VIAGGIO
IN SIRIA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Bruno
Giuliano
Numero di giorni:
Costo totale del viaggio:
Periodo: dicembre 2003
Compagnie Aeree:
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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IL KRAC
DEI CAVALIERI
Nel 1993, agli inizi
di dicembre, mi venne proposto un lavoretto in Siria.
Era la prima occasione offertami di visitare una nazione del medio oriente
e accettai entusiasta, senza neppure discutere la cifra dell’ingaggio.
L’undici di settembre 2001 era allora inimmaginabile per il grande
pubblico occidentale, poiché nessuno aveva ragione di temere
più di tanto dai paesi arabi.
Neppure io, quindi presi con filosofia l’onere di produrre un
paio di certificati, uno riguardante la negatività del test dell’AIDS
e l’altro l’avvenuto battesimo. Quest’ultima richiesta
del governo siriano si spiega con la lapalissiana constatazione che
se uno é cristiano non può essere ebreo, quindi filo-israeliano.
Mi domando come si regolano con i figli non battezzati degli atei; forse
gli fanno calare le mutande come facevano i nazisti!
Ad ogni modo, ecco come vissi allora quella trasferta:
**
Sono amico personale
di Valter X., il giovane titolare della ditta italiana X-Plast che mi
invia laggiù. La mia collaborazione con l’azienda, sebbene
episodica, data diversi anni e non é né il primo, né
spero sarà l’ultimo incarico che svolgo per loro in giro
per il globo.
Per affari, oltre alla Siria, Valter é già stato in Egitto
e Yemen, quindi prendo molto seriamente i suoi consigli. In vero sono
soltanto un paio:
- Non parlare di politica o di religione e porta pazienza, pazienza,
pazienza, tanto ti pago lo stesso.
Quanto sia vero il secondo dei consigli lo provo appena sbarcato all’aeroporto
di Damasco. L’atmosfera é quella lugubre dei paesi a regime
poliziesco che già esperimentai in Unione Sovietica.
Le medesime lunghe attese, apparentemente inspiegabili, secondo me fanno
parte di un programma inteso a fare entrare bene nella zucca della gente
che sono dei nulla di fronte all’apparato statale che la sovrasta.
Questo vale anche per noi stranieri, sia che si vada a lasciargli valuta
come turisti o a cavargli le castagne dal fuoco come tecnici.
Si dovrebbe trattare comunque di un fastidio transitorio poiché,
appena fuori di quell’area, mi é stato garantito che sarò
circondato dalla sincera cordialità dei soci locali di Valter.
Dopo una quarantina di minuti di coda un funzionario mi consegna una
carta gialla con diciture in arabo e inglese. Pongo molta attenzione
nel compilarla, perché un minimo errore potrebbe costarmi un’altra
mezzora o più di tempo perso. Infine, dopo aver riletto più
volte quanto scritto la restituisco completata assieme al passaporto.
Sul libretto ci sono molti timbri e questa brava gente fatica non poco
a identificare le numerose nazioni che ho visitato negli ultimi anni.
La loro preoccupazione é che gli scappi la paginetta dove esista
un’eventuale bollo del loro nemico storico: Israele. Io non ci
sono mai stato e sono tranquillo, semplicemente mi ripeto: porta pazienza.
Un’ora abbondante dopo aver messo piede a terra, sistemati i papiri,
passo finalmente alla dogana. Sulla cifra di denaro che dichiaro non
trovano da ridire, ma la valigia la vogliono controllare. Io fumo il
tabacco olandese Drum, ma con me porto un paio di stecche di sigarette
americane. So di averne una di troppo, ma so pure che questo farà
la gioia del doganiere che arraffa un paio di pacchetti sorridendomi.
Ipocritamente gli ricambio il sorriso e gli allungo altri due pacchetti
per i suoi colleghi. Questo lo rende ancor più felice e smette
di frugare, non solo, ma rimette tutto in ordine meglio di come non
abbia fatto mia madre alla vigilia della partenza. Come mi spiegherà
Toni la corruzione é il lubrificante dell’ingranaggio sociale
ed esistono dei professionisti cui rivolgersi, dando una prima mancia,
per sapere quanto, e soprattutto a chi, passare la seconda e più
cospicua bustarella secondo le tue necessità.
Ora mi trovo nella piccola sala d’accesso all’aeroporto
e non vedo Toni. A causa del tempo perturbato che ha rallentato il volo
e alle lungaggini doganali, sono in ritardo di almeno un’ora sul
nostro appuntamento. Dimentico di portare pazienza e mi preoccupo. Forse
non mi ha aspettato ... no, non é possibile. Sto ancora ragionando
all’occidentale e penso ad un errore dovuto alla differenza di
fuso orario e a un sacco di altre minchiate. Intanto passa un’altra
mezz’ora. Vorrei andare al bar, dovrei andare al cesso, vorrei
che a Toni venisse una ... diarrea!
Nell’attesa vi descriverò quest’individuo; servirà
anche a me per riconoscerlo poiché non lo vidi che di sfuggita
una volta soltanto. Veramente non si chiama proprio così; Toni
é l’approssimazione nostra del suo vero nome, impronunciabile
per un italiano. Ad ogni modo é un arabo siriano di religione
cristiana di non so ancora di quale chiesa, forse é cattolico
o forse ortodosso; cercherò poi di capirlo con calma. É
un uomo sui trentacinque, simpatico, molto volenteroso e intelligente
che un paio d’anni fa rimase un mesetto in Italia presso la X-Plast
per imparare a condurre le macchine per stampaggio della plastica. In
quel periodo approfittò della nostra ospitalità per imparare
qualche parola della nostra lingua, compilando pure un quadernetto di
termini tecnici e gastronomici.
Finalmente arriva! Non ho dubbi, lo riconosco subito. Il ritardo é
“appena” di un’ora e mezza e lo giustifica in parte
col traffico e in parte con argomenti che non comprendo. Ad ogni modo
l’incontro é festoso e compensa la lugubre accoglienza
dei doganieri.
É sera. Le giornate dicembrine sono tra le più corte dell’anno
anche a questa latitudine e fuori é buio. Ci aspettano molti
chilometri, ma le occasioni del mio accompagnatore di venire a Damasco
sono rare e deve approfittare di ogni possibilità per visitare
i suoi parenti in questa città. Il traffico é caotico
e intenso quanto potrebbe esserlo a Roma. Ovunque si vada ci offrono
il caffé alla turca. Mi scotto un paio di volte, alla quarta
rinuncio allo zucchero per non intorpidirlo maggiormente e alla quinta
posso dire d’essere capace, sia di bere, sia di apprezzare al
pari di un arabo questo nero intruglio. I miei ospiti sono cordiali,
persino espansivi, nonostante rimangano seduti secondo una disposizione
chiaramente gerarchica al cui vertice stanno gli anziani e via via man
mano che scende l’età, così pure per le donne, ma
un po’ “sfasate” indietro.
Uno di questi patriarchi mi mostra con orgoglio un paio di enormi bossoli
d’ottone finemente cesellati da lui stesso e destinati alla funzione
di portaombrelli.
- Furono sparati sulla città dai francesi.
Come sempre mi sono preoccupato di darmi una infarinatura di storia
locale e, prima che l’uomo termini, domando se fu durante l’assedio
del 1926, ben sapendo di fare centro.
Toni gongola per la mia bella figura, che poi é anche la sua.
Anch’io, da buon vanesio, sono fiero di me, inoltre seguendo il
primo dei consigli di Valter, quello sul non parlare di politica, ho
stabilito di manifestare le mie conoscenze soltanto fino alla fine della
seconda guerra mondiale, per non impelagarmi con la sucessiva nascita
dello stato di Isralele, con la lunga lista di colpi di stato siriani
e con gli americani, prima di allora del tutto sconosciuti qui in medio
oriente.
Verso le dieci finalmente usciamo dalla città e puntiamo a nord,
verso Homs, la Milano siriaca. Toni ha una guida piuttosto disinvolta,
o forse io sono un po’ troppo pauroso. Fatto sta che le curve
sono poche e ampie, ma i dossi sono la norma e a me terrorizza l’idea
di tamponare qualcuno più lento di noi o addirittura in panne,
invisibile oltre le cunette. Alle undici facciamo una sosta ad una stazione
di servizio. Non soltanto Toni, ma anch’io ho una voglia matta
di farmi un goccetto. In Siria si possono vendere e consumare alcolici,
(almeno così era, non so dopo la mia visita) e non sono pochi
gli stessi musulmani che bevono vino o birra quando sono fuori del loro
entourage di parenti e conoscenti. Per me e il mio compagno di viaggio,
che teoricamente potrebbe bere ciò che vuole, non é stata
la vergogna a impedirci di farlo a Damasco, ma il semplice fatto che
nessuno ci ha offerto altro che the o caffé.
Una bella birra e via! Ci voleva ... beh, per me senz’altro, ma
Toni, che mi era parso già un po’ euforico all’aeroporto,
adesso mi preoccupa più dei dossi. Ora il pericolo viaggia con
noi, all’interno dell’auto. Verso mezzanotte il mio autista
decide molto saggiamente di farsi un sonnellino e ci fermiamo. Io sono
troppo nervoso per imitarlo e scendo a fare quattro passi. Il buio é
totale, inoltre, un vento della malora e un freddo pungente mi ricordano
che siamo nel deserto, quindi rientro in macchina a fumarmi una sigaretta
di quelle fatte. Non ho voglia di arrotolare e non vedo l’ora
di arrivare in hotel, ma non oso svegliare Toni perché dalla
durata e tranquillità del suo riposo potrebbe dipendere l’arrivarci
vivo o meno. Mezz’ora é sufficiente a riportare in vita
il mio accompagnatore che, fresco come una rosa damascena, riprende
la guida ad una velocità ottimale. Alle due del mattino siamo
a Homs a casa sua dove la moglie e le due bambine sui dieci anni ci
attendono ancora sveglie. L’accoglienza é calorosa, ma
dobbiamo subito ripartire per Al Wadi, sulla strada per Tartus. Si viaggia
un’altra oretta sotto un cielo rischiarato e finalmente vedo il
sospirato hotel che mi ospiterà.
