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VIAGGIO A CURITIBA - PARANA' BRASILE Categoria:
Racconti di Viaggio Nossa Senhora da Luz dos Pinhais de Curitiba Volete un motto? “Nessuna città m’appartiene, né io le appartengo”. Eppure, da qualche giorno, stavo vivendo una vita desiderata da molto tempo, una vita come soltanto lì é possibile. Quando, all’imbrunire del venerdì, si avvicinò l’ora della partenza, una tenera disperazione s’insinuò nei miei occhi, filtrando sguardi e pensieri. Non ammettevo per un solo istante che Lei continuasse senza di me, che il suo charme persistesse ugualmente senza che il mio sguardo attento l’avvolgesse. Ancora non intendevo lasciarla e nemmeno desideravo mi considerasse un semplice visitatore. Volevo tenermela ancora un po’, vagare senza fretta, calcare ogni pietra dei pochi metri dell’avenida Luíz Xavier per giungere in Praça Garibaldi, dove si trova il maggior tesoro della città vecchia. Desideravo entrare in ogni caffè del Largo de Ordem, dove annotta la gente ed i bicchieri si riempiono di birra chiara. Entrare, uscire ed ogni volta tornare a controllare l’ora, eternamente sbagliata, del Relogio das Flores. A cor dessa citade
sou eu O canto dessa citade
è meu O gueto, a rua ,
a fé Pela citade bonita
Sopraggiunta la sera, tutti passeggiavano profumati dal bagno appena preso. Camminavano e s’ammiravano, quando l’aria diventò tanto fredda che si dovettero abbottonare le giacche, mentre gli innamorati si affrettarono ad abbracciare le compagne per riscaldarle. Da dietro le vetrate dei caffè sfilavano le siluettes delle signore, qualcuno diceva un “eu te amo” sulle dure pietre che pavimentano le piazze. In un androne, forse, qualcuno preparava una dose. Pensai di rimanere, così che la città mi proteggesse per sempre. Accarezzavo l’idea che mi rispondesse di sì sorridendo. Oh cara! Sono tuo, rimango adesso permanentemente nel tuo seno! Você vai onde
eu vou Não diga
que não quer mais Eu sou o silêncio
da noite O sol da manhã
Su in alto, un jet perforò le nuvole, tracciando la direzione dell’aeroporto, ricordandomi che per Lei rimanevo soltanto un forestiero, sebbene pieno d’amore. Sì, sarei rimasto fino a notte inoltrata in quel luogo dove, un giorno, la Dea della bellezza risolse di costruire una città con una passione disinteressata, quella stessa passione che adesso camminava al mio fianco, in un turbiniio di gente, d’allegria, di voci, della musica che un uomo, privo delle gambe, estraeva dal suo flauto e che sembrava accompagnare l’ondeggiare dei colombi, che si lanciarono nell’ultimo volo per raggiungere i loro ripari notturni nei maestosi palazzi settecenteschi. L’appuntamento d’addio era al ristorante. Ad un tavolo disposto in un canto, sotto la luce temperata delle candele, nelle pause dell’orchestra potevo intendere tratti delle conversazioni vellutate delle ragazze, meravigliarmi della pazienza dei loro partner nell’aspettare che ritornassero dal bagno. La cantante improvvisava in altre lingue ed il chitarrista l’assecondava nel suo viaggio per le città del mondo della musica: New Orleans, Menphis Tenessì, Londra, Parigi, Napoli. Altre città ... altre partenze desiderate e festeggiate rumorosamente un giorno, altre atmosfere si mescolavano nella mia mente in un impossibile raffronto con la “Vila de Nossa Senhora da Luz dos Pinhais de Curitiba”. Lei, Maria Luz Shell Letelier, attenta, come al capezzale di un malato, mi soccorse con una parola nuova, piena di tenerezza. Infine giunse l’ora di lasciare la città, avida della notte. Un lungo abbraccio al check-in, le promesse, le lacrime ... Mil voltas o mundo
tem Mas tem um ponto
final Quando sciolsi le cinture e guardai dall’oblò, Curitiba era appena un traccia evanescente, una città lontana. Forse mai esistita davvero.
Fine
Questo pezzo trae spunto dalla mia prima visita a Curitiba, capitale dello stato del Paranà in Brasile. Allora, nel 1993, questa città contava un milione di abitanti oggi saliti a 1,5. Era, e continua ad essere, considerata la capitale “ecologica” del Sudamerica per via delle sue rivoluzionarie realizzazioni urbanistiche. Turisticamente c’é poco di interessante per un pubblico avido di monumenti o di paesaggi. Quello che mi attrasse fu proprio quello che intendevano quelli che mi avevano consigliato di andarci: pochi turisti tra i piedi, la vivibilità ed l’atmosfera europea (del resto comune a tutti gli stati del sud del Brasile). In effetti si respira aria di primo mondo, mentre contemporaneamente ci trovi tutta l’anima del Brasile. Il mio punto di riferimento era un centro chiamato “24 horas” (rimane effetivamente aperto e pienamente funzionante 24 ore filate), dove potevi farti tagliare i capelli alle quattro del mattino mentre ti facevi la birra che ti portava il cameriere del café accanto! Pensate che, per poter ascoltare tutti i generi di splendida musica che suonavano nei ristoranti del vecchio centro, mangiavo anche fino a quattro cene nella stessa sera/notte. Sul bus che mi aveva portato lì dallo stato del Rio Grande del Sud, grazie ad un incidente stradale, per fortuna risolto senza danni, avevo incontrato una giovane cantante (Maria Luz) con la quale mi accompagnai durante le tre sere della permanenza. Questa mi aveva fatto conoscere molti dei suoi colleghi ed entrare in altrettanti locali (i “boate” ovvero un incrocio tra un night e una discoteca) dove loro si esibivano. Pensando di mai più tornarci non intendevo perdermi niente, quindi bruciai ore ed ore di sonno per girare la città al mattino quando, alle sette-otto, i miei occasionali compagni di flânerie andavano a riposarsi. Da qui il ricordo vivo della città, come se avessi una mappa ritagliata nella mente. La mia intenzione era di scrivere un pezzo in cui Maria Luz e la città di Curitiba si confondono e si sovrappongono. Avrei voluto anche riuscire a rendere l’idea della diversità da questa partenza, rispetto alle altre da altre città e da altre avventure, meno traumatiche per l’anima zingara di un tecnico in trasferta di lavoro. Ci sarò riuscito? boh! dite un po’ voi ... (le rime sono tratte dalla canzone “O cor da cidade”, della cantante brasiliana Daniela Mercoury)
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Andrea Tozzi |