solo le solite case singole in legno con giardino a prato intorno e tetto spiovente, distribuite spaziosamente nella pianura circostante. Bella vita fanno sti americani qua! E' curioso come il faro sia così lontano dalla costa e risulti qualche centinaio di metri in linea d'aria verso l'interno. Visitiamo velocemente il museo, con reperti archeologici, subacquei e descrizioni storiche, e passeggiamo un pò per il sentiero intorno al recinto del parco. Dieci metri dopo l'imbocco, sparisce ogni segno di civiltà e sembra di essere in piena giungla tropicale!
Torniamo all'auto, cerchiamo l'imbocco per la 95 sud trovando un pò di traffico, comunque sempre scorrevole, e cerchiamo di accelerare per giungere allo Kennedy Space Center a mezzogiorno in punto. E' in effetti tardi per visitare un'attrazione come questa che richiede una giornata intera, ma proviamo lo stesso. L'ingresso costa ben $ 36 a testa (ed è il biglietto base, non quello che comprende il simulatore spaziale), e in aggiunta regalano gratis anche una sana dose di nervoso per i soliti controlli minuziosi da effettuare. Stavolta, cosa che non era ancora successa, oltre ad aprire gli zaini ci fanno accendere tutti gli apparecchi elettronici per essere sicuri che funzionino (e quindi che siano veri e non ci siano bombe atomiche all'interno), tipo ad esempio i cellulari, le macchine fotografiche e persino la videocamera. Non solo: avendo diverse ottiche per la mia reflex digitale, mi fanno persino aprire l'obbiettivo per mostrare che la lente si veda da parte a parte, e scattare una foto a caso per essere sicuri che si veda nell'LCD sul retro, e magari non ci sia invece una molotov truccata.... E meno male che Stefy è riuscita ad accendere il cellulare per un istante, che ha la batteria scarica da ieri visto che il nostro caricatore non funziona con le prese americane, altrimenti l'avrebbero sequestrato all'istante... quando è troppo è troppo dai! Dopo venti minuti persi per i controlli, finalmente possiamo entrare nel centro spaziale che si è fatta già ora di pranzo.
Sostiamo subito ad uno dei tavoli all'aperto, dove decine di uccelli simili a corvi neri salgono sfacciatamente per pizzicare qualche briciola da mangiare, e prendiamo due hot dog e una coca cola. Sembra incredibile, ma sono i panini più cari e piccoli che abbia visto finora non solo negli States, ma in tutta la mia vita! Ma due panini così sono insignificanti per uno stomaco italiano, figuriamoci per uno americano! E' molto deludente tutto ciò, mi cade un mito....
La prima parte da visitare è senza dubbio quella raggiungibile solo con gli appositi autobus che fanno un lungo giro all'interno dell'area spaziale. Stiamo in coda in una discreta fila, assistendo ancora una volta al senso di civiltà americano e organizzazione perfetta nel rispettare ordine e quiete, e persino nell'avanguardia di dare piena assistenza ai portatori di handicap con file di precedenza, sedie a rotelle apposite che salgono sul bus con un sistema dedicato, aiutati dal conducente e dagli addetti. Inizia così il nostro tour per le lunghe strade del Kennedy Space Center, animato dalle spiegazioni del conducente e dal video riprodotto sui piccoli schermi dell'autobus, che spiegano come sui canali ai lati della strada si possano ammirare flora e fauna di una stupenda oasi naturalistica quale è Cape Canaveral (compresi gli alligatori che scorrazzano dappertutto!). Giriamo in tondo per l'enorme costruzione del Vehicle Assembly Building, e poi proseguiamo fino all'LC 39, un centro di osservazione panoramico che permette di ammirare da lontano entrambe le postazioni di decollo degli shuttle LC-39A e LC-39B.
Stiamo una decina di minuti e saliamo sul successivo autobus, che prosegue il tour fino all'Apollo Saturn V Center. Qui rimaniamo invece molto di più, prima per seguire l'emozionante presentazione che simula la partenza dell'Apollo vista dal centro di controllo (bellissima per gli appassionati, quasi commovente il momento del decollo!), poi per vedere con i propri occhi quello che è il vero missile Apollo V con i suoi diversi stadi, in un immenso hangar. E' davvero enorme, alto e lunghissimo!
Torniamo al Visitor Complex che sono già le 16.00. Abbiamo pochissimo tempo prima della chiusura, così scegliamo velocemente di dare un'occhiatina da vicino allo Shuttle ormai in pensione, visitabile all'interno, entrare al volo in uno shopping per avere qualche ricordo, e assistere all'ultimo esaltante spettacolo IMAX 3D delle 17.00. All'uscita del cinema sta già chiudendo tutto, e ci avviamo verso i parcheggi passando per il Rocket garden, un grande piazzale convertito a museo a cielo aperto di missili.
Alle 18.00 lasciamo il Kennedy Space Center prendendo la 95 sud per un lunghissimo tratto. Vogliamo cercare di avvicinarci il più possibile a Fort Lauderdale per domani mattina, ma la strada sembra non finire davvero mai. Alle 22.00, sfiniti da 4 ore di guida, svoltiamo per l'uscita 808 e prendiamo la A1A sud, la costiera, dove mettiamo benzina e cerchiamo un motel per la notte. Non sappiamo nemmeno di preciso dove siamo, visto che la segnaletica americana incentra la sua attenzione molto su numeri e direzione delle strade, ma non sui nomi dei paesi o cittadine dove si sta entrando o uscendo. Di sicuro, siamo nei pressi di Boca Raton a vedere la nostra cartina stradale. Troviamo un buon alloggio all'Ashley Brooke Motel per $ 65. La stanza è praticamente un appartamento, con un letto matrimoniale enorme, moquette sul pavimento, tantissimo spazio, cucina con tavolo, frigo, microonde, posate e pentole, e ovviamente il bagno. Inoltre siamo al secondo piano con una bella vista verso la piscina interna del motel: sembra davvero un peccato rimanere solo per una notte!

29/10 - Fort Lauderdale; Miami: South Beach, Collins Avenue, Ocean Drive

Riprendiamo la marcia per la A1A sud litoranea verso le 10.00. Il traffico e i semafori ci fanno perdere un pò di tempo, anche se abbiamo modo di assaporare da vicino la realtà della vita da spiaggia americana. A mezzogiorno sostiamo nel litorale di Fort Lauderdale. C'è un bel pò di vento ma la temperatura è calda, anche se non abbastanza da ispirare un bagno nell'oceano mosso. Finalmente un pò di relax dopo tanti chilometri! La spiaggia è discreta ma non eccezionale, mi aspettavo un posto migliore dai racconti letti sulla Florida. C'è da precisare però che siamo in un punto a caso di un litorale talmente lungo che sembra non avere fine, per cui in mancanza di indicazioni potremmo essere capitati certamente in uno dei tratti meno belli.
Alle 13.00 riprendiamo la litoranea verso sud, raggiungendo in breve Miami. Iniziano a vedersi ponti e grattacieli e le strade si allargano a 4 e 5 corsie: entriamo nuovamente in uno dei tanti film di Hollywood, stavolta in maniera ancora più eclatante perchè, a Miami, ne sono stati girati un numero incalcolabile, a partire da quelli polizieschi in primo piano. Ci fermiamo nel nostro primo Mall (centro commerciale) americano, per cercare un internet point e contattare la nostra amica Erika e anche per mangiare. C'è da prendere seriamente in considerazione la possibilità di perdersi nei meandri e girare a vuoto per una giornata intera, così la prima cosa da fare è affidarsi al tabellone guida dei negozi e servizi. E non è vero che ci sia un internet point, possibile? Qui negli USA, a Miami, in un Mall dove si sono 100 negozi, 10 ristoranti, 20 cabine telefoniche? Mi avvicino in una vetrina di apparecchiature elettroniche a chiedere informazioni e mi confermano che effettivamente non c'è. Credo di aver dato troppo per scontato di trovarne dappertutto ma non è così! Diamoci dentro allora almeno con il pranzo: di fronte a noi c'è un seducente buffet italiano a cui non possiamo resistere! Si paga a peso e quindi si riempie il piatto con tutto quello che si vuole, pagando alla cassa solo in relazione al peso effettivo e non alla tipologia della portata. Troviamo delle cose davvero interessanti e consumiamo un pranzo coi fiocchi spendendo in due neanche $ 20.
Riprendiamo la litoranea e ci ritroviamo sulla Collins Avenue (la famosa strada dei grattacieli sulla spiaggia) senza neanche accorgercene. La percorriamo tutta da Nord fino a raggiungere la parte più in voga di questi anni: South Beach e Ocean Drive, dove troviamo l'Haddon Hotel, di cui avevo una pagina stampata da internet, che è situato proprio di fronte all'incrocio tra le due strade principali. Il prezzo di una camera doppia sale a $100 ma siamo a Miami in pieno centro e a due passi dalla spiaggia, per cui non ci pensiamo due volte e prenotiamo per stanotte. Sono stupito dalla situazione dei parcheggi che risulta davvero critica persino per gli hotel stessi. Alcuni si sono muniti di quelli sotterranei, altri come l'Haddon hanno appena 5 posti auto di fronte all'ingresso. Con una bella botta di fortuna, ne troviamo uno libero dove lascio l'auto all'istante. E' sicuro che da qua non la muovo fino a domani! Sistemiamo le valigie in stanza (davvero molto carina, tutta rigorosamente in stile art-decò) ed eccoci pronti in costume e ciabattine attraversare la strada per raggiungere la famosa spiaggia di Miami. Che non delude affatto le aspettative, al contrario: mi lascia davvero stupito! La spiaggia è molto bella, immensa, ben attrezzata con le capannine in legno dei mitici baywatch, le patrol che pattugliano di tanto in tanto, le docce, i servizi e così via. C'è tutto ma senza esagerazione. Persino i grattacieli sullo sfondo passano in secondo piano, e si respira un'atmosfera di relax, spazio e divertimento. E non c'è neanche tanta gente, anzi, non c'è quasi nessuno... si vede che non siamo in alta stagione! L'oceano è pure calmo e l'acqua assolutamente pulita, pur non essendo ovviamente cristallina come la nostra del Mediterraneo. Non si vede granchè movimento di barche, motoscafi e sport acquatici in genere, solo qualche immensa nave da crociera che parte dal lontano porto all'estremità della penisola probabilmente con destinazione caraibica. Gabbiani e uccellini sono i padroni incontrastati del litorale e rendono ancora più naturale e vivace la spiaggia. La prima cosa che ci viene in mente è che siamo pentiti di aver scelto di restare a Miami un solo giorno! Verso il tramonto la sabbia si colora di un bel giallo e passeggiamo un pochino fino a rientrare nella Ocean Drive, ricca di ristorantini e locali di ogni genere, sempre pieni di gente. L'influenza cubana si fa notare ovunque, eccome!
Rientriamo in hotel, facciamo un veloce bagno in piscina (dove l'acqua è gelata!), sfruttiamo la laundry service con le numerose monete accumulate in viaggio, e troviamo persino il ricercato internet point nella sala principale. Certo chiamare un solo computer internet point, per lo più antidiluviano, lentissimo, con una connessione penosa e un sacco di limitazioni, è un affronto qui negli USA, ma ci accontentiamo lo stesso. Per concludere la serata usciamo nuovamente per Ocean Drive (e finalmente oltre ai locali esiste anche qualche vero internet point degno di nome...) dove quasi si cammina a spinte sul marciapiede e la strada è sempre molto trafficata di bei macchinoni sportivi e qualche limousine. Siamo nel pieno della vita mondana di Miami!

