VIAGGIO
A BOLESLAV
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Bruno
Giuliano
Numero di giorni:
Costo totale del viaggio:
Periodo:
Compagnie Aeree:
Documenti: Passaporto
Sistemazione: -
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MLADÁ
BOLESLAV
Per questo viaggio, e per la prima volta in vita mia, decido di usare
il bastone da passeggio, ma con scopo diverso dall’idea coltivata
al momento dell’acquisto un anno addietro.
Si tratta di un aggeggio metallico regolabile di forma tubolare dentro
al quale, localizzato presso l’impugnatura, avevo nascosto un
cilindretto di piombo, trasformando un innocuo bastone in una efficace
mazza, senza alterare di molto la leggerezza complessiva. Inoltre, aiutandosi
con una semplice monetina era - ed è tuttora – possibile
svitare il manico e rimuovere il cilindretto in pochi secondi, metterlo
nella valigia destinata alla stiva e passare ai raggi X degli aeroporti
col bastone “pulito” alla mano.
Ahimé! In gioventù mi appassionavano i films di Sergio
Leone e i suoi spietati banditi, mentre oggi mi ossessionano i telegiornali
con la loro quotidiana vetrina di delinquenza più o meno spicciola,
ma concretamente pericolosa.
Sono invecchiato, sì, ma non rincitrullito e una serrata analisi
mi ha convinto a buttare il cilindretto nei rottami. Supponiamo che
con la mia mazza stenda qualche malintenzionato: in patria sarei immediatamente
accusato di eccesso di legittima difesa e di porto di arma impropria!
Inoltre, pure all’estero, un simile aggeggio dalla pericolosità
non evidente, lungi dallo sviluppare un effetto deterrente, potrebbe
essere di incoraggiamento per attaccare proprio un povero vecchio presunto
zoppo!
Ma allora perché girare col bastone? Semplice: durante la transizione
tra estate e autunno mi assalgono improvvisi quanto acuti dolori alla
caviglia destra, tali da farmi mancare l’equilibrio e cadere sbilanciato
dallo zainaccio a spalla e lo zainetto necessariamente portato a mano.
Non soltanto il bastone aiuta in questi frangenti, ma rivela la personalità
di chi incontro nella ressa. Sono tre le tipologie: i panzer, i distratti
o indifferenti e le persone sensibili. Trascuriamo di sputtanare i primi
due e parliamo del terzo caso al quale appartiene una ragazzina di Mestre
che accompagna gentilezza a bellezza. La rosellina si trova seduta su
una panchina della stazione intenta a leggere un libro, quando s’accorge
di me che appoggio lo zainetto accanto a lei e si offre di portarmelo.
Deliziosa. La ringrazio e la libero dall’impagno spiegandole che
sto semplicemente aspettando lo smaltimento della calca prima di affrontare
il sottopassaggio.
(Nessun maligno insinui che la donzella volessemi scippare!)
02
Il treno proveniente da Torino è arrivato a Mestre in perfetto
orario. Una probabile presa in giro visto che dispongo di un paio d’ore
abbondanti prima di salire su quello che mi porterà a Praga.
Sono quasi le otto di sera e, dopo sette ore di inattività motoria,
una occasione ideale per sgranchire le gambe e rallegrare con una congrua
cenetta lo stomaco finora tacitato a forza di insulsi paninetti. La
caviglia risponde alla grande, ma la passeggiata si risolve ben presto
per mancanza di attrattive. Con la mente già all’estero
entro in un ristorante cinese, poiché sono certo di trovare qui
il menù sottotitolato in albionico! Devo esserne talmente convinto
che la cameriera, forse chiaroveggente, mi si rivolge proprio in questa
lingua, e io, con un “well, well”, indico col dito una zuppa,
un piatto di crostacei e una mezza bottiglia di Pinot bianco, il tutto
scritto in italiano sul menù. Anche la cinesina parla la nostra
lingua, me ne rendo conto quando lei risponde a un tedesco che sfoggia
una parlata manzoniana. Cambiando discorso, pur rimanendo in un certo
qual modo in argomento viaggiare, è abbastanza raro trovare le
mezze di vino Doc, ideali per chi mangia da solo. Il cameriere-sommellier
la stappa forzando volutamente il botto. Nell’osteria di campagna
in cui sono cresciuto, proprio l’intensità di questa detonazione
simboleggiava la bontà del vino, ma i tempi passano e oggi il
galateo aborrisce questa pratica. Beh, sarò rimasto bifolco,
ma la cosa mi rallegra.