**
Ci attendono in
piedi il direttore Dimitri ed un cameriere. La vista di una invitante
tavola imbandita mi ricorda che sono almeno quindici ore che vado avanti
a panini e il sonno lascia il posto alla fame. Chissà se qui
servono anche del vino. Certo che sì! non devo neppure chiedere
perché Dimitri mi mostra con orgoglio una bottiglia di bianco
proveniente dai vigneti del Libano, nazione qui a due passi. I francesi
saranno pure stati dei bei bastardi, ma almeno nelle loro ex colonie
hanno lasciato un patrimonio vitivinicolo di tutto rispetto. Per la
prima volta mangio alla maniera di questi paraggi. Rifiuto le posate
e afferro anch’io i cibi con le dita, servendomi del pane spianato
tipo piadina. Il tavolo é letterelmante occupato da piatti di
forma ovale contenenti ognuno qualcosa di diverso. Nel caos di quel
ben di Dio riconosco soltanto le olive, belle e pasciute, chiare o scure
riempite di qualcosa o semplicemente annegate in qualche salsa. Chiedo
a Dimitri, un giovanotto greco, di farmi una scaletta basata sul piccante
di ogni piatto. Secondo Valter questo del piccante avrebbe potuto essere
il più grosso scoglio sul mio cammino gastronomico, ma lo supero
brillantemente, almeno per ora, facilitato dall’energia cinetica
del vinello che trascina qualunque cosa giù per la condotta forzata
del mio esofago rinforzato.
Arriva un’altra bottiglia. Nonostante la bontà di quel
nettare mi impongo la legge dell’uno a uno, ovvero intercalare
un bichiere d’acqua ad ogni bicchiere di vino. Vedendomi intento
a sbafare con gusto, i due si lanciano in una conversazione tra loro
in arabo di cui non capisco neppure una sillaba. Me ne frego e continuo
la mia scorribanda gastronomica. Verso le quattro la cenetta termina
e finalmente posso buttarmi sul letto. Non mi svesto neppure e manco
mi sogno di aprire la valigia.
Nessuno avrebbe dovuto venire a scocciarmi prima delle dieci per rifare
la camera, ma un martellìo mi sveglia verso le otto e mezza.
Degli operai stanno sbaraccando il pavimento alla stanza accanto per
riparare la perdita di un tubo dell’acqua. Beh, pazienza. Mi svesto,
mi lavo e mi cambio, poi scendo nella hall.
Al banco trovo una ragazza abbastanza giovane con in testa lo hijab,
il tipico foulard delle musulmane che lascia scoperto soltanto il viso.
Vedendomi entrare mi viene incontro e mi si rivolge in inglese:
- Mister Bruno? Benvenuto. Io sono Melina e assieme a mio fratello Dimitri
dirigo questo albergo.
Una volta sentii qualcuno sostenere che le donne elleniche, quelle di
oggi, sono le più belle del mondo. Per la prima volta sono cosciente
di trovarmi davanti a una greca e non ci trovo niente di eccezionale,
però ... forse é a causa del suo abbigliamento; dopo colazione
me la studio con calma.
Il mattino non sono mai molto brillante e non m’accorgo d’essere
rimasto imbambolato a guardarla. Lei sì, e comprendendo quanto
poco io mastichi la lingua d’Albione, mi ripete la presentazione
in francese, poi aggiunge:
- Non vi sorprendete per il mio modo di vestire, sono cristiana come
voi, ma questi abiti mi semplificano la vita, e poi sono molto comodi.
- E molto sensuali.
Sono abituato a mentire con le donne, però questa mi é
scappata. Non fa niente, m’accorgo che non le dispiace; in fondo
é un complimento anche se forse inopportuno partendo da uno sconosciuto.
- Vi faccio servire la colazione?
Accidenti, saranno appena cinque ore che ho mangiato come un porco,
eppure ricominciare mi alletta. Poco dopo mi raggiunge Toni. Straordinario:
stanotte non é andato a dormire, bensì al lavoro e adesso
é in pausa per uno spuntino.
Qui devo aprire un’apparentesi sulla laboriosità dei popoli.
Girando per l’Italia assegnerei questo primato agli emiliano-romagnoli,
girando per l’Europa, e riferendomi al mio lavoro in particolare,
la terrei per noi italiani a pari merito coi polacchi e i serbocroati.
Pareri miei discutibili, é vero, però da come mi ha raccontato
Valter, l’esagerato Toni non é un eccezione in questo paese.
Arrivando ha interrotto le mie osservazioni periscopiche di Melina.
La ragazza é sempre rimasta in giro spolverando e sistemando
suppellettili, dandomi modo di vederla in tutte le posizioni, sebbene
di spalle. L’ampio vestito che poco lascia intendere se la donna
rimane ferma in piedi, una volta in movimento si adagia, si tende, un
po’ si solleva e disegna tanti piccoli particolari del corpo.
Per un progettista come me non é difficile sintetizzare tutte
queste curve, interpolare le zone d’ombra e ricomporre in tre
dimensioni il suo corpo snello e contemporaneamente morbido e ravvedermi
sull’affrettato giudizio iniziale.
Poco dopo sono pronto a seguire Toni al lavoro. Il capannone della Sir-Plast
si trova a poche centinaia di metri dall’albergo. É un
prefabbricato in cemento abbastanza moderno e funzionale. Al centro
é piazzata l’enorme macchina per stampaggio della plastica,
l’oggetto del mio intervento. Mentre da noi vi lavora un solo
operaio, qui sono in quattro e tre sono delle vivaci ragazzine! Sono
pure carine e mi offrono immediatamente un caffé.
Con Toni controlliamo il voluminoso quanto pesante stampo arrivato via
nave a Tartus partendo dal porto di Genova un mese fa. Constatiamo che
durante il trasporto non é stato danneggiato niente; in particolare
ci preme l’impianto di raffreddamento poiché la meccanica
é a prova di bomba. Ci sono pure gli schemi, anche se io prudentemente
ne ho portato una copia con me; meglio, così potrò scarabocchiarvici
sopra le mie note senza problemi.
Alle dieci ci interrompono per comunicarci che il Colonnello Thal ci
attende. Mister Thal é il principale socio di Valter, quindi
il capo della baracca. L’uomo é affabile e non ha per nulla
l’aspetto del militare, sebbene in pensione. Lo incuriosisce il
mio tabacco olandese e mi prega di lasciargli fare una sigaretta. Scopro
una peculiarità del luogo: le cartine non hanno colla. Le si
lecca e poi si strappa, (attenzione: non si taglia!) una striscia di
almeno quattro millimetri, poi si rilecca e si chiude. Dopo cinque secondi
la saliva si secca e tiene che é una meraviglia. Ci provo anch’io
e ci riesco al primo tentativo.
La cosa é troppo curiosa e incoraggiato dalla sua aria bonaria
gli chiedo se posso scattargli una foto mentre arrotola. Concesso, anzi,
chiama a raccolta la famiglia e io fotografo tutti. La padrona di casa
poi mi accompagna in giro per le stanze e mi illustra tutti i numerosi
ritratti di parenti ed avi che lì si trovano. Intanto una delle
figlie prepara il caffé. É già il terzo che prendo
da quando mi sono alzato, ma non sarà l’ultimo. Dopo passiamo
nel frutteto dove melograni e arancie sono in piena maturazione. La
fabbrichetta é immersa nella campagna collinare di Al Wadi, una
valletta che parte a metà strada tra Tartus e Homs, un piccolo
giardino dell’Eden se confrontato al resto del paese prevalentemente
desertico. Sullo sfondo si vedono le montagne del Libano, alte oltre
2.000 metri e con le cime innevate. Mister Thal ci riempie di arancie
e a Toni ne offre addirittura un paio di panieri perché ne distribuisca
a tutti i suoi parenti. Anche a me spetta un paniere ricolmo, sono per
me e per la squadra che lavora alla nostra macchina. Quando rientriamo
nel capannone tutti smettono di lavorare e festeggiano il magnanimo
ex-colonnello. É una scena commovente. Mentre Toni riprende la
preparazione del nuovo stampo io mi reco negli uffici del secondo edificio,
di esclusiva proprietà di Mister Thal e altri suoi soci siriani.
Anche qui si stampa plastica, ma con macchine più piccole. Sebbene
adesso si parli di questioni tecniche, l’atmosfera rimane distesa.
Altro caffé? No, stavolta prendo un the.
**
Verso mezzogiorno
vorebbero accompagnarmi in auto fino all’hotel, ma la giornata
é splendida e la mia richiesta di farla a piedi é non
solo accettata, ma pure apprezzata quando spiego che voglio entrare
nello spirito del luogo tramite la lentezza di una una passeggiata.
Salendo verso l’albergo ammiro questa costruzione moderna, di
marmo color arancio e di forma ispirata ad un castello medievale. Una
costruzione così fascinosa non può che essere diretta
da una donna altrettanto ...
Melina! Col caldo che fa qua fuori si sarà tolta qualche velo?
Cavolo! C’é l’aria condizionata là dentro!
C’é davvero? Ma siamo in pieno inverno e tutti tengono
accesa la stufa, che ragionamenti sto facendo!
Andare a piedi da soli é davvero il miglior modo per apprezzare
un posto sconosciuto. Camminando localizzo una chiesa cristiana appoggiata
ad una moschea. Da questa distanza soltanto il campanile e il minareto
si distinguono, uno dalla croce e l’altro dalla mezzaluna. Hanno
pure la stessa altezza e questo mi pare simbolico della tolleranza religiosa
abituale in Siria. Il villaggio che sto attraversando, e che porta lo
stesso nome della valle, ossia Al Wadi, non possiede un vero centro,
ma é composto di numerose case sparse.
Affianco un vecchio che risale la strada a cavalcioni di un piccolo
asinello mentre tra le mani sgranocchia un rosario. Qui tutti gli anziani
tengono in vista il loro rosario, cristiani o musulmani che siano; é
una delle tante scoperte bizzarre che faccio e farò. Tutti coloro
che incontro nel mezzo chilometro tra il capannone e l’hotel,
mi salutano; da principio ricambio, poi inizio ad anticiparli agitando
la mano. Inutile aggiungere che la cosa mi fa sentire più al
sicuro che a casa mia.