30/10 - Miami: Coral Gables e Venetian Pool; U.S. 1 south verso le Keys: Key Largo, Islamorada, Marathon

Dopo un'altra breve passeggiata per Collins Avenue, lasciamo South Beach e giriamo tra le strade di Miami, seguendo sempre la 1 sud. Attraversiamo il suggestivo ponte che collega la penisola al centro della città, dove si riconosce il caratteristico sky-line presente in ogni film, nonchè persino le stesse strade dei più rinomati inseguimenti d'azione: primo fra tutti, per l'occasione, quello di Bad Boys II appena visto prima di partire! Ci manca solo la canzone alla radio "Welcome to Miami" di Will Smith e siamo al completo... anche le case intorno sono proprio come le vediamo al cinema: ovviamente in legno, il solito prato sterminato, il laghetto con il piccolo molo e la barchetta, davvero carino. Gli enormi svincoli poi, le strade larghe e gli spazi immensi danno un'immagine completamente diversa delle strade e delle città americane rispetto alle nostre italiane: non si può proprio fare il paragone. Solo in alcuni tratti il traffico è intenso ma sempre scorrevole. Pensavo di avere tutto il tempo di controllarmi la cartina tra un semaforo e l'altro per decidere dove svoltare e invece niente di più sbagliato! In ogni caso, riusciamo ad arrivare in un modo o nell'altro nel quartiere di Coral Gables, suggerito dalla nostra guida per essere uno dei più belli con diverse cose interessanti da visitare. Dopo aver percorso qualche stradina, ci rendiamo subito conto che in realtà "bello" è un termine del tutto offensivo per descrivere questo luogo. Intanto non sembra neanche di essere in città, talmente tanto è il verde dei prati, degli alberi che sovrastano con i loro rami le stradine a due corsie dove passano pochissime auto in tutta tranquillità a 15 mph. Il senso di relax è assoluto: nessun rumore molesto, niente traffico, nessun semaforo (ci sono solo gli stop 4 way che gli autisti rispettano civilmente, ma per noi italiani direi "clamorosamente", anche se non c'è nessuno fino all'orizzonte), e le ville... beh le ville sono proprio da urlo! E' senz'altro un quartiere molto, molto ricco di Miami e di persone che contano! Percorriamo in auto a passo d'uomo qualche miglio esterrefatti da tanto splendore, fino a raggiungere la Venetian Pool. E' questa una piscina aperta nel bel mezzo di Coral Gables che, come fa intendere chiaramente il nome, si rifà allo stile veneziano, con tanto di palazzi storici e ponte San Marco dal quale il bagnino controlla sotto il suo ombrellone i bagnanti. C'è persino una bellissima e fine spiaggetta bianca dove stendere l'asciugamano e prendere il sole, una cascatella dove farsi l'idromassaggio naturale, una piccola grotta nascosta (con tanto di cartello quasi ridicolo che segnala che il bagnino là dentro non ti vede e non può venire a salvarti! americani...), un sentiero laterale in mezzo al verde che conduce ad una pozza, e altro ancora. Tutto questo in mezzo ad una metropoli e tutto, ovviamente, artificiale. Da Las Vegas in poi abbiamo capito che gli americani sono maestri in questo genere di cose... l'ingresso alla Venetian Pool costa $ 9,50 a testa ma ne vale assolutamente la pena. Talmente tanto che ci rimaniamo qualche ora di filato nel più assoluto divertimento e relax. E, tanto per cambiare, non c'è quasi nessuno in questo piccolo paradiso: dividiamo la spiaggetta con altri due asciugamani e l'intera piscina con un gruppo di ragazzi e una famigliola. Dopo numerosi bagni, pranziamo nell'immancabile punto di ristoro, con all'esterno sedie e tavolini sempre adeguati a tema, ma con una cucina tutta americana e per niente italiana all'interno del caseggiato dalle mura veneziane e dal banco tipico del fast food. Prendiamo così due enormi (e devo ammettere molto buoni) cheesburger freschi fatti sul momento dalla ragazza che gestisce il tutto, la quale credo sinceramente sfidi le leggi della fisica riuscendo a stare tranquillamente in piedi con i suoi 200 chili di fiera obesità. Una come tante altre da queste parti, ma vista da vicino sempre abbastanza sconvolgente per i nostri standard...
Abbandoniamo la Venetian Pool e proseguiamo il giro in auto ancora per Coral Gables, vedendo il magnifico Biltmore Hotel, e un intero isolato colmo di manifestanti accorsi per le elezioni: vincerà Bush o Kerry ?
Lasciamo definitivamente anche Miami alle 15.00 continuando a scendere per la 1 Sud. Il paesaggio cambia gradualmente, le case iniziano a diradarsi; superiamo lo svincolo per le Everglades e arriviamo in prossimità delle keys. Siamo curiosi di vedere come si presentano le famose isole collegate dai lunghissimi ponti, anch'essi spesso ripresi in molti film. In realtà arriviamo a Key Largo, la prima in sequenza e anche la più grande, senza rendercene conto. Il paesaggio è molto omogeneo e piatto, rigorosamente pianeggiante senza alcun rilievo che appaia a mala pena collinare, e coperto di vegetazione sub-tropicale. Cominciamo a passare qualche ponte caratteristico per arrivare a Islamorada e più avanti ancora a Marathon. La strada però non permette di apprezzare al meglio il panorama e ovviamente non si può sostare nell'attraversamento del ponte. Quello che invece si nota bene ed è singolare sono tutti i volatili appoggiati al tramonto nei tralici della corrente piantati sul mare, che seguono parallela la strada: migliaia, tutti di fila!
A Marathon è già buio e cerchiamo un posto carino per dormire. Sappiamo che alle keys trovare il motel economico non è impresa facile, tanto più oggi che è sabato pare impresa impossibile. Ci rassegnamo così a qualcosa di più lussuoso, trovando il Rainbow Bend resort, con un bungalow a $ 99 a notte. Dopo un breve giro, ci rendiamo conto che è talmente carino e in posizione strategica (siamo esattamente a metà strada tra Key Largo e Key West) che conviene restarci direttamente anche domani notte, tenendolo come punto di appoggio per il rientro. La nostra camera (è chiamata bungalow ma come al solito sarebbe più consono il termine appartamento) è spaziosissima, divisa in soggiorno con tanto di doppio televisore e angolo cottura, camera da letto, bagno e tanto di tavolino all'aperto nel giardino di fronte all'ingresso: stupendo! Facciamo un giro per il resort, molto ben curato nei minimi particolari, attraversiamo il prato con le palme e arriviamo al mare. C'è una spiaggia dalla bella sabbia (ma sa tanto di artificiale anche questa!), con pochi sdrai e ombrelloni (il resort non ha molte camere ed è piuttosto raccolto e intimo), una singolare torre in legno dove si può salire per gli avvistamenti, strani pedalò gratuiti per girare in mare, e persino un molo dove sono attraccate delle barchette che si possono affittare. Per la cena tralasciamo il ristorante sciccoso, dove entro un pò sconvolto in costume trovandomi di fronte dei camerieri eleganti e raffinati che mi guardano un pò storto per ordinare un dolce al cioccolato (ma gli USA non erano il paese del casual?) e sfruttiamo il nostro romantico giardino all'aperto di fronte alla nostra camera.
Stanotte dobbiamo anche portare indietro l'orologio di un'ora, proprio come in Italia: in questo viaggio abbiamo battuto ogni record di cambiamento di fuso orario!

31/10 - 7 miles Bridge; Key West: Hemingway Home & Museum, Most Southern Point, tramonto

Saliamo nella sala ristorante per la colazione in tenuta da mare, ma ci saremmo dovuti portare un maglione per la temperatura polare con cui è stato regolato il condizionatore. Facciamo ancora una breve passeggiata per il resort, che alla luce del giorno appare ancora più carino. Unico enorme neo: l'acqua torbida e di un brutto color marrone che rende impossibile il pensiero di farsi un bagno!
Prendiamo l'auto e iniziamo la discesa verso Key West. Attraversiamo i lunghi ponti che collegano le diverse isole, tra cui il rinomato 7 miles bridge, che sembra non finire mai! Arriviamo alla nostra meta verso le 10:30, percorrendo qualche stradina interna e parcheggiando alla Council Hall (ovviamente a pagamento). Con una breve camminata raggiungiamo la casa di Hemingway (oggi museo), famoso scrittore che aveva la passione per i gatti e la particolarità di averne alcuni con ben sei dita. Uno scherzo della natura che si è prolungato geneticamente nel tempo, dal momento che adesso di gatti in casa ce ne sono oltre 50 e più della metà di loro hanno questa peculiarità. E la differenza è chiaramente visibile ad occhio nudo! L'ingresso costa $ 10 a testa. Visitiamo l'interno della casa, davvero molto bella, enorme e su due piani, tutta in legno, dove in ogni stanza traspare un pezzo di storia della vita dell'artista. Proseguiamo poi nel magnifico giardino di vegetazione sub-tropicale, dove giochiamo un pò con i gatti e troviamo niente meno che l'apposito cimitero dei loro antenati, lo studio dello scrittore e una piscina vuota. Non poteva mancare, prima di uscire dal museo, una scappatella al negozio di souvenir per un amante dei felini come Ste.
Si è già fatta ora di pranzo inoltrata, così mentre passeggiamo veniamo attirati dal colorato Denny's, una catena di fast food molto presente (almeno qui in Florida) che non abbiamo ancora avuto modo di provare. A differenza del classico Mc Donald's, Burger King e vari, qui c'è la cameriera che viene a servirti ai tavoli con tanto di menù e, soprattutto, le dimensioni degli hamburger non sono quelle dei concorrenti! Nella convinzione di trovarmi il normale cheesburger con la mini porzione di patatine fritte, ne ordino uno doppio e mi arriva un bestio di proporzioni epiche, alto come il bicchiere della coca cola e quindi impossibile da mettere in bocca senza essere smembrato, con mezzo chilo di patatine per condimento... questo è un degno panino americano diamine! Inutile dirlo, costa anche quanto pesa e non certo $ 1 del Burger King...
Proseguiamo la passeggiata per Key West, tagliando l'isola in due verso Sud e ammirando le spettacolari casette in legno tra le più caratteristiche viste finora in Florida. E' tutto esattamente identico a come lo si vede negli schermi, e dico proprio tutto. E' inutile anche descriverlo, basta prendere un film qualunque ambientato in Florida tra Miami e le keys (che sono una miriade) e guardare lo stile di vita americano anche se, ovviamente, vederlo con i propri occhi è molto molto meglio! In breve raggiungiamo il Southern Most Point di tutti gli USA: una specie di colonnina, dove tutti fanno la foto, che segnala appena 90 miglia di distanza da Cuba rispetto agli oltre 200 di Miami.
Torniamo, sempre a piedi, al centro di Key West attraversando di passaggio il cimitero storico (quello degli esseri umani, non dei gatti!) fino a raggiungere il vecchio porticciolo a nord dell'isola. Compriamo qualcosa in un caratteristico market che ha la facciata dipinta come quella di un acquario, e passeggiamo per le caratteristiche viuzze e i pontili in legno dove la gente inizia a stracolmare e a riunirsi per vedere il tramonto. Ci sono notevoli belle "barchette" ormeggiate, e degli enormi bestioni a forma di pesce sotto l'acqua del porto! Le stupende casette spariscono sostituite dai ristorantini, locali, resort e negozietti di ogni genere (soprattutto di abbigliamento, a prezzi assai interessanti). Conquistiamo un punto di tutto rispetto per la vista del tramonto e attendiamo questo che, proprio come dicono, è un vero e proprio evento festeggiato ogni giorno insieme a migliaia di turisti. Macchine fotografiche a go-go per il calare del sole sull'oceano anche se, non essendoci nuvole, il tanto atteso evento risulta un pò piatto e onestamente meno bello di quanto ci si aspettava. Non lo potrei mai paragonare ad un tramonto di Ao Nang in Thailandia, tanto per fare un esempio... l'evento veramente mitico e del tutto inaspettato lo procurano invece i soliti esaltati americani. Poco dopo il tramonto, una barca a vela con almeno venti persone a bordo attraversa lentamente il molo tra le urla dei turisti. Da lontano sembra un comune gruppo di amici che salutano in costume, ma appena ci passano di fronte si svela l'arcano: sono nudisti venuti a prendere per il sedere (letteralmente!) i turisti, con dei bei "televisori" integrali e risate a più non posso! Niente di tremendamente osceno in realtà, anzi assai esilarante e simpatico, compresa la sconvolgente visione della generosa obesa da 200 chili nuda... beh, adesso posso dire di aver visto veramente tutto negli States!
Proseguiamo la nostra passeggiata sul molo a spinte, con un incalcolabile numero di persone che si fermano a guardare i più stravaganti artisti della strada, da quello che si impicca legato, a quello che fa un pò di circo coi gatti, al mangiafuoco vestito da wrestling che sembra voler incendiare tutto, e via andando... Lasciamo una magnifica nave da crociera alle nostre spalle ormai buio, e rientriamo al parcheggio dell'auto. Durante il tragitto verso Marathon, ci fermiamo ad un Publix (una catena di grandi market) per comprare dei tortellini da cucinare nel nostro bungalow-appartamento, insieme a un pò di insalata e frutta. Rientriamo al resort alle 21:00, ceniamo e facciamo un altra passeggiata sul piccolo molo.