03
Torno in stazione e riprendo lo zaino grande dal deposito: quasi quattro
euro! Lo trovo esagerato quanto ho trovato appropriato il modesto conto
dei gentili cinesini. Dal tabellone scopro che il mio treno arriverà
con trenta minuti di ritardo, sebbene parta da Portogruaro, che per
quanto ne so non è poi lontanuccia da Mestre: ecco perché
prima ho parlato di presa per i fondelli: me la sentivo. Adesso sono
nuovamente stracarico di due zaini e non posso nemmeno andare al cesso,
anche se il programma di drenaggio lo prevede, anzi, lo pretende con
urgenza. Beh, almeno il ritardo viene rispettato e appena il convoglio
si muove mi fiondo in bagno: ecco spiegato perché avete sentito
in televisione di un’anomala acqua alta a Venezia!
Ciuf-ciuf!
Questo convoglio, sebbene con cuccette e nobile destinazione, pare si
fermi ad ogni lampione. Non me ne importa un bel niente, tanto sono
al calduccio nella cuccia e domani mattina, al più a mezzogiorno,
dopo cotanta ronfata, sarò a Praga fresco, fresco. Non sarà
proprio così: nell’ultimo paesino d’Italia, al limite
della Slovenia, all’esasperazione della leggibiltà di una
carta geografica esaminata al microscopio elettronico, salgono due giovanissimi
fossili dell’era dei figli dei fiori. Sia lei che lui, capelli
a trecce stoppose stile can da pastore, forse parrucche dissimulate
all’origine da una bandana. Beh, affari loro, non però
la bottiglia di vinello bianco locale da cui tracannano: affare anche
mio, come direbbe Consuelo: l’Orso Bruno attratto dal miele .
Si lega immediatamente e io contraccambio il vinello offrendo birra
con grande gioia dell’inserviente della carrozza letto. Più
tardi, il gentilissimo steward, ceco ma non orbo, né sordo, si
trova purtroppo costretto a riprenderci un paio di volte sorprendendoci
a fumare e sghignazzare un po’ troppo italicamente fino alle due
passate, sebbene nella zona isolata tra le carrozze.
I due si immedesimano e apprezzano le mie storie di “cappelloni”
come venivamo chiamati noi dalle dartagnanesche chiome ai bei tempi
dell’utopia sessantottina.
Chi desiderebbe aggiungersi a noi e Micaela, ma ancora non osa e lo
farà soltanto al mattino quando succederà un inconveniente
inatteso che la tirerà necessariamente in ballo.
*
04
A svegliarmi sono i doganieri. Soltanto il prossimo anno salteranno
i controlli alla frontiera e non si verrà più disturbati.
Ad ogni modo sono quasi le nove e il controllo è del tutto formale:
una rapida occhiata alla carta di identità e via!
La campagna che sfila dal finestrino è stupenda. Qui l’autunno
è in anticipo di almeno due settimane e le betulle che popolano
le morbide colline presentano foglie di diverse sfumature di giallo
contrastanti la plumbeità del cielo.
Il tempo di consumare la colazione offerta dalle ferrovie ed ecco che
ci fermiamo in mezzo alla campagna. Tutta la popolazione della carrozza
entra in fibrillazione come sull’Orient Express di Agata Cristi.
Interpolando tra una babele di lingue intuisco che non è stato
ammazzato nessuno, ma si deve scendere dal treno per vai a sapere perché.
E qui interviene Micaela come l’omonimo angelo diradatore di tenebre.
La sua spada è la padronanza di ben sette lingue, compreso l’italiano
che innalza nell’alto dei cieli.
Da lei, autoelettasi speaker ufficiale del capotreno, apprendiamo che
sono in corso lavori sulla linea allo scopo di velocizzare la tratta
ceca al fine di guadagnare una buona mezzora entro l’anno prossimo.
Accidenti! Prevedendo di vivere almeno cent’anni, per un anticipo
temporale dell’appena uno per cento, mi becco ancora tutti questi
disagi. Ma esistono almeno tre lati positivi.
Primo: scendendo dal treno per salire sul pulman ci scappa una sigaretta
e una seconda verrà quando si risalirà in treno qualche
km più avanti.
Secondo: questo zigozago mi permette di vedere alcuni paesini passandoci
direttamente dentro. Terzo: Micaela posa il suo delizionso mandolino
accanto a me e mi racconta di lei: una vita davvero interessante, ricca
d’avvenimenti sebbene non abbia più anni di mio figlio.
La sua lingua madre è il ceco, da non confondersi con lo slovacco
che pure lei conosce e mi rivela essere discretamente diverso. La terza
lingua è il polacco, giacché abita quasi al confine con
la Polonia. Ai suoi tempi ha dovuto studiare il Russo, poi, per motivi
di lavoro, e recandosi sul posto, ha dovuto apprendere il tedesco, l’inglese
e l’italiano. Il tutto a orecchio, senza libri né maestri.
