VIAGGIO
NEGLI STATI UNITI D'AMERICA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Ivan
Numero di giorni: 22
Costo totale del viaggio: -
Periodo: 20 ottobre - 10 novembre 2004
Compagnie Aeree: -
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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Viaggio!
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USA!
Sommario
del diario e tappe toccate:
20/10 - Volo Cagliari
- Roma - Newark (New York) - Orlando (Florida).
21/10 - Disney World e i parchi a tema: Pop Century hotel; Magic Kingdom;
Epcot
22/10 - Volo Orlando - Dallas (Texas) - Las Vegas (Nevada); giro per
Hotel: Aladdin; Paris; Bellagio; New York New York; Excalibur; 95 south
fino a Searchlight
23/10 - 95 south per Needles (California); Interstate 40 east (ex Route
66, Arizona); Grand Canyon South Rim: Mother Point; Hopi Point; Tusayan
24/10 - Grand Canyon South Rim: Hermits Rest; trail da Hopi Point a
Mohave Point; Navajo point; Desert View; 89 North per Page
25/10 - Antelope Canyon tour; Lake Powell (Utah); 89 per Kanab; 9 west
e Zion N.P.; Interstate 15 south per Las Vegas (Nevada) hotel: Stratosphere
Tower, Luxor, Venetian
26/10 - Las Vegas - Dallas (Texas)- Orlando (Florida); Kissimme
27/10 - Interstate 4 north per St. Augustine; Castillo de San Marco;
St. George street; 95 south per Daytona
28/10 - Ponce Inlet Lightouse; Kennedy Space Center; A1A south per West
Palm Beach
29/10 - Fort Lauderdale; Miami: South Beach, Collins Avenue, Ocean Drive
30/10 - Miami: Coral Gables e Venetian Pool; U.S. 1 south verso le Keys:
Key Largo, Islamorada, Marathon
31/10 - 7 miles Bridge; Key West: Hemingway Home & Museum, Most
Southern Point, tramonto
1/11 - U.S. 1 North; Everglades: Anhinga trail e Gumbo-Limbo trail
2/11 - Everglades trail: Pineland, Pahayokee Overlook, Mahogany Hammock;
Flamingo; West Lake trail; 40 west; Airboat; Naples
3/11 - Naples: beach & Pier; Caribbean Gardens and zoo; Fort Myers
4/11 - Sanibel Island; Captiva Island: spiaggie e tour delfini in barca
6/11 - Crystal River: tour snorkelling con lamantini; Treasure Island:
spiaggia
7/11 - Treasure Island spiaggia; St Petesburg: Dalì museum, Pier
8/11 - 275 East e 4 North per Orlando; Sea World theme park
9/11 - Volo Orlando - Newark (New York) - Roma
10/11 - Volo Roma - Ca – rientro
AMERICA, STATI UNITI.
ON THE ROAD: INFORMAZIONI UTILI E CODICE STRADALE
Diario di viaggio 2004:
20/10 - Volo Cagliari - Roma - Newark (New York) - Orlando (Florida).
Io e Stefania abbiamo concepito questa vacanza già dall'estate,
quando Erika, una nostra carissima amica, ci ha invitati ad andare a
trovarla negli Stati Uniti in Florida, dove sta lavorando nel parco
Disney di Epcot da quasi un anno. Dopo varie telefonate e prenotazioni,
il nostro viaggio inizia oggi, di buon mattino, con il volo Cagliari
- Roma delle 6.55. E' l'unico motivo per il quale siamo entrati in un'agenzia
di viaggio perchè il volo principale Roma - Newark - Orlando
è stato prenotato da Internet tramite Expedia.it. Sono rimasto
colpito dal tempismo con cui ci sono arrivati i biglietti aerei a casa
e dal prezzo pagato di soli € 477 a/r.
Arriviamo a Roma alle 8.00 ma dobbiamo aspettare fino alle 14.30 per
imbarcarci sul volo 43 della Continental Airlines. I posti sono il 28L
e 28K vicino al finestrino. Ci attendono 'appena' 6888 Km per arrivare
a Newark, aeroporto poco distante da Manhattan, in pieno centro di New
York, che il nostro Boeing 767-200 percorrerà in circa 9 ore
di lunga attesa. Nel frattempo, approfittiamo almeno per guardarci un
bel film sullo schermo: "The terminal" con Tom Hanks e Catherine
Zeta Jones, per fortuna tradotto anche in Italiano. Lo trovo molto carino,
al di là delle previsioni, tant'è che provo poi a riguardarmelo
anche in inglese per cominciare a masticare un pò di accento
americano. Del resto, non c'è molto altro da fare...
Poco prima di atterrare a Newark ci viene consegnato il modulo d'ingresso
per gli States. Avevo letto e sentito della stupidità delle domande
a cui bisogna rispondere, ma non credevo di tale livello. E' piuttosto
deludente credere che gli americani pensino che un terrorista possa
rispondere affermativamente alla domanda: "sei un delinquente o
un terrorista?" oppure "sei venuto in America per compiere
atti criminali?" o ancora "hai sottratto qualche minore ad
un cittadino americano?" e via andando... Con la precisazione,
alla fine di queste dieci geniali domande, che rispondendo anche solamente
con un "sì" ad una di queste, è il caso di presentarsi
all'autorità appena sbarcati all'aeroporto, che potrebbe rifiutarsi
di apporre il visto d'ingresso nel paese. No comment.
Atterriamo che è già buio pesto e tra le mille luci di
New York non riesco ad orientarmi e a riconoscere alcun monumento famoso.
Abbiamo più o meno un'ora e mezzo di tempo per la coincidenza
col volo per Orlando. Ne perdiamo intanto parecchio al controllo dei
passaporti, dove ci fanno un pò di storie, nonostante il mio
sia a lettura ottica come obbligatorio da questo settembre. In più,
ci schedano da capo a piedi, prendendo le impronte digitali, scattando
una foto, e controllando tutto, persino le scarpe. Gli stranieri non
sanno tanto di benvenuti a quanto sembra, almeno ultimamente...
Porto indietro l'orologio di 6 ore, tale è qui il fuso rispetto
all'Italia, e alle 19.25 l'aereo decolla per Orlando. Altri 1510 Km
con il volo Continental 1692 su un Boeing 737-800, e finalmente mettiamo
piede in Florida alle 22.15.
Dopo aver preso le valigie, troviamo subito con sorpresa Erika che è
venuta a prenderci insieme a Francesca. Da qui andiamo all'hotel Pop
Century, all'interno dell'area Disney, che lei cortesemente ci ha prenotato
per due notti. Per distrarci un pochino e iniziare ad entrare nell'atmosfera,
ci porta poi in una steak-house a mangiare una bella bisteccona New
York Strip da 16 once (piatto molto diffuso) con il mezzo litrone di
coca-cola ricaricabile. In americano, si chiama "refill",
ovvero paghi la prima bevanda e poi la riempi quante volte vuoi. Il
locale è molto carino ed esagitato. C'è qualche partita
di rugby e si sentono urla indistinte di ragazzi e ragazze come da noi
ai bei tempi della finale ai mondiali. Molto pittoresco e americano,
è proprio un ottimo modo per iniziare ad assaporare gli U.S.A.!
21/10 - Disney World e i parchi a tema: Pop Century hotel; Magic Kingdom;
Epcot
Dopo una dormita non molto lunga, il nostro obbiettivo di oggi è
sfruttare al meglio i due biglietti gratis procurati da Erika per entrare
nei parchi Disney. Sono due tesserine e valgono per tutti e quattro
i parchi a tema: Magic Kingdom, Epcot, Animal Kingdom, MGM studios.
L'unico cruccio è che valgono solo un giorno, ed essendo chiaramente
impossibile visitarli tutti, scegliamo a preferenza i primi due. Osserviamo
intanto il Pop Century di giorno mentre andiamo verso le navette che
portano ai parchi. E' davvero grazioso e buffo, con tante statue enormi
di animali in stile completamente fumettistico, come classico della
Disney. E' diviso in tre sezioni, ognuna delle quali a tema con una
decade degli ultimi decenni. Anche la camera è confortevole,
pulita e spaziosa, pagata 66 dollari per notte.
Passiamo per un finto biliardino da calcio (quello con le stecche e
i giocatori rossi e blu tanto per intenderci, ognuno dei quali è
alto tre volte me!), facciamo una foto con Pippo e usciamo all'esterno
dove passano i bus per i parchi. Impossibile sbagliare, ognuno ha il
nome del parco a cui porta.
Prendiamo quindi il "Magic Kindom" verso le 9.30 e arriviamo
all'ingresso del primo e più famoso parco Disney dopo una ventina
di minuti. La tessera funziona davvero ed entriamo senza fare neanche
tanta fila, ma come al solito perdiamo tempo nei controlli, anche qui
perentori. Bisogna aprire lo zainetto, tirare fuori le macchine fotografiche,
le borse, etc.etc. Le bombe possono essere nascoste ovunque mettiamocelo
in testa... Preleviamo una mappa dagli appositi contenitori e iniziamo
in tranquillità prendendo il trenino panoramico e facendo il
periplo del parco, poi torniamo alla Main Street e passeggiamo tra i
negozietti fino al castello di cenerentola, dove escono i personaggi
di topolino e cricca Disney in parata. Per la prima attrazione andiamo
a Tomorrowland sulle Space Mountain, montagne russe totalmente al buio
e un pò claustrofobiche. Un pò traumatizzati torniamo
sul rilassante a Fantasyland vedendo il Philar's Magic, nuovo spettacolo
3D di paperino al cinema molto realistico e divertentissimo, con spruzzi
d'acqua, vento e gran finale di effetti speciali. A Frontierland ci
fermiamo un pò di più entrando nella Haunted Mansion,
la classica casa dell'orrore con discreti effetti speciali (è
praticamente identica a quella di Eurodisney), prendendo il battello
a vapore che fa il giro del lago, visitando la Tom Saywer Island e urlando
sulle Big Thunder Mountain. Una nota di merito per le Splash Mountain,
montagne russe sull'acqua divertentissime e realizzate nei particolari,
con un gran tuffo finale nel vuoto in cui ci si bagna a volontà!
Bello anche Pirate & Caribbean ad Adventureland. Terminiamo in gloria
con le Mad T-cup, le classiche tazze rotanti dove si sale romanticamente
in due per soffrire altruisticamente insieme i capogiri finali a go-go...
E' già pomeriggio ed è ora di prendere la monorail che
collega i diversi parchi: destinazione Epcot. Solito ingresso con controlli,
cartina e via per altri divertimenti. Prendiamo i vagoncini che entrano
sull'enorme sfera che caratterizza l'ingresso di questo parco futuristico,
compiendo un giro epico tra salita e discesa sulla storia della Terra.
Poi commettiamo l'errore, almeno per me, di andare alla Mission Space,
simulatore di una missione spaziale verso marte. L'attrazione è
pompatissima e realizzata molto bene, ma adatta ai più forti
di stomaco... Si impiega un sacco di tempo per entrare nel vivo tra
spiegazioni del comandante, obbiettivo della missione, etc.etc. Poi
si entra nella cabina e qui inizia il massacro. Uno schermo visivo mostra
le immagini. Si parte dentro un razzo provando l'accelerazione gravitazionale
degli astronauti: in poche parole, un senso di oppressione e compressione
fisica tremenda! Fin qui eccitante. I veri dolori iniziano quando si
supera l'atmosfera e si entra nello spazio, con sbalzi gravitazionali
paragonabili ai peggiori vuoti d'aria mai passati fino ad adesso in
aereo. Conclusione: la Disney deve ringraziarmi di non aver macchiato
i preziosi sedili dell'astronave col pranzo dell'Hot Dog fatto qualche
ora prima...
Optiamo per qualcosa di più tranquillo entrando nel "The
Living Seas", una sorta di acquario con varie specie animali tipiche
della Florida. Vediamo per la prima volta i delfini e i possenti e docili
lamantini. A questo punto cominciano ad approssimarsi le 19.00, ora
di chiusura del parco, e dobbiamo scegliere un'altra attrazione nelle
vicinanze. Quasi per caso la finiamo su un altro spettacolo 3d intitolato
"Honey I shrunk the audience", dedicato al film "Mamma
mi si sono ristretti i ragazzi", anche questo ricco di effetti
speciali e molto esilarante, considerato che stavolta a restringersi
è il pubblico...
Finiti i divertimenti ci dirigiamo nella seconda zona del parco (Showcase)
che chiude alle 21.00, dedicata a diversi padiglioni di diverse nazioni.
In questi giorni sono particolarmente animati per la festa "Food
& Wine". Attraversiamo le bancarelle e i ristoranti messicani,
norvegesi, cinesi e tedeschi, ognuno a tema con decorazioni, forme e
prodotti tipici dei luoghi di provenienza. Arriviamo dunque a metà
strada, mentre costeggiamo l'enorme lago al centro del parco, al ristorante
"Da Alfredo", chiaramente del padiglione italiano, caratterizzato
da una riproduzione della Piazza San Marco di Venezia. Questi americani
sono proprio bravi a copiare diamine! Qui incontriamo Erika e Francesca,
che ci dicono di aspettare la chiusura per vedere i fuochi artificiali.
Come perderli!? Passeggiamo ancora un pò tra i padiglioni americano
e giapponese, e ci imbattiamo in un palco all'aperto dove assistiamo
ad un bel concertino dal vivo di qualche gruppo famoso di vecchia annata:
una bella atmosfera! Arriva l'ora dei fuochi d'artificio, un vero e
proprio spettacolo narrato intitolato "Illumination: Reflection
of the Earth", con una sfera terrestre che naviga al centro del
lago, luci da urlo e fuochi stupendi: bellissimo! Una degna conclusione
alla visita dei parchi Disney.
Per uscire, prendiamo una strada alternativa: quella dei dipendenti
(come Erika), che a fine lavoro si dileguano dalle porte secondarie
degli addetti ai lavori. Visto da questa prospettiva, sparisce tutta
la magia del parco, prendendo le somiglianze di qualunque altro posto
dove si caricano e scaricano merci, si corre di fretta tra corridoi
banali, magazzini, etc.etc.
Torniamo al nostro Pop Century con Erika e Francesca, che stanotte ci
fanno compagnia in modo da essere già pronti, domani mattina
alle 4, per prendere il taxi che ci condurrà all'aeroporto di
Orlando in attesa del volo per Las Vegas. Ci aspetta un viaggio nell'Ovest
di cinque giorni!
22/10 - Volo Orlando - Dallas (Texas) - Las Vegas (Nevada); giro per
Hotel: Aladdin; Paris; Bellagio; New York New York; Excalibur; 95 south
fino a Searchlight
Sveglia alle 4 del mattino in punto. Preparativi veloci e via sul taxi
prenotato da ieri notte per l'aeroporto di Orlando. E dire che c'eravamo
appena l'altro ieri... Il nostro volo parte alle 6.55 verso Las Vegas
con scalo a Dallas. All'aeroporto di questa mitica metropoli del Texas,
di cui non si può non ricordare l'omonimo telefilm, sostiamo
diverse ore prima di ripartire all'1.30. Il fuso orario qui è
di meno un'ora rispetto alla costa Est. Nella nostra attesa, abbiamo
modo di osservare una consistente differenza nei personaggi americani,
rispetto a quelli visti ieri in Florida. Senza neanche dover andare
in città, abbiamo numerosi e valorosi esempi del texano 'tipico'
di fronte ai nostri occhi: cappello da cowboy, camicia a quadri a maniche
lunghe rigorosamente dentro i jeans, stivaloni a punta luccicanti, camminata
larga tipica di uno che, oltre ad essere americano, passa la maggior
parte del suo tempo a cavallo. A proposito di scarpe luccicanti, pare
una moda da queste parti farsele lustrare per benino seduti su una sedia.
Esiste proprio questo mestiere: il lucidatore di scarpe... Tra i vari
texani qualcuno si distingue anche per l'atteggiamento ricorrente da
"sputo". Va e viene a intervalli regolari di fronte a noi
seduti nelle poltroncine e lascia il suo ricordino nel cestino dei rifiuti.
Lo fa con classe, bisogna ammettere che almeno non sporca per terra...
Il volo da Dallas a Las Vegas dura due ore e mezza, e qui nel Nevada
ci sono altre due ore di fuso orario in meno da considerare. Ormai non
ci capiamo più niente, è già il quarto che cambiamo
in tre giorni... Poco prima di atterrare, abbiamo modo di ammirare dal
finestrino lo spettacolare panorama che il deserto ci offre. All'aeroporto,
notiamo invece che si vedono benissimo i mega hotel a tema dello Strip
(la via più importante) di Las Vegas, che paiono proprio vicinissimi.
Recuperiamo i bagagli e ci dirigiamo con apposita navetta verso la Alamo
per affittare l'auto. L'autista è a dir poco un esaltato, già
solo a guardarlo in faccia. Durante il tragitto intrattiene poi un colloquio
da classico film di un marine in missione. Purtroppo per lui, sta trasportando
solo passeggeri comuni e non il presidente... La fila per prenotare
l'auto è lunga, ed Erika e Francesca aspettano un bel pò
prima di arrivare alle trattative, mentre io e Ste ci riposiamo e cerchiamo
di procurare qualche depliant e cartina stradale. Una volta tornate,
ci dirigiamo verso i parcheggi all'aperto eccitati come bambini, con
Erika che salta fuori con la notiziona del fuoristrada al posto della
berlina: costa solo 10 dollari in più, ne vale la pena! Purtroppo
per noi, dopo aver controllato il contratto e il prezzo finale, i conti
non tornano: ci sono 100 dollari in più del previsto! A questo
punto spulciamo le varie clausole, e scopriamo che la differenza di
prezzo è data dal secondo guidatore, cioè Erika, che ha
età inferiore ai 25 anni. Questo però non è stato
precisato, visto che l'offerta presa comprende un secondo guidatore
gratuito. Torniamo dunque all'ufficio per un bel complain (ci siamo
già molto americanizzati!), e dopo accurate spiegazioni viene
sistemato tutto, facendo il cambio del secondo guidatore con il mio
nominativo. Adesso il prezzo finale è di 256 dollari per cinque
giorni con assicurazioni, chilometraggio illimitato e secondo guidatore.
Così va meglio: bisogna sempre controllare ogni virgola del contratto!
Usciamo nuovamente che si son fatte le 16.00, molto più tardi
del previsto. Scegliamo la nostra Chevrolet Trail Blazer bianca 4x4.
Proprio un bel fuori strada, comodo, spazioso per i bagagli e ben accessoriato.
A Francesca l'onore di svezzarlo e condurci per le vie di Las Vegas!
In men che non si dica raggiungiamo lo Strip ed iniziamo ad assaporare
le meraviglie di questa città: passiamo da Sud verso Nord incrociando
la piramidona nera del Luxor, dove alloggeremo l'ultima notte di questa
tappa nell'Ovest degli States. Uno dietro l'altro si susseguono una
serie di personaggi quali il leggendario motociclista in pelle nera
sulla Harley Davidson che scorrazza con la sua banda, e i vari hotel
a tema come l'Excalibur con il suo fiabesco castello, il Tropicana,
l'MGM (ad oggi il più grande con ben 5.000 camere!), il New York
New York con l'inconfondibile profilo di Manhattan in miniatura (si
fa per dire), e l'Aladdin con il suo stile persiano, dove decidiamo
di fermarci. Lasciamo l'auto negli sconfinati parcheggi multipiano e
proseguiamo a piedi.
Iniziamo con l'entrare all'interno dell'hotel, che si rivela un vero
e proprio villaggio con strade e negozi creati a tema. Non solo, persino
il cielo azzurro con le nuvole è finto e si rimane a bocca aperta
da quanto appare realistico! Questa sì è una vera americanata...
Scendiamo al piano terra al nostro primo casinò, dove giochiamo
qualche puntata con le slot machine senza vincere nulla. Capita giusto
di vincere qualche credito in più per tirare ancora un paio di
volte la manovella. Mi trovo sorpreso per il fatto che nella maggior
parte delle slot hanno ormai sostituito la classica leva tanto divertente
con un noioso tasto da premere: che gusto c'è così? Ovviamente
è più comodo e più veloce, si può premere
a ripetizione come fanno molti senza stancarti il braccio, ma si finiscono
anche prima i soldi e senza suspance: non hanno insegnato agli americani
che le cose troppo comode sono anche piatte? Per fortuna alcune slot
utilizzano ancora entrambi i metodi, per cui opto senza indugiare sulla
manovella! Ci sono anche molti tavoli con roulette e giochi con le carte,
ma li lasciamo ai più esperti.
Usciamo dall'Aladdin e ci dirigiamo più a nord verso il Paris,
passando sotto la perfetta copia della Torre Eiffel a grandezza naturale,
che inizia ad illuminarsi. Una veloce toccata e fuga anche in questo
casinò e poi dritti al Bellagio, dove assistiamo alla fine dello
spettacolo delle fontane. Niente paura, lo ripetono ogni mezz'ora. Ne
approfittiamo così per visitare anche questo hotel, che presenta
un lusso sfrenato in ogni angolo in cui si guardi intorno. Torniamo
alle fontane e prendiamo i posti in prima fila. Lo spettacolo è
diverso dal precedente, poichè cambia la colonna sonora e gli
zampilli delle fontane vanno appunto a ritmo di musica. E' davvero suggestivo
e ben realizzato, anche se, avendo visto quello della Fontana Magica
a Barcellona a febbraio, devo dare qualche punto in più a quest'ultimo
per fascino e colori.