1/11 - U.S. 1 North; Everglades: Anhinga trail e Gumbo-Limbo trail

Spendiamo tutta la mattinata in auto per risalire la 1 North verso Miami, fino a giungere al bivio che porta verso ovest all'interno delle Everglades. Sostiamo a pranzo ad un Burger King di passaggio (due cheesburer più patatine e coca cola per $ 6,50), sbagliamo persino strada andando oltre l'incrocio senza vedere il cartello (per niente evidente, considerata un'attrazione così importante!) e siamo costretti a tornare indietro. Dal lato Sud dalla U.S. 1 l'indicazione è ben segnata e così, alla fine, dopo qualche lungo rettilineo in mezzo a infiniti campi pianeggianti, eccoci al casello d'ingresso dove paghiamo il biglietto di $ 10 per auto, valido per una settimana intera. Qualche miglio più avanti e siamo di fronte al Visitor Center che sono già le 15:00 passate. Preleviamo qualche depliant di informazioni e proseguiamo per l'unica strada (la 9336) che attraversa questa sterminata palude senza fine. Pare che 1/3 della superficie della Florida faccia parte delle Everglades: è facile intuire che parliamo di un territorio vasto quanto nostre intere regioni italiane dove non c'è assolutamente nessun segno di civiltà umana, se non questa strada che la attraversa in parte da est a ovest giungendo fino a Flamingo. Più a Nord c'è un'altra arteria principale, la 41, e alcuni parchi nazionali come il Big Cypress. Uno dei modi migliori per visitare queste terre è considerata la canoa, con vari percorsi segnati, proprio perchè l'enorme palude mobile consiste per la maggior parte in un immenso acquitrino con mezzo metro di livello d'acqua costante, anche quando sembra di vedere in realtà terra, alberi e vegetazione. Bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi perchè la vista inganna! Organizzano anche lunghe escursioni che variano da un giorno solo a settimane intere e che attraversano le Everglades sul lato costiero da nord a sud, con accampamenti in punti prestabiliti. Questo luogo è una vera miniera d'oro per gli appassionati di natura poichè è sede di numerose specie floreali e faunistiche interessanti, e soprattutto per il bird-watching durante i periodi di migrazione. I binocoli sono d'obbligo. Ed è tra l'altro uno dei due soli luoghi al mondo dove convivono insieme alligatori e coccodrilli, che qui si possono incontrare casualmente ovunque nel loro habitat naturale.
Dopo poche miglia, vista l'ora, ci fermiamo subito nella piazzola organizzata da dove partono l'Anhinga e il Gumbo Lingo trail. Sono questi due tra tanti sentieri attrezzati con passerelle in legno che permettono di passare sopra la palude e dedicarsi all'osservazione. C'è una pace assoluta e i turisti si contano sulle dita delle mani. Alcuni preziosi cartelli mostrano e spiegano le specie che si possono avvistare. L'Anhinga trail prende il suo nome proprio dall'omonimo volatile, di cui vediamo subito diversi esemplari. Ammiriamo da vicino anche un magnifico Airone Blu, che vive solo da queste parti, altri aironi comunemente bianchi, un alligatore in lontananza che ci viene segnalato da due turisti di passaggio, una tartaruga marina che nuota tranquillamente a fianco del viale principale (non pensavo ci fossero anche queste!), il tutto immerso nel profondo silenzio della natura in un habitat strepitoso. Il sentiero di passerelle ad anello dell'Anhinga è di appena 800 metri, ma tra una doverosa fermata e l'altra, impieghiamo tre quarti d'ora abbondanti per tornare al punto di partenza dove, prima che faccia buio, ci inoltriamo all'interno del Gumbo Lingo trail. Anche questo è lungo 800 metri, ma a differenza del primo che passa sopra l'acqua della "prateria" mobile, questo si inoltra all'interno della jungla con alberi talmente intricati da non far passare uno spiraglio di luce. Non ce lo godiamo per niente e lo percorriamo per metà in piena corsa, dal momento che si presenta l'insormontabile problema delle zanzare. Mai viste così tante in nessun paese tropicale con annessa jungla dove siamo stati! Nonostante il nostro autan, che evidentemente mangiano a colazione come antipasto, lo stridulo acuto degli odiati volatili si fa sempre sentire nell'orecchio, i bubboni da puntura aumentano sempre più e mi vengono i crampi alla mano a furia di eliminarli sulla povera schiena di Stefania ricoperta da decine di questi mostri per volta. La fine del sentiero appare come la classica luce del corridoio buio interminabile dei film horror. Per fortuna la raggiungiamo presto e corriamo subito nell'auto. Qui, alcuni giganteschi uccelli neri che starnazzano aspettano qualche briciola da mangiare in atteggiamento sfrontato, salendo persino sul cofano della macchina nel nostro pieno stupore!
Possiamo lasciare le Everglades per oggi. Torniamo nella strada principale e proviamo a proseguire un pò sulla 9336 per qualche miglio, ammirando lo stupendo tramonto in un paesaggio selvaggio e del tutto solitario. La palude si estende a 360° fino all'orizzonte, ed è raro incrociare un auto in questo rettilineo senza fine: ancora una volta esattamente come si vede nei film...
Usciti dal casello torniamo nella 1 e cerchiamo un vicino motel tra quelli visti all'andata: il Travellodge va a meraviglia, con una stanza a $ 55 e un Pizza Hut take away vicino, dove Stefania ha la faccia tosta di vincere al primo colpo un pupazzetto giocando appena 50 centesimi in quelle macchinette con la piccola "gru" mobile da manovrare nella mischia di possibili peluche da prelevare.

2/11 - Everglades trail: Pineland, Pahayokee Overlook, Mahogany Hammock; Flamingo; West Lake trail; 40 west; Airboat; Naples

Rientriamo alle Everglades sulla 9336, andando più avanti del tratto percorso fino a ieri e scorgendo ai lati della strada i trail organizzati per le canoe. Alcuni sembrano veramente lugubri e da film horror, addentrandosi in stretti percorsi in quella fitta ed intricata ragnatela di mangrovie che deve pullulare di milioni di zanzare, mentre altri appaiono più rilassanti su grandi laghi all'aria aperta e alla luce. In entrambi i casi purtroppo esiste il problema fisico della canoa: ovvero, bisogna portarsela appresso in qualche modo in auto per miglia perchè dal visitor center a Flamingo non c'è altro posto per affittarla!
Continuiamo la nostra perlustrazione fermandoci nei successivi trail visitabili a piedi, iniziando dal Pineland (caratteristico per questo tipo di albero), poi per il Pahayokee Overllook (una terrazza con vasto e ottimo panorama sulla palude), e per finire il Mahogany Hammock. Tutti meritano di essere visti e presentano caratteristiche diverse. Oltre ai numerosi avvistamenti si ha la possibilità di osservare e capire (è sempre tutto spiegato nei cartelli educativi) l'importanza delle alghe e delle mangrovie nell'eco-sistema, così come dell'acqua stessa in contrapposizione con il fuoco. Gli incendi possono sembrare dannosi ma non tutti sono repressi perchè servono anche per far vivere una particolare specie di alberi che ha la corteccia sviluppata appositamente per resistere al calore e da cui non potrebbero vivere senza. Abbiamo persino l'opportunità di vedere un groviglio di radici e rami che creano uno strano muro compatto, formatosi da poco per il passaggio degli uragani che quest'anno, tra Charlie, Ivan e vari, sono stati particolarmente temuti e hanno lasciato il segno qui in Florida.
Arriviamo a Flamingo e ci fermiamo al Visitor Center per reperire qualche informazione e cartina. Siamo di fronte all'oceano e da qui si possono fare cose interessanti avendo un pò più di tempo. Dopo un breve giro, decidiamo di tornare indietro ma sbaglio direzione di marcia di una delle tre strade parallele asfaltate a pochi metri di distanza sul prato una dall'altra, del tutto deserte. Dopo dieci metri (contati) spuntano dal nulla addirittura due auto della polizia che mi fermano all'istante. Meno male che andavo a passo d'uomo e mi sono reso conto dello sbaglio, a cui avrei potuto rimediare subito spostandomi tre metri sul'altra corsia asfaltata nella direzione giusta. Il poliziotto scende tutto d'un pezzo dalla sua auto, si avvicina con camminata americana, e mi chiede, seguendo passo per passo un film poliziesco, la patente e i documenti dal finestrino mentre io non mi azzardo a togliere le mani dal volante come letto nei numerosi suggerimenti. Tempo 15 secondi da quando ho abbassato il finestrino e una nuvola nera di zanzare riempie clamorosamente l'auto... mi pungono dappertutto, persino nel labbro e sotto l'occhio, tanto da istigarmi a fare una battuta per niente apprezzata dall'uomo di legge del tipo: "Ci sono molte zanzare da queste parti, eh?". Il poliziotto capisce subito che siamo turisti (ovviamente) e immagina che l'auto sia affittata chiedendomi anche il contratto della compagnia, che non riesco a trovare nel cruscotto: l'ho lasciato in valigia! Perso un pò di tempo, mi chiede cortesemente senza fare una piega di rientrare in auto. Niente paternale e niente multa ma mi spiega come fare per spostarmi nella corsia parallela e levarmi "gentilmente" dalle scatole... e ci scorta fino a che non lasciamo alle spalle Flamingo! Troppo americano!
Nel frattempo, l'abitacolo è diventato un inferno zeppo di mosquitos assatanati e siamo costretti a fermarci alla prima piazzola per farne una carneficina. Non so davvero quante decine e decine ne abbiamo eliminato in pochi minuti: guai a chi si azzarda a riaprire il finestrino! Ci aspettavamo una realtà simile a quella della Thailandia e dello Sri Lanka, in pieno clima tropicale, ma questa è tutt'altra cosa, un vero incubo! Terminiamo la nostra visita alle Everglades con un altro trail sulla via di ritorno: il West Lake, che si affaccia sull'omonimo lago dove si può anche andare in canoa. E' un tratto corto ma estremamente interessante, che si districa all'interno della foresta di mangrovie e sbuca, sempre con passerella in legno, sul lago dove si scorgono, appostati in una piccola isoletta di sabbia, migliaia di uccelli ammassati insieme.
Anzichè tornare sulla 1, prendiamo una delle sue parallele verso nord che dalla cartina sembrano accorciare la strada per la 41, l'arteria principale che attraversa le Everglades e la Florida da est a ovest e dove speriamo di trovare per tempo la possibilità di fare un tour con l'airboat. Pensavamo di trovare una strada sola, così come segnato nella nostra cartina che a quanto sembra è del tutto inadeguata, e ci ritroviamo in un groviglio di strade parallele, trafficate più di quelle di Miami, e tutte uguali! Comunque sia troviamo l'imbocco per la 41 e dopo poche miglia, già prossimi al tramonto, troviamo uno dei centri che organizzano gli airboat. Siamo fortunatissimi perchè arriviamo all'ultimo giro disponibile prima che faccia buio e, a quanto dice il ragazzo che è il nostro "autista" e guida, anche all'ora migliore del giorno, proprio perchè il tramonto è prossimo e gli avvistamenti sono più frequenti. In un paio di minuti passeggiamo dietro la biglietteria dove alcuni esemplari di alligatori sono tenuti in gabbia, tra cui uno di dimensioni mostruose molto anziano. Saliamo nel nostro airboat e ci rendiamo conto di essere i soli, tanto per cambiare (molto meglio così!), mentre la guida ci spiega (ovviamente in americano) le solite regolette doverose di ogni tour su cosa fare e soprattutto non fare: mettersi i tappi di cotone (che ci fornisce) sulle orecchie per non rimanere assordati dal frastuono dell'elica, non sporgersi, non mettere le braccia fuori a portata di alligatori e per finire... beh... se "dovesse" capitare che uno di quei cosi salti con un balzo sull'airboat davanti ai nostri sedili, non preoccuparci perche è un problema suo. Come? Eh no caro, se uno di quei mostri mi salta davanti è un problema mio eccome, un grosso problema!!! Eccitati e carichi di adrenalina (sarà la paura?) iniziamo così il nostro tour partendo da una diramazione senza vegetazione che sembra un fiume (in realtà, non c'è terra ed è sempre tutta acqua quella intorno). Quella grossa elica fa veramente un gran baccano, mentre il pilota si diverte a governare lo scafo (lui è seduto più in alto rispetto a noi), regalandoci qualche grido con le sue stupefacenti "sgommate" nella palude. E' un vero spasso, e i colori del tramonto sono magnifici! All'inizio sembra di schiantarsi contro la terraferma quando si entra a tutta velocità sull'erba, poi ci si fa l'abitudine rendendosi conto che questa palude piatta è davvero sterminata e si estende all'orizzonte da qualsiasi parte la si guardi, spezzata solo da qualche albero o cespuglione cresciuto un pò troppo che si erge come una cattedrale nel deserto!
Dopo aver apprezzato le doti sportive della nostra guida, adesso è l'ora della cultura. Con varie soste, ci viene spiegato minuziosamente l'importanza di ciò che stiamo vedendo: dal fiore bianco, all'airone sull'attenti per il pericolo dell'alligatore, e ovviamente, agli alligatori stessi. "This is the best time" continua a ripeterci il ragazzo, e infatti ne vediamo parecchi. Lui li avvista da lontano, ormai è il suo mestiere ed è esperto. Si ferma, e osservando soltanto gli occhi e il naso dell'alligatore riesce a capirne la stazza e l'età. Dal suo comportamento, invece, se è solo o in compagnia. E mentre la testolina di uno dei rettili punta verso di lui, ci dice che in realtà l'alligatore sta guardando noi, poichè la loro vista funziona lateralmente e non frontalmente come quella umana. Racconta inoltre che prima i tour con gli airboat erano liberi, mentre oggi sono soggetti a molti vincoli e restrizioni. Lui è contentissimo del lavoro che fa perchè gli permette di stare a contatto con la natura in questo magnifico luogo e può insegnare a tanta gente nozioni importanti e utili sulla flora e la fauna che vanno protette e conservate incontaminate. Dopo queste e altre memorabili spiegazioni, torniamo alla base ormai quasi buio e dopo 45 minuti abbondanti di airboat. Un'esperienza davvero memorabile, che costa tra l'altro appena $ 14 a testa più una meritata mancia per il nostro simpatico e colto accompagnatore.
Alle 18:00 riprendiamo il tragitto per la 41 che si rivela una lunghissima linea retta interminabile, tale da costringere il guidatore (cioè io) a gioire nell'incontrare quelle variazioni di pochi gradi (da noi chiamate comunemente "curve") che provocano la lieve rotazione del volante e ti gratificano facendo sembrare che finalmente servi a qualcosa e stai davvero guidando... una strada che di notte, tra l'altro, sembra sospesa nel nulla e nel vuoto assoluto, visto che per decine di miglia non c'è un centro abitato e solo una buia palude intorno! L'autoradio, in questi casi, diventa una delle invenzioni più apprezzate che l'uomo abbia mai creato...
Arriviamo a Naples alle 22:00 e alloggiamo al Red Roof Inn motel sfruttando i coupon trovati in una rivista al Burger King e pagando una camera al prezzo scontato di $ 41 (comprese tasse)! Questa dei coupon è una vera dritta di cui ho sentito molto poco parlare ed ho scoperto oggi invece funzionare davvero. Esistono vere e proprie guide di motel per tutto lo stato piene zeppe di tagliandini che permettono, dietro semplice presentazione alla reception, di avere un consistente sconto sulla camera. Ovviamente deve esserci la disponibilità, poichè solo un tot. di stanze saranno riservate per il coupon. La cosa interessante è che in ogni caso si può avere già un prezzo indicativo, un'idea precisa e un indirizzo a cui rivolgersi quando si entra in una città e si deve cercare alloggio, sfogliando semplicemente la guida promozionale (del tutto gratuita).

