VIAGGIO
IN SERRA GAUCHA - BRASILE
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Bruno
Giuliano
Itinerario: Paso Fundo, Marau, Caxias do Sul, Garibaldi
Numero di giorni:
Costo totale del viaggio:
Periodo:
Compagnie Aeree:
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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O BRASIL
DO SUL - MARAU
Se attraversando
il Sud del Brasile sentirete qualche anziano del posto parlarvi in dialetto
veneto, non vi meraviglierete più dopo aver letto questo racconto
di viaggio attraverso la Serra Gaúcha.
Nasco alla luce del mattino
dal pancione del grosso Boeing e mi trovo per la prima volta a calpestare
il suolo del Brasile. Spaesato come un neonato nel grande aeroporto
internazionale Garulhos di São Paulo, attendo una mammina che
si prenda cura di me e la trovo nascosta dietro un vistoso cartello
con su scritto Amarau.
È una giovane impiegata inviata dai miei futuri ospiti, bella
ed esotica a misura delle fantasie di un maschietto italiano. Già
mi sento un fortunato ragazzino quando (ahimé!) mi consegna il
biglietto per volare al sud, alla loro sede centrale e aggiunge che
non potrà accompagnarmi per motivi che il mio misero corso di
portoghese non mi permette di comprendere.
Come consolazione, prima di sparire, la fatina mi procura un taxi che
mi porterà dall’aeroporto attuale, all’aeroporto
domestico di Congonhas.
Domestico! si chiama proprio così un aeroporto per soli voli
nazionali, ossia di casa.
La distanza tra i due è notevole e il percorso attraversa la
città che si sta risvegliando. Fiancheggiamo il fiume Tiete e
con stupore vedo una draga che lo ripulisce da una schiuma bianca e
ribollente che sembra ricoprirlo per intero. Il problema di questa città
è che il paio di torrentelli, il Tiete non è molto di
più, non bastano a diluire quanto sedici o più milioni
di persone hanno accumulato negli ultimi centimetri di intestino con
la cena della sera precedente.
Al nuovo aeroporto scopro che non comprendo un’acca di come parlano
qui. Eppure leggo senza problemi i cartelli e persino il giornale locale.
Considero quindi una fortuna il dovere attendere parecchio il mio volo
per il Rio Grande do Sul e, consegnate le valigie al deposito bagagli,
faccio un giretto per prendere le “misure” e non rischiare
di rimanere a piedi quando annunceranno il mio volo. Ovunque trovo un
bar mi fermo e cerco di chiacchierare con qualcuno. Con i clienti non
ci provo nemmeno poiché, tutto il mondo è paese e anche
qui sono tutti frettolosi e nervosetti, quindi attendo i momenti di
calma e intervisto gli inservienti, ben disposti dai miei investimenti
in seppur modeste mance.
Scopro così almeno tre modi diversi di pronunciare i nomi delle
città che mi interessano. Non è cosa da poco poiché,
ancora una volta il mondo si assomiglia, gli altoparlanti gracchiano
frasi incomprensibili qui come nelle nostre stazioni. Intanto mi ricredo
sulla bellezza delle ragazze locali. Soltanto quelle che hanno a che
fare direttamente col pubblico si possono definire delle bonazze, le
altre lasciano alquanto a desiderare.
Dopo un’attesa prolungatasi ben oltre l’orario ufficiale
di partenza, finalmente mi imbarco.
L’aereo non è il solito enorme Boeing, bensì un
piccolo turbo elica della capacità massima di venti persone.
Noi viaggiatori siamo soltanto in dodici e così mi è possibile
sedere da solo immediatamente dietro la cabina di pilotaggio, insolitamente
aperta e direttamente comunicante con la zona passeggeri. Il rumore
dei motori è infernale. Vedo chiaramente i piloti parlottare
tra loro pur non riuscendo a sentirli e neppure mi è chiaro come
loro possano udirsi: abitudine forse.
Dopo esserci allontanati un poco dall’aeroporto si scatena un
vero uragano tropicale, il secondo in giornata e questo spiega il nostro
ritardato decollo.
La hostess è in parti uguali indiana e giapponese con un pizzico
d’Europa da parte di nonno materno. Il Brasile dispensa a iosa
simili splendide combinazioni, pur tenendo conto di quanto ho affermato
in precedenza riguardo alle bellezze locali.
