VIAGGIO
IN SRI LANKA & MALDIVE
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Ivan
Numero di giorni: 17
Costo totale del viaggio: -
Periodo: 21 ottobre - 06 novembre 2004
Compagnie Aeree:
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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SRI LANKA
21/10/2003 – Il viaggio di andata
22/10/2003 – L’arrivo a Colombo. Tour per la città.
Visita templi induista e buddista. Alloggio al “Trans Asia”
Hotel.
23/10/2003 – Spostamento in bus verso la costa Sud. Visita ad
un centro tartarughe marine. Arrivo al Dickwella village. Passeggiata
e primi contatti con i bambini locali.
24/10/2003 - La spiaggia del Dickwella. Massaggio Ayurveda. Tour a Mawella
per vedere il “Blow Hole”, il soffione dell'oceano.
25/10/2003 - Mercatino locale. Tempio buddista di Wewurukannala Vihara.
Tour: Weligama (visita fabbrica gemme), Matara (visita fabbrica batik,
passeggiata per la città).
26/10/2003 - Pipistrelli. Lavorazione artigianale del legno. Massaggio
Ayurveda. Visita casa locale. Tramonto in spiaggia. Spettacolo di danze
tradizionali
27/10/2003 – Safari allo Yala National Park
28/10/2003 – Dickwella in paese. Tour al tempio di Mulkirigala.
Lo spettacolo finale dei fuochi in piscina.
Riflessioni e contraddizioni al Dickwella
MALDIVE
29/10/2003 – Dickwella - Colombo. Volo Colombo - Male (Maldive).
Arrivo all'isola di Bandos. Tramonto in spiaggia. Briefing e spiegazioni
sul resort e sull’isola.
30/10/2003 – Il primo impatto nel reef dell’isola di Bandos
31/10/2003 – Snorkelling e spiaggia
1/11/2003 – Snorkelling e spiaggia
2/11/2003 – Visita della capitale Male: moschea, mercati locali,
cimitero, palazzo e uffici del presidente, negozi di souvenir.
3/11/2003 – Snorkelling e spiaggia.
4/11/2003 – Il taglio del pesce chirurgo. Kuda Bandos.
5/11/2003 – Ultimo snorkelling. Viaggio di rientro.
6/11/2004 – Rientro a Cagliari.
DEDICA
Dedico questo
racconto alle stupende e gioiose persone conosciute al Dickwella nell’ottobre
2003, un angolo di mondo paradisiaco che in poche ore si è trasformato
in un inferno. Il villaggio da me descritto ha subito danni enormi dallo
Tsunami del 26.12.2004, colpito in pieno da un’onda devastante
che ha raso al suolo case, distrutto campi e imbarcazioni dei pescatori,
devastato l’hotel dove ho alloggiato. Gli aiuti sono arrivati
solo dopo mesi, per via della strada costiera interrotta.
Immaginare che i bambini con i quali ho giocato, hanno danzato per me,
mi hanno portato a vedere le loro povere case e mi hanno commosso con
i loro stupefacenti sorrisi, non ci fossero più, è stata
una delle angosce più terribili vissute nella mia vita. Per fortuna,
dopo numerosi tentativi di contatti, pare che quei bambini siano salvi.
Ma molte sono ugualmente state le vittime e le persone di cui non ho
avuto più contatti.
E’ incredibile pensare di aver vissuto e visto un luogo che non
sarà mai più come prima. La natura crea e distrugge senza
pregiudizi, né criteri e pietà. La sola speranza è
che il tempo e la nostra umanità permettano di aiutare la ricostruzione
di tutti quei luoghi colpiti dalla tragedia, affinché il paradiso
ed i sorrisi possano tornare presto a far parte della popolazione singalese.
Prima di
partire
Siamo ormai più
di tre mesi che rincorriamo questo viaggio! La nostra meta, a differenza
dell’anno scorso dove la Thailandia si è subito affermata
come destinazione univoca, non è mai stata per niente chiara,
soprattutto in vista del nostro obiettivo principale: un viaggio di
almeno due settimane da fare a ottobre che non costasse un patrimonio.
Sono saltati fuori tanti nomi, che sono stati anche doverosamente approfonditi
con letture e ricerche: ne è nato un vero e proprio studio di
tanti paesi, luoghi e itinerari, ed un contemporaneo acculturamento
geografico non da poco. Abbiamo iniziato col Messico e l’itinerario
classico da Cancun verso le rovine delle antiche città Maya.
Splendido e affascinante, ma troppo caro davvero da qualunque parte
lo si guardi! Abbiamo cercato l’Egitto con la crociera e l’estensione
sul Mar Rosso, di cui l’offerta migliore è parsa quella
del Veraclub. Non certo economica nel complesso, ma davvero interessante
per due settimane in questo millenario paese ricco di archeologia, storia
e meraviglie naturali. Abbiamo sfogliato decine di cataloghi tra cui
quelli interessantissimi del CTS sulle proposte dei tour Contiki per
ragazzi entro i 35 anni. Dai parchi dell’Ovest U.S.A. con le grandi
metropoli, fino all’Australia dove un nostro amico, appena tornato
dopo 3 mesi di soggiorno, ci parla egregiamente sollevando in noi l’invidia
più feroce! Si è nominata persino la Florida, approfittando
della Lonely Planet regalata a mio fratello per il compleanno, che mi
sono letta per intero…un bell’itinerario: da Orlando e i
parchi Disney, a Miami, le Florida Keys, la riserva delle Everglades.
Ma ad un certo punto è spuntata prepotente la Malaysia, con un
articolo di “Partiamo” sul Sarawak e Sabah (la parte orientale)
che traccia un itinerario avventuroso e fantastico nei parchi nazionali.
Sono subito nate una lunga serie di ricerche su Internet, tra siti di
turismo e racconti, diari, impressioni di turisti che l’hanno
visitata. Pareva finalmente la nostra meta perfetta: un viaggio che
poteva coprire una ventina di giorni, con un budget inferiore di quello
di due settimane previsto dalle altre parti, e tanti posti meravigliosi
da vedere. Abbiamo tracciato persino due possibili itinerari: la parte
orientale, partendo da Kuching nel Sarawak per spostarci verso Nord,
risalendo il fiume per alloggiare nel Pelagus Resort, disperso in mezzo
alla jungla tropicale, e ancora più su tra i diversi favolosi
parchi nazionali con flora e fauna da urlo fino a Miri e Mulu; oppure
la parte occidentale, partendo da Kuala Lumpur, visitando il Taman Negara
National Park con un po’ di trekking nella jungla primordiale
che a tutt’oggi risulta la più antica del mondo, spostandoci
nella costa orientale della penisola alle isole Perenthian che paiono
il paradiso tropicale per eccellenza, per poi finire a Singapore. Ecco,
questo è il viaggio perfetto per noi! Città, mare e trekking,
di tutto e di più! Unico problema cruciale la SARS, la quale
ormai però non si è fatta sentire dall’inizio dell’estate.
Ed eccola rispuntare, lo stesso giorno che andiamo a chiedere informazioni
per il volo, ormai decisi definitivamente, proprio a Singapore! Pazzesco,
abbiamo persino comprato la guida e un libro sui parchi nazionali! A
questo punto scoppiano dubbi e incertezze: e se riprende l’epidemia
dei mesi scorsi? Forse è un caso singolo e forse no, di sicuro
sono un sacco di rogne negli aeroporti e compagnie varie, più
ancora del pericolo in sé stesso della malattia. Ed ecco il sogno
Malaysia cadere in frantumi nella delusione… che peccato.
La promessa è che sia solo rimandato, e a tal proposito pensiamo
pure di fare un viaggio di una settimana più economico, per poi
aspettare l’inverno e se tutto fila liscio partire in Malaysia
in primavera, dove tra l’altro il tempo alle Perenthian è
decisamente più azzeccato. Siamo agli sgoccioli e bisogna decidere.
Sorge l’idea di andare in una capitale europea, come Budapest
e Parigi. I voli aerei optano decisamente per quest’ultima. Sempre
del CTS i prezzi migliori, dove tra un catalogo e l’altro salta
fuori un bellissimo tour archeologico di una settimana nello Sri-Lanka
a un prezzo interessantissimo. Però per ammortizzare il volo
ci vorrebbero almeno due settimane, e quindi si tratterebbe di estendere
una settimana al mare che purtroppo, in questo periodo, sembra sia brutto
per via dei monsoni. Anche un’offerta alle Canarie, di cui siamo
ben documentati, non dispiacerebbe affatto. Insomma siamo veramente
indecisi e siamo ai primi di ottobre!
La soluzione finale arriva improvvisa da un’agenzia Blu Vacanze:
le offerte sono tante, ma veniamo colpiti da un last minute Sri Lanka
+ Maldive per 16 giorni e 14 notti, pensione completa più bevande
e 2 escursioni incluse ad un prezzo stracciato di 1269 euro. Possibile?
Certo, il tempo sarà brutto e magari gli hotel non molto rinomati.
Per curiosità mi fermo a chiedere un preventivo e il prezzo già
sale subito a 1536 euro, tra tasse, iscrizioni, tessera, e volo Cagliari
– Milano Malpensa da aggiungere al pacchetto. Nonostante la continuità
territoriale, a noi sardi quei 100 e passa euro in più per tutte
le partenze dei viaggi da Roma e Milano non ce li toglie nessuno. In
ogni caso il prezzo finale non è mica male; a guardare nel catalogo
con questo prezzo non ci esce neanche la settimana alle Maldive nel
resort più economico…
Richiedono immediate e urgenti informazioni in merito, da prelevare
come sempre nell’immensa ragnatela e banca dati del web. La connessione
ADSL in questo caso è una gran cosa: quanto tempo risparmiato
nelle connessioni e nello scaricamento di centinaia di pagine! Il primo
fattore da appurare sono la qualità e la posizione dei villaggi
che vengono proposti: il Dickwella nello Sri Lanka e il Bandos alle
Maldive. Una semplice ricerca trova subito i siti ufficiali di entrambi:
www.dickwella.net e www.bandos.com. Quest’ultimo in particolare
è un bel sito completo di tutto, soprattutto del guestbook dove
i vari clienti scrivono in continuazione impressioni ed emozioni del
loro soggiorno. Praticamente tutte positive, così come pure i
commenti di altre persone con siti personali che vi sono stati e hanno
inserito foto e racconti: pare davvero il paradiso! Per il Dickwella
c’è molto meno materiale, ma un sito in particolare di
un fotografo panoramico elimina ogni dubbio in proposito, mostrando
straordinarie riprese a 360°: www.panoramic-photo.com/dickvella.htm
. Magnifiche! Il catalogo che ci viene dato il giorno dopo in agenzia
è altrettanto grandioso. Il tour operator è Azemar, che
opera nello Sri Lanka, alle Maldive, alle Mauritius, alle Seychelles
e persino in Sardegna. Le foto sono stupende, ma per decidere manca
ancora un fondamentale dettaglio: il clima.
Come mai un last-minute tanto vantaggioso? Non è che il tempo
è pessimo e ci tocca stare sotto la pioggia tutto il giorno?
Altre ricerche portano in realtà un pò di confusione su
questo punto: l’unica cosa certa è che il mese di ottobre
è bassa stagione da entrambe le parti. Che non vuol dire necessariamente
che sia negativo, anzi. L’anno scorso a fine ottobre a Krabi,
in Thailandia, era ancora bassa stagione e abbiamo trovato un tempo
meraviglioso con prezzi dimezzati e pochi turisti! La temperatura nello
Sri Lanka e alle Maldive non sarà comunque di certo un problema,
sempre compresa tra i 26° e i 30°, con 27° costanti per
quella dell’oceano; quello che può essere spiacevole sono
le piogge portate dai monsoni. Il Dickwella a questo proposito assicura
che la sua particolare posizione nell’estremo sud dello Sri Lanka,
tagliando in due gli effetti dei monsoni principali e smorzandone l’effetto,
permette un buon soggiorno tutto l’anno. Per le Maldive si leggono
le cose più disparate dalle guide e dai vari siti: pare persino
che il clima sia così complesso che diversi resort propongono
prezzi diversi per ogni settimana dell’anno. Le risposte dirette
di Thoha Ali alle mie domande lasciate nel guestbook del Bandos sono
comunque rassicuranti: c’è sole e si sta bene, qualche
pioggia breve ma in generale un buon periodo. Del resto, leggo su qualche
sito la stessa offerta a noi proposta, con gli stessi villaggi per 16gg
e 14 notti, in vari periodi dell’anno, a prezzi comunque più
cari e ad agosto, clamorosamente, di ben oltre 500 euro a persona! Dico
clamorosamente perché agosto pare uno dei mesi peggiori come
clima alle Maldive. Ma si sa, ad agosto gli italiani vanno in vacanza
in esodo di massa e i prezzi salgono alle stelle anche nel posto peggiore
del mondo. Ecco uno dei motivi principali per i quali non prenderò
mai le ferie in quel periodo, visto che posso scegliere.
Insomma è tutto a posto (a parte i comuni e soliti rischi di
fare una vacanza al mare) e così la decisione fatidica è
finalmente presa in un paio di giorni. Torniamo all’agenzia a
prenotare: si parte il 21 ottobre! Ancora qualche piccolo dubbio rimane,
soprattutto in base a quelle che, secondo le nostre esigenze, doveva
essere un viaggio un po’ più avventuroso come quello in
Malaysia. Non ci annoieremo stando una settimana in un’isola di
4 Kmq assolutamente piatta (il punto più alto, come in tutte
le isole maldiviane, non supera i 2 metri dal livello del mare!)? Le
numerose gite che vengono proposte paiono eliminare momentaneamente
queste perplessità, soprattutto nello Sri Lanka dove, nonostante
i tour archeologici dell’interno siano indubbiamente più
affascinanti, il soggiorno a mare dove stiamo e le cose da vedere sembrano
tante e variegate.
Mentre aspettiamo i biglietti e la convocazione, acquistiamo subito
la guida della nostra seconda meta: “Maldive” della Lonely
Planet. Apparentemente un piccolo libricino, ma come al solito ricco
di tantissime informazioni, comprese le foto con descrizioni analitiche
dei vari pesci della barriera corallina. Qualche giorno dopo acquistiamo
anche quella dello Sri Lanka, sempre della Lonely Planet (anche perché
non c’è un granchè di scelta ed è ancora
un paese poco studiato dal punto di vista turistico). Troviamo anche
“Traveller” intitolato proprio “Sri Lanka e Maldive”,
in una vecchia uscita del 2001, con splendide foto.
Mancano dieci giorni alla partenza, il tempo di leggere velocemente
le guide, fare i preparativi e andare a goderci questo nuovo viaggio.
Vedremo se i nostri piccoli dubbi erano fondati o se ci aspetta veramente
il paradiso!!!
SRI LANKA
21/10/2003
– Il viaggio di andata
Siamo a Elmas, sono le tre del pomeriggio appena passate. Il nuovo aeroporto
di Cagliari, da poco ampliato, è del tutto irriconoscibile. Adesso
finalmente assume sembianze più internazionali! Abbiamo poco
da aspettare: un veloce check-in ed il volo è puntuale alle 16:10
per Milano Malpensa.
Arriviamo dopo un’ora e poco più. Sbrighiamo con calma
le formalità e il ritiro dei bagagli, del resto abbiamo molto
da attendere. L’agenzia ha cortesemente chiamato ieri comunicando
un bel ritardo di un’ora e mezza per il volo Milano Malpensa –
Colombo. Anziché partire alle 23:00 tocca aspettare fino a mezzanotte
passata. Facciamo un bel giro di perlustrazione per tutto l’aeroporto
e scegliamo un posticino tranquillo dove aspettare. Stefania compra
qualche giornale, più o meno culturale, e inizia a leggere. Nella
noia, giro qualche ripresa con la videocamera per documentare questa
lunga attesa. Almeno c’è l’entusiasmo del viaggio,
sappiamo che ne vale la pena e che al ritorno sarà molto peggio,
visto che dobbiamo passare l’intera notte buttati da qualche parte
in aeroporto! Consultiamo ripetutamente il monitor delle partenze: finalmente
compare il nostro volo. Raggiungiamo l’area gruppi cercando il
nostro tour operator Azemar. Ci viene consegnata tutta la documentazione
del viaggio, l’itinerario, i voucher per i resort e i biglietti
aerei. Ci regalano persino uno zaino non proprio bellissimo con quei
colori azzurro-marron e la scritta Azemar, e un borsello sullo stesso
stile. Sistemiamo nel borsello tutta la documentazione ma dello zaino
proprio non sappiamo cosa farne! Ci coglie impreparati, abbiamo già
i nostri, così troviamo il modo di infilarlo nella valigia di
Stefania alla bene e meglio. Andiamo a fare il check-in, ci liberiamo
dei bagagli (due valigie più un borsone per l’attrezzatura
da snorkelling), e attendiamo impazienti gli ultimi minuti prima del
volo.
Il decollo arriva addirittura all’una di notte, giusto in tempo
per tentare una sofferta dormita in aeroplano. Il volo Eurofly è
comunque tutto sommato comodo, senz’altro più dei piccoli
posti della China Airlines che abbiamo preso per andare in Thailandia
l’anno scorso. Inutile dire che dal finestrino non si vede niente,
è buio pesto, così non rimane che consolarsi con il monitor
del sedile per vedere se c’è qualche film interessante
e per scrutare la posizione dell’aereo che inizia a tracciare
lentamente la linea bianca del tragitto sulla cartina e a macinare quelle
oltre 4000 miglia che ci separano dallo Sri-Lanka. Vengono spente finalmente
le luci e possiamo riposare abbassando i sedili.
22/10/2003
– L’arrivo a Colombo. Tour per la città. Visita templi
induista e buddista. Alloggio al “Trans Asia” Hotel.
Difficile dire che ore sono, i finestrini dell’aereo sono ancora
chiusi e siamo in mezzo all’oceano indiano in coincidenza di qualche
fuso orario. Il personale ci serve la colazione e attendo sonnecchiando
l’arrivo a Colombo. Apriamo finalmente i finestrini. Si vede ancora
solo mare ma la mappa segna che l’aereo sta arrivando a destinazione.
Inizia la discesa verso la capitale dello Sri Lanka. L’atterraggio
avviene alle 14:30 ora locale, per cui, tolte le cinque ore di fuso
orario, diventano quasi nove ore di volo da Milano.
L’aeroporto di Colombo appare spartano ed essenziale. Ritiriamo
in fretta i bagagli e cambiamo allo sportello 50 euro per prevenire
le spese iniziali. Il cambio appare buono a 107,59 per un totale di
5379,5 rupie. Molto superiore a quello citato nella Lonely Planet ormai
risalente a qualche anno fa. Ci ritroviamo così all’uscita,
dove si riunisce il nostro gruppo di italiani dell’Azemar sotto
l’unica guida di Gianfranco, un ragazzo sulla trentina. Tutti
insieme sappiamo ora chi sono i nostri compagni di viaggio: una coppia
di ragazzi come noi, Luca e Marzia, una coppia di signori, Ambrogio
e Gabriella, due ragazze, Doriana e Patrizia, e poi ancora un’altra
signora, Franca, e un altro ragazzo, Mauro. Dieci in tutto, provenienti
da diverse parti d’Italia e di età diverse.
Aspettiamo Gianfranco che sbriga qualche commissione e formalità,
per avviarci finalmente al nostro bus. Due ragazzi, tra i tanti in fila
che non aspettano altro, come usanza da queste parti, portano le valigie
al nostro posto per cento metri e spendiamo subito le nostre prime 50
rupie di mancia. Fa parecchio caldo e il sole picchia.
Saliamo sul nostro autobus, del tutto simile ai nostri italiani, che
risulta praticamente vuoto essendo solo in dieci! Durante il primo tratto,
Gianfranco ne approfitta per presentarsi e spiegare alcune cose su usi,
costumi e tradizioni locali. Prima di tutte: non spaventarsi per la
guida tremenda dei singalesi, che superano e si infilano da tutte le
parti senza apparente ragione, non risparmiando di tagliare la strada
di netto e suonare il clacson a più non posso. Ce ne rendiamo
subito conto nei primi chilometri…
A questo punto, essendo il volo in ritardo, ci ritroviamo a dover azzardare
una scelta non da poco: al posto di andare subito in hotel come previsto
inizialmente dal programma, e poi fare il giro della città compreso
nel pacchetto, Gianfranco propone di optare prima per il tour, visto
che sono già le tre e mezza del pomeriggio e alle sei in punto
fa buio. Dopo un giorno di viaggio intero, soprattutto per noi che da
Cagliari abbiamo dovuto aspettare tante ore a Milano, risulta un po’
massacrante, ma decidiamo comunque all’unanimità di non
perdere la possibilità di vedere Colombo. Il sogno di una bella
doccia, un lauto riposo e di un pasto decente è solo rimandato:
del resto, siamo in vacanza bisogna essere super attivi!
Dopo un’ora di tragitto passiamo di fronte al nostro hotel. Difficile
dire quanti chilometri abbiamo fatto dall’aeroporto, di sicuro
è invece lineare affermare che la città di Colombo appare
sterminata tra un susseguirsi continuo di case, negozi, veicoli di ogni
genere (dai carretti ai tuk-tuk, agli autobus sgangherati alle utilitarie,
assai rari le auto lussuose). Me l’aspettavo assai più
piccola e contenuta, ma probabilmente è molto estesa per la mancanza
di palazzi alti. Per il resto il panorama è quello tipico dei
paesi orientali: tanti mercatini, bancarelle colorate, traffico indemoniato.
La nostra prima tappa è un tempio induista. Appena scendiamo
dal bus l’impatto non è davvero dei migliori, devo dire
assai più duro e crudo di quello che si avverte passeggiando
per le strade di Bangkok. Alle catapecchie decadenti si affiancano angoli
di immondezzaio totale, dove gatti e cani randagi, quasi tutti con evidenti
segni di malattie e in condizioni precarie, cercano qualcosa da mangiare.
Per fortuna non ci sono anche persone. Tutto questo in appena cento
metri di strada che ci separano dal tempio. Speriamo che il resto della
città non sia tutto così!
Osserviamo esterrefatti la facciata del tempio, ricca di statue e sculture
che fuoriescono da tutte le parti creando giochi di profondità
superbi e colorati. Subito dei mendicanti appostati iniziano ad avvicinarsi
al nostro groppo, in chiaro atteggiamento d’elemosina. Pochi centesimi
di euro per questa gente sono soldi che valgono. Gianfranco ha spiegato
nell’autobus che il loro stipendio medio mensile varia tra i venti
ai cinquanta dollari per chi è più fortunato. Dare cento
rupie di mancia, che equivalgono più o meno a un euro, vuol dire
regalare un’intera giornata di duro lavoro ad un singalese. E’
anche vero che chiedere l’elemosina non è mai bello, come
non è bello vedere queste povere persone dalle facce sofferenti
e tirate, spesso a petto nudo e scalze, tutte intorno a te che aspettano
di ricevere qualcosa.
Lasciamo le scarpe all’ingresso ed entriamo nel tempio. La parte
visitabile non è molto grande, si fa solo il giro di qualche
stanzone. Gli affreschi e l’interno in generale sono un po’
lasciati andare, ma in tempi migliori doveva davvero essere bello e
splendente. Un signore anziano ci segue e improvvisa qualche parola
in inglese per fare una sorta di guida. Inutile dire che all’uscita
chiede la mancia, la quale Gianfranco ci informa comunque non essere
affatto obbligatoria in nessun caso. Mentre riprendo le scarpe lascio
così venti rupie al signore, che non pare molto contento o soddisfatto
e continua a chiedere con un atteggiamento che quasi mi indispettisce.
Torniamo al bus e proseguiamo per un altro tempio, stavolta buddista,
quello di Gangaramaya. L’ingresso è a pagamento e costa
100 rupie a testa. Beh, almeno così si mettono le cose in chiaro
da subito: si paga e niente mancia! L’entrata è stravagante,
con tanti gingilli, statuette e doni sparsi ovunque. All’interno
pare una sorta di museo, con oggetti e reliquie di ogni genere, alcune
molto colorate e alquanto bizzarre. L’antico si fonde col moderno
senza vie di mezzo. Usciamo all’aperto in un cortile interno,
di fronte a centinaia di statue disposte in modo organizzato ed equidistanti
che creano un bel colpo d’occhio. Di lato un’auto d’epoca
perfettamente conservata rende ancora più l’idea del museo
stravagante. Un’altra sala di oggetti e sbuchiamo in un altro
cortile con un gigantesco albero Bodhi. Dopo qualche spiegazione di
Gianfranco in italiano e della guida del tempio in inglese, torniamo
infine all’autobus.
La nostra prossima meta è un grosso negozio di souvenir, dove
Gianfranco consiglia di guardare per iniziare a rendersi conto dei prezzi.
Di passaggio, prima di arrivare, possiamo osservare velocemente dai
finestrini alcuni monumenti tipici di Colombo, quali il tempio sul lago,
il Trade Center, persino l’originale Municipio costruito come
identica copia della Casa Bianca!
Arriviamo dunque al nostro negozio, diviso in tre piani, ognuno ricco
di numerosi oggetti e souvenir di ogni genere: statuette in legno, maschere
tipiche, stoffa e batik, vestiti, parei, dipinti, prodotti artigianali,
spezie, cartoline, davvero di tutto. Nonostante io e Ste avessimo promesso
prima di entrare di non spendere nulla, visto che questo è solo
il primo negozio che visitiamo, non possiamo non essere colpiti da innumerevoli
cosettine che farebbero davvero gola da portare a casa. E’ così
la nostra scelta finale ricade su un simpaticissimo e davvero per noi
originale elefantino, ricavato scolpendo una noce di cocco, con tanto
di proboscide e tratti dipinti in nero. Meraviglioso! Il suo costo è
di 360 rupie (3,5 euro).