L’albergo é totalmente recintato e al portone di ingresso
incontro Dimitri intento a parlare con un pastore arabo. I due si salutano
e, mentre l’altro si allontana, il greco mi accompagna dentro.
- Quel tale ha chiamato suo figlio neonato col mio nome, non ti pare
una bella cosa?
- Davvero ? E non Mohamed o Abdullah o quei quattro altri nomi che usano?
Ma perché?
- Vedi quella fontana? Quella proprio sul muro, da cui si può
attingere acqua in quella grande vasca, sia dal nosto cortile, sia dalla
strada? Ebbene, io pregai e ripregai i finanziatori e il costruttore
di fare così, dando modo a chi passa di dissetarsi, anche alle
pecore. Ora i pastori mi adorano, basta poco capisci?
Capisco, eccome!
A pranzo scopro d’essere l’unico avventore. Dimitri mi spiega
che siamo fuori stagione, altrimenti la vicinanza col Krac des Chevaliers,
con la sua forte attrattiva, lo riempirebbe di turisti.
Ancora non ho visto, e mi sarebbe stato impossibile notare risalendo,
questa costruzione medievale che domina la valle, poiché si trova
dall’altro lato. A fine pranzo Dimitri mi accompagna sulla terrazza
eposta a ponente e la imponente fortezza mi appare a non più
di mille metri in linea d’aria, non pensavo fosse così
vicina.
- Si può visitare?
- Certamente, e tu devi assolutamente farlo. Ti ci accompagno qualunque
momento lo desideri.
- Sabato!
- Sabato é domani e devo andare a Safita. Ma anche questa città
la devi vedere! É un gioiello, non prendere impegni se puoi.
- Ci verrà anche tua sorella?
- No! Purtroppo uno di noi due deve sempre stare qui, anche se non ci
sono clienti.
Un vero peccato, ma dov’era adesso la mia musa? Vado nella Hall
e invece di lei ci trovo Toni.
Questi non va mai a dormire. Nonostante le sue capacità lo pagano
poco ed é costretto a lavorare due turni. Dove trovi l’energie
non lo so: sono ammirato.
Ma ancor maggiore ammirazione mi desta la visione di Melina che passa
a salutarci intubata in un paio di vaporosi pantaloni alla zuava e tanto
di turbante.
C’é una cosa che Valter si é ben guardato dal raccomandarmi,
ed é la prudenza. Da buon psicologo sa che proibire qualcosa
ad un bambino significa invitarlo a compiere marachelle ... ma i veri
discoli, questi scappano ad ogni previsione.
Mi ci gioco che quella dosa le sue apparizioni per farmi impazzire.
Altroché discolo, qui devo giocare le mie carte da vecchio volpone.
**
Dopo aver mangiato
arriviamo al capannone appena in tempo per l’ennesimo caffé.
Mentre discutiamo su come imbragare lo stampo per collocarlo sulla macchina
senza che il debole carro ponte ci cada sulla testa, domando a Toni
di chi sia quel ritratto di più di un metro per uno posto nel
suo tinello.
É il ritratto della sua prima sposa, la madre delle sue figlie.
Un’altra stranezza per me. Da noi nessuna consorte, vecchia o
nuova, accetterebbe il poster di un’altra donna in casa sua, tutt’al
più un ritrattuccio in un canto del ripostiglio delle scope.
Questi devono aver preso qualcosa dai musulmani con cui vivono a contatto
di gomito. Per loro questo secondo matrimonio é più un
contratto che altro. Sebbene trombino come ricci, e su questo scommetterei
la camicia, questa seconda moglie rimane giuridicamente, né più,
né meno, che una badante della famiglia.
Noi siamo pronti. Domani si cambierà produzione e inizieremo
a lavorare col nuovo stampo; possiamo andare a prenderci ... un caffé!
Toni mi accompagna per il restante pomeriggio per le case del paese
a visitare tutti coloro che hanno espresso il desiderio di conoscermi.
E sono la quasi totalità dei cristiani!
Visto l’orario quasi nessun uomo si trova in casa eccetto vecchi
e bambini e siamo per lo più circondati da donne. Toni gode di
molta considerazione, sia perché abita in una grande città,
sia perché tutti conoscono la sua bravura tecnica. Perché
non menziono la sua evidente onestà? Ma perché qui questa
qualità é la norma, é insita nel DNA, é
naturale, é patrimonio comune, che posso dire di più!?
Appena qualcuno mi offre del the in alternativa al caffé non
esito ad accetare. I tinelli delle case si assomigliano tutti, hanno
almeno un divano e numerose sedie. Ci si piazza tutti in circolo attorno
a una stufetta a gas cilindrica posta in mezzo alla camera. Scopro di
avere una pazienza estrema ad ascoltare ciancie che non comprendo, perché
sono rare le persone che conversano con me in francese. Questa lingua
oggi é parlata soltanto dagli anziani. I giovani che frequentano
le scuole superiori apprendono l’inglese, ma qui in campagna sono
pochissimi e quei pochi non osano andare più in là dei
convenevoli per rispetto ai vecchi a cui lasciano spazio nelle conversazioni.
Alle sette di sera rientro in hotel; ho preso 17 caffé da stamani
ad ora. Che influenza avranno sulla prossima auspicabile visione della
mia Melina? Psichedelico-pastorale! La ragazza é seduta nella
hall e fa la calza mentre, vestita come mia nonna buon’anima,
guarda la televisione.
Vado volentieri a mangiare perché stasera Dimitri, dopo il libanese,
mi farà assaggiare il vino siriano.
Al diavolo la legge dell’uno a uno, mi scolo una bella bottiglia
da solo prima di spostarmi nella hall a vedere la tivù. Mannaggia,
Melina é sparita!
- Com’era?
- Chi?
- Come chi? la bottiglia!
É Dimitri. Accidenti, lui é sempre tra i piedi (si fa
per dire perché è una pasta d’uomo) mentre la sorellina
sgaiattola via come un’anguilla.
Il programma a cui assistiamo arriva dal Libano. La tivù siriana
é una pizza, tutto canti popolari e inaugurazioni varie presenziate
dal capo di stato Assad in persona. Il Libano é ricco di canali
e emette per lo più telenovelas egiziane, però qualche
volta anche films americani e francesi. Curioso é che lo schermo
é invaso da tre sottotitolazioni contemporaneamente: arabo, inglese
e francese.
Prima di andare a dormire assaggio l’Araq, il “pastiss”
locale. Beh, non male, almeno questa consolazione.
Inaspettatmente per le scale incrocio Melina confezionata in un frizzante
abitino europeo. Stupidamente inciampo. Nella disgrazia almeno riesco
a vederle le gambe da sotto in su.
- Vi siete fatto male?
- No, grazie. Non é niente.
- Buonanotte.
Tutto qui. Freddina la tipa, però che cosce! Forse é meglio
che stanotte prenda un sonnifero.
**
Nonostante le pasticche
non posso dormire oltre le nove. Le riparazioni alla camera accanto
continuano. Oggi non lavoro e quindi posso dedicare un po’ di
tempo a organizzarmi e a ripulirmi ben bene. Bello, sbarbato e pettinato
scendo nella hall.
Melina é lì, nuovamente arabo-vestita.
- Oggi festa signorina!
- Davvero signor Bruno? Guardate un po’ chi c’é.
Immancabile Toni mi attende. Altro che settimana corta! con lui c’é
Al Kalehb, l’ingegnere musulmano che ha studiato a Perugia. Già,
lui ha festeggiato ieri, venerdì.
Prima di partire scambio uno sguardo con Melina. Lei scuote la testa
e sorride compatendomi. Dunque é umana.
Mi informo se almeno stanotte Toni é andato a dormire. Sì,
beh, meno male per lui.
L’ingegnere parla italiano meglio di me, però inizialmente
sembra non comprendere una mazza, o fa l’indiano (lui siriano)
per capire se io capisco qualcosa di quello che sono venuto a fare.
Mi lancio in una conferenza sullo stampaggio e sulla sua storia. A questo
punto si tradisce ponendomi un paio di domande piuttosto intelligenti
ed allora cambio registro e vengo allo specifico. Suppongo d’aver
superato l’esame, ma ahimé! Se pensavo di cavarmela in
un’oretta devo ricredermi, ora si continua a discorrere del più
e del meno. Pazienza! Ad ogni modo vengo a sapere da lui che il colonnello
Tahl, nel 1963, partecipò alla presa del potere assieme ad Hafez
al-Assad, l’attuale presidente. Questa fu la prima volta al mondo
che l’arma dell’aviazione portava a termine da sola un colpo
di stato. E chi l’avrebbe mai detto che il gentile signore, che
ieri mi aveva chiesto se per favore poteva farsi una sigaretta col mio
tabacco, fosse stato in gioventù un duro tra i duri?
Chiedo a Kalehb se il colonello era un buon pilota e se sia stato un
eroe di guerra e lui la gira sul vago. Naturalmente, essendo fatti relativamente
recenti, non mi permetto di ricordargli che i loro Mig, forniti dai
russi, vennero tutti abbattuti al suolo da un inaspettato raid israeliano.
Ad ogni modo no ci sarebbe mica da vergognarsi in questi frangenti,
ossia, senza aereo neppure il Barone Rosso si sarebbe fatto un nome.
Finalmente mi libero e torno in hotel. Mentalmente scommetto su come
troverò vestita la direttrice.
Stamani ha ripetuto l’abbigliamento di ieri mattina, sarebbe logico
aspettarsela agghindata come ieri a pranzo ... no, troppo semplice,
quella vorrà di sicuro sorprendermi.
**
Infatti, mi frega
non facendosi vedere. Dimitri mi consiglia di tenermi leggero perché
il viaggio verso Safita sarà agitato. Agitato? Credevo di andare
via terra e non per mare. Approssimazione della traduzione: si va in
macchina, ma i numerosi sassi caduti o riaffiorati in mezzo alla strada
ci fanno davvero ballare su questa berlina dalle sospensioni scariche.