In attesa di rendersi utile a qualche passeggero la ragazza sta seduta
proprio in fronte a me e la gonna le risale di un palmo sopra le ginocchia.
Alterno lo sguardo tra lei e il fiumi d’acqua che si dividono
in due sulle ali che ogni tanto vengono circondate da un bagliore rossastro.
Sottoposti come siamo al campo elettrico dei fulmini, si rizzano i capelli
anche ai pelati.
A parte me, i passeggeri occidentali strizzano senza pudore e la ragazza
ha il suo da fare a tranquillizzarli, invece i viaggiatori locali continuano
a farsi gli affari loro indifferenti.
Ad un bel momento la ragazza, venticinque anni al più, non può
più muoversi dal suo posto ed anche lei deve allacciarsi la cintura
mentre molti cominciano a riempire i provvidenziali sacchetti in dotazione.
I sussulti dell’aereo-giocattolo la sballottano nonostante la
sua bravura di consumata equilibrista porta-vassoi-che-ride e le cinghie
a volte le tirano la gonna talmente da scoprirle le mutandine bianche
come la neve che s’incontra raramente in queste lande.
Eppure non ho più occhi per la ostessa; so che per venti giorni
la mia vista sarà premiata da altrettanto stimolanti visioni,
mentre simili fulmini che si abbattono a centimetri da me non li vedrò
mai più. Sono rapito da simile sintesi di sesso e adrenalina.
Al rumore iniziale dell’aeroplano adesso si somma quello della
tempesta e la ragazza mi chiede con un cenno la mia lavagnetta da viaggio
per scriverci su che non possiamo scendere a Passo Fundo, poiché
la pista è ghiacciata. Caspita! D’accordo che è
il 10 agosto, ovvero pieno inverno australe, ma ci troviamo proprio
sotto al Tropico del Capricorno!
Beh, pazienza. Adesso la nuova destinazione è Porto Alegre in
riva all’Atlantico. A me che me frega? Un giorno in meno da lavorare
e una città in più da visitare.
Un’altra ora si aggiunge al tempo del viaggio: posso permettermi
di contemplare alternativamente le due manifestazioni della natura che
tanto mi affascinano, anzi inizio un dialogo serrato con la hostess
servendomi della lavagnetta.
Tanto per cominciare le chiedo a quale altezza voliamo, a quale velocità
andiamo, ecc, ed infine senza vergognarmi di arrossire e con il cuore
che mi batte forte, le stringo le mani tra le mie.
Lei mi guarda neppure troppo sorpresa e mi sorride incoraggiante; si
è posta di traverso e nessuno può vederci completamente.
È ancora più bella adesso che concentra la sua attenzione
soltanto su me perdendo quell’aria distaccata e professionale
per ritornare quello che è, poco più di una bambina affascinata
dal gioco più bello e antico del mondo: l’amoreggiare.
Al diavolo i fulmini, al diavolo la lavagnetta!
Il guaio era che devo scrivere in una lingua ortograficamente ostica
e di un argomento non contemplato dal mio serissimo professore in Italia.
La ragazza non capisce quello che le dico la prima volta perché
il rumore continua assordante e i fulmini esplodono fragorosi.
Provo a ripetere: lei … magia … avvicina il suo viso al
mio roteandolo dolcemente e accostando alla mia bocca un ben modellato
lobo auricolare privo di ingombranti e, considerata l’atmosfera
satura di elettricità, pure pericolosi orpelli metallici.
Ripeto ancora la mia richiesta mentre le sue mani si stringono alle
mie e la sua figura tende le cinture di sicurezza fino a trasmettermi
il ritmico pulsare dei suoi sani polmoni che spingono fortemente i seni
contro una camicetta meravigliosamente troppo stretta e a rischio di
foratura da puntuti capezzoli. La mia pressione interna sale al punto
da rischiare l’esplosione della patta prima e del velivolo subito
dopo. L’offerta non necessita traduzioni, anche il più
codardo dei mortali rischierebbe la vita senza esitare, anche il più
imbranato dei secchioni correrebbe il rischio di un sei in condotta
e cederebbe, parlerebbe, dichiarerebbe, implorerebbe… allora sì,
allora e soltanto allora la mia passionale richiesta esplode:
- Quando arriviamo a Porto Alegre, per favore telefonerai per me alla
ditta che mi attende senza vedermi arrivare?