Finito lo shopping è giunta, per la gioia di tutto il gruppo,
l’ora di andare finalmente in hotel a riposarci e a riempire il
nostro stomaco con un pasto decente che non vediamo ormai da due giorni.
Entriamo al “Trans Asia” hotel (5 stelle e probabilmente
il migliore di tutta la capitale), rimanendo subito colpiti dalla lussuosa
hall d’ingresso, spaziosa e tutta luccicante. Veniamo accolti
in un’atmosfera cortese e rilassante, ci sediamo tutti attorno
ad un tavolo dove ci viene offerto un ottimo soft-drink di benvenuti,
mentre Gianfranco sistema le formalità alla reception e ritira
per noi le chiavi delle stanze. La nostra è la n° 134 al
primo piano. Rimaniamo d’accordo col gruppo di cenare tutti insieme
e diamo un appuntamento alla sala ristorante.
Saliamo le scale per il primo piano, il quale appare, come in quasi
tutti i grossi hotel di questa categoria, un enorme labirinto di corridoi
lunghissimi e porte tutte uguali. Troviamo la nostra stanza, bella e
spaziosa, praticamente nulla da obiettare. Tranne che le prese di corrente
non sono europee e il nostro adattatore non “adatta” poi
tanto bene… in ogni caso riusciamo a risolvere il problemino,
e nel frattempo arrivano i facchini a consegnarci le valigie. Altre
30 rupie di mancia. Facciamo una bella doccia e, neanche il tempo di
aprire le valigie, tocca già scendere a cena all’appuntamento.
Non potevamo prendercela con più calma?
Scendiamo al ristorante passando per il salone, dove una ragazza singalese
canta dal vivo sotto una piacevole musica di un pianoforte a coda, e
troviamo già tutti a tavola: ma come hanno fatto a fare così
in fretta? Dopo pochissime parole di Gianfranco a capotavola, andiamo
a prelevare tutto il possibile e l’inimmaginabile dal buffet.
La nostra prima cena non delude certo le aspettative: il cibo è
vario, abbondante e buono. Passiamo dagli stuzzichini ai primi, secondi,
verdure e dolce. Nonostante mi sforzi di leggere la descrizione delle
pietanze, ammetto che mi risulta molto più semplice andare a
“naso” e occhio: quello che mi ispira prendo, il resto può
aspettare un altro giorno. Avendo Gianfranco a lato, ne approfitto per
chiedergli qualche informazione e scopro con stupore e piacere che anche
lui è sardo, delle parti di Olbia!
Più che soddisfatti della cena, torniamo in stanza a riposare.
Domani tocca alzarsi alle 6:30 per trasferirsi al Dickwella nell’estremo
Sud dello Sri Lanka. Non possiamo che rimanere a bocca aperta nel sentire
che ci aspettano cinque ore di bus per fare 180 chilometri…
23/10/2003 – Spostamento in bus verso la
costa Sud. Visita ad un centro tartarughe marine. Arrivo al Dickwella
village. Passeggiata e primi contatti con i bambini locali.
La sveglia è alle 6.30 in punto. Scendiamo a fare colazione,
sempre insieme al nostro gruppo Azemar, dopodiché andiamo alla
reception per il chek-out. 490 rupie per le bevande della cena, che
non erano incluse nel pacchetto (solo per la prima notte, gli altri
giorni per fortuna sono all-inclusive). Un po’ care in effetti,
ma si sa, negli hotel di lusso funziona così!
Alle 7:30 ci troviamo tutti all’ingresso. Arriva il bus e partiamo.
Le prime due ore e mezzo di viaggio sono tutte nel centro abitato, un
continuo scorrere di case basse e bancarelle, persone che vanno a lavoro,
scolaresche, gruppi di persone in chissà quali manifestazioni
locali che ai nostri occhi appaiono, a dir poco, folcloristiche. Non
capisco più ormai se siamo ancora a Colombo, in periferia, o
chissà dove.
Finalmente si vede l’oceano, con scorci sempre più frequenti.
Stiamo seguendo pari pari la costa, tra paesaggi ripetitivi e pianeggianti,
ma in alcuni punti pure molto belli e suggestivi. Le abitazioni diradano
lasciando spazio ad una lussureggiante vegetazione verde di alte palme,
mentre i sorpassi, per noi azzardati e senza senso, si ripetono costanti
su una strada ad appena due corsie, stretta e non certo in perfette
condizioni. Fatti da un autobus poi appaiono ancora più inopportuni,
ma così è la guida nello Sri Lanka! Tutto sommato però
non si corre ad alta velocità, e non ci si ferma praticamente
mai per l’assenza di semafori o ingorghi. Si tiene una velocità
costante sui 40-50 chilometri orari: tutto ciò che va più
lento viene superato, compresi veicoli, automezzi, altri autobus, che
siano su rettilineo o in curva. Ovviamente discorso analogo vale per
chi va più veloce di noi, che non si risparmia di operare il
sorpasso del nostro bus tra suonate continue di clacson e virate brusche
per rientrare in corsia.
Sostiamo di passaggio ad un centro tartarughe, per osservare la crescita
e l’allevamento di questi meravigliosi animali centenari. Il biglietto
d’ingresso costa 100 rupie (1 euro). Da un pezzo di terreno, protetto
da un recinto, sbucano dei bastoncini di legno: qua sono deposte le
uova delle tartarughe, ci viene spiegato dalla guida. Più avanti
invece una vasca contiene centinaia di piccolissimi esemplari appena
nati che si fanno le prime nuotate. Ne prendiamo una in mano per accarezzarla,
è bellissima! In altre vasche ancora ci sono quelle più
grandi, le quali mostrano un guscio stupendo, che pare disegnato dalla
mano di un grande artista. Si fanno accarezzare tranquillamente senza
ritrarre la testa, sono abituate alla presenza umana. Siamo proprio
di fronte ad una bella, lunghissima spiaggia oceanica, con sabbia d’orata
e tratti di un bel prato verde acceso sovrastato da alte palme di cocco.
Scopriremo presto che questo è il tipico paesaggio costiero singalese.
Lasciato il centro, proseguiamo il tragitto sostando solamente un’altra
volta per la cosiddetta pausa “toilette”, del resto doverosa
dopo ore e ore di autobus… E’ una sorta di market che vende
stuzzichini e bibite di vario genere. Durante l’attesa mi guardo
intorno alla strada: siamo davvero in un altro mondo, che non assomiglia
per niente a quello occidentale!
Passiamo Galle, importante città costiera del Sud dal punto di
vista commerciale per la sua posizione, storico per il forte portoghese,
e culturale per i caratteristici pescatori. Ne vediamo alcuni in mare,
pescando, appesi a quel loro singolare trampolo che li ha resi tanto
famosi.
Passiamo anche Matara e, superato il punto estremo meridionale dello
Sri Lanka, giungiamo finalmente dopo pochi chilometri a Dickwella, un
modesto e piccolo paese di pescatori e artigiani. Il nostro hotel, che
prende il nome dello stesso villaggio, è sulla strada principale.
Entriamo che sono le 14:30: sono passate sette ore dalla nostra partenza!
Il primo impatto non è per niente male e nonostante abbia visto
le stupende foto panoramiche da Internet, rimango comunque sorpreso
dalla bellezza di questo posto.
Veniamo accolti con una allegra cerimonia di rito che consiste, tra
suoni di tamburi e strani strumenti a fiato, nell’accendere una
candela ed esprimere un desiderio. Tocca prima alle donne e poi agli
uomini. Beviamo un drink dissetante e veniamo accompagnati in stanza,
la n° 37, la quale risulta accogliente, spaziosissima, con finestra
e uscita anche dalla parte opposta verso il prato verde che dà
sulla spiaggia. L’arredamento è tutto in legno, le lenzuola
sono decorate con petali colorati, e un grande sole dipinto risplende
sorridente sopra il nostro letto. Che dire, siamo contenti ed eccitati
come inizio va benissimo!
Mi affaccio alla finestra e scorgo due sdraio per prendere il sole ed
un appendino per stendere i vestiti, poi un ragazzo in lontananza mi
saluta e mi dice di andare da lui. Ma non c’è tempo di
esplorare adesso, non apriamo ancora le valigie e usciamo subito a pranzare
visto che sono le 15:00 passate. Percorriamo il pittoresco vialetto
coperto, anch’esso tutto di legno, che dalla reception porta alla
nostra e alle altre stanze e più avanti al centro del villaggio,
dove c’è una bella piscina, due palme altissime e una sala
all’aperto dove si tengono i pasti quando fa bel tempo, come in
questo caso. Delle simpatiche e colorate rappresentazioni di pavoni
ed elefanti sui muri, con tanto di senso di profondità da farle
apparire quasi sculture, rendono il tutto molto gradevole alla vista.
Troviamo anche stavolta tutto il gruppo già a tavola: ma questi
sono dei fulmini! Andiamo a verificare immediatamente che il menù
sia di nostro gradimento. Le pietanze non sono numerosissime ma c’è
il nostro caro e amato forno a legna con un cuoco pronto a preparare
delle invitanti pizze. Perché rifiutare una proposta così
allettante? Durante il pranzo Gianfranco parla un po’ di come
è costituito il villaggio, cosa possiamo fare, degli orari da
rispettare e così via. Suggerisce che è sempre meglio,
come in tutti gli hotel, non lasciare denaro contante in giro per la
stanza, ma di non preoccuparsi minimamente per altre cose, anche di
valore, poiché una denuncia per furto da queste parti è
considerata molto grave e sarebbe la rovina del dipendente che tiene
caro al suo lavoro e alla sua dignità. Spiega poi che i tour
sono tutti di mezza giornata e si svolgono durante il pomeriggio. A
tal proposito possiamo scegliere tra diverse alternative e stabiliamo
subito, per cominciare, i giorni in cui vogliamo fare le due gite incluse
nel pacchetto, quella a Matara e quella al tempio di Mulkirigala.
Finito il pranzo percorriamo un giro istruttivo del villaggio insieme
a Gianfranco, che ci porta tanto per iniziare al centro di massaggi
Ayurveda. Conosciamo il dottore responsabile, dall’aria giovanile
e simpatica, il quale offre una seduta di massaggio ai piedi a tutti,
da provare quando si vuole, per assaggiare le delizie delle tecniche
Ayurveda. Ci spiega i principi e i benefici in termini di salute e benessere
che si possono raggiungere con più sedute, le quali ovviamente
sono più vantaggiose, sia in termini monetari che di risultati,
prese a pacchetti di più giorni rispetto alle singole. Verremo
senz’altro a provare il nostro massaggio nei prossimi giorni!
Proseguiamo sul lato mare, di fronte ai nostri bungalow (chiamiamoli
così, ma sembrano vere e proprie casette sul prato verde a pochi
metri dalla spiaggia), dove raggiungiamo gli sdraio e il bar, e torniamo
alla reception, dove su un lato c’è il negozio di artigianato
e souvenir di Gianna. Gianna è un’italiana che sta qui
al Dickwella e fa un po’ da mediatrice. La sua figura è
ambigua quanto importante. Di fatto è lei che fa un po’
da padrona e direttrice, organizza le gite, dà ordini al personale
singalese, divide il suo tempo ed i pasti con noi. Stiamo un po’
nel suo negozio e compriamo un bel pareo per Stefania a 600 rupie.
Torniamo così in stanza, riposiamo qualche minuto e usciamo per
una passeggiata sulla spiaggia da soli, prima del tramonto. Il posto
è davvero bello: la spiaggia d’orata si perde sulla sinistra
fino all’orizzonte insieme alle altissime palme che la costeggiano,
le quali a tratti arrivano fino all’oceano perennemente mosso.
Sulla destra invece gli scogli segnano la punta del Dickwella, dove
le onde si infrangono con fragore provocando alti spruzzi d’acqua.
In riva come in mare notiamo alcune barche di pescatori locali, dalla
strana forma e costruzione. Il posto sull’imbarcazione è
piccolo, al massimo per due o tre persone, lungo e stretto, tutto da
un lato. Dal lato opposto, collegato con due archi in legno, c’è
una sorta di contrappeso, evidentemente per questioni di equilibrio,
il quale mi ricorda buffamente quella sorta di strana imbarcazione di
tubi che Conan, nella fortunata serie di quel meraviglioso ed indimenticabile
cartone animato, aveva creato per fuggire via dalla sua isola nativa.
E’ proprio vero che la realtà supera di gran lunga la fantasia.
Torniamo al centro del villaggio, dietro la piscina, dove un muro bianco
segna la recinzione del Dickwella verso l’altra spiaggia dove
il sole tramonta. Qui l’arco di spiaggia è più piccolo
e riparato, ciò non toglie che l’oceano sia comunque sempre
mosso e anzi, all’orizzonte, alquanto suggestivo con possenti
onde che si infrangono sugli scogli. Qua si vedono molti più
pescatori al lavoro, mentre al cancello che dà sulla spiaggia
d’orata veniamo catturati dai bambini locali, che iniziano a parlare
in italiano, sorprendendoci non poco. Sono in tre, un maschietto e due
femminucce, ma la più sveglia è la bambina che porta il
nome di Nilani. Stefania si butta subito nel dialogo mentre io continuo
le riprese e le foto. Una guardia del Dickwella dietro di noi tiene
d’occhio la situazione, probabilmente per evitare che i bambini
scavalchino la recinzione.
I bambini si mostrano molto simpatici e, tra qualche parola in italiano
e gesticolazioni varie, riusciamo a scoprire i loro nomi, quanti anni
hanno, dove vivono e cosa fanno.
Terminiamo il nostro giro, proprio al calare del tramonto, sopra la
terrazza panoramica dove si tengono anche gli spettacoli di notte in
una sorta di mini teatrino. La musica di Michael Jakson in sottofondo
ci accompagna mentre ammiriamo sbalorditi la visuale a 360° della
costa. All’orizzonte si scorge chiaramente anche il faro di Dondra,
estremo punto del Sud dello Sri Lanka. Conosciamo un animatore del posto,
un ragazzo della nostra età, anche lui molto simpatico, cordiale,
e incredibilmente loquace con una gran voglia di parlare in italiano
ed imparare parole nuove. Dice che è quattro mesi che lo sta
imparando, il che mi sembra fantascienza visto che lo parla già
benissimo…
Rispuntano i bambini sotto di noi, che si fermano a parlare ancora per
qualche minuto. Li osserviamo poi mentre giocano sugli scogli con gli
spruzzi d’acqua. Hanno tutti degli splendidi sorrisi e dei bellissimi
visi, che trapelano gioia e serenità, cosa che ci conforta molto
dal momento che a Colombo la situazione sembrava assai più disastrata.
Alle sei in punto il sole tramonta, regalandoci uno splendido e breve
spettacolo di un colore rosso intenso, che non manchiamo di documentare
con tante fotografie e riprese. Non resta che tornare in stanza e aspettare
la cena.
La cena si svolge in una apposita sala di ristorazione, grande ed accogliente,
con la solita formula buffet e prima bevanda inclusa. Le pietanze sono
più varie del pranzo, troviamo qualcosa della cucina italiana
e qualcosa di tipicamente locale. Siamo sempre tutti insieme, il gruppo
Azemar al completo più Gianfranco e Gianna, i quali propongono
per i giorni successivi di organizzare una cena più particolare
a base di aragosta e pesce. Un’idea interessante che viene accolta
con successo!
Notiamo, come a pranzo, che in tutta la sala ci siamo praticamente solo
noi e una famigliola di inglesi. Ed è effettivamente così:
in tutto il villaggio, che può contenere 165 persone circa, siamo
solo noi! Situazione che, ci renderemo subito conto, ha i suoi pro ma
anche contro. I vantaggi sono che si ha tutto per sè e si gode
questo favoloso posto senza vedere turisti in giro: del resto già
dalla passeggiata di stasera abbiamo subito realizzato che siamo lontani
anni luce da luoghi iper gettonati o affollati. Qui pace e solitudine
regnano sovrani in mezzo a suoni, odori e immagini di una natura solitaria
ed primordiale. I contro di conseguenza sono che, essendo così
pochi, abbiamo tutti addosso, dal personale del Dickwella ai procacciatori
della spiaggia.
In quanto a questi, Gianna e Gianfranco ci mettono subito in guardia.
Li chiamano i “Beach Boys”, sono dei ragazzi pescatori che
per arrotondare lo stipendio, molto povero, abbordano i clienti del
villaggio proponendo di fare gite e visite di posti nelle vicinanze.
Non sono cattivi o per forza truffatori, però è stato
segnalato qualche spiacevole inconveniente in passato nei confronti
di alcuni turisti. Ci viene consigliato perciò, se vogliamo passeggiare
in paese o optare per alcune escursioni, di chiedere comunque ai ragazzi
che lavorano al Dickwella, che possono dare maggiori garanzie e sono
sotto la responsabilità dell’hotel. Lo davamo in realtà
per scontato già da prima, ma ci accorgeremo presto che le cose
non sono poi così semplici e si è instaurato un particolare
e complicato rapporto di amore e odio tra il Dickwella, villaggio costruito
sotto la direzione italiana, nei confronti della popolazione e del paese
omonimo.
Alle dieci pomeridiane in punto, finita la cena, saliamo sulla terrazza
panoramica dove c’è il teatrino, per assistere al nostro
primo spettacolo serale intitolato “Jubox”. Gianfranco presenta
scherzosamente la serata al microfono, calano le luci e iniziano diversi
balletti di svariate canzoni, interpretati devo ammettere con grande
foga e precisione da un gruppo di sei animatori, considerando tra l’altro
che il pubblico è di appena dieci persone! Si muovono davvero
bene questi singalesi e rimaniamo sorprendentemente colpiti dal loro
innato senso del ritmo, fisici scolpiti, grinta e volontà, che
rendono lo spettacolo divertente e originale.
Terminato il tutto, passeggiamo una mezz’oretta ammirando per
prima cosa il meraviglioso cielo stellato dalla terrazza panoramica,
spostandoci poi nella piscina illuminata in notturna di fronte all’oceano,
e nel vialetto coperto dove, prima di tornare in stanza, chiacchieriamo
per lungo tempo con Franca. Scopriamo così che, oltre ad essere
una persona estremamente in gamba, è una donna che viaggia tantissimo
da sola ed ha accumulato esperienze umane profonde e straordinarie durante
le sue avventure memorabili. Rimango colpito in particolare da quelle
in Africa, dal fascino della sua popolazione e delle riserve protette.
24/10/2003
- La spiaggia del Dickwella. Massaggio Ayurveda. Tour a Mawella per
vedere il “Blow Hole”, il soffione dell'oceano.
La nostra prima colazione è alle 8:30, nella sala ristorazione
dove ieri abbiamo cenato. C’è un bel panorama sulle vetrate
che dà verso gli scogli, con l’oceano e le sue possenti
onde che creano tanti spruzzi bianchi d’acqua. Il menù
è il classico internazionale: thè, latte, caffè,
brioche, bacon e salsicciotti per i più forti di stomaco, e così
via. I succhi di frutta deludono un po’, nessun paragone con quelli
thailandesi! Prima di andar via ci mettiamo d’accordo con Gianna
per fare una passeggiata lungo la spiaggia più tardi.
Torniamo in stanza e alle 9:30 vediamo alcuni del nostro gruppo passare.
Li raggiungiamo e iniziamo la lunga camminata verso l’arco di
spiaggia d’orata, che parte dal Dickwella e si prolunga per ben
tre chilometri fino all’orizzonte. Insieme a noi vengono alcuni
ragazzi dell’hotel, e altri tre del posto, i cosiddetti “Beach
Boys”. Rimaniamo un po’ allibiti dall’immediato battibecco
che nasce tra questi ultimi e Gianna, con varie accuse a tratti anche
pesanti per varie vicende successe qualche giorno fa. Cerchiamo, nel
limite del possibile, di lasciare estranea la discussione e non rovinarci
lo splendido paesaggio che ci circonda. La spiaggia è a tratti
larga e a tratti quasi scompare sotto le altissime palme e fitta vegetazione
retrostante, costringendo a camminare piacevolmente sull’acqua
calda, quasi a temperatura corporea. C’è molto vento e
l’oceano è mosso, per cui non siamo ispirati a fare il
bagno anche se il fondale è molto basso e non comporterebbe alcun
pericolo. Il sole purtroppo è per la maggior parte del tempo
coperto dalle nuvole, ma a tratti, quando viene fuori, regala sul mare
splendidi colori con tonalità che vanno dal verde smeraldo all’azzurro
più intenso. Non si vede un solo turista su tutta la spiaggia
fino all’orizzonte! Ci siamo solo noi e qualche raro singalese
del posto che va a pescare, a fare il bagno al proprio cane o una passeggiata
romantica con l’ombrellino.
I primi animali che incontriamo sono dei cagnolini, molti cuccioletti
e altri un po’ più grandi, che vivono liberamente sulla
spiaggia. Sono ovviamente randagi, e non devono avere vita facile visto
che presentano evidenti segni di malattie. Meglio non accarezzarli per
il momento, anche se poverini paiono innocui. Poi ci imbattiamo in un
paio di mucche ferme, chissà, magari a prendere il sole. Non
mi era ancora mai capitato di vederle in mezzo ad una spiaggia!
Nel frattempo i battibecchi continuano e i Beach Boys tentano assiduamente
di parlare anche con noi, sostenendo la loro buona fede e il fatto che
non siano imbroglioni. Una situazione un po’ difficile di cui
non ci sentiamo di dare né giudizio né critica, dal momento
che siamo appena arrivati e non conosciamo le regole di questi posti!
Nel dubbio cerchiamo ancora di evitarli e non dare confidenza. Siamo
colpiti comunque dal fatto che anche loro parlino bene l’italiano,
con discreta conoscenza della grammatica ed un ampio vocabolario.
Il prossimo appuntamento con la fauna locale è il macaco col
berretto, una bertuccia molto comune nello Sri Lanka. Ce ne sono due
per l’esattezza, legate ad una corda su un ramo di un albero:
una beve da una specie di biberon e l’altra ci osserva indifferente.
Chiediamo ad uno dei Beach Boys a fianco noi perché siano legate,
poiché è evidente che ci balena subito per prima l’idea
che siano messe lì apposta per i turisti. Risponde che non è
così, sono là per altri motivi e presto verranno liberate
come prima. Non è del tutto convincente, però gli diamo
fiducia potrebbe anche aver ragione.
Rimaniamo un po’ dietro al gruppo, rallentati dalle numerose foto
e riprese che sono d’obbligo. Li raggiungiamo dopo un po’,
fermi ad ammirare un enorme riccio, piuttosto diverso dai nostri, con
lunghissime aculei neri. Ci viene mostrato anche come si crea una resistentissima
corda fatta con la peluria del guscio della noce di cocco, di cui non
viene per sprecato proprio niente.
Passiamo alcune barche e casette di pescatori e arriviamo alla fine
della spiaggia, ammirando tutto il golfo fino all’orizzonte, dalla
parte opposta, dove si scorge chiaramente la pittoresca architettura
del Dickwella. Franca è l’unica coraggiosa a farsi il bagno
nonostante il vento, mentre il resto del gruppo, compresi noi, si accontenta
di chiacchierare e guardare il bel panorama.
Si torna indietro, non prima però di osservare una stupenda aquila
di mare che sorvola l’oceano in cerca del bottino quotidiano.
Il resto del gruppo va avanti mentre io e Ste sostiamo diversi minuti
estasiati da questo magnifico esemplare, che riesco a riprendere bene
(e soprattutto a vedere!) con la mia videocamera digitale, la quale
con uno zoom 20x è utilizzabile praticamente anche come binocolo!
Stavolta rimaniamo davvero molto arretrati e restano con noi solo i
due Beach Boys, due ragazzi appena sopra la ventina che si chiamano
Gian e Upal. La loro conoscenza dell’italiano è sorprendente
e così, anche se all’inizio con un po’ di diffidenza
e malavoglia, intraprendiamo un lungo discorso approfondito sui loro
usi e costumi. Ci spiegano che sono pescatori, ma al di fuori degli
orari di pesca cercano di arrotondare qualcosa con i clienti del Dickwella.
Non sono né procacciatori né venditori, fanno semplicemente
da accompagnatori, ma sono in grado di procurare, a richiesta, quasi
ogni cosa. Il loro modo di vivere è molto essenziale, hanno i
beni di primaria necessità e lo stato li aiuta, distribuendo
riso, vestiti di scuola per i bambini e così via. Ce lo spiegano
appunto mentre passiamo di fronte ad un piazzale retrostante la spiaggia,
dove una folla di gente aspetta in file ascoltando una voce al megafono.
Nello stesso posto domani si svolgerà il mercato. Purtroppo tutto
il mondo è paese e anche qua la politica gioca un ruolo a doppia
faccia. Gli aiuti arrivano soprattutto in periodo elettorale, coinvolgendo
molto donne e bambini che stanno in genere più in casa, mentre
gli uomini sanno bene che una volta passate le elezioni tutto tornerà
come prima. Rispondiamo a dovere con quello che succede in Italia, anche
noi abbiamo i nostri problemi, anche se ad un livello diverso.