Il percorso é una stradina di montagna dove in molti punti non
si passa in due contemporaneamente. L’asfalto ora c’é,
ora sparisce mentre i burroni sono sempre lì a minacciare la
mia digestione. Chiacchierando il tempo passa, ma credo che la nostra
media sia quella di una bicicletta poiché dopo un’ora e
mezza ancora vedo il Krac in lontananza. Adesso é un altro castello
a imporsi alla mia vista: Le Castel Blanc.
Come dice il nome questa bianca torre incombe sulla cittadina di Safita.
Anche questo castello venne costruito al tempo delle crociate. Nel corso
dei primi secoli venne più volte danneggiato da terremoti e ogni
volta venne rimesso in sesto dai cavalieri Templari. Da questo castello
si vede il Krac e viceversa, questo era molto utile ai crociati per
controllare capillarmente la zona. Disgraziatamente il guardiano é
assente e non possiamo visitare l’interno della torre. Poco male,
mi dice Dimitri, la visita al Krac mi compenserà ampiamente.
Le case della città sono costruite in prevalenza con i soliti
blocchi calcarei arancioni, ma non mancano altri colori a ravvivare
la tavolozza.
La mia guida, di prim’ordine, mi indica una facciata in cui chiaramente
sono stati rimossi i balconi. Infatti sotto alle finestre del primo
e secondo piano le pietre cambiano tonalità.
- Prima erano porte e finestre e se osservi bene ai lati vedi le stesse
pietre occupare il posto che prima era delle mensole che sostenevano
le lastre del balcone.
Il perché? Semplice: la casa venne costruita da un cristiano
e poi comprata da un musulmano che per impedire ai passanti di vedere
le donne di famiglia, eliminò i balconi e restrinse le finestre!
Dimitri ha appuntamento con qualcuno al Cham Palace, un albergo ancora
più lussuoso del suo. Mentre egli confabula con dei signori io
scopro che al bar una bottiglia di Bitter Campari! E dov’é
che non si trova questo nettare padano? Dappertutto, anche dove non
conoscono la Ferrari, Garibaldi e Pavarotti. Quando Dimitri ritorna
al mio tavolino lo obbligo a scolarsene un paio e a complimentarsi per
il suo sapore. Non fatica ad assecondarmi.
In questo hotel costa tutto molto caro e vorrei essere io ad offrire,
ma, come già mi é successo fino ad adesso, nessun cameriere
accetta mai denaro da me quando sono in compagnia di qualcuno del luogo:
l’ospite é totalmente a carico, questione d’onore.
Passiamo a ritirare una cassa piena di ghiaccio e carne, domani ci sarà
un pranzo importante e qui in montagna la merce é genuina come
in nessun altro luogo.
Durante il ritorno scopro la passione musicale del mio amico: i Gipsy
Kings. Gli parlo anch’io delle mie preferenze e lui si rallegra
che io conosca il Syrtaki e mi regala una cassetta di musica greca.
Perfetto! La farò suonare al ristorante dell’albergo al
posto delle nenie arabe che mi opprimono durante i pasti. Veramente
ho già chiesto al cameriere di suonare le cassette rocchettare
che ho portato con me, ma dopo soltanto un brano ha rimesso le sue tiritere.
Adesso voglio proprio vedere se si rifiuterà di suonare interamente
la musica del suo capo!
E poi ... poi c’é che voglio sorprendere la greca Melina
ballando il Syrtaki!
**
É sabato
sera e qualcuno dei cristiani benestanti di Homs e di Tartus sceglie
in nostro hotel per cenare con famiglia a rimorchio; non sono molti,
ma i bambini fanno un gran chiasso, come é normale che sia dappertutto.
In genere non sopporto tutto questo casino, però almeno copre
la musica. La mia cassetta greca me la voglio giocare bene e non la
tiro ancora fuori. Sono solo al mio tavolo e mi dedico a mangiare, masticare
e catalogare. Purtroppo non ricordo uno solo dei nomi delle pietanze,
tremendamente difficili da pronunciare e quindi da memorizzare. Ricorro
a dei numeri a cui abbino una descrizione più un commento sul
gusto, il grado di piccantezza, ecc.
Prevedendo che difficilmente Melina avrà tempo per me, passo
al rapporto uno a zero tra vino e acqua e mi scolo un paio di bottiglie
di Bianco Libanese. Quando sono bello cotto vado a dormire. Ho scoperto
che gli operai sono cristiani e quindi domani non dovrebbero lavorare
alla stanza accanto, d’altro canto, un paio di bottiglie sono
un sonnifero ben migliore delle pasticche.
Alle nove del mattino mi sveglio una prima volta. Va tutto bene poiché
siamo sfasati di soltanto un’ora rispetto all’Italia, dove
adesso sono le otto. Il piacere di poltrire a letto sta appunto nello
svegliarsi ogni tanto e constatare che si può ancora riaddormentare
iterativamente. Inoltre, man mano che il sonno si fa più leggero
si possono incominciare i sogni da dove vogliamo noi, almeno per me
é così e l’incipit é sempre una dedica a
Melina. Prima me la porto in giro su un cavallo bianco, poi in barca
a vela, e poi ... censura.
Scendo per pranzo pimpante quanto non mai. Due bottigliette a cena non
lasciano certo tracce su di un piemontese di ataviche tradizioni vitivinicole.
L’oggetto dei miei sogni é nella Hall e oggi indossa un
completo nero da uomo d’affari, come fossimo nella city di Londra.
Non finisce mai di stupirmi.
- Allora signor Bruno, come mi trovate oggi?
Rimango senza parole e mi giro attorno: sono tutti agghindati da pinguino!
Dimitri mi spiega che oggi ci sarà un pranzo di rappresentanza
con industriali europei e locali più qualche alto papavero di
Damasco e tutti devono portare quella livrea.
- Ma tu non la indossi, perché Melina sì?
- Oh, lei é un po’ mattacchiona, é tanto per provarla.
Mica é sua e adesso se la toglierà.
La ragazza ride di gusto poi torna a rivolgersi a me.
- Non vi dispiace se vi mettiamo a mangiare in una saletta? Il salone
sarà stracolmo. Guardate che é quella più lussuosa
che disponiamo e sarò io stessa a servirvi il pranzo.
Vorrei rispondere con una battuta all’altezza della situazione,
ma Dimitri riprende a parlarmi.
- Vedi, il turismo straniero in Siria, se non fosse per gli uomini d’affari,
languirebbe abbastanza. I turisti hanno ancora paura a venire in Medio
oriente.
Il ragazzo ci tiene a spiegarmi ogni particolare del funzionamento del
paese che ci ospita. Credo lo faccia con me perché difficilmente
può confidarsi con altri clienti ed io sono indubbiamente un
buon ascoltatore, oltre che avido di conoscenza. Questo sembra appunto
accomunarci.
Poco dopo sono nella saletta seduto su una di quelle sedie stile qualche
Luigi dal dodici al sedici, roba scomoda dallo schienale diritto. La
posateria é d’argento e i bicchieri di cristallo. Porcaccia
la miseria! Dovrò porre molta attenzione per non insudiciare
la tovaglia di pizzo e non rompere niente. Quella donna é tremenda,
indubbiamente si é accorta di quanto sono rustico e vuole mettermi
in soggezione quando saremo a tu per tu. Ma siamo poi tanto sicuri che
la interesso? Beh, forse soltanto come innoquo passatempo in questo
posto da lupi. Lupi? Non scherzo, ci sono davvero tutt’attorno
sulle colline, li sento ululare la notte, come sento i versi di gufi
e civette.
Adesso Melina indossa quei deliziosi pantaloni alla zuava e quel turbante
che le ho visto ieri: mamma che odalisca! Verso la fine del pasto si
siede un attimo davanti a me. Le domando che ci fanno qui due giovani
come lei e il fratello.
- Nostro padre é direttore di uno dei più grossi hotels
di Atene ed é anche azionista in questo. Secondo lui é
il posto ideale perché impariamo il mestiere senza perdere la
concentrazione prima di passare a un incarico più impegnativo.
- Vostro padre é indubbiamente saggio, ma anche un po’
sadico a confinarvi qui. Non vi manca la grande città?
- No, non più di tanto. Sapete, io ho un carattere molto contemplativo,
molto diverso da quello di mio fratello e specialmente dal vostro. Da
come raccontate voi amate viaggiare e vi sentite in obbligo di agire,
lo vi legge negli occhi.
- Oh, no! Sono più sedentario di quanto crediate!
- Allora dovrei ritenere che avete mentito raccontando le vostre imprese
sportive a Dimitri.
- Imprese! Non esageriamo, abbiamo le montagne in casa ed é normale
salirle, sono lì a due passi!
- Beh, c’é modo e modo, io ad esempio ci salgo seguendo
i sentieri. Anche il signor Valter é altrettanto spericolato?
Ahi! Ancora una volta trovo il mio amico, giovane, bello e ricco, tra
me e una ragazza.
Mentre io veleggio verso i quaranta, Valter ha appena superato la trentina.
Ritornerò con altri particolari sulla nostra amicizia, ma adesso
é necessario parlare di donne. Non é che lui si dia molto
da fare, però sono in molte a braccarlo, anche tre-quattro contemporaneamente
e in teoria dovrebbero avanzarne anche per noi, i suoi amici. In realtà
succede come nei branchi dei leoni: un solo maschio domina e tutti gli
altri rimangono all’asciutto. Questo non per volontà del
nostro mite gattone, bensì per scelta delle femmine cacciatrici
di dote.
Ora io potrei tentare di distruggerlo agli occhi di Melina raccontando
di quando rimase paralizzato dalla paura del vuoto sulla Torre Castello,
una cima molto conosciuta della mia valle, e quanto penai per convircerlo
a proseguire, ma non sono uno che denigra i rivali in amore. Inoltre,
non sono neppure uno stupido, poiché contrariamente alle illusioni
di molti timidi, le donne in genere non sono attratte dalle esibizioni
di coraggio fisico. Tira molto di più un pusillanime di cantante
drogato, quindi mento spudoratamente.
- Lui? É il più audace di tutti! Temo che un giorno o
l’altro ci lasci la pelle.
- Strano, quando é stato qui sembrava una persona tranquilla.
- Quando viaggia per affari cerca di controllarsi, ma non siete mai
salita in auto con lui? Voi siete credente? Ebbene, c’é
da raccomandarsi l’anima. E quando vola? Quello per distrarsi
dal lavoro si infila tra due strette pareti rocciose inclinando l’aereo,
perché se lo tenesse in piano non passerebbe.