**
Mi dispiace deludere i miei
lettori maschi: purtroppo la hostess diniega educatamente il mio invito
a cena. Ad ogni modo avverte la Amarau del mio contrattempo, poi mi
conferma che la compagnia aerea mi passerà il pasto ed una camera
d’albergo gratis, inoltre mi assicura che di mattino mi porteranno
a Paso Fundo, la mia destinazione iniziale.
La cena è piuttosto deludente: mi viene portato lo stesso vassoio
che si serve sugli aerei. Accidenti! Culinariamente parlando la trasferta
comincia male. Metto a sbobba in frigo per consumarmela a colazione
in mancanza di meglio. Esco e vado alla ricerca di un ristorante come
si deve.
Vaca boya! fa un freddo cane e tira un vento del diavolo: domani mi
compro un giubbotto imbottito. Torno subito in hotel e facendo di necessità
virtù, sbrano tutto il vassoio, plastica esclusa. Mi rendo conto
d’avere un sonno arretrato bestiale e mi metto a cuccia. Chissà
che non riveda in sogno la bella ostessa in cambio della mancata visita
alla capitale del Rio Grande do Sul. Mi spiace per voi che dovrete farvi
raccontare Porto Alegre magari da qualche pulcioso no global.
Il mattino, pur permanendo una temperatura polare, il tempo è
migliorato e verrò riportato a Paso Fundo in aereo e non in pulman.
In aeroporto trovo tutte le marche di sigarette americane immaginabili
ad un prezzo ridicolo. Compro Camel e scopro alla prima boccata che
sono prodotte su licenza e fanno schifo. Meglio, fumerò di meno,
anzi peggio: mi adeguerò da buon tabagista.
Altra scoperta: in giro ci sono diversi tipi dall’aria giapponese
e lo sono davvero, tranne che per la nazionalità che è
brasiliana. Nella sola São Paulo ne esiste una colonia di 250.000
arrivati lì dopo la resa del Giappone agli anglo-americani alla
fine della seconda guerra mondiale. Sta a vedere che magari da qualche
parte trovo uno dei loro ristoranti e provo finalmente quella loro specialità
di pesce crudo che adesso mi scappa come si chiama. Beh, lo indicherò
col dito.
Sono le dieci del mattino quando sotto di me appare una pista di terra
battuta apparentemente gelata. Il mio vicino di sedile coglie la mia
perplessità e mi conferma che scenderemo proprio lì. Stringo
forte come non ho fatto mai le cinture di sicurezza! poi stringo le
palle, ad una ad una come grani di un rosario. Il pilota compie un paio
di giri sul campo per prendere le misure e poi giù! Tutto scricchiola
paurosamente ... una parete a picco ci corre incontro ... ci fermeremo
prima o ...
In realtà del ghiaccio notturno non vi è più traccia
e le mie paure erano pure fantasie e accarezziamo la pista come fosse
la schiena di un caldo gattone.
In realtà del ghiaccio notturno non vi è più traccia
e le mie paure erano pure fantasie. Il fango invece c’è
e mi inzacchero scarpe e pantaloni come succede pure agli altri viaggiatori.
Nell’aeroporto non manca un baretto e neppure un lustrascarpe
che mi alleggerisce sia del fango che di qualcosa che a conti fatti
valuto dieci dollari americani, manco fossimo a Manattan! Ma chissenefrega,
sono vivo ed ora spero proprio di trovare qualcuno della Amarau. Aspetta
e spera! dopo un’ora spiego le mie faccende al gestore e questi
gentilmente telefona per me. Dice che arriveranno subito.
Aspetta ancora, porta pazienza, facciamoci un panino, ecc. finalmente
arriva Gerardo e si presenta come il direttore commerciale della ditta.
Non credo ai miei occhi! avrà, anzi, ha ventitrè anni
e mi rivela che i suoi soci e collaboratori sono quasi tutti sotto ai
trenta: il Brasile è giovane e per i giovani. Gerardo non è
di origine veneta come gli altri, però parluzza un po’
di italiano e ci comprendiamo a meraviglia. Soltanto non so, anzi, non
oso dirgli di andare più piano!