Scendiamo a sud costeggiando il New York New York e scorgiamo l'incredibile
montagna russa che passa attraverso i grattacieli: wow che panorama
ci deve essere da lassù in corsa! Entriamo nei meandri di questo
hotel, scoprendo un'altro mini villaggio con le tipiche strade interne
della metropoli, proprio come si vede nei film! C'è anche il
teatro dove si esibisce il Cirque du soleil in Zumanity: quanto mi piacerebbe
vederlo ma non c'è proprio il tempo!! E chissà quanto
andava prenotato in anticipo...
Proseguiamo verso l'Excalibur, dove approfittiamo del buffet da 15 dollari
per consumare una deliziosa e abbondante cena. Funziona proprio come
ho letto in tutti i racconti: si paga un tot fisso e si mangia a volontà,
con piatti e cucine di varie nazionalità. Ovviamente, c'è
il refill dove andare a riempirsi il bicchiere delle più svariate
bevande.
E' ora di tornare all'auto nel parcheggio dell'Aladdin de iniziare il
tragitto verso il Grand Canyon. Percorrere lo Strip è proprio
come entrare in un film, ma va ben oltre. Il fascino di tutte le luci,
i cartelloni pubblicitari, i casinò e questi mega hotel: è
tutto fatto ad hoc per confondere lo sguardo e la mente, e far entrare
il visitatore in una sorta di estasi compiaciuta. E non si riesce a
resisterne. Qualcuno dice persino che nei casinò aumentino l'ossigenazione
dell'aria per provocare euforia, e non mi stupirebbe affatto: questi
americani sono capaci di tutto!
Lasciamo Las Vegas prendendo la 95 south verso Needles, che si congiunge
alla Interstate 40. Ma, considerata la stanchezza, preferiamo fermarci
più o meno a metà tragitto in uno sperduto motel alla
Psycho nella cittadina di Searchlight (che forse è poco più
di un paesino visto che non è segnata neanche nella cartina...).
La camera è bella spaziosa ma un pò fredda. La temperatura
in Nevada non è certo quella della Florida! Accendiamo un'antica
e tradizionale stufetta e ci prepariamo per il lungo viaggio di domani...
23/10 - 95 south per Needles (California); Interstate 40 east (ex Route
66, Arizona); Grand Canyon South Rim: Mother Point; Hopi Point; Tusayan
Partiamo verso le 9 proseguendo per la 95 south fino a Needles. Alla
luce del giorno le cose appaiono tutte meravigliose e si scorgono i
tipici paesaggi da film western con villaggi sperduti di pochi abitanti,
circondati dal deserto di terra del tipico colore che va dal giallo
al marrone al rosso, ricoperto di cespuglietti verdi. Mancano solo i
cactus per completare il quadretto. La strada è ad una sola corsia
per senso di marcia e prosegue per molti tratti drittissima per lande
desolate.
Sconfiniamo dal Nevada e, anche se per un breve tratto, siamo ora sul
suolo della California, dove si trova appunto Needles. Sostiamo per
la colazione in un rustico locale del luogo, con gli immancabili camionisti
dei giganteschi Tir di Terminator e gente di passaggio. E' una cittadina
strategica visto che qui passa la leggendaria Route 66, oggi ribattezzata
per un tratto Interstate 40. Sembra ancora tutto finto e non riesco
a credere di trovarmi in questi posti che rappresentano il mito dell'Ovest
degli States. Rileggo il racconto del caro Leandro di www.cisonostato.it,
anche lui partito da qui per arrivare al Grand Canyon: sono oltre 400
nostri Km di bella strada che vanno fatti, la meta non è affatto
vicina come sembra dalla cartina!
Imbocchiamo senza indugi la I 40 east a due corsie per senso di marcia
che entra dopo poche miglia in Arizona. Osservo emozionato come un bambino
il panorama dal finestrino, fotografando e riprendendo tutto nei tratti
salienti. Nonostante la I 40 sia una strada grossa e trafficata (ci
sono tir da tutte le parti!), sempre dritta, e il paesaggio possa essere
considerato a tratti molto uguale, per turisti come noi che lo osservano
per la prima volta è una grande dose di adrenalina! Tutto è
così nuovo e diverso dai luoghi che abbiamo visto finora nei
nostri viaggi in Europa e nell'Est asiatico. Una scena da non dimenticare
è quella che capita di frequente percorrendo in auto la strada
parallela a quella dei binari qualche centinaio di metri a lato: quando
passa il treno merci, corre quasi alla stessa velocità e appare
fermo sullo sfondo dei monti mentre il deserto scorre sottostante a
75 mph. Se ci fosse la locomotiva a vapore, sarebbe davvero come tornare
indietro nel tempo di qualche secolo.
Dopo aver superato Kingman e Seligman, paesini quasi inesistenti, ci
fermiamo per la benzina a Williams, che appare un dimenticato villaggio
western. Come in tutti i distributori negli States, si entra dentro
il market, si paga il tanto che si vuole mettere alla pompa, e ci si
arrangia in self-service. Erika e Francesca ci spiegano i trucchi per
non fare figuracce nelle stazioni di servizio americane, tipo come si
aziona la pompa (che non è sempre uguale o scontato come sembra),
come usare eventualmente la carta di credito, quanta benzina calcolare.
Da Williams lasciamo la I 40 e svoltiamo sulla 64 north, dove iniziano
ad apparire i cartelli del Grand Canyon - South Rim, che ne indica la
parte che rimane a Sud. Esiste infatti anche la parte Nord, ad una quota
più elevata e difficile da raggiungere, praticamente dall'altra
parte del "grande buco". Nonostante in linea d'aria sia a
soli una ventina di Km più a nord del South Rim, ci vuole un
giro ad anello di oltre 350 Km per raggiungerlo in auto e possibilmente
avere un fuoristrada. In alternativa, si può attraversare il
canyon da parte a parte con uno dei trekking più belli al mondo
(il Bright Angel trail) che scende a valle sul Colorado e poi risale.
Un vero sogno per tutti i grandi camminatori, che richiede discreta
preparazione per i forti dislivelli, la lunghezza (diversi giorni di
camminata), le asprezze del terreno e del clima. Peri più pigri,
si può scendere anche a dorso di mulo, pagando ovviamente una
cifra non da poco (oltre $ 200). Il vero problema poi è che per
trovare i posti per dormire a valle, che sono pochi, bisogna prenotare
molti mesi in anticipo.
Continuiamo il nostro tragitto salendo di quota per entrare nella Kaibab
National Forest in un paesaggio completamente modificato, con la bellissima
foresta di alberi ad alto fusto in alcuni tratti parzialmente ricoperta
con spruzzi di neve: fa freddo! Sorpassiamo anche Tusayan, cittadina
nevralgica vicinissima all'ingresso del parco, il quale raggiungiamo
in pochi minuti. Essendo già le 15.00, diamo per scontato di
tornare anche domani e quindi siamo 'costretti' a comprare la tessera
annuale dal costo di $ 40 per auto, esattamente il doppio di una giornaliera
da $ 20. E pensare che con $ 50 si può fare la tessera per ingresso
illimitato a tutti i parchi nazionali degli States! Percorriamo qualche
miglia ed ecco spuntare il classico panorama da cartolina di fronte
a noi: talmente incredibile da sembrare finto, quasi un fotomontaggio...
Parcheggiamo poco a lato del Mother Point, il primo e quindi più
gettonato punto panoramico di osservazione, e scendiamo ad ammirare
attoniti questa maestosità della natura. E' tutto sproporzionato
in misure e grandezza ed iniziano a spuntare macchine fotografiche e
videocamere a più non posso! Mi sforzo di riflettere e ricordare
gli appunti del corso di fotografia i quali dicono che questa è
la classica situazione davvero difficile per fare realmente delle belle
foto. Dico così perchè a primo istinto si inizia a premere
a caso il pulsante di scatto presi dall'eccitazione, tanto sembra tutto
bello. Poi a casa ci si accorge di avere 50 foto tutte uguali che non
rendono affatto ciò che si è visto. Cerco allora di concentrarmi
su soggetti che diano le dimensioni tipo umani e piante, con una giusta
luce e ombre particolari, oppure scattare dei bei primi piani con i
quali un giorno potrò davvero dire: io ci sono stato ed ero là!!!
Raggiungiamo il balcone di Mother Point costeggiando l'orlo del burrone.
E' piuttosto frequentato ma mi aspettavo in realtà molta più
gente. Non mi aspettavo invece tutto questo freddo ma, del resto, siamo
a oltre 2.200 metri di altitudine! Un'altra cosa che mi spiazza del
tutto è il trovarmi la foresta che arriva fino all'orlo del Canyon
e scende anche giù fin dove è possibile arrampicarsi:
chissà perchè, pensavo che la parte Sud del Grand Canyon
fosse un'area desertica....
Mentre guardo a bocca aperta l'immenso panorama, accentuato dai 1.800
metri di dislivello tra me e qualche metro più avanti, metto
a fuoco il fatto che in realtà ciò che sto ora osservando
è una briciola di tutto l'insieme. Ripenso ancora al Bright Angel
che attraversa il Grand Canyon da Sud a Nord, quindi nel tratto in cui
la larghezza varia dai 6 ai 30 Km, mentre la vera estensione di questo
monumento millenario è da Ovest a Est per qualcosa come 450 Km:
due volte la Sardegna, pazzesco!
Il tempo passa velocissimo e dobbiamo affrettarci. Proseguiamo in auto
per il Grand Canyon village e sostiamo in un punto di ristorazione all'interno,
che pare una baita di montagna, per un pranzo veloce. Poi scendiamo
un tratto a piedi fino al punto di partenza del bus che porta verso
Hermits Rest a ovest, a visitare una serie di punti panoramici chiusi
al traffico delle auto. Facciamo in tempo a salire proprio sull'ultimo
autobus, molto spartano e con ammortizzatori inesistenti, che si arrampica
in una stretta stradina asfaltata costeggiando l'orlo del Grand Canyon.
Per una bella vista del tramonto, l'autista consiglia di fermarsi ad
Hopi Point, dove infatti scendono tutti i turisti, tra cui anche noi.
Il calar del sole colora da una parte le pareti di un magico rosso,
mentre dall'altra crea un suggestivo controluce con un'atmosfera di
foschia. E' un evento meraviglioso alquanto difficile da spiegare o
descrivere. Scattiamo le nostre foto a volontà e prendiamo il
pulmino di rientro, prima di arrivare allo stato di congelamento fisico!
Una volta raggiunta l'auto usciamo dal Grand Canyon village a buio fatto
scorrendo con stupore un enorme alce che attraversa tranquillo la strada.
Dopo pochi minuti di strada siamo a Tusayan per cercare alloggio. Senza
pensarci troppo la nostra scelta ricade sull'Holiday Inn, una discreta
catena di motel presente in tutti gli U.S.A., che alla cifra di $ 120
offre una bella quadrupla spaziosa e confortevole. Non è un prezzo
basso ma neanche esagerato, considerato la tale vicinanza ad una delle
meraviglie naturali del mondo.
Per la cena facciamo un giro in auto per il paese fino a trovare una
steak house molto carina e dai prezzi accettabili. All'interno c'è
anche un bello shop con articoli artigianali e locali. C'è da
attendere troppo per il tavolo e così ci spostiamo da un'altra
parte. Un altro bel localino tipico e carino, dove consumiamo uno squisito
aperitivo e un lauto pasto.
Rientrati al motel, la brillante idea di alzarsi all'alba, considerata
uno dei momenti più belli insieme al tramonto per vedere il Grand
Canyon, viene automaticamente scartata per la stanchezza e il gelo della
notte, per il quale non siamo adeguatamente attrezzati...
24/10 - Grand Canyon South Rim: Hermits Rest; trail da Hopi
Point a Mohave Point; Navajo point; Desert View; 89 North per Page
Una bella colazione continentale al motel, dove consultiamo le decine
di depliant che possono interessare, e via di volata nuovamente al casello
di ingresso del Grand Canyon. Il ranger all'ingresso non ci chiede neanche
la tessera appena ci guarda in faccia: si ricorda di noi da ieri...
gli dobbiamo aver fatto una bella impressione da italiani simpaticoni!
Parcheggiamo l'auto ed entriamo nel Market plaza per le prime necessità
alimentari e di shopping: dobbiamo fare la collezione di cartoline e
magneti! Poi scendiamo come ieri a prendere il bus percorrendo diverse
miglia sull'orlo del canyon fino al punto estremo di Hermits Rest. Da
qui si gode un altro stupendo panorama nel punto più ad Ovest
visitabile turisticamente del Grand Canyon - South Rim. Una bella passeggiata
per respirare appieno l'aria limpida e frizzante di montagna e per fare
altri acquisti in una vera e propria baita adibita a punto di ristoro.
Riprendiamo il bus che al rientro sosta solamente in due punti, tra
cui la nostra fermata al Mohave Point. Da qui, seguendo i consigli del
viaggio di Leandro, ci incamminiamo a piedi verso il primo punto più
a est dove abbiamo assistito ieri al tramonto: l'Hopi Point. Vale la
pena farsi questa passeggiata per tantissimi motivi. Innanzitutto, già
solo camminando a piedi sull'orlo del Grand Canyon si aprono paesaggi
incredibili visti da una prospettiva diversa dei soliti punti panoramici
e in modo molto più isolato. Sembra infatti strano, ma basta
fare pochi passi e la gente si volatilizza nel nulla, dando finalmente
un senso di maggiore intimità nell'osservare questo spettacolo
della natura. Il sentiero è lungo appena 1,3 Km e non presenta
dislivelli, per cui si percorre con calma in 30 minuti, fermandosi spesso
e volentieri per scattare le doverose foto. Inoltre, è uno dei
pochi punti dove si riesce a scorgere molto bene il verde fiume del
Colorado, artefice primario della millenaria erosione di questa roccia
arenaria. In ogni caso, tutto l'orlo del Grand Canyon può essere
percorso a piedi con i trail segnati e son sicuro che meritano tutti
di essere visti. Ci vorrebbe solo un bel pò di giorni per percorrere
tutte queste distanze.
Una volta all'Hopi Point, riprendiamo l'autobus fino al village dove
sostiamo per il pranzo. Mentre stiamo ordinando i nostri cheesburger,
Erika ha un leggero senso di mancamento con nausea e capogiri. In pochi
minuti una americanata da vero e proprio film si inscena davanti ai
nostri occhi. Arriva la signora col bicchiere d'acqua e zucchero; arriva
il paramedico con due braccia alla Swarzy che porta due borsoni giganteschi
di attrezzatura medica e inizia a tempestare di domande la povera Erika,
con tanto di taccuino per prendere appunti; arrivano i veri medici che
sembrano più che altro ranger con tanto di fodera e pistola,
pronti a portarla in elicottero al pronto soccorso più vicino...
un'esagerazione tremenda! Tant'è che dopo aver preso il bicchiere
d'acqua Erika stava già molto meglio, ma come dirlo a questi
annoiati che non aspettano altro tutto il giorno che un occasione per
esaltarsi a fare gli eroi?? parte gli scherzi, tanto di cappello per
efficienza e tempismo...
Possiamo finalmente lasciarci andare al pranzo alle 15.00 passate, dopodichè
ci spostiamo in auto verso Mother Point, da dove parte la deviazione
della 64 east che porta a Desert View. Sono parecchie miglia che si
possono percorre verso l'altro lato del Grand Canyon - South rim, in
un bellissimo paesaggio che scorre tra la foresta di Kaibab sulla destra
e l'orlo dell'abisso rosso sulla sinistra. Sostiamo al Navajo Point
per ammirare il panorama che presenta una grandiosità totalmente
diversa dai punti panoramici più a ovest. Qui il canyon si allarga
e lascia ampio spazio al Colorado. Poco più in là arriviamo
a Desert View, ultimo punto prima che la strada lasci il parco. Ultimo
e per me più bello, perchè del tutto inaspettato. Mentre
il paesaggio 'classico' di Mother Point lo si vede in tutte le riviste,
cartoline e documentari vari, questo di Desert View è molto meno
'scontato' ma altrettanto affascinante e mozzafiato. Entriamo a visitare
la torre, che rappresenta il punto più alto del South Rim, e
assistiamo al stupefacente tramonto, molto più bello di quello
visto ieri ad Hopi Point. L'intera parete verticale si colora prima
di un giallo acceso e poi di un rosso fuoco: magnifico! Finito lo spettacolo
ci diamo dentro con qualche acquisto nel solito negozietto di shopping
all'interno della torre stessa.
Infine, torniamo all'auto e proseguiamo per la 64 verso Cameron a 30
miglia di distanza. Nel mentre che usciamo dal parco, paesaggi bellissimi
scorrono sotto i nostri occhi. Dopo diverse miglia, quasi a buio fatto,
troviamo una artigianale e sperduta bancarella ad un lato della strada
deserta. Siamo entrati infatti all'interno della riserva indiana. Ci
fermiamo subito a curiosare e via ancora con altro shopping! Gli oggetti
sono molto carini, originali e ben fatti, come non portarne qualcuno
a casa comprato dagli indiani stessi? Mentre le ragazze proseguono i
loro acquisti sfrenati in questa bancarella a lume di candela, io osservo
attonito il panorama durante il calar dell'oscurità. C'è
un'atmosfera magica intorno a tutto questo indescrivibile... Oltre la
bancarella si estende una prateria semi-desertica e alcune crepe 'secondarie'
del Grand Canyon. Mi viene voglia di correre ed andare là per
vedere quanto siano profonde!
Una volta a Cameron, la strada devia per la 89 nord scenic byway, che
è per l'appunto una strada considerata dagli americani stessi
panoramica. Purtroppo per noi è già buio e ne perdiamo
lo splendore, per lo meno fino al tratto per Page dove giungiamo verso
le 20.00. Nonostante sia questa una cittadina di passaggio obbligatoria
per arrivare a luoghi che nulla hanno da invidiare al Grand Canyon per
bellezza e maestosità, ci rendiamo presto conto che di turisti
se ne vedono ben pochi. Per essere più precisi, le strade sono
deserte e sembra di essere a Twin Peaks... Troviamo alloggio al Travel
Lodge, altra catena di motel molto diffusa negli U.S.A. a prezzi vantaggiosi
e con ottime camere. La nostra costa addirittura $ 45 in tutto, che
diviso in quattro viene un'inezia...
Alla reception approfittiamo per chiedere informazioni sul depliant
che cita il tour per l'Antelope Canyon. Io e Stefania sappiamo che è
bellissimo perchè l'abbiamo visto in più riviste di viaggi
e foto, leggendo anche diversi racconti. Ce n'è uno domani mattina
dalle 9.30 alle 11.00 e lo prenotiamo subito!
Usciamo quindi per andare a cenare che sono le 21:15. Ahi Ahi, già
troppo tardi per trovare qualcosa! Alla prima steak house ci dicono
che è tutto chiuso. Andiamo allora in un altro pub dove il barman,
vestito da cowboy con cappello, stivali e cinturone, ci conferma che
anche la sua cucina è già chiusa. Nel giro di pochi minuti
facciamo il giro per le strade deserte di Page e rimane una sola unica
alternativa: il Mc Donald’s! Che tra l'altro è ugualmente
deserto e chiude fra un quarto d'ora, cioè alle 22:00 in punto!
Una signora un pò ansiosa ci serve e si ingarbuglia un pò
con le ordinazioni. Stiamo chiedendo solo 4 panini del resto... e in
più ne esce fuori con la storia che i panini sono solo 3 perchè
il quarto, che è anche l'ultimo, è 'damaged'. A questo
punto non possiamo che sorridere provando a pensare le varie condizioni
e possibilità per il quale un panino possa essere considerato
'damaged'!!? Alla fine riusciamo a cenare e la signora ci regala anche
4 apple pie per scusarsi, mentre la cameriera delle pulizie appare ogni
tanto all'angolo con aria indifferente per vedere se abbiamo finito.
Lo vogliamo capire che sono le 22:00 ed è tardissimo?? è
ora di andare a letto!! Che serata indimenticabile...
25/10 - Antelope Canyon tour; Lake Powell (Utah); 89 per Kanab;
9 west e Zion N.P.; Interstate 15 south per Las Vegas (Nevada) hotel:
Stratosphere Tower, Luxor, Venetian
Dopo una continental breakfast al Travel Lodge, ci spostiamo di pochi
metri sulla strada principale che attraversa Page per raggiungere la
sede dell'Antelope Canyon tours. Arriviamo alle 9:15 e abbiamo un quarto
d'ora di tempo per saldare il conto (in tutto la gita viene $ 28 a persona)
e comprare qualche cartolina. Alcune sono vere e proprie foto su carta
lucida che paiono inverosimili e fiabesche. Possibile che sia davvero
così bello? Credo proprio di sì, perchè foto simili
le abbiamo viste anche in una rivista di viaggi poco prima di partire.
Di fronte alla sede ci sono diversi mezzi parcheggiati per i tour. La
nostra guida indiana ci fa accomodare su un enorme giant truck, alto
con delle gigantesche ruote e aperto sul retro con i sedili al centro.
Durante il tragitto fa un freddo cane ma è divertentissimo! Il
paesaggio è straordinario. La cittadina di Page è posta
in una conca ai piedi dell'immenso Glen Canyon da cui è stato
creato artificialmente il Lake Powell, mentre dall'altra parte si estende
il territorio desertico, oggi riserva indiana, con bizzarre forme di
rocce rosse che fuoriescono dai cespugli della piana circostante. Questa
è la vera Arizona come l'ho sempre immaginata! Il giant truck
entra in una strada sterrata e il paese scompare alle nostre spalle
per dare il meglio di questo paesaggio. Le uniche cose che stonano tremendamente
sono quelle tre enormi alte fumarole che appartengono a qualche industria
e non certo alle capanne degli indiani...