Credetemi, una donna che lo sposasse avrebbe buone probabilità
di rimanere vedova nell’arco di sei mesi. A proposito, voi siete
sposata?
Lo so bene che non lo é, non solo, ma Dimitri mi ha confidato
che non é neppure fidanzata.
- No, ma che dite? Vedete per caso un marito aggirarsi per casa?
- Fortunatamente no, ma qualche fidanzato, magari ad Atene ...
- Ma non vi sembra di fare troppe domande indiscrete?
- Perdonatemi, mi sto domandando molte cose e sono piuttosto confuso,
ad ogni modo, non vorrei sembrarvi egoista, ma spererei proprio di no.
- Cosa di no?
- Beh, che al momento ...
- Al momento é proprio così. Adesso però devo lasciarvi
alla vostra spensierata confusione, vi serve altro?
Spensierata confusione! Come si dirà mai in inglese quel coso
di grammatica, quella cosa che la prima parola contraddice la seconda?
l’osso di moro, no ... com’é gia che si chiama? E
che ti vedo?
Oh, no! É Toni!
Che vorrà costui? Non vorrà parlare di lavoro o, peggio
ancora, farmi lavorare di domenica!
**
Toni vuole portarmi
a pranzo a casa sua a Homs. Inutile spiegargli che ho già mangiato
in hotel e che l’ho fatto prima del solito a causa del gran banchetto
nel salone.
Beh, ho quaranta minuti di viaggio per far posto nello stomaco ad altro
cibo! Mi rassegno.
A casa del nostro fidato tecnico ci sono pure i suoi genitori ancora
arzilli e loquaci. Dopo mangiato andiamo noi soli al suq. Dai vari films
mi aspettavo una maggior confusione in questo mercato, invece é
abbastanza tranquillo. Decido di comprarmi una quefia, nonché
quel cordone annodato da mettere in testa per tenere in posizione il
foulard stesso. Per il disegno mi lascio consigliare e mi ritrovo con
un quadrettato rosso e bianco che rappresenta non ricordo quale tribù
o setta.
Nuovamente non riesco a pagare, Toni mi precede. Recito un po’
di commedia tanto per fare, ormai so che é così e non
comprerò più niente se non quando mi ritroverò
da solo.
Usciti dal mercato visitiamo il tempio che lui frequenta, affigliato
alla Chiesa Cattolica Siriaca, la stessa di Al Wadi. Il prete me la
conta un po’ ed io mento dichiarandomi devoto per non far fare
brutta figura al mio accompagnatore. Finalmente posso sdebitarmi un
po’ offrendo una discreta cifra alla parrocchia, ricevendo in
cambio un bellissimo calendario riportante un’icona al mese e
tutto scritto in splendidi ghirigori arabi.
A lato c’é il cimitero dove si trova sotterrata la prima
moglie del mio amico. Le tombe sono una attaccata all’altra e
occorre muoversi come in una giungla, stando ben attenti a non rovesciare
vasi e lumini. Torniamo a casa in tempo per il the e i dolci, questi
veramente tali, tanto é lo zucchero che impiegano a produrli
i siriani. Purtroppo non abbiamo potuto visitare la moschea, non so
per qual motivo, ma io dubito che Toni non abbia voluto farlo. Insomma,
coesistenza sì, ma ognuno al suo posto che é meglio.
Consumati i dolci, con la pancia che mi scoppia, usciamo nuovamente,
stavolta per incontrare Mobuk, ma soprattutto per vedere un paio di
automobili eccezionali. Toni e il suo amico, che ritroveremo a Al Wadi,
da valenti meccanici aggiornano a tempo perso automobili americane degli
anni ‘50.
Quella del mio ospite é una Buik, ma il motore seminuovo che
gli ha impiantato é un Volkswagen.
Tutto sommato sembra ancora una berlina normale, ma quella di Mobuk
non si sa più che sia, assomiglia a una Funny Car, quelle buffe
auto yankee che negli States gareggiano in comicità e accelerazione.
Ovviamente, questa impressione me la tengo per me e soffoco una risata
poiché lui ne va molto fiero. Ci porta a fare un giro e devo
ammettere che, scricchiolii a parte é una vera bomba. Dopo cena
mi riporterà lui a Al Wadi. Mi auguro di tutto cuore che sia
astemio, poiché la frenatura é piuttosto sbilanciata e
la ruota destra anteriore si blocca appena accarezzi il pedale del freno.
La conversazione con Mobuk é resa difficile dal nostro reciproco
scarso inglese, così durante i lunghi silenzi scopro un’inaspettato
passatempo. Le targhe delle auto riportano in piccolo i nostri numeri,
quelli che noi chiamiamo “cifre arabiche” e i in grande
i loro, davvero arabi, che chissà come si devono chiamare se
noi gli abbiamo usurpato il nome. Ad ogni modo, grazie a queste Stele
di Rosetta mobili, dopo una decina di sorpassi imparo a leggere da zero
a nove.
Quando lasciamo la statale e inforchiamo la valle Mobuk mi fa guidare
il suo mostro. Non ho preso la patente internazionale, obbligatoria
in Siria, ma quassù non esistono poliziotti che possano pescarmi.
Non é facile inserire le marce, non é facile niente e
dopo un pò mi arrendo. Prima però improvviso la solita
commedia dicendogli di avere problemi di stomaco, mal di testa e quant’altro
deriva da una eccessiva mangiata e libagione per non confessare che
guidare il suo gioiello mi da l’angoscia.
Non l’avessi mai fatto! Quello mi fa proseguire ancora per un
chilometro e poi mi fa fermare a casa di suoi parenti dove devo trangugiare
un’intruglio che dovrebbe sistemarmi. Per poco rigetto tutto,
accidenti, stavolta avrei gradito davvero un caffé.
Arriviamo in hotel verso le dieci. Melina sembra distrutta e improvvisamente
invecchiata dopo una giornata campale con più di cento ospiti
a pranzo. Per fortuna Mobuk se ne va subito ed io tento di coccolarla.
Mi siedo sul suo steso divano, a debita distanza e sotto sua richiesta
le racconto quello che mi é successo. A lei interessa cosa ho
visto e soprattutto come l’ho visto. Ad un certo tratto quasi
litighiamo sulla pronuncia di una parola e lei mi pianta in asso. Suo
fratello scuote la testa:
- Te l’ho già detto che é un po’ matta.
Sono troppo stanco per preoccuparmi. Vado a dormire, domani, al lavoro,
sarà una giornata tosta.
**
Il mattino del lunedì
non mangio e neppure prendo il caffé. Se lo facessi faticherei
a condividere la colazione con la nostra equipe. Nella mensa il colonnello
ci fa trovare una ciotola piena di tabacco siriano, lo steso che fuma
lui. Ce ne sarà mezzochilo e chi vuole se ne prende quanto necessario
per farsi la fumata e nulla più. La colazione é un bel
momento. Il vassoio é unico e si prende la pietanza servendosi
del pane fresco e profumato. Le ragazzine sono elettriche, la loro vivacità
le farebbe pensare ancora bambine delle elementari, peccato che non
possiamo capirci in nessun modo.
Il lavoro procede normalmente e gli immancabili probleni che si presentano
li superiamo con relativa facilità. Sono piccoli inconvenienti,
addirittura graditi che ci evitano la noia e mettono in evidenza le
ottime capacità del mio compagno di lavoro, con sua grande soddisfazione
poiché é molto vanesio. Uno dei guai a cui non può
rimediare neppure il suo ingegno é la mancanza occasionale di
corrente, problema cruciale per tutta la Siria servita da una rete obsoleta
fatta di filo di ferro. In cortile ci sono diversi gruppi elettrogeni
che entrano in funzione, però soltanto per le macchine in produzione
perché insufficienti a far girare tutta la baracca. Approfittiamo
di una di queste pause per andare a trovare Mobuk.
A pochi passi c’é il capannone dove lui ripara tutte le
attrezzature oleodinamiche della marca tedesca Rexroth presenti in Siria,
da Damasco ad Aleppo. Dispone di una attrezzatura invidiabile e di una
esperienza notevole poiché due volte l’anno passa quindici
giorni in Germania per aggiornarsi. Quando entriamo sta telefonando
in Germania per ordinare dei ricambi. Per la prima volta capisco qualche
parola ... già ma non é arabo, ma tedesco! Der Teufel!
Per venire qui ho proprio interrotto il corso serale di questa lingua.
Credo che al ritorno, dopo aver perso almeno quattro lezioni, lo abbandonerò
talmente mi é ostico.
Si conviene che stasera prenderemo il caffé a casa di Mobuk.
All’imbrunire il nostro lavoro é a buon punto, domani collauderemo
lo stampo. Adesso si tratta di portare a casa le tre ragazze e, con
la mia aggiunta come passeggero, disponiamo soltanto di un pick up con
soli due posti in cabina ed é impossibile salire sul cassone
poiché é pieno di attrezzi. Incredibile! Per primi saliamo
Toni ed io, poi la più piccina si siede su di lui a contatto
del volante, mentre le altre due si siedono su di me. Per non ingombrare
troppo Toni, che per abbrancare il volante deve abbracciare la sua ragazzina
e divaricare i gomiti, apriamo i finestrini e una delle mie quasi ne
esce fuori.
La strada sconnessa ci fa sobbalzare, però aiuta pure ad assestarci
e a compattarci: adesso ce ne starebbe ancora una in più. Le
risate si sprecano, chissà che si dicono tra di loro. Rido anch’io,
la situazione é oltremodo divertente sebbene le ossa puntute
delle magrissime ragazze sembrino maciullarmi. Dopo un paio di chilometri
comincianno le consegne delle figliole alle famiglie, infine arriviamo
nel cortile di Mobuk. Siamo accolti festosamente dalla sua famiglia.
La moglie e la madre parlano francese mentre la figlia, studentessa
universitaria, si esprime in un inglese oxfordiano, ancor meglio di
Melina. Chiacchiero con lei attraverso la madre, francese-arabo-inglese
e ritorno, un po’ perché mi vergogno della mia limitatezza
in quella lingua e un po’ per educazione, per mantenere tutti
al corrente di che si parla.