Fittipaldi, Piquet, Senna e Barrichello! chissà di chi è
nipote. La strada è quasi totalmente priva di curve, però
composta da un continuo susseguirsi di dossi oltre ai quali non si vede
un accidente.
Gerardo mi racconta di un romano, ex impiegato del Viminale, venuto
a vivere lì dopo essere stato pensionato.
- Piantou a mugliera a Roma e se comprou uma Toyota che guidava comu
um pazu, um matu, capisce tu? Pecadu sia visutu cusì pocu! Gli
volevamu tutti multu bem.
- Che gli successe?
- Se schiantou a centuvinti all’ora contru nu camiuni fermu em
panne dopu um dossu, ah! propriu u prosimu.
Sulla sommità del dosso la nostra auto si solleva almeno un palmo
da terra e lo stomaco mi sale in gola.
- Tranquilu Robertu, aquel camiuni è statu rimossu da almenu
sei mesi!
**
I miei ospiti mi attendono
sul piazzale in terra battuta della fabbrica. A prima vista si direbbe
una fattoria, poiché cavalli, anatre e altri animali domestici
che scorrazzano liberi dappertutto.
Ricardo, (25 anni) il socio di maggioranza e direttore generale, mi
presenta suo padre, nato da una coppia veneta giunta lì all’inizio
del novecento. Sebbene non molto vecchio, questi non si interessa più
direttamente della baracca e dedica quasi tutto il giorno agli animali
e alla manutenzione di una condotta d’acqua che alimenta un’enorme
ruota a cassoni che a sua volta fa girare un alternatore.
- Ci produciamo noi quasi tutta la corrente che ci serve.
Le macchine utensili, tutte prodotte nello stato del Rio Grande, sono
simili alle nostre risalenti agli anni ’50, ma efficientissime
e curate. Negli uffici non mancano un paio di computer, però
destinati soltanto alla gestione: si disegna ancora sul tecnigrafo.
Per fortuna ho portato con me i tradizionali disegni di carta.
Il capannone è interamente in legno e le travi formano un arco
a tre cerniere, una struttura insolita dalle mie parti dove ne avrò
viste sì e no un paio risalenti agli anni ’50. Facciamo
un giro all’interno della costruzione e vengo presentato indistintamente
a tutte le circa cinquanta persone che vi lavorano, dai tecnici ai manovali.
Sembra di essere una grande famiglia e intuisco mi troverò bene
qui.
Finite le formalità Gerardo mi porta all’albergo.
Manco dirlo, anche qui il padrone è di origine veneta, tutto
il paese lo è poiché lo hanno fondato loro. Il nome Marau
deriva dalla tribù india che viveva nella zona e che probabilmente
i nostri buoni emigranti avranno scacciato in malo modo, ma questa insinuazione
me la tengo per me.
L’albergatore mi spiega che al tempo della seconda guerra mondiale
vennero proibiti tutti i dialetti e le lingue straniere. Pochi anni
di censura bastarono a far si che la maggioranza dei giovani disimparassero
a parlare sia il veneto che l’italiano, però mi assicura
che ancora lo capiscono abbastanza. Mi sistema in una stanzetta dove
si trova anche una stufa ellettrica. Meno male perchè la notte
si scende verso lo zero.
Un’altra curiosità la scopro facendo un giro in paese.
Tutti i tremila abitanti vivono in case allineate lungo la via principale
come nel Far West. Le abitazioni sono al più di tre piani, alcune
economiche in legno, altre più costose in muratura. La maggior
parte delle costruzioni terminano con una terrazza e le poche che hanno
un tetto paiono chalet di montagna.
La gente ha le stesse fattezze dei loro antenati e pare di girare per
Verona. Del resto da queste parti il reddito è tra i più
alti dell’America latina e tutti sono ben vestiti. Negri se ne
vedono pochi, ma non è perché non faccia abbastanza caldo
per loro: è che qui non ci sono mai stati schiavi poiché
i nostri immigrati costavano di meno e producevano di più!
Facendo il giro dei tre o quattro bar del paese, trovo comunque un moretto
bello scuro come una talpa che mi spiazza parlandomi in un misto di
veneto e italiano. É in compagnia di ragazzi del posto che lo
trattano come uno di loro, così come non hanno difficoltà
a farlo anche con me.
Davvero un posticino accogliente.
Sul tardi mi reco nel ristorante convenzionato con i miei ospiti.