Ci fermiamo per il pass del canyon e proseguiamo il tragitto ancora
per qualche minuto, mentre il panorama diventa sempre più singolare.
Qua la roccia ha la consistenza della sabbia, che vuol dire fango alle
prime piogge, piccoli e grandi canyon creati da un giorno all'altro
dal nulla, erosione frenetica che modella ogni cosa. E così è
stato infatti anche per l'Antelope Canyon, il cui ingresso appare stretto
e per niente maestoso. La guida fa un veloce discorso in inglese, raccomandando
di non perdere il gruppo, di stare attenti ai serpenti e altre cosuccie
del genere...
All'interno, questo stretto canyon rivela il meglio di sè stesso
e di ciò che madre natura possa genialmente creare dalla friabilità
del terreno. Le forme sono davvero irreali, tondeggianti, con colori
incredibili delle pareti appena qualche raggio di luce oltrepassa la
stretta fessura, lassù molto più in alto delle nostre
teste. Qualche tratto risulta molto buio, qualche altro meglio illuminato,
sempre e solo esclusivamente da luce esterna. Non c'è alcun artefatto
umano per fortuna, il canyon è lasciato interamente al naturale
senza alcuna modificazione per agevolare i turisti. Il tragitto è
più lungo di quel che pensassi e molto tortuoso, ma sempre semplice
perchè il terreno è del tutto pianeggiante. Non ci sono
sassi, nè pietre o rocce, nè piante o forme di vita: solo
le pareti dell'Antelope. Bellissimo ed emozionante, è davvero
da rimanere a bocca aperta.
Si esce dall'altra parte in un ambiente ancora estremamente desertico,
con alcuni cespugli sulla roccia rossa che regalano un contrasto forte
e magnifico col cielo azzurro e limpidissimo dell'Arizona. La guida
ci lascia una mezz'oretta per passeggiare liberamente e poi torniamo
indietro nuovamente per il canyon. Possiamo dunque risalire nel nostro
giant truck e tornare a Page alle 11:00 in punto.
Passiamo una mezz'ora per una passeggiata tra i caratteristici negozietti
locali, poi prendiamo l'auto per dirigerci all'uscita del paese verso
il Lake Powell. Attraversiamo quasi subito il ponte che dà sull'imponente
diga con cui è stato possibile creare questo che è il
lago artificiale più grande al mondo. Il fatto di aver riempito
un canyon che nulla ha da invidiare per dimensioni a quello più
"grande" e famoso che tutti conosciamo, rende questa opera
metà naturale e metà umana, ma di sicuro estremamente
notevole e stupefacente. Il colore della roccia desertica gialla contrasta
nettamente con quello azzurro dell'acqua e le dimensioni sono da capogiro:
migliaia di chilometri di coste frastagliate che si possono raggiungere
in barca in pieno deserto....!
Dopo alcune foto in prossimità della diga, prendiamo una deviazione
della 89 che costeggia il lago e seguiamo per diverse miglia questo
tragitto costellato di paesaggi indimenticabili e superbi, sostando
in alcuni punti panoramici. Ci sono alcuni resort e pontili per le imbarcazioni
che dimostrano che in alta stagione questo è un posto molto turistico
e frequentato. Alcune cartoline mostrano tra l'altro posti bellissimi
raggiungibili solo in barca, tra cui il Rainbow Bridge, il più
grande arco naturale al mondo di roccia. Sono disponibili anche tour
di una giornata intera che devono essere stupendi, ma noi non abbiamo
tempo a sufficienza, anzi, siamo già in ritardo per rientrare
a Las Vegas entro stasera.
Archiviamo dunque anche il Lake Powell come una delle più belle
meraviglie naturali mai viste finora, e proseguiamo sulla 89 scenic
byway attraversando subito il confine tra Arizona e Utah. Raggiungiamo
la cittadina di Kanab alle 14:00, giusto per uno spuntino veloce in
un Pizza Hut.
Ancora un lungo tratto della 89 nord e poi una sosta per la benzina
in un agglomerato di case sperdute tra i monti, dove troviamo un caratteristico
e singolare negozietto artigianale da far west, con tanto di cinturoni,
cappelli da cowboy, stivali, fodere per le pistole e artefatti indiani.
Deviamo per la 9 ovest che porta alla Zion, percorrendo una strada con
varietà e bellezza di panorami da far venire la pelle d'oca.
Mentre guido mi rendo davvero conto che questo è il tipo di viaggio
e di paesaggi grandiosi che mi aspettavo di vedere negli States. Ci
sarebbe da fermarsi in mille punti per fare fotografie e godere di questo
spettacolo, ma il tempo stringe ed è diventato il nemico più
brutto e fastidioso che si possa avere in vacanza. Costeggiamo per lungo
tempo una catena montuosa ancora dalla classica roccia rossa fino ad
arrivare all'ingresso dello Zion National Park alle 17:00 in punto.
In realtà siamo notevolmente spiazzati dal trovarci i caselli
di fronte, poichè dalla cartina stradale sembra che la 9 costeggi
il parco ma non che ci entri proprio dentro! Chiediamo informazioni
alla sbarra della biglietteria dicendo che il nostro scopo era arrivare
a Las Vegas e non entrare allo Zion, ma l'alternativa è davvero
poca: pagare i $ 20 per attraversare 10 miglia dello Zion, o ritornare
a Kanab perdendo un sacco di tempo e prendere la parallela della 9 verso
Sud (la 59) che ce ne costerebbe, arrivati a questo punto, forse anche
di più di benzina! Non ci pensiamo due volte e sganciamo i $
20 di ingresso (per auto) che, in fin dei conti, sono appena $ 5 a testa.
Il problema non sono i soldi ma il fatto che abbiamo fretta e la visita
allo Zion non era preventivata e, come da manuale, non si può
non attraversare una meraviglia della natura senza fermarsi a fare delle
foto. La serata di baldoria a Las Vegas inizia ad allontanarsi a scapito
dello Zion...
Ma mai decisione migliore potevamo prendere obbligata dal destino. Questo
parco va molto oltre le aspettative in ciò che ho visto in foto
o descrizioni al suo riguardo. La strada stretta che lo percorre è
semplicemente un gioiello. Si districa tortuosa tra paesaggi ancora
una volta strabilianti, totalmente diversi da quelli visti nel Grand
Canyon, nell’Antelope Canyon, nel Lake Powell e nell'Arizona in
genere. Il particolare che risulta più incredibile è la
concentrazione di bellezza e diversità di ambienti che si susseguono
curva dopo curva senza interruzione: non c'è un solo metro che
può apparire piatto o noioso e viene da fermarsi ovunque con
l'adrenalina a mille per fare foto ed esplorare meglio anfratti, piccoli
canyon, rocce colorate con forme arrotondate e fiabesche, a tratti deserte
e a tratti ricoperte da foresta. Ovviamente la strada stretta permette
di fermarsi solo in apposite piazzole, altrettanto piccole e massimo
per un paio di auto. L'unica cosa che possiamo fare è andare
il più piano possibile per poter rimanere a bocca aperta il più
tempo possibile...
Più o meno a metà strada imbocchiamo un singolare tunnel
lungo tre quarti di miglio, totalmente buio con alcune finestre laterali
che danno sullo strapiombo della montagna. All'uscita si scende velocemente
su un vallone con vertiginosi tornanti, in uno dei quali ci fermiamo
per ammirare il panorama dalla piazzola. Si vedono tutti i finestroni
che abbiamo percorso nel tunnel e l'imponente parete del monte, mentre
un enorme uccello nero simile ad un corvo osserva curioso la nostra
auto. Proseguiamo ancora a valle in un paesaggio nuovamente stravolto,
che pare si modifichi con la stessa facilità con cui si clicca
un tasto sul computer per cambiare da una foto all'altra, e arriviamo
in prossimità di un ponticello a tramonto quasi fatto.
Sostiamo anche qui, incuriositi da ben 5 fotografi appostati e pronti
a scattare con un'attrezzatura da capogiro: macchine professionali digitali
e non, un cavalletto che deve pesare più di me e una borsa grande
quanto la mia valigia piena di obbiettivi e roba varia... urka questi
sono professionisti seri! In confronto la mia Canon Eos 300D, reflex
da 6 Mpx appena uscita, mi sembra un giocattolino! Restiamo ancora più
incuriositi nel cercare di capire il perchè di tanta attenzione
poichè, seppur vero che il panorama da entrambi i lati del ponte
è puramente da cartolina, con gli alberi in foglie dai tipici
colori autunnali e il fiume che scorre in mezzo ad una natura rigogliosa,
è pur vero che i colori sono ormai spariti del tutto col sole
nascosto dietro i monti sovrastanti. E poi perchè tutti rivolti
nella stessa direzione? Mentre facciamo le nostre di foto, arriva la
risposta chiara e limpida. Poco prima del tramonto, il sole raggiunge
un'altezza particolare colorando di un magnifico rosso le pareti verticali
dei monti sullo sfondo: semplicemente indescrivibile lo scenario che
si presenta di fronte ai nostri occhi e l'emozione dei dieci minuti
successivi in cui avviene tutto ciò.
Arriviamo all'uscita del parco, di fronte ad una torre con la scritta
"Zion N.P." in un'area dove si campeggia, con l'ultima cartolina
mozzafiato ancora regalata dai colori accesi delle montagne. Costeggiamo
un recinto di bufali grandi, ciascuno, due volte una nostra mucca, e
proseguiamo finalmente al buio, liberi da tentazioni di altre meraviglie
da vedere, verso Las Vegas.
La vista della cittadina St. Gorge, tra le luci della notte dall’alto
della strada mentre scendiamo velocemente di altitudine, appare come
una metropoli dopo aver visto i villaggi far west del deserto. Da qui
la Interstate 15 lascia lo Utah e rientra in Nevada, conducendo dritti
a Las Vegas in circa un'ora. Tra i giganteschi svincoli della rete stradale
(proprio come si vede nei film) entriamo nello Strip, stavolta dalla
parte nord, che non abbiamo visto al nostro arrivo pochi giorni fa.
Anche se siamo stanchissimi, ci fermiamo subito per questioni logistiche
alla Stratosphere Tower, hotel che offre con questo monumento una visione
stupenda della città dall'alto e della vallata desertica dove
sorge. Non abbiamo considerato però la fila da fare per salire
sulla torre, che fa perdere un bel pò di tempo. L'ascensore che
sale in alto è talmente veloce da far invidia, per il vuoto che
si sente sullo stomaco, alle montagne russe più disperate...
c'è quasi da stare male! Il panorama che si gode è il
migliore della città, con le accecanti luci che si estendono
a perdita d'occhio. Più di tutte merita chiaramente la visione
dello Strip con i pacchiani e singolari hotel a tema, che visti da quassù
sembrano quasi piccoli....
Torniamo sullo strip che dobbiamo attraversare per intero dove il Luxor,
dalla parte opposta a Sud, ci aspetta con una camera quadrupla prenotata
per $ 140. Nonostante siano solo cinque miglia, ci vuole una bella mezz'ora
buona per camminare con tutto questo traffico. Quasi quasi si fa prima
a piedi.... Inoltre risulta difficoltoso arrivare al parcheggio, dal
momento che bisogna fare uno strano giro per il Mandala Bay. Dopo un
altro quarto d’ora, per portare le valigie dal parcheggio alla
reception, passando tra l’altro all’interno del labirintico
casinò, (le distanze sono enormi anche negli hotel!!!) abbiamo
finalmente le chiavi della nostra camera ma non abbiamo invece più
tempo per riposare. Sono le 23:00 passate e dobbiamo affrettarci a cenare.
La nostra stanza è al quarto piano della piramidona nera, la
quale è costruita in maniera da accogliere le camere su tutto
il perimetro e le pareti (quelle al vertice sono le suites), mentre
all'interno si trovano il casinò, il cinema, i ristoranti, le
attrazioni, le statue con tanto di palme, la reception e tutto ciò
che fa sembrare questo, come tutti gli altri hotel, una città
nella città. Non possiamo neanche provare l’inclinator,
l’ascensore trasversale che porta ai piani superiori, perché
funziona solo per le camere sopra i primi piani: che delusione!
L'orario ci tradisce e i buffet, a quest'ora, sono tutti chiusi. Rimediamo
perciò in una steak-house all'interno del Luxor stesso. Una cena
discreta ma niente di eccezionale paragonata ad altre steak dove siamo
stati.
Ci spostiamo in auto ai parcheggi del Venetian, più o meno a
metà altezza dello Strip, ma anche qui le attrazioni sono già
finite: non possiamo vedere che una piccola parte di Piazza San Marco
con le gondole vuote. Tocca passare il tempo nei rovinosi casinò
di rito nella speranza di una vincita! Cosa che avviene raramente e
per cifre ridicole. Non è serata fortunata al gioco oggi... i
pochi crediti che si aggiungono comunque permettono di prolungare il
tempo di gioco e divertirsi un pò di più.
Una volta esausti, torniamo al Luxor a riposare, dopo una giornata intensissima.
Tra l'altro, oggi è anche il mio compleanno: 30 anni festeggiati
in maniera indimenticabile tra paesaggi mozzafiato e questa leggendaria
città unica al mondo!
26/10 - Las Vegas - Dallas (Texas)- Orlando (Florida); Kissimme
Una veloce colazione al Luxor, identico sia di giorno che di notte visto
che all'interno non entra uno spiraglio di luce dalle vetrate nere (ma
forse è fatto apposta per perdere la concezione del tempo) e
via al lontanissimo parcheggio multipiano con le valigie.
Un paio di miglia e siamo già all'aeroporto dove riconsegniamo
l'auto alla Alamo alle 11:00.
Il volo parte alle 15:50 percorrendo lo stesso tragitto dell'andata,
con scalo a Dallas. Per via delle tre ore di fuso orario, arriviamo
ad Orlando alle 23:00 passate. Affittiamo un'auto per me e Stefania
per tutti i giorni rimanenti del viaggio, dove faremo il giro ad anello
della Florida. Scegliamo sempre la Alamo, ma rimaniamo un pò
sorpresi per il prezzo. Nonostante grazie ad Erika e Francesca, ormai
esperte delle procedure, riusciamo ad avere un buono sconto sul totale
iniziale, mi sembra comunque molto più caro del prezzo che mi
ero immaginato provando a prenotare da internet con Expedia prima di
partire. In ogni caso, prendiamo una Chevrolet Cavalier, considerata
in categoria standard, a due porte, con un bagaglio giusto per le nostre
valigie e zaini vari, discretamente accessoriata e confortevole. L'importante
è che ci sia l'autoradio col Cd per la musica!
Alloggiamo a Kissimme al Comfort Inn in una camera da $ 66 a notte,
riaccompagniamo Erika e Francesca nei loro alloggi dei resort Disney,
e possiamo finalmente andare a dormire pensando al nostro nuovo viaggio:
Florida on the road!
27/10 - Interstate 4 north per St. Augustine; Castillo de San
Marco; St. George street; 95 south per Daytona
Dopo una continental breakfast del motel, passiamo a prendere in auto
Erika al suo alloggio e andiamo in banca a cambiare euro in dollari.
Più che una banca, sembra un parco: all'ingresso si estende un
bel giardino con palme, acqua che scorre ovunque, in un'atmosfera di
relax e bel fresco, che fa davvero piacere in una giornata di sole torrida
come questa. Per noi, ancora più calda visto che fino a ieri
stavamo congelando nell'Ovest degli States! Erika fa qualche operazione
sul suo conto e converte i soldi, al cambio attuale di 1,21 dollari
per 1 euro; non male in questo periodo.
La salutiamo al parcheggio e dopo qualche svolta imbocchiamo la Interstate
4 nord verso Daytona. Da qui proseguiamo sulla costa per la 95 fermandoci,
poco prima di St. Augustine, in una spiaggia qualunque, giusto per togliere
lo sfizio di vedere l'oceano. Non c'è quasi nessuno in giro,
parcheggiamo vicino ad una struttura in legno isolata (che sembra tipo
uno dei nostri lidi) e raggiungiamo la spiaggia attraversando una passerella
in legno. Il posto è bello e suggestivo, ma c'è troppo
vento per restare, così torniamo in auto e arriviamo a St. Augustine
nel nord-est della Florida verso le 15:00, prima tappa del nostro giro
ad anello per la penisola! Iniziamo con la visita del forte, il Castillo
de San Marcos, costruito dagli spagnoli alla fine del 1600 e mai espugnato.
E' stato usato dai militari americani fino al 1900 e infine reso Monumento
Nazionale nel 1924. Paghiamo il parcheggio, l'ingresso dove ci viene
dato un depliant in italiano con tutte le informazioni, e iniziamo la
visita. Si passa il ponte levatoio sul fossato e si entra dentro la
struttura, che preserva le murature perfettamente solide e intatte.
Varie stanze descrivono la dura vita dei tempi e dei soldati che si
rinchiudevano nel forte nei periodi di guerra. Delle scale portano poi
al terrazzo, con l'esibizione dei cannoni e il bel panorama suggestivo
sul mare da un lato del forte, e sulla cittadina di St. Augustine dall'altra.
Terminata la visita prendiamo l'auto e raggiungiamo il Visitor Center
poco più avanti. Vediamo alcuni simpatici scoiattoli arrampicarsi
sui tetti e un gatto enorme che assomiglia a quello di Stefania, due
volte più grande e con un faccione che ricorda quello di una
tigre: ma perchè in America è tutto così esagerato?.
Dal visitor center si raggiunge immediatamente a piedi il centro di
St. Augustine, con alcune strade pedonali come la St. George Street,
carinissima con tutti i negozietti artigianali e di souvenir, le case
in stile coloniale, la scuola più antica della Florida ancora
in piedi e cosette del genere. Una passeggiata che merita, e che non
può non concludersi con l'assaggiare una delle tante prelibatezze
delle numerose pasticcerie di dolci, pane e cioccolato. Noi optiamo
per la mela col caramello, che Erika ha consigliato come una vera chicca!
Un pò difficile da gustare per strada a dire il vero, con tutto
il caramello che fila e si appiccica ai denti e la mela bella tosta
da morsicare... troppo dolce per i nostri gusti! Sta già facendo
buio verso le 17.30 e si inizia a chiudere anche i battenti, così
torniamo all'auto e facciamo un giro per le strade della cittadina.
Arriviamo al porto e subito dietro attraversiamo un quartiere davvero
bello delle tipiche case residenziali in legno americane: direi vere
e proprie ville immerse nel verde e nel relax totale.
Torniamo indietro a Daytona seguendo la litoranea A1A, scorgendo una
dietro l'altra splendide casette, resort (adesso deserti, ma sicuramente
molto animati in alta stagione), ville da ricchi e tante barche sui
moli. Niente palazzi e niente cemento, tutte case singole e in legno.
E' proprio come nei film dunque. Nonostante la strada sia la più
esterna verso la costa, si vedono fiumi, laghetti ma mai l'oceano, nascosto
dai resort, dalla vegetazione o semplicemente da dune di sabbia. Sono
costretto a parcheggiare un attimo e attraversare di nuovo le passerelle
in legno per vederlo!
Una volta a Daytona, rimaniamo sempre sulla A1A, che la attraversa per
intero, trovando senza difficoltà vari motel in fila uno dietro
l'altro. Scegliamo il Budget Inn con camera a $ 40 per notte. Avendo
il microonde e il frigo, per cena compriamo qualcosa di veloce in un
supermarket e andiamo a riposare.
28/10 - Ponce Inlet Lightouse; Kennedy Space Center; A1A south
per West Palm Beach
Usciamo da Daytona seguendo la A1A sud per un bel tratto, fino a raggiungere
il Ponce Inlet Lightouse. Il biglietto d'ingresso costa $ 5 e permette
di visitare sia il faro sia il parco intorno, che comprende alcune strutture
adibite a museo. Per prima cosa arriviamo in cima salendo per gli interminabili
scalini a chiocciola del faro, dove dall'alto si gode un notevole panorama
sulla costa e di Daytona. Anche qui, rimango stupito dal fatto che gli
unici edifici a più piani che noi chiamiamo comunemente palazzi
o condomini, sono esclusivamente al centro della rinomata città
delle corse automobilistiche (e sono per lo più hotel e resort);
per il resto, si vedono solo le solite case singole in legno con giardino
a prato intorno e tetto spiovente, distribuite spaziosamente nella pianura
circostante. Bella vita fanno sti americani qua! E' curioso come il
faro sia così lontano dalla costa e risulti qualche centinaio
di metri in linea d'aria verso l'interno. Visitiamo velocemente il museo,
con reperti archeologici, subacquei e descrizioni storiche, e passeggiamo
un pò per il sentiero intorno al recinto del parco. Dieci metri
dopo l'imbocco, sparisce ogni segno di civiltà e sembra di essere
in piena giungla tropicale!