Dal canto mio le racconto che sto andando a Mladá Boleslav (pronuncia:
mlàda bòleslav), la città sede dell’industria
automobilistica Skoda. Guarda caso! Mladá si trova nella stessa
direzione della sua città, esattamente a metà strada e
lei mi offre un passaggio sull’automobile dei suoi amici che verranno
a prenderla al terminal della metropolitana di Cerny Most. (pron. cèrni
mòst)
05
Il nuovo treno percorre un ampio arco tanto che per una buona ora siamo
sempre alla stessa distanza da Praga. Ci giungeremo con una ora e mezza
di ritardo. Il contrattempo diventa sopportabile quando l’irresistibile
loquacità di Micaela ammalia il bigliettario tanto che lui la
invita nello scompartimento riservato ai ferrovieri perché possa
fumare una sigaretta in pace. Poi tocca anche a me sfumazzare! Scopro
che l’amabile funzionario compie sempre le sue ferie in Italia
e non è per nulla intenzionato a cambiare con Francia o Spagna.
Stretta di mani e via! Siamo nella stazione principale di Praga, la
Hlavní Nádraí (pron. hlàvni nàdrajni
dove la J è quella francese di jour, mentre l’H iniziale
è un’aspirazione a metà strada tra quella dei toscani
e la “jota” del castigliano – anche Praha, ossia Praga,
si pronuncia così: Pra-ha).
Sono totalmente nelle mani di Micaela, oberata da un valigione strapesante
da spostare anche se munito di rotelle. Lo zaino non è l’ideale
per infilarsi in mezzo alla ressa di una stazione o un metrò
affollati come a Praga, ciononostante io lo preferisco alle valigie
perché non ne avverti il peso e, se non ne hai un secondo da
portare oltre al bastone, lascia libere le mani.
Acquistati i biglietti che permettono di viggiare per ben 75 minuti,
affrontiamo i gradini d’accesso alle varie stazioncine del metrò.
Le scale mobili sono poche, e quelle poche si srotolano a velocità
pazzesca costringendomi a vere acrobazie. I gradini invece stressano
le ruotine della valigia della mia accompagnatrice che si augura tengano
almeno per oggi.
Per prima cosa ci rechiamo a Florenc (pron. Flòrenz, con la “z”
di azione). In questa stazione, nel cuore della città turistica,
convergono la linea rossa C, sulla direttrice nord-sud e passante per
la stazione centrale, e la linea gialla B che attraversa la città
da sud-ovest a nord-est. Nonostante l’ora del rientro in ufficio,
troviamo un paio di sedili per tutta la tratta che ci porta a Cerny
Most.
Quest’ultima stazione si trova al limite della città e
di qui in avanti il traffico diminuisce gradualmente di intensità.
Nonostante una pioggia capace di inibire l’effetto del tergicristalli,
l’autostrada non è molto trafficata e permette alla guidatrice
di superare i centosettanta. Io sono seduto dietro con un altro maschietto
e – il bagagliaio è strapieno - tengo sulle ginocchia lo
zainaccio, morbido di biancheria e possibile air-bag.
In men che non si dica percorriamo 50 km e arriviamo al supermercato
“Olympie”, al limitare di Boleslav. Qui ci salutiamo e scambiamo
indirizzi e telefoni. Ora dovrò cavarmela da solo tra gente che
parla uno slavo occidentale, scioglilinguista e scarsissimo in vocali
quanto ne è ricco lo slavo orientale, particolarmente l’ucraino.
Il supermercato è modernissimo e il ristorantino annesso è
lussuoso quanto basta per trovarci personale parlante inglese. Nessun
problema quindi a ordinare un pranzetto da 600 corone (una ventina di
Euro), una bella cifra da queste lande. Ancor meno problemi a consumarlo
poiché innaffiato da 750 cc di Riesling renano. Alla presentazione
del conto scopro che questo ristorante porta un nome italiano: “La
Trappola” e che ne esiste un gemello in Praga!
Gentilmente la cassiera mi procura un tassì. Questo primo spostamento
mi serve a testare questa categoria tanto soggetta a critiche in Praga
dove pare operi lo strozzinaggio sistematico dei turisti. Ebbene, a
parte quanto illustrerò in seguito, qui il tassamentro, visibilissimo,
gira lento e senza trucchi: ci si può fidare.
06
Boleslav è grande quanto la mia Cuneo: 50.000 abitanti circa.