Il caffé in nostro onore viene fatto con la moka che Mobuk ha
portato dalla Germania. Quasi quasi che non mi piace più fatto
alla nostra maniera.
Dopo una piacevole oretta lasciamo i nostri amici e Toni mi riporta
all’hotel.
Dopo cena alcuni avventori mi propongono di giocare a Blak Gammon. Mi
vergogno, ma devo confessare che non conosco il gioco. Me lo insegnano,
con l’aiuto di Dimitri, e poi mi vincono a più riprese.
Ciononostante offrono loro da bere. Stasera la mia bella non c’é,
é a Homs a svolgere qualche affare riguardante l’hotel.
Non sarà andata a trovare qualche ganzo? Mah!
Quando vado a dormire Dimitri mi accompagna sin davanti alla camera
e scopro che si dorme tutti a quel piano per risparmiare sul gasolio.
Addirittura la stanza di Melina é quella accanto alla mia. Questo
mi fa quasi impazzire, e sì che già m’ero calmato.
**
Il resto della settimana
passa tranquillo a parte una questione tra Toni e il sottoscritto. Io
sono in possesso di alcuni parametri ottimali di stampaggio che lui
non intende rispettare. Dalla sua ha un guadagno di tempo sul ciclo
di un buon sei per cento, per nulla disprezzabili detto in soldoni contanti.
Dalla mia ho l’esperienza fatta in Italia prima di partire per
cui, se si va troppo svelti a stampare, il secondo ritiro del materiale,
detto di stagionatura, sarà eccessivo e tra quindici giorni non
si riuscirà più a combinare tra loro i dodici pezzi di
cui é composto il manufatto finale e si dovrà buttare
tutto il lavoro. Ciò considerato si decide di sospendere la produzione
per attendere la risposta al fax che l’ingegner Al Kaleb, pressato
da me, ha inviato a Valter in Italia. La risposta arriva dopo mezza
giornata e Toni ci rimane un po’ male quando anche i suoi capi
gli impongono di rispettare le mie direttive. Dispiace anche a me, ma
io rappresento gli interessi di chi mi paga. Ad ogni modo, dopo questo
colpo alla sua presunzione, i nostri rapporti si raffreddano.
Ora é un’altra questione tecnica che mi preoccupa: il colore.
Il nostro prodotto, già sul mercato da un paio d’anni,
deve assolutamente rimanere identico in tutti i particolari che lo compongono,
visto che é così che abbiamo abituato i clienti ed é
altrettanto così che a loro piace. Non sono certo della tonalità
del giallo e approfittando del fax riguardante i tempi ho richiesto
in Italia un apparecchio misuratore. É un’affarino appena
arrivato all’aeroporto di Damasco. Valter é un furbacchione
oltre che un amico, dubitando che io mi annoi ha intestato a me personalmente
il pacco, così Thal mi fornisce un’auto e un autista perché
possa andare a ritirarlo. É l’occasione che aspettavo per
evadere dalla valle e vedere un po’ di deserto, in più
la fortuna mi affida un conducente giovane, Daud, uno studente che parla
un discreto italiano e lo fa volentieri.
Disgraziatamente Tadmor non é sul percorso come speravo, ma esattamente
a est di Homs, sullo stesso parallelo e a non più di 200 chilometri.
Questo sito ospita le rovine di una città del II secolo dopo
Cristo, chiamata Palmira dai romani. Nel 266 vi regnò la regina
Zenobia, discendente di Cleopatra. Altrettanto fascinosa e audace dichiarò
l’indipendenza da Roma e minacciò di invadere l’Egitto.
Purtroppo l’imperatore Aureliano sbaragliò il suo esercito
e distrusse la città, riducendola a quanto si può ancora
ammirare oggi. Daud sostiene che come bellezza e valore Palmira fa il
paio col Krac des Chevaliers.
La superstrada, che adesso percorro alla luce del giorno, separa le
terre coltivate a ponente dal deserto che si estende verso levante fino
all’Eufrate. La fascia che costeggia la strada é totalmente
priva di alberi, ma non del tutto priva di vegetazione; ciò avviene
soltanto in prossimità dei confini giordano e iraqueno. Nel mio
campo visivo ci sono dei ciuffi d’erba sparsi, sempre meno fitti
man mano che ci si allontana dalla strada, però sufficienti al
pascolo di capre e pecore nel periodo invernale. In estate non avrei
potuto vedere queste greggi perchè transumano verso le zone collinari
per sfuggire alla siccità e al caldo eccessivo. Daud inforca
una pista parallela appena praticabile e mi porta ai limiti della vegetazione.
Ora ho davanti a me il famoso deserto siriaco descritto da Lowrence
d’Arabia ne “I sette pilastri della saggezza”. Porca
vacca: manca la sabbia che vidi nel film con Peter o’Tool! É
tutta una pianura rocciosa ingombra di sassi, ma non sono deluso, anzi,
una scusa in più per recarmi un giorno o l’altro nel Sahara
per salire le dune.
Dopo pochi chilometri riprendiamo la superstrada; abbiamo perso pochissimo
tempo e l’andatura prudente del ragazzo mi permette di chiacchierare
tranquillamente senza patemi d’animo.
Daud mi confida che lui e i suoi compagni di studi amano recarsi a Palmira
per incontrare i turisti e parlare inglese con loro.
- A volte mi tocca tranquillizzarli perché si vedono passare
sulla testa dei caccia dell’aviazione militare! C’é
una base lì nei dintorni. C’é pure un carcere di
massima sicurezza, ben nascosto alla vista di tutti. A dire il vero
ce ne sono dappertutto in questo paese e tutti strapieni.
Non sarà un provocatore? Sembra che qui, come polizia segreta,
ne esista più che nella Republlica Democratica Tedesca. Ma che
me frega? Non sarà quello che penso io a minacciare il regime
e credo che nessuno abbia interesse a incastrare un povero meccanico
come me, e poi ... sono molto curioso. Accetto l’argomento.
- Pieni di detenuti politici?
- In medio oriente politica e religione sono una miscela inestricabile,
sono entrambe le cose, specialmente i fanatici religiosi della “Fratellanza
Musulmana”.
- Parlami un po’ delle vostr religioni.
- La maggioranza della popolazione é sunnita, mentre il nostro
presidente é un alauita, una minoranza come la drusa, prima poco
considerate dai grandi gruppi musulmani come sunniti e sciiti. Forse
per questo che ci tiene molto a mantenere la libertà di culto
nel nostro paese, é nell’interesse della sua gente.
- E con voi della galassia cristiana?
- Nessun problema. Pensa che in Siria l’Islam non é neppure
religione di stato!
- Cavolo! Siete più avanti dell’Italia in questo campo.
- Sì, però non farti illusioni: per non scontentare troppo
la maggioranza, la costituzione prevede che il presidente sia per forza
musulmano.
Mi lascio andare, pur non citando il “presidente” per nome.
- Beh, tanto quello lì mica se ne va più, o sbaglio?
- Lui no di certo, ma io sì, appena posso. Sai, a Palmira non
ci vado soltanto per il piacere di conversare, ma per impratichirmi
della lingua e andarmene poi in Inghilterra.
Il ragazzo sembra proprio convinto che da noi sia tutto rose e fiori,
adesso lo freno un po’.
- Guarda che mica é facile cavarsela in Europa, inoltre, non
so se i tuoi studi ti serviranno.
- Studi? Che studi vuoi che abbia? Qui si finanziano soltanto i militari,
a loro vanno dieci volte più soldi che all’istruzione.
La scuola la terminerò là. Ma lo sai che qui dovrei fare
il soldato per due anni e mezzo?
Trenta mesi da marmittone, col rischio di lasciarci la pelle sulle alture
del Golan in una delle non troppo rare scaramucce con gli israeliani!
No grazie, sono d’accordo con lui.
- E i tuoi che ne pensano?
- Niente, sono orfano.
- E il colonnello?
- Chiuderà un occhio. É una brava persona.
Chiacchierando siamo arrivati a costeggiare la ferrovia, segno che Damasco
é prossima.
Con l’aiuto del mio autista tuttofare compilo i moduli per ritirare
il mio pacco all’aeroporto e ce la caviamo molto più in
fretta di quanto credessi. In città parcheggiamo l’auto
con qualche difficoltà in una piazza non so quale e ci indirizziamo
a piedi verso la città vecchia, circondata da mura ricostruite
nel medioevo sui ruderi di quelle romane.
I nostri legionari non furono gli unici a calpestare il suolo di questa
regione per imporvi la legge del più forte. Qui sono tutti convinti,
e sembra ne abbiano buone ragioni, di abitare la città più
antica del mondo, ovvero la prima città fondata dall’uomo
contemporaneamente all’invenzione dell’agricultura. Forse
Damasco data 10.000 anni! Egiziani e mesopotamici, ittiti e greci precedettero
i romani e in seguito arabi, turchi, francesi e inglesi dominarono su
questa città, ora radendola al suolo, ora abbellendola di templi
e palazzi.
Molte belle costruzioni sono purtroppo circondate da una stridente ragnatela
di cavi telefonici ed elettrici. Le stradine sono strettissime e i tetti
delle case quasi si toccano, possiamo così girare piacevolmente
all’ombra. Non possiamo entrare nell’immensa moschea degli
Omayyadi poiché é mezzogiorno e dentro i fedeli stanno
pregando. Daud però sa dove portarmi e varchiamo la soglia del
museo della scrittura, nei pressi del mausoleo del Saladino.
Oltre a fogli di carta e papiri, oggetti di tutti gli usi sono decorati
di sola scrittura araba, vere opere d’arte calligrafica. Mi aspettavo
che qualcuno mi rivelasse che la scrittura alfabetica é nata
qui, in questa città, ma scopro ciò avvenne sulla costa,
come dimostrano delle tavolette ritrovate dalle parti di Latakia.
Ci sarebbero ancora un sacco di cose più o meno interesanti da
vedere, ma il mio compagno é molto giovane e quindi molto affamato.
Usciamo dalla cinta di mura gettando un occhiata alla cittadella in
fase di restauro e ci dirigiamo verso il centro alla ricerca di un ristorante.