Torniamo all'auto, cerchiamo l'imbocco per la 95 sud trovando un pò
di traffico, comunque sempre scorrevole, e cerchiamo di accelerare per
giungere allo Kennedy Space Center a mezzogiorno in punto. E' in effetti
tardi per visitare un'attrazione come questa che richiede una giornata
intera, ma proviamo lo stesso. L'ingresso costa ben $ 36 a testa (ed
è il biglietto base, non quello che comprende il simulatore spaziale),
e in aggiunta regalano gratis anche una sana dose di nervoso per i soliti
controlli minuziosi da effettuare. Stavolta, cosa che non era ancora
successa, oltre ad aprire gli zaini ci fanno accendere tutti gli apparecchi
elettronici per essere sicuri che funzionino (e quindi che siano veri
e non ci siano bombe atomiche all'interno), tipo ad esempio i cellulari,
le macchine fotografiche e persino la videocamera. Non solo: avendo
diverse ottiche per la mia reflex digitale, mi fanno persino aprire
l'obbiettivo per mostrare che la lente si veda da parte a parte, e scattare
una foto a caso per essere sicuri che si veda nell'LCD sul retro, e
magari non ci sia invece una molotov truccata.... E meno male che Stefy
è riuscita ad accendere il cellulare per un istante, che ha la
batteria scarica da ieri visto che il nostro caricatore non funziona
con le prese americane, altrimenti l'avrebbero sequestrato all'istante...
quando è troppo è troppo dai! Dopo venti minuti persi
per i controlli, finalmente possiamo entrare nel centro spaziale che
si è fatta già ora di pranzo.
Sostiamo subito ad uno dei tavoli all'aperto, dove decine di uccelli
simili a corvi neri salgono sfacciatamente per pizzicare qualche briciola
da mangiare, e prendiamo due hot dog e una coca cola. Sembra incredibile,
ma sono i panini più cari e piccoli che abbia visto finora non
solo negli States, ma in tutta la mia vita! Ma due panini così
sono insignificanti per uno stomaco italiano, figuriamoci per uno americano!
E' molto deludente tutto ciò, mi cade un mito....
La prima parte da visitare è senza dubbio quella raggiungibile
solo con gli appositi autobus che fanno un lungo giro all'interno dell'area
spaziale. Stiamo in coda in una discreta fila, assistendo ancora una
volta al senso di civiltà americano e organizzazione perfetta
nel rispettare ordine e quiete, e persino nell'avanguardia di dare piena
assistenza ai portatori di handicap con file di precedenza, sedie a
rotelle apposite che salgono sul bus con un sistema dedicato, aiutati
dal conducente e dagli addetti. Inizia così il nostro tour per
le lunghe strade del Kennedy Space Center, animato dalle spiegazioni
del conducente e dal video riprodotto sui piccoli schermi dell'autobus,
che spiegano come sui canali ai lati della strada si possano ammirare
flora e fauna di una stupenda oasi naturalistica quale è Cape
Canaveral (compresi gli alligatori che scorrazzano dappertutto!). Giriamo
in tondo per l'enorme costruzione del Vehicle Assembly Building, e poi
proseguiamo fino all'LC 39, un centro di osservazione panoramico che
permette di ammirare da lontano entrambe le postazioni di decollo degli
shuttle LC-39A e LC-39B.
Stiamo una decina di minuti e saliamo sul successivo autobus, che prosegue
il tour fino all'Apollo Saturn V Center. Qui rimaniamo invece molto
di più, prima per seguire l'emozionante presentazione che simula
la partenza dell'Apollo vista dal centro di controllo (bellissima per
gli appassionati, quasi commovente il momento del decollo!), poi per
vedere con i propri occhi quello che è il vero missile Apollo
V con i suoi diversi stadi, in un immenso hangar. E' davvero enorme,
alto e lunghissimo!
Torniamo al Visitor Complex che sono già le 16.00. Abbiamo pochissimo
tempo prima della chiusura, così scegliamo velocemente di dare
un'occhiatina da vicino allo Shuttle ormai in pensione, visitabile all'interno,
entrare al volo in uno shopping per avere qualche ricordo, e assistere
all'ultimo esaltante spettacolo IMAX 3D delle 17.00. All'uscita del
cinema sta già chiudendo tutto, e ci avviamo verso i parcheggi
passando per il Rocket garden, un grande piazzale convertito a museo
a cielo aperto di missili.
Alle 18.00 lasciamo il Kennedy Space Center prendendo la 95 sud per
un lunghissimo tratto. Vogliamo cercare di avvicinarci il più
possibile a Fort Lauderdale per domani mattina, ma la strada sembra
non finire davvero mai. Alle 22.00, sfiniti da 4 ore di guida, svoltiamo
per l'uscita 808 e prendiamo la A1A sud, la costiera, dove mettiamo
benzina e cerchiamo un motel per la notte. Non sappiamo nemmeno di preciso
dove siamo, visto che la segnaletica americana incentra la sua attenzione
molto su numeri e direzione delle strade, ma non sui nomi dei paesi
o cittadine dove si sta entrando o uscendo. Di sicuro, siamo nei pressi
di Boca Raton a vedere la nostra cartina stradale. Troviamo un buon
alloggio all'Ashley Brooke Motel per $ 65. La stanza è praticamente
un appartamento, con un letto matrimoniale enorme, moquette sul pavimento,
tantissimo spazio, cucina con tavolo, frigo, microonde, posate e pentole,
e ovviamente il bagno. Inoltre siamo al secondo piano con una bella
vista verso la piscina interna del motel: sembra davvero un peccato
rimanere solo per una notte!
29/10 - Fort Lauderdale; Miami: South Beach, Collins Avenue,
Ocean Drive
Riprendiamo la marcia per la A1A sud litoranea verso le 10.00. Il traffico
e i semafori ci fanno perdere un pò di tempo, anche se abbiamo
modo di assaporare da vicino la realtà della vita da spiaggia
americana. A mezzogiorno sostiamo nel litorale di Fort Lauderdale. C'è
un bel pò di vento ma la temperatura è calda, anche se
non abbastanza da ispirare un bagno nell'oceano mosso. Finalmente un
pò di relax dopo tanti chilometri! La spiaggia è discreta
ma non eccezionale, mi aspettavo un posto migliore dai racconti letti
sulla Florida. C'è da precisare però che siamo in un punto
a caso di un litorale talmente lungo che sembra non avere fine, per
cui in mancanza di indicazioni potremmo essere capitati certamente in
uno dei tratti meno belli.
Alle 13.00 riprendiamo la litoranea verso sud, raggiungendo in breve
Miami. Iniziano a vedersi ponti e grattacieli e le strade si allargano
a 4 e 5 corsie: entriamo nuovamente in uno dei tanti film di Hollywood,
stavolta in maniera ancora più eclatante perchè, a Miami,
ne sono stati girati un numero incalcolabile, a partire da quelli polizieschi
in primo piano. Ci fermiamo nel nostro primo Mall (centro commerciale)
americano, per cercare un internet point e contattare la nostra amica
Erika e anche per mangiare. C'è da prendere seriamente in considerazione
la possibilità di perdersi nei meandri e girare a vuoto per una
giornata intera, così la prima cosa da fare è affidarsi
al tabellone guida dei negozi e servizi. E non è vero che ci
sia un internet point, possibile? Qui negli USA, a Miami, in un Mall
dove si sono 100 negozi, 10 ristoranti, 20 cabine telefoniche? Mi avvicino
in una vetrina di apparecchiature elettroniche a chiedere informazioni
e mi confermano che effettivamente non c'è. Credo di aver dato
troppo per scontato di trovarne dappertutto ma non è così!
Diamoci dentro allora almeno con il pranzo: di fronte a noi c'è
un seducente buffet italiano a cui non possiamo resistere! Si paga a
peso e quindi si riempie il piatto con tutto quello che si vuole, pagando
alla cassa solo in relazione al peso effettivo e non alla tipologia
della portata. Troviamo delle cose davvero interessanti e consumiamo
un pranzo coi fiocchi spendendo in due neanche $ 20.
Riprendiamo la litoranea e ci ritroviamo sulla Collins Avenue (la famosa
strada dei grattacieli sulla spiaggia) senza neanche accorgercene. La
percorriamo tutta da Nord fino a raggiungere la parte più in
voga di questi anni: South Beach e Ocean Drive, dove troviamo l'Haddon
Hotel, di cui avevo una pagina stampata da internet, che è situato
proprio di fronte all'incrocio tra le due strade principali. Il prezzo
di una camera doppia sale a $100 ma siamo a Miami in pieno centro e
a due passi dalla spiaggia, per cui non ci pensiamo due volte e prenotiamo
per stanotte. Sono stupito dalla situazione dei parcheggi che risulta
davvero critica persino per gli hotel stessi. Alcuni si sono muniti
di quelli sotterranei, altri come l'Haddon hanno appena 5 posti auto
di fronte all'ingresso. Con una bella botta di fortuna, ne troviamo
uno libero dove lascio l'auto all'istante. E' sicuro che da qua non
la muovo fino a domani! Sistemiamo le valigie in stanza (davvero molto
carina, tutta rigorosamente in stile art-decò) ed eccoci pronti
in costume e ciabattine attraversare la strada per raggiungere la famosa
spiaggia di Miami. Che non delude affatto le aspettative, al contrario:
mi lascia davvero stupito! La spiaggia è molto bella, immensa,
ben attrezzata con le capannine in legno dei mitici baywatch, le patrol
che pattugliano di tanto in tanto, le docce, i servizi e così
via. C'è tutto ma senza esagerazione. Persino i grattacieli sullo
sfondo passano in secondo piano, e si respira un'atmosfera di relax,
spazio e divertimento. E non c'è neanche tanta gente, anzi, non
c'è quasi nessuno... si vede che non siamo in alta stagione!
L'oceano è pure calmo e l'acqua assolutamente pulita, pur non
essendo ovviamente cristallina come la nostra del Mediterraneo. Non
si vede granchè movimento di barche, motoscafi e sport acquatici
in genere, solo qualche immensa nave da crociera che parte dal lontano
porto all'estremità della penisola probabilmente con destinazione
caraibica. Gabbiani e uccellini sono i padroni incontrastati del litorale
e rendono ancora più naturale e vivace la spiaggia. La prima
cosa che ci viene in mente è che siamo pentiti di aver scelto
di restare a Miami un solo giorno! Verso il tramonto la sabbia si colora
di un bel giallo e passeggiamo un pochino fino a rientrare nella Ocean
Drive, ricca di ristorantini e locali di ogni genere, sempre pieni di
gente. L'influenza cubana si fa notare ovunque, eccome!
Rientriamo in hotel, facciamo un veloce bagno in piscina (dove l'acqua
è gelata!), sfruttiamo la laundry service con le numerose monete
accumulate in viaggio, e troviamo persino il ricercato internet point
nella sala principale. Certo chiamare un solo computer internet point,
per lo più antidiluviano, lentissimo, con una connessione penosa
e un sacco di limitazioni, è un affronto qui negli USA, ma ci
accontentiamo lo stesso. Per concludere la serata usciamo nuovamente
per Ocean Drive (e finalmente oltre ai locali esiste anche qualche vero
internet point degno di nome...) dove quasi si cammina a spinte sul
marciapiede e la strada è sempre molto trafficata di bei macchinoni
sportivi e qualche limousine. Siamo nel pieno della vita mondana di
Miami!
30/10 - Miami: Coral Gables e Venetian Pool; U.S. 1 south verso
le Keys: Key Largo, Islamorada, Marathon
Dopo un'altra breve passeggiata per Collins Avenue, lasciamo South Beach
e giriamo tra le strade di Miami, seguendo sempre la 1 sud. Attraversiamo
il suggestivo ponte che collega la penisola al centro della città,
dove si riconosce il caratteristico sky-line presente in ogni film,
nonchè persino le stesse strade dei più rinomati inseguimenti
d'azione: primo fra tutti, per l'occasione, quello di Bad Boys II appena
visto prima di partire! Ci manca solo la canzone alla radio "Welcome
to Miami" di Will Smith e siamo al completo... anche le case intorno
sono proprio come le vediamo al cinema: ovviamente in legno, il solito
prato sterminato, il laghetto con il piccolo molo e la barchetta, davvero
carino. Gli enormi svincoli poi, le strade larghe e gli spazi immensi
danno un'immagine completamente diversa delle strade e delle città
americane rispetto alle nostre italiane: non si può proprio fare
il paragone. Solo in alcuni tratti il traffico è intenso ma sempre
scorrevole. Pensavo di avere tutto il tempo di controllarmi la cartina
tra un semaforo e l'altro per decidere dove svoltare e invece niente
di più sbagliato! In ogni caso, riusciamo ad arrivare in un modo
o nell'altro nel quartiere di Coral Gables, suggerito dalla nostra guida
per essere uno dei più belli con diverse cose interessanti da
visitare. Dopo aver percorso qualche stradina, ci rendiamo subito conto
che in realtà "bello" è un termine del tutto
offensivo per descrivere questo luogo. Intanto non sembra neanche di
essere in città, talmente tanto è il verde dei prati,
degli alberi che sovrastano con i loro rami le stradine a due corsie
dove passano pochissime auto in tutta tranquillità a 15 mph.
Il senso di relax è assoluto: nessun rumore molesto, niente traffico,
nessun semaforo (ci sono solo gli stop 4 way che gli autisti rispettano
civilmente, ma per noi italiani direi "clamorosamente", anche
se non c'è nessuno fino all'orizzonte), e le ville... beh le
ville sono proprio da urlo! E' senz'altro un quartiere molto, molto
ricco di Miami e di persone che contano! Percorriamo in auto a passo
d'uomo qualche miglio esterrefatti da tanto splendore, fino a raggiungere
la Venetian Pool. E' questa una piscina aperta nel bel mezzo di Coral
Gables che, come fa intendere chiaramente il nome, si rifà allo
stile veneziano, con tanto di palazzi storici e ponte San Marco dal
quale il bagnino controlla sotto il suo ombrellone i bagnanti. C'è
persino una bellissima e fine spiaggetta bianca dove stendere l'asciugamano
e prendere il sole, una cascatella dove farsi l'idromassaggio naturale,
una piccola grotta nascosta (con tanto di cartello quasi ridicolo che
segnala che il bagnino là dentro non ti vede e non può
venire a salvarti! americani...), un sentiero laterale in mezzo al verde
che conduce ad una pozza, e altro ancora. Tutto questo in mezzo ad una
metropoli e tutto, ovviamente, artificiale. Da Las Vegas in poi abbiamo
capito che gli americani sono maestri in questo genere di cose... l'ingresso
alla Venetian Pool costa $ 9,50 a testa ma ne vale assolutamente la
pena. Talmente tanto che ci rimaniamo qualche ora di filato nel più
assoluto divertimento e relax. E, tanto per cambiare, non c'è
quasi nessuno in questo piccolo paradiso: dividiamo la spiaggetta con
altri due asciugamani e l'intera piscina con un gruppo di ragazzi e
una famigliola. Dopo numerosi bagni, pranziamo nell'immancabile punto
di ristoro, con all'esterno sedie e tavolini sempre adeguati a tema,
ma con una cucina tutta americana e per niente italiana all'interno
del caseggiato dalle mura veneziane e dal banco tipico del fast food.
Prendiamo così due enormi (e devo ammettere molto buoni) cheesburger
freschi fatti sul momento dalla ragazza che gestisce il tutto, la quale
credo sinceramente sfidi le leggi della fisica riuscendo a stare tranquillamente
in piedi con i suoi 200 chili di fiera obesità. Una come tante
altre da queste parti, ma vista da vicino sempre abbastanza sconvolgente
per i nostri standard...
Abbandoniamo la Venetian Pool e proseguiamo il giro in auto ancora per
Coral Gables, vedendo il magnifico Biltmore Hotel, e un intero isolato
colmo di manifestanti accorsi per le elezioni: vincerà Bush o
Kerry ?
Lasciamo definitivamente anche Miami alle 15.00 continuando a scendere
per la 1 Sud. Il paesaggio cambia gradualmente, le case iniziano a diradarsi;
superiamo lo svincolo per le Everglades e arriviamo in prossimità
delle keys. Siamo curiosi di vedere come si presentano le famose isole
collegate dai lunghissimi ponti, anch'essi spesso ripresi in molti film.
In realtà arriviamo a Key Largo, la prima in sequenza e anche
la più grande, senza rendercene conto. Il paesaggio è
molto omogeneo e piatto, rigorosamente pianeggiante senza alcun rilievo
che appaia a mala pena collinare, e coperto di vegetazione sub-tropicale.
Cominciamo a passare qualche ponte caratteristico per arrivare a Islamorada
e più avanti ancora a Marathon. La strada però non permette
di apprezzare al meglio il panorama e ovviamente non si può sostare
nell'attraversamento del ponte. Quello che invece si nota bene ed è
singolare sono tutti i volatili appoggiati al tramonto nei tralici della
corrente piantati sul mare, che seguono parallela la strada: migliaia,
tutti di fila!
A Marathon è già buio e cerchiamo un posto carino per
dormire. Sappiamo che alle keys trovare il motel economico non è
impresa facile, tanto più oggi che è sabato pare impresa
impossibile. Ci rassegnamo così a qualcosa di più lussuoso,
trovando il Rainbow Bend resort, con un bungalow a $ 99 a notte. Dopo
un breve giro, ci rendiamo conto che è talmente carino e in posizione
strategica (siamo esattamente a metà strada tra Key Largo e Key
West) che conviene restarci direttamente anche domani notte, tenendolo
come punto di appoggio per il rientro. La nostra camera (è chiamata
bungalow ma come al solito sarebbe più consono il termine appartamento)
è spaziosissima, divisa in soggiorno con tanto di doppio televisore
e angolo cottura, camera da letto, bagno e tanto di tavolino all'aperto
nel giardino di fronte all'ingresso: stupendo! Facciamo un giro per
il resort, molto ben curato nei minimi particolari, attraversiamo il
prato con le palme e arriviamo al mare. C'è una spiaggia dalla
bella sabbia (ma sa tanto di artificiale anche questa!), con pochi sdrai
e ombrelloni (il resort non ha molte camere ed è piuttosto raccolto
e intimo), una singolare torre in legno dove si può salire per
gli avvistamenti, strani pedalò gratuiti per girare in mare,
e persino un molo dove sono attraccate delle barchette che si possono
affittare. Per la cena tralasciamo il ristorante sciccoso, dove entro
un pò sconvolto in costume trovandomi di fronte dei camerieri
eleganti e raffinati che mi guardano un pò storto per ordinare
un dolce al cioccolato (ma gli USA non erano il paese del casual?) e
sfruttiamo il nostro romantico giardino all'aperto di fronte alla nostra
camera.
Stanotte dobbiamo anche portare indietro l'orologio di un'ora, proprio
come in Italia: in questo viaggio abbiamo battuto ogni record di cambiamento
di fuso orario!
31/10 - 7 miles Bridge; Key West: Hemingway Home & Museum,
Most Southern Point, tramonto
Saliamo nella sala ristorante per la colazione in tenuta da mare, ma
ci saremmo dovuti portare un maglione per la temperatura polare con
cui è stato regolato il condizionatore. Facciamo ancora una breve
passeggiata per il resort, che alla luce del giorno appare ancora più
carino. Unico enorme neo: l'acqua torbida e di un brutto color marrone
che rende impossibile il pensiero di farsi un bagno!
Prendiamo l'auto e iniziamo la discesa verso Key West. Attraversiamo
i lunghi ponti che collegano le diverse isole, tra cui il rinomato 7
miles bridge, che sembra non finire mai! Arriviamo alla nostra meta
verso le 10:30, percorrendo qualche stradina interna e parcheggiando
alla Council Hall (ovviamente a pagamento). Con una breve camminata
raggiungiamo la casa di Hemingway (oggi museo), famoso scrittore che
aveva la passione per i gatti e la particolarità di averne alcuni
con ben sei dita. Uno scherzo della natura che si è prolungato
geneticamente nel tempo, dal momento che adesso di gatti in casa ce
ne sono oltre 50 e più della metà di loro hanno questa
peculiarità. E la differenza è chiaramente visibile ad
occhio nudo! L'ingresso costa $ 10 a testa. Visitiamo l'interno della
casa, davvero molto bella, enorme e su due piani, tutta in legno, dove
in ogni stanza traspare un pezzo di storia della vita dell'artista.
Proseguiamo poi nel magnifico giardino di vegetazione sub-tropicale,
dove giochiamo un pò con i gatti e troviamo niente meno che l'apposito
cimitero dei loro antenati, lo studio dello scrittore e una piscina
vuota. Non poteva mancare, prima di uscire dal museo, una scappatella
al negozio di souvenir per un amante dei felini come Ste.
Si è già fatta ora di pranzo inoltrata, così mentre
passeggiamo veniamo attirati dal colorato Denny's, una catena di fast
food molto presente (almeno qui in Florida) che non abbiamo ancora avuto
modo di provare. A differenza del classico Mc Donald's, Burger King
e vari, qui c'è la cameriera che viene a servirti ai tavoli con
tanto di menù e, soprattutto, le dimensioni degli hamburger non
sono quelle dei concorrenti! Nella convinzione di trovarmi il normale
cheesburger con la mini porzione di patatine fritte, ne ordino uno doppio
e mi arriva un bestio di proporzioni epiche, alto come il bicchiere
della coca cola e quindi impossibile da mettere in bocca senza essere
smembrato, con mezzo chilo di patatine per condimento... questo è
un degno panino americano diamine! Inutile dirlo, costa anche quanto
pesa e non certo $ 1 del Burger King...
Proseguiamo la passeggiata per Key West, tagliando l'isola in due verso
Sud e ammirando le spettacolari casette in legno tra le più caratteristiche
viste finora in Florida. E' tutto esattamente identico a come lo si
vede negli schermi, e dico proprio tutto. E' inutile anche descriverlo,
basta prendere un film qualunque ambientato in Florida tra Miami e le
keys (che sono una miriade) e guardare lo stile di vita americano anche
se, ovviamente, vederlo con i propri occhi è molto molto meglio!
In breve raggiungiamo il Southern Most Point di tutti gli USA: una specie
di colonnina, dove tutti fanno la foto, che segnala appena 90 miglia
di distanza da Cuba rispetto agli oltre 200 di Miami.