Immediatamente t’accorgi di trovarti in un posto sicuro: ognuno
va per i fatti suoi e nessuno ti importuna. Soltanto la banca ti frega:
per 100 euro paga soltanto 2.500 corone invece di tremila! Volendo trovarci
un lato positivo mi dico che laddove ti bidonano in modo legale, dovrebbe
essere poco conveniente farlo illegalmente.
Eleggo a mia residenza il quartiere storico e prendo alloggio al Grand
Hotel Venec – suppongo Hotel Venezia – accogliente, carino,
con acqua caldissima e pulito. Un solo neo: nel bagno manca la bustina
dello schampo, e non è una dimenticanza occasionale.
Il prezzo è abbordabile, appena qualcosa più di 800 corone,
colazione compresa, meno della metà che a Praga a parità
di qualità. Posati i bagagli vado in ricognizione approfittando
di una tregua atmosferica. Dalla piazza centrale punto verso la parte
opposta a quella di arrivo, ossia la parte moderna di Boleslav. In fondo
alla piazza si erge il castello del X secolo, chiamato Mlada Boleslav
– fig. 1- (nuovo Boleslvav) per distinguerlo da un altro già
presente altrove detto Stara Boleslav (vecchio Boleslav). Questo maniero
fu il germe da cui si sviluppò l’attuale città.
Lo aggiro scendendo una scalinata e ora la fortezza si erge sopra me
per almeno trenta metri, rivelando la sua imponenza e imprendibilità
nell’epoca precedente la polvere da sparo. Da questo lato la città
finisce proprio qui e appena più in là scorgo la piramide
rossa che si erge dallo stabilimento Akuma, il mio obiettivo in Repubblica
Ceca. Caspita! La fabbrica dista dal mio albergo non più di un
km.
Tornando indietro, nei pressi della curva a 90 gradi che immette nella
piazza principale, incrocio il Turn Pub. Si direbbe il portoncino di
una casa privata – fig. 2 - ed esito un attimo prima di entrare
temendo una figuraccia o peggio. Una volta all’interno scopro
un localino che mi ricorda le nostre osterie anni 50-60 – fig.
3, 4 -. Le pareti sono saturate di quadri, poster e oggetti cosiddetti
di “modernariato” sostenuti da mensole o chiusi in bacheche.
Dev’essere gestito da una sorta di coperativa poiché troverò
sempre baristi diversi. Con Tomas, quello di oggi, leghiamo immediatamente
e lui si fa in quattro per spillarmi una birra scura: butterà
a lavandino almeno due litri prima di ritenerla ottimale. Mi regala
una scatola di fiammiferi fatta confezionare in piccola serie da suo
fratello: il tema dell’immagine stampigliata satireggia la tragedia
dell’undici settembre. Uno scherzo innocente, dice lui, una vaccata
penso io, sebbene accetti prudentemente l’offerta: qui è
meglio non mi scambino per un americano! Per il resto Tomas e banda
sono dei simpaticoni. Vado in bagno e trovo gli orinatoi più
alti d’Europa. Io non sono proprio un piccoletto, ma devo posizionarmi
in punta di piedi! Una ricchezza del Turn è la gran quantità
di liquori e distillati: non manca neppure il Campari, unica concessione
a quanto di italiano trovo all’estero: mi piace troppo! Ne secco
un paio allungati e con tanto di fettina di limone, poi alzo i tacchi.
Ritorno in piazza e l’assenza del sole mi permette di ammirare
le facciate dei palazzi – fig. 5 -, alcune pregevolmente decorate.
Cavolo, se qui è così, chissà che mi riserverà
la Praga storica!
07
Circumnavigando la piazza, ormai avvezzo, scruto negli androni e scopro
la perla che si merita un ricercatore mio pari – fig. 6 -. Quasi
impossibile da scoprire seguendo le istruzioni che un pur volenteroso
passante potrebbe regalare ad un turista, il Jazz Café mi ospita
in un ambiente contemporaneo al Turn Pub, ma assai più sofisticato.
Il bancone e alcuni tratti di parete sono tapezzati di ritagli di giornale
d’ogni epoca e tutt’in giro sono appesi dei long playing,
di jazz ovviamente – fig. 7, 8, 9 -. Posate su un bellissimo piano
verticale in legno di ciliegio stanno decine di riviste, in alto, accanto
a ritratti di jazzisti famosi – non manca Luis Armstrong –
ci sono scritte in lingua latina che io, purtroppo, non so tradurre.
La vetrinetta frigo delle bevande, unica concessione all’epoca
attuale, è posta in un angolo, suppongo appositamente, e non
disturba troppo la vista. Il volume della musica in sottofondo –
e non potrebbe essere altrimente che jazz – è appena avvertibile
nella saletta del bancone e un pò più sostenuta nella
saletta “intima” a lato. Gli avventori discorrono sottovoce
dimostrando la loro raffinatezza, evidente pure dall’eleganza
delle signore e signorine presenti.