Man mano che etriamo nel cuore della città moderna mi sorprendo
a vedere molte donne vestite all’europea, persino truccate, inoltre
sono numerosi i ragazzini che girano indossando le magliette di Michael
Jackson.
Daud l’ho preparato prima: che non rompa, sarà mio ospite
a pranzo, é un mio diritto di anzianità considerato che
potrebbe essere mio figlio. Non devo insistere molto poiché accetta
senza farsi pregare. Suppongo che il colonnello gli abbia dato del denaro
per coprire ogni eventualità di spesa, quindi potrebbe tenersi
i soldi del pranzo se gli lascierò la ricevuta.
Vorrei farmi una mangiata all’europea, anche Daud é d’accordo,
ma soltanto al Sheraton e al Meridien sembra ciò sia possibile
e un’occhiata ai prezzi mi convince a rimandare l’evento
al ritorno in Italia. Ora che le mie pretese sono calate mi accontento
che servano, se non vino, almeno birra. Entriamo al Al-Kamal nei pressi
del monumento al contadino. Scopro che il nome della birra é
il medesimo del fiume che ci scorre sotto i piedi: il Barada. Il corso
d’acqua che per millenni ha permesso la vita in questo sito é
oggi prevalentemete interrato, ed é meglio così perché
dove riaffiora puzza come una fogna a cielo aperto. Chiediamo se é
possibile mangiare qualcosa cucinato all’europea e quando il cameriere
scopre che sono italiano ci promette una pastasciutta!
Mi vengono le convulsioni al pensiero di quella melma scotta che dovrò
probabilmente trangugiare, ma la realtà come sempre supera la
fantasia. Stranamente vedo il cameriere involarsi all’angolo della
strada. Poco dopo ritorna trafelato con un gran pacco sotto al braccio,
ci sorride con evidente soddisfazione e ritorna in cucina per riapparire
poco dopo con due piatti di spaghetti conditi al pomodoro. Sono meno
peggio di quanto prevedessi e a maggior consolazione arriva pure una
bottiglia di vino fuori menù. Scopriremo poi tornando all’auto
che esiste un self-service che vende cibi italiani più o meno
in faccia all’hotel Meridien. Ecco dove si é procurato
la nostra sbobba quel furbacchione!
Ora lasciamo la città e, continuando nel suo intento culturale,
il mio cicerone mi propone di passare per Maalula, tanto non si devia
molto dalla nostra strada. Le case della cittadina, ben disposte sul
fianco di una montagna, sono una tavolozza di giallo, blu e malva, ma
ancor più che la bellezza della pietra Daud mi ha condotto qui
per udire l’aramaico. In verità é un dialetto di
quella che allora era la lingua dominante questi siti dal Libano alla
Palestina. Camminiamo in silenzio per le strade e ci fermiamo ad ascoltare
facendo finta di niente ogni qualvolta scopriamo della gente intenta
a discorrere. Scherzando suggerisco di metterci sottovento per udire
meglio.
Ovvio che io non ci capisca niente, però scopro che neanche il
mio accompagnatore ne sa più di me, ad ogni modo é curioso
e si comprende subito che non é un idioma arabo.
Quando riprendiamo il ritorno verso Homs sono soddisfatto dell’escursione
e prometto a Daud di parlare di lui a Valter e vedere un po’ come
farlo arrivare in Italia, per l’Inghilterra si vedrà poi.
Ora siamo in due a essere contenti.
**
L’analisi
dei colori dimostra che le mie preoccupazioni erano eccessive, lo strumento
segnala scostamenti impossibili da rilevare all’occhio umano,
foss’anche quello di un Van Goog. Visto che però ho fatto
tanto casino per poter fare quelle analisi, decido una piccolissima
variazione nella miscela, agendo in due direzioni in modo da riavere
lo stesso risultato di prima, però questo, da vecchia volpe,
non lo dico.
Toni sembra aver digerito i nuovi tempi di stampaggio e ritorna gentile.
Soltanto ora mi accorgo di un curioso equivoco: lui mi chiede sempre:
- Bruno, mangiato?
Ed io rispondo di sì. Il bello é che dopo la mia affermazione
mi conduce nella saletta refettorio del capannone e mi offre da mangiare!
É evidente che confonde il participio passato con l’infinito,
dovevo capirlo prima ed ora gli rispondo sempre di no, altrimenti rischio
di tornare a casa con dieci chili di lardo in più, però
... potrei sempre inventare una barzelletta da raccontare al bar: “sapete
che la grammatica ingrassa? No? Ebbene ...
**
La sera continuo
ad essere l’unico cliente del ristorante dell’hotel. Melina
ritorna a sedersi un momento al mio tavolo.
- Cosa mi raccontate del deserto? L’avete finalmente visto oggi,
vero?
- Sì, ma dovrei prima parlarvi del tempo, del time e non del
weather.
- Ebbene fatelo, sono curiosa.
- Voi siete ancora troppo giovane per avvertirlo, ma per me il tempo
passa molto più alla svelta di quand’ero bambino, e anche
abbastanza di più di quando ero ragazzo.
- E ve ne rammaricate? Ci si dovrebbe annoiare di meno.
- Beh, io non mi annoio mai, specialmente se sono solo, soltanto mi
annoio quando non posso sfuggire a delle persone tediose.
- Spero non mi consideriate tra queste!
- Ma che dite mai miss Melina! Rimarrei ore a parlare con voi.
- Galante! Continuate vi prego.
- Le mie osservazioni del progressivo accorciarsi del tempo sono basate
sulla settimana. In un attimo dal lunedì si salta al mercoledì
come se non esistesse un giorno in mezzo e poi con un salto triplo ci
si ritrova di domenica. Si fa presto a passare una cinquantina di settimane
e scoprirsi un anno più vecchi con meno fiato a soffiare sulle
candeline.
- Che tra l’altro aumentano sempre di una!
- Proprio così. Ora é chiaro che il tempo lo scandiscono
gli orologi come quello che sta sopra il bancone del bar, ma questo
interessa la quantità del fenomeno, non la qualità; quella
dipende esclusivamente dalla nostra percezione.
- Mio fratello mi aveva avvertita che in mancanza d’azione diventate
un po’ filosofo, ma non eravamo partiti parlando del deserto?
- Proprio così, il deserto con la sua tipica assenza di riferimenti,
dovrebbe rallentare la percezione del passaggio del tempo.
- Ed é avvenuto oggi?
- No, dovrei girarci per almeno una settimana, da solo o al più
con un cammello.
La ragazza si mette a ridere.
- Se sono entrata bene nel vostro ordine di idee, potrebbe succedere
che voi torniate qui dopo un discreto numero d’anni passati a
fare l’eremita e che domandiate proprio a me, nel frattempo diventata
vecchia e decrepita, dove é finita mia figlia Melina! Questo
perché a me il tempo é passato più alla svelta
che a voi, rimasto un affascinante quarantenne nel viso e un quattordicenne
nell’animo.
Questa dev’essere una pronipote di Albert Einstein, il padre della
relatività ristretta; il suo ragionamento mi ricorda il paradosso
dei gemelli.
- Un quattordicenne?
- Sì, é il vostro lato migliore. Adesso però devo
lasciarvi. Non avete affermato che non vi annoiate a rimanere solo?
- Beh, ogni regola ha la sua eccezione.
Non so perché mi sono avventurato in un simile discorso metafisico
con Melina. Già affermai che le donne non sono attratte dalle
esibizioni di coraggio e posso garantire che non le eccitano neppure
le esibizioni intellettuali. Per di più le mie speculazioni sulla
percezione del tempo non sono chiare neppure a me. “Affascinate
quarantenne”, però ...
**
Dopo mangiato mi
reco nella hall per guardare la televisione. Dimitri mi domanda se ho
già ascoltato la sua cassetta: era l’occasione che aspettavo.
Sebbene siano passati parecchi anni da quando in Italia proiettarono
il film Zorba il Greco, mi lancio nel ballo del Syrtaki nella hall dell’hotel.
Subito il greco mi si affianca, mentre Melina rimane seduta a fare la
calza. Accidenti! mi sono dimenticato che questo é un ballo per
soli uomini. Faccio scorrere il nastro alla richerca di qualcosa come
un valzer o una mazurca, che ballo da cane, ma che si balla in coppia,
tra un’uomo e una donna. Ma niente da fare, la dannata continua
a gnorarmi sferruzzando! Cedo e vado a dormirci su.
**
Senza scossoni al
tran-tran aziendale arriva il secondo sabato! Oggi pomeriggio la mia
sospirata ha accettato di accompagnarmi a visitare il Krac des Chevaliers.
Cavolo, accidentato come mi hanno descritto il percorso penso proprio
che una palpatina per aiutarla a salir le scale ci scapperà.
Ormai credo d’averle toccato il cuore e sarebbe ora di toccarle
anche il cu...!
Merdaccia! I pantaloni che indossa, tipo legione straniera, saranno
pure comodi, ma non erano questi che mi attendevo. Davvero me l’aspettavo
fasciata da un paio di jeans, magari dei Lewis come i miei. Quasi quasi
che le propongo uno scambio, sono quasi della stessa misura.
Soli? Altra fregatura: giunti all’ingresso lei mi consiglia di
farci accompagnare dalla guida; dice che tanto costa poco e inoltre
farei guadagnare qualcosa in una stagione di morta a quel poveraccio
carico di famiglia.
Vabbé, cosa non farei per lei! Entriamo.
**
Le Krac des Chevaliers
Dalla città
turca di Antakya fino a Beirut nel Libano, parallelamente alla costa
del Mediterraneo, si snoda per 250 chilometri la catena montuosa del
Jebel an Nusariyah, con alcune cime superiori ai duemila metri e totalmente
innevate d’inverno. L’unico valico praticabile da un grande
esercito medievale munito di macchine da guerra si trova presso l’attuale
confine libanese. A quei tempi, e fino a pochi decenni or sono, dominando
quel valico si controllava di fatto l’accesso dal mediterraneo
meridionale al medio oriente. Fu a questo scopo che i Crociati costruirono
nel XII secolo quella che allora poteva ritenersi la più imponente
fortezza del mondo conosciuto. Ancora oggi questo passo si può
considerare strategico, poiché oltre ad essere attraversato dalla
strada che collega la città portuale di Tartus (l’equivalente
di Genova) alla città industriale di Homs (l’equivalente
di Torino e Milano), vi passa l’oleodotto che porta al mare il
petrolio estratto nei pozzi dell’est.