3/11 - Naples: beach & Pier; Caribbean Gardens and zoo; Fort Myers

Alle 10:00 parcheggiamo l'auto e passeggiamo per la 5fth avenue, la strada principale del centro di Naples, ricca di negozi di abbigliamento delle grandi firme italiane e non, di banche e di gente vestita di classe (che da noi sarebbe normale, ma qui siamo in america...). Sostiamo in un Sturbucks per la colazione (un bel cappuccino simile a quello italiano ci voleva proprio!) e proseguiamo la camminata anche per le vie secondarie. Siamo in una delle cittadine più ricche della Florida e si vede eccome! A parte le solite ville da urlo, circondate da verde e quiete, di fronte ad un mega hotel rimaniamo a bocca aperta dalla vista di uno splendido laghetto che riflette il cielo (con tanto di paperelle) circondato da case solitarie da sogno. Diciamo la classica dimora sul lago che si vede nei film, qui però siamo in piena città... come se non bastasse, a due passi c'è il mare. Proprio alla fine della 5fth avenue infatti si trova il litorale. Spostiamo l'auto più vicino in un parcheggio a pagamento, e dopo pochi metri siamo al Pier, il lunghissimo molo in legno sulla spiaggia: la più bella vista finora con una sabbia bianca e fine, mare calmo di un bell'azzurro e vegetazione tropicale retrostante. E' organizzata con bagni, camerini e docce, rete da pallavolo e così via, ma senza sdrai o stabilimenti che ingombrano. Non c'è neanche la possibilità di affittare canoe, pedalò, moto d'acqua e varie e questo rende la spiaggia molto rilassante e libera. Percorriamo il molo per intero, notando una sfilza di pescatori appassionati di lenza che preparano enormi esche per prendere enormi bestioni sottostanti. C'è anche un delizioso punto di ristoro e più avanti un punto di osservazione con tanto di panchine. Rimaniamo una mezz'oretta ad osservare emozionati il nostro primo delfino in mare aperto: è bellissimo e spunta ogni tanto in superficie a respirare! Siamo allibiti però nel notare che nessuno lo calcola al di fuori di noi... è evidente che i delfini qui sono cosa comune...
Andiamo a rilassarci in spiaggia e a fare un bel bagno. Per pranzo compriamo un hot dog e uno smoothies strawberry sul molo e lasciamo il litorale dopo le 15:00.
Ci spostiamo ai Caribbean Gardens, attirati da un depliant reperito al Pier e dalla possibilità di vederne i giardini tropicali. Si entra da un piccolo laghetto immerso nel verde dove nuotano liberamente papere e piccole tartarughe. All'ingresso compriamo i biglietti, ci viene data una mappa e scopriamo che in realtà l'attrazione è Caribbean Gardens & Zoo e comprende quindi anche la visita a diverse specie animali. Per fortuna, non ce ne sono chiusi in gabbia ma sono tutti lasciati più o meno "liberi" all'interno di recinti. Dopo l'area floreale (in realtà assai limitata), passeggiamo per il reparto dei felini tra leoni, tigri e le rare pantere della Florida. Un cartello spiega come di queste ultime ne siano state uccise parecchie dalle auto durante l'attraversamento: e io che pensavo che il cartello "attenti alle pantere" sulle strade fosse la solita americanata... Il posto è molto rilassante e immerso nel verde. Al centro vi è un laghetto che si può visitare prendendo un caratteristico battello che effettua dei percorsi guidati attorno a delle piccole isolette dove vivono specie diverse di lemuri. E' senza dubbio la cosa più originale e interessante di questa attrazione! Il "comandante" è un personaggio come tanti altri qui negli States e ci istruisce con le sue spiegazioni, infogandosi tremendamente nel vedere le mamme con i piccoli, oppure di fronte ad alcuni esemplari che escono dalla loro casetta in legno all'improvviso, compiendo continue manovre "avanti-indietro" per ripetere l'avvistamento e permetterci di scattare le foto di rito. Terminato il giro proseguiamo per altre aree dello zoo trovando pappagalli, "wild dog" (una razza particolare di cani agili e velocissimi che vivono in Africa), tartarughe, cervi, alligatori, e molto altro ancora (di cui specie sconosciute di animali dei quali ignoravo l'esistenza...).
All'uscita compriamo alcune cartoline nel negozio di souvenir e lasciamo Naples alle spalle proseguendo verso nord fino a Fort Myers. Qui cerchiamo a lungo un motel fino a trovare il Palm Beach, un pò in periferia. E' certo uno dei più spartani che è capitato fino ad ora. Di fronte abbiamo un Domino's, catena di fast food simile al Pizza Hut, che scegliamo subito per portare via una bella pizza "take away". Ci rendiamo presto conto che anche il quartiere dove siamo capitati non deve essere certo tra i più rinomati. Prima di noi c'è una ragazzina di colore vestita con la maglia al contrario (in entrambi i sensi: l'etichetta di dietro davanti e il vestito al rovescio), la quale si lamenta energicamente in gergo che è da mezz'ora che aspetta l'ordinazione. Il ragazzo del Domino's, bianco, alto 1 metro e 90 con fisico alla Swarzy, ovviamente non fa una piega. Non fa in tempo ad uscire la ragazza che entra un altro personaggio, anch'egli di colore, anch'egli vestito in maniera esageratamente trasandata, con i boxer rossi che escono fuori dal suo pigiama strappato dappertutto che gli scende a mezzo sedere, grosso quanto il tipo delle ordinazioni. Impossibile capire il discorso tra i due, in un gergo che fa sembrare la lingua americana non molto differente dalla cinese... visi non proprio simpatici, anche se certo non è il caso di giudicare per così poco. Certo non siamo a Naples e in ogni caso... meglio prendersi la nostra pizza e coca cola per $ 15 e rientrare subito in motel!

4/11 - Sanibel Island; Captiva Island: spiaggie e tour delfini in barca

Alle 9:30 siamo in auto per le vie di Fort Myers. Al primo impatto il centro non lascia una buona impressione, con questi palazzoni e isolati un pò più "decadenti" della media. Poi attraversiamo invece un bel quartiere residenziale che risulta assai più attraente (ma non come quello visto a Naples ieri!). Più avanti ancora arriviamo al ponte dove si paga il toll di ben $ 6 (pedaggio) che collega a Sanibel Island: è il doppio di quello che ci aveva comunicato Erika, ma probabilmente è dovuto ai problemi creati dagli uragani di fine estate. Ci fermiamo al visitor center per reperire la solita cartina e le informazioni e scopriamo per iniziare che l'isola è divisa in due: la parte occidentale è visitabile liberamente dai turisti, la parte orientale è adibita a riserva naturale ed è accessibile tramite ulteriore pagamento d'ingresso. Facciamo un giro percorrendo le uniche due strade che attraversano l'isola, rimanendo favorevolmente impressionati dai velocissimi lavori di ristrutturazione dei danni provocati dagli uragani: le case sono incolumi e la maggior parte della vegetazione appare intatta.
Ben diversa è la situazione invece a Captiva Island, l'isola immediatamente successiva collegata anch'essa da un piccolo ponte. Qua i danni si vedono chiaramente e in maniera inequivocabile! Buona parte delle palme sono spezzate, molti alberi rasi al suolo e si vedono di frequente quegli "agglomerati" di rami che formano un blocco unico che avevamo già visto in un trail alle Everglades. Rimaniamo sorpresi per le case invece che non presentano gravi danni eccetto qualcuna con il tetto in parte rovinato. Se l'uragano ha la forza di sradicare gli alberi con le radici, perchè non anche le case visto che sono tutte in legno? o forse, visto che parliamo di gente ricca da queste parti, sono tutti assicurati e ogni volta se la ricostruiscono a tempo di record? E' un mistero a cui cercheremo spiegazione. Nel frattempo, rimaniamo impressionati dal paesaggio di questa natura "spezzata" dalla sua stessa forza distruttiva. Captiva Island è un pò più selvaggia di Sanibel e c'è addirittura solo una stretta strada che la percorre da sud a nord per intero.
All'estremità settentrionale dell'isola ci fermiamo in un parcheggio a pagamento per vedere la spiaggia. La macchinetta che prende i soldi però non funziona: l'uragano deve aver danneggiato anche questa! Non c'è nemmeno alcun addetto così, dopo aver visto altri turisti provare e riprovare come noi invano a infilare le banconote, ci rassegniamo "molto dispiaciuti" a goderci un pò di relax gratis (per una volta!). In realtà restiamo un pò delusi perchè ci aspettavamo le conchiglie e un mare più bello, che invece appare torbido e molto mosso. Erika l'ha descritto come un paradiso e invece era molto più bello a Naples! E' comunque difficile dare un giudizio in questo momento, visto che con tutta probabilità l'eco-sistema di entrambe le isole ha subito un duro colpo dalla devastazione degli uragani. Basta vedere di fronte a noi le ruspe che lavorano sul giardino del resort, le palme alte scarne come i rami degli alberi secchi e quelle basse nuove appena piantate per sopperire alle sradicate... probabilmente anche le conchiglie sono state spazzate via e ne rimangono solo alcuni residui in piccole strisce di sabbia... per fortuna gabbiani e pellicani non mancano mai a vivacizzare l'oceano e riusciamo a vedere non molto lontano anche diversi delfini nuotare in coppia.
Pranziamo con qualche panino comprato al market all'ingresso dell'isola e ci dirigiamo verso il centro dove, in un piazzale, un'agenzia che abbiamo visto nei depliant del visitor center effettua tour in barca per l'avvistamento di delfini. Chiediamo informazioni e prenotiamo per quello delle 15:30 per $ 20 a testa. Mentre saliamo in barca dal molo, abbiamo modo di riscontrare che anche qui il mare è a dir poco pessimo: molto torbido, scuro e carico di foglie, rami e fango. La gita in battello si rivela invece molto rilassante nel primo tratto, dove navighiamo all'interno del golfo, ed eccitante nella seconda, dove iniziano gli incontri con i dolcissimi e intelligenti mammiferi. Il comandante spiega come loro amino il rumore del motore (è per quello che si vedono sempre seguire le imbarcazioni sulla scia della schiuma posteriore) e le grida dei bambini: una bella esperienza!
Al termine della gita alle 17:00, torniamo a Sanibel giusto in tempo per il tramonto sulla spiaggia, calpestata da migliaia di volatili di ogni tipo, forma e grandezza, che ne donano un grande fascino.
Riprendiamo il nostro viaggio in auto percorrendo la 41 nord fino a Sarasota, dove alloggiamo all'Allamanda motel, piuttosto spartano ma con una signora polacca veramente simpatica e disponibile che lo gestisce. La camera viene $ 57 e, nonostante sia un pò datata, è comunque pulita e confortevole. Il parcheggio dell'auto, come nella stragrande maggioranza dei motel, è proprio di fronte alla stanza. Per cena improvvisiamo il nostro primo "dry e thru" da Burger King, ovvero l'ordinazione e il prelievo del cibo senza scendere dall'auto. Proprio come si vede nei film, si segue il corridoio in fila, si arriva ad una specie di altoparlante che chiede l'ordinazione (c'è il cartellone col menù appeso dietro!), si attende qualche minuto al massimo ed ecco qualche metro più avanti arrivare un ragazzo che consegna la cena e prende il pagamento. Funzionale, essenziale, efficiente, veloce e... mostruoso... la pigrizia americana non ha eguali nel mondo! Certo è che, come prima esperienza, è un pò traumatica per chi come noi non è abituato a questi sistemi: proprio perchè il servizio si basa su tempi stretti, non è facile decidere al volo cosa prendere dal finestrino, spiegarlo in fretta e furia al microfono con l'altoparlante che incalza l'ordinazione e il piccolo monitor dove compare in tempo reale quello che si è appena deciso... una cosa però è fuori da ogni dubbio: le risate sono assicurate!!!