Ciliegina sulla torta: se chiedete il “café piccolo”
– proprio così, italianissimamente piccolo – vi serviranno
un espresso come in patria trovate di rado. Sfido io! è Illy!!!
e costa appena 85 centesimi come da noi un anno fa. (tenete conto che
in occidente il caffè come si deve costa sempre almeno il doppio
che in Italia).
Ora devo pensare alla cena.
Sempre nella stessa piazza, a pochi metri dal Venec, c’é
un ristorante cinese, il “China Restaurant Shang hai”. Sono
parecchi i cinesi in questa città, anche se non ne vedrò
mai nessuno pranzare o cenare qui dal loro conterraneo: dovrei insospettirmi?
Come m’attendevo esiste un menù plurilingue ed io cerco
immediatamente parole come “fish”, “shellfish”,
“mollusc”. Ne trovo un paio di pagine. Scelgo a caso intenzionato
a continuare con maggior sistematicità se questo primo test sarà
positivo. Cavolazzo se sì! Bene, dopo l’hotel ho risolto
pure il problema cena. Per pranzo girerò in ristoranti indigeni.
Ne trovo uno all’indomani: lo “Svijany” – fig.
10 -, anche questo rintracciabile soltanto da un cane da tartufi. É
un locale modesto, anch’esso stile anni 60, con belle pitture
alle pareti sebbene molto sbiadite. Anche qui si tende a occultare il
plasticume, infatti, la macchinetta video-gioco è nascosta da
una paratia di compensato dipinto dello stesso colore giallino del resto
del locale. Non ne nasconde però il rumoraccio. Quando si rendono
conto che non capisco un acca mi presentano un menù in tedesco.
Immediatamente cerco “Schwein” e lo trovo guarnito di “Käse”
che sospetto sia il formaggio con in più del “Gemüse”
che non so proprio cosa possa essere: è verdura e la carne è
davvero di maiale annegato nel cacio. Il prezzo è bassissimo
per i nostri standard: poco più di due euro per un pasto completo!
Questo locale conferma quanto avevo sentito dire a riguardo della Cekia,
ossia che la lingua straniera più conosciuta è il tedesco.
Ach so! Peccato io non vada molto più in la del porco, del formaggio
e, natürlich, del vino e della birra!
08
Con Micaela ero rimasto d’accordo di andarla a trovare al suo
paesello dove possiede un bar che in sua assenza viene gestito da una
coppia di ragazzi, gli stessi venutoci a prendere a Praga. È
sabato e splende il sole, eppure fa un freddo cane per via del vento
polare che sta spazzando mezza Europa. Osservando la velocità
raggiunta dalle cartacce estratte dai cestini e trascinati dalle raffiche,
stimo che in bici non le raggiungerei. Sono più di trenta chilometri
l’ora minimo minimo, rapportabili a un calo di temperatura di
una decina di gradi celsius, come dire che siamo a 4 o 5 sottozero.
La recezionista del mio hotel mi ha gentilmente stampato la fetta di
mappa stradale che porta a Vrchlabí, la mia destinazione a ottanta
chilometri da qui, però per arrivarci scopro che dovrò
cambiare parecchi autobus e, tanto per cominciare, il primo partirà
soltanto tra un ora. La stazione è totalmente esposta al vento,
attorno si sta lavorando alla ristrutturazione di non so che di mastodontico
e non c’è un baretto pagarlo oro. Scopro che siamo quasi
totalmente circondati dalla fabbrica Skoda e mi ricordo che esiste un
museo dell’auto proprio lì a otto passi.
Ci vado. Sul piazzale mi accolgono Laurin e Klement, indifferenti al
vento che nulla può contro statue di bronzo. Questi due signori
sono immortalati in atteggiamento di consultazione, come stessero discorrendo
attorno alla traformazione in società per azioni della loro azienda.
Non li disturbo e entro. Non si paga biglietto. Sorti a fine ‘800
come fabbrica di biciclette, Laurin e Klement passano dapprima alle
moto per giungere infine alle auto e dopo la prima guerra mondiale fondano
la Skoda. Mi affascinano le moto e le auto da corsa, prodotte quest’ultime
in piccolissima serie e mai giunte a livello mondiale. Bellissime sono
pure le berline e le limousines anni venti-trenta, poi l’inevitabile
declino sotto l’infelice dominazione sovietica.