Proprio all’ora di cena al bancone-bar si assiepano un mucchio
di persone, non solo per bere ma pure per godersi in compagnia la telenovela
in auge al momento. A me pare che la storia sia una gran minchiata,
ma a questo riguardo, sentendomi peccatore dalla penna facile, non posso
certo essere io a scagliare la prima pietra!
I piatti serviti non sono molto dissimili da quanto si mangia in Italia,
ma proprio diversamente dal nostro paese il pane è razionato
e devo chiederne in continuazione. Il vino è buonissimo, in particolare
il bianco e nel prossimo finesettimana andrò a vedere dove lo
producono.
L’unica cosa che mi disturba e che mi portano tutto assieme e
per uno lento di masticazione come me significa mangiare tutto freddo.
Dopo il pasto mi metto a giocare a scopa con dei paesani. Le regole
sono diverse dalle nostre e se si fa quindici posando la propria carta
si ottiene una scopa. Perdo e vorrei pagare, ma me lo impediscono, almeno
per questa sera dicono. Ringrazio e vado a nanna. Domani si lavora e
voglio essere brillante, poiché é molto importante che
risolva la grana tecnica per cui l’azienda Italiana X-Plast mi
ha spedito quaggiù dal suo cliente Amarau.
**
Oggi mi presentano Miguel,
il neo-ingegnere che si occupa della produzione.
Da qualche mese la X-Plast fornisce degli abbeveratoi per pulcini alla
Amarau che li installa a sua volta nei capannoni dei suoi clienti sparsi
in tutto il Sudamerica. Gli affari dovrebbero andare a gonfie vele perché
la carne di pollo, molto economica, è il mangiare quotidiano
dei brasiliani.
Ecco come sta la faccenda: da quando impiegano i nostri abbeveratoi
i pulcini neonati muoiono in percentuale più alta che in precedenza,
più del triplo. Ovviamente i brasiliani propendono per dei difetti
di fabbricazione o addirittura di progetto, mentre io so che in Italia
e in altri parti del globo i nostri aggeggi vanno che è una meraviglia.
Miguel mi propone di seguirlo per assistere a una installazione in corso
e io accetto ben volentieri di andarmene in campagna ben fornito di
birra e panini.
Nella cascina non mancano le comodità e oltre a una parabola
televisiva immensa vi è pure una piscina, entrambe cose consuete
da queste parti. Il montaggio dell’impianto di abbeveramento procede
bene, secondo il nostro capitolato, a riprova che questa gente sa lavorare,
quindi non posso addebitare la moria dei pulcini alla loro imperizia.
Vaca boya! ancora non ho una teoria, ma non dispero: il posto è
circondato da un bosco di araucarie alte sui trenta metri. Belle piante
che paiono ombrelli poiché sono quasi prive di rami al di sotto
della chioma, un pensatoio ideale e un ottimo posto per merendare.
Miguel è uruguayano d’origine e con me parla spagnolo.
In questo modo ci intendiamo a meraviglia, così come con l’italo-veneto
di tutti gli altri in fabbrica e in paese. Comprendo che se non scappo
da qui il mio portoghese non potrà migliorare per totale mancanza
di pratica. Oggi fa un freddo boia e ci troviamo all’interno di
un capannone pieno di pulcini, uno di quelli soggetti a moria eccessiva.
La lettiera è abbastanza secca, (se fosse bagnata si svilupperebbero
microrganismi dannosi alla salute degli animaletti) quindi gli abbeveratoi
non perdono acqua, almeno non quanto sostiene il padrone dell’allevamento.
Inoltre, noto che i pulcinotti si raggruppano sotto a delle cappe riscaldate
da piccoli bruciatori a gas. C’è una evidente lotta per
portarsi al centro dove oltre a far più caldo si è riscaldati
pure dal contatto reciproco più esteso che ai margini.
Il pomeriggio lo passo in compagnia di Nelson, uno studente di fisica
in vacanza che afferma di potermi procurare le tabelle delle registrazioni
delle variazioni di temperatura nella zona negli ultimi cinquanta anni.
Il ragazzo è bizzarro e non so se mi prende in giro quando mi
racconta che fuma marijuana sotto prescrizione medica per via di non
ricordo che problema psichico. Inoltre mi ricorda che Sherlok Holmes
fiutava coca durante le sue indagini e che a me indagatore di assassini
di polli, non farebbe male una fumatina. Per quanto incredibile, Gerardo
mi confermerà che è una cura in auge e perfettamente legale.