Torniamo al Dickwella verso mezzogiorno, e mentre i nostri compagni
stanno facendo il bagno a mare ed alcuni in piscina, noi prendiamo la
via dei massaggi Ayurveda. Visto che la prima prova è gratuita,
approfittiamone subito! Incontriamo il medico all’ingresso che
ci invita cortesemente ad entrare. E’ una persona gentile, giovanile
e molto preparata. Spiega alcuni trattamenti e propone dei pacchetti
interessanti, poi ci fa accomodare all’interno. Qua si usa ancora
separare le donne dagli uomini e così io entro in una camera
con il mio massaggiatore e Ste entra in un’altra a fianco con
una massaggiatrice. Ogni particolare è mirato a portare un senso
di relax fisico e mentale, come i dipinti sulle pareti e la dolce musica
in sottofondo. Il massaggio inizia spalmando sulla parte interessata,
in questo caso i piedi, un olio profumato, che dopo qualche minuto provoca
una sensazione di freschezza sulla pelle del tutto simile a quella del
balsamo di tigre, ovvero l’equivalente di una caramella alla menta
exraforte per la gola. Il massaggio è proprio rilassante, molto
più delicato di quello thailandese, e termina dopo un quarto
d’ora circa. Assicuriamo al dottore che torneremo senza ombra
di dubbio a provare qualcosa di più serio, e lasciamo il centro
Ayurvedico ormai ora di pranzo.
Alle tre pomeridiane in punto raggiungiamo la reception insieme a tutto
il gruppo. Aspettiamo il pulmino con Gianfranco per il tour a Mawella,
che ci è stato proposto all’economico prezzo di dieci euro
a persona. Il conducente si fa attendere, e dopo mezz’ora di ritardo
finalmente partiamo. La prima meta è la casa di Flavio, un italiano
(ci spiega Gianfranco) che ha investito qui nello Sri Lanka comprandosi
un magnifico terreno con visuale mozzafiato ed ha costruito una casa
con piscina a dir poco invidiabile. Per arrivarci percorriamo una strada
sterrata stretta molto suggestiva, piena di buche e a strapiombo sulla
costa. Rimaniamo davvero colpiti dal panorama una volta entrati nella
proprietà di Flavio. La tenuta sorge su un colle verde con alte
palme, con il panorama sull’oceano e su un isolotto collegato
alla terraferma da un istmo di spiaggia che pare, durante l’alta
marea, persino scomparire. Il mare è molto mosso sulla parte
destra dell’istmo e più calmo sulla sinistra. E’
qui che faremo un po’ di snorkelling.
Scendiamo un piccolo sentiero che porta alla spiaggia, dove troviamo
diverse barche di pescatori con i relativi proprietari, incuriositi.
Il cielo però è molto minaccioso e non tarda più
di qualche minuto a scendere giù il diluvio! A questo punto ci
dividiamo: io scelgo la nuotata con maschera e pinne seguendo gli incitamenti
di Gianfranco, mentre Stefania insieme a qualche altro del gruppo si
ripara in una capannina dei pescatori che ci guardano sempre più
meravigliati.
Con il mare mosso, come prevedibile, la visibilità sott’acqua
è piuttosto limitata, però riesco a vedere nel mio primo
snorkelling di questo viaggio qualcosina di interessante. Dopo una mezz’oretta
usciamo e la pioggia e già finita. Risaliamo a casa di Flavio
e troviamo il resto del gruppo alle prese con la bertuccia addomesticata
di nome Rudi. E’ un macaco col berretto per la precisione, basta
tendergli le braccia e salta sopra, mettendosi a pulire teneramente
la pelle in segno d’affetto. Stefania è tutta entusiasta
di questa simpatico animale che le salta addosso diverse volte, mentre
io non manco di riprendere e fotografare questi momenti esilaranti.
Si fa ora di andar via, dopo una doverosa chiacchierata con Flavio che
racconta le sue disavventure sulla casa per problemi di titolarità,
imbrogli e difficoltà in genere nell’acquistare e mantenere
una proprietà all’estero in un paese così diverso
dal nostro come lo Sri Lanka. Non è stato facile insomma, ma
il posto è stupendo e direi che ne è valsa la pena!
Durante il rientro in pulmino sostiamo a grande richiesta di Gabriella
e del gruppo in un villaggio di pescatori sulla spiaggia, che stanno
appena rientrando con un grosso bottino di bestioni. Li scaricano dalle
barche e li poggiano in terra su un apposito spiazzo. Si riconoscono
dei tonni, ma non saprei dire altre specie…
Proseguiamo per Mawella, un altro villaggio diventato turistico per
via del cosiddetto “Blow Hole”, il soffione dell’oceano,
raro fenomeno conosciuto in soli dodici posti sul pianeta, di cui questo
è il secondo per importanza. Così cita la Lonely Planet
e noi ci crediamo per potercene vantare! Il tutto non è niente
di più che un alto e potente spruzzo dell’oceano, il quale
fuoriesce prepotentemente da una crepa sugli scogli (un vero e proprio
buco) con la forte pressione che si crea a seconda delle onde e della
corrente oceanica. Pare che nei periodi migliori possa raggiungere i
25 metri di altezza, che sono davvero tanti!
Parcheggiamo nei pressi del villaggio e siamo immediatamente circondati
dai bambini, mentre i singalesi dietro le innumerevoli bancarelle ci
invitano a comprare ogni genere di cosa. C’è molta sporcizia
per terra ed il terreno è un po’ fangoso. Seguiamo a piedi
la strada principale che porta fuori dal paese verso la costa mentre
inizia di nuovo a piovere, per fortuna solo per qualche minuto.
Una salita a gradoni, caratteristica per il colore rosso della terra
che stacca nettamente con tutto il verde circostante della prepotente
e fitta vegetazione, porta in cima ad un promontorio, con la costa a
strapiombo sull’oceano. Il paesaggio è molto bello non
c’è che dire. Una folla di persone attende con ansia che
il soffione spruzzi via dal buco. Mi sorprende che in realtà
siano tutti singalesi, non ci sono turisti stranieri tranne noi e ho
la chiara certezza ormai, dopo appena un giorno, che il turismo in questa
zona all’estremo sud dello Sri Lanka, soprattutto in questo periodo,
è una rarità quanto il Blow Hole stesso.
Il mare sembra calmo e la corrente trasversale per cui l’attesa
si fa più lunga del previsto. Lascio la mia fotocamera digitale
a Stefania e mi dedico alle riprese della costa, rimanendo stupito dalla
vista in lontananza di un pavone solitario tra gli scogli.
Finalmente arriva il soffione tra la gioia e le urla di tutti! E’
davvero emozionante, lo spruzzo è alto, bianchissimo e preceduto
da un fragoroso boato. Se ne susseguono diversi uno dietro l’altro,
aumentando la nostra gratificazione per l’attesa. Sia io che Stefania
riusciamo a riprenderlo davvero bene con la macchina fotografica e la
videocamera, sarà un bel ricordo!
Non resta che tornare dunque al Dickwella, a pochi chilometri di strada
da Mawella. Durante la passeggiata di rientro al pulmino, ci soffermiamo
in qualche bancarella ad ammirare incuriositi i souvenir e la cucina
di pesce. Scattiamo qualche foto con i bambini locali, che appaiono
estasiati quando le mostro a loro un attimo dopo nel display della mia
fotocamera digitale. Chissà quale meraviglia tecnologica penseranno
che sia, eppure rimango io stesso stupito subito dopo dal fatto che
in realtà sono molto più organizzati del previsto! Arriva
un bambino che consegna a me e Franca, anche lei con una videocamera
digitale che scatta foto, il suo indirizzo in singalese per spedirgliele!
Quasi commossi dal sorriso di questi bambini, io e Ste promettiamo senz’altro
di mandargliele quando torneremo a casa. Gianfranco ci suggerisce tra
l’altro, se vogliamo donare loro qualcosa, di dare caramelle o
penne per scuola, ma non soldi. Sono perfettamente d’accordo:
dare soldi abitua la gente a chiedere e a vivere di elemosina. E già
molti lo fanno. Mi viene in mente lo stipendio di venti dollari di un
povero pescatore, e penso che se ogni turista lasciasse pochi centesimi
di euro a testa a chi chiede l’elemosina, questi camperebbero
senza far nulla a dispetto di chi invece suda per guadagnarsi da vivere.
Questo non è un paese che ha carenza di risorse primarie come
ne può avere uno africano tipo l’Etiopia, tanto per fare
un esempio. Qui c’è acqua, terra fertile da coltivare,
mare ricco di pesci. La loro povertà è assai diversa,
e in ogni caso quello che noi intendiamo per “povertà”
è alquanto soggettivo. Non si può negare che il loro stile
di vita sia per molti del tutto essenziale, ma questa gente vive comunque
in modo molto più naturale e semplice di noi. Quei bambini che
ridono e giocano sulla spiaggia del Dickwella tutto il giorno, per esempio,
vivono in quella che per noi è la tipica immagine di un paradiso
tropicale, e per quanto io li possa vedere “poveri” credo
fermamente allo stesso tempo che siano felici. Lo leggo nei loro volti.
Chi dice e chi può assicurare che l’arrivo del progresso,
delle nostre diavolerie tecnologiche, dei soldi e dell’influenza
occidentale, tanto per intenderci, porti davvero maggiore benestare
e soprattutto felicità da queste parti?
Mentre queste riflessioni mi balenano alla mente, mi rendo conto che
forse conosco ancora troppo poco di questo posto per poter dare giudizi,
meglio aspettare ai prossimi giorni! Arriviamo al Dickwella alle 18:30,
giusto in tempo per riposare un po’ e andare a cena. Una succulenta
cena stasera, a base di aragosta e pesce per la modica cifra di venti
euro a persona. Dopo gli antipasti di mare, viene servito un bel piatto
di spaghetti ai granchi. E che granchi! Me ne ritrovo quasi uno intero
sul piatto con delle enormi chele più grandi di una cesoia! Poi
arrivano in sequenza metà aragosta bollita, il sorbetto e l’altra
metà aragosta arrosto con sughi speziati, dopodiché il
nostro stomaco non ce la fa davvero più!
Soddisfatti dalla cena ci aspetta lo simpatico spettacolo di cabaret,
come ieri al teatrino sulla terrazza, che vede stavolta gli animatori
impegnati in alcuni sketch e barzellette.
25/10/2003
- Mercatino locale. Tempio buddista di Wewurukannala Vihara. Tour: Weligama
(visita fabbrica gemme), Matara (visita fabbrica batik, passeggiata
per la città).
Oggi è il mio compleanno! Essere in viaggio è già
il miglior modo per me di festeggiarlo, e sembra stupendo che questo
sia il secondo anno consecutivo dal momento che l’anno scorso
a quest’ora ero a Krabi, in Thailandia!
Dopo la colazione, andiamo in spiaggia con il resto del gruppo e passeggiamo
fino al mercato locale che si svolge settimanalmente. Veniamo accompagnati,
anche oggi, da Gian e Upal, che troviamo ad aspettarci appena messo
piede fuori dal Dickwella. Il mercato è, come prevedibile, pittoresco
e caotico e soprattutto, a differenza di molti thailandesi, vero. Intendo
dire che è realmente un mercato della gente del posto senza nessuna
influenza per turisti, i quali come di consueto, a parte noi sono inesistenti!
Camminiamo tra una miriade di bancarelle di frutta, verdure, pesce e
vari generi di cibo sistemate per terra o su dei banconi, tra le urla
dei venditori e il chiasso assordante della folla. L’area del
mercato è piccolina e concentrata, quindi sembra che ci sia tantissima
gente! Siamo colpiti dalle quantità industriali di banane, le
quali sono molto più piccole delle nostre e più tozze.
Parlo con Upal di questo fatto e mi spiega che ce ne sono cinque tipi
nello Sri Lanka e le più buone paiono essere quelle rosa o rosse.
Quelle lunghe che conosciamo noi per loro non sono neanche banane, non
le considerano molto buone e infatti sono assai meno saporite. E’
simpatico anche vedere un signore che vende il cocco fresco, come l’abbiamo
visto fare pure in thailandia: si taglia la parte superiore, si infila
una cannuccia all’interno ed eccolo pronto per essere bevuto!
Tra tutta questa confusione mi viene difficile riprendere e fotografare,
così riesco a fare solo qualche scatto al volo delle banane e
del peperoncino nelle sue diverse specie, ammassato a chili sui banconi.
Ci spostiamo al reparto abbigliamento, altrettanto vivace e colorato
come quello della frutta. Un tuk-tuk, dopo avermi quasi investito, mi
fa sorridere passando in mezzo alla folla e strombazzando il buffo clacson
a più non posso! Siamo arrivati alla fine del mercato e oltre
vediamo il paese del Dickwella, dove siamo passati ieri di ritorno da
Mawella con il pulmino.
Chiediamo a Gian e Upal di accompagnarci per comprare dei rullini, così
lasciamo il resto del gruppo e passeggiamo per la prima volta nel piccolo
paese. Come era prevedibile siamo visti alla stregua di due alieni:
così diversi dalla popolazione locale in tutto e per tutto non
possiamo davvero passare inosservati! Nella via principale troviamo
un piccolo Internet Point e ne approfittiamo per scrivere un’email
a casa.
Mentre torniamo indietro, Gian propone di andare a vedere un tempio
buddista, affermando che è il più alto dello Sri Lanka
con una statua di 50 metri e dista solo cinque minuti a piedi. Abbiamo
letto in effetti di un bel tempio in zona sulla Lonely Planet, e tra
le escursioni del Dickwella non è compreso per cui, anche se
non ancora perfettamente convinti al cento per cento, accettiamo. Del
resto, lui e Upal dicono di non volere neanche i soldi e chiedono solo
una eventuale mancia alla fine del nostro soggiorno se rimaniamo soddisfatti.
Vediamo il resto del gruppo all’altezza del mercato e invitiamo
anche loro, ma vengono soltanto Franca e Doriana: almeno saremo in quattro.
Attraversiamo un ponte e ci dicono di guardare giù: un grosso
varano che sembra un coccodrillo passeggia tranquillamente nell’acqua
fangosa del fiume! Proseguiamo lungo una strada asfaltata e piena di
buche che porta fuori dal paese, ammirando il paesaggio della campagna
singalese. Sulla nostra destra costeggiamo un vasto campo di fiori di
loto, simile ad una palude, mentre in lontananza ci sono alcune case
sparse tra la fitta vegetazione di palme. Il percorso si dimostra bello
ma comunque molto più lungo del previsto e fa un caldo tremendo,
altro che cinque minuti! Dopo una mezz’ora finalmente scorgiamo
in lontananza la statua del Buddha, e devo darne atto è proprio
alta e maestosa.
Il tempio si chiama Wewurukannala Vihara, ed ha influenze miste tra
il buddismo e l’induismo, che qui sembrano convivere e fondersi
in sincera armonia. Il biglietto costa una cifra irrisoria per entrare,
qualcosa in più per chi ha la macchina fotografica e la videocamera,
ma Gian e Upal ci fanno pagare a forfait solo l’ingresso. Bisogna
ovviamente togliersi le scarpe. Entriamo solo io e Ste nella parte buddista,
rimanendo molto colpiti dalla pace e dall’atmosfera del luogo.
I nostri improvvisati accompagnatori ci spiegano il significato di varie
statue: la reincarnazione per esempio, rappresentata in una fila di
oltre 50 buddha uno dietro l’altro, oppure la differenza tra la
posizione del buddha morto e di quello dormiente, che si percepisce
solo per l’allineamento o meno delle dita dei piedi.
Usciamo da questa prima parte del tempio ed entriamo a lato in un’altra
sezione, quella dedicata all’inferno. Rimango un po’ sconcertato,
proprio non pensavo che esistesse il concetto di inferno anche per i
buddisti, a meno che non si tratti di un’influenza induista. Le
religioni non sono il mio forte! La Lonely Planet cita questa parte
come una sorta di disneyland fumettistica e in effetti non è
molto lontana dalla realtà. All’ingresso una serie di statue
terrificanti ma allo stesso buffe nella loro realizzazione, rappresentano
una atroce tortura di un uomo capovolto mentre viene segato in due,
ad iniziare dalle parti basse (ahi che male, diamine!) e del diavolo
con tanto di corna. Da qua in poi si susseguono dei corridoi, tutti
minuziosamente dipinti da entrambe le pareti, dove nella parte superiore
vi sono le malefatte compiute nella vita terrestre, e nella parte inferiore
le corrispettive torture infernali. Una sorta di gigantesco inferno
di Dante con qualche centinaio di gironi! Purtroppo c’è
molto buio e non si riesce a riprendere bene, si vede invece chiaramente
che le pitture sono un po’ lasciate andare all’usura senza
alcuna protezione e manutenzione, come del resto praticamente tutto
qua intorno, ed è un grandissimo peccato!
Finita anche questa singolare e interessantissima visita, saliamo le
scale nel vasto spazio all’aperto che prosegue verso la gigantesca
e colorata statua del Buddha, ed entriamo alla sua base. Una lunga serie
di gradini, spezzati a tappe da diversi stanzoni con pareti anch’esse
dipinte, salgono verso la cima. Arriviamo in una prima terrazza panoramica
proprio dietro la testa della statua e saliamo l’ultima rampa
di scale. La vista è stupenda e merita la fatica! Osserviamo
per diversi minuti la struttura del tempio, le persone piccole piccole
sotto di noi, e tutta la fitta foresta di palme fino all’orizzonte.
Si vede benissimo persino tutta la strada che abbiamo fatto per venire
qua ed il campo di fiori di loto. Gian indica degli alberi in lontananza
spiegando che là ci sono tantissimi pipistrelli e può
portarci a vederli. Interessante! Però adesso non c’è
più tempo, così gli promettiamo di andare domani.
Dobbiamo tornare velocemente al Dickwella per pranzo e per velocizzare
i tempi prendiamo un tuk-tuk. L’autista chiede appena 50 rupie
(0,50 euro) per questo tragitto e non ci pensiamo due volte. Salire
in quattro più il conducente in questo piccolo mezzo a tre ruote
è un’impresa divertente quanto incosciente! Sperimentiamo
così questo mezzo per la prima volta nello Sri Lanka, del tutto
identico a quello omonimo thailandese. Sperimentiamo anche, meno piacevolmente,
le buche della strada!
Dopo pranzo l’appuntamento è alle 14:30 alla reception
per il tour a Matara, che risulta compreso nel nostro pacchetto viaggio.
Stavolta il pulmino è puntuale e ne arrivano addirittura due
per stare più comodi. La prima tappa è a Weligama: più
o meno tre quarti d’ora di viaggio caratterizzata da continui
sorpassi e guida sportiva del nostro autista che sembra gareggiare con
il suo rivale, partito in anticipo. Le scommesse sono fatte, tra le
simpatiche battute di Mauro, Luca e Marzia insieme con noi nello stesso
pulmino: chi arriverà primo? Superati in extremis i nostri compagni
sul Mercedes sembra ormai cosa fatta, ma il nostro autista si smonta
all’ultimo sbagliando vicolo una volta arrivati a Weligama! Ritrovata
la strada siamo dunque ultimi: scommessa persa.
Gianfranco ci accompagna all’interno di una abitazione, che è
in realtà una vera e propria fabbrica artigianale di gemme. Ci
viene offerto qualcosa da bere in un salone, dopodiché iniziamo
la visita nel laboratorio retrostante, dove assistiamo alla lavorazione
materiale delle pietre. Diverse persone maneggiano sapientemente precisi
strumenti e pazientemente, una ad una, producono le gemme passo per
passo in una mini catena di montaggio. Il prodotto finale viene poi
portato in un salone più bello e rifinito, dove si svolgono le
contrattazioni e le vendite. Rimaniamo ad ammirare qua questi piccoli
e preziosi oggetti esposti in vetrine protette, mentre qualcuno del
gruppo prova a contrattare e persino a concludere qualche acquisto.
Risaliamo nel pulmino spostandoci verso Matara, a pochi chilometri di
distanza. Qua entriamo in un'altra casa-laboratorio artigianale, stavolta
di batik. In un piccolo cortile all’aperto troviamo alcune donne
che lavorano il tessuto, anche loro con una invidiabile pazienza e precisione,
ricoprendo di cera la parte di un determinato colore del disegno, che
poi va bagnato e asciugato, togliendone la cera e rimettendola sulla
parte del disegno che presenta un altro colore. E’ un lavoro incredibile,
non avrei mai pensato che ci potesse essere tutto questo dietro quei
quadri e parei di stoffa appesi al muro! Alcuni sono bellissimi anche
se sono ancora incerati e quindi non conclusi. E’ evidente, come
ci viene spiegato, che i batik più costosi sono quelli che presentano
più colori, perché ogni colore in più comporta
una ulteriore “passata” nel giro della lavorazione. E ancora,
fondamentale, il vero batik è solo quello che presenta lo stesso
disegno a specchio girando la stoffa da una parte all’altra. Se
così non è, si tratta “solo” di stoffa lavorata,
ma non di batik originale. Quante cose si imparano! Il prodotto finale
viene esposto in un’apposita sala dove si svolge la vendita tra
le più accese contrattazioni. Vediamo qualcosa di carino ma la
folla e il prezzo, intorno ai venticinque euro, ci fanno desistere per
il momento dall’acquisto.
Terminata la visita veniamo condotti al centro di Matara, in prossimità
di un colle dove sorge un forte portoghese, e ci viene lasciata un’oretta
per passeggiare liberamente per le vie della città. Da qua notiamo
subito che Matara è un centro abbastanza grosso: le strade sono
molto animate, piene di tuk-tuk che svolgono la funzione di veri e propri
taxi, si sentono continuamente i clacson e ci sono persino paradossalmente
mucche che le attraversano indifferenti bloccando il traffico. Iniziamo
camminando sull’orlo del fossato del forte, dove notiamo una biscia
marina nuotare nelle sue acque. Qualcuno ha visto persino una tartaruga
su un ramo gettarsi in acqua alla nostra vista. Dall’altra parte
in un grande campo a prato verde si svolge qualche manifestazione sportiva
con la musica singalese che ci accompagna in sottofondo. Terminato il
periplo del forte camminiamo per le strade di Matara, passando un tempio
e perdendoci tra bancarelle di ogni genere. Compriamo delle penne e
delle caramelle da dare ai bambini alla prossima occasione, che sicuramente
non tarderà a presentarsi.
Raggiungiamo nuovamente il pulmino ormai quasi buio, e torniamo al Dickwella
per le 19:00. Approfittiamo del tempo che rimane prima di cena per un
bel bagno notturno in piscina, estremamente rilassante dopo una giornata
calda e caotica come quella di oggi!
Dopo cena lo spettacolo che viene presentato oggi è dedicato
a Michael Jackson. Gli animatori ci stupiscono davvero con i loro balletti
perfettamente studiati, a ritmo dei più grandi successi della
famosa star, e confermano quella gran forma fisica che già avevo
notato i precedenti giorni. Più tardi, finito lo show, sediamo
in un tavolino tutti insieme di fronte alla piscina, complimentandoci
con loro per l’ottimo risultato ottenuto. Siamo in un atmosfera
così familiare: dieci turisti italiani e otto ragazzi del Dickwella,
una guardia e qualche cagnolino che si intrufola abusivamente nel villaggio
deserto. E’ tutto per noi! L’animatore fianco a me racconta
del suo modo di vivere, del suo lavorare di notte, dormire la mattina,
studiare e prepararsi il pomeriggio guardando anche delle videocassette.
Gli piace quello che fa e si impegna: i risultati infatti si vedono.
Un altro animatore ci racconta invece di suoi amici che sono venuti
in Italia a cercare lavoro. Per loro l’Italia è un mito,
sinonimo di ricchezza, benestare, vita invidiabile piena di tante cose
che qui possono solo sognare. Gli spieghiamo che adesso, con le nuove
riforme, non è più tanto semplice entrare facilmente come
una volta nel nostro Stato, e tanto meno trovare un lavoro per un emigrato
che sia ben retribuito. Quelli che a loro appaiono stipendi clamorosi
sono anche da rapportare purtroppo al nostro costo della vita, per cui
rischiano di passare da una vita essenziale ma dignitosa e con attorno
un paradiso tropicale, un clima invidiabile etc.etc., ad una povertà
squallida vissuta in un buco nell’inquinamento di una fredda città
indifferente a qualunque loro problema. Siamo sicuri che ne vale la
pena? Io non ne sono affatto convinto. Eppure ci raccontano addirittura
di alcuni loro amici che hanno passato disavventure pazzesche, avuto
fregature da giri strani e illegali, che si sono imbarcati dallo Sri
Lanka per arrivare sulle nostre coste dopo mesi. Vado a letto riflettendo
su quanto sia davvero forte, per questi ragazzi, il sogno italiano,
ancora per niente convinto che ne valga realmente la pena. Abbiamo tentato
un po’ tutti di spiegarglielo stanotte, ma non è così
facile.
26/10/2003
- Pipistrelli. Lavorazione artigianale del legno. Massaggio Ayurveda.
Visita casa locale. Tramonto in spiaggia. Spettacolo di danze tradizionali.
Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per andare a vedere
i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco da ragazzi, anzi,
sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente che se anche volessimo
cercare di staccare un po’ e andare per conto nostro, sarebbe
ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e adesso sono i
nostri accompagnatori personali. Agli altri del gruppo non è
successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più per conto
proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare fermi
un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora preso un
po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio approfondire
la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne abbiamo l’opportunità!
Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla strada principale
dove Gian e Upal contrattano con un tuk-tuk. Il conducente è
un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e un po’
sdentato, ma sembra una persona tranquillisma. Saliamo stavolta solo
noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in
paese e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una
strada secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso,
pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e propria
jeep!
Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad una casa rurale,
poco meglio di una baracca. Un bambino esce dalla porta e ci guarda
incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare sulla cima degli alberi,
che sono alti almeno una ventina di metri, dove si notano decine di
pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai rami. Rimaniamo a
bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva anche il conducente,
parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso vanno a scoppiare
qualche sorta di petardo per farli volare. I loro visi si illuminano
come quelli di due bambini pronti a fare la marachella, ma io e Ste
non siamo d’accordo nel far scoppiare quei cosi, nel rispetto
di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci spiegano,
non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono innocui fumogeni
che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto come prima. Si
lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli alberi della foresta.
Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel frattempo a quel bambino
che continua a uscire per pochi secondi dalla porta della sua modesta
casa. Sentiamo un brusio in lontananza e vediamo il fumo, mentre in
contemporanea centinaia di pipistrelli enormi cominciano a volare e
strillare sopra le nostre teste girando in tondo! Rimaniamo a bocca
aperta, ce ne sono una quantità incalcolabile, molto più
di quelli che si vedevano a occhio nudo! Per fortuna volano là
ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto con la mia videocamera
che ancora una volta si rivela un binocolo utilissimo grazie al suo
potente zoom. Dopo qualche minuto, lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli
si riposano sugli alberi a riprendere il sonno spezzato. Per noi è
stata una grande emozione! Prima di andar via vediamo uscir fuori dalla
casetta anche la mamma e un’altra figlia. Le chiediamo se possiamo
scattarle una foto ma fa un cenno negativo timidamente con testa. E’
la prima volta che ci accade, ma rispettiamo ovviamente la sua volontà.
Il conducente fa una divertente inversione tra il prato e il piccolissimo
viottolo, dopodiché risaliamo sorbendoci nuovamente le voragini
del terreno. Ripassiamo di fronte al Dickwella e Gian ci chiede se vogliamo
andare a vedere una casa dove lavorano artigianalmente le statuette
in legno. Ma sì perché no, ormai ci siamo! Raccogliamo
anche Upal visto che andiamo dalla parte opposta al centro del paese
e i controlli non ci sono. Dopo pochi minuti arriviamo di fronte ad
un'altra tipica abitazione locale. Questa è assai più
accogliente di quella vista prima, ma sempre molto modesta. Entriamo
nel salone dove salutiamo un bambino. C’è un televisore
e l’arredamento non è male. Dietro si trova il laboratorio,
chiamiamolo così, del proprietario che adesso è fuori.
Mi sorprende come qua siano tutti una famiglia, si entra così
facilmente nelle case altrui senza mettersi alcun tipo di problema.
Io e Ste in realtà ce ne mettiamo eccome, siamo un po’
imbarazzati e ci sentiamo dei perfetti estranei. Usciamo in cortile
e arriva la signora di casa. Ci saluta, parla un po’ con i ragazzi
(noi non capiamo una parola) e ci lascia. Appare evidente che l’artigiano
in questo momento è fuori e così Gian e Upal pensano loro
a mostrarci come funzionano gli attrezzi del mestiere! Prendono tanto
di martello e scalpello, fatti rigorosamente in legno in maniera del
tutto semplice e primitiva, e mimano il gesto dello scolpire il legno
ancora grezzo, prime che diventi una piccola opera d’arte. Ci
sono alcuni modelli non ancora terminati che fanno capire i vari passaggi
della lavorazione. E’ incredibile, è tutto fatto a mano,
statuetta per statuetta! Non ce ne sarà mai una uguale perché
non esistono strumenti meccanici e industriali: qua si parla di lavoro
artigianale puro al cento per cento!
Dopo la dimostrazione entriamo in una stanza per l’esposizione
del prodotto finale. Abbiamo capito ormai che da tutte le parti funziona
allo stesso modo. I lavori sono quasi tutti artigianali, che si tratti
di souvenir, di gemme preziose, di legno, di abiti e così via;
il concetto di fabbrica e produzione di massa non esiste, si lavora
nella propria abitazione che allo stesso tempo è divisa in laboratorio
e sala per l’esposizione e la vendita finale. Rimaniamo un bel
po’ ad ammirare questi oggetti in legno e iniziamo le contrattazioni
su alcune cose da cui siamo più attratti. Alla fine troviamo
un accordo per una statuetta di un pescatore di Galle, appeso al suo
trampolo con tanto di lenza: un ricordo carino e particolare. Lo paghiamo
950 rupie, non sapendo in realtà se sia o meno un prezzo davvero
buono visto che sono i primi che vediamo. Aveva ragione Gianfranco però,
devo ammetterlo, quando aveva detto a Colombo, in quel negozio di souvenir,
di dare uno sguardo veloce a tutti i prezzi almeno per rendersi conto
del valore delle cose.
Salutiamo e torniamo al tuk-tuk. Chiediamo di lasciarci in paese all’Internet
Point di ieri, dal quale con 80 rupie, che sono esattamente 80 centesimi
di euro, mandiamo una email a casa, senz’altro più economica
di una telefonata! Rientriamo poi al Dickwella passando per la spiaggia:
una piacevole passeggiata fatta in compagnia, tanto per cambiare, dei
soliti bambini che sono ovunque! Sostiamo nella piazza dove si svolge
il mercato, oggi deserta. C’è solo qualche mucca sdraiata
che si riposa. C’è molto sole e caldo, per fortuna smorzato
dal costante vento. Barattiamo qualche penna e caramella in cambio di
qualche bel primo piano, e il trucco di mostrare subito la foto digitale
ai bambini per stupirli funziona sempre.
Arrivati in hotel troviamo i nostri compagni in spiaggia intenti nelle
contrattazioni con i venditori ambulanti: parei, asciugamani, batik,
magliette, un po’ di tutto. Stefania si lancia immediatamente
per acquistare qualche pareo mentre io riprendo con la videocamera.
Poi vedo una maglietta carinissima, con davanti il disegno di un elefante
visto frontalmente e sul retro il disegno del suo posteriore. La spuntiamo
al prezzo di 850 rupie (8,5 euro) insieme a due splendidi parei colorati:
non male!
Torniamo in stanza che si è già fatta ora di pranzo. Di
pomeriggio optiamo per un massaggio Ayurveda, stavolta uno serio e non
di prova come l’altro giorno. Stefania sceglie lo Shirodara, un
trattamento alla testa con olio caldo, ed io uno classico alla schiena.
Durano entrambi più o meno un’ora. Ne usciamo completamente
rilassati, ne è valsa la pena!
Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta troviamo Gian
e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro danza tradizionale.
Si riunisce così il solito gruppetto di quattro ragazzini, che
iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare in gruppo, senza
nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro incitamento. Sono divertenti
e spontanei, così tanto che Stefania si fa coinvolgere provando
i movimenti insieme a loro!
Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro dall’altra
parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso l’arco di spiaggia
che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti pescatori in mare
su quelle strane e strette barchette che assomigliano a catamarani.
Qualcuno simpaticamente saluta anche col braccio al nostro passaggio.
La sabbia d’orata, le alte palme e la fitta vegetazione si susseguono
esattamente come in tutta la costa vista fin’ora. Alla fine della
spiaggia il paesaggio è stupendo. Alle nostre spalle si vede
il Dickwella mentre di fronte il sole sta tramontando colorando tutto
di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati di cavalletto e lo piazziamo
per fare qualche indimenticabile foto. Ne faccio una a due bambini sulla
nostra destra, seduti vicino ad un edificio diroccato senza tetto. Uno
abbandonato come tanti altri penso, ma Gian e Upal mi dicono che in
realtà quella è la scuola! Il sole scende rapidamente
non deludendo le nostre aspettative fotografiche e regalandoci un tramonto
memorabile sull’oceano, alle 18:00 in punto.
Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani ci invita teneramente
a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati e un po’ titubanti,
ma lei insiste prendendomi per mano e noi accettiamo. Del resto, un’occasione
così non capita tutti i giorni. Attraversiamo il prato sul retro
della spiaggia e finiamo sulla strada principale, che seguiamo per un
breve tratto. Attraversiamo anche questa e ci ritroviamo in un piccolo
e povero quartiere di case e baracche. Non c’è strada né
luci, solo terra e fango. Abbiamo qualche difficoltà persino
a salire all’ingresso in pendenza perché si scivola molto.
La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in
muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie
più povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce
elettrica. Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove
in realtà dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone
sul fondo che si lavano con un secchio. I più fortunati invece
hanno persino il televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per
vederlo. Come da noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti
e silenziosi, immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera
esperienza di povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere
o fare qualche foto a queste persone, non è proprio il caso.
Mi chiede Nilani, mentre mi guida prendendomi teneramente per mano,
cosa ne penso di tutto ciò ed io, imbarazzato più che
mai, rispondo cercando di essere normale con un “carino qua”.
Pessima uscita, ma del resto cosa si può dire in questi casi?
Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino? Questo è carino?!”.
Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me lo diceva,
così sorpresa e allo stesso provocatoria.
Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è
la corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo
un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto
arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben sette
in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste dimensioni,
con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque. Sulle pareti
ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano tutti orgogliosi! Sono
quelle fatte dai turisti o per qualche raro e grandioso evento. La mamma
torna con in mano un paio di piccoli limoni e ce li offre insieme a
delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa da traduttore spiegando
che ha detto che portano fortuna. Non chiede nulla in cambio, né
soldi né altro. Dice solo se le possiamo mandare le foto dandoci
l’indirizzo. Credo di non esser mai stato così commosso
in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente. Intanto si
fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e ci
facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra goffa
discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una pila!
Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti pensieri per la testa.
Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata nella calda piscina
illuminata, insieme a Franca, raccontandole la nostra toccante esperienza.
Lei ne ha fatte tante e molto peggio in Africa.
Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella terrazza all’aperto
per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un signore in costume,
un suonatore di tamburi e due ragazze, che propongono alternati alcune
danze tradizionali. La musica, ritmica e ripetitiva fino all’ossessione,
è costituita solo dal rumore del tamburo e da quello del signore
che provoca ballando durante i suoi movimenti, avendo legato su ogni
articolazione una sorta di campanellio. E’ incredibile con quanta
precisione debba calcolare ogni suo minimo movimento per ritmare a tempo
il campanellio con il tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze,
che si alternano in alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello
delle ragazze il signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in
modo diverso. Si propone alla fine con un costume molto inquietante,
avvicinandosi a noi con una macabra maschera e illuminandola con delle
torce che ruota abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume
un aspetto divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio
si ferma più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”,
ma quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!
27/10/2003 – Safari allo Yala National
Park
La sveglia è alle 5:30 del mattino. Fuori è ancora buio
pesto, vedremo l’alba durante il viaggio in pulmino verso lo Yala
National Park. Sia io che Ste siamo eccitatissimi perché questo
di oggi è il nostro primo safari vero e proprio! Non tutto il
gruppo ha deciso di partecipare, anzi, siamo solo noi con Franca e Doriana,
insieme a Gianfranco e Saman del Dickwella che ci accompagnano. L’appuntamento
è alla reception, dove ci vengono consegnati i pacchetti per
la colazione, che nessuno però consuma sul momento risparmiandoli
per metà mattinata. Saliamo nel pulmino e intraprendiamo il lungo
viaggio di un’ora e mezza verso il parco. Non c’è
molto traffico e il conducente va spedito; cosa che, unita alle curve,
al sonno e allo stomaco vuoto sono una pessima combinazione per uno
come me, che soffre ogni tipo di mezzo di trasporto esistente sulla
terra.
Alle prime luci dell’alba arriviamo a destinazione. Facciamo colazione
con un the caldo, poi Saman va a prendere la nostra guida, che arriva
con una bella e classica jeep da safari: alta, con i sedili a panca
laterali per i passeggeri e aperta su 3 lati con il tetto coperto. Ci
stiamo perfettamente in sei seduti comodi, con gli zaini sul pavimento.
Vi sono anche i binocoli che saranno utilissimi. Percorriamo un lungo
tratto di strada sterrata in pianura, ammirando il paesaggio che è
stupendo. Sostiamo in un’area apposita che ci conferma definitivamente
che siamo allo Yala National Park: un capannone adibito a museo faunistico
mostra la cartina geografica e stradale del posto. Faccio due passi
perché sono ancora molto rintontito dal viaggio in pulmino, mentre
Ste gioca con alcuni gattini. Saliamo nuovamente sulla jeep e dopo un
altro tratto di strada finalmente arriviamo al vero ingresso che si
presenta come una sorta di casello stradale. La nostra guida parla con
l’addetto, viene segnato su un registro l’orario di entrata
e arriva il nostro battitore, che per il safari in questo parco è
obbligatorio. Si siede a fianco all’autista e finalmente, alle
8:00, diamo inizio al safari!
Dopo pochi metri incontriamo subito due esemplari di scimpanzé
della specie “Entello di Sri Lanka”, facilmente riconoscibili
dalle illustrazioni della Lonely Planet. La strada sterrata è
in ottime condizioni, ci aspettavamo molto peggio. Affido la mia fotocamera
digitale a Gianfranco seduto a fianco a me, visto che io sono impegnato
nelle riprese, mentre Stefania usa la sua Canon EOS 300 tradizionale,
Franca usa invece una videocamera digitale e Doriana una fotocamera
compatta. Gli incontri si susseguono uno dietro l’altro, come
gli scorci stupendi e mozzafiato di alcuni tratti del paesaggio, che
si aprono all’improvviso dietro qualche curva. Vediamo frequentemente
vari cerbiatti, cinghiali, bufali, cervi pomellati e purtroppo ci rendiamo
presto conto, come davamo per scontato, di essere molto svantaggiati
per le foto senza un potente teleobiettivo. Gli animali rimangono distanti
dalla strada principale per cui risultano troppo piccoli. Per l’ennesima
volta, ringrazio di aver scelto almeno la mia videocamera con uno zoom
ottico 20x: meraviglioso, anche se fare riprese stabili con la jeep
in moto che balla ad ogni minimo movimento dei passeggeri è un’impresa!
Il nostro primo obiettivo, ci spiega l’autista, è trovare
gli elefanti perché più tardi, come il sole comincia a
scaldare, si ritirano all’interno della foresta ed è difficile
avvistarli. Gli chiediamo anche dei leopardi ma, come già sapevamo,
non è un buon periodo per vederli e per trovarli bisogna rimanere
diversi giorni all’interno del parco. Sul lato destro costeggiamo
una vasta distesa di fango con enormi pozze d’acqua: ci sono le
orme fresche degli elefanti appena passati, siamo sulla strada giusta!
Troviamo in uno spiazzo un iguana che scava una fossa, e dietro un pavone
maschio che apre a ruota la sua coda in segno di corteggiamento. Purtroppo
non si gira mai frontalmente verso di noi e la parte più bella
della coda rimane nascosta. Più avanti in ampi prati verdi con
diversi laghetti troviamo gli aironi, poi i pellicani. Avvistiamo l’aquila
e la mangusta, persino uno stambecco, ma di elefanti ancora nulla. Caspita,
e noi che pensavamo fosse pieno! Parlano tutti dello Yala come una riserva
dove è facile incontrare questi animali, ma per noi oggi non
lo è affatto.
La strada sterrata continua ad essere sempre in buone condizioni e c’è
poco movimento in giro. Incrociamo solo qualche jeep, che salutiamo
mentre gli autisti si scambiano le loro informazioni e avvistamenti.
Devo dire che il nostro è davvero bravo: riconosce facilmente
le orme, i gesti degli animali e persino i suoni, che talvolta imita
per attirarli. Il battitore invece sembra un turista come noi, parla
poco e non mi pare granchè utile. Il paesaggio è spesso
di vedute molto ampie poiché la vegetazione è rada e vi
sono grandi spazi pianeggianti, ma allo stesso tempo è vario
e affascinante.
Verso le dieci e mezza raggiungiamo il confine del parco di fronte all’oceano.
Parcheggiamo la jeep sotto gli alberi e scendiamo a fare due passi nella
bella e lunga spiaggia d’orata. Consumiamo i nostri pacchetti
della colazione mentre ammiriamo lo stupendo panorama incontaminato.
L’entusiasmo del safari ha preso il sopravvento e il mal d’auto
adesso mi è passato, sto molto meglio!
Riprendiamo il tragitto sui sentieri sterrati del parco esclusivamente
alla ricerca degli elefanti. Superata una curva ci fermiamo ad osservare
il paesaggio che per me è il più straordinario visto fin’ora:
un enorme acquitrino, circondato da prato e fiori con centinaia di farfalle
e qualche gruppo di cinghiali, con in lontananza alberi spettrali e
secchi e una particolare cresta rocciosa. Il tutto immerso in una pace
perfetta, come solo la natura sa creare.
Cominciamo ad essere seriamente preoccupati di non riuscire a vedere
però i nostri amati mammiferi, visto che il sole è alto
e sta facendo molto caldo. L’autista a questo punto dà
il meglio di sé e tenta di seguire le tracce per un sentiero
secondario. Lasciamo così la strada principale e intraprendiamo
un viottolo dove finalmente la jeep può dimostrare le sue potenzialità.
Passiamo un tappeto roccioso, diverse buche profonde e sfioriamo la
vegetazione di striscio nei punti più stretti. Questo è
il safari come l’ho sempre immaginato! All’improvviso arriva
l’urlo di Gianfranco: “Eccolo! Fermo!”. L’autista
blocca la jeep e torna indietro. E’ là per davvero l’elefante,
nascosto tra la vegetazione che strappa con la possente proboscide per
il suo pasto quotidiano. E’ sfuggito alla vista di tutti ma Gianfranco
è stato grande! A motore spento, osserviamo per vari minuti in
perfetto silenzio l’animale. L’autista dice che ce ne sono
altri, almeno tre; poi diventano cinque, ma io ne vedo sempre solo uno!
E’ incredibile ma pur così grossi gli elefanti riescono
a mimetizzarsi perfettamente tra gli alberi, non l’avrei mai detto!
Il nostro esemplare visibile in ogni caso sembra non avere via di uscita:
l’unico sentiero libero è quello che dà sulla strada
e quindi sono convinto che prima o poi dovrà venire allo scoperto.
Invece rimango a bocca aperta quando lo vedo sparire tra la vegetazione,
facendosi strada sradicando tutto quello che c’è intorno
senza difficoltà! Certo che vederli selvatici è tutta
un’altra cosa, io mi ero abituato ai docili elefanti addestrati
della Thailandia. Dopo pochi minuti ecco uscirne un paio a pochi metri
di distanza. Uno si nasconde perfettamente dietro un albero a mangiare:
non riuscirei a riconoscerlo se non l’avessi visto entrare là!
Poi finalmente esce allo scoperto l’intero branco. Fa da guida
una mamma che protegge un bellissimo cucciolo, poi ne arrivano altri
dietro. Seguono la strada sterrata, sono proprio di fronte a noi a pochi
metri, è un’emozione grandissima! Nel silenzio profondo
si sentono tutti i nostri movimenti e gli scatti delle macchine fotografiche.
Ad un certo punto, proprio sul più bello mentre gli elefanti
ci passano a fianco, all’improvviso sentiamo il motorino di riavvolgimento
del rullino: è Saman che ha finito le foto! Fa un chiasso micidiale
e cerchiamo di coprirlo subito. Per fortuna gli elefanti non se ne preoccupano.
Passato l’ultimo esemplare davanti a noi, l’autista accende
la jeep per stare dietro al branco che dopo qualche decina di metri
si getta nuovamente tra la vegetazione. Li abbiamo disturbati e non
appena arriviamo nel punto dove sono scomparsi, troviamo ad attenderci
l’enorme testa della madre capogruppo che spunta dal fitto verde
con un possente e terrificante nitrato! Ci congela spaventosamente,
l’autista spegne la jeep e comanda di stare zitti. Non c’era
alcun bisogno di dirlo, siamo a dir poco pietrificati, comprese macchine
fotografiche e cineprese varie. L’elefante è di fronte
a me, Gianfranco e Stefania, ad un paio di metri in linea d’aria,
proprio dal lato della jeep dove siamo seduti. Lo vediamo benissimo,
è enorme, ha uno sguardo provocatorio e deciso: credo di non
aver mai avuto così paura ed allo stesso tempo rispetto per nessun
animale prima. Dopo pochi secondi, gira gli occhi e riprende indifferente
a mangiare, ma per noi è stata una grande lezione. Siamo tutti
convinti che se qualcuno avesse urlato ci avrebbe caricato e rovesciato
senza troppi complimenti, poveri noi e povera jeep! L’autista
ci spiega che sono tutte femmine, e diventano aggressive quando hanno
i loro piccoli da proteggere. Del resto, è comprensibilissimo.
Quella che vediamo è la capogruppo, che rimane sempre per ultima
a controllare la situazione nei dintorni.
Appagati e carichi di adrenalina da questa eccitante esperienza, giunge
così l’ora di rientrare. L’autista chiede se siamo
soddisfatti e noi gli lasciamo una discreta mancia come ringraziamento:
è stato davvero bravo! Durante la via del ritorno, assistiamo
all’ultimo eccezionale evento del giorno: un aquila plana proprio
davanti a noi e si getta a capofitto sulla strada pochi metri avanti,
catturando un serpente e portandoselo sopra un albero. Il tutto dura
appena qualche secondo ma è davvero una di quelle scene che pensavo
si vedessero solo nei documentari!
Torniamo al casello dove viene registrato il nostro orario di uscita
dal parco (mezzogiorno in ounto), percorriamo qualche chilometro tra
il paesaggio che assume sembianze del tutto simile alla savana, e lasciamo
infine la jeep riprendendo il nostro originario pulmino.
Arriviamo al Dickwella e pranziamo, poi riposiamo in stanza stanchissimi.
Stefania va a farsi un altro massaggio Ayurveda completo, e poi ci avviciniamo
in spiaggia dove passeggiamo per un po’ con i bambini. Troviamo
sempre Gian e Upal che ci aspettano, e ne approfittiamo per andare anche
in paese a cercare qualcosa da comprare e lasciare loro per la scuola.
Rimango piuttosto sconcertato dal fatto che i bambini non possano venire
con noi. I Beach Boys ci spiegano che non è saggio camminare
in paese con i bambini piccoli perché ci guarderebbero tutti
molto male e la polizia ci fermerebbe per controlli. La colpa è
della pedofilia, tristemente praticata dagli stranieri, soprattutto
europei, che vengono qui a cercare le loro piccole e innocenti vittime.
Da non credere! Abbiamo sentito parlare di questi bastardi anche da
Gianfranco che ci spiegava qualche giorno fa una brutta storia che si
prolunga da qualche tempo qui nei dintorni, ma non pensavamo di essere
ai livelli di non poter camminare con dei bambini senza essere guardati
come dei mostri. Tutto questo è allucinante e il pensare a quei
viscidi luridi esseri che mettono le mani addosso a questi angioletti
mi mette una rabbia addosso da ulcera. Altri pensieri su cui riflettere
molto stanotte e in futuro.
Ad ogni modo giriamo per i negozi in cerca di qualche vestitino, con
l’aiuto indispensabile di Gian e Upal che conoscono le taglie
dei nostri cari bambini. Ma non troviamo nulla di particolarmente allettante,
la qualità del tessuto è scarsa e non ci piacciono i disegni.
Così optiamo per la stoffa bianca degli abitini di scuola. Ce
ne vogliono 2,5 metri per ciascuna delle due bambine e 3 metri per la
terza più alta. Siccome è tardi ci facciamo dire il prezzo
ma decideremo se comprarli per domani mattina.
Torniamo al Dickwella ormai buio. Siamo proprio stanchi e in piedi dalle
5 del mattino: stasera si cena e si va a nanna!
28/10/2003
– Dickwella in paese. Tour al tempio di Mulkirigala. Lo spettacolo
finale dei fuochi in piscina.
Dopo una lauta colazione ci dirigiamo all’uscita del Dickwella,
dove ci aspettano Gian e Upal per andare in paese e comprare la stoffa
bianca per gli abitini da scuola dei bambini. Pattuiamo il prezzo per
dieci metri di stoffa in 1100 rupie, e torniamo dalla spiaggia facendo
la nostra ultima passeggiata con vista oceano qui nello Sri Lanka. E’
strano come l’ultimo giorno in cui si sta in un posto si osservino
le cose con una prospettiva diversa, più intensa e purtroppo
spesso malinconica. In ogni caso siamo più che entusiasti di
partire domani per le Maldive!
Prima di arrivare al Dickwella, Gian e Upal ci fanno vedere un ristorante
di pesce molto carino. Leggiamo il guestbook dove tanti turisti, tra
cui molti italiani, hanno lasciato i loro commenti e le impressioni:
tutti favorevoli e superlativi, si mangia proprio bene qua! E guardando
il menù, scopriamo che una cena a base di aragosta viene anche
meno di quella pagata in hotel: 15 euro in tutto! Dietro al ristorante
un signore sta scegliendo, da una grossa scatola in cartone, proprio
le aragoste fresche. Ci avviciniamo: mai viste tante in una volta sola!
Sono grandi e insabbiate, ancora vive, dentro la scatola.
Sediamo su una sedia mentre Upal ci porta un pacco di cartoline che
gli abbiamo richiesto, e cominciamo a sceglierle. Dopo una ventina di
minuti finalmente le trattative si concludono e raggiungiamo il numero
di ben 35! Prima di rientrare lasciamo loro una mancia come ringraziamento
per la compagnia, la guida e la simpatia che ci hanno regalato in questi
giorni. Una volta in stanza decido di dare anche il mio cappellino a
Gian (che l’aveva gentilmente chiesto come ricordo) e il mio vecchio
portafoglio in pelle a Upal. Ne rimangono molto contenti e lo considerano
un gesto affettivo da tenere come ricordo. Ammetto che siano stati un
po’ ossessivi durante questa settimana ma fanno molta tenerezza,
sono dei bravi ragazzi.