Bene, mi sono scaldato un pò, ma anche attardato parecchio nel
bar interno al museo e torno in stazione appena in tempo per vedermi
partire l’autobus da sotto al naso. Telefono a Micaela scusandomi
e promettendo marinescamente che ci vedremo l’anno prossimo. Staminchiazza
minchiona a ‘sto ventaccio!
09
A sera ceno con un italiano. Anch’egli sta lavorando alla Akuma
per conto della Fiamm di Vicenza, di cui è dipendente. Per me
è una miniera di informazioni poiché finora nessuno mi
ha ancora spiegato come funziona la linea di assemblaggio di accumulatori
per auto che devo certificare. Se qualcuno di voi è già
entrato in Fiat conoscerà la lunga trafila e la mole di documenti
che occorre produrre per aver accesso agli stabilimenti. Addirittura
alle guardiole sono esposti i ceffi degli indesiderati, come alle dogane
o nelle questure. Al mio arrivo in Akuma nessuno mi chiede niente! Di
più: in portineria nessuno capisce un acca al di fuori del ceco
e io devo girare - da solo! - un km di stabilimento per trovare non
so cosa perché in giugno, a Vicenza, ho visto sì la linea,
ma era gia smontata e mezza imballata! Intanto, all’angoscia si
aggiunge la pioggia che mi innaffia ogni qual volta esco da un capannone
per esplorarne un altro. Al colmo del nervosismo, in fondo ad uno spiazzo,
lancio un paio di sonore bestemmie in lingua madre. Casualmente l’italiano
in questione si trova nei paraggi e, sebbene veneto, capisce i miei
piemontesissimi orco zio! Pare che i maggiori bestemmiatori si trovino
tra le popolazione che in passato furono maggiormente oppresse dal clero
e altrettanto pare che i campioni siano veneti e toscani, dunque io
sarei un outsider, eppure trionfo. Poco dopo le presentazioni, il mio
salvatore mi conduce in presenza della linea. Prendo posizione nel gabbiotto
riservato ai futuri operatori e inizio il mio lavoro.
10 Cin Picinin
Non potevo non invitare il mio Virgilio a cena. Lo Shang hai è
un posto tranquillo e la stessa presenza al tavolo accanto del figlioletto
del padrone - Cin Più Grand - è rasserenante. Il ragazzo,
Cin Picinin, si siede sempre lì al ritorno dalla scuola pubblica
ceca, cosìcché il padre, che ci tiene alle origini, gli
insegna la scrittura mandarina tra una portata e l’altra.
Noi stiamo affrontando la “insalata cinese”. Pomodoro, cipolla
e altro sono riconoscibili, ma un componente ci lascia perplessi. Alla
fine conveniamo sia lingua.
- Boia fauss, lenga de can!
- Mona! Dai Giulian, ti te schersi.
- Vaca! Son serisimo, oserva le dimension: non z’è taiata,
z’è ‘ntera e così picola non può ser
de vaca o de porco, inoltre z’è tropo granda per ser de
gato! Sas ben che li cinesi son veri ghioton de carne canina. Te ghe
l’hai già sagiata?
- Ostrega... sì!
- Giüda bastard! Anco mi. Come gh’è che se dize? “padovani
tuti mati e vicentini magnagati”, ora te toca cambiar en “magnacani”!
L’ultimo boccone, bloccato all’altezza del gargarozzo, indeciso
se salire o scendere l’esofago, rischia di strozzare il mio compare.
Meglio se sale, quindi intervengo in suo soccorso.
- ‘ndemo Toni, sas come se dize qui? Strc prst skrz krk!
- Pota! No me parlar ostrogoto, che se proprio devo sciopar strozà,
parlame vicentin!
- Z’è idioma indigeno, la frase pi longa senza niune vocai
e significa: metite un dito in gola!
Toni va davvero in bagno a scaricare nella tazza tutti i dubbi da me
cagnescamente indotti.
Contenendomi a stento dal ridere, sto per ingoiare un altra fettina
di lingua quando mi coglie un terribile sospetto. Accanto al nostro
tavolo Cin Picinin sta sfogliando un libro assieme alla sorellina Picinina.
Niente di anormale se non fosse che il volume in questione è
pieno di foto canine!
Vedendomi interessato al figliolo, la madre, novella Cornelia dall’occhio
mandorlato, mi confida:
- Questi essele miei gioielli, figlio studiale da cuoco, cucina tladizionale
Shang hai!
Fiol de ‘n can! non è un libro di testo, è il menù
figurato riservato ai cinesi analfabeti!
Strc prst skrz krk!
Scatto verso i servizi. Toni è ancora dentro: nell’urgenza,
non mi rimane che usare il bagno delle signore.