Torniamo, sempre a piedi, al centro di Key West attraversando di passaggio
il cimitero storico (quello degli esseri umani, non dei gatti!) fino
a raggiungere il vecchio porticciolo a nord dell'isola. Compriamo qualcosa
in un caratteristico market che ha la facciata dipinta come quella di
un acquario, e passeggiamo per le caratteristiche viuzze e i pontili
in legno dove la gente inizia a stracolmare e a riunirsi per vedere
il tramonto. Ci sono notevoli belle "barchette" ormeggiate,
e degli enormi bestioni a forma di pesce sotto l'acqua del porto! Le
stupende casette spariscono sostituite dai ristorantini, locali, resort
e negozietti di ogni genere (soprattutto di abbigliamento, a prezzi
assai interessanti). Conquistiamo un punto di tutto rispetto per la
vista del tramonto e attendiamo questo che, proprio come dicono, è
un vero e proprio evento festeggiato ogni giorno insieme a migliaia
di turisti. Macchine fotografiche a go-go per il calare del sole sull'oceano
anche se, non essendoci nuvole, il tanto atteso evento risulta un pò
piatto e onestamente meno bello di quanto ci si aspettava. Non lo potrei
mai paragonare ad un tramonto di Ao Nang in Thailandia, tanto per fare
un esempio... l'evento veramente mitico e del tutto inaspettato lo procurano
invece i soliti esaltati americani. Poco dopo il tramonto, una barca
a vela con almeno venti persone a bordo attraversa lentamente il molo
tra le urla dei turisti. Da lontano sembra un comune gruppo di amici
che salutano in costume, ma appena ci passano di fronte si svela l'arcano:
sono nudisti venuti a prendere per il sedere (letteralmente!) i turisti,
con dei bei "televisori" integrali e risate a più non
posso! Niente di tremendamente osceno in realtà, anzi assai esilarante
e simpatico, compresa la sconvolgente visione della generosa obesa da
200 chili nuda... beh, adesso posso dire di aver visto veramente tutto
negli States!
Proseguiamo la nostra passeggiata sul molo a spinte, con un incalcolabile
numero di persone che si fermano a guardare i più stravaganti
artisti della strada, da quello che si impicca legato, a quello che
fa un pò di circo coi gatti, al mangiafuoco vestito da wrestling
che sembra voler incendiare tutto, e via andando... Lasciamo una magnifica
nave da crociera alle nostre spalle ormai buio, e rientriamo al parcheggio
dell'auto. Durante il tragitto verso Marathon, ci fermiamo ad un Publix
(una catena di grandi market) per comprare dei tortellini da cucinare
nel nostro bungalow-appartamento, insieme a un pò di insalata
e frutta. Rientriamo al resort alle 21:00, ceniamo e facciamo un altra
passeggiata sul piccolo molo.
1/11 - U.S. 1 North; Everglades: Anhinga trail e Gumbo-Limbo
trail
Spendiamo tutta la mattinata in auto per risalire la 1 North verso Miami,
fino a giungere al bivio che porta verso ovest all'interno delle Everglades.
Sostiamo a pranzo ad un Burger King di passaggio (due cheesburer più
patatine e coca cola per $ 6,50), sbagliamo persino strada andando oltre
l'incrocio senza vedere il cartello (per niente evidente, considerata
un'attrazione così importante!) e siamo costretti a tornare indietro.
Dal lato Sud dalla U.S. 1 l'indicazione è ben segnata e così,
alla fine, dopo qualche lungo rettilineo in mezzo a infiniti campi pianeggianti,
eccoci al casello d'ingresso dove paghiamo il biglietto di $ 10 per
auto, valido per una settimana intera. Qualche miglio più avanti
e siamo di fronte al Visitor Center che sono già le 15:00 passate.
Preleviamo qualche depliant di informazioni e proseguiamo per l'unica
strada (la 9336) che attraversa questa sterminata palude senza fine.
Pare che 1/3 della superficie della Florida faccia parte delle Everglades:
è facile intuire che parliamo di un territorio vasto quanto nostre
intere regioni italiane dove non c'è assolutamente nessun segno
di civiltà umana, se non questa strada che la attraversa in parte
da est a ovest giungendo fino a Flamingo. Più a Nord c'è
un'altra arteria principale, la 41, e alcuni parchi nazionali come il
Big Cypress. Uno dei modi migliori per visitare queste terre è
considerata la canoa, con vari percorsi segnati, proprio perchè
l'enorme palude mobile consiste per la maggior parte in un immenso acquitrino
con mezzo metro di livello d'acqua costante, anche quando sembra di
vedere in realtà terra, alberi e vegetazione. Bisogna stare attenti
a dove si mettono i piedi perchè la vista inganna! Organizzano
anche lunghe escursioni che variano da un giorno solo a settimane intere
e che attraversano le Everglades sul lato costiero da nord a sud, con
accampamenti in punti prestabiliti. Questo luogo è una vera miniera
d'oro per gli appassionati di natura poichè è sede di
numerose specie floreali e faunistiche interessanti, e soprattutto per
il bird-watching durante i periodi di migrazione. I binocoli sono d'obbligo.
Ed è tra l'altro uno dei due soli luoghi al mondo dove convivono
insieme alligatori e coccodrilli, che qui si possono incontrare casualmente
ovunque nel loro habitat naturale.
Dopo poche miglia, vista l'ora, ci fermiamo subito nella piazzola organizzata
da dove partono l'Anhinga e il Gumbo Lingo trail. Sono questi due tra
tanti sentieri attrezzati con passerelle in legno che permettono di
passare sopra la palude e dedicarsi all'osservazione. C'è una
pace assoluta e i turisti si contano sulle dita delle mani. Alcuni preziosi
cartelli mostrano e spiegano le specie che si possono avvistare. L'Anhinga
trail prende il suo nome proprio dall'omonimo volatile, di cui vediamo
subito diversi esemplari. Ammiriamo da vicino anche un magnifico Airone
Blu, che vive solo da queste parti, altri aironi comunemente bianchi,
un alligatore in lontananza che ci viene segnalato da due turisti di
passaggio, una tartaruga marina che nuota tranquillamente a fianco del
viale principale (non pensavo ci fossero anche queste!), il tutto immerso
nel profondo silenzio della natura in un habitat strepitoso. Il sentiero
di passerelle ad anello dell'Anhinga è di appena 800 metri, ma
tra una doverosa fermata e l'altra, impieghiamo tre quarti d'ora abbondanti
per tornare al punto di partenza dove, prima che faccia buio, ci inoltriamo
all'interno del Gumbo Lingo trail. Anche questo è lungo 800 metri,
ma a differenza del primo che passa sopra l'acqua della "prateria"
mobile, questo si inoltra all'interno della jungla con alberi talmente
intricati da non far passare uno spiraglio di luce. Non ce lo godiamo
per niente e lo percorriamo per metà in piena corsa, dal momento
che si presenta l'insormontabile problema delle zanzare. Mai viste così
tante in nessun paese tropicale con annessa jungla dove siamo stati!
Nonostante il nostro autan, che evidentemente mangiano a colazione come
antipasto, lo stridulo acuto degli odiati volatili si fa sempre sentire
nell'orecchio, i bubboni da puntura aumentano sempre più e mi
vengono i crampi alla mano a furia di eliminarli sulla povera schiena
di Stefania ricoperta da decine di questi mostri per volta. La fine
del sentiero appare come la classica luce del corridoio buio interminabile
dei film horror. Per fortuna la raggiungiamo presto e corriamo subito
nell'auto. Qui, alcuni giganteschi uccelli neri che starnazzano aspettano
qualche briciola da mangiare in atteggiamento sfrontato, salendo persino
sul cofano della macchina nel nostro pieno stupore!
Possiamo lasciare le Everglades per oggi. Torniamo nella strada principale
e proviamo a proseguire un pò sulla 9336 per qualche miglio,
ammirando lo stupendo tramonto in un paesaggio selvaggio e del tutto
solitario. La palude si estende a 360° fino all'orizzonte, ed è
raro incrociare un auto in questo rettilineo senza fine: ancora una
volta esattamente come si vede nei film...
Usciti dal casello torniamo nella 1 e cerchiamo un vicino motel tra
quelli visti all'andata: il Travellodge va a meraviglia, con una stanza
a $ 55 e un Pizza Hut take away vicino, dove Stefania ha la faccia tosta
di vincere al primo colpo un pupazzetto giocando appena 50 centesimi
in quelle macchinette con la piccola "gru" mobile da manovrare
nella mischia di possibili peluche da prelevare.
2/11 - Everglades trail: Pineland, Pahayokee Overlook, Mahogany
Hammock; Flamingo; West Lake trail; 40 west; Airboat; Naples
Rientriamo alle Everglades sulla 9336, andando più avanti del
tratto percorso fino a ieri e scorgendo ai lati della strada i trail
organizzati per le canoe. Alcuni sembrano veramente lugubri e da film
horror, addentrandosi in stretti percorsi in quella fitta ed intricata
ragnatela di mangrovie che deve pullulare di milioni di zanzare, mentre
altri appaiono più rilassanti su grandi laghi all'aria aperta
e alla luce. In entrambi i casi purtroppo esiste il problema fisico
della canoa: ovvero, bisogna portarsela appresso in qualche modo in
auto per miglia perchè dal visitor center a Flamingo non c'è
altro posto per affittarla!
Continuiamo la nostra perlustrazione fermandoci nei successivi trail
visitabili a piedi, iniziando dal Pineland (caratteristico per questo
tipo di albero), poi per il Pahayokee Overllook (una terrazza con vasto
e ottimo panorama sulla palude), e per finire il Mahogany Hammock. Tutti
meritano di essere visti e presentano caratteristiche diverse. Oltre
ai numerosi avvistamenti si ha la possibilità di osservare e
capire (è sempre tutto spiegato nei cartelli educativi) l'importanza
delle alghe e delle mangrovie nell'eco-sistema, così come dell'acqua
stessa in contrapposizione con il fuoco. Gli incendi possono sembrare
dannosi ma non tutti sono repressi perchè servono anche per far
vivere una particolare specie di alberi che ha la corteccia sviluppata
appositamente per resistere al calore e da cui non potrebbero vivere
senza. Abbiamo persino l'opportunità di vedere un groviglio di
radici e rami che creano uno strano muro compatto, formatosi da poco
per il passaggio degli uragani che quest'anno, tra Charlie, Ivan e vari,
sono stati particolarmente temuti e hanno lasciato il segno qui in Florida.
Arriviamo a Flamingo e ci fermiamo al Visitor Center per reperire qualche
informazione e cartina. Siamo di fronte all'oceano e da qui si possono
fare cose interessanti avendo un pò più di tempo. Dopo
un breve giro, decidiamo di tornare indietro ma sbaglio direzione di
marcia di una delle tre strade parallele asfaltate a pochi metri di
distanza sul prato una dall'altra, del tutto deserte. Dopo dieci metri
(contati) spuntano dal nulla addirittura due auto della polizia che
mi fermano all'istante. Meno male che andavo a passo d'uomo e mi sono
reso conto dello sbaglio, a cui avrei potuto rimediare subito spostandomi
tre metri sul'altra corsia asfaltata nella direzione giusta. Il poliziotto
scende tutto d'un pezzo dalla sua auto, si avvicina con camminata americana,
e mi chiede, seguendo passo per passo un film poliziesco, la patente
e i documenti dal finestrino mentre io non mi azzardo a togliere le
mani dal volante come letto nei numerosi suggerimenti. Tempo 15 secondi
da quando ho abbassato il finestrino e una nuvola nera di zanzare riempie
clamorosamente l'auto... mi pungono dappertutto, persino nel labbro
e sotto l'occhio, tanto da istigarmi a fare una battuta per niente apprezzata
dall'uomo di legge del tipo: "Ci sono molte zanzare da queste parti,
eh?". Il poliziotto capisce subito che siamo turisti (ovviamente)
e immagina che l'auto sia affittata chiedendomi anche il contratto della
compagnia, che non riesco a trovare nel cruscotto: l'ho lasciato in
valigia! Perso un pò di tempo, mi chiede cortesemente senza fare
una piega di rientrare in auto. Niente paternale e niente multa ma mi
spiega come fare per spostarmi nella corsia parallela e levarmi "gentilmente"
dalle scatole... e ci scorta fino a che non lasciamo alle spalle Flamingo!
Troppo americano!
Nel frattempo, l'abitacolo è diventato un inferno zeppo di mosquitos
assatanati e siamo costretti a fermarci alla prima piazzola per farne
una carneficina. Non so davvero quante decine e decine ne abbiamo eliminato
in pochi minuti: guai a chi si azzarda a riaprire il finestrino! Ci
aspettavamo una realtà simile a quella della Thailandia e dello
Sri Lanka, in pieno clima tropicale, ma questa è tutt'altra cosa,
un vero incubo! Terminiamo la nostra visita alle Everglades con un altro
trail sulla via di ritorno: il West Lake, che si affaccia sull'omonimo
lago dove si può anche andare in canoa. E' un tratto corto ma
estremamente interessante, che si districa all'interno della foresta
di mangrovie e sbuca, sempre con passerella in legno, sul lago dove
si scorgono, appostati in una piccola isoletta di sabbia, migliaia di
uccelli ammassati insieme.
Anzichè tornare sulla 1, prendiamo una delle sue parallele verso
nord che dalla cartina sembrano accorciare la strada per la 41, l'arteria
principale che attraversa le Everglades e la Florida da est a ovest
e dove speriamo di trovare per tempo la possibilità di fare un
tour con l'airboat. Pensavamo di trovare una strada sola, così
come segnato nella nostra cartina che a quanto sembra è del tutto
inadeguata, e ci ritroviamo in un groviglio di strade parallele, trafficate
più di quelle di Miami, e tutte uguali! Comunque sia troviamo
l'imbocco per la 41 e dopo poche miglia, già prossimi al tramonto,
troviamo uno dei centri che organizzano gli airboat. Siamo fortunatissimi
perchè arriviamo all'ultimo giro disponibile prima che faccia
buio e, a quanto dice il ragazzo che è il nostro "autista"
e guida, anche all'ora migliore del giorno, proprio perchè il
tramonto è prossimo e gli avvistamenti sono più frequenti.
In un paio di minuti passeggiamo dietro la biglietteria dove alcuni
esemplari di alligatori sono tenuti in gabbia, tra cui uno di dimensioni
mostruose molto anziano. Saliamo nel nostro airboat e ci rendiamo conto
di essere i soli, tanto per cambiare (molto meglio così!), mentre
la guida ci spiega (ovviamente in americano) le solite regolette doverose
di ogni tour su cosa fare e soprattutto non fare: mettersi i tappi di
cotone (che ci fornisce) sulle orecchie per non rimanere assordati dal
frastuono dell'elica, non sporgersi, non mettere le braccia fuori a
portata di alligatori e per finire... beh... se "dovesse"
capitare che uno di quei cosi salti con un balzo sull'airboat davanti
ai nostri sedili, non preoccuparci perche è un problema suo.
Come? Eh no caro, se uno di quei mostri mi salta davanti è un
problema mio eccome, un grosso problema!!! Eccitati e carichi di adrenalina
(sarà la paura?) iniziamo così il nostro tour partendo
da una diramazione senza vegetazione che sembra un fiume (in realtà,
non c'è terra ed è sempre tutta acqua quella intorno).
Quella grossa elica fa veramente un gran baccano, mentre il pilota si
diverte a governare lo scafo (lui è seduto più in alto
rispetto a noi), regalandoci qualche grido con le sue stupefacenti "sgommate"
nella palude. E' un vero spasso, e i colori del tramonto sono magnifici!
All'inizio sembra di schiantarsi contro la terraferma quando si entra
a tutta velocità sull'erba, poi ci si fa l'abitudine rendendosi
conto che questa palude piatta è davvero sterminata e si estende
all'orizzonte da qualsiasi parte la si guardi, spezzata solo da qualche
albero o cespuglione cresciuto un pò troppo che si erge come
una cattedrale nel deserto!
Dopo aver apprezzato le doti sportive della nostra guida, adesso è
l'ora della cultura. Con varie soste, ci viene spiegato minuziosamente
l'importanza di ciò che stiamo vedendo: dal fiore bianco, all'airone
sull'attenti per il pericolo dell'alligatore, e ovviamente, agli alligatori
stessi. "This is the best time" continua a ripeterci il ragazzo,
e infatti ne vediamo parecchi. Lui li avvista da lontano, ormai è
il suo mestiere ed è esperto. Si ferma, e osservando soltanto
gli occhi e il naso dell'alligatore riesce a capirne la stazza e l'età.
Dal suo comportamento, invece, se è solo o in compagnia. E mentre
la testolina di uno dei rettili punta verso di lui, ci dice che in realtà
l'alligatore sta guardando noi, poichè la loro vista funziona
lateralmente e non frontalmente come quella umana. Racconta inoltre
che prima i tour con gli airboat erano liberi, mentre oggi sono soggetti
a molti vincoli e restrizioni. Lui è contentissimo del lavoro
che fa perchè gli permette di stare a contatto con la natura
in questo magnifico luogo e può insegnare a tanta gente nozioni
importanti e utili sulla flora e la fauna che vanno protette e conservate
incontaminate. Dopo queste e altre memorabili spiegazioni, torniamo
alla base ormai quasi buio e dopo 45 minuti abbondanti di airboat. Un'esperienza
davvero memorabile, che costa tra l'altro appena $ 14 a testa più
una meritata mancia per il nostro simpatico e colto accompagnatore.
Alle 18:00 riprendiamo il tragitto per la 41 che si rivela una lunghissima
linea retta interminabile, tale da costringere il guidatore (cioè
io) a gioire nell'incontrare quelle variazioni di pochi gradi (da noi
chiamate comunemente "curve") che provocano la lieve rotazione
del volante e ti gratificano facendo sembrare che finalmente servi a
qualcosa e stai davvero guidando... una strada che di notte, tra l'altro,
sembra sospesa nel nulla e nel vuoto assoluto, visto che per decine
di miglia non c'è un centro abitato e solo una buia palude intorno!
L'autoradio, in questi casi, diventa una delle invenzioni più
apprezzate che l'uomo abbia mai creato...
Arriviamo a Naples alle 22:00 e alloggiamo al Red Roof Inn motel sfruttando
i coupon trovati in una rivista al Burger King e pagando una camera
al prezzo scontato di $ 41 (comprese tasse)! Questa dei coupon è
una vera dritta di cui ho sentito molto poco parlare ed ho scoperto
oggi invece funzionare davvero. Esistono vere e proprie guide di motel
per tutto lo stato piene zeppe di tagliandini che permettono, dietro
semplice presentazione alla reception, di avere un consistente sconto
sulla camera. Ovviamente deve esserci la disponibilità, poichè
solo un tot. di stanze saranno riservate per il coupon. La cosa interessante
è che in ogni caso si può avere già un prezzo indicativo,
un'idea precisa e un indirizzo a cui rivolgersi quando si entra in una
città e si deve cercare alloggio, sfogliando semplicemente la
guida promozionale (del tutto gratuita).
3/11 - Naples: beach & Pier; Caribbean Gardens and zoo;
Fort Myers
Alle 10:00 parcheggiamo l'auto e passeggiamo per la 5fth avenue, la
strada principale del centro di Naples, ricca di negozi di abbigliamento
delle grandi firme italiane e non, di banche e di gente vestita di classe
(che da noi sarebbe normale, ma qui siamo in america...). Sostiamo in
un Sturbucks per la colazione (un bel cappuccino simile a quello italiano
ci voleva proprio!) e proseguiamo la camminata anche per le vie secondarie.
Siamo in una delle cittadine più ricche della Florida e si vede
eccome! A parte le solite ville da urlo, circondate da verde e quiete,
di fronte ad un mega hotel rimaniamo a bocca aperta dalla vista di uno
splendido laghetto che riflette il cielo (con tanto di paperelle) circondato
da case solitarie da sogno. Diciamo la classica dimora sul lago che
si vede nei film, qui però siamo in piena città... come
se non bastasse, a due passi c'è il mare. Proprio alla fine della
5fth avenue infatti si trova il litorale. Spostiamo l'auto più
vicino in un parcheggio a pagamento, e dopo pochi metri siamo al Pier,
il lunghissimo molo in legno sulla spiaggia: la più bella vista
finora con una sabbia bianca e fine, mare calmo di un bell'azzurro e
vegetazione tropicale retrostante. E' organizzata con bagni, camerini
e docce, rete da pallavolo e così via, ma senza sdrai o stabilimenti
che ingombrano. Non c'è neanche la possibilità di affittare
canoe, pedalò, moto d'acqua e varie e questo rende la spiaggia
molto rilassante e libera. Percorriamo il molo per intero, notando una
sfilza di pescatori appassionati di lenza che preparano enormi esche
per prendere enormi bestioni sottostanti. C'è anche un delizioso
punto di ristoro e più avanti un punto di osservazione con tanto
di panchine. Rimaniamo una mezz'oretta ad osservare emozionati il nostro
primo delfino in mare aperto: è bellissimo e spunta ogni tanto
in superficie a respirare! Siamo allibiti però nel notare che
nessuno lo calcola al di fuori di noi... è evidente che i delfini
qui sono cosa comune...
Andiamo a rilassarci in spiaggia e a fare un bel bagno. Per pranzo compriamo
un hot dog e uno smoothies strawberry sul molo e lasciamo il litorale
dopo le 15:00.
Ci spostiamo ai Caribbean Gardens, attirati da un depliant reperito
al Pier e dalla possibilità di vederne i giardini tropicali.