La sera ci spostiamo in un paese vicino per assistere a una partita
di calcetto. Nel Rio Grande sono sorti molti di questi piccoli stadi
coperti, economici da costruire e gestire. Il tifo è quello che
ci si aspetta in Brasile. Gioca anche l’esile Miguel e proprio
lui deve fronteggiare un bestione che lo atterra ogni dieci minuti.
Alla fine vinciamo noi e si torna a festeggiare a Marau. Per la prima
volta faccio le ore piccole e fatico non vi dico quanto a non lasciarmi
andare e sbronzarmi.
**
Come sospettavo questo è
l’inverno peggiore degli ultimi cinquant’anni. Nello stato
di São Paulo sono addirittura gelate le gemme delle piante del
caffè. Ringrazio lo studente e cerco un veterinario al quale
consegno una dozzina di cadaveri di pulcini morti in tre diversi allevamenti.
Nel pomeriggio torno in Amarau col responso del mio dottor Whatson:
gli animaletti sono morti di freddo! Ci vorranno un paio di giorni,
prima che tutti riconoscano la vera causa della moria. Infatti, il ritorno
nella media stagionale delle temperature, pur permanendo abbastanza
frescoline, interrompe l’ecatombe.
Ora posso concedermi di andare un po’ a zonzo e guardarmi attorno.
Devo innanzitutto chiarire cosa sia quella pipa che pare fumino tutti,
anche le donne. Al bar trovo Nelson intento in questa operazione e scopro
che il fumo altro non è che il vapore acqueo che sale da una
tazzina in cui egli succhia con una cannuccia metallica. Si tratta del
mate, un decotto di foglie secche molto apprezzato in tutto il sud del
Sudamerica e non solo qui. Il ragazzo mi offre una tirata e in compenso
alla mia curiosità mi scotto le labbra dando l’opportunità
allo studente di fisica di rammentarmi che i metalli sono ottimi conduttori
di calore!
Ma non finisce qui. Vedo dei cavalieri vestiti come mi sarei aspettato
di vedere in Argentina. In effetti questa landa si chiama regione Gaúcha,
e quelli sono gaúchos (pron. ga-ú-scios). Che faccio?
vado da un ciabattino e gli ordino un paio di stivali su misura che
mi consegnerà tra due giorni. Intendo farmmi una cavalcata col
sauro della Amarau.
Durante una riunione in ditta, mi lamento della scarsa vita notturna
con Eumir, un rappresentante di commercio dall’aria navigata.
Questi mi strizza l’occhio e mi dice di vestirmi bene e attenderlo
al bar alle dieci di sera.
L’amico mi porta in un boate, ossia una specie di via di mezzo
tra una discoteca e un bordello poco fuori di città e a due passi
dalla Amarau. Non lo avevo ancora notato poiché molto scostato
dalla strada e senza insegne.
Ci sono pochi avventori e in compenso molte ragazze. Quel marpione di
Eumir si apparta con una che a vederli assieme si direbbero fidanzati.
Io rimango solo con quattro stangone di cui una molto più alta
di me e dalla voce roca. Ho un bel raccontare che sono lì soltanto
per farmi una birretta, quelle vanno subito al sodo e mi propongono
la loro mercanzia senza mezzi termini. Per non offendere fingo di tirare
sul prezzo fin che le stufo. Rimane soltanto la vichinga che non demorde
e mi invita a ballare. Accidenti, non sono affatto basso, eppure arrivo
soltanto al suo mento, così lei mi schiaccia il testone tra i
suoi airbag a rischio di soffocarmi. L’unico modo di salvarmi
sarebbe fingermi gay, ma qui non sono tanto ben visti e qualcuno potrebbe
anche menarmi. Per fortuna mia (e sfiga sua) la “fidanzata”
di Eumir lo molla per un elegantone e lui, offeso, mi dice che vuole
andarsene. Egli ha la macchina mentre io sono ovviamente a piedi, quindi
ho una buona scusa per seguirlo. Però mi sono lasciato scappare
che domani andrò a cavallo e la mia Valchiria si fa promettere
che passerò di lì, poiché mi spiega che lei il
mattino dorme e la sera lavora, ma il pomeriggio non sa mai che fare.