E’ una bella giornata di sole ed essendo ancora presto sentiamo
forte il richiamo della piscina dove ci lanciamo per un breve refrigerante
bagno.
Subito dopo pranzo incontriamo i bambini per lasciargli i nostri regali.
C’è anche Mauro che sta dando loro dei vestitini. Noi abbiamo
la stoffa da distribuire e lo zaino fornitoci dal tour operator Azemar
a Milano, che abbiamo deciso di dare a loro che ne hanno sicuramente
più bisogno di noi. Alle tre bambine spetta la stoffa, mentre
lo zaino lo regaliamo ad un’altra bambina piccola che ci osserva
da lontano, timida timida, abbracciata al padre. Una scena tenerissima
e quasi commovente, così come l’ultimo saluto ai nostri
cari, simpatici e allegri bambini singalesi.
Alle 15:00 in punto siamo alla reception per attender il pulmino che
ci condurrà a Mulkirigala, alle pendici di una roccaforte dove
è stato costruito un tempio nella roccia. Il tragitto non dura
molto e una volta arrivati ci troviamo in mezzo al verde di una splendida
foresta. Scorgiamo lo spuntone di roccia che è la nostra meta
da scalare con oltre 500 gradini! Già dai primi passi il paesaggio
si fa molto suggestivo e il panorama passa da una visuale di pochi metri
tra la fitta vegetazione lussureggiante a scorci all’aperto, sempre
più ampi man mano che saliamo verso l’alto.
Ad un primo terrazzamento visitiamo una sala letteralmente scolpita
nella roccia. Lo sono anche le statue all’interno ci dicono, successivamente
pitturate e oggi vivacemente colorate come in ogni tempio buddista.
Un anziano signore si avvicina un po’ a tutti chiedendo se conosciamo
l’inglese. Tutti rispondono prontamente e furbescamente in modo
negativo, mentre il nostro leggero tentennamento ci porterà ad
avere questa persona attaccata come una patella durante il resto del
percorso. Inizialmente è tranquillo, tenta di spiegarci qualcosa
su storia e tradizioni del tempio, ma noi abbiamo già la guida
del Dickwella. Ci fa comodo solamente perché rimaniamo staccati
dal gruppo per godere in tranquillità del paesaggio e per scattare
foto e riprendere a volontà.
Dopo altri gradini arriviamo ad un'altra terrazza con un ottimo panorama,
dove si vede persino il nostro pulmino in fondo piccolo piccolo. Visitiamo
altre due sale nella roccia, e proseguiamo per l’ultimo tratto
che risulta un po’ più complicato. I gradini sono anch’essi
scavati nella roccia, piccoli e poco profondi, ma ci sono delle corde
a cui tenersi e aiutarsi. Salta fuori il primo macaco con berretto,
che osserva incuriosito la nostra ascesa. Poi, una volta sopra, ne arrivano
a decine a prendere le caramelle. Corrono e saltano da una parte all’altra
ma rimangono comunque diffidenti dall’avvicinarsi troppo o nel
giocare con noi. Agguantano la caramella e scappano sul ramo più
vicino.
Infine ancora una breve camminata conduce alla vera e propria cima della
montagna, un balcone con uno strapiombo di oltre 200 metri sulla foresta!
Una bella emozione, animata da un altro macaco solitario che ci segue
sugli alberi e posa lì, quasi sospeso nel vuoto, a godersi lo
strepitoso panorama. Sembra uno di quei posti che nella sua posizione
ed isolamento pare adatto tipicamente a eremiti e monaci lontani dal
mondo e dall’umanità. Purtroppo, nel vedere un signore
che chiede l’elemosina attrezzato con tanto di banco, sedia e
cartelli in nome del bene del tempio, mi fa sospettare che anche qui
l’odore dei soldi ha rovinato l’atmosfera pura e religiosa
del luogo.
Sospetto che viene confermato durante la discesa, quando il signore
improvvisatosi nostra guida in inglese, comincia a parlarmi della sua
numerosa famiglia da sfamare, di lasciare un aiuto per loro e le solite
cose di cui ormai, dopo una settimana, cominciamo ad essere stanchi
di sentire.
Il percorso del rientro prevede una sorta di giro ad anello e quindi
risulta per un bel tratto diverso da quello dell’andata. Ci sono
addirittura più scalini, che in tutto, sommati, sembrano essere
circa 530: non male come esercizio per le gambe! Quasi arrivati alla
fine, torna ormai ossessiva, quasi una lagna ed una pretesa, la richiesta
di mancia del signore che inizia a indispettirmi. La nostra sfortuna
è non avere cambio di banconote, così sono costretto a
darne una da 500 rupie al signore dicendogli prontamente che gli lascio
una mancia di 100 rupie. La più alta che abbia lasciato, tra
l’altro, qui nello Sri Lanka seguendo i consigli di Gianfranco
il quale sostiene a ragione che 100 rupie sono una mancia più
che discreta. Ma il nostro ‘amico’ non è affatto
contento, pretende almeno 200 rupie per averci detto due parole in inglese!
Rimango allibito e mi pento quasi di avergliene voluto dare 100. Dopo
un po’ di battibecco (da parte solo sua perché io non sono
affatto né scortese né arrabbiato), ne ritorna con il
resto di 300 rupie mentre il nostro gruppo sta salendo velocemente nel
pulmino per tornare indietro. A questo punto rimango imbestialito. La
sua arroganza nell’essersi appropriato dei soldi che non gli volevo
dare è vergognosa, senza alcuna dignità al contrario di
altre splendide persone, molto più povere di lui, che abbiamo
avuto la fortuna di incontrare al Dickwella. Insisto nel riavere le
altre 100 rupie nella fretta di dover salire nel pulmino ma lui rifiuta
perentoriamente. Questo si chiama rubare, ma che bravo, ha imparato
bene il mestiere! Non solo, ha il coraggio di andare a chiedere altri
soldi ai miei compagni che stanno a loro volta salendo sul pulmino con
le stesse patetiche lamentele di mantenere la famiglia, ma a loro non
ha neanche fatto da pseudo guida, che coraggio! Come se non bastasse,
mi arrivano addosso anche i bambini non appena vedono svolazzare le
300 rupie di resto che il signore mi ha dato, chiedendo a loro volta
la loro parte. “Chiedetela a vostro padre” gli rispondo
imbufalito, ma ancora in senno per evitare una scenata inopportuna che
non mi sembra il caso di fare, rendendomi conto dalle loro facce che
probabilmente, da quel padre a cui ho dato 200 rupie, non vedranno neanche
uno spicciolo. Ammesso che sia il padre certo. Il mio disappunto ovviamente
non è per la quantità dei soldi in sé stessa che
per noi è ridicola (parliamo di 2 euro) ma per la totale mancanza
di rispetto, l’atteggiamento arrogante, pretenzioso e senza alcuna
umiltà di questa persona che vive a sbaffo dei turisti, senza
far nulla, in un luogo religioso dove ci si aspetta di trovare persone
tra l’altro un attimino più spirituali. Ma dove sono finiti
i monaci?
Rientriamo al Dickwella alle 18:30, già buio ma ancora in tempo
per l’ultimo bagno in piscina. Poi torniamo in stanza e usciamo
per la cena. Stasera c’è doppia festa: i venticinque anni
di matrimonio di Ambrogio e Gabriella, per i quali abbiamo organizzato
una torta a sorpresa, e lo spettacolo notturno in piscina, che pare
sia tradizione fare ogni fine settimana per salutare i clienti che vanno
via. Appena mettiamo piede fuori dalla stanza però inizia a diluviare!
I lampi frequenti illuminano a giorno e la pioggia è talmente
forte che non abbiamo il coraggio di attraversare quei pochi metri che
dalla passerella di legno coperta superano la piscina e portano alle
scale verso la sala di ristorazione. E’ però un grande
spettacolo! Per fortuna dopo pochi minuti tutto si placa e possiamo
cenare in pace. Se avesse continuato avremmo perso anche lo spettacolo,
che invece si farà regolarmente all’aperto di fronte alla
piscina. La sorpresa della torta riesce bene e Ambrogio e Gabriella
ne rimangono contenti. Per due grandi viaggiatori come loro sarà
consuetudine festeggiare in viaggio questi eventi, li invidio proprio!
Verso le 22:00 scendiamo in zona piscina, dove ci hanno preparato delle
sedie per assistere allo spettacolo. Ci hanno incuriosito molto affermando
che sia stupendo. L’atmosfera è grandiosa: è calata
la pace assoluta, l’acqua della piscina è immobile e funge
da perfetto specchio per le luci e la temperatura è piacevole.
Parte la musica e la solita presentazione di Gianfranco, che spiega
la storia della rappresentazione che vedremo stanotte. E’ un classico
del genere: un principe ed una principessa si innamorano e vivono felici
e contenti fin quando i “cattivi” non vengono a uccidere
il principe e imprigionano la sua amata. Ma un angelo salverà
il principe, che affronterà in duello il cattivo numero uno e
libererà la sua principessa. Ebbene, nonostante il tutto possa
sembrare banale e scontato, lo spettacolo non lo è affatto: tutt’altro,
risulta più che mai spettacolare ed eccezionale! La musica accompagna
sempre in modo appropriato il crescere della storia, ma il punto forte
dello show risultano la bravura degli attori (gli animatori del Dickwella)
unita agli “effetti speciali” dei fuochi e delle luci riflesse
sulla piscina. Quando i protagonisti passano con la loro torcia ad accendere
altri punti di fuoco e luce sparsi nel grande palcoscenico naturale
della piscina, si comincia ad avvertire la magia di questo spettacolo.
E quando arrivano i cattivi, dal tetto del Dickwella, volteggiando con
le torce infiammate e scendendo dalle altissime palme, è un tripudio.
Qualcuno, me compreso, ha sicuramente spagheggiato nel veder saltare
dal tetto da un altezza di diversi metri quel ragazzo dritto in piscina,
nel punto più basso della stessa, senza alcuna protezione! Per
non parlare dello scontro, assolutamente memorabile ed indimenticabile,
dei cattivi contro il principe, armati di spade infuocate che nulla
hanno da invidiare alle spade laser di Star Wars, con la differenza
che questo però è fuoco vero! L’agilità,
la prontezza di riflessi e le capacità di questi ragazzi sono
davvero incredibili. Chiamarli animatori mi pare del tutto riduttivo,
hanno le potenzialità per fare ben altro.
Rimaniamo a bocca aperta per tutto lo spettacolo, che dura circa 45
minuti. Poi alla fine scrosciano gli applausi che, pur essendo solo
di noi dieci clienti, parevano quelli di uno stadio al goal della propria
squadra. Come rito finale c’è quello del cerchio di fuoco,
e del salto all’interno di esso per tuffarsi in piscina. Ne nasce
così un putiferio tra tuffi, schizzi, giochi. Il fatto però
di partire alle 3 e mezza del mattino, cioè tra qualche ora,
impedisce a molti di buttarsi spensieratamente in piscina senza dover
pensare di buttare poi infradiciati i vestiti che ha addosso, peccato!
Mauro e Luca vanno però contro tendenza e si fanno il bagno così
come sono: del resto loro hanno un compito preciso e si sono allenati
‘duramente’ in questi giorni per regalare uno spettacolino
esilarante di acqua gim in onore di Ambrogio e Gabriella! E bravi ragazzi!
Finisce così alla grandissima in un’atmosfera di gioia,
serenità e magia, il nostro soggiorno al Dickwella che ci ha
regalato intense e profonde emozioni. Torniamo in stanza a chiudere
le valigie dal momento che tra un pò si parte. Appena il tempo
di un piccolo sonnellino…
Riflessioni
e contraddizioni al Dickwella
Ci sono parecchie cose che in questo diario, per ovvie questioni di
rispetto della dignità e della privacy delle persone, non ho
scritto. Voglio però almeno accennare ad alcune riflessioni e
contraddizioni che sono saltate fuori in questa indimenticabile settimana
nello Sri Lanka.
Il Dickwella, con il suo grande e splendido hotel solitario immerso
nel paradiso tropicale, è una meta perfetta in bassa stagione
per isolarsi dal mondo e per immergersi, con un po’ di spirito,
in quello vissuto dai singalesi. Noi ci abbiamo provato ma onestamente,
con tutta la buona volontà, ancora mi riesce impossibile capire
molti dei meccanismi che ruotano intorno a questa struttura e a quel
paese di pescatori. Forse ci voleva più tempo.
Le contraddizioni si sono susseguite giorno dopo giorno, dal primo all’ultimo
e senza esclusioni di colpi. Che il Dickwella sia per i locali una presunta
fonte di ricchezza (e l’unica nei dintorni), con i suoi turisti
italiani ed europei dalla moneta fortissima, è indubbio. Questo
crea delle situazioni confuse, di diversità, di contrasto, di
accaparramento di percentuali, di sotterfugi e giri nelle retrovie che,
pur non essendo nuove a chiunque abbia a che fare col turismo e l’economia
nel mondo, qua sembrano risaltare in modo particolare. E’ pur
vero che il cliente pigro e insensibile potrebbe non accorgersene minimamente,
o fare semplicemente l’indifferente, qui come in tanti altri luoghi
sul pianeta. Ma noi che abbiamo voluto provare ad andare in fondo a
certe questioni, per scoprire meglio questo loro così diverso
mondo, noi che abbiamo tenuto le orecchie aperte a 360° senza mai
dar ragione né far torto a nessuno, senza dare per scontato niente,
senza pregiudizi, abbiamo ottenuto come esito quello di non aver capito
nulla! O meglio, di aver afferrato tante cose ma di non avere nessuna
risposta certa per esse. Ne cito alcuni esempi.
Il giorno prima ci viene detto che è meglio non fidarsi dei Beach
Boys e chiedere di uscire con gli accompagnatori dell’hotel, perché
si sono riscontrati casi spiacevoli in cui il turista è stato
lasciato da qualche parte senza esser stato poi riportato indietro.
Il giorno dopo l’altra campana dice invece che viene raccontato
questo per screditarli e per accaparrarsi la percentuale. A chi credere?
Il buon senso all’inizio suggerisce di non rischiare: sei in un
paese straniero, diversissimo dal nostro, non sai come funzionano certe
cose e la diffidenza è ovvia. Ma poi, conoscendo queste persone,
viene difficile pensare di averne paura. Sono buone e gentili, un po’
assillanti e ossessive è vero, però sono in buona fede
e a volte sono persino commoventi nei loro semplici gesti.
Il giorno prima compriamo una statuetta da una casa artigianale, fatta
sul posto, la contrattiamo e pensiamo di averne tirato fuori un buon
prezzo. Il giorno dopo la troviamo da un venditore ambulante che la
vende a molto meno, a metà prezzo di quello iniziale da cui eravamo
partiti il giorno prima. Pensiamo di essere stati imbrogliati, come
quando vengono messi i saldi del 50% dopo aver alzato il prezzo originale
del 30%, ma ci viene riferito che quelle statuette sono state vergognosamente
rubate. Chi le vende non è chi le ha fatte ma un ladro, ed è
per questo che le può rivendere al prezzo che vuole. A chi credere?
La mattina prima di andar via compriamo la stoffa per gli abitini di
scuola ai bambini a cui ci siamo affezionati, e ci sono altri che hanno
comprato anche dei vestitini. Siamo fermamente convinti di aver fatto
un’opera buona, piuttosto che dare soldi in beneficenza a qualche
associazione senza sapere poi dove vanno a finire. Questa è una
buona azione diretta e mirata: li compriamo e li diamo direttamente
a loro. Eppure poco dopo ci sentiamo dire che di tanti turisti che ne
hanno regalato, nessuno glieli ha mai visti poi addosso: hanno sempre
gli stessi stracci. E quando qualcuno del posto vuole fare beneficenza
compra un po’ di riso e lo porta alle famiglie più povere
del paese: almeno quello lo mangiano di sicuro. Come è possibile?
Che fine fanno i vestiti? Forse vengono venduti? O forse si consumano
talmente in fretta, come invece ci ha raccontato qualcun’altro
e come in effetti si vede dal cotone di bassa qualità con cui
sono fatti, che dopo un paio di lavaggi sono da buttar via? A chi credere?
Il giorno prima sono tutti disponibili, gentili e simpatici, e pensiamo
che sia davvero il loro animo che abbia queste nobili caratteristiche.
Crediamo sinceramente che siano brave persone e lo sono. Però,
il giorno dopo, tra una cosa e l’altra ci chiedono (umilmente,
senza pretese), se gli possiamo lasciare qualcosa come un cappellino,
un profumo, una maglietta, qualunque cosa abbiamo anche vecchia che
non ci serva. Qualcuno ci dice che è un ricordo, un simbolo affettivo
per non dimenticare. Ma qualche dubbio comunque ci viene. Un indumento
può essere un ricordo, ma un profumo? Sono davvero così
gentili e amichevoli sinceramente o perché sanno anche che dietro
c’è il tornaconto? E la cosa più difficile da mettere
in dubbio poi sono i bambini. Qualcuno dice che sono molto furbetti
oltre che svegli, altroché! Ma è davvero possibile che
bambini così piccoli possano fingere e fare il doppio gioco?
A noi viene impossibile solo pensarlo, i nostri cari bambini e i loro
sorrisi non li tocca nessuno. Ma alla fine, a chi dobbiamo credere?
Il giorno prima ci offrono un tour in safari, nello stesso parco, ad
un prezzo abbastanza inferiore rispetto a quello che organizza l’hotel,
e addirittura per una giornata intera anziché per mezza. Ci dicono
che lo paghiamo così tanto solo perché si prendono la
percentuale maggiore su tutto. Il giorno dopo invece ci viene specificato
che i tour sono vincolati da precisi orari, che si registrano all’ingresso
e all’uscita, di massimo tre ore, e che il prezzo più alto
è dato esclusivamente dall’assicurazione che l’hotel
paga per avere i clienti tutelati. Se accade qualunque imprevisto, come
bucare una ruota, rimanere bloccati all’interno del parco, etc.,
si ha sempre la sicurezza di essere soccorsi e di ritornare indietro
a spese dell’hotel, che è pienamente responsabile. A chi
credere? In questo caso noi abbiamo scelto di credere al Dickwella,
poiché a tutti gli effetti il ragionamento fila e rischiare di
rimanere dispersi da qualche parte non è piacevole…
Insomma, le diverse opinioni e i diversi punti di vista non mancano
di certo da queste parti! Devo dire che tutto ciò ha contribuito
a rendere il nostro soggiorno alquanto vivace e singolare, e nonostante
i dubbi che abbiamo accumulato nel corso della settimana, niente e nessuno
ha levato in noi la profonda certezza che il Dickwella è un posto
meraviglioso e merita di essere visitato, per la sua caratteristica
di racchiudere nei suoi dintorni tutte le peculiarità dello Sri
Lanka: sole al mare, verde nelle fitte foreste, splendidi paesaggi e
tramonti, magnifiche tradizioni popolari, cultura nei templi, arte nelle
lavorazioni manuali, flora e fauna nei parchi nazionali, e infine e
soprattutto una splendida popolazione. Cosa volere di più da
un viaggio? Soprattutto quando, subito dopo, ci aspettano le Maldive?!
MALDIVE
29/10/2003
– Dickwella - Colombo. Volo Colombo - Male (Maldive). Arrivo all'isola
di Bandos. Tramonto in spiaggia. Briefing e spiegazioni sul resort e
sull’isola.
Non c’è che dire, è una bella levataccia alle 3:30
del mattino anche quando si è in vacanza! Chiudiamo le valigie
definitivamente e andiamo alla reception insieme al resto del gruppo.
Stavolta, al posto di un unico bus come all’andata, siamo divisi
in tre pulmini che arrivano verso le quattro. Ci viene consegnato il
fagotto con la colazione e prendiamo posto, cercando una posizione comoda
nella speranza di fare un pisolino durante le lunghe ore che ci separano
da Colombo. Speranza che viene presto vanificata dall’assurda
guida del nostro autista, che nonostante le strada inizialmente poco
trafficata (è ancora buio, non è spuntata neanche l’alba!)
non risparmia la sua andatura sportiva tra brusche accelerate, frenate
e sorpassi continui, su una strada ad una sola corsia per senso di marcia
e in condizioni non certo eccellenti. Insieme a noi ci sono Luca, Marzia,
Mauro. Gianfranco, davanti con l’autista, è l’unico
che riesce clamorosamente a prender sonno nonostante veda la sua testa
penzolare bruscamente da una parte all’altra. Comprendo che lui
si è abituato ormai, a furia di fare questo tragitto tutte le
settimane per andare a riportare i turisti all’aeroporto e a prelevare
i nuovi arrivi da Milano.
Il viaggio si trasforma così in una sorta di incubo, che dopo
qualche ora sfocia in una sarcastica barzelletta, di quelle che diventano
leggende da raccontare agli amici. Intanto alle 9:30, sfiniti, arriviamo
allo shop dove ci eravamo fermati il primo giorno per dare un’occhiata
ai prezzi. Ne approfittiamo per sentire i commenti degli altri elementi
del gruppo, identici ai nostri: guida pessima senza alcuna motivazione
e nausea a volontà! Compriamo le nostre ultime cartoline e francobolli,
e ci sediamo fuori a scriverle mentre aspettiamo gli altri. Chissà
perché, sono convinto che manchi ancora poco per l’aeroporto,
essendo già entrati da un po’ nel centro abitato. Mi renderò
presto conto invece che ci vogliono ancora più di tre ore!
Tre ore imbottigliati in mezzo al traffico di Colombo, con un centro
abitato che sembra dieci volte più esteso di quello di Bangkok
e non finire mai, in un tragitto che tengo a descrivere nei minimi dettagli.
Per iniziare “imbottigliati” non vuol dire fermi in coda
come da noi in genere nelle grandi città. Si cammina quasi sempre
ma a velocità ridotte e tra brusche frenate, spunti da formula
uno e sorpassi comandati da continue invasioni di corsia (adesso la
strada è larga, sono tre o quattro corsie per senso di marcia).
Tutti si comportano allo stesso modo e cioè l’equivalente
di anarchia totale! Si fa l’impossibile per superare l’auto
di fronte e guadagnare due metri (appunto il tanto dell’auto visto
il traffico!) e non c’è ragione alcuna, visto che dopo
pochi secondi si è nuovamente superati a propria volta. Le prime
cinque volte che abbiamo visto auto ma sopratutto bus o camion molto
più grandi del nostro pulmino tagliare la corsia e buttarsi spericolatamente
addosso a noi, abbiamo temuto veramente per la nostra incolumità.
Poi, superate le dieci, abbiamo capito che la tensione cominciava a
tramutarsi in sarcasmo ed era inutile impanicarsi. Del resto, Gianfranco
là davanti è così tranquillo! Non so per quale
incredibile miracolo (che non si chiama Xamamina) non mi sia sentito
male: non mi è mai successo, per me che soffro ogni mezzo sulla
terra, superare una cosa del genere. Credevo che Napoli fosse un macello:
ridicolo. Persino in Thailandia credevo fosse un casino: bazzecole.
In confronto allo Sri Lanka sono tutti autisti-modello.
Ma parliamo per l’appunto dell’autista, perché lui
è il pezzo forte, il protagonista numero uno! A parte il modo
egregiamente personalizzato di cambiare le marce, soprattutto la seconda,
che entra con un gesto plateale e buffo, la ciliegina sulla torta è
l’uso spropositato e ossessivo del clacson. Un uso continuo, assillante,
che dopo ore di tragitto provoca l’ilarità mia e di Mauro,
che iniziamo a scambiare tremende battute. Ma perché suona? E
quante mani ha l’autista? Sta sempre cambiando le marce e sempre
suonando il clacson, e in più ovviamente guida il volante. E
per non avere neanche un incidente è evidente che osserva in
tempo reale tutti gli specchietti per evitare di lasciarci la fiancata
con gli altri pazzi là fuori. Conclusione: è bravissimo!
Non si spiega altrimenti, sta guidando così da sei ore, senza
un attimo di respiro: è un robot costruito per guidare!
Continuiamo per ore a ironizzare sull’utilizzo del clacson finchè,
a mezzogiorno, arriviamo distrutti all’aeroporto di Colombo, dopo
ben sette ore e mezza di viaggio. Gli altri componenti del gruppo non
sono da meno, e sembra istintivo fare una piccola sincera preghiera
di ringraziamento per essere arrivati sani e salvi e tutti interi. Un’esperienza
traumatica e che lascerà il segno! Ma così come è
pur vero che in un mondo di folli lo squilibrato è colui che
ha il senno, mi rendo conto, riflettendoci, che probabilmente il rischio
di incidentare è più basso di quel che sembra. Del resto,
guidando così sono tutti abituati ad avere riflessi dieci volte
più pronti dei nostri, e si aspettano che qualcuno venga addosso
ad un altro in ogni momento. Ma vattelo a raccontare mentre la vivi
in prima persona questa esperienza per sette ore!
Comunque, stiamo per salutare lo Sri Lanka e raggiungere le Maldive.
Sbrighiamo le comuni formalità all’aeroporto e attendiamo
il volo per Male, che è in ritardo. Decolliamo alle 15:30 e atterriamo
alle Maldive (non nell’isola di Male ma in un’isoletta a
fianco adibita esclusivamente ad aeroporto) dopo un’ora di viaggio.
Sono comunque sempre magicamente le 15:30, visto che c’è
un fuso orario in meno di differenza tra i due paesi!
Ci rendiamo presto conto, dalle prime formalità in aeroporto
e dalla gente che ci circonda, di essere in un altro pianeta. Qui relax
e tranquillità sono parole dal significato sacro e vengono prese
molto sul serio! Avere fretta sembra proibito e tutti hanno un’aria
così rilassata e tranquilla, perciò dobbiamo adeguarci
e iniziare il nostro soggiorno compilando un bel modulo di ingresso
col sorriso stampato in faccia.