Si entra da un piccolo laghetto immerso nel verde dove nuotano liberamente
papere e piccole tartarughe. All'ingresso compriamo i biglietti, ci
viene data una mappa e scopriamo che in realtà l'attrazione è
Caribbean Gardens & Zoo e comprende quindi anche la visita a diverse
specie animali. Per fortuna, non ce ne sono chiusi in gabbia ma sono
tutti lasciati più o meno "liberi" all'interno di recinti.
Dopo l'area floreale (in realtà assai limitata), passeggiamo
per il reparto dei felini tra leoni, tigri e le rare pantere della Florida.
Un cartello spiega come di queste ultime ne siano state uccise parecchie
dalle auto durante l'attraversamento: e io che pensavo che il cartello
"attenti alle pantere" sulle strade fosse la solita americanata...
Il posto è molto rilassante e immerso nel verde. Al centro vi
è un laghetto che si può visitare prendendo un caratteristico
battello che effettua dei percorsi guidati attorno a delle piccole isolette
dove vivono specie diverse di lemuri. E' senza dubbio la cosa più
originale e interessante di questa attrazione! Il "comandante"
è un personaggio come tanti altri qui negli States e ci istruisce
con le sue spiegazioni, infogandosi tremendamente nel vedere le mamme
con i piccoli, oppure di fronte ad alcuni esemplari che escono dalla
loro casetta in legno all'improvviso, compiendo continue manovre "avanti-indietro"
per ripetere l'avvistamento e permetterci di scattare le foto di rito.
Terminato il giro proseguiamo per altre aree dello zoo trovando pappagalli,
"wild dog" (una razza particolare di cani agili e velocissimi
che vivono in Africa), tartarughe, cervi, alligatori, e molto altro
ancora (di cui specie sconosciute di animali dei quali ignoravo l'esistenza...).
All'uscita compriamo alcune cartoline nel negozio di souvenir e lasciamo
Naples alle spalle proseguendo verso nord fino a Fort Myers. Qui cerchiamo
a lungo un motel fino a trovare il Palm Beach, un pò in periferia.
E' certo uno dei più spartani che è capitato fino ad ora.
Di fronte abbiamo un Domino's, catena di fast food simile al Pizza Hut,
che scegliamo subito per portare via una bella pizza "take away".
Ci rendiamo presto conto che anche il quartiere dove siamo capitati
non deve essere certo tra i più rinomati. Prima di noi c'è
una ragazzina di colore vestita con la maglia al contrario (in entrambi
i sensi: l'etichetta di dietro davanti e il vestito al rovescio), la
quale si lamenta energicamente in gergo che è da mezz'ora che
aspetta l'ordinazione. Il ragazzo del Domino's, bianco, alto 1 metro
e 90 con fisico alla Swarzy, ovviamente non fa una piega. Non fa in
tempo ad uscire la ragazza che entra un altro personaggio, anch'egli
di colore, anch'egli vestito in maniera esageratamente trasandata, con
i boxer rossi che escono fuori dal suo pigiama strappato dappertutto
che gli scende a mezzo sedere, grosso quanto il tipo delle ordinazioni.
Impossibile capire il discorso tra i due, in un gergo che fa sembrare
la lingua americana non molto differente dalla cinese... visi non proprio
simpatici, anche se certo non è il caso di giudicare per così
poco. Certo non siamo a Naples e in ogni caso... meglio prendersi la
nostra pizza e coca cola per $ 15 e rientrare subito in motel!
4/11 - Sanibel Island; Captiva Island: spiaggie e tour delfini
in barca
Alle 9:30 siamo in auto per le vie di Fort Myers. Al primo impatto il
centro non lascia una buona impressione, con questi palazzoni e isolati
un pò più "decadenti" della media. Poi attraversiamo
invece un bel quartiere residenziale che risulta assai più attraente
(ma non come quello visto a Naples ieri!). Più avanti ancora
arriviamo al ponte dove si paga il toll di ben $ 6 (pedaggio) che collega
a Sanibel Island: è il doppio di quello che ci aveva comunicato
Erika, ma probabilmente è dovuto ai problemi creati dagli uragani
di fine estate. Ci fermiamo al visitor center per reperire la solita
cartina e le informazioni e scopriamo per iniziare che l'isola è
divisa in due: la parte occidentale è visitabile liberamente
dai turisti, la parte orientale è adibita a riserva naturale
ed è accessibile tramite ulteriore pagamento d'ingresso. Facciamo
un giro percorrendo le uniche due strade che attraversano l'isola, rimanendo
favorevolmente impressionati dai velocissimi lavori di ristrutturazione
dei danni provocati dagli uragani: le case sono incolumi e la maggior
parte della vegetazione appare intatta.
Ben diversa è la situazione invece a Captiva Island, l'isola
immediatamente successiva collegata anch'essa da un piccolo ponte. Qua
i danni si vedono chiaramente e in maniera inequivocabile! Buona parte
delle palme sono spezzate, molti alberi rasi al suolo e si vedono di
frequente quegli "agglomerati" di rami che formano un blocco
unico che avevamo già visto in un trail alle Everglades. Rimaniamo
sorpresi per le case invece che non presentano gravi danni eccetto qualcuna
con il tetto in parte rovinato. Se l'uragano ha la forza di sradicare
gli alberi con le radici, perchè non anche le case visto che
sono tutte in legno? o forse, visto che parliamo di gente ricca da queste
parti, sono tutti assicurati e ogni volta se la ricostruiscono a tempo
di record? E' un mistero a cui cercheremo spiegazione. Nel frattempo,
rimaniamo impressionati dal paesaggio di questa natura "spezzata"
dalla sua stessa forza distruttiva. Captiva Island è un pò
più selvaggia di Sanibel e c'è addirittura solo una stretta
strada che la percorre da sud a nord per intero.
All'estremità settentrionale dell'isola ci fermiamo in un parcheggio
a pagamento per vedere la spiaggia. La macchinetta che prende i soldi
però non funziona: l'uragano deve aver danneggiato anche questa!
Non c'è nemmeno alcun addetto così, dopo aver visto altri
turisti provare e riprovare come noi invano a infilare le banconote,
ci rassegniamo "molto dispiaciuti" a goderci un pò
di relax gratis (per una volta!). In realtà restiamo un pò
delusi perchè ci aspettavamo le conchiglie e un mare più
bello, che invece appare torbido e molto mosso. Erika l'ha descritto
come un paradiso e invece era molto più bello a Naples! E' comunque
difficile dare un giudizio in questo momento, visto che con tutta probabilità
l'eco-sistema di entrambe le isole ha subito un duro colpo dalla devastazione
degli uragani. Basta vedere di fronte a noi le ruspe che lavorano sul
giardino del resort, le palme alte scarne come i rami degli alberi secchi
e quelle basse nuove appena piantate per sopperire alle sradicate...
probabilmente anche le conchiglie sono state spazzate via e ne rimangono
solo alcuni residui in piccole strisce di sabbia... per fortuna gabbiani
e pellicani non mancano mai a vivacizzare l'oceano e riusciamo a vedere
non molto lontano anche diversi delfini nuotare in coppia.
Pranziamo con qualche panino comprato al market all'ingresso dell'isola
e ci dirigiamo verso il centro dove, in un piazzale, un'agenzia che
abbiamo visto nei depliant del visitor center effettua tour in barca
per l'avvistamento di delfini. Chiediamo informazioni e prenotiamo per
quello delle 15:30 per $ 20 a testa. Mentre saliamo in barca dal molo,
abbiamo modo di riscontrare che anche qui il mare è a dir poco
pessimo: molto torbido, scuro e carico di foglie, rami e fango. La gita
in battello si rivela invece molto rilassante nel primo tratto, dove
navighiamo all'interno del golfo, ed eccitante nella seconda, dove iniziano
gli incontri con i dolcissimi e intelligenti mammiferi. Il comandante
spiega come loro amino il rumore del motore (è per quello che
si vedono sempre seguire le imbarcazioni sulla scia della schiuma posteriore)
e le grida dei bambini: una bella esperienza!
Al termine della gita alle 17:00, torniamo a Sanibel giusto in tempo
per il tramonto sulla spiaggia, calpestata da migliaia di volatili di
ogni tipo, forma e grandezza, che ne donano un grande fascino.
Riprendiamo il nostro viaggio in auto percorrendo la 41 nord fino a
Sarasota, dove alloggiamo all'Allamanda motel, piuttosto spartano ma
con una signora polacca veramente simpatica e disponibile che lo gestisce.
La camera viene $ 57 e, nonostante sia un pò datata, è
comunque pulita e confortevole. Il parcheggio dell'auto, come nella
stragrande maggioranza dei motel, è proprio di fronte alla stanza.
Per cena improvvisiamo il nostro primo "dry e thru" da Burger
King, ovvero l'ordinazione e il prelievo del cibo senza scendere dall'auto.
Proprio come si vede nei film, si segue il corridoio in fila, si arriva
ad una specie di altoparlante che chiede l'ordinazione (c'è il
cartellone col menù appeso dietro!), si attende qualche minuto
al massimo ed ecco qualche metro più avanti arrivare un ragazzo
che consegna la cena e prende il pagamento. Funzionale, essenziale,
efficiente, veloce e... mostruoso... la pigrizia americana non ha eguali
nel mondo! Certo è che, come prima esperienza, è un pò
traumatica per chi come noi non è abituato a questi sistemi:
proprio perchè il servizio si basa su tempi stretti, non è
facile decidere al volo cosa prendere dal finestrino, spiegarlo in fretta
e furia al microfono con l'altoparlante che incalza l'ordinazione e
il piccolo monitor dove compare in tempo reale quello che si è
appena deciso... una cosa però è fuori da ogni dubbio:
le risate sono assicurate!!!
5/11 - Sarasota;
Ringling Museum, Cà D'Zan Mansion, Circus Museum, Museum of Art
Una breve sosta al Wallgreens (catena di market) per gli alimenti di
prima necessità, ed eccoci per le strade di Sarasota, un'altra
bella cittadina della Florida. Oggi proviamo a dedicare la nostra attenzione
ad un pò di cultura e storia visitando il Ringling Museum of
Art, che corrisponde al lascito di John Ringling (1866-1936) e di sua
moglie. John Ringling legò questo museo, la sua collezione e
i 66 acri di terre e giardini che dominano la Baia di Sarasota alla
gente della Florida. Lo Stato prese possesso della proprietà
e ne trasferì l'amministrazione alla Florida State University,
fondando così uno dei più grandi e unici centri culturali
universitari in America. L'ingresso è sulla U.S. Highway 41 (Tamiami
Trail) dove parcheggiamo l'auto e paghiamo il biglietto si $ 15 a testa
che comprende ben tre diversi musei inseriti in un unico parco.
Iniziamo con la Cà D'Zan Mansion (che in dialetto veneziano significa
"Casa di Giovanni"), la residenza invernale dei Ringling dove
veniamo condotti da una divertente macchinina elettrica che fa il servizio
di accompagnamento. In realtà, la distanza è percorribile
tranquillamente a piedi... Ci aggreghiamo ad uno dei tour guidati che
partono frequentemente per la visita all'interno della villa, disegnata
da un architetto newyorkese e costruita tra il 1924 e il 1926. Cà
D'Zan rievoca lo stile veneziano-gotico dei palazzi che i Ringling ammirarono
durante i loro viaggi, ed oggi è completamente restaurata nella
sua magneficienza. Non paragonabile ai capolavori veneziani secondo
me, ma sicuramente molto bella e rifinita nei particolari. Bisogna tener
presente poi che qui siamo in America e non in Europa, e quindi questo
è un pezzo di storia e arte importantissimo.
Dopo la visita della mansion passeggiamo per il parco e il Garden Rose,
entrambi abbelliti volutamente dai proprietari che, non accontentandosi
delle locali pianti quali palme, querce e pini, aggiunsero una collezione
di piante esotiche incluso l'albero delle salsicce, alberi del pane
e araucarie. Arriviamo al Circus Museum, un curioso ed originale museo
dedicato al circo e ai suoi artisti (John ne aveva uno a Sarasota con
cui fece fortuna con i suoi fratelli). E' poco più di un capannone
dove sono stati raccolti oggetti che documentano la storia del circo
americano e dove sono esposti volantini, poster, fotografie, costumi,
attrezzi dello spettacolo, vagoni circensi minuziosamente dettagliati,
nonchè (la cosa a mio parere più simpatica da vedere)
la ricostruzione di un circo in miniatura!
Per ultimo visitiamo il Museum of Art, dove i Ringling accumularono
una collezione di oltre 600 dipinti in vari saloni, diverse sculture
e oggetti di decorazione. Qua si trovano opere di Rubens, Poussin, Hals,
Velàzquez, De Hemm, Cranach, Pietro da Cortona, Guercino e altri
grandi artisti del Rinascimento e del Barocco.
Verso le 15:00 ci spostiamo per pranzo in un buffet italiano trovato
nei numerosi depliant, dove con $ 11 a testa beviamo e mangiamo a più
non posso qualcosa che assomigli alle nostre specialità più
succulente (si inizia ad essere stanchi dei fast food dopo due settimane!).
Imbocchiamo quindi la Interstate 75 nord fino a St. Petesburg, attraversando
nei pressi della baia un colossale ponte da ben 11 miglia! E' troppo
tardi per fermarsi a vedere la città e così tiriamo dritti
per la 19 nord percorrendo un lungo tratto fino a Crystal River dove
arriviamo alle 20:00 passate. E' una tappa obbligata visto che domani
abbiamo il tour dei lamantini prenotato per la mattina presto. Mentre
cerchiamo alloggio ci rendiamo conto che questa piccola cittadina americana
è divisa in due ed è alquanto tranquilla e a tratti buia.
In alcuni frangenti, queste case isolate nel bosco mi danno un'idea
similare a quelle di Stephen King del Maine e un senso di solitudine
quasi inquietante... Troviamo un motel spartano con una signora un pò
scoppiata e molto simpatica che ci offre una camera per $ 55 in tutto,
vicinissimo al Days Inn (che costa parecchio di più) il quale
è il punto di ritrovo per il tour.
Avendo mangiato bene a pranzo, a cena ci accontentiamo della solita
spesuccia al Wallgreens, sempre presente in qualunque centro abitato
della Florida.
6/11 - Crystal River: tour snorkelling con lamantini; Treasure
Island: spiaggia
Alle 7:45 in punto siamo di fronte al Crystal River Watersport, proprio
dietro il Days Inn motel. Entriamo nel caseggiato in legno immerso nel
giardino verde con il fiume alle spalle. Una signora risale alla nostra
prenotazione e ci mostra l'attrezzatura per il tour con i manatee (lamantini),
che consiste in uno snorkelling sul fiume nel quale questi animali vivono
liberamente. Prendiamo maschera e pinne, indossiamo la muta insieme
ai nostri compagni (siamo in 6 per lo snorkelling e 2 per un'immersione
diving), e attendiamo qualche minuto infreddoliti (sembra incredibile
ma da ieri notte è arrivata un'aria gelata!). Un signore ci fa
nuovamente accomodare dentro per vedere un breve documentario sulla
vita dei lamantini, e sulle precauzioni da prendere per provocare meno
disturbo possibile a questa specie in via di estinzione che vive praticamente
solo in Florida in alcune regioni. Il fiume del Crystal River è
una di queste, e pare che diventi il loro habitat durante la stagione
fredda, nel momento in cui i lamantini lasciano l'oceano e si rifugiano
in queste acque dalla temperatura più mite. Il documentario infonde
una tenerezza incredibile. Questi animali sono completamente miti e
docili, di una perfetta ingenuità, con una testa grande più
o meno quanto quella di un uomo, occhi piccoli e muso grande, un corpo
enorme che sembra un dirigibile gonfiato tanto da esplodere che può
arrivare a diversi metri di lunghezza, e una sola pinna posteriore.
In effetti sembrano come i trichechi ma non hanno i denti, e per mangiare
le alghe del fondo le portano alla bocca con le due pinne superiori
(proprio come noi umani il cibo con le mani) e le masticano ruminando
goffamente! Sono della famiglia dei sirenidi e c'è la leggenda
che Cristoforo Colombo, arrivando alle americhe, ne abbia scambiato
qualcuno per un essere umano creando il mito appunto della "sirena").
Sono tanto grandi e grossi quanto bonaccioni. Il loro problema è
proprio questo, insieme al fatto che sono lenti e non possono fare alcun
male. La loro curiosità spesso li spinge verso le barche provocando
gravi ferite al corpo dalle pale delle eliche. Oggi, per fortuna, con
una campagna di sensibilizzazione, dovuta anche a queste iniziative
turistiche, il Crystal River è chiuso alle barche a motore e
per navigare bisogna chiedere i permessi. Consigliano di non disturbare
l'animale in nessun modo, non fare movimenti bruschi in acqua e nuotare
lentamente, non urlare e parlare a bassa voce, non prendere mai alcuna
iniziativa nei loro confronti. Deve essere lui ad avvicinarsi e a stabilire
un contatto, che in genere avviene proprio per la loro curiosità.
Alla fine del documentario, non possono mancare le americanate di rito,
che mostrano gli atti di eroismo nelle operazioni di salvataggio di
lamantini feriti, che vengono prelevati, portati in elicottero in speciali
container per le cure e riabilitati. In questo caso sono a fin di bene,
quindi voto appieno per le americanate...
E' ora di muoversi! Viene preparata l'imbarcazione ma, con grande sorpresa,
non prendiamo il largo dal fiume che è di fronte a noi. Ci viene
detto di seguire in auto la nostra guida che condurrà il gruppo
poco più avanti al molo sul porto: nessun problema, tranne per
il fatto che siamo "comodamente" vestiti con la muta da megalomen
a piedi scalzi e guidare è proprio buffo! Se ci ferma la polizia
adesso se ne fanno di risate eh!? Arrivati al porticciolo, la nostra
imbarcazione viene ammarata e arriva il capitano, un signore sulla sessantina,
un vero americano della marina. E' questa è un'altra sorpresa:
ci salverà lui se qualcuno si sente male? Navighiamo dunque tra
le placide acque del Crystal River, ammirando lo splendido paesaggio
intorno e la vita americana di provincia. E' tutto di una tranquillità
inverosimile, e che meraviglia quelle casette sul lago col molo privato
e la barchetta in legno sul fiume! Mi rode un profondo senso di invidia
perchè qui non parliamo dei ricchi di Naples, questa è
una cittadina qualunque dell'interno della Florida e tra l'altro ben
lontana dal turismo di massa...
Dopo appena un quarto d'ora di quiete, svoltiamo in un'ansa e scorgiamo
due imbarcazioni e due ragazzi facendo snorkelling alle prese con i
lamantini. "Siamo arrivati!" dice il capitano. Appena fermi,
i curiosi animali iniziano ad avvicinarsi e aumentano sempre più
di numero sotto i nostri occhi sbalorditi: sono davvero grossi! Indossiamo
maschere e pinne, e ci immergiamo lentamente per non spaventarli. Cosa
che risulta molto più difficile del previsto, primo perchè
l'acqua è a dir poco gelata (altra sorpresa inaspettata per me,
ma non si rifugiano qua per la temperatura mite!?), secondo perchè
non si vede nè il fondo nè a pochi metri di distanza visto
il colore torbido del fiume, e terzo perchè sono loro a farci
inizialmente un pò di paura. Una volta sotto infatti, veniamo
letteralmente circondati da questi bestioni! Me ne ritrovo tre tutti
insieme, due ai lati e uno in sotto, talmente vicino quasi da stritolarmi.
Ma nonostante la loro mole intimidatoria, ci accorgiamo presto che si
muovono talmente lenti e con tanta eleganza da non poter fare alcun
male involontario. Iniziamo ad accarezzarli nella loro grossa pelle
simile a quella degli elefanti (a loro piace molto essere "grattati"
nella schiena), e a qualcuno persino in testa. Passano ovunque nei pressi
dell'imbarcazione e sono di una dolcezza a dir poco commovente. Si strusciano
persino tra di loro per avere le coccole, proprio come fanno i gatti
poggiando la testa di uno sul corpo dell'altro, nuotano a pancia in
su, strizzano quegli occhietti ingenui e nuotano quasi sempre insieme.
Sono bellissimi, stupefacenti! La guida ci aveva detto che erano animali
dall'animo gentile, con la pace nel cuore, ed è assolutamente
così. Sono semplicemente dei bonaccioni, dei teneroni con una
continua voglia di giocare e di affetto. Sembrano degli angeli puri
scesi sulla terra, è pazzesco che animali così affascinanti
stiano rischiando di estinguersi. Rimango tre quarti d'ora in acqua
ad ammirare questo spettacolo e poi sono costretto a desistere per il
freddo. Non ho mai avuto freddo con la muta addosso ma qui l'acqua è
davvero congelata! Gli altri del gruppo sono quasi tutti rientrati,
rimangono con i lamantini solo Ste e un'altra ragazza. Lo spettacolo
continua comunque anche da sopra la barca, poichè i lamantini
passano di continuo e qualcuno riesce a fargli le carezze in superficie
sul muso! Provo a fare qualche foto decente almeno da qua con la mia
bella Canon EOS 300D, dal momento che con la fotocamera subacquea devono
essere uscite pessime col torbido e il pulviscolo fangoso del fiume.
Rientrato tutto il gruppo dello snorkelling in fase di assideramento,
è l'ora dei due ragazzi del diving che, accompagnati dal capitano,
vanno a visitare una grotta sotterranea nei pressi. Mentre li aspettiamo
togliamo la muta e cerchiamo di riscaldarci in questa fresca mattinata.