I miei stivali sono pronti e quando arrivo alla Amarau calzandoli non
sembrano sorpresi, anzi, mi regalano una cintura e un paio di pantaloni
da gaucho.
- Ci fa piacere che prendi il mate e che apprezzi la nostra cultura,
ecco il perchè del nostro regalo.
Adesso mi manca soltanto il cappello. Salgo a cavallo e vado a comprarne
uno. La regola è che la tesa deve essere rivolta in alto a perpendicolo,
in modo che se appoggi la faccia al muro questa deve aderirci alla perfezione!
Così conciato vado a trovare la valchiria. Come diavolo si chiama?
accidenti! non mi ricordo più. Studio un trucco: le dirò
che non so scriverlo e che lei dovrebbe tracciarmi il suo nome all’interno
del cappello per ricordo! Romantico e efficace. Speriamo non sia analfabeta!
Quella deve avermi preso per i fondelli perché non esce da quella
specie di fortino che appare del tutto deserto. Busso ancora e finalmente
mi apre un cameriere che mi rivela che la mia bella non si farà
vedere perché dopo che Eumir ed io ce ne siamo andati si è
scatenata una rissa e qualcuno le ha fatto un occhio nero. Pazienza,
ci sono tante belle colline lì attorno e “cavalco”
lo stesso fino a sera.
**
È venerdì sera
e salgo sul pulman per Caxias do Sul, una grossa città nella
zona dei vigneti.
Il panorama deve essere interessante, però già è
calata la notte e non vedo un accidente. Mi consolo pensando che il
ritorno sarà di giorno.
Arrivo alla stazione dei bus di Caxias verso mezzanotte. Salgo su di
un taxi e noto che l’autista è totalmente blindato all’interno
dell’auto da una schermatura in plexiglass interrotta soltanto
da una fessura stretta e lunga da dove passare i soldi. Per le rapine,
mi confida.
- Sono sei mesi che ci proteggiamo così e funziona benissimo,
a meno che non ti diano fuoco poiché a quel punto devi uscire
per forza!
- E succede spesso?
- Sì, specialmente quando vedono salire uno straniero benvestito.
Non impiego più di sue secondi a slacciarmi la cravatta e nasconderla
nella tasca della giacca.
Arrivo all’hotel già prenotato dalla Amarau e chiedo dove
posso mangiar cena. Mi danno l’indirizzo di un ristorante sulla
via principale. Mi avvio a piedi. Tutt’attorno è pieno
di locali aperti con un sacco di gente in giro nonostante il freddo.
Al ristorante, a pasto ultimato, mi consigliano di tornare in taxi,
anche se percorro la via principale. Sembra che di notte a Caxias si
siano dati appuntamento tutti i tagliagole della regione. Prendo sì
un taxi, ma per andare in una sala da ballo gaúcho. Il locale
non è molto dissimille da una balera romagnola e il tango la
fa da padrone. Peccato che io non sappia ballarlo a questi livelli!
Fa un freddo cane che i ballerini scatenati forse apprezzano non dovendo
asciugarsi il sudore e preoccuparsi del tanfo ascellare. Quando ne ho
abbastanza di battere i denti e decido di andarmene, incrocio gli occhi
di una bella quarantenne: ora a battere è il cuore.
Per l’abbordaggio sfodero il mio portoghese da troppi giorni represso
e quella mi risponde in francese!
Beh, se proprio è destino che io non possa praticare la lingua,
ciò non toglie che possa impratichirmi di altri aspetti culturali
locali e questa ha un cul...
**
Il mattino ha l’oro
in bocca, ma non per Simone. No, no è un maschietto e si pronuncia
Si-mò-ni, come la famosa cantante brasiliana dalla voce struggente
che mi ha fatto ascoltare ieri notte.
Lei conosce il francese perché lavora in un’azienda di
esportazioni e preferisce usarlo con me perché dopo appena qualche
minuto io già ho esaurito tutto il mio scarso vocabolario.
L’attendo al ristorante fino all’una strapassata e, affamatissimo,
sto per ordinare soltanto per me pensando a un bidone, quando arriva
tutta pimpante e non meno elegante, con una bella collanina d’oro
al collo. Finalmente assaggerò il Churrasco, carne cotta alla
brace, ma diversamente da noi, qui lo spiedo è verticale così
che il grasso che cola e non brucia innescando fiamme che rovinerebbero
la cottura. La carne è di tutti i tipi ed io prediligo il montone.