5/11 - Sarasota; Ringling Museum, Cà D'Zan Mansion, Circus Museum, Museum of Art

Una breve sosta al Wallgreens (catena di market) per gli alimenti di prima necessità, ed eccoci per le strade di Sarasota, un'altra bella cittadina della Florida. Oggi proviamo a dedicare la nostra attenzione ad un pò di cultura e storia visitando il Ringling Museum of Art, che corrisponde al lascito di John Ringling (1866-1936) e di sua moglie. John Ringling legò questo museo, la sua collezione e i 66 acri di terre e giardini che dominano la Baia di Sarasota alla gente della Florida. Lo Stato prese possesso della proprietà e ne trasferì l'amministrazione alla Florida State University, fondando così uno dei più grandi e unici centri culturali universitari in America. L'ingresso è sulla U.S. Highway 41 (Tamiami Trail) dove parcheggiamo l'auto e paghiamo il biglietto si $ 15 a testa che comprende ben tre diversi musei inseriti in un unico parco.
Iniziamo con la Cà D'Zan Mansion (che in dialetto veneziano significa "Casa di Giovanni"), la residenza invernale dei Ringling dove veniamo condotti da una divertente macchinina elettrica che fa il servizio di accompagnamento. In realtà, la distanza è percorribile tranquillamente a piedi... Ci aggreghiamo ad uno dei tour guidati che partono frequentemente per la visita all'interno della villa, disegnata da un architetto newyorkese e costruita tra il 1924 e il 1926. Cà D'Zan rievoca lo stile veneziano-gotico dei palazzi che i Ringling ammirarono durante i loro viaggi, ed oggi è completamente restaurata nella sua magneficienza. Non paragonabile ai capolavori veneziani secondo me, ma sicuramente molto bella e rifinita nei particolari. Bisogna tener presente poi che qui siamo in America e non in Europa, e quindi questo è un pezzo di storia e arte importantissimo.
Dopo la visita della mansion passeggiamo per il parco e il Garden Rose, entrambi abbelliti volutamente dai proprietari che, non accontentandosi delle locali pianti quali palme, querce e pini, aggiunsero una collezione di piante esotiche incluso l'albero delle salsicce, alberi del pane e araucarie. Arriviamo al Circus Museum, un curioso ed originale museo dedicato al circo e ai suoi artisti (John ne aveva uno a Sarasota con cui fece fortuna con i suoi fratelli). E' poco più di un capannone dove sono stati raccolti oggetti che documentano la storia del circo americano e dove sono esposti volantini, poster, fotografie, costumi, attrezzi dello spettacolo, vagoni circensi minuziosamente dettagliati, nonchè (la cosa a mio parere più simpatica da vedere) la ricostruzione di un circo in miniatura!
Per ultimo visitiamo il Museum of Art, dove i Ringling accumularono una collezione di oltre 600 dipinti in vari saloni, diverse sculture e oggetti di decorazione. Qua si trovano opere di Rubens, Poussin, Hals, Velàzquez, De Hemm, Cranach, Pietro da Cortona, Guercino e altri grandi artisti del Rinascimento e del Barocco.
Verso le 15:00 ci spostiamo per pranzo in un buffet italiano trovato nei numerosi depliant, dove con $ 11 a testa beviamo e mangiamo a più non posso qualcosa che assomigli alle nostre specialità più succulente (si inizia ad essere stanchi dei fast food dopo due settimane!). Imbocchiamo quindi la Interstate 75 nord fino a St. Petesburg, attraversando nei pressi della baia un colossale ponte da ben 11 miglia! E' troppo tardi per fermarsi a vedere la città e così tiriamo dritti per la 19 nord percorrendo un lungo tratto fino a Crystal River dove arriviamo alle 20:00 passate. E' una tappa obbligata visto che domani abbiamo il tour dei lamantini prenotato per la mattina presto. Mentre cerchiamo alloggio ci rendiamo conto che questa piccola cittadina americana è divisa in due ed è alquanto tranquilla e a tratti buia. In alcuni frangenti, queste case isolate nel bosco mi danno un'idea similare a quelle di Stephen King del Maine e un senso di solitudine quasi inquietante... Troviamo un motel spartano con una signora un pò scoppiata e molto simpatica che ci offre una camera per $ 55 in tutto, vicinissimo al Days Inn (che costa parecchio di più) il quale è il punto di ritrovo per il tour.
Avendo mangiato bene a pranzo, a cena ci accontentiamo della solita spesuccia al Wallgreens, sempre presente in qualunque centro abitato della Florida.

6/11 - Crystal River: tour snorkelling con lamantini; Treasure Island: spiaggia

Alle 7:45 in punto siamo di fronte al Crystal River Watersport, proprio dietro il Days Inn motel. Entriamo nel caseggiato in legno immerso nel giardino verde con il fiume alle spalle. Una signora risale alla nostra prenotazione e ci mostra l'attrezzatura per il tour con i manatee (lamantini), che consiste in uno snorkelling sul fiume nel quale questi animali vivono liberamente. Prendiamo maschera e pinne, indossiamo la muta insieme ai nostri compagni (siamo in 6 per lo snorkelling e 2 per un'immersione diving), e attendiamo qualche minuto infreddoliti (sembra incredibile ma da ieri notte è arrivata un'aria gelata!). Un signore ci fa nuovamente accomodare dentro per vedere un breve documentario sulla vita dei lamantini, e sulle precauzioni da prendere per provocare meno disturbo possibile a questa specie in via di estinzione che vive praticamente solo in Florida in alcune regioni. Il fiume del Crystal River è una di queste, e pare che diventi il loro habitat durante la stagione fredda, nel momento in cui i lamantini lasciano l'oceano e si rifugiano in queste acque dalla temperatura più mite. Il documentario infonde una tenerezza incredibile. Questi animali sono completamente miti e docili, di una perfetta ingenuità, con una testa grande più o meno quanto quella di un uomo, occhi piccoli e muso grande, un corpo enorme che sembra un dirigibile gonfiato tanto da esplodere che può arrivare a diversi metri di lunghezza, e una sola pinna posteriore. In effetti sembrano come i trichechi ma non hanno i denti, e per mangiare le alghe del fondo le portano alla bocca con le due pinne superiori (proprio come noi umani il cibo con le mani) e le masticano ruminando goffamente! Sono della famiglia dei sirenidi e c'è la leggenda che Cristoforo Colombo, arrivando alle americhe, ne abbia scambiato qualcuno per un essere umano creando il mito appunto della "sirena"). Sono tanto grandi e grossi quanto bonaccioni. Il loro problema è proprio questo, insieme al fatto che sono lenti e non possono fare alcun male. La loro curiosità spesso li spinge verso le barche provocando gravi ferite al corpo dalle pale delle eliche. Oggi, per fortuna, con una campagna di sensibilizzazione, dovuta anche a queste iniziative turistiche, il Crystal River è chiuso alle barche a motore e per navigare bisogna chiedere i permessi. Consigliano di non disturbare l'animale in nessun modo, non fare movimenti bruschi in acqua e nuotare lentamente, non urlare e parlare a bassa voce, non prendere mai alcuna iniziativa nei loro confronti. Deve essere lui ad avvicinarsi e a stabilire un contatto, che in genere avviene proprio per la loro curiosità. Alla fine del documentario, non possono mancare le americanate di rito, che mostrano gli atti di eroismo nelle operazioni di salvataggio di lamantini feriti, che vengono prelevati, portati in elicottero in speciali container per le cure e riabilitati. In questo caso sono a fin di bene, quindi voto appieno per le americanate...
E' ora di muoversi! Viene preparata l'imbarcazione ma, con grande sorpresa, non prendiamo il largo dal fiume che è di fronte a noi. Ci viene detto di seguire in auto la nostra guida che condurrà il gruppo poco più avanti al molo sul porto: nessun problema, tranne per il fatto che siamo "comodamente" vestiti con la muta da megalomen a piedi scalzi e guidare è proprio buffo! Se ci ferma la polizia adesso se ne fanno di risate eh!? Arrivati al porticciolo, la nostra imbarcazione viene ammarata e arriva il capitano, un signore sulla sessantina, un vero americano della marina. E' questa è un'altra sorpresa: ci salverà lui se qualcuno si sente male? Navighiamo dunque tra le placide acque del Crystal River, ammirando lo splendido paesaggio intorno e la vita americana di provincia. E' tutto di una tranquillità inverosimile, e che meraviglia quelle casette sul lago col molo privato e la barchetta in legno sul fiume! Mi rode un profondo senso di invidia perchè qui non parliamo dei ricchi di Naples, questa è una cittadina qualunque dell'interno della Florida e tra l'altro ben lontana dal turismo di massa...
Dopo appena un quarto d'ora di quiete, svoltiamo in un'ansa e scorgiamo due imbarcazioni e due ragazzi facendo snorkelling alle prese con i lamantini. "Siamo arrivati!" dice il capitano. Appena fermi, i curiosi animali iniziano ad avvicinarsi e aumentano sempre più di numero sotto i nostri occhi sbalorditi: sono davvero grossi! Indossiamo maschere e pinne, e ci immergiamo lentamente per non spaventarli. Cosa che risulta molto più difficile del previsto, primo perchè l'acqua è a dir poco gelata (altra sorpresa inaspettata per me, ma non si rifugiano qua per la temperatura mite!?), secondo perchè non si vede nè il fondo nè a pochi metri di distanza visto il colore torbido del fiume, e terzo perchè sono loro a farci inizialmente un pò di paura. Una volta sotto infatti, veniamo letteralmente circondati da questi bestioni! Me ne ritrovo tre tutti insieme, due ai lati e uno in sotto, talmente vicino quasi da stritolarmi. Ma nonostante la loro mole intimidatoria, ci accorgiamo presto che si muovono talmente lenti e con tanta eleganza da non poter fare alcun male involontario. Iniziamo ad accarezzarli nella loro grossa pelle simile a quella degli elefanti (a loro piace molto essere "grattati" nella schiena), e a qualcuno persino in testa. Passano ovunque nei pressi dell'imbarcazione e sono di una dolcezza a dir poco commovente. Si strusciano persino tra di loro per avere le coccole, proprio come fanno i gatti poggiando la testa di uno sul corpo dell'altro, nuotano a pancia in su, strizzano quegli occhietti ingenui e nuotano quasi sempre insieme. Sono bellissimi, stupefacenti! La guida ci aveva detto che erano animali dall'animo gentile, con la pace nel cuore, ed è assolutamente così. Sono semplicemente dei bonaccioni, dei teneroni con una continua voglia di giocare e di affetto. Sembrano degli angeli puri scesi sulla terra, è pazzesco che animali così affascinanti stiano rischiando di estinguersi. Rimango tre quarti d'ora in acqua ad ammirare questo spettacolo e poi sono costretto a desistere per il freddo. Non ho mai avuto freddo con la muta addosso ma qui l'acqua è davvero congelata! Gli altri del gruppo sono quasi tutti rientrati, rimangono con i lamantini solo Ste e un'altra ragazza. Lo spettacolo continua comunque anche da sopra la barca, poichè i lamantini passano di continuo e qualcuno riesce a fargli le carezze in superficie sul muso! Provo a fare qualche foto decente almeno da qua con la mia bella Canon EOS 300D, dal momento che con la fotocamera subacquea devono essere uscite pessime col torbido e il pulviscolo fangoso del fiume. Rientrato tutto il gruppo dello snorkelling in fase di assideramento, è l'ora dei due ragazzi del diving che, accompagnati dal capitano, vanno a visitare una grotta sotterranea nei pressi. Mentre li aspettiamo togliamo la muta e cerchiamo di riscaldarci in questa fresca mattinata. I lamantini si diradano e qualche altro gruppo arriva a fargli visita. Pare che non siano fortunati quanto noi, perchè vengono fino alla nostra barca per vederli. C'è da dire che fanno anche un gran baccano, mentre noi abbiamo rispettato alla perfezione le regole di pace e silenzio dateci nel documentario. Anche se non l'avessimo visto, in ogni caso, certe cose sono scontate: basta avere un pò di rispetto quando si è in "casa altrui" come si suol dire... Rientrati i divers, torniamo al molo dove finalmente possiamo vestirci e stare un pò al calduccio nella nostra auto. Una delle ragioni per cui siamo venuti in Florida è stata proprio quella di ammirare questi animali, nonostante sia una delle cose poco pubblicizzate e meno turistiche rispetto alle grandi attrazioni dei parchi giochi di Orlando e dintorni, di città come Miami, delle Keys etc.etc. E, senza alcun ombra di dubbio, è stata infatti anche la cosa più toccante ed emozionante che abbiamo fatto negli USA!
Imbocchiamo la 19 sud e lasciamo Crystal River, scendendo nuovamente giù verso St. Petesburg. Pranziamo ad un Burger King di passaggio e arriviamo in città verso le 16:00. Seguendo il litorale ci ritroviamo in una serie di isole collegate tra loro, dove cerchiamo alloggio trovando dopo qualche tentativo il Beach House motel a Treasure Island. Il signore che lo gestisce è un personaggio unico nel suo genere; simpatico, anche se con uno strano umorismo. Uno di vecchia data, tradizionalista, che scrive ancora tutto a mano e non accetta neanche la carta di credito! Qui negli U.S.A. dove paghi con la carta anche un solo dollaro per i francobolli sembra proprio roba d'altri tempi! A dispetto della tecnologia intanto, questo eccentrico signore si è costruito il suo impero, che mostra mentre mi accompagna a vedere la stanza. Ha praticamente un isolato tutto suo dove affitta camere a destra e a manca. La nostra è staccata da tutto e sembra una vera e propria baita (però siamo a mare e non in montagna!). E' del tutto indipendente e senz'altro datata, ma assai accogliente all'interno: c'è la moquette, un piccolo soggiorno con tavolo e televisore, la camera da letto e il bagno. Manca solo il telefono. La "Ice Machine" è di fronte, bisogna solo attraversare la strada. Ho notato che tengono sempre a precisare dove si trova la macchina del ghiaccio in tutti i motel: deve avere una certa importanza qui in Florida ed evidentemente gli ospiti la richiedono. Io non l'ho mai usata!
Lasciamo le valige e andiamo a fare una passeggiata in spiaggia per il tramonto. Il litorale è stupendo, lunghissimo e veramente affascinante. Bella la sabbia e l'oceano. Non c'è quasi nessuno, tranne verso il crepuscolo dove un gruppo di persone si riuniscono in una sorta di banchetto, mentre qualche ragazzo si diverte a giocare con la sua tavola sulla battigia. Sullo sfondo, i grattacieli americani contrastano la solitudine di questo posto.
Verso 21:00 ci spostiamo in auto nell'isola di Madeira, a fianco a Treasure Island con la quale è collegata da un piccolo ponte. Subito sulla destra c'è un quartiere vivace e caratteristico con alcune vie di negozi, che seguono ristoranti e locali su passerelle di legno proprio di fronte al mare. Per nostra sfortuna sta chiudendo tutto e dopo una breve camminata torniamo indietro, trovando una pizzeria da asporto dove portiamo via la ormai collaudata pizza americana medium (per due porzioni va benissimo, figuriamoci cosa può essere la large...).