I lamantini si diradano e qualche altro gruppo arriva a fargli visita.
Pare che non siano fortunati quanto noi, perchè vengono fino
alla nostra barca per vederli. C'è da dire che fanno anche un
gran baccano, mentre noi abbiamo rispettato alla perfezione le regole
di pace e silenzio dateci nel documentario. Anche se non l'avessimo
visto, in ogni caso, certe cose sono scontate: basta avere un pò
di rispetto quando si è in "casa altrui" come si suol
dire... Rientrati i divers, torniamo al molo dove finalmente possiamo
vestirci e stare un pò al calduccio nella nostra auto. Una delle
ragioni per cui siamo venuti in Florida è stata proprio quella
di ammirare questi animali, nonostante sia una delle cose poco pubblicizzate
e meno turistiche rispetto alle grandi attrazioni dei parchi giochi
di Orlando e dintorni, di città come Miami, delle Keys etc.etc.
E, senza alcun ombra di dubbio, è stata infatti anche la cosa
più toccante ed emozionante che abbiamo fatto negli USA!
Imbocchiamo la 19 sud e lasciamo Crystal River, scendendo nuovamente
giù verso St. Petesburg. Pranziamo ad un Burger King di passaggio
e arriviamo in città verso le 16:00. Seguendo il litorale ci
ritroviamo in una serie di isole collegate tra loro, dove cerchiamo
alloggio trovando dopo qualche tentativo il Beach House motel a Treasure
Island. Il signore che lo gestisce è un personaggio unico nel
suo genere; simpatico, anche se con uno strano umorismo. Uno di vecchia
data, tradizionalista, che scrive ancora tutto a mano e non accetta
neanche la carta di credito! Qui negli U.S.A. dove paghi con la carta
anche un solo dollaro per i francobolli sembra proprio roba d'altri
tempi! A dispetto della tecnologia intanto, questo eccentrico signore
si è costruito il suo impero, che mostra mentre mi accompagna
a vedere la stanza. Ha praticamente un isolato tutto suo dove affitta
camere a destra e a manca. La nostra è staccata da tutto e sembra
una vera e propria baita (però siamo a mare e non in montagna!).
E' del tutto indipendente e senz'altro datata, ma assai accogliente
all'interno: c'è la moquette, un piccolo soggiorno con tavolo
e televisore, la camera da letto e il bagno. Manca solo il telefono.
La "Ice Machine" è di fronte, bisogna solo attraversare
la strada. Ho notato che tengono sempre a precisare dove si trova la
macchina del ghiaccio in tutti i motel: deve avere una certa importanza
qui in Florida ed evidentemente gli ospiti la richiedono. Io non l'ho
mai usata!
Lasciamo le valige e andiamo a fare una passeggiata in spiaggia per
il tramonto. Il litorale è stupendo, lunghissimo e veramente
affascinante. Bella la sabbia e l'oceano. Non c'è quasi nessuno,
tranne verso il crepuscolo dove un gruppo di persone si riuniscono in
una sorta di banchetto, mentre qualche ragazzo si diverte a giocare
con la sua tavola sulla battigia. Sullo sfondo, i grattacieli americani
contrastano la solitudine di questo posto.
Verso 21:00 ci spostiamo in auto nell'isola di Madeira, a fianco a Treasure
Island con la quale è collegata da un piccolo ponte. Subito sulla
destra c'è un quartiere vivace e caratteristico con alcune vie
di negozi, che seguono ristoranti e locali su passerelle di legno proprio
di fronte al mare. Per nostra sfortuna sta chiudendo tutto e dopo una
breve camminata torniamo indietro, trovando una pizzeria da asporto
dove portiamo via la ormai collaudata pizza americana medium (per due
porzioni va benissimo, figuriamoci cosa può essere la large...).
7/11 - Treasure Island spiaggia; St Petesburg: Dalì museum,
Pier
La giornata di oggi ha come scopo il relax totale. Siamo due settimane
che corriamo da una parte all'altra e visto il bel posto dove siamo
capitati, decidiamo di rinunciare alle Universal Studios ad Orlando
e di restare qua ancora una notte. Domani, rimanendo solo un giorno
alla partenza, daremo la preferenza al parco del Sea World. Stiamo in
spiaggia diverse ore a prendere il sole e passeggiare. Anche qui, come
mi è capitato spesso di notare dalle altre parti, per arrivare
alla spiaggia dalla strada asfaltata si passa attraverso passerelle
di legno. In ognuna di esse c'è un bel cartello che indica cosa
si può e cosa non si deve fare. In particolare mi colpisce il
fatto che è vietato camminare nella steppa, chiamiamola così,
ovvero in quei dieci, venti metri, a volte di più, di erba lasciata
totalmente incolta che intercorre tra i resort o le case sulla strada
e la spiaggia stessa. In effetti, mi chiedevo come mai gli hotel non
curassero il "lato mare", come avviene da noi, adibendolo
a giardino, prato con sdrai e ombrelloni, etc.etc. Qui non si può
fare. Tra l'altro è notevolmente meno bello da vedersi questo
tratto lasciato incolto. La spiegazione è che gli americani lo
considerano suolo "sacro" per lasciare il giusto spazio ed
equilibrio alla flora e fauna, e probabilmente per conservare la sabbia
stessa che viene trattenuta dai cespugli durante i giorni più
ventosi o di mareggiate. Anche a questo servono dunque le passerelle
in legno, oltre che come servizio ai portatori di handicap! E a questo
punto non posso che inchinarmi di fronte alla saggezza americana, perchè
a quanto sembra noi in Sardegna di scempi ne abbiam fatto tanti sorvolando
queste banali regolette, a partire dal nostro caro e amato litorale
di Cagliari che sta scomparendo... chi se ne frega di vedere il prato
inglese e i giardini fioriti come se fosse sempre primavera, meglio
conservare il luogo incontaminato che assume tra l'altro un aspetto
più selvaggio e naturale. Può sembrare un controsenso
parlare di spiaggia incontaminata nella civiltà dell'America,
ma quei palazzoni sullo sfondo non arrivano mai fino al mare e non disturbano
affatto, creano soltanto un bizzarro contrasto, e non ci sono lidi con
sdrai e ombrelloni, oppure semplici chioschi di ristoro... ma è
possibile? Questa è la realtà di ciò che ho visto
io in Florida in questo viaggio, probabilmente sono stato fortunato,
probabilmente è perchè siamo in bassa stagione (ma perchè
poi, se a mare si sta benissimo?), probabilmente non lo so ma son convinto
che al pensiero di una visione di spiaggia soffocante come quella di
Rimini a questi americani verrebbe davvero la pelle d'oca (giustamente!).
Per pranzo compriamo hot dogs e un energetico milk shake in un piccolo
chiosco retrostante la spiaggia (trovato per caso, perchè non
si vede neanche talmente è lontano...). Stiamo ancora un pò
al sole e poi alle 14:30 saliamo in auto per raggiungere il centro di
St. Petesburg, dove con l'aiuto della cartina ci dirigiamo verso il
porto e più precisamente al museo dedicato a Salvador Dalì.
L'ingresso costa ben $ 14 ma è una tappa d'obbligo per gli appassionati
d'arte. Le sale non sono tantissime e si possono girare tranquillamente
in un paio d'ore. Vi sono esposte le principali opere dell'autore insieme
a tutta la sua biografia e crescita artistica, affiancate con le sue
collaborazioni nel mondo del cinema. Una di queste era quella della
Disney, la quale è rimasta solo allo stadio di progetto senza
essere andata mai in porto. In questi ultimi anni il suo lavoro è
stato riconsiderato e oggi questo progetto è stato ultimato seguendo
il lavoro originale di Dalì. Lo vediamo realizzato in un piccolo
cortometraggio a cartoon all'interno di una sala apposita, davvero astratto
e singolare!
Terminata la visita, ci spostiamo senza meta verso il litorale e veniamo
attratti dal Pier. A differenza degli altri semplici moli in legno,
qui parliamo di civiltà e tecnologia. Una strada asfaltata a
due corsie si addentra per l'oceano e termina in una "torre"
panoramica che è un mini centro-commerciale di tre piani, con
negozi di abbigliamento, souvenirs, ristoranti e locali, un acquario
e un belvedere, dal quale si gode una splendida vista dello sky-line
della città e dei suoi grattaceli, soprattutto al tramonto. Ne
approfittiamo per assaggiare qualche dolce e acquistare gli ultimi regali
da portare a casa.
Torniamo alle 19:00 passate nella nostra "baita" e ceniamo
con un'altra pizza delivery. Iniziamo a preparare le valigie e andiamo
a letto presto: domani ci aspetta una lunga giornata!
8/11 - 275 East e 4 North per Orlando; Sea World theme park
Alle 7:30 siamo già in auto sulla 275 nord che da St. Petesburg
si dirige verso Tampa. Qui troviamo un pò di traffico e imbocchiamo
la Interstate 4 east verso Orlando. Sostiamo per la benzina e la colazione
e alle 10:00 eccoci alle porte della rinomata città della Florida
resa tanto famosa dai parchi di divertimento. Seguiamo i cartelli per
il Sea World che ci conducono dritto dritto agli sterminati parcheggi
senza possibilità di errore. Mai visti di così grandi:
interi campi di calcio che sembrano non finire mai! Leggiamo bene il
cartello con il numero della fila per avere qualche speranza di ritrovare
l'auto al rientro senza girare a vuoto cercando un ago in un pagliaio...
All'ingresso non c'è molta fila. Il biglietto valido per l'intera
giornata costa $ 57 a testa. Come al solito, paradossalmente, la tessera
annuale costa solo qualche dollaro in più! Procuriamo la cartina
e iniziamo la visita di questo parco a tema di Orlando. I primi metri
dicono già tutto: l'atmosfera è serena, c'è un
sottofondo rilassante e per niente frenetico come ai parchi Disney.
Le attrazioni sono di diverso tipo e fondamentalmente si dividono in
quelle visitabili in ogni momento all'interno di padiglioni e quelle
invece degli spettacoli, che hanno orari predeterminati.
Scegliamo di vedere subito quello delle orche marine (The Shamu Adventure).
Attraversiamo mezzo parco per arrivarci, aggirando il laghetto centrale
(caratteristico di tutti i parchi a tema). Un'enorme arena all'aperto
a mezza luna ospita i turisti di fronte all'immensa vasca con le orche.
E' già quasi tutto pieno e cerchiamo velocemente due posti con
una visuale decente. Siamo però all'interno delle prime 14 file,
ovvero la cosìddetta soak zone la quale, durante lo spettacolo,
è considerata zona ad alto rischio per bagnarsi! Durante l'attesa
viene condotto un simpatico gioco a quiz, dove i protagonisti siamo
proprio noi del pubblico! Viene fatta una domanda nel grande schermo
al centro della piscina e la telecamera inquadra a sorpresa uno degli
spettatori. Qualcuno non si accorge nemmeno di essere ripreso... Le
orche nel frattempo vascheggiano tranquille nella piscina: sono enormi
e incredibilmente affascinanti. Lo spettacolo ha inizio: lo conduce
un gruppo di ragazzi in muta, i quali spiegano al microfono cosa sta
per accadere. Ogni show ha lo scopo, oltre che di divertire, di mettere
in risalto quali sono le vere potenzialità di questi animali.
In una parola: mostruose! Una stupefacente intelligenza e interattività,
perfetto controllo del fisico, del movimento, dell'equilibrio: potenza
allo stato puro! La simbiosi tra gli istruttori ed i mammiferi è
impressionante, fanno parte l'uno dell'altro. Insieme sono in grado
di nuotare sopra e sotto l'acqua in profondità, farsi trasportare
sul muso, a pancia in sù, farsi lanciare in verticale con una
spinta allucinante nella quale l'orca esce per intero dall'acqua, e
via andando. Quest'ultima si prende persino gli applausi nel suo "piedistallo"
fuori dall'acqua, dal quale è in grado di tornare indietro col
solo spostamento del peso muovendo la pinna. La ricompensa consiste
ovviamente nel cibo, dei quali fanno grandi scorpacciate. E per concludere,
arriva pure il bagno. Per fortuna il ragazzo avverte chi, nella soak
zone, sia in possesso di macchine fotografiche costose, suggerendo di
sposarsi oltre la 14° fila: non me lo faccio dire due volte, mentre
Stefania resta intrepida nella sua postazione. Con qualche colpo di
coda ben dato, l'orca è in grado di spostare un volume d'acqua
che ha dell'incredibile! E non è affatto casuale, sa perfettamente
dove sta mirando... Tra urla e gente inzuppata a più non posso,
termina così lo spettacolo in una euforia generale: davvero molto,
molto bello. Vale la pena venire al Sea World per vedere solo questo!
Ci spostiamo nell'area Pacific Point Preserve, dove i leoni marini gridano
a più non posso per costringere i turisti, come noi, a comprargli
da mangiare. Sono molto furbi non c'è che dire... Poco più
in là si tiene un'altro spettacolo, Pirate & Lion, dove stavolta
i protagonisti sono proprio i leoni marini insieme a dei simpatici ragazzi
attori che inscenano, sullo sfondo di una suggestiva scenografia con
tanto di vascello, un'esilarante commedia davvero gradevole. Anche stavolta
sono enormemente sorpreso dall'intelligenza di questi animali che compiono
le più stravaganti azioni e acrobazie con una semplicità
imbarazzante...
All'uscita proseguiamo la visita finendo in una delle attrazioni più
divertenti e richieste del Sea World: Journey to Atlantis, ovvero un
viaggetto verso la leggendaria Atlantide tramite il classico vagoncino
che segue il suo percorso forzato galleggiando sull'acqua. Ci fanno
sistemare gli zaini in appositi box, comprese macchine fotografiche,
e durante la fila notiamo tutti vestiti leggeri pronti per lo splash
finale che si vede dall'entrata. Pensiamo sia come quello della Disney
(Splash Mountain), dove siamo usciti indenni, ma qui è ben diverso.
Il percorso è tranquillo finchè non arriva quel gigantesco
salto nel vuoto tra urla e convulsioni di stomaco, che termina senza
pietà con un totale bagno a valle: e quando dico totale, intendo
i vestiti completamente fradici comprese mutande, calze e scarpe. Ora
navigo nelle mie belle e chiuse scarpe da tennis! Per niente meglio
sta Stefania, che si salva con le ciabattine ma si lamenta giustamente
per i jeans: non si asciugheranno mai! Per rimediare entriamo subito
in qualche negozio di souvenir e abbigliamento a cercare qualcosa di
asciutto da indossare, ma non troviamo niente di carino. Non rimane
che pranzare con un bell'hot dog e patatine fritte in una panchina al
sole che, per fortuna, oggi scalda per benino...
Proseguiamo passando per la vasca delle Stingray (razze) e arrivando
a quella dei delfini. Un istruttore spiega qualche nozione, mentre i
turisti fanno la fila e si ammassano per dare da mangiare agli splendidi
mammiferi e poterli accarezzare. Che sguardo i delfini, così
dolce e intelligente. E toccarli è proprio strano, sembrano fatti
di gomma! Scendiamo nella parte inferiore dove si possono ammirare nuotare
sott'acqua, poi ci spostiamo nell'area dei lamantini, che appaiono ai
nostri occhi esageratamente gonfi, irriconoscibili. Non sembrano neanche
gli stessi animali che abbiamo visto al Crystal River l'altro ieri.
Qua si iniziano ad intravedere i limiti di un parco come il Sea World.
Più avanti ancora vediamo i pinguini, e poi entriamo nello Shark
Encounter, dove in un enorme acquario con tanto di galleria a vetro
scorribile si possono ammirare squali e tante altre specie di pesci.
Per finire visitiamo il Wild Artic, poco prima della chiusura. In questo
padiglione viene ricostruito l'ambiente artico, con tanto di orso polare
bianco, tricheco gigantesco, e così via. Sinceramente la parte
più contestabile di tutto il Sea World: troppo piccoli gli spazi
per animali di questa stazza, troppo artificiale il luogo e il clima
polare in piena Florida. Concordo pienamente con la nostra guida del
National Geographic che afferma la stessa cosa. All'uscita sbuchiamo
di fronte all'arena Shamu, dove siamo giusto in tempo per assistere
allo spettacolo di chiusura del Sea World con le orche che si sballano
a ritmo di musica. Non per niente lo spettacolo si intitola: Shamu Rocks
America! Davvero esaltante, simile comunque a quello di stamattina anche
se a ritmo più sfrenato.
Prima di lasciare definitivamente il parco alle 18:00 non può
mancare la sosta per acquistare i ricordini da portare a casa. Una volta
al parcheggio, scopriamo infondata la nostra paura di non ritrovare
l'auto, visto che siamo praticamente gli ultimi rimasti a lasciare il
Sea World...
Un breve giro nei dintorni ci permette di trovare subito e a buon prezzo,
sfruttando i coupon, alloggio al Days Inn sulla International Drive
per $ 45: un vero colpo di fortuna! Alle 22:00 passate ci incontriamo
nuovamente (e finalmente) con Erika e Francesca, e con i loro amici.
Insieme usciamo in una steak house per godere della nostra ultima bistecca
americana e per parlare del nostro giro in Florida dopo esser stati
con loro nell'Ovest - Las Vegas & Grand Canyon. Infine ci salutiamo,
con la promessa ovviamente di vederci presto nuovamente in Sardegna.
9/11 - Volo Orlando - Newark (New York) - Roma
Come tutti i viaggi questa è la parte più triste da raccontare:
il rientro a casa. Alle 9:30 riportiamo la nostra Chevrolet Cavalier
al parcheggio della Alamo in aeroporto, dopo aver seguito i numerosi
cartelli e bivi della giungla asfaltata statunitense. Abbiamo percorso
qualcosa come 1.990 miglia per fare il giro ad anello della Florida
in queste ultime due settimane.
Alle 12:20 parte il volo della Continental 1493 su Boeing 757 che da
Orlando ci porta dritti a Newark (1510 Km di trasvolata) dove atterriamo
alle 15:00. Da qui, essendo ancora giorno, finalmente ho la possibilità
di ammirare lo spettacolo dello sky line tanto famoso e conosciuto di
New York. Eccoli là i grattacieli di Manhattan, si vedono benissimo
dai finestroni dell'aeroporto e sembra di conoscerli tutti, talmente
tanto visti in una quantità incalcolabile di film hollywoodiani.
Non può mancare qualche foto e ripresa di rito...
Alle 17:35 lasciamo definitivamente gli U.S.A. col volo Continental
40 su Boeing 767-200 e con 6888 Km da percorre per arrivare a Roma...
10/11 - Volo Roma - Ca – rientro
Atterriamo a Roma Fiumicino alle 7:50 del mattino, piuttosto rimbambiti
dal fuso orario e la nottata in aereo. Una bella colazione veramente
italiana, dopo 3 settimane, allieta la nostra attesa fino alle 11:45.
Il nostro volo per Cagliari decolla puntuale e dopo poco più
di un'ora siamo a casa. Peccato però, stavo iniziando ad abituarmi
alla vita americana!
America,
Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono un grande paese. Sicuramente per le distanze, non
c'è ombra di dubbio. Spazi immensi e una valanga di chilometri
per raggiungere ogni destinazione. Questo rende il territorio estremamente
vario ed allo stesso tempo dispersivo. Bisogna valutare molto attentamente
le proprie mete per non rischiare di passare la maggior parte del giorno
in auto e poche ore per vedere ciò che si era posto come obiettivo
primario. E a parte le distanze, qui è davvero tutto più
grande, fisicamente parlando. Sono più grandi e grossi gli uomini
(anche troppo), le piante e persino gli animali. Ho visto un gatto che
sembrava una tigre, dei cavalli della stazza di elefanti asiatici, e
non dimentichiamo i bufali (3 o 4 volte le nostre mucche!?)... La natura
si è data da fare ed è stata estremamente generosa nel
territorio degli U.S.A. impegnandosi a regalare al viaggiatore i paesaggi
più straordinari e inimmaginabili. Parlo in particolare dell'Ovest.
Un breve giro di 5 giorni ad anello da Las Vegas al Grand Canyon poteva
essere di un mese solo per approfondire con attenzione tutte le tappe
intermedie e per godersi quelle principali. In un solo giorno, percorrendo
poco più di 100 miglia, ho visto tre paesaggi che non hanno nulla
in comune uno con l'altro, di una bellezza da mozzare il fiato e che
non erano inizialmente nemmeno preventivati: l'Antelope Canyon, una
fessura stratificata e contorta nella riserva indiana, con magici fasci
di luce che la rendono surreale; il Lake Powell, sbarrato da una enorme
diga e creato su un canyon che lo rende sterminato, con le coste frastagliate
fino all'impossibile, con un contrasto accecante tra l'azzurro dell'acqua
profonda e la chiara roccia arenaria dalle forme bizzarre; lo Zion N.P.,
attraversato per cause di forza maggiore per rientrare a Las Vegas per
non dover allungare di molti chilometri, dai magici colori del tramonto
e da altre forme indescrivibili e non immortalabili da alcuna macchina
fotografica o videocamera. Sono tutti canyon alla fine, eppure tutti
così straordinariamente diversi per forme e colori. E la strada
panoramica che li collega, la 89 Scenic Byway, è altrettanto
surreale e magnifica, capace di donare emozioni improvvise curva dopo
curva, capace di allungarsi per decine di miglia senza far intravedere
un solo segno di civiltà umana. E che dire del Grand Canyon:
non si può descrivere ciò che è indescrivibile,
non si può quantificare ciò che è infinito. E'
soltanto da vedere. Da vedere di persona, con i propri occhi, e non
dalle riviste e dal televisore perchè è tutta un'altra
cosa.