11
La domenica la passo in albergo lavorando: non mi pesa poiché
continua a piovigginare, inoltre, guadagno un giorno così da
potermi permettere di passare tutto martedi prossimo a Praga.
Martedì mattina alle otto sono in strada ad attendere il tassì:
sono troppo carico per andare a piedi al terminal dei bus. Qui di tassì
non se ne vede mai uno e per trovarlo occorre che qualche barista lo
chiami per me. Calcolando che si deve aspettare almeno un quarto d’ora,
nei giorni scorsi sono sempre andato a piedi all’Akuma, impiegando
non più di dieci minuti con in spalla il solo zainetto porta
computer: sono cinque minuti di freddo evitato e quasi cinque birre
gratis allo Svijany, senza contare il beneficio della camminata e lo
schiarimento di idee indotto dal clima polare. Inoltre, girando un po’
largo passo innanzi a belle costruzioni – fig. 11.
Se perdo il bus, la colpa è mia per non aver tenuto in conto
il sicuro ritardo dell’arrivo del tassì. Ci sono almeno
tre compagnie che viaggiano sulla tratta per Praga, ma nessuna ha in
tabellone un ulteriore autobus prima delle 10. Sperando che ne esista
una quarta sfuggita alla mia ricerca sui fogli sbiaditi dalle interperie,
continuo a camminare avanti e indietro come un carcerato. Ne farò
di passi! Alle dieci esatte mi metto in coda per salire su un vettura
stracolma. Mi tocca stare in piedi fino all’arrivo a Cerni Most.
Qui mi sento come a casa: ormai conosco la stazione e mi concedo uno
spuntino e un paio di sigarette prima di salire sul metrò. L’unico
posto a sedere libero è quello riservato agli invalidi, cosicché
io rimango in piedi. Accidenti! un tipo in divisa, forse un funzionario
della metropolitana, praticamente mi obbliga a sedermi! É l’effetto
“bastone da passeggio” che ho appena tolto dallo zaino e
rimontato. In realtà, sebbene in modo appena percettibile, io
zoppico davvero da quando una quarantina d’anni fa mi fracassai
tibia e pèrone grazie all’amore non corrisposto con una
catalana di nome Montesa e d’infausto cognome Scorpion. Quando
sono stanco e sovraccaricato il mezzo centimetro di differnza di lunghezza
tra una gamba e l’altra pare raddoppiarsi, inoltre lo strumento
stesso “invita”, come si evince parafrasando un famoso proverbio:
chi va col bastone impara a zoppicare.
12
A Florenz
cambio per Hlavní Nádraí e vado a fare il
biglietto per il ritorno con partenza serale. Deposito lo zaino in un
box al prezzo di sole 60 corone, ossia metà spesa di Mestre.
Non mi fido lasciarvi il computer poichè, al di là del
valore, c’è dentro tutto il lavoro svolto in una settimana.
Esco, controllo la bussola e trotterello verso ovest, verso la Vltava,
ossia il fiume Moldava. Pochi minuti e mi trovo in una piazza spettacolare:
la Václavské Námestí . In verità
non è una vera e propria piazza, quanto una larga strada, una
“prospettiva”, almeno io traduco così questo termine
frequente all’est: “prospectiva”, ossia “avenue”
o qualcosa di simile. In testa alla via si eleva il Národní
Museum. D’ora in avanti non usero aggettivi come bello, magnifico,
ecc. perché così facendo risparmierò qualche centinaio
di pagine. Neppure descriverò quello che vedo poiché altri
lo hanno già fatto meglio di quanto io potrei. Per farla breve
la pioggia mi sorprende a meno di duecento metri dal ponte Carlo IV.
Che faccio? mi bagno, non mi bagno? Cavolo, prima di potermi cambiare
i vestiti zuppi dovrei attendere la partenza del treno. Straminchia!
nel settore ovest del fiume, la città vecchia, la parte succulenta,
non ci sono stazioni del metrò che permettano di rientrare all’asciutto.
Eppure qui sono tutti più coraggiosi di me: non si percorre un
metro senza dover contorcersi per evitare lo scontro con qualcuno che
gira testa all’aria. Praga è strapiena nonostante la bassa
stagione e il brutto tempo. Temporeggio e mi concedeo un caffè
“piccolo”, delizioso ma caro: quattro volte l’Illy
di Mladá. Chissenefrega, devo consumare tutte le corone rimastemi.