7/11 - Treasure Island spiaggia; St Petesburg: Dalì museum, Pier

La giornata di oggi ha come scopo il relax totale. Siamo due settimane che corriamo da una parte all'altra e visto il bel posto dove siamo capitati, decidiamo di rinunciare alle Universal Studios ad Orlando e di restare qua ancora una notte. Domani, rimanendo solo un giorno alla partenza, daremo la preferenza al parco del Sea World. Stiamo in spiaggia diverse ore a prendere il sole e passeggiare. Anche qui, come mi è capitato spesso di notare dalle altre parti, per arrivare alla spiaggia dalla strada asfaltata si passa attraverso passerelle di legno. In ognuna di esse c'è un bel cartello che indica cosa si può e cosa non si deve fare. In particolare mi colpisce il fatto che è vietato camminare nella steppa, chiamiamola così, ovvero in quei dieci, venti metri, a volte di più, di erba lasciata totalmente incolta che intercorre tra i resort o le case sulla strada e la spiaggia stessa. In effetti, mi chiedevo come mai gli hotel non curassero il "lato mare", come avviene da noi, adibendolo a giardino, prato con sdrai e ombrelloni, etc.etc. Qui non si può fare. Tra l'altro è notevolmente meno bello da vedersi questo tratto lasciato incolto. La spiegazione è che gli americani lo considerano suolo "sacro" per lasciare il giusto spazio ed equilibrio alla flora e fauna, e probabilmente per conservare la sabbia stessa che viene trattenuta dai cespugli durante i giorni più ventosi o di mareggiate. Anche a questo servono dunque le passerelle in legno, oltre che come servizio ai portatori di handicap! E a questo punto non posso che inchinarmi di fronte alla saggezza americana, perchè a quanto sembra noi in Sardegna di scempi ne abbiam fatto tanti sorvolando queste banali regolette, a partire dal nostro caro e amato litorale di Cagliari che sta scomparendo... chi se ne frega di vedere il prato inglese e i giardini fioriti come se fosse sempre primavera, meglio conservare il luogo incontaminato che assume tra l'altro un aspetto più selvaggio e naturale. Può sembrare un controsenso parlare di spiaggia incontaminata nella civiltà dell'America, ma quei palazzoni sullo sfondo non arrivano mai fino al mare e non disturbano affatto, creano soltanto un bizzarro contrasto, e non ci sono lidi con sdrai e ombrelloni, oppure semplici chioschi di ristoro... ma è possibile? Questa è la realtà di ciò che ho visto io in Florida in questo viaggio, probabilmente sono stato fortunato, probabilmente è perchè siamo in bassa stagione (ma perchè poi, se a mare si sta benissimo?), probabilmente non lo so ma son convinto che al pensiero di una visione di spiaggia soffocante come quella di Rimini a questi americani verrebbe davvero la pelle d'oca (giustamente!).
Per pranzo compriamo hot dogs e un energetico milk shake in un piccolo chiosco retrostante la spiaggia (trovato per caso, perchè non si vede neanche talmente è lontano...). Stiamo ancora un pò al sole e poi alle 14:30 saliamo in auto per raggiungere il centro di St. Petesburg, dove con l'aiuto della cartina ci dirigiamo verso il porto e più precisamente al museo dedicato a Salvador Dalì. L'ingresso costa ben $ 14 ma è una tappa d'obbligo per gli appassionati d'arte. Le sale non sono tantissime e si possono girare tranquillamente in un paio d'ore. Vi sono esposte le principali opere dell'autore insieme a tutta la sua biografia e crescita artistica, affiancate con le sue collaborazioni nel mondo del cinema. Una di queste era quella della Disney, la quale è rimasta solo allo stadio di progetto senza essere andata mai in porto. In questi ultimi anni il suo lavoro è stato riconsiderato e oggi questo progetto è stato ultimato seguendo il lavoro originale di Dalì. Lo vediamo realizzato in un piccolo cortometraggio a cartoon all'interno di una sala apposita, davvero astratto e singolare!
Terminata la visita, ci spostiamo senza meta verso il litorale e veniamo attratti dal Pier. A differenza degli altri semplici moli in legno, qui parliamo di civiltà e tecnologia. Una strada asfaltata a due corsie si addentra per l'oceano e termina in una "torre" panoramica che è un mini centro-commerciale di tre piani, con negozi di abbigliamento, souvenirs, ristoranti e locali, un acquario e un belvedere, dal quale si gode una splendida vista dello sky-line della città e dei suoi grattaceli, soprattutto al tramonto. Ne approfittiamo per assaggiare qualche dolce e acquistare gli ultimi regali da portare a casa.
Torniamo alle 19:00 passate nella nostra "baita" e ceniamo con un'altra pizza delivery. Iniziamo a preparare le valigie e andiamo a letto presto: domani ci aspetta una lunga giornata!

8/11 - 275 East e 4 North per Orlando; Sea World theme park

Alle 7:30 siamo già in auto sulla 275 nord che da St. Petesburg si dirige verso Tampa. Qui troviamo un pò di traffico e imbocchiamo la Interstate 4 east verso Orlando. Sostiamo per la benzina e la colazione e alle 10:00 eccoci alle porte della rinomata città della Florida resa tanto famosa dai parchi di divertimento. Seguiamo i cartelli per il Sea World che ci conducono dritto dritto agli sterminati parcheggi senza possibilità di errore. Mai visti di così grandi: interi campi di calcio che sembrano non finire mai! Leggiamo bene il cartello con il numero della fila per avere qualche speranza di ritrovare l'auto al rientro senza girare a vuoto cercando un ago in un pagliaio...
All'ingresso non c'è molta fila. Il biglietto valido per l'intera giornata costa $ 57 a testa. Come al solito, paradossalmente, la tessera annuale costa solo qualche dollaro in più! Procuriamo la cartina e iniziamo la visita di questo parco a tema di Orlando. I primi metri dicono già tutto: l'atmosfera è serena, c'è un sottofondo rilassante e per niente frenetico come ai parchi Disney. Le attrazioni sono di diverso tipo e fondamentalmente si dividono in quelle visitabili in ogni momento all'interno di padiglioni e quelle invece degli spettacoli, che hanno orari predeterminati.
Scegliamo di vedere subito quello delle orche marine (The Shamu Adventure). Attraversiamo mezzo parco per arrivarci, aggirando il laghetto centrale (caratteristico di tutti i parchi a tema). Un'enorme arena all'aperto a mezza luna ospita i turisti di fronte all'immensa vasca con le orche. E' già quasi tutto pieno e cerchiamo velocemente due posti con una visuale decente. Siamo però all'interno delle prime 14 file, ovvero la cosìddetta soak zone la quale, durante lo spettacolo, è considerata zona ad alto rischio per bagnarsi! Durante l'attesa viene condotto un simpatico gioco a quiz, dove i protagonisti siamo proprio noi del pubblico! Viene fatta una domanda nel grande schermo al centro della piscina e la telecamera inquadra a sorpresa uno degli spettatori. Qualcuno non si accorge nemmeno di essere ripreso... Le orche nel frattempo vascheggiano tranquille nella piscina: sono enormi e incredibilmente affascinanti. Lo spettacolo ha inizio: lo conduce un gruppo di ragazzi in muta, i quali spiegano al microfono cosa sta per accadere. Ogni show ha lo scopo, oltre che di divertire, di mettere in risalto quali sono le vere potenzialità di questi animali. In una parola: mostruose! Una stupefacente intelligenza e interattività, perfetto controllo del fisico, del movimento, dell'equilibrio: potenza allo stato puro! La simbiosi tra gli istruttori ed i mammiferi è impressionante, fanno parte l'uno dell'altro. Insieme sono in grado di nuotare sopra e sotto l'acqua in profondità, farsi trasportare sul muso, a pancia in sù, farsi lanciare in verticale con una spinta allucinante nella quale l'orca esce per intero dall'acqua, e via andando. Quest'ultima si prende persino gli applausi nel suo "piedistallo" fuori dall'acqua, dal quale è in grado di tornare indietro col solo spostamento del peso muovendo la pinna. La ricompensa consiste ovviamente nel cibo, dei quali fanno grandi scorpacciate. E per concludere, arriva pure il bagno. Per fortuna il ragazzo avverte chi, nella soak zone, sia in possesso di macchine fotografiche costose, suggerendo di sposarsi oltre la 14° fila: non me lo faccio dire due volte, mentre Stefania resta intrepida nella sua postazione. Con qualche colpo di coda ben dato, l'orca è in grado di spostare un volume d'acqua che ha dell'incredibile! E non è affatto casuale, sa perfettamente dove sta mirando... Tra urla e gente inzuppata a più non posso, termina così lo spettacolo in una euforia generale: davvero molto, molto bello. Vale la pena venire al Sea World per vedere solo questo!
Ci spostiamo nell'area Pacific Point Preserve, dove i leoni marini gridano a più non posso per costringere i turisti, come noi, a comprargli da mangiare. Sono molto furbi non c'è che dire... Poco più in là si tiene un'altro spettacolo, Pirate & Lion, dove stavolta i protagonisti sono proprio i leoni marini insieme a dei simpatici ragazzi attori che inscenano, sullo sfondo di una suggestiva scenografia con tanto di vascello, un'esilarante commedia davvero gradevole. Anche stavolta sono enormemente sorpreso dall'intelligenza di questi animali che compiono le più stravaganti azioni e acrobazie con una semplicità imbarazzante...
All'uscita proseguiamo la visita finendo in una delle attrazioni più divertenti e richieste del Sea World: Journey to Atlantis, ovvero un viaggetto verso la leggendaria Atlantide tramite il classico vagoncino che segue il suo percorso forzato galleggiando sull'acqua. Ci fanno sistemare gli zaini in appositi box, comprese macchine fotografiche, e durante la fila notiamo tutti vestiti leggeri pronti per lo splash finale che si vede dall'entrata. Pensiamo sia come quello della Disney (Splash Mountain), dove siamo usciti indenni, ma qui è ben diverso. Il percorso è tranquillo finchè non arriva quel gigantesco salto nel vuoto tra urla e convulsioni di stomaco, che termina senza pietà con un totale bagno a valle: e quando dico totale, intendo i vestiti completamente fradici comprese mutande, calze e scarpe. Ora navigo nelle mie belle e chiuse scarpe da tennis! Per niente meglio sta Stefania, che si salva con le ciabattine ma si lamenta giustamente per i jeans: non si asciugheranno mai! Per rimediare entriamo subito in qualche negozio di souvenir e abbigliamento a cercare qualcosa di asciutto da indossare, ma non troviamo niente di carino. Non rimane che pranzare con un bell'hot dog e patatine fritte in una panchina al sole che, per fortuna, oggi scalda per benino...
Proseguiamo passando per la vasca delle Stingray (razze) e arrivando a quella dei delfini. Un istruttore spiega qualche nozione, mentre i turisti fanno la fila e si ammassano per dare da mangiare agli splendidi mammiferi e poterli accarezzare. Che sguardo i delfini, così dolce e intelligente. E toccarli è proprio strano, sembrano fatti di gomma! Scendiamo nella parte inferiore dove si possono ammirare nuotare sott'acqua, poi ci spostiamo nell'area dei lamantini, che appaiono ai nostri occhi esageratamente gonfi, irriconoscibili. Non sembrano neanche gli stessi animali che abbiamo visto al Crystal River l'altro ieri. Qua si iniziano ad intravedere i limiti di un parco come il Sea World. Più avanti ancora vediamo i pinguini, e poi entriamo nello Shark Encounter, dove in un enorme acquario con tanto di galleria a vetro scorribile si possono ammirare squali e tante altre specie di pesci.
Per finire visitiamo il Wild Artic, poco prima della chiusura. In questo padiglione viene ricostruito l'ambiente artico, con tanto di orso polare bianco, tricheco gigantesco, e così via. Sinceramente la parte più contestabile di tutto il Sea World: troppo piccoli gli spazi per animali di questa stazza, troppo artificiale il luogo e il clima polare in piena Florida. Concordo pienamente con la nostra guida del National Geographic che afferma la stessa cosa. All'uscita sbuchiamo di fronte all'arena Shamu, dove siamo giusto in tempo per assistere allo spettacolo di chiusura del Sea World con le orche che si sballano a ritmo di musica. Non per niente lo spettacolo si intitola: Shamu Rocks America! Davvero esaltante, simile comunque a quello di stamattina anche se a ritmo più sfrenato.
Prima di lasciare definitivamente il parco alle 18:00 non può mancare la sosta per acquistare i ricordini da portare a casa. Una volta al parcheggio, scopriamo infondata la nostra paura di non ritrovare l'auto, visto che siamo praticamente gli ultimi rimasti a lasciare il Sea World...
Un breve giro nei dintorni ci permette di trovare subito e a buon prezzo, sfruttando i coupon, alloggio al Days Inn sulla International Drive per $ 45: un vero colpo di fortuna! Alle 22:00 passate ci incontriamo nuovamente (e finalmente) con Erika e Francesca, e con i loro amici. Insieme usciamo in una steak house per godere della nostra ultima bistecca americana e per parlare del nostro giro in Florida dopo esser stati con loro nell'Ovest - Las Vegas & Grand Canyon. Infine ci salutiamo, con la promessa ovviamente di vederci presto nuovamente in Sardegna.