E vogliamo parlare degli americani? Sono un grande popolo. Sicuramente
per il peso, non c'è ombra di dubbio. L'obesità, diffusissima
negli Usa, raggiunge livelli tremendi di vera e propria deformità
fisica da rendere alcuni "casi umani", chiamiamoli così,
altrettanto indescrivibili come il Grand Canyon, ma in negativo. Sono
da vedere, anche questi di persona, per capire fino a quanto si può
spingere il benessere, o di contro, il malessere della civiltà
umana. Ma a parte questo sono davvero un grande popolo anche per l'esaltazione,
la fede, l'efficienza, la volontà, l'ordine e il rispetto, e
per tutto il contrario pure. Gli Usa sono da questo punto di vista un
paese di contraddizioni fortissime che convivono normalmente nella vita
di tutti i giorni. Ma ricordiamo sempre che sono una nazione estesa
da oceano a oceano, con una diversità di clima, cultura e storia
non da poco. E' perciò impossibile parlare degli Stati Uniti
senza generalizzare su qualunque cosa poichè se esiste il bianco
esisterà sicuramente da qualche altra parte anche il nero e d
infinite tonalità di grigio nel mezzo. Ci sono i buoni e i cattivi,
gli educati e i maleducati, i colti e gli ignoranti, le ville e i ghetti,
i ghiacciai e il deserto e via andando all'infinito. In una nazione
così grande non manca nulla e non basterebbe una vita per descrivere
e catalogare America e Americani. Ma, nonostante non possa giudicare
un'intera nazione per la superficialità del mio viaggio durato
solo tre settimane, ritengo comunque di aver colto lati importanti di
un "sistema" omogeneo che raggruppa ben 51 stati e che fa
tanto discutere per il suo aspetto economico, politico e militare. Un
sistema lontano da quello europeo e agli antipodi di paesi asiatici
come Sri Lanka o Thailandia, da me visitati in precedenti viaggi.
In questi miei appunti parlerò un pò di tutto, cercando
di approfondire ciò che agli occhi di un italiano medio appare
più diverso dal proprio modo di vivere, più interessante
e notevole da osservare. Nel mio soggiorno da turista, ammetto che nei
ben 6 stati visitati di passaggio sono rimasto maggiormente colpito
dai lati positivi di questa parte d'America piuttosto che da quelli
negativi. Inizio subito col dire che uno dei miei obiettivi principali
di questo viaggio era capire quanto di vero e reale ci fosse nella vita
americana rispetto a tutto quello che si intravede nei film. Perchè
noi conosciamo tutti il prodotto del cinema di Hollywood, che nei suoi
movies bombarda gli spettatori di dosi di vita americana dalle commedie,
ai polizieschi, ai film drammatici, horror, fantascienza e chi più
ne ha più ne metta. Ebbene, in breve annoto subito che gli USA
sono esattamente ciò che si vede nei film! In ogni angolo che
si visita spunta inevitabilmente sempre uno spezzone magico di qualche
scena già vista: o per i paesaggi, o per i monumenti, o per i
personaggi, o per qualunque piccolo dettaglio insignificante.
Facciamo qualche esempio nelle città.
- le mille luci di Las Vegas con i casinò sfarzosi e gli hotel
megalitici dove trovi gente buttata in solitudine davanti a una slot
machine tutto il giorno; i villaggetti western sperduti in paesaggi
solitari che sembrano musei a cielo aperto;
- Miami, vista in un elenco interminabile di film, con il suo litorale,
le sue spiagge, i bagnini sulla torretta e le patrol che passano sulla
battigia, i grattacieli;
- le cittadine residenziali con tutte quelle casette in legno circondate
da giardino a prato e spazi enormi con tanto di strade a reticolato,
corrispondenti per noi alle villone indipendenti dei quartieri più
ricchi.
E facciamo qualche esempio nei personaggi.
- Il motociclista della Harley Davidson, un mito per eccellenza: giubbotto
in pelle con canotta sotto, muscolacci (e quasi sempre anche una bella
panza!), peso medio 150 chili, sbragato sulla moto che scorrazza sempre
in gruppo o, pardon, con la sua banda. Esiste davvero, e ce ne sono
parecchi. Si incontrano ovunque!
- Il classico texano, un figaccio o un gaggio a seconda dei punti di
vista: giubbotto in pelle, stivaloni da cowboy doverosamente a punta,
camminata a gambe larghe e sputo frequente, diciamo massimo ogni 3 minuti.
Ne ho visto diversi esemplari all'aeroporto di Dallas stando seduto,
senza neanche bisogno di andare in giro per il Texas: uno in particolare
tornava sempre nello stesso punto, a sputare sempre nello stesso cestino.
Una scena da non perdere, che infatti, ho filmato la terza o quarta
volta che è tornato...
- Il poliziotto - sceriffo modello base di qualunque poliziesco: quello
che spunta dal nulla anche in pieno deserto quando ti azzardi a commettere
la minima infrazione del codice stradale, quello che si avvicina calmo
ed elegante nei suoi due metri per uno di mole massiccia, che ti chiede
cortesemente ma con estrema decisione i documenti mentre tieni le mani
strette sul volante e non fai movimenti bruschi per non ritrovarti una
pistola puntata contro e che, nonostante tutto, è capace di sorridere
e fare il "buono" della situazione. Mi è capitato questo
incontro ravvicinato alle Everglades a Flamingo, durante l'imbocco in
una strada "one way" in senso sbagliato. Preciso che c'ero
solo io e qualche altro turista nel raggio di chilometri e il traffico
era zero (altrimenti mi sarei accorto che andavo in senso contrario
no?). Era il primo e anche l'unico caso visto di tre strade parallele
alternate ad una sola corsia a senso unico. Sono comparse dal nulla
addirittura due auto della polizia! Per fortuna andavo a passo d'uomo
e ho avuto la faccia da bravo turista sperduto... non mi hanno neanche
messo la multa, ma mi hanno scortato per un buon tratto...
- I medici efficienti e tempestivi e i ranger pronti ad esaltarsi in
qualunque azione che abbia a che fare con l'eroismo. Un episodio capitato
al Grand Canyon village all'ora di pranzo. Dopo aver fatto una breve
camminata di mezz'ora, siamo andati a ristorarci ma mentre ordinavamo
gli hamburger una mia amica si è sentita male e ha avuto un principio
di mancamento. Si è inginocchiata qualche minuto a terra con
nausea e subito è intervenuto il ragazzo che stava dietro al
banco, che ha chiamato una donna la quale ha portato un bicchiere d'acqua
con zucchero. La mia amica si è seduta ed si è sentita
subito meglio ma hanno insistito per chiamare il medico, che è
arrivato nel giro di due minuti contati: un ragazzo muscolosissimo con
due enormi borse che ha iniziato a fare una serie di domande con tanto
di taccuino e penna per prendere appunti: quali erano i sintomi, se
non mangiava da molto, se aveva fatto trekking, hiking e per quanto
tempo, se era stata male prima, se aveva malattie tipo asma, che numero
aveva di scarpe... ma mica è finita: dopo un minuto ancora arriva
un altro che pare un ranger con tanto di fodera e pistola, un altro
bestio di di un metro e novanta il quale, nonostante la mia amica imbarazzata
da tutte queste attenzioni ripetesse che ormai stava bene ed era troppo
quello che stavano facendo, sottolinea premuroso che l'ospedale non
c'è, ma in caso di bisogno la possono portare immediatamente
in elicottero a quello più vicino. Cavoli ma questa è
un'americanata pura, sembra un telefilm tipico di quei personaggi che
compiono atti di eroismo tutti i giorni! Se poi l'elicottero sia da
pagare o meno, questo è un altro discorso....
Si capisce adesso perchè dico che non c'è tanta differenza
tra la realtà e i film che si vedono al cinema? E' chiaro che
le cose vanno prese con buon senso: è ovvio che molte scene,
molte frasi, molti effetti speciali e molti film stessi sono ridicoli
e non possono essere presi sul serio. Ma in linea di massima, dopo aver
visto tanti movies e telefilm e documentari, è possibile davvero
avere un'idea precisa di come sono gli States. E tante di quelle che
io credevo fossero americanate, non lo sono affatto. Sono davvero così.
Il vero cruccio di tutte le opere di hollywood sta nella fisicità
degli attori, in qualunque parte degli Usa si parli, di qualunque età,
sesso e colore. Sono sempre tutti belli e in forma fino a raggiungere
estremi alla Baywatch (tanto per capirci) dove non solo i protagonisti
sono pezzi di ragazzi e ragazze ma anche i "passanti" casuali
e le comparse che si intravedono sullo sfondo per caso. Fantascienza.
Tutto ciò non esiste, è da dimenticare. O forse, esiste
in parti limitatissime degli States, in apposite spiagge o locali dove
si concentrano i "belli", come se fossero una casta a sè
stante. Avessi visto una sola bella ragazza in tre settimane! Qualcuna
rarissima appena carina, niente di più. E ce ne vuole. E' vero
che non ho frequentato locali notturni e all'ultimo grido, ma voglio
dire, in Italia e in altri luoghi dove sono stato, prima o poi una bella
ragazza, anche di sfuggita, capita vederla ovunque. Mah.... mistero
americano.... probabilmente sono tutte finite a Hollywood e non ce ne
sono più per strada.... Per i ragazzi il discorso è meno
allarmante. Grazie alla loro ossessione per lo sport infatti, è
più facile trovare fisici ben fatti e muscolosi.
Ad ogni modo, dopo questo viaggio, ho capito tantissime cose e affinità
che prima non afferravo. Per esempio, il mio professore di inglese David,
che è un americano puro, il quale dice che mentre noi ridiamo
guardando un film come American Pie, pensando alle assurdità
compiute da quei poveri disperati in americanate e cose irreali, lui
ride "ricordando" ciò che veramente ha fatto lui e
i suoi coetanei ai tempi della scuola: i party di nascosto quando i
genitori non ci sono, gli scherzi burloni e talvolta pesanti, l'ossessione
dell'adolescenza per il sesso, il mito dell'automobile e la passione
per i motori, i raggiri per procurarsi l'alcool, etc.etc.
Altro esempio di americanate reali: le paure. Le paure create dal tragicismo
di una natura incontrollata da cui nascono film per noi esagerati come
twister e tutta la serie delle distruzioni di massa, oppure film di
orrore come quelli di animali impazziti che distruggono tutto e persino
i capolavori di Steven King. Io ho visto con i miei occhi gli effetti
di cosa l'uragano Charlie ha devastato al suo passaggio nelle isole
di Sanibel e Captiva in Florida: un intero paesaggio tropicale modificato,
con grovigli di tronchi e rami, praterie di alberi spezzati, case danneggiate
e strade rotte. E tutto questo dopo qualche mese che già stanno
ristrutturando. Fa paura adesso, posso immaginare durante il disastro.
E credevo che "The day after tomorrow" fosse un'americanata
pura, con il fenomeno della glaciazione, le inondazioni di New York,
etc.etc. Beh, poco dopo esser tornato a casa è arrivato lo tsunami
del 26 dicembre, devastando mezza asia con centinaia di migliaia di
vittime, e il telegiornale non ha fatto altro che parlare dell'incredibile
gelo arrivato in California e dintorni che ha paralizzato gli americani
seppellendoli sotto la neve. C'è sempre qualcosa di vero alla
fine nei film di distruzione di massa. Gli americani questo lo sanno,
è per quello che vanno a vederli... Abitando in Sardegna che
è una terra tranquilla e non avendo mai assistito ad alcun evento
tragico di queste proporzioni, ho capito veramente per la prima volta
di quale potenza devastante sia dotata la natura. Ma anche cose più
piccole hanno scatenato in me l’accostamento reale ad altre paure
apparentemente più insignificanti o strane degli americani. Per
esempio, quando ho visto il museo del circo con una foto di un pagliaccio,
ho capito perché è nato “It” con quella forma,
così come ho capito ciò che mi sembrava l’assurda
scena, chiamiamola in questo modo, di essere risucchiati dal buco del
water. E’ pazzesco e fa ridere, e sembra persino incredibile che
scriva queste cose, ma in alcuni motel, quando ho sentito lo sciacquone
che tira giù tutta quell’acqua con un risucchio fortissimo
(non vorrei scendere nei particolari, ma i "tazzoni" americani
sono, a differenza di quelli italiani, pieni quasi fino all’orlo
di acqua), ragazzi: ho avuto veramente paura! E ho capito anche un'altra
ossessione ricorrente: quella dei serial killer o dei maniaci o dei
mostri e di qualunque cosa che si avvicini, al buio, a casa tua ed entri
di nascosto. Quando in Florida sono capitato in una strada secondaria,
buia, con le tipiche casette isolate in un boschetto con giardino che
le circonda, senza recinto, con semplici porte in legno e finestre al
piano terra che si rompono con una palla da baseball lanciata per sbaglio,
ho avuto davvero un senso di inquietudine e ho pensato: diamine, quanto
sarebbe facile entrare là dentro per un malintenzionato! E di
case così ne ho visto per interi quartieri! Ho ben afferrato
la paura di Steven King nel Maine, che è ricoperta di boschi
ben più grandi e inquietanti! Persino i gabbiani in gruppo a
Treasure Island ad un certo punto mi hanno trasmesso un senso di inquietudine.
L'oceano nelle spiagge americane è stupendo e la fauna più
viva che mai. Ci sono gabbiani enormi, pellicani e uccellini di cui
non conosco il nome (simili alle rondini di mare) che ho ironicamente
soprannominato i "becca vermi": stanno lì a infilare
il becco sulla battigia per cercare cibo, e corrono buffamente velocissimi
avanti e indietro per non bagnarsi con l'arrivo delle onde. Ebbene,
tutto ciò regala in genere un'atmosfera stupenda e rilassante
per tutte le spiagge della Florida. Ma che si provi a dare loro qualcosa
da mangiare. I gabbiani arrivano in massa e ti svolazzano sulla testa,
con quella apertura alare enorme, quasi ti ricoprono e sparisci come
un ombra nel loro assedio. Mi sono ricordato quel film di orrore di
uccelli impazziti che danneggiavano tutto... forse non succederà
mai niente del genere è vero, ma se alla natura desse di volta
il cervello qua sarebbero guai davvero!
Fondamentalmente, le paure come le emozioni di gioia nell'osservare
le bellezze naturali americane, stanno nel fatto che qui ci si sente
davvero piccoli. Qui tutto è enorme, immenso, infinito e in quantità
esagerate. Gli americani non sono alla fine più esaltati di quanto
non lo sia la natura con loro!
On
the Road: informazioni utili e codice stradale
Da dove cominciare? Le strade americane sono una meraviglia. Semplicemente
perfette, almeno paragonate alle nostre. Il fondo stradale è
sempre in ottime condizioni, non ci sono buche, fossi, nulla, tranne
in qualche rarissimo caso di lavori in corso. Penso che risparmino un
patrimonio dal meccanico, visto che non cambieranno mai ammortizzatori
e frizione. In compenso, consumano molto le gomme: ci sono quantità
impressionanti di copertoni rotti, a volte proprio squarciati, nelle
corsie laterali. Le strade sono sempre scorrevoli, a due corsie almeno
per direzione, che diventano tre o quattro e più ancora nei pressi
delle città per smaltire meglio il traffico. Guidare è
assai più piacevole che da noi, e imparando alcune regolette
basi del codice stradale, anche più semplice. Intanto le auto
hanno il cambio automatico, che significa dimenticarsi l'uso del piede
sinistro Esistono solo due pedali: l'acceleratore e il freno, il quale
è molto più largo del nostro.
La leva del cambio ha diverse posizioni, dall'alto verso il basso:
- P sta per Parking e si usa per sostare o spegnere l'auto. Le chiavi
non si tolgono dal cruscotto se non si lascia la leva in questa posizione.
Si può anche evitare di inserire il freno a mano perchè
tanto l'auto non si muove...
- R è per la retromarcia
- N corrisponde al nostro "folle"
- D è quella più utilizzata e serve semplicemente per
andare avanti. Una volta impostata non si cambia praticamente più,
neanche quando ci si ferma agli stop o ai semafori, tranne ovviamente
se serve la retromarcia. Quando viene inserita la D, bisogna sempre
lasciare il piede destro nel freno, perchè appena lo si alza
l'auto parte leggermente in avanti. Ecco perchè ai semafori,
come si vede anche nei film, tutte le auto hanno sempre gli stop accesi
che paiono sincronizzati.
- 1, 2, 3 sono altre posizioni che inseriscono forzatamente una delle
marce per necessità particolari, tipo una salita estrema, l'uso
del 4x4, etc.
Un'altra chicca utilissima è quella del "cruise", una
sorta di controllore della velocità che si imposta ad un valore
fisso desiderato. Quando si raggiunge una certa andatura, che in genere
corrisponde al limite massimo consentito, si preme un pulsante e l'auto
cammina da sola sempre alla stessa velocità, anche staccando
il piede dall'acceleratore. Se si aumenta l'andatura, per esempio per
un sorpasso, rilasciando l'acceleratore comunque l'auto torna alla velocità
di crociera impostata precedentemente. Se invece si tocca il pedale
del freno, il cruise si disabilita per sicurezza e bisogna reinserirlo
successivamente.
I limiti di velocità sono sempre ben chiari e scritti in nero
su cartelloni bianchi ai lati della strada. Il massimo che ho visto
è 75 mph, corrispondente ai nostri 120 Kmh, ma è raro.
E' più frequente trovare 65 mph o 70 mph sulle Interstate, che
sono le strade che attraversano più stati, e dai 55mph in giù
per strade statali e secondarie. Da precisare che le strade secondarie,
che non erano neanche segnate nella mia cartina, fanno dieci a zero
alla "nostra" sarda S.S. 131, l'arteria principale e la strada
più importante che attraversa tutta la Sardegna, la quale quest'ultima
si sa, non è messa molto bene a trasporti (ma non pensavo a questi
livelli, adesso me ne rendo conto...). In città invece il limite
può scendere anche dai 35 mph in giù fino ai 15. E' fondamentale
avere ben chiaro in testa che rispettare i limiti è importantissimo,
anche se si è in pieno deserto e arriva la smania di correre
un pò di più. Ci sono controlli severissimi, radar aerei
(che servono allo stesso tempo anche per soccorrere chi rimane in panne),
e la polizia americana non va certo per leggere: proprio esattamente
come nei film, questo è poco ma sicuro!
Tra l'altro, correre servirebbe solo a creare confusione nel traffico,
che invece non c'è. Mi spiego meglio. Essendo le strade scorrevoli,
vanno praticamente tutti alla stessa velocità: quella massima
consentita. Per cui le probabilità di tamponamento o incidenti
laterali causati dalle classiche auto che spuntano all'improvviso da
dietro diminuisce notevolmente. Spesso nelle Interstate c'è anche
il limite minimo di velocità consentito, in genere sui 40 mph,
e quindi il "range" di distacco tra l'auto più lenta
e quella più veloce è assai limitato.
Una regola del codice stradale non applicata da noi in Italia, che ritengo
molto utile, è quella di poter svoltare sulla destra anche col
semaforo rosso, tranne se compare apposito divieto pochi metri prima
nella corsia: "no turn on red" o similare. In assenza di questo
cartello, basta dare la precedenza sulla sinistra e si può svoltare
in assoluta tranquillità.
Un'altra chicca americana è quella degli "stop 4 way"
o "all way", frequente negli incroci a raso delle strade interne
o di città non eccessivamente trafficate. Funziona in questo
modo: tutti hanno lo stop e sono obbligati a fermarsi. Il primo che
si ferma, passa. Poi passa il secondo, il terzo, e così via.
E' di una comodità incredibile, sembra di scoprire l'uovo di
Colombo. Si arriva allo stop e quando ci si ferma di fronte alla linea
bianca si guardano quante auto ci sono prima (in genere una o due),
si aspetta il turno e si passa. In questa maniera il traffico è
molto più scorrevole e non si rischia di aspettare minuti inutili
fermi in coda. Ovviamente, il pieno rispetto del codice da parte degli
americani fa sì che questi si fermino anche se allo stop non
c'è assolutamente nessuno, cosa che in Italia è considerata
quasi...ahimè.... ridicola.
Nelle corsie di sinistra che si aprono quasi sempre indipendenti per
ogni svincolo o deviazione, è possibile anche fare in genere
inversione di marcia. Pure qui, la sola eccezione è il cartello
che indica una freccia nera ad "U" sbarrata.
Non bisogna mai sottovalutare i cartelli e le indicazioni che talvolta
possono sembrare incredibili. Cito l'esempio del cartello che si trova
in Florida con disegnata la pantera e che ne sottolinea il pericolo
di attraversamento. "Quando mai mi troverò una pantera che
mi attraversa una strada a 4 corsie?" mi son chiesto subito, sembra
fantascienza. Eppure al Visitor Center delle Everglades ho scoperto
con stupore che gli esemplari uccisi dalle auto sono una delle maggiori
cause della loro decimazione...
Una delle cose che si rimpiange di più quando si torna nelle
caotiche strade italiane è l'assenza totale di scooter: non esistono
nella comune viabilità americana. Causa le enormi distanze, le
strade larghe e il basso costo della benzina probabilmente, hanno tutti
l'auto o la moto. Il che incide notevolmente, come è facile immaginare,
sul discorso sicurezza e linearità del traffico.
Commenti ricevuti
15/07/2007 Inviato
da: lucianobruno@cheapweb.it
Voto:
Ottimo!
Commento: Ottimo
veramente ben scritto..