Al ritiro dei bagagli pensiamo subito di cambiare 50 euro nella moneta
locale: siamo passati dalle rupie singalesi alle rufye maldiviane. Non
dovrebbe servire una grossa cifra, dal momento che nel resort viene
addebitato tutto sul conto della stanza e le rufye le utilizzeremo solo
nella capitale Male, dove siamo intenzionati a fare una gita per visitarla.
Usciamo all’aperto dirigendoci verso il banco dell’Azemar,
dove conosciamo il nostro nuovo accompagnatore – punto di riferimento,
un ragazzo giovanissimo di nome Loris. Consegnamo a lui biglietti e
voucher e attendiamo l’arrivo dell’imbarcazione veloce che
porterà al nostro paradiso: Bandos Island. Anche l’equipaggio
evidentemente se la prende con calma e così aspettiamo una bella
mezz’ora sul molo… eh bisogna abituarsi, avevo già
sentito che i ritmi qua sono molto più lenti delle corse del
quotidiano stress…
Arrivata la speed boat, vengono caricate le nostre valigie e ci aiutano
gentilmente a salire. Noi rimaniamo fuori sul ponte a goderci lo spettacolo
del muro di schiuma che la potente imbarcazione, a tutta velocità,
scolpisce nell’Oceano Indiano. I primi minuti di traversata scorgiamo
subito a breve distanza la capitale Male con i suoi grattaceli. Noi
andiamo in direzione opposta verso Nord, e dopo solo venti minuti vediamo
il nostro paradiso avvicinarsi: sulla destra passiamo Kuda Bandos, una
piccola isola disabitata visitabile con un traghetto giornaliero a solo
pochi minuti (praticamente di fronte) a Bandos Island. In realtà
Bandos non è il nome dell’isola ma del resort: come spesso
avviene qui alle Maldive però è più facile identificare
l’isola stessa col resort, visto che quest’ultimo ne ha
la totale gestione e controllo.
L’attracco al piccolo molo in legno, dove sostano appena altre
2 barche, è spettacolare. Il colore turchese e la trasparenza
dell’acqua sono bellissimi: finalmente, per la prima volta da
quando viaggio, trovo un mare degno rivale di quello in Sardegna. Scendiamo
sul molo di forma circolare dove, guardando al centro nell’acqua,
si ammira un grandioso spettacolo di centinaia di pesci che girano a
vuoto per tutto il perimetro del molo stesso, probabilmente abituati
ad aspettare qualcosa da mangiare dai turisti.
La passerella in legno conduce direttamente alla reception e subito
sulla destra veniamo condotti al Sand Bar, dove attendiamo per un’ulteriore
mezz’ora che ci assegnino il numero della camera con le chiavi.
Sono arrivati insieme a noi parecchi turisti e si crea un po’
di folla e confusione. Noi del gruppo Azemar sediamo tutti sullo stesso
tavolo, e siamo rimasti solo in sei (io, Stefania, Ambrogio e Gabriella,
Patrizia e Doriana) visto che non tutti hanno scelto l’estensione
dallo Sri Lanka alle Maldive. Ci offrono un dissetante e gustosissimo
cocktail durante l’attesa e Loris ci illumina facendo presente
che, una volta superato il caos iniziale, sarà tutto esageratamente
rilassante, anche troppo! Un’altra cosa che viene subito chiarita
è che la mancia al facchino che porta le valigie in stanza è
obbligatoria e ammonta a 11 euro, e non c’è modo di portarsela
mica da soli!
Una volta in possesso delle chiavi, Loris ci lascia e dà appuntamento
alle 18:30 nella sala ricevimento per spiegare come funzionano i servizi
a Bandos e che cosa possiamo e non possiamo fare. Ci avviamo dunque
ai nostri alloggi. La stanza di Gabriella e Ambrogio è lontana
dalla nostra, sulla destra della reception. La nostra invece, la numero
133, è vicino a quella di Patrizia e Doriana, sulla sinistra.
“Benvenuti in paradiso” mi viene subito da pensare. C’è
davvero poco da sbagliare e da perdersi: esiste una sola strada che
fa il giro di tutta l’isola in venti minuti e qualche deviazione
per tagliare in mezzo! Più che una strada in realtà è
un viale alberato, estremamente curato nei minimi particolari e pulitissimo:
ovunque spazi lo sguardo non si vede una sola carta di caramella per
terra (tanto per fare un esempio stupido). Sulla destra ci sono i bungalow,
sistemati a schiera, bianchi con giardinetto di fronte, molto carini
e dall’aspetto moderno. Sulla sinistra invece ci sono la spiaggia,
gli sdraio e l’oceano, che si scorgono oltre la splendida vegetazione
di palme e fauna varia tipica dei tropici. In tutto tra i bungalow e
il mare ci saranno venti metri, bellissimo! Tutto questo appare ai nostri
occhi come una meraviglia assoluta: è veramente un paradiso perfetto!?
Mentre mi guardo intorno, penso alle letture della Lonely Planet ed
ai particolari che mi avevano colpito molto sulla politica del turismo
adottata da queste parti, che ora posso riscontrare pienamente davanti
a i miei occhi. Tanto per citare il primo, mi accorgo che tutte le costruzioni
stabili non sono davvero più alte della vegetazione circostante,
che è la regola numero uno alle Maldive per rispettare l’impatto
ambientale e visivo. In questa maniera, le strutture artificiali rimangono
“naturalmente” nascoste nella vegetazione e da una visuale
aerea poco visibili, considerando anche che non si può superare
una certa superficie di costruzione per ogni isola la quale resta, quindi,
sempre ricoperta per la maggior parte del territorio dal verde tropicale.
Le Maldive sono dagli anni settanta un vero esempio da imitare per l’intero
pianeta e non a caso sono state varie volte premiate per l’equilibrio
raggiunto nel rispetto ambientale. Nel corso degli anni in realtà
qualche pecca è iniziata a saltare fuori ed il sistema che prima
pareva perfetto ora non lo è più. Resta il fatto che comunque
è anni luce avanti rispetto a politiche adottate in altre località
turistiche fra cui, per prima, la mia Sardegna. Cito ancora, per esempio,
il fatto che ogni resort sia pienamente responsabile della propria isola
che gli viene data in gestione, e che quindi abbia un interesse diretto
nel tenerla in condizioni ottimali per attirare il turista a tornare;
oppure al fatto che tutti i rifiuti debbano essere smaltiti all’interno
dell’isola e che la corrente elettrica e l’acqua vengano
ricavati in loco tramite generatori e dissalatori, che risiedono al
centro e quindi, anche se un po’ rumorosi, non percettibili dai
bungalow dei clienti.
Arriviamo nella nostra stanza e anche qui davvero nulla da dire: carina,
pulita, non grandissima ma con spazio sufficiente per lasciare le valigie
per aria, un bel letto matrimoniale con lenzuola decorate per il benvenuto
con i fiorellini freschi, un tavolino, comode sedie in legno, il guardaroba,
lo specchio, il bagno più che discreto, perfino l’utilissima
cassaforte con il codice da impostare a scelta del cliente e, ovviamente,
l’aria condizionata. Una grande vetrata con tenda dà la
luce a tutta la stanza. Fuori, all’ingresso, abbiamo una veranda
con due sdrai, due teli da mare, un appendino per stendere i panni e
tanto di ecchio d’acqua per lavarsi i piedi insabbiati prima di
entrare!
Bussano i facchini con le nostre valigie e lasciamo loro la mancia,
dopodiché ci cambiamo in un istante e usciamo verso la spiaggia
a fare il nostro primo bagno. Siamo giusto in tempo anche per guardare
lo spettacolare tramonto che giunge alle 18:00 in punto, con il sole
che scende rapidamente sotto l’oceano, sulla nostra destra. Di
fronte all’orizzonte scorgiamo addirittura i grattacieli di Male
mentre alla nostra sinistra si vede benissimo Kuda Bandos. Il panorama
è magnifico e intorno c’è una tranquillità
e una pace solenni. La temperatura dell’aria è perfetta
e dell’acqua pure, non meno di 26 gradi: quasi non si sente differenza
entrando a fare il bagno o meno, una sensazione che qui in Sardegna
proprio non conosciamo poiché, se non in qualche rara giornata
di agosto, la temperatura dell’acqua è sempre abbastanza
più fredda dell’esterno. Anche la sabbia è bellissima,
bianca e fine, e intorno è pieno di palme e vegetazione che si
spingono sino in mare.
Torniamo in pochi metri al nostro bungalow ad asciugarci e ripercorriamo
il viale verso la reception per incontrare Loris. C’è un
bel po’ di gente e ne approfittiamo per un altro dissetante cocktail.
Nel frattempo ci vengono spiegati i particolari della vita qui a Bandos,
di cui ne riporto alcuni che ritengo più importanti:
- nell’isola non esiste praticamente moneta, tutto ciò
che viene speso è messo in conto alla stanza e si paga al chek-out;
- la pensione completa include tutti i pasti (tre al giorno: colazione,
pranzo e cena) esclusivamente al Gallery Restaurant, il più grande
fra i tre ristoranti dell’isola, che serve a buffet senza limitazioni,
tranne che per le bevande. Si può prendere una bibita a pasto
a testa o una bottiglia di acqua da un litro e mezzo a coppia. Gli alcolici
e quello che va oltre la prima bevanda si paga. Gli altri ristoranti
servono a menù;
- Il Sand Bar è il luogo principale di incontro per la vita notturna,
che ovviamente in un’isola come questa non offre granchè
svago (e preferisco di gran lunga che sia così). Si beve qualche
cocktail, si balla con la musica e una volta a settimana viene un gruppo
dal vivo a suonare;
- Per fare il bagno bisogna stare attenti a non farsi male contro la
barriera corallina, cosa molto comune per i più sprovveduti,
che risulta estremamente tagliente provoca allergie alla pelle. Conviene
sempre guardare bene dove si mettono i piedi in acqua e non tentare
mai di attraversare la barriera per andare dove non si tocca, se non
sfruttando gli appositi “passaggi” che sono tre in tutta
l’isola: uno di fronte al diving center, uno di fronte alla camera
191 e uno sul fianco del porticciolo per l’attracco delle barche.
Per i più esperti e se il mare è calmo, durante l’alta
marea, che coincide con le prime ore del mattino, si può riuscire
a “passare” sfiorando con la pancia la barriera corallina
anche da qualche altra parte. La visibilità sott’acqua
non è ottimale come in altri periodi, poiché ottobre coincide
con il periodo di riproduzione del plancton che crea un bianco pulviscolo,
ma allo stesso tempo, proprio per l’abbondanza di quest’ultimo,
è il periodo migliore per vedere una notevole quantità
di pesci grossi che si avvicinano alla barriera per nutrirsi;
- E’ vietato, come scritto anche nel menù del ristorante,
dare da mangiare ai pesci, nel rispetto dell’equilibrio ambientale;
- Le stanze vengono pulite tutte le mattine, lasciando l’apposito
cartello fuori dalla porta, e vengono cambiati i teli da mare;
- Alla fine del soggiorno si lascia la mancia all’addetto alle
pulizie della propria stanza, che è sempre la stessa persona,
così come sempre lo stesso è il cameriere che servirà
al nostro tavolo. Anche a lui spetta la mancia obbligatoria. Le altre
mance non sono obbligatorie ma come sempre ben accette, considerato
che lo stipendio del personale è basso e che loro vivono soprattutto
di questo;
- Al Diving Center di possono prenotare immersioni e corsi di ogni genere
e livello, intorno a Bandos o anche molto più lontano, e affittare
attrezzatura per snorkelling se non la si possiede a 8 euro al giorno.
Meno male che noi ce la siamo portata, la Lonely Planet ha consigliato
bene! Per i più avversi all’acqua che non vogliono comunque
perdersi lo spettacolo dei pesci tropicali, c’è la possibilità
di usare la Glass-boat, la barca con il vetro sottostante che fa il
giro dell’isola e permette di vedere il fondo marino. Per qualsiasi
problema c’è il centro medico specializzato, uno dei più
importanti di tutte le Maldive; vengono infatti qui anche dalle altre
isole a portare pazienti!
- Ci sono diverse attività e servizi usufruibili a pagamento
all’interno dell’isola, come la palestra, l’affitto
di canoe, il mini-club completo di tutto per lasciare i bambini, il
centro massaggi, la moschea e un internet-point per mandare email. Cosa
decisamente e onestamente consigliata anche da Loris, visto che una
telefonata dalla camera costa un occhio della testa! Non possono mancare
ovviamente anche i negozi dove lasciare lo stipendio in gioielli e souvenir
vari;
- Un altro aspetto importante sono le gite. Ce ne sono di vario genere
e sono tutte disponibili vicino alla reception. I vari cartelloni esposti
ne spiegano la tipologia e il prezzo; per prenotarsi basta inserire
il proprio nome nella lista entro la notte prima del giorno della gita
stessa;
- Infine, ma non meno importante, c’è Loris pronto e disponibile
qualunque cosa ci serva: è reperibile un po’ ovunque in
giro per l’isola o ai pasti.
Dopo tutte queste fondamentali spiegazioni, diamo appuntamento ai nostri
compagni Azemar alle 19:30 per la cena al Gallery Restaurant dove io
e Stefania arriviamo, tanto per cambiare, ultimi. La sala è grande
e spaziosa, ci sono parecchi posti ma sembra piena solo a metà.
Ci sistemiamo tutti e sei nello stesso tavolo in cerchio, aspettiamo
il cameriere per ordinate da bere e poi ci buttiamo sul buffet. Immenso,
succulento, mitico! Avevo letto vari commenti dal forum di Bandos (www.bandos.com)
sul fatto che si mangia benissimo, e confermo pienamente questa opinione.
Un lungo bancone attraversa tutta la stanza e, non bastando, c’è
persino un tavolo al centro con tutti i dolci, la frutta e le torte
più succulente che si possano immaginare. Nel bancone invece,
da sinistra verso destra, si trovano le verdure e insalate miste, poi
i pasti caldi con pietanze diverse per ogni giorno, che vanno dalla
pasta al pesce (soprattutto tonno, squisito, in tutti i modi cucinabili),
e piatti internazionali di diverse culture tra cui quella giapponese-cinese.
Essendoci molti clienti giapponesi a vista d’occhio, presumo che
le pietanze siano fatte anche tenendo conto di questo fattore (giustamente).
Inutile aggiungere che la cena è del tutto soddisfacente, anche
troppo: qua si rischia seriamente di metter su peso!
Dopo cena approfittiamo per fare una doverosa esplorazione dell’isola,
seguendo il vialetto che ne percorre il periplo. L’isola è
bellissima e ricca di angoli davvero indimenticabili per chi, come noi,
viene a visitare le Maldive per la prima volta. Ma persino Ambrogio
e Gabriella, che sono veterani essendoci stati già tre volte
in altri resort, confermano che Bandos ha delle caratteristiche uniche
nel suo genere: è più grande delle altre e si mangia divinamente.
Ci sono diverse tipologie di bungalow, alcuni più rustici e datati,
altri più nuovi, ma tutti molto carini, col giardinetto davanti,
il sentierino con le pietre per arrivare alla spiaggia, la vegetazione
e i fiori curati circostanti. Pur essendo di notte il viale è
ben illuminato e si notano molte stupende sfumature del luogo. C’è
un silenzio intorno poderoso, intervallato solo da tutto ciò
che vive naturale nell’isola, come i grilli, lo scroscio delle
foglie degli alberi al vento, il frangersi delle piccole onde dell’oceano
sulla spiaggia. Il tutto rende l’atmosfera assolutamente magica
e carica di emozioni, considerato anche che la presenza umana sembra
essere minima e quella che si percepisce non disturba affatto. Come
dicevo prima, il relax e la pace qui sono considerati seriamente. Mi
accorgo inoltre di un altro degli aspetti più interessanti e
apprezzabili dell’isola: non esistono né mosche né
zanzare né insetti strani! Questo è un altro fattore essenziale
per poter definire un paradiso! Ci sono però enormi pipistrelli,
ma quelli tanto volano alti tra le palme…
In poco più di venti minuti compiamo l’intero periplo di
Bandos, per niente noioso e anzi abbastanza variegato nei panorami.
Così sono dunque fatte le Maldive, ci aspetta una settimana indimenticabile.
Prima di andare a dormire non resta che dare appuntamento ad Ambrogio,
Gabriella, Patrizia e Doriana per domani mattina al Gallery Restaurant.
30/10/2003
– Il primo impatto nel reef dell’isola di Bandos
Ci svegliamo con calma alle 9:00 e andiamo a fare colazione al Gallery
Restaurant. Incontriamo i nostri compagni già intenti nel servirsi
a buffet tra le più disparate scelte disponibili. Io mi butto
su un buon succo di frutta (mai ottimo però come quello thailandese!)
e il classico toast con burro e marmellata. Poi assaggio una pasta molto
simile alle nostre, che ho già avuto modo di provare nello Sri
Lanka. Diamo un appuntamento ad un’ora imprecisata di fronte al
diving, per avere un punto di ritrovo comune.
Dopo una mezz’ora circa eccoci tutti sbragati in spiaggia a prendere
il sole. E’ una bella giornata limpida e i colori sono spettacolari.
La sabbia è accecante per il suo colore bianchissimo, il cielo
di un azzurro intenso e il mare, anzi l’oceano, diviso in due
tonalità di blu. E’ la prima volta che vedo finalmente
la barriera corallina così marcata: colore chiaro e trasparente
per i primi 40-50 metri dalla riva e poi via col blu profondo dove si
inabissa il reef.
Il diving centre è già di per sé una struttura
originale, con quel tetto spiovente in paglia e il palco sopraelevato
dove ci sono diversi tavolini per ristorarsi. Gli sdraio, qua come in
tutta l’isola, sono assolutamente liberi e non assegnati o riservati
al cliente. Ne prendiamo uno qualunque e lo posizioniamo di fronte al
mare per prendere un po’ di sole, con la dovuta crema protettiva
anti ustioni. Qua il sole picchia di brutto e c’è persino
gente che si fa il bagno con la maglietta addosso per lasciare coperta
la schiena durante lo snorkelling.
Non sembrano esserci molti turisti, siamo all’opposto del concetto
di calca e folla tipici per esempio di una spiaggia da noi in Sardegna
ad agosto o, peggio ancora, per eccellenza dell’immagine di quella
di Rimini. Non ci sono neanche ombrelloni perché per il fresco
ci si ripara sotto le palme, così come pure sono assenti i teli
da mare per terra, visto che quasi tutti usano gli sdraio. Eppure, ci
ha riferito il cameriere, il resort è pieno di clienti al 98%,
con 420 persone circa e altre più di 400 di personale, di cui
25 sono i cuochi! Una proporzione impressionante: c’è una
persona che lavora per ogni cliente dell’isola. E dove sono tutti?
Facendo con Ambrogio un calcolo approssimativo sul perimetro dell’isola
ed il numero dei turisti, scopriamo che ne vengono fuori 40 metri di
spiaggia a testa: anche questo un dato clamoroso! Se tutti fossero disposti
in modo eguale, avrei 40 metri di spiaggia tutti per me prima di incontrare
un’altra persona: ecco perché sembra non esserci nessuno!
Come conseguenza si ha la percezione, ovunque si guardi intorno, di
un senso di pace e di libertà che si trasforma in relax e che
rende tanto famose queste isole: adesso lo sento dentro di me! Il pensiero
di stare qui una settimana e annoiarmi, che mi aveva sfiorato prima
di partire, svanisce di fronte a questa intensa sensazione di trovarsi
realmente in un luogo paradisiaco, per la maggior parte naturale e per
un pochino aiutato e amplificato dall’uomo, che ne ha aggiunto
le comodità per goderlo.
Adesso manca solo un dettaglio fondamentale da scoprire: esplorare la
barriera corallina con i suoi pesci meravigliosi! Ambrogio e Gabriella,
che sono i più esperti e appassionati, indossano per primi maschera
e pinne e si lanciano all’avventura, seguendo il passaggio ben
visibile ad occhio nudo che porta dal diving oltre la barriera, di cui
ha accennato ieri Loris. Poco dopo li seguiamo anche io e Ste, immergendoci
nell’acqua calma dalla gradevole temperatura ambiente.
L’impatto è sconvolgente dal primo momento in cui il vetro
della maschera apre le porte al mondo sommerso. Già nell’acqua
di pochi centimetri una gran quantità di pesci di vario genere
scorrazza allegramente tra le strane e intricate forme della barriera,
dalla quale ci guardiamo bene di non toccare. Ci infiliamo nel passaggio,
caratterizzato da una pozza che si apre all’improvviso per un
paio di metri, poi l’acqua ritorna bassa e infine, eccolo là,
quello di cui avevo tanto sentito parlare e mi incuriosiva da morire:
il reef, lo strapiombo verticale che sprofonda negli abissi dell’oceano!
Impossibile descriverne l’emozione, fortissima anche per uno come
me che, pur non avendone mai vista una, pratica usualmente snorkelling
nei meravigliosi mari della Sardegna. Per Stefania, che è meno
esperta di me, è uno shock totale! La sensazione improvvisa di
passare da pochi centimetri d’acqua a non vederne più il
fondo, in una parete dai colori vivaci che sfuma nel blu più
profondo che pare ingoiare tutto, è pura adrenalina. Queste sono
le cose su cui si concentra l’attenzione per i primi minuti, poi
arriva il secondo shock: quello dei pesci! Una quantità sterminata,
un numero infinito di pesci tropicali di varie specie che nuotano indifferenti
alla nostra presenza. Pur rimanendo fermi, ne arrivano da ogni parte
perché i passaggi che oltrepassano la barriera non sono utilizzati
solo dall’uomo, ma anche da loro. L’ingresso di fronte al
diving diventa così un punto di incontro di migliaia e migliaia
di animali marini dai colori e forme più disparati, osservabili
nella loro attività dagli esterrefatti occhi dell’intruso
umano. Ci vorrà poco per farmi capire che il paradiso percepito
sull’isola maldiviana in realtà è niente in confronto
a quello che si vive qua sotto, dove la natura, come ripetono sempre
i documentari, ha messo in vita e creato il più complesso eco-sistema,
colorato quanto delicato, del pianeta. Non mi riferisco esclusivamente
alle Maldive ovviamente, ma alla barriera corallina in generale.
Il nostro primo snorkelling termina nello totale stupore di queste emozioni,
e non passa molto tempo prima di fare il secondo. Dopo tanta vita e
colori, stare sdraiati al sole sembra uno spreco di tempo. Così
rientriamo nuovamente, stavolta più alla nostra destra, percorrendo
un breve tratto di spiaggia in senso orario e arrivando all’altro
passaggio, quello di fronte alla camera 191. I passaggi si distinguono
facilmente anche dalla superficie e in ogni caso, una volta in acqua,
dalla boa che giace al largo, a cui è collegata una lunga corda
che usano i subacquei al rientro dalle immersioni per tornare a riva
senza essere sballottati dalle bombole nell’acqua poco profonda,
oppure in caso di mare mosso. Anche qui eccitazione ed emozione si fondono
nell’adrenalina di osservare tanta meraviglia. Tra tutti i pesci
tropicali, di cui sono totalmente a digiuno essendo per me la prima
esperienza, ne inizio a distinguere alcuni osservati sulla Lonely Planet
come: il pesce imperatore; il pesce pappagallo, così buffo nel
suo becco e così bello nei colori della sua livrea; diversi calamari
(beh ci sono anche in Sardegna questi!); alcuni pesce palla di diverso
colore; una miriade di banner fish, di cui non so la traduzione in italiano.
La mattinata si conclude con un altro po’ di sole ma il tempo
inizia presto a guastarsi. Alle 13:30 ci ritroviamo al Gallery Restaurant
per il pranzo, alquanto succulento e meritato dopo tali nuotate e consumo
di energie. Il pomeriggio spediamo un’email a casa dall’Internet
Point, dove ci accoglie una graziosa ragazza con un vestito che pare
un kimono, così gentile da offrirci gratis questo primo collegamento
di pochi minuti.
Poi torniamo in spiaggia, stavolta vicino alla nostra camera, dove ne
approfittiamo per mettere a segno un altro snorkelling spettacolare
e fare una bella passeggiata sulla spiaggia. Quest’ultima è
a tratti ricoperta interamente di vegetazione, soprattutto durante la
sera con la bassa marea, per cui si è costretti a passeggiare
nell’acqua bassa per qualche metro e superare l’ostacolo.
Allo stesso tempo, questa invasione di palme basse e vegetazione permette
una più “intima” privacy, poiché divide la
spiaggia in più parti creando a volte delle vere e proprie piccole
calette suggestive. Ciò non si nota vedendo Bandos dall’alto,
come tante altre isole delle Maldive, perché sembra che una lunga
unica lingua di sabbia ne compia il periplo da parte a parte. Invece
non è così, ed è ancora meglio.
La sera passa veloce e alle 19:30 siamo già nuovamente al Gallery
Retaurant con un buco nello stomaco pronti per la cena. Passando per
la reception, vediamo i menù esposti con i prezzi in dollari
(qui è tutto espresso nella moneta americana anche se i turisti
sono al 90% europei): ben 20 per il pranzo e 25 per la cena, meno male
che noi abbiamo la pensione completa!. Dopo cena facciamo una passeggiata
tra il negozietto di souvenir, che espone cose molto carine e artigianali,
e poi andiamo a bere un cocktail con Patrizia e Doriana al Sand Bar.