9/11 - Volo Orlando - Newark (New York) - Roma

Come tutti i viaggi questa è la parte più triste da raccontare: il rientro a casa. Alle 9:30 riportiamo la nostra Chevrolet Cavalier al parcheggio della Alamo in aeroporto, dopo aver seguito i numerosi cartelli e bivi della giungla asfaltata statunitense. Abbiamo percorso qualcosa come 1.990 miglia per fare il giro ad anello della Florida in queste ultime due settimane.
Alle 12:20 parte il volo della Continental 1493 su Boeing 757 che da Orlando ci porta dritti a Newark (1510 Km di trasvolata) dove atterriamo alle 15:00. Da qui, essendo ancora giorno, finalmente ho la possibilità di ammirare lo spettacolo dello sky line tanto famoso e conosciuto di New York. Eccoli là i grattacieli di Manhattan, si vedono benissimo dai finestroni dell'aeroporto e sembra di conoscerli tutti, talmente tanto visti in una quantità incalcolabile di film hollywoodiani. Non può mancare qualche foto e ripresa di rito...
Alle 17:35 lasciamo definitivamente gli U.S.A. col volo Continental 40 su Boeing 767-200 e con 6888 Km da percorre per arrivare a Roma...

10/11 - Volo Roma - Ca – rientro

Atterriamo a Roma Fiumicino alle 7:50 del mattino, piuttosto rimbambiti dal fuso orario e la nottata in aereo. Una bella colazione veramente italiana, dopo 3 settimane, allieta la nostra attesa fino alle 11:45. Il nostro volo per Cagliari decolla puntuale e dopo poco più di un'ora siamo a casa. Peccato però, stavo iniziando ad abituarmi alla vita americana!

America, Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono un grande paese. Sicuramente per le distanze, non c'è ombra di dubbio. Spazi immensi e una valanga di chilometri per raggiungere ogni destinazione. Questo rende il territorio estremamente vario ed allo stesso tempo dispersivo. Bisogna valutare molto attentamente le proprie mete per non rischiare di passare la maggior parte del giorno in auto e poche ore per vedere ciò che si era posto come obiettivo primario. E a parte le distanze, qui è davvero tutto più grande, fisicamente parlando. Sono più grandi e grossi gli uomini (anche troppo), le piante e persino gli animali. Ho visto un gatto che sembrava una tigre, dei cavalli della stazza di elefanti asiatici, e non dimentichiamo i bufali (3 o 4 volte le nostre mucche!?)... La natura si è data da fare ed è stata estremamente generosa nel territorio degli U.S.A. impegnandosi a regalare al viaggiatore i paesaggi più straordinari e inimmaginabili. Parlo in particolare dell'Ovest. Un breve giro di 5 giorni ad anello da Las Vegas al Grand Canyon poteva essere di un mese solo per approfondire con attenzione tutte le tappe intermedie e per godersi quelle principali. In un solo giorno, percorrendo poco più di 100 miglia, ho visto tre paesaggi che non hanno nulla in comune uno con l'altro, di una bellezza da mozzare il fiato e che non erano inizialmente nemmeno preventivati: l'Antelope Canyon, una fessura stratificata e contorta nella riserva indiana, con magici fasci di luce che la rendono surreale; il Lake Powell, sbarrato da una enorme diga e creato su un canyon che lo rende sterminato, con le coste frastagliate fino all'impossibile, con un contrasto accecante tra l'azzurro dell'acqua profonda e la chiara roccia arenaria dalle forme bizzarre; lo Zion N.P., attraversato per cause di forza maggiore per rientrare a Las Vegas per non dover allungare di molti chilometri, dai magici colori del tramonto e da altre forme indescrivibili e non immortalabili da alcuna macchina fotografica o videocamera. Sono tutti canyon alla fine, eppure tutti così straordinariamente diversi per forme e colori. E la strada panoramica che li collega, la 89 Scenic Byway, è altrettanto surreale e magnifica, capace di donare emozioni improvvise curva dopo curva, capace di allungarsi per decine di miglia senza far intravedere un solo segno di civiltà umana. E che dire del Grand Canyon: non si può descrivere ciò che è indescrivibile, non si può quantificare ciò che è infinito. E' soltanto da vedere. Da vedere di persona, con i propri occhi, e non dalle riviste e dal televisore perchè è tutta un'altra cosa.
E vogliamo parlare degli americani? Sono un grande popolo. Sicuramente per il peso, non c'è ombra di dubbio. L'obesità, diffusissima negli Usa, raggiunge livelli tremendi di vera e propria deformità fisica da rendere alcuni "casi umani", chiamiamoli così, altrettanto indescrivibili come il Grand Canyon, ma in negativo. Sono da vedere, anche questi di persona, per capire fino a quanto si può spingere il benessere, o di contro, il malessere della civiltà umana. Ma a parte questo sono davvero un grande popolo anche per l'esaltazione, la fede, l'efficienza, la volontà, l'ordine e il rispetto, e per tutto il contrario pure. Gli Usa sono da questo punto di vista un paese di contraddizioni fortissime che convivono normalmente nella vita di tutti i giorni. Ma ricordiamo sempre che sono una nazione estesa da oceano a oceano, con una diversità di clima, cultura e storia non da poco. E' perciò impossibile parlare degli Stati Uniti senza generalizzare su qualunque cosa poichè se esiste il bianco esisterà sicuramente da qualche altra parte anche il nero e d infinite tonalità di grigio nel mezzo. Ci sono i buoni e i cattivi, gli educati e i maleducati, i colti e gli ignoranti, le ville e i ghetti, i ghiacciai e il deserto e via andando all'infinito. In una nazione così grande non manca nulla e non basterebbe una vita per descrivere e catalogare America e Americani. Ma, nonostante non possa giudicare un'intera nazione per la superficialità del mio viaggio durato solo tre settimane, ritengo comunque di aver colto lati importanti di un "sistema" omogeneo che raggruppa ben 51 stati e che fa tanto discutere per il suo aspetto economico, politico e militare. Un sistema lontano da quello europeo e agli antipodi di paesi asiatici come Sri Lanka o Thailandia, da me visitati in precedenti viaggi.
In questi miei appunti parlerò un pò di tutto, cercando di approfondire ciò che agli occhi di un italiano medio appare più diverso dal proprio modo di vivere, più interessante e notevole da osservare. Nel mio soggiorno da turista, ammetto che nei ben 6 stati visitati di passaggio sono rimasto maggiormente colpito dai lati positivi di questa parte d'America piuttosto che da quelli negativi. Inizio subito col dire che uno dei miei obiettivi principali di questo viaggio era capire quanto di vero e reale ci fosse nella vita americana rispetto a tutto quello che si intravede nei film. Perchè noi conosciamo tutti il prodotto del cinema di Hollywood, che nei suoi movies bombarda gli spettatori di dosi di vita americana dalle commedie, ai polizieschi, ai film drammatici, horror, fantascienza e chi più ne ha più ne metta. Ebbene, in breve annoto subito che gli USA sono esattamente ciò che si vede nei film! In ogni angolo che si visita spunta inevitabilmente sempre uno spezzone magico di qualche scena già vista: o per i paesaggi, o per i monumenti, o per i personaggi, o per qualunque piccolo dettaglio insignificante.
Facciamo qualche esempio nelle città.
- le mille luci di Las Vegas con i casinò sfarzosi e gli hotel megalitici dove trovi gente buttata in solitudine davanti a una slot machine tutto il giorno; i villaggetti western sperduti in paesaggi solitari che sembrano musei a cielo aperto;
- Miami, vista in un elenco interminabile di film, con il suo litorale, le sue spiagge, i bagnini sulla torretta e le patrol che passano sulla battigia, i grattacieli;
- le cittadine residenziali con tutte quelle casette in legno circondate da giardino a prato e spazi enormi con tanto di strade a reticolato, corrispondenti per noi alle villone indipendenti dei quartieri più ricchi.
E facciamo qualche esempio nei personaggi.
- Il motociclista della Harley Davidson, un mito per eccellenza: giubbotto in pelle con canotta sotto, muscolacci (e quasi sempre anche una bella panza!), peso medio 150 chili, sbragato sulla moto che scorrazza sempre in gruppo o, pardon, con la sua banda. Esiste davvero, e ce ne sono parecchi. Si incontrano ovunque!
- Il classico texano, un figaccio o un gaggio a seconda dei punti di vista: giubbotto in pelle, stivaloni da cowboy doverosamente a punta, camminata a gambe larghe e sputo frequente, diciamo massimo ogni 3 minuti. Ne ho visto diversi esemplari all'aeroporto di Dallas stando seduto, senza neanche bisogno di andare in giro per il Texas: uno in particolare tornava sempre nello stesso punto, a sputare sempre nello stesso cestino. Una scena da non perdere, che infatti, ho filmato la terza o quarta volta che è tornato...
- Il poliziotto - sceriffo modello base di qualunque poliziesco: quello che spunta dal nulla anche in pieno deserto quando ti azzardi a commettere la minima infrazione del codice stradale, quello che si avvicina calmo ed elegante nei suoi due metri per uno di mole massiccia, che ti chiede cortesemente ma con estrema decisione i documenti mentre tieni le mani strette sul volante e non fai movimenti bruschi per non ritrovarti una pistola puntata contro e che, nonostante tutto, è capace di sorridere e fare il "buono" della situazione. Mi è capitato questo incontro ravvicinato alle Everglades a Flamingo, durante l'imbocco in una strada "one way" in senso sbagliato. Preciso che c'ero solo io e qualche altro turista nel raggio di chilometri e il traffico era zero (altrimenti mi sarei accorto che andavo in senso contrario no?). Era il primo e anche l'unico caso visto di tre strade parallele alternate ad una sola corsia a senso unico. Sono comparse dal nulla addirittura due auto della polizia! Per fortuna andavo a passo d'uomo e ho avuto la faccia da bravo turista sperduto... non mi hanno neanche messo la multa, ma mi hanno scortato per un buon tratto...
- I medici efficienti e tempestivi e i ranger pronti ad esaltarsi in qualunque azione che abbia a che fare con l'eroismo. Un episodio capitato al Grand Canyon village all'ora di pranzo. Dopo aver fatto una breve camminata di mezz'ora, siamo andati a ristorarci ma mentre ordinavamo gli hamburger una mia amica si è sentita male e ha avuto un principio di mancamento. Si è inginocchiata qualche minuto a terra con nausea e subito è intervenuto il ragazzo che stava dietro al banco, che ha chiamato una donna la quale ha portato un bicchiere d'acqua con zucchero. La mia amica si è seduta ed si è sentita subito meglio ma hanno insistito per chiamare il medico, che è arrivato nel giro di due minuti contati: un ragazzo muscolosissimo con due enormi borse che ha iniziato a fare una serie di domande con tanto di taccuino e penna per prendere appunti: quali erano i sintomi, se non mangiava da molto, se aveva fatto trekking, hiking e per quanto tempo, se era stata male prima, se aveva malattie tipo asma, che numero aveva di scarpe... ma mica è finita: dopo un minuto ancora arriva un altro che pare un ranger con tanto di fodera e pistola, un altro bestio di di un metro e novanta il quale, nonostante la mia amica imbarazzata da tutte queste attenzioni ripetesse che ormai stava bene ed era troppo quello che stavano facendo, sottolinea premuroso che l'ospedale non c'è, ma in caso di bisogno la possono portare immediatamente in elicottero a quello più vicino. Cavoli ma questa è un'americanata pura, sembra un telefilm tipico di quei personaggi che compiono atti di eroismo tutti i giorni! Se poi l'elicottero sia da pagare o meno, questo è un altro discorso....
Si capisce adesso perchè dico che non c'è tanta differenza tra la realtà e i film che si vedono al cinema? E' chiaro che le cose vanno prese con buon senso: è ovvio che molte scene, molte frasi, molti effetti speciali e molti film stessi sono ridicoli e non possono essere presi sul serio. Ma in linea di massima, dopo aver visto tanti movies e telefilm e documentari, è possibile davvero avere un'idea precisa di come sono gli States. E tante di quelle che io credevo fossero americanate, non lo sono affatto. Sono davvero così. Il vero cruccio di tutte le opere di hollywood sta nella fisicità degli attori, in qualunque parte degli Usa si parli, di qualunque età, sesso e colore. Sono sempre tutti belli e in forma fino a raggiungere estremi alla Baywatch (tanto per capirci) dove non solo i protagonisti sono pezzi di ragazzi e ragazze ma anche i "passanti" casuali e le comparse che si intravedono sullo sfondo per caso. Fantascienza. Tutto ciò non esiste, è da dimenticare. O forse, esiste in parti limitatissime degli States, in apposite spiagge o locali dove si concentrano i "belli", come se fossero una casta a sè stante. Avessi visto una sola bella ragazza in tre settimane! Qualcuna rarissima appena carina, niente di più. E ce ne vuole. E' vero che non ho frequentato locali notturni e all'ultimo grido, ma voglio dire, in Italia e in altri luoghi dove sono stato, prima o poi una bella ragazza, anche di sfuggita, capita vederla ovunque. Mah.... mistero americano.... probabilmente sono tutte finite a Hollywood e non ce ne sono più per strada.... Per i ragazzi il discorso è meno allarmante. Grazie alla loro ossessione per lo sport infatti, è più facile trovare fisici ben fatti e muscolosi.
Ad ogni modo, dopo questo viaggio, ho capito tantissime cose e affinità che prima non afferravo. Per esempio, il mio professore di inglese David, che è un americano puro, il quale dice che mentre noi ridiamo guardando un film come American Pie, pensando alle assurdità compiute da quei poveri disperati in americanate e cose irreali, lui ride "ricordando" ciò che veramente ha fatto lui e i suoi coetanei ai tempi della scuola: i party di nascosto quando i genitori non ci sono, gli scherzi burloni e talvolta pesanti, l'ossessione dell'adolescenza per il sesso, il mito dell'automobile e la passione per i motori, i raggiri per procurarsi l'alcool, etc.etc.
Altro esempio di americanate reali: le paure. Le paure create dal tragicismo di una natura incontrollata da cui nascono film per noi esagerati come twister e tutta la serie delle distruzioni di massa, oppure film di orrore come quelli di animali impazziti che distruggono tutto e persino i capolavori di Steven King. Io ho visto con i miei occhi gli effetti di cosa l'uragano Charlie ha devastato al suo passaggio nelle isole di Sanibel e Captiva in Florida: un intero paesaggio tropicale modificato, con grovigli di tronchi e rami, praterie di alberi spezzati, case danneggiate e strade rotte. E tutto questo dopo qualche mese che già stanno ristrutturando. Fa paura adesso, posso immaginare durante il disastro. E credevo che "The day after tomorrow" fosse un'americanata pura, con il fenomeno della glaciazione, le inondazioni di New York, etc.etc. Beh, poco dopo esser tornato a casa è arrivato lo tsunami del 26 dicembre, devastando mezza asia con centinaia di migliaia di vittime, e il telegiornale non ha fatto altro che parlare dell'incredibile gelo arrivato in California e dintorni che ha paralizzato gli americani seppellendoli sotto la neve. C'è sempre qualcosa di vero alla fine nei film di distruzione di massa. Gli americani questo lo sanno, è per quello che vanno a vederli... Abitando in Sardegna che è una terra tranquilla e non avendo mai assistito ad alcun evento tragico di queste proporzioni, ho capito veramente per la prima volta di quale potenza devastante sia dotata la natura. Ma anche cose più piccole hanno scatenato in me l’accostamento reale ad altre paure apparentemente più insignificanti o strane degli americani. Per esempio, quando ho visto il museo del circo con una foto di un pagliaccio, ho capito perché è nato “It” con quella forma, così come ho capito ciò che mi sembrava l’assurda scena, chiamiamola in questo modo, di essere risucchiati dal buco del water. E’ pazzesco e fa ridere, e sembra persino incredibile che scriva queste cose, ma in alcuni motel, quando ho sentito lo sciacquone che tira giù tutta quell’acqua con un risucchio fortissimo (non vorrei scendere nei particolari, ma i "tazzoni" americani sono, a differenza di quelli italiani, pieni quasi fino all’orlo di acqua), ragazzi: ho avuto veramente paura! E ho capito anche un'altra ossessione ricorrente: quella dei serial killer o dei maniaci o dei mostri e di qualunque cosa che si avvicini, al buio, a casa tua ed entri di nascosto. Quando in Florida sono capitato in una strada secondaria, buia, con le tipiche casette isolate in un boschetto con giardino che le circonda, senza recinto, con semplici porte in legno e finestre al piano terra che si rompono con una palla da baseball lanciata per sbaglio, ho avuto davvero un senso di inquietudine e ho pensato: diamine, quanto sarebbe facile entrare là dentro per un malintenzionato! E di case così ne ho visto per interi quartieri! Ho ben afferrato la paura di Steven King nel Maine, che è ricoperta di boschi ben più grandi e inquietanti! Persino i gabbiani in gruppo a Treasure Island ad un certo punto mi hanno trasmesso un senso di inquietudine. L'oceano nelle spiagge americane è stupendo e la fauna più viva che mai. Ci sono gabbiani enormi, pellicani e uccellini di cui non conosco il nome (simili alle rondini di mare) che ho ironicamente soprannominato i "becca vermi": stanno lì a infilare il becco sulla battigia per cercare cibo, e corrono buffamente velocissimi avanti e indietro per non bagnarsi con l'arrivo delle onde. Ebbene, tutto ciò regala in genere un'atmosfera stupenda e rilassante per tutte le spiagge della Florida. Ma che si provi a dare loro qualcosa da mangiare. I gabbiani arrivano in massa e ti svolazzano sulla testa, con quella apertura alare enorme, quasi ti ricoprono e sparisci come un ombra nel loro assedio. Mi sono ricordato quel film di orrore di uccelli impazziti che danneggiavano tutto... forse non succederà mai niente del genere è vero, ma se alla natura desse di volta il cervello qua sarebbero guai davvero!
Fondamentalmente, le paure come le emozioni di gioia nell'osservare le bellezze naturali americane, stanno nel fatto che qui ci si sente davvero piccoli. Qui tutto è enorme, immenso, infinito e in quantità esagerate. Gli americani non sono alla fine più esaltati di quanto non lo sia la natura con loro!