Il cameriere la taglia direttamente sui nostri piatti, con uno spadone
che potrebbe staccare la testa a entrambi con una sola passata. Simoni
insiste che io mangi i testicoli del toro: sostiene che ne ho bisogno.
Il vino è un anticipo di quello che assaggeremo il pomeriggio,
quando saremo in Garibaldi.
Questa cittadina, portante il nome dell’eroe dei due mondi che
combattè proprio da queste parti per i secessionisti del Rio
Grande do Sul, equivale alla nostra langherola Alba. Ci si trovano tutti
i più grandi produttori di spumante al mondo, come Moet-Chandon,
Cinzano, ecc. Oltre naturalmente ai produttori locali, come Peterlongo
la Vinícola Garibaldi.
Le prime vigne di questa regione, l’unica in pratica a produrre
vino in tutto il Brasile, vennero impiantate nel 1880 dagli immigrati
italiani che rimangono a tutt’ora i maggiori produttori. Garibaldi
è conosciuta principalmente per lo spumante che qui chiamano
sfacciatamente champagne, mentre Caxias e Bento Gonçalves producono
vini “fermi”, i migliori dei quali sono dei bianchi o rossi
vinificati in bianco.
Visitiamo un paio di cantine con relativi assaggi e acquisti, infine
ci dedichiamo al museo enologico.
Non vi annoierò con la descrizione di strumenti che appassionano
soltanto il sottoscritto e molto poco il mio cicerone che però
si incuriosisce quando sul libro dei visitatori, alla voce paese di
provenienza, scrivo: Repubblica del Nord.
- Credevo tu fossi italiano!
- Ancora per poco. Stiamo per fare come voi centocinquant’anni
fa: la secessione!
- Beh, spero abbiate più fortuna perché a noi andò
buca.
(Mannaggia! sarebbe andata proprio così!)
Passo anche la domenica con Simoni che mi costringe però ad assistere
alla partita Brasile-Bolivia. Comunque non mi annoio come pensavo (non
amo il calcio) perché il vero spettacolo è lei e da come
si agita ritengo una fortuna per me che la sua nazionale vinca due a
zero, poiché in caso di sconfitta, non avendo altri sottomano,
potrebbe anche menarmi!
Ragazzi, questa è una vacanza: è vero che ci sarebbe da
descrivere una chiesa in cui ci sono dei dipinti di un pittore italiano
e dove è passato anche il Papa, ma non è molto interessante
e ci rimango soltanto il tempo necessario a Simoni per chiedere perdono
dei nostri peccati di gola.
La sera, ahimé l’ultima, prenotiamo al nostro ristorante
e vi arriviamo in taxi. Un cameriere già ci attende sulla porta
e subito si avvicina alla portiera dal lato del marciapiede. Più
che un atto di cortesia è una protezione: anch’io scendo
da quella parte, pur se sono seduto sul lato a centro strada. La portiera
tenuta aperta dal tassista da un lato e il robusto cameriere dall’altro,
formano un corridoio impenetrabile ai malintenzionati. A tavola Simoni
mi racconta divertita che nessuna signora si fida ad andarsene in giro
con una vistosa collana d’oro al collo come fa lei. Ne indossano
di finte e i ladri, sapendolo, hanno smesso di rubarle.
- Però a qualcuno il dubbio viene e certi tipacci mi squadrano
in modo che mi da i brividi, ma per ora mi è sempre andata bene.
Il lunedì mattina lascio con rimpianto la mia piacevole guida
francofona e riprendo la via del ritorno, consolandomi ben presto ammirando
buona parte della Serra Gaúcha, tortuosissima e costantemente
affiancata ad una ferrovia sulla quale, durante la buona stagione, passa
un trenino centenario carico di turisti. È un bell’alternarsi
di cascatelle, torrenti schiumanti, dolci collinette, boschi ombrosi
e altre amenità.
Rieccomi a Marau. La questione dei pulcini è stata risolta e
la mia permanenza ormai inutile.
L’indomani saluto tutti, restituisco il biglietto aereo e prendo
un bus per risalire a tappe fino a São Paulo.