Stasera è proprio il giorno della settimana che c’è
musica dal vivo. Il gruppo locale è molto bravo ma canta canzoni
famose e moderne da ballare, non musica tipicamente maldiviana. Subito
dopo passeggiamo un po’ anche per il molo nella passerella in
legno appena illuminata, affacciandoci verso il basso dove tutti i turisti
guardano l’impressionante quantità di pesci che circolano
in tondo a vuoto. E’ bellissimo soffermarsi qualche minuto a guardarli,
l’atmosfera intorno è così tranquilla. Dopo un po’,
quasi per caso, si scorge un enorme sagoma longilinea che attraversa
gli altri pesci: è uno squalo! In pochi secondi ci passa sotto
i piedi e svanisce nel buio regalandoci una grande emozione: chissà
se riusciremo a vederlo nei nostri snorkelling!
31/10/2003
– Snorkelling e spiaggia
Mi sveglio diverse volte durante la notte, ad iniziare dalle 4 del mattino,
per via della pioggia a dirotto: non si preannuncia affatto una bella
giornata! Alle 8:30 andiamo a fare colazione con i nostri compagni,
e aspettiamo nella speranza che esca un po’ di sole. Purtroppo
niente da fare, così anziché andare in spiaggia ci accontentiamo
di fare un giro dell’isola nei soliti venti minuti.
Ci fermiamo un po’ a metà mattina nella stanza di Ambrogio
e Gabriella, la numero 277: è una vera suite! E’ molto
più grande della nostra, ha un soggiorno, una camera grandissima
e un bagno favoloso. Non capiamo il perché di tanta fortuna,
avendo preso il nostro stesso pacchetto viaggio, ma il sospetto è
che sia nel fatto che loro hanno detto che festeggiavano i 50 anni di
matrimonio e, avendo una stanza del genere libera, probabilmente sono
stati così gentili da mettergliela a disposizione!
Comodi nel divano, Ambrogio e Gabriella raccontano le loro precedenti
volte alle Maldive. La prima, negli anni settanta, giunsero qui che
stavano appena iniziando a creare questo tipo di turismo “esclusivo”.
L’aeroporto era una minuscola pista di terra battuta e per andare
alle isole si facevano ore e ore di barca. Adesso si vedono passare
spesso gli idrovolanti per i tragitti più lunghi. Inoltre, ovviamente,
c’erano pochi comfort e i resort erano più spartani, con
dei bungalow più simili a delle capanne che non a degli appartamenti
come oggi. Era il vero turismo alla Robinson Crusoe: avventuroso, intenso,
un po’ selvaggio. E soprattutto, la barriera era davvero una meraviglia
nei suoi colori. Ambrogio rimane alquanto deluso da quella vista oggi,
in gran parte morta e grigia. Purtroppo, come ci ha spiegato Loris,
il fenomeno di imbianchimento dei coralli è stato provocato non
tanto dall’uomo quanto da El Nino, passato qualche anno fa, alzando
la temperatura dell’oceano di qualche grado e provocandone la
moria. Trovo riscontro in questo anche nella Lonely Planet, che puntualizza
appunto sul delicatissimo equilibrio esistente tra i polipi e le alghe
di cui si nutrono. L’alzarsi della temperatura fa scomparire le
alghe che sono il principale elemento nutritivo dei polipi, i quali
ne risentono di conseguenza. Ci sono in ogni caso, comunque evidenti,
anche i segni di distruzione dell’uomo, per quanto riguarda numerosi
coralli spezzati e rovinati da scellerati e sprovveduti. Facendo dunque
un confronto, Ambrogio ci confida che per quanto riguarda i coralli
il Mar Rosso è rimasto pressoché intatto nella zona a
Sud di Hurgada e regala ancora uno spettacolo unico nei suoi colori.
Per quanto riguarda invece la fauna, pare che qui a Bandos ci sia molta
più attività e vita.
A mezzogiorno, visto il cielo ancora coperto e minaccioso, ci rassegniamo
sulla possibilità di prendere il sole, ma visto il mare calmo
non anche a quella di fare snorkelling. Entriamo così in acqua
senza peraltro trovare molta differenza tra sole o meno: la temperatura
è sempre perfetta, la visibilità buona e la vita sott’acqua
non si ferma certo se fuori è brutto tempo! Nei primi metri,
appena entrati dalla spiaggia, Ambrogio richiama l’attenzione
mia e di Ste su una gigantesca murena, che sbuca per un pezzo dalla
tana con la sua enorme testa. Me la ritrovo davanti all’improvviso
vicinissima e quasi mi viene un colpo, poi mi fermo ad osservare il
suo inquietante serpeggiare aspettando il momento propizio per una foto.
Ho portato da casa una machina fotografica subacquea usa e getta da
36 pose, che solo adesso mi rendo conto essere del tutto insufficiente.
Così mi riprometto di limitarmi al massimo, cercando di immortalare
una sola foto per ciascun migliore esemplare. Per fortuna c’è
Ambrogio, che invece ha portato la sua Canon Ixus digitale da 2 megapixel,
con tanto di custodia subacquea, che scopro essere magnifica e stupefacente
con una risoluzione nitida e priva di sgranature persino con la poca
luce del mondo marino.
Lasciamo la murena e proseguiamo per un po’ all’interno
della barriera. Mi soffermo su un magnifico, anche se piccolo, esemplare
di lion fish (pesce scorpione), per poi notare, pur con il loro colorito
trasparente, alcuni buffi pesci cornetta (o trombetta) svolazzare su
e giù a zig-zag. Più avanti ancora noto il grugnitore
orientale, caratterizzato da quelle strisce giallo-nere, l’azzannatore
a fasce orientale e il pesce chirurgo blu con il suo forte contrasto
giallo-blu da cui prende il nome.
Poi esco dal reef e questa volta cerco di superare velocemente l’emozione
di non vedere all’improvviso il fondo sotto di me, concentrandomi
su ciò che mi circonda e classificando rispetto a ieri una maggiore
varietà di pesci. Distinguo chiaramente diversi tipologie di
pesce balestra, i singolari pesci unicorno con quel nasone lungo lungo,
il labride lunare, i soliti banner fish a branchi da centinaia alla
volta, stupendi nella loro eleganza.
Ma la vera grandissima emozione arriva con il più grande e temuto
di tutti: lo squalo! L’eccitazione di ieri nel vederlo fuori dall’acqua
dal pontile svanisce di fronte all’averne uno per la prima volta
a pochi metri: impressionante, indimenticabile. Il più temuto
dei predatori marini è possente, agile e scattante e passa sotto
di noi silenzioso senza nemmeno considerarci. Ancora scioccato dal suo
materializzarsi all’improvviso alle nostre spalle, rimango immobile
ad osservarlo mentre si allontana, per poi inseguirlo per un breve tratto.
La sua velocità è decisamente superiore alla mia e così
lo vedo scomparire nel blu dell’oceano in pochi secondi. Anche
Stefania e Ambrogio l’hanno visto, ed emergiamo subito levandoci
le maschere per commentare l’episodio. Nonostante sia il pesce
più grande e pericoloso che finora abbia mai visto, devo dire
di non aver provato una sensazione di paura, soprattutto per il fatto
che ci è stato assicurato che le specie esistenti qui alle Maldive
sono innocue e non è mai avvenuto alcun incidente nei confronti
dei subacquei. Quel bestio di circa un metro e mezzo però dà
una scarica di adrenalina non da poco e ci vuole tempo per smaltirla!
Terminato lo snorkelling, ci asciughiamo in stanza e andiamo a pranzo.
Continua a piovere e così il pomeriggio lo passiamo tra i negozietti
a comprare cartoline e ancora una volta in camera di Ambrogio e Gabriella
prendendo un caffè.
Verso le 17 recuperiamo maschera e pinne e via un’altra nuotatina
tra i pesci con foto meravigliose. Stavolta facciamo il tratto che va
dalla spiaggia di fronte alla nostra camera, superando la barriera a
pelo della pancia stando attenti, fino ad arrivare al passaggio di fronte
alla camera 191. Un tragitto discreto. Il nostro scopo è riuscire
a compiere tutto il giro dell’isola, un pezzo alla volta, per
esplorare tutto il meraviglioso reef di Bandos.
E’ stupefacente inoltre realizzare che ogni qual volta si entri
in acqua a fare snorkelling si esca sempre con qualche avvistamento
nuovo. La Lonely Planet è del tutto generica e insufficiente
nella descrizione e nelle figure dei pesci, e non basta neanche il glossario
plastificato comprato nel negozio di souvenir che mi porto in acqua
per riconoscere le nuove specie. Il mondo sottomarino è estremamente
complesso!
Passa anche la serata, si va a cena (sempre meravigliosa e abbondante)
al Gallery Restaurant e si passeggia sul molo. Mi metto d’accordo
con Ambrogio per alzarmi presto e fare snorkelling alle prime luci del
mattino, che è l’ora migliore per vedere una gran varietà
di pesci. Prima di andare a letto torno allo shop per comprare una macchina
usa e getta subacquea, avendo quasi finito il rullino della mia ed in
preda alla disperazione di voler fotografare il grandioso sesto continente.
Mi costa la bellezza di 19 dollari, mentre a casa l’ho pagata
appena 8 euro: accipicchia!
1/11/2003
– Snorkelling e spiaggia
Ambrogio mi telefona puntuale alle 6:45 per il nostro snorkelling mattutino.
Stefania viene con me e ci incamminiamo con l’attrezzatura verso
la camera 191. E’ bellissimo uscire dalla stanza con solo il costume
addosso, scalzi, un paio di pinne in una mano, la maschera nell’altra
e la macchina fotografica al polso, passeggiando per questo paradiso
sapendo di andare a vederne un altro ancora più bello sott’acqua.
Alle 7 in punto entriamo in acqua, sempre tiepida, nel passaggio di
fronte alla 191 dirigendoci verso destra per un lungo tratto, fino ad
uscire dopo più di un’ora vicino ad una zona di diversi
pontili in pietra, che caratterizzano il lato nord di Bandos. Abbiamo
percorso un quarto di giro dell’isola, niente male! E ovviamente
le emozioni si sono susseguite una dietro l’altra, ad iniziare
dall’avvistamento di ben quattro squali in successione. Qualcuno
è arrivato di fronte e qualcuno alle spalle, ma stavolta non
mi sono lasciato cogliere impreparato e sono riuscito a fotografarli!
Così come pure ho fotografato gli immensi branchi di banner fish
buttandomi in mezzo a loro con assoluta discrezione. Nuotare con loro
è come volare in paradiso, non riesco a paragonare questa sensazione
a nient’altro che non sia questo.
Quello che mi accorgo essere fondamentali sono gli insegnamenti basilari
che mio padre mi diede fin da piccolo nelle nostre pescate subacquee.
Noi non apparteniamo al mondo sottomarino e perciò siamo degli
estranei. Siamo goffi e lenti e i pesci ci vedono lontano un miglio
qualunque gesto brusco proviamo a fare. L’unico modo per avvicinarli
è nuotare nell’acqua come un’astronauta vola nello
spazio: con calma, tranquillità, movimenti lenti e lineari per
smuovere meno acqua e soprattutto fare meno schiuma possibile. Tutto
deve essere fatto con estrema fluidità e linearità, dall’immersione,
alla respirazione, alla pinneggiata, all’avvicinamento di un pesce.
Con questi semplici accorgimenti si può arrivare a pochi centimetri,
a fotografare e persino a toccare gli splendidi esemplari che si hanno
di fronte senza troppi problemi. Purtroppo mi accorgo invece di altre
persone che incrociamo in acqua le quali sono ben lontane da aver capito
queste che per me sono comportamenti scontati, e fanno un casino tremendo
che spaventa il circondario nel raggio di decine di metri intorno! Magari
sono alle prime armi, magari hanno un po’ paura o sono impressionati,
però è comunque un modo disastroso per intraprendere lo
snorkelling. Per fortuna, di mattina presto non c’è quasi
nessuno in acqua e mi sembra un fatto insensato visto che risulta essere
l’ora propizia per gli avvistamenti. Molto meglio per noi a questo
punto!
La novità più grande infine, che non poteva mancare come
negli altri snorkelling, arriva con l’avvistamento di una tartaruga
marina. Bellissima, pacifica, grande quanto leggera, si destreggia egregiamente
sott’acqua che pare volare come una farfalla. Ce la fa notare
Ambrogio in pochi metri di profondità proprio al confine della
barriera, e stiamo con lei parecchi minuti fotografando ed ammirando
la sua eleganza. Altra sensazione indescrivibile. E’ in assoluto
l’animale marino che dimostra maggior tranquillità nei
confronti dell’essere umano, si lascia osservare senza mettersi
problemi di alcun tipo e ad un certo punto si avvicina talmente tanto
alla faccia di Ambrogio che sembra volerlo baciare! Ambrogio colto all’improvviso
la allontana con un gesto un po’ impaurito, sperando che non l’abbia
scambiato per qualche appetitoso spuntino…
Terminato questo ennesimo leggendario snorkelling, andiamo a fare colazione
alle 8 e mezza al Gallery Restaurant. Poi ci incontriamo al diving per
prendere un po’ di sole, ma purtroppo quella che sembrava stamattina
presto una splendida giornata muta in fretta, ancora una volta, in una
di pioggia. Stavolta come non mai il cielo si oscura pesantemente sopra
il mare con una gigantesca nuvola nera, e nel giro di pochi minuti arriva
il diluvio universale! Ci ripariamo sotto il tetto del diving e osserviamo
un po’ indispettiti la pioggia scrosciante: non possiamo certo
dire che il tempo ci stia graziando.
Torniamo un po’ in stanza a riposare e si fa ora di pranzo. Nel
pomeriggio spediamo un’altra email a casa e stiamo ancora in stanza.
Il brutto tempo persiste ma alle 16:30 ci immergiamo nuovamente per
un altro snorkelling. Stavolta rimaniamo tra il passaggio del diving
e quello della 191, tratto che iniziamo a conoscere molto bene avendolo
già fatto diverse volte. Noto come la corrente influenzi notevolmente
la vita dei pesci sott’acqua. Seguono quasi tutti sempre la stessa
direzione, quindi in senso orario o antiorario rispetto all’isola,
al confine della barriera. Capita così che seguendo la stessa
direzione dei pesci a volte se ne vedano di meno, mentre andando contro
corrente arrivano tutti di fronte un branco dietro l’altro: incredibile,
come andare contro mano in un autostrada è la stessa cosa! La
particolarità di questo snorkelling risultano essere i batfish,
ovvero i pesci pipistrello, elegantissimi nella loro forma piatta e
tondeggiante, grandi fino a mezzo metro e soprattutto curiosissimi.
Sono loro che si avvicinano a me e mi seguono! Mi diverto a nuotare
un bel po’ con questo branco di una decina di esemplari magnifici
a cui scatto diverse foto in assoluta tranquillità. Devo ammettere
però che trovare una buona inquadratura sott’acqua non
è per niente facile. Ogni minimo movimento sposta l’obiettivo
o il soggetto, e movimenti bruschi o soggetti troppo lontani rendono
la foto mossa o sfuocata. La luce e i colori poi sono tutti un’incognita.
Sono convinto che la maggioranza delle foto, non avendo esperienza in
questo campo, non usciranno proprio come le ho concepite, e forse non
usciranno per niente!
Vola veloce anche questa serata e alle 19:30 siamo già tutti
seduti al nostro tavolo per usufruire dell’ottimo buffet del Gallery
Restaurant. Ne approfittiamo per fare una chiacchierata e una foto con
uno dei responsabili del posto, un simpatico ragazzo singalese che parla
ben cinque lingue. E’ molto distinto e professionale nei modi
di fare, non si scompone affatto se non per i suoi cordiali sorrisi.
Catturiamo per un po’ anche Loris, che vediamo quasi sempre ai
pasti seduto in un tavolo in fondo con i suoi colleghi. Ci spiega la
situazione del personale di Bandos, che credo possa essere estesa anche
al resto delle Maldive. In linea di massima non sono ben pagati, recuperano
quando possono con le mance. Allo stesso tempo c’è di buono
che sono comunque ben trattati e non sfruttati. Addirittura Loris dice
che vengono considerati per alcuni aspetti quasi come veri clienti,
nel senso che l’alloggio, anche se non certo paragonabile a quello
dei turisti, è comunque pulito bene e comodo e si sta bene.
Dopo cena passeggiamo come di consueto facendo un giretto dell’isola,
che continua a rivelare con sorpresa nuovi angoli di una bellezza paradisiaca.
Poi lasciamo i nostri compagni e, prima di andare a dormire, ci fermiamo
sulla spiaggia prendendo due sdraio e ammirando le stelle che paiono
prendersi gioco di noi: ha piovuto tutto il giorno e adesso, di notte,
esce il bel tempo! La serata è magnifica, calma, romantica, rilassante.
All’orizzonte compaiono le luci di Male, dove domani abbiamo prenotato
la gita col dhoni, la tipica imbarcazione locale.
2/11/2003
– Visita della capitale Male: moschea, mercati locali, cimitero,
palazzo e uffici del presidente, negozi di souvenir.
Andiamo a fare colazione alle 8:00 in punto. Dopo brevi preparativi
raggiungiamo il molo alle 9:00 dove un dhoni, tipica imbarcazione usata
alle Maldive dai pescatori (e oggi ovviamente anche per scopi turistici),
aspetta i clienti di Bandos che, come noi, hanno prenotato la gita alla
capitale Male per 16 dollari a testa. E’ una bellissima giornata,
e questo invece di rallegrarci mette un po’ di tristezza apparendo
ai nostri occhi una beffa: proprio oggi che non andiamo in spiaggia
si decide a uscire il sole! Non torneremo a casa con un abbronzatura
invidiabile, questo è certo…
Saliamo nella barca e lasciamo lentamente il molo allontanandoci dall’isola,
che con i colori di oggi appare davvero spettacolare. Il tragitto dura
una mezz’oretta che scorre velocemente tra il meraviglioso oceano
indiano e le isole intorno. Anche l’attracco a Male è suggestivo,
con quei grattaceli che sembrano finire direttamente sul mare. Sembra
che l’isola stia scoppiando: è un clamoroso contrasto tra
il cemento della civiltà e il blu dell’oceano intorno.
Non c’è molta vegetazione e lo spazio è compresso
al massimo per le abitazioni. Pare che debbano costruire su un’altra
isola adesso, per ampliare il centro urbano che ormai ha raggiunto la
sua massima estensione.
Appena sbarcati nel porto, ci riuniscono in cerchio e veniamo divisi
per nazionalità. Ad ogni gruppo viene assegnata una guida, così
anche a me e Ste che risultiamo essere gli unici italiani. Iniziamo
a passeggiare per la città, attraversando la piazza principale,
molto bella e curata e uno dei pochi luoghi di verde e prato di Male.
La guida ci spiega che la città è tagliata in due da alcune
vie principali, la quale più lunga è di appena 2 Km. Tale
è dunque il raggio dell’isola.
Il sole è davvero forte e fa un caldo tremendo. Per fortuna le
tappe sono tutte vicine e si cammina poco. La prima è la Moschea
nuova: moderna, di un bianco accecante, una struttura ben curata. Per
entrare però bisogna essere scalzi e non si possono avere le
gambe scoperte: così, avendo i pantaloncini corti, sono costretto
ad indossare un buffo pareo che viene dato in loco. Stefania non ci
pensa due volte ad immortalarmi vestito in questo modo! Visitiamo l’interno
della Moschea, un’esperienza totalmente nuova per me visto che
è la prima volta che ne vedo una. Grande, spaziosa, luccicante:
questi sono gli aggettivi che mi vengono in mente per descriverla. Il
pavimento pare appena lustrato!
Proseguiamo l’itinerario passando di fronte al mercato del pesce,
che apre più tardi, quindi a quello della frutta che invece è
già nel pieno dell’attività. E’ un capannone
al chiuso, con le bancarelle dai colori vivaci ordinate in appositi
box, molto più simile ai nostri piuttosto che a quelli orientali.
Così pure le strade appaiono scrupolosamente pulite e curate,
un particolare che mi colpisce molto. Probabilmente l’influenza
mussulmana si vede anche da queste cose. C’è anche parecchio
traffico, e mi chiedo quale senso può avere comprarsi l’auto
alle Maldive per poter circolare esclusivamente su un’isola piatta
larga due Km attraversabile in mezz’ora a piedi! Non mi stupisce
affatto invece vedere intere vie ricoperte da motorini parcheggiati
e biciclette.
La prossima meta è la moschea antica ed il cimitero, del quale
la nostra guida spiega la differenza nella punta delle tombe per poter
riconoscere gli uomini dalle donne. Passiamo anche un giardino dove
c’è un museo di oggetti antichi, dove ci viene indicata
con non poca ironia la “montagna” più alta dell’isola:
un piccolo cumulo di terra alto poco più di me, di circa due
metri in tutto!!! Questo per sottolineare quanto siano piatte le Maldive.
Durante la camminata ci soffermiamo ad osservare dalla strada anche
il palazzo e gli uffici del Presidente, dopodiché in ultimo veniamo
accompagnati in un negozio di souvenir. A questo punto la guida ci lascia
dandoci il tempo di fare gli acquisti e dicendo di tornare fra un’oretta.
Osserviamo un po’ gli articoli proposti e i prezzi: c’è
davvero una vasta scelta di qualunque cosa, molti oggetti particolari
e carini, però notiamo che i prezzi di partenza sono decisamente
alti. Alcune cose costano addirittura più che a Bandos, dove,
essendo nel resort in totale monopolio, davamo per scontato di trovare
prezzi esageratamente meno convenienti. Facciamo comunque i nostri acquisti,
scegliendo due belle magliette con i pesci tropicali, un portachiavi,
delle calamite con disegnato surf e tartaruga. Alla cassa poi spendiamo
dieci minuti buoni per far scendere il prezzo. Anche qui la contrattazione
è il metodo usuale di compravendita per i turisti!
All’uscita dallo shop non vediamo la nostra guida ma un ragazzo
che ci invita a salire nel negozio a fianco. Un po’ titubanti
alla fine saliamo e scopriamo che qua si compra già meglio rispetto
dell’altro. Ci sentiamo un po’ raggirati e scopriamo a nostre
spese che evidentemente i sotterfugi e le percentuali sono attività
saldamente affermate anche qui alle Maldive. Il fatto che la guida ci
abbia lasciato nello shop a lato stranamente più caro non è
certo un caso.
Piuttosto indispettiti usciamo dal negozio e senza aspettare la guida
ci dirigiamo verso il porto, visto che si sta facendo ora di rientrare.
Passeggiare da soli per Male da turisti assume subito un altro aspetto.
Persone di ogni genere ed età si avvicinano a lasciare biglietti
da visita e a chiederci di andare nel loro locale, il che inizia ad
essere irritante. All’improvviso il relax e la pace di Bandos
svaniscono e mi sembra di essere tornato per le strade dello Sri Lanka!
Entriamo di sfuggita in un ultimo negozio di articoli artigianali, dove
compro un quadretto che mi ricorda la spiaggia di fronte alla nostra
camera con vista su Kuda Bandos, e poi fuggiamo verso il porto.
Troviamo il nostro Dhoni che aspetta di portarci indietro in paradiso,
nella nostra amata Bandos! Appena lasciata Male ci viene detto che la
piccola isola di fronte, che appare bella come tutte le altre, è
in realtà il carcere. Chi l’avrebbe mai detto?
Rientriamo giusto in tempo per il pranzo alle 13:30 e passiamo il pomeriggio
in spiaggia. Il cielo si sta di nuovo annuvolando, e dire che stamattina
era così bello! Facciamo un altro stupendo snorkelling tra il
diving e il passaggio della 191, che risulta sicuramente il tratto più
breve e comodo per entrare in acqua. Tra le meraviglie di questa volta
mi colpiscono molto i pesci angelo, i pesci farfalla e nuovamente gli
splendidi pesci pipistrello.
Ultimiamo i nostri acquisti alle Maldive prima di cena comprando un
bellissimo album fotografico nello shop di Bandos, non avendone trovato
uno paragonabile a Male ed allo stesso prezzo di 25 dollari, ed una
maglietta con due magnifici banner fish disegnati. A questo punto non
ci resta che il Gallery Restaurant ed una passeggiata notturna per chiudere
in bellezza un’altra giornata passata alle Maldive.
3/11/2003
– Snorkelling e spiaggia.
Ambrogio mi chiama in stanza puntuale alle 6:45. Oggi tentiamo un altro
mitico snorkelling alle prime luci del giorno, partendo dallo stesso
punto dove siamo arrivati l’altro ieri, e proseguendo il giro
dell’isola in senso antiorario. Ci diamo appuntamento di fronte
al pontile e per arrivarci mi tocca attraversare tutta Bandos, essendo
dalla parte opposta al mio bungalow. Stefania è stanca e rimane
a dormire, così ci ritroviamo io e Ambrogio da soli, armati delle
nostre macchine fotografiche subacquee pronti all’avventura!
Non ci vuole molto infatti perché questa arrivi. Dopo pochi minuti,
appena superata a pelo la barriera corallina non essendoci un apposito
reale passaggio dai pontili, scorgiamo con nostra enorme meraviglia
i più grandi squali mai visti fino ad ora. Sono due per l’esattezza,
che girano in coppia, di circa due metri di lunghezza ma soprattutto
molto grossi di circonferenza, e in più un altro di un metro
e mezzo simile a tutti quelli visti nei giorni precedenti, che in confronto
appare un cucciolo. E magari lo è davvero. Rimaniamo pietrificati
per parecchi secondi: vedere tre squali tutti in una volta e per giunta
di queste dimensioni non capita davvero tutti i giorni nella vita a
persone come noi che non praticano subacquea! La cosa più incredibile
è che a differenza degli altri, questi rimangono proprio intorno
a noi passando e ripassando diverse volte sotto i nostri occhi. Riesco
così a seguirli per lunghi tratti, immergendomi in apnea e avvicinandomi
ad una distanza di circa due metri, scattando bellissime foto. E’
un’emozione unica e fortissima, mi pare ad un certo punto quasi
di giocarci, un po’ come ho fatto per la tartaruga. Questi però,
sono squali è meglio non dimenticarlo!
Dopo una decina di minuti proseguiamo il nostro tragitto sempre a ridosso
dello strapiombo della barriera corallina, lasciando gli squali alle
nostre spalle. Passano pochi minuti, ed eccoli di nuovo rispuntare!
Ci stanno seguendo o andiamo nella stessa direzione? Noto con stupore
che nuotano tranquillamente nell’acqua bassa fino a neanche un
metro di profondità, e mi butto ancora al loro inseguimento per
diversi minuti. Nonostante sia sicuro della loro non pericolosità,
ammetto di provare una profonda una sensazione di timore e di profondo
rispetto per questi magnifici predatori dell’oceano. Vederli nuotare
sott’acqua è stupendo, indescrivibile: hanno un’eleganza
ed una potenza nei movimenti eccezionale!
Abbandonati definitivamente gli squali, proseguiamo il nostro snorkelling
in un tratto di barriera unico di Bandos. Il reef qui è inquietante
e spaventoso: si inabissa tremendamente sotto alcuni lastroni a più
piani, creando tra l’uno e l’altro delle buie enormi cavità,
sicuramente ottimali per essere usate come tane per pesci di qualunque
dimensione. Osservo esterrefatto e carico di adrenalina questo indimenticabile
paesaggio sotto di me mentre lo attraverso pinneggiando.
Giungiamo al termine di questo fantastico snorkelling appena prima del
porto, dove c’è il terzo passaggio dell’isola, sicuramente
il meno frequentato proprio perché molto lontano dagli altri
due. Abbiamo percorso un tragitto davvero notevole in un’ora e
dieci di nuoto!
Torno in stanza e insieme a Stefania andiamo a fare colazione. Le racconto
degli squali e promettiamo di rientrare in acqua a metà mattinata.
Verso le 9:30 andiamo in spiaggia con gli altri. Stefania, Doriana e
Gabriella prendono il sole con gli sdraio nell’acqua sempre tiepida,
pratica comune dei turisti qui a Bandos, mentre Ambrogio va a fare un
altro snorkelling con Patrizia, che ha imparato grazie a lui le meraviglie
di nuotare sott’acqua con maschera e pinne. Nonostante la sua
iniziale titubanza e paura, una volta indossata la maschera e osservato
il paradiso dei pesci tropicali, si è lanciata anche lei nell’esplorazione.
Alle 11:30 è il turno mio e di Stefania. Passeggiamo per raggiungere
l’entrata al diving dove stavolta, anziché nuotare in senso
orario per raggiungere il vicino passaggio della camera 191, siamo intenzionati
ad andare in senso antiorario verso il porto. E’ l’unico
tratto che mi manca per completare il periplo di Bandos, avendo già
percorso tutto il resto dell’isola un pezzo alla volta. Incontriamo
Ambrogio e Patrizia, i quali ci dicono di aver fatto lo stesso percorso
ed essere usciti dal pontile prima del porto stando un po’ attenti
alla pancia per l’acqua bassa.
Iniziamo il nostro snorkelling lasciando alle nostre spalle il diving.
L’acqua punzecchia, delle volte in modo assai fastidioso, e c’è
molto pulviscolo. Abbiamo avuto questo problema anche in altri snorkelling,
probabilmente è collegato alla grande quantità di plancton
presente ad ottobre.
Il tempo è instabile come quasi tutti i giorni che abbiamo passato
qui alle Maldive: c’è il sole ma all’orizzonte si
scorgono pesanti nuvoloni. Il mare comunque è sempre calmo. Dopo
circa tre quarti d’ora assistiamo ad un cambiamento radicale.
Il cielo si oscura pesantemente e appena il porto diventa visibile di
fronte a noi inizia a diluviare, talmente forte da sentire fastidio
sulla schiena mentre sto con la testa sotto a guardare il fondo. Arriva
un vento improvviso, il mare si increspa notevolmente e la visibilità
sparisce del tutto: non riusciamo più a vedere Kuda Bandos che
un attimo fa era proprio di fronte a noi nitidissima.
Ai nostri occhi si presenta così in appena dieci minuti uno scenario
apocalittico e inizia la paura. Il primo impulso è ovviamente
quello di uscire verso la riva, come avremmo fatto in qualunque spiaggia
del Mediterraneo, ma sappiamo bene entrambi sia io che Ste che qui alle
Maldive significherebbe sfracellarsi sulla barriera corallina! E’
pazzesco, perché la spiaggia dista neanche cinquantina di metri,
ci basterebbe solo qualche minuto per arrivarci. Discutiamo nel bel
mezzo della tempesta con la testa fuori dall’acqua, cercando di
capire quale sia la cosa giusta da farsi il più in fretta possibile,
prima che la situazione degeneri. Tornare indietro è fuori discussione,
siamo troppo lontani dal diving e stanchi. Avanti a noi c’è
il porto con il passaggio ma si vedono arrivare da là onde alte
qualche metro che si schiantano sul molo. Optiamo così per tentare
l’uscita dal pontile che sta vicino a noi, che hanno sfruttato
anche Ambrogio e Patrizia appena un’ora fa. Ma come ci avviciniamo
alla barriera, il risucchio provocato dal frangersi delle onde rende
la visibilità pari a zero e veniamo sballottati da una parte
all’altra. La situazione si fa critica e stiamo per entrare nel
panico, il peggior nemico dell’uomo nelle situazioni pericolose.
Cerco di calmare Stefania che vuole uscire a tutti i costi e la convinco
che passare da qua è troppo rischioso! E’ incredibile pensare
che sono in piedi, senza pinne (causa una bolla sul piede per i troppi
snorkelling di questi giorni!) nell’acqua poco più di un
metro di profondità con la riva a qualche decina di metri di
distanza e non possa uscire! Tutta la situazione sembra essere un gigantesco
paradosso.
Torniamo nell’acqua alta al di là della barriera perché
almeno qui la visibilità è maggiore e le onde non sono
alte. Siamo stanchissimi ma la soluzione migliore, riflettendo in maniera
lucida, è rimanere proprio qui in acqua aspettando che passi
il temporale, che in genere non dura più di mezz’ora. Capisco
però anche il panico di Stefania che vuole assolutamente uscire
e così decidiamo di andare avanti per raggiungere il passaggio
oltre il porto. Con enorme dispendio di energie, dato che siamo esattamente
controcorrente e io sono persino senza pinne, riusciamo dopo un quarto
d’ora circa a percorrere un tragitto che avremmo fatto normalmente
in un paio di minuti e raggiungiamo l’imbocco del piccolo porticciolo
di Bandos.
A questo punto c’è un altro pericolo, ovvero le barche,
ed immagino certamente che il più imprudente dei nuotatori non
si sognerebbe mai di passare di fronte all’entrata di un porto!
Ci guardiamo bene intorno e per fortuna non paiono esserci imbarcazioni
in movimento. Attraversiamo così per un tratto l’imbocco
del porto e lì mi coglie un naturale lampo di genio: visto le
onde che si vedono oltre il molo, che rendono di sicuro un’impresa
rischiosa l’uscita anche se sappiamo esserci il passaggio, poiché
la visibilità sarà comunque nulla, convinco Ste ad uscire
proprio dal porto, dove l’acqua ovviamente è calmissima.
Facciamo così qualche metro ed ecco la nostra salvezza: protetti
dai moli percorriamo tutta la lunghezza del porto fino al nostro amato
ponticello in legno, dove la sera veniamo ad osservare i pesci. Siamo
sfiniti ma salvi. L’acqua del porto poi è praticamente
pulita e trasparente, non certo come si usa immaginarla nei nostri.
Rimaniamo allibiti dal fatto che due ragazzi del personale di Bandos,
che hanno visto affacciati al pontile il nostro rocambolesco arrrivo,
dicano che non si può fare snorkelling qua perché sia
pericoloso. Il troppo relax deve averli rincitrulliti un bel po’:
non si vede in che condizioni siamo? E che fuori c’è una
tempesta e stiamo uscendo in assoluta emergenza? Il bello è che
non si degnano neanche di aiutarci e sono costretto a spingere Stefania
dal basso per salire sugli alti gradini in legno della passerella con
uno sforzo immane. Sdegnati da questo atteggiamento remissivo, rientriamo
in stanza distrutti da questa pericolosa esperienza, sicuramente da
non dimenticare.
Ancora rintontiti, andiamo al Gallery Restaurant a pranzare, passando
proprio di fronte a dove mezz’ora fa stavamo annaspando nel mare
in tempesta: adesso è già molto più calmo e sta
uscendo un po’ di sole, incredibile! I nostri compagni ci attendono
un po’ preoccupati, non avendoci visto tornare più in spiaggia.
Gli raccontiamo così la disavventura lasciandoli a bocca aperta!
La nostra bravura è stata quella di non esserci fatti prendere
dal panico e la fortuna ci ha aiutato. Sicuramente d’ora in poi
ci penseremo due volte prima di percorrere lunghi tragitti senza essere
sicuri che il tempo regga!
Verso le 15:00 andiamo nella stanza di Ambrogio e Gabriella a fare un
po’ di “salotto”, visto che il cielo si è di
nuovo coperto. Poi facciamo un po’ di shopping nel negozio di
souvenir comprando qualche portachiavi di legno a forma di pesce ed
una collana, e spediamo un email nel vicino Internet Point. Infine ci
riposiamo nella nostra stanza stanchi e assonnati.
Verso le 18:00 usciamo nuovamente con l’ombrello per una passeggiata,
incontrando al diving i nostri compagni. Gabriella si offre gentilmente
per fare a me e Ste delle riprese: finalmente insieme almeno una volta
nei ricordi! Si adopera proprio come una regista e ne esce un filmino
stupendo! Durante il solito periplo di Bandos, ci fermiamo incuriositi
in spiaggia ad osservare dei paguri e dei granchietti buffissimi che
scorrazzano da un buco all’altro, e poi camminiamo sopra il molo
di pietre scoprendone altri tra gli scogli veramente grossi!
Per concludere la giornata, beviamo un coktail al Sand Bar e ci straffoghiamo
al buffet della cena: oggi abbiamo molte energie da recuperare!
4/11/2003
– Il taglio del pesce chirurgo. Kuda Bandos.
Ambrogio mi chiama al telefono della stanza, spaccato come un orologio
svizzero, per quella che ormai è diventata la nostra “missione”.
Stefania, vista la brutta esperienza di ieri, preferisce rimanere a
dormire ma io non posso sottrarmi dal vedere i miei amati pesci tropicali.
Esco e raggiungo Ambrogio al pontile a fianco al porto, dove saremmo
dovuti uscire ieri se non fosse arrivata la tempesta. Dobbiamo rifare
esattamente lo stesso percorso all’inverso ed arrivare fino al
diving. Devo dire la verità: è una sensazione stranissima
trovarsi nello stesso punto in cui ieri, in qualche modo, ho rischiato
grosso. Mi guardo intorno e non riconosco niente di ciò che si
vedeva: è una splendida giornata, il mare è piatto, Kuda
Bandos è di fronte a noi con dei colori meravigliosi e del diluvio
universale di ieri non c’è alcuna traccia!
Appena superata la barriera, mi cimento ad osservare con attenzione
il fondo e noto come uno scoglio che si muove a diversi metri di profondità.
Ci vuole qualche secondo per mettere a fuoco e riconoscere quella magnifica
tartaruga marina che adesso sale in superficie. Chiamo subito Ambrogio
e rimaniamo intorno a lei per diverso tempo: è la seconda che
vediamo, assolutamente stupenda!
Più avanti attraversiamo degli branchi infiniti di migliaia di
banner fish: buttarcisi in mezzo a nuotare è indimenticabile!
Vediamo anche qualche squalo e qualche pesce pipistrello, nonché
numerosi pesci pappagallo dalla bellissima livrea blu-verde, che beccano
il corallo sul fondo con quel caratteristico suono che i primi giorni
non riconoscevo.
Ad un certo punto, durante un’incursione in un branco di banner
fish, sento un colpo sotto il piede destro, come se avessi urtato violentemente
contro uno scoglio. Sono senza pinne e quindi mi guardo intorno preoccupato
di non aver toccato del corallo, ma non è possibile: sono nell’acqua
altissima! Un altro urto doloroso mi fa ritrarre bruscamente il piede
e circondato da centinaia di pesci non ne capisco la provenienza. Esco
dal branco e mi vedo un bestio dalla brutta faccia, di circa mezzo metro,
che dal fondo si dirige velocemente verso di me puntando dritto ai miei
piedi!!! Li scuoto ancora una volta e lui devia bruscamente, all’ultimo
momento, scansandosi. Poi parlo con Ambrogio che ha visto tutta la scena
e conferma che è stato proprio il bestio a venirmi addosso. Si
mette anche un a ridere visto che in effetti tutta la situazione appare
quasi una barzelletta! Mi guardo attorno e vedo il pesce che continua
a seguirmi sul fondo, e diverse volte, forse una decina, sale all’improvviso
puntandomi per poi scansarsi al mio gesticolare. Ad un certo punto lo
minaccio persino con la macchina fotografica, tra le risate incredule
di Ambrogio. E’ una situazione comica ma allo stesso tempo irritante,
non ho fatto niente a questo pesce e non capisco perché ce l’ha
con i miei piedi! Mi guardo sotto e vedo due lunghi tagli sotto la pianta,
deducendone che quei colpi che ho sentito probabilmente erano i morsi
di quel disgraziato essere. Osservo un subacqueo che mi supera, anche
lui senza pinne, e il pesce si accanisce anche contro i suoi piedi:
allora è un vizio!!!
Usciamo al diving scherzando e ridendo con Ambrogio di questa che sicuramente
diventerà la cosa più divertente da raccontare in giro
agli amici. Presto però mi accorgo che i due tagli diventano
una cosa molto più seria di quel che sembrava. Intanto sono fastidiosissimi
poiché, attraversando di lungo la pianta del piede fino all’alluce,
ad ogni passo che metto in terra sono dolori, sotto il peso del corpo!
Poi sanguinano anche, per cui, pensando al morso di un pesce che di
cui ignoro la specie, ritengo necessario e doveroso farli vedere da
un medico.
Me lo confermano anche i miei compagni a colazione, mentre con Ambrogio
raccontiamo vivacemente la comica scena durante lo snorkelling. Alle
10:00 in punto, orario di apertura del centro medico, mi avvicino con
Stefania e Patrizia, la quale ha riportato in questi giorni delle bolle
allergiche sul ginocchio appoggiandosi al corallo. Mi riceve una dottoressa
gentile che mi fa accomodare sul lettino. Le spiego l’attacco
del pesce ma lei pare incredula: non possono essere morsi perché
sono tagli di netto. Mi chiede diverse volte se sono passato sul corallo
ma continuo a ripeterle di essere sicuro che si trattasse di un pesce
e che ero sull’acqua alta. Comunque mi medica con un disinfettando
molto forte e mi fascia la ferita. Niente bagno di sicuro per oggi,
forse domani si può tentare.
Poi mi mostra un poster con le varie tipologie di pesci e mi indica
il “chirurgo”, chiedendomi se fosse quello che ho visto.
Già, è proprio lui!!! Mi spiega dunque che non sono morsi,
ma la sua spina dorsale, particolarmente tagliente, che usa come arma
di difesa o attacco: non a caso, si chiama per l’appunto pesce
chirurgo! Non si finisce mai di imparare. E questa lezione costa cara:
40 dollari sul conto, di cui 25 per la visita e 15 di medicazione. URKA,
che mazzata! Per fortuna a Patrizia dice solo di usare una pomata senza
visitarla, altrimenti sarebbero dolori anche per lei!
Raggiungiamo in spiaggia gli altri raccontando tutto. Sono un po’
contrariato per la cifra, ma soprattutto per il fatto di non poter fare
più bagni e per dover camminare dolorosamente zoppicando, proprio
oggi che finalmente c’è il sole. Ne approfitto comunque
per fare foto e riprese alle ragazze che si godono lo sdraio in acqua
chiacchierando.
Per il pomeriggio io e Ste abbiamo prenotato la gita a Kuda Bandos,
ma anche stavolta i nostri compagni non ci hanno seguito. Alle 15:00
raggiungiamo il pontile, dove un Dhoni carica qualche turista e parte
alla volta della piccola isola disabitata di fronte a Bandos. Il tragitto
dura appena un quarto di ora ed è piacevolissimo. L’attracco
al molo poi è spettacolare, con dei colori del mare e della spiaggia
stupefacenti, ancora più belli di Bandos! Sembra davvero di scendere
in paradiso: un’isola tropicale disabitata tutta per noi, circondata
da una sabbia fine bianco-accecante e da un azzurro strepitoso e cristallino
che la circonda.
Scattiamo qualche foto nella roccia che dà il benvenuto ai turisti,
sotto alte e magnifiche palme, e dopo una breve passeggiata per la spiaggia
ci fermiamo a prendere il sole. E’ tutto assolutamente meraviglioso
e perfetto, non c’è molto altro da aggiungere. Il cielo
azzurro e la luce solare rendono finalmente quei colori che in questi
giorni non eravamo ancora riusciti a vedere. Il mare è una tavola
e Stefania ne approfitta per fare subito una nuotata, purtroppo da sola:
mi piange il cuore dovermi accontentare di riprenderla mentre io sono
immobilizzato con il mio piede fasciato! Tutta la situazione (a parte
l’infortunio) mi ricorda fortemente il giorno in cui in Thailandia,
esattamente un anno fa, siamo andati nell’isola deserta di Koh
Phoda: anche là sabbia bianchissima, pace divina, tante palme
e mare piatto, anche se non così cristallino come questo delle
Maldive, bisogna ammetterlo.
Faccio conoscenza con una ragazza italiana, che mi chiede di scattarle
una foto col suo ragazzo greco. Si sono sposati e sono in viaggio di
nozze. Alloggiano a Paradise Island e anche loro si sono trovati benissimo.
Appena sento il prezzo che hanno pagato per una settimana in mezza pensione
mi vengono i brividi: praticamente quanto noi, per lo stesso pacchetto
di due settimane Sri Lanka- Maldive in pensione completa!!! Me ne guardo
bene ovviamente dal dirlo per non rovinarle il viaggio di nozze…
Dopo un po’ di relax al sole facciamo una passeggiata (per me
dolorosa!) attraversando in lungo e largo l’isola, scoprendo che
è effettivamente molto più piccola di Bandos. Ci sono
alte palme ovunque e diverse costruzioni usate per le feste e i banchetti
che organizzano da diversi resort nelle isole vicine, a partire dal
nostro che propone pesca e cena sul posto. La parte nord di Kuda Bandos,
da cui si vede perfettamente Bandos, risulta essere meno attraente comunque
di quella meridionale, dove la spiaggia è migliore e più
grande.
Pare non esserci più nessuno: gli altri turisti sono andati via
prima, e giriamo per questo bellissimo paradiso del tutto indisturbati!
Il sole inizia a calare velocemente, e dopo aver preso gli ultimi raggi
abbronzanti prima dell’arrivo dell’ombra delle alte palme,
torniamo al molo ad aspettare il nostro dhoni. Scopriamo così
che in realtà non eravamo proprio soli: c’era anche un’altra
coppia di turisti. Quattro persone in tutta l’isola!
Lasciamo malinconicamente Kuda Bandos e rientriamo giusto in tempo per
goderci il nostro ultimo spettacolare tramonto alle Maldive, dato che
domani si torna a casa. Iniziamo a preparare qualcosa nelle valigie,
andiamo a cena e poi ci dedichiamo agli ultimi (e stavolta davvero gli
ultimi!) regalini da portare a casa: due splendidi e colorati parei
per Stefania, ed una cornice fotografica in legno con i pesciolini tropicali,
più il poster mitico di Bandos vista dall’alto per me!
Passiamo anche alla reception a fare il check-out, e prima di andare
a letto diamo appuntamento ad Ambrogio per alzarci domani mattina presto
a mettere in atto il nostro ultimo snorkelling.
5/11/2003
– Ultimo snorkelling. Viaggio di rientro.
Ci troviamo io e Stefania alle 7:00, puntuali come le altre mattine,
di fronte al diving con Ambrogio. Optiamo per una nuotata tranquilla
fino al passaggio della camera 191, per concludere in bellezza alle
Maldive. Per fortuna il piede non mi fa male in acqua e riesco a nuotare
tranquillamente, anzi, mi muovo molto meglio che sulla terra ferma.
Stamattina è una giornata parecchio attiva nel mondo sottomarino:
ci passa sotto gli occhi di tutto e di più, compresi numerosi
squali. Non riesco ancora a credere che fra qualche ora dovrò
abbandonare questo fantastico paradiso sommerso, così vitale
e colorato, che ha rappresentato per me un’esperienza sconvolgente.
Mi accorgo che la mia capacità visiva e di concentrazione nello
snorkelling è aumentata notevolmente, passando dalle primordiali
adrenaliniche emozioni della vista della barriera corallina, ad una
più attenta e accurata ricerca dei particolari e delle forme
di vita.
Stavolta, le assolute novità si incarnano in un magnifico esemplare
di polpo e nella possente aquila di mare. Il primo lo scovo mimetizzato
perfettamente tra i coralli e rimango ad osservarlo per parecchio tempo,
mentre cambia clamorosamente forma e colori all’istante spostandosi
lentamente sul fondo. La seconda mi arriva incontro alla profondità
di circa cinque metri e riesco a seguirla solo per un breve tratto.
Con un apertura alare di un paio di metri, inquietante nella sua enorme
testa che la distingue facilmente dalle altre specie simili (tipo razza
e manta), la sua eleganza e possanza nel muoversi la rendono davvero
temibile, nonostante alla fin dei conti non sia certo tra i pesci più
pericolosi. Raggiungo Ambrogio e Stefania, che erano più avanti
rispetto a me, e scopro con piacere che l’hanno vista anche loro.
Stefania è rimasta proprio scioccata da quel gigantesco essere!
Finito lo snorkelling andiamo a fare colazione, poi torniamo in stanza
a chiudere le valigie. Il brutto tempo, persino oggi che dobbiamo andare
via, non si risparmia e ci scoraggia dall’andare in spiaggia.
A mezzogiorno lasciamo la stanza e andiamo a pranzare, poi facciamo
un bel giro di tutta l’isola, nonostante i vestiti addosso facciano
parecchio caldo. Non possiamo lasciare Bandos senza rivederla tutta
almeno una volta! Scatto le mie ultime foto e alle 14:00, impietosamente,
la nostra imbarcazione ci aspetta per accompagnarci all’aeroporto.
Lo stacco dall’isola sembra davvero una tragedia, e poco ci manca
che non cadano le lacrime: cosa che non è avvenuta nemmeno per
lo Sri Lanka. Tanti pensieri, come alla fine di ogni viaggio, passano
per la testa, ma una cosa in questi casi è sempre certa: la profonda
voglia e convinzione di fare di tutto per poter tornare!
Alle 16:45 parte il nostro volo da Male per Milano. Inizia il calvario
di un altro lungo giorno di rientro. Dal finestrino osservo esterrefatto
una delle tante isole delle Maldive circondate dalla barriera corallina,
cosa che non ho potuto fare all’andata: è pazzesco vederle
da questa altezza! Durante le prime ore mi guardo gli ultimi film del
momento: “La leggenda degli uomini straordinari” e “Charlie’s
Angels – Full Throttle”, e poi mi lascio andare ad un sonno
profondo.
Alle 21:45 atterriamo a Malpensa, con sei ore di fuso in meno. Salutiamo
calorosamente i nostri affiatati compagni, con cui abbiamo legato in
una maniera davvero inaspettata, con la promessa di sentirci presto
tramite email o telefono.
A questo punto dobbiamo trasferirci dal terminal 2 dei voli internazionali
a terminal 1 di quelli nazionali, per passare la notte là in
attesa del nostro volo per Cagliari. La cosa si rivela tutt’altro
che facile, soprattutto per la stanchezza e il nervosismo di essere
tornati a casa. Non vedendo la fermata della navetta che fa spola tra
i due terminal, proviamo invano a fare un pezzo a piedi, ma rendendoci
conto delle distanze troppo lunghe e delle indicazioni per niente chiare
rientriamo dopo un po’ indietro. Troviamo dunque la fermata ed
aspettiamo la navetta, che finalmente ci porta al famigerato terminal
1. E’ mezzanotte passata ed il pensiero di dover rimanere qui
undici ore non è per niente piacevole….
6/11/2004
– Rientro a Cagliari.
Dopo una nottata non proprio da ricordare sulle poltroncine di Malpensa,
facciamo colazione al bar un paio di volte in attesa del nostro volo
per Cagliari. Finalmente, alle 11:10, lasciamo anche Milano e atterriamo
dopo appena un’ora nella nostra amata Sardegna. Le nostre mamme
vengono a prenderci all’aeroporto, trovandoci bene ed abbronzati
come giustamente ci si aspetta quando si va in vacanza al mare.
Un altro viaggio memorabile è archiviato nelle nostre foto, nei
miei filmini, e soprattutto in una speciale parte tra il cuore e la
mente, pronta ad essere rievocata per dare emozioni indescrivibili.
Grazie di esistere Sri Lanka e Maldive, speriamo di rivederci un giorno!!!
Ivan Sgualdini