Prendendo in mano le monete mi viene un’idea. Svito l’impugnatura
del bastone e le colloco al posto del cilindretto dell’originale
e abortito progetto di autodifesa. So benissimo che nessuno mi provocherà,
ma l’idea mi rallegra poiché ho rimosso la base giuridica
di arma impopria e ricavato un utile portamonete. Di Bar in caffé
ritorno verso la stazione rasentando i muri. Incontro un café
che raccomando: il Kavanan Café (kava significa caffè
in russo e altre lingue slave: suppongo anche in ceco). Marmi, legni
pregiati, pianoforte a coda, scalone e galleria. Avevo detto di non
dire bello, meraviglioso, ecc. Beh, concedetemi una sola e unica licenza
perché un bar per me è sacro quanto e più di una
chiesa.
13
Sul vagone siamo non più di una decina di persone concentrate
in due soli scompartimenti. Sebbene in pochi è la solita babele
di lingue, in più, cosa rarissima, sento parlare portoghese con
chiaro accento brasileiro! Non mi trattengo ed esordisco con:
Quien nao gosta do samba
bon sujeito nao è
o è ruin de cabeza
o doente de pié!
(Colui al quale non piace il samba, non è un buon soggetto, o
è cattivo d’indole o dolente di piedi –in gergo:
non sa ballare)
Suppongo non sia proprio esatto al cento per cento, ma non importa:
è dal ‘95 che non ho occasione di parlare questa lingua
deliziosa. L’atmosfera contagia i miei nuovi amici e alla fine
me la cavo abbastanza bene. Con noi, stretti come acciuge perché
la coppia brasiliana – gauchos del Rio Grande do Sul - è
abbastanza in carne, c’é pure Marylin, una canadese anglofona
È una bella signora cinquantenne, professoressa di linguistica
in una delle tante prestigiose università californiane. Linguistica?
Conoscete Ciomsky? ma io ci parlo a colazione con questo Ciomsky! Lei
parla un fluente italiano e ci lanciamo in una conversazione fitta fitta,
tanto che la hostess ci crede sposi o amanti e ci fa spostare soli soletti
in uno scompartimento libero. Ora sul treno siamo tutti sparpagliati
e comodi a due a due.
Trovare un, o ancora meglio, una linguista non è cosa da tutti
i giorni e a me non era mai successo. Con emozione le sparo la teoria
di un prof d’oltralpe che sostiene che dialetti e lingue neolatine,
francese compreso, derivano dall’italiano, più precisamente
da un proto-italiano correntemente parlato già al tempo di Giulio
Cesare.
Come temevo, mi tira fuori il caso, anzi, “i casi” del rumeno,
che fanno discendere questa lingua direttamente dalla lingua di Cicerone
che, come si sa, era ed è priva degli articoli. Confesso che
pure io mi sono posto questo problema, poiché la Dacia venne
conquistata dopo la Gallia, ma che non dispero di darne spiegazione,
anzi, di dimostrare che il proto-italiano altro non era che una evoluzione
della parlata di Brenno, quel tal mio antenato che le suonò sonoramente
ai romanacci preveltroniani.
Ora parliamo del Quebec francofono e dei suoi aneliti indipendentisti.
Un bel trampolino per esporre la mia idea sulla secessione delle province
di Cuneo e Imperia.
- Imperia significa Sanremo; Sanremo uguale casinò; casinò
porta soldi e niente tasse come a Montecarlo! Inoltre offrirei la carica
di capo di stato alla regina di Inghilterra, la quale nazione manderebbe
le cannoniere a proteggerci dai terroni torinesi e dai comunisti genovesi,
poiché Imperia significa mare.
Quella ci rimane di stucco, e soltanto quando io scoppio in una sonora
sghignazzata, abbandonando l’atteggiamento da arruffapopolo, comprende
lo scherzo e, come direbbe Totò, si scompiscia dalle risa. Ma
le mie pazze teorie non sono finite qui e le sciorinerò tutte.
Poverina Lei, poveri voi! hi, hi!!
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Le espongo quella sull’insegnamento non insegnato, ossia su una
classe di ragazzi che invece di studiare passivamente una o più
lingue straniere, inventa una lingua artificiale variabile giorno per
giorno e, a ruoli ribaltati, interroga il malcapitato professore! Mmmm,
è tornata perplessa: correggiamo un po’ il tiro.
- Da un punto formativo è tempo sprecato per un italiano studiare
a fondo un altra lingua neolatina, del tutto simile alla propria. Altrettanto
inutile studiare l’inglese, visto che è soltanto un’accozzaglia
di perìfrasi da trangugiare a memoria. Molto meglio sarebbe dedicarsi
a lingue strutturalmente diverse, al tedesco, al russo, al cinese, al
navajo, al vattelapesca... però sarebbero troppe e magari un
bel giorno potremmo necessitare di parlare belucistano altaico e si
dovrebbe tornare a studiare e cambiare mentalità