On the Road: informazioni utili e codice stradale
Da dove cominciare? Le strade americane sono una meraviglia. Semplicemente perfette, almeno paragonate alle nostre. Il fondo stradale è sempre in ottime condizioni, non ci sono buche, fossi, nulla, tranne in qualche rarissimo caso di lavori in corso. Penso che risparmino un patrimonio dal meccanico, visto che non cambieranno mai ammortizzatori e frizione. In compenso, consumano molto le gomme: ci sono quantità impressionanti di copertoni rotti, a volte proprio squarciati, nelle corsie laterali. Le strade sono sempre scorrevoli, a due corsie almeno per direzione, che diventano tre o quattro e più ancora nei pressi delle città per smaltire meglio il traffico. Guidare è assai più piacevole che da noi, e imparando alcune regolette basi del codice stradale, anche più semplice. Intanto le auto hanno il cambio automatico, che significa dimenticarsi l'uso del piede sinistro Esistono solo due pedali: l'acceleratore e il freno, il quale è molto più largo del nostro.
La leva del cambio ha diverse posizioni, dall'alto verso il basso:
- P sta per Parking e si usa per sostare o spegnere l'auto. Le chiavi non si tolgono dal cruscotto se non si lascia la leva in questa posizione. Si può anche evitare di inserire il freno a mano perchè tanto l'auto non si muove...
- R è per la retromarcia
- N corrisponde al nostro "folle"
- D è quella più utilizzata e serve semplicemente per andare avanti. Una volta impostata non si cambia praticamente più, neanche quando ci si ferma agli stop o ai semafori, tranne ovviamente se serve la retromarcia. Quando viene inserita la D, bisogna sempre lasciare il piede destro nel freno, perchè appena lo si alza l'auto parte leggermente in avanti. Ecco perchè ai semafori, come si vede anche nei film, tutte le auto hanno sempre gli stop accesi che paiono sincronizzati.
- 1, 2, 3 sono altre posizioni che inseriscono forzatamente una delle marce per necessità particolari, tipo una salita estrema, l'uso del 4x4, etc.
Un'altra chicca utilissima è quella del "cruise", una sorta di controllore della velocità che si imposta ad un valore fisso desiderato. Quando si raggiunge una certa andatura, che in genere corrisponde al limite massimo consentito, si preme un pulsante e l'auto cammina da sola sempre alla stessa velocità, anche staccando il piede dall'acceleratore. Se si aumenta l'andatura, per esempio per un sorpasso, rilasciando l'acceleratore comunque l'auto torna alla velocità di crociera impostata precedentemente. Se invece si tocca il pedale del freno, il cruise si disabilita per sicurezza e bisogna reinserirlo successivamente.
I limiti di velocità sono sempre ben chiari e scritti in nero su cartelloni bianchi ai lati della strada. Il massimo che ho visto è 75 mph, corrispondente ai nostri 120 Kmh, ma è raro. E' più frequente trovare 65 mph o 70 mph sulle Interstate, che sono le strade che attraversano più stati, e dai 55mph in giù per strade statali e secondarie. Da precisare che le strade secondarie, che non erano neanche segnate nella mia cartina, fanno dieci a zero alla "nostra" sarda S.S. 131, l'arteria principale e la strada più importante che attraversa tutta la Sardegna, la quale quest'ultima si sa, non è messa molto bene a trasporti (ma non pensavo a questi livelli, adesso me ne rendo conto...). In città invece il limite può scendere anche dai 35 mph in giù fino ai 15. E' fondamentale avere ben chiaro in testa che rispettare i limiti è importantissimo, anche se si è in pieno deserto e arriva la smania di correre un pò di più. Ci sono controlli severissimi, radar aerei (che servono allo stesso tempo anche per soccorrere chi rimane in panne), e la polizia americana non va certo per leggere: proprio esattamente come nei film, questo è poco ma sicuro!
Tra l'altro, correre servirebbe solo a creare confusione nel traffico, che invece non c'è. Mi spiego meglio. Essendo le strade scorrevoli, vanno praticamente tutti alla stessa velocità: quella massima consentita. Per cui le probabilità di tamponamento o incidenti laterali causati dalle classiche auto che spuntano all'improvviso da dietro diminuisce notevolmente. Spesso nelle Interstate c'è anche il limite minimo di velocità consentito, in genere sui 40 mph, e quindi il "range" di distacco tra l'auto più lenta e quella più veloce è assai limitato.
Una regola del codice stradale non applicata da noi in Italia, che ritengo molto utile, è quella di poter svoltare sulla destra anche col semaforo rosso, tranne se compare apposito divieto pochi metri prima nella corsia: "no turn on red" o similare. In assenza di questo cartello, basta dare la precedenza sulla sinistra e si può svoltare in assoluta tranquillità.
Un'altra chicca americana è quella degli "stop 4 way" o "all way", frequente negli incroci a raso delle strade interne o di città non eccessivamente trafficate. Funziona in questo modo: tutti hanno lo stop e sono obbligati a fermarsi. Il primo che si ferma, passa. Poi passa il secondo, il terzo, e così via. E' di una comodità incredibile, sembra di scoprire l'uovo di Colombo. Si arriva allo stop e quando ci si ferma di fronte alla linea bianca si guardano quante auto ci sono prima (in genere una o due), si aspetta il turno e si passa. In questa maniera il traffico è molto più scorrevole e non si rischia di aspettare minuti inutili fermi in coda. Ovviamente, il pieno rispetto del codice da parte degli americani fa sì che questi si fermino anche se allo stop non c'è assolutamente nessuno, cosa che in Italia è considerata quasi...ahimè.... ridicola.
Nelle corsie di sinistra che si aprono quasi sempre indipendenti per ogni svincolo o deviazione, è possibile anche fare in genere inversione di marcia. Pure qui, la sola eccezione è il cartello che indica una freccia nera ad "U" sbarrata.
Non bisogna mai sottovalutare i cartelli e le indicazioni che talvolta possono sembrare incredibili. Cito l'esempio del cartello che si trova in Florida con disegnata la pantera e che ne sottolinea il pericolo di attraversamento. "Quando mai mi troverò una pantera che mi attraversa una strada a 4 corsie?" mi son chiesto subito, sembra fantascienza. Eppure al Visitor Center delle Everglades ho scoperto con stupore che gli esemplari uccisi dalle auto sono una delle maggiori cause della loro decimazione...
Una delle cose che si rimpiange di più quando si torna nelle caotiche strade italiane è l'assenza totale di scooter: non esistono nella comune viabilità americana. Causa le enormi distanze, le strade larghe e il basso costo della benzina probabilmente, hanno tutti l'auto o la moto. Il che incide notevolmente, come è facile immaginare, sul discorso sicurezza e linearità del traffico.


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Commenti ricevuti
    

15/07/2007 Inviato da: lucianobruno@cheapweb.it

Voto: Ottimo!
Commento: Ottimo veramente ben scritto..



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