La fortezza del Krac des Chevaliers, come testimoniò uno che
se ne intendeva, il mitico Lawrence d’Arabia, é molto ben
conservata, specialmente la parte più antica costituita di blocchi
di basalto.
Dopo un centinaio d’anni di ampliamenti al suo interno poteva
contenere una guarnigione di 4.000 uomini e altrettanti cavalli. Nonostante
la sua fama di imprendibiltà, verso la fine del XIII secolo il
sultano Baibars la conquistò e la sviluppò ulteriormente
innalzando nuovi edifici all’interno, impiegando però arenaria.
Diverso materiale a parte, il cambiamento si nota soprattutto dal passaggio
repentino dello stile della parte superiore, da francese ad arabo.
Dopo questa introduzione, Shab, il nostro cicerone, ci invita a varcare
la soglia dell’ingresso principale. Non mi trattengo e gli domando
se ne esistano anche di segreti.
E come no! Conferma che ne incontreremo uno appena più avanti.
Melina mi confida che é la prima volta che visita il Krac. Mentre
suo fratello era già qui da un anno per organizzare l’hotel,
lei vi giunse soltanto pochi giorni prima della recente apertura e,
udite udite, é ben lieta di visitarlo con me che sembro apprezzare
così tanto ciò che la fortuna mi offre di bello.
Per la somma delle proprietà transitiva e estensiva ben note
ai matematici, ciò potrebbe significare che pure lei si considera
compresa nelle mie fortune e nei miei apprezzamenti. Ah, quanto mi piace
compiacermi!
Saliamo una scala dai gradini molto lunghi e ampi e di appena una decina
di centimetri di alzata. Questo permetteva ai cavalli di salire senza
problemi con i cavalieri dalle pesantisime armature in groppa e di raggiungere
le ampie scuderie. É impressionate constatare che ogni muro é
spesso non meno di cinque metri.
In questo momento ci troviamo ancora dentro alla cinta esterna, presidiata
da tredici torri e, proprio accanto alla prima che si incontra, la guida
ci indica l’angusto passaggio che porta al fossato. La paura di
incontrare qualche biscione e la puzza d’acqua stagnante non invitano
a esplorarlo e continuiamo verso la parte interna della fortezza. Cavolo!
É un altro castello nel castello e visto così da vicino
sembra ancora più grande di quello che lo contiene. Sulla facciata
del muro principale
si vedono delle figure leonine, l’una di fronte all'altra; erano
i simboli del potere di Riccardo Cuor di Leone.
Da almeno un quarto d’ora sto trascurando Melina; mi accorgo di
lei soltanto quando raggiungo Shab, perché continuo ad andare
avanti, indietro e di lato per godermi lo spettacolo da tutti i punti
di vista. Quello che mi colpisce é la dimensione dei blocchi
di basalto, così grossi peseranno quasi una tonnellata ciascuno,
inoltre sono tagliati con una precisione millimetrica e nei minimi insterstizi
la vegetazione ha ben poche possibilità di istallarsi. Forse
é proprio questo il motivo che dopo ottocento anni é ancora
tutto integro o quasi.
D’ora in avanti é tutto un susseguirsi di camere, dapprima
enormi e via via che ci si avvita salendo, sempre meno grandi, ma pur
sempre capaci di ospitare centinaia di persone. La bellezza é
esclusivamente architettonica poiché, a parte i leoni, non vi
é traccia di statue o rilievi. Ora comincio a sentirmi stanco
e sono ben contento di scoprire in cima alla torre, detta “della
Figlia del Re”, un bar aperto. Melina ed io ci sediamo mentre
Shab si apparta con il gestore.
- Guardate mister Bruno, quella é la catena dell’Antilibano
e quella vetta innevata é il Kornet as Saouda, alto più
di tremila metri.
Questa continua a darmi francesemente del voi nonostante che per tutta
la settimana abbia fatto il pagliaccio per lei. Anche se adesso non
sono in casa sua mica posso spararle il solito “diamoci del tu”.
Va bene, dopo, dopo, adesso mi gusto il Krac, anzi, un caffé.
- Allora, vi commuove la mia commozione?
- Sì, ve lo confermo.
Ma questa qui avrà mai raccontato una barzelletta nella sua vita?
Da piccola avrà fatto delle marachelle? Combinato qualche guaio?
Ed io, le corro appresso perché é l’unica donna
europea di questo posto o perché potrebbe essere l’unica
donna della mia vita? Cacchio, coi soldi che si ritrova, figlia di un
direttore d’hotel a cinque stelle, azionista di quest’altro
favoloso albergo ...
Accidenti, ho capito: sono un poveraccio squattrinato, un giramondo
senza speranze ... ma un briciolino di sesso mordi e fuggi! Andiamo!
Anch’io per lei sono l’unico europeo a disposizione! Discrezione?
A iosa! Le nostre camere sono adiacenti, una porta si apre a l’altra
si chiude, un attimo e nessuno s’accorge di niente. E che ci vuole?
**
Preso il caffé,
scendiamo dalla torre e riprendiamo la visita. Infiliamo un corridoio
sul lato occidentale del cortile, un pasaggio che forse è la
struttura più imponente del Krac. Alla base delle sette capriate
che lo sostengono si trovano degli eleganti bassorilievi che mi fanno
ricredere su quanto detto prima riguardo alla scarsa artisticità
del luogo. Ora siamo nel centro vitale della fortezza, vi si trovano
un forno largo cinque metri, un pozzo e dei magazzini. Qui si cucinava
per 4-5.000 persone! Ovviamente non poteva mancare il cibo per l’anima
ed ecco la chiesa: beh, oggi la moschea poiché il sultano conquistatore
volle immediatamente trasformarla, sebbene rimanga inevitabilmente “cristiana”
la struttura a navata. Fin’ora ho scattato un sacco di foto e
ho posto cura che in ogni inquadratura ci rimanesse anche Melina da
qualche lato. Ora le scatto sfacciatamente un primo piano. La ragazza
si schernisce, ma la foto é fatta. Mi chiede, anzi, mi minaccia
nervosamente di non farlo più.
Mi sono rotto le scatole. Apro la macchina, estraggo il rotolo e lo
svolgo al sole, poi lo metto in tasca per buttarlo via poi nei cestini
della spazzatura dell’hotel. É una dichiarazione di guerra
e scendiamo tenendoci a distanza. All’uscita compero un volumetto
sul Krac, pieno di foto senz’altro migliori delle mie e saluto
Shab. Rimonto in auto con Melina e entrambi rimaniamo in silenzio fino
all’hotel.
Mi sono comportato come un bambino capriccioso, me ne rendo conto e
mi taglierei le palle.
Il pomeriggio cerco Dimitri e gli domando come posso fare per raggiungere
Tartus. Il mio amico, nonché fratellino adorato di Melina, intuisce
il mio trasparente disegno: voglio trovare un localaccio pieno di femmine
allegre e ben disposte nei riguardi dei viaggiatori.
- Non te lo consiglio, non troveresti niente di quello che cerchi; dovresti
andartene ad Aleppo, neanche a Damasco si muove una foglia.
É proprio così, già me lo aveva detto Valter.
- Mia sorella é preoccupata d’averti offeso. Mi ha pregato
di chiederti scusa e avrebbe piacere che stasera tu cenassi con noi.
Oh! Non montarti la testa, si mangia in cucina, però all’italiana.
- Spaghetti?
- Proprio così, quest’estate il tuo amico Valter ne portò
talmente tanti che non sapevamo più che farcene.
- Ci sto, ma decido io quando toglierli dal fuoco.
- Affare fatto.
**
Non mangerò
mai quegli spaghetti! Arriva Toni tutto agitato: si é tranciata
di netto una delle colonne della macchina! É avvenuta l’ennesima
interruzione improvvisa di corrente e i generatori non sono partiti
in automatico impedendo di terminare il ciclo. Alla ripresa un sovraccarico
meccanico ha provocato il disastro. Simili incidenti non sono una rarità,
ma sono altamente improbabili e possiamo ben dichiararci sfortunati.
Fotografo il punto di rottura, anche se ben difficilmente riuscirò
a dimostrare che si tratta di un difetto di costruzione: saranno cavolacci
nostri. Ora la mia presenza é superflua, qui dovranno intervenire
gli specialisti del costruttore della macchina. Anche il colonnello
accorre al capezzale del malato e dopo una serie di telefonate localizziamo
Valter da qualche parte in Italia. Questi mi chiede di rientrare immediatamente
per andare assieme dal costruttore già il lunedì mattina.
Alle quattro finalmente rientro in albergo, posso dormire fino alle
10 e poi qualcuno mi accompagnerà all’aeroporto di Damasco.
Non riesco a dormire e scendo nella hall verso le otto. Spero di trovarci
Melina per salutarla, infatti eccola, vestita in Jeans e maglietta come
mi sarebbe piaciuto vederla ieri al Krac.
- Ho saputo che devi andartene, mi dispiace.
- Anche a me, così di corsa poi.
- Tornerai?
- Difficile. Incidente a parte, adesso sanno come procedere.
Melina mi da una sua foto scattata sull’Acropoli di Atene dove
é vestita allo stesso modo.
- Capisci perché ieri mi arrabbiai! Ero così malconciata.
- Sai che molte sere ho pensato di uscire sul mio balcone per saltare
sul tuo e entrarti in camera?
- Ed io ho ho sempre creduto che prima o poi lo facessi!
Non possiamo continuare su quel tono poiché arriva Dimitri; in
fondo é una fortuna perché ci evita di cadere nel patetico.
- Ciao Bruno, devo andare a Homs or ora, se vuoi ti accompagno io così
chiacchieriamo ancora un po’.
- Bene, per favore telefona a Toni che non venga a prendermi.
La mia avventura siriana é conclusa. Cogliere la bellezza che
si nasconde nell’apparente desolazione del deserto siriaco durante
il viaggio é un buon metodo per stemperare la seduzione di Melina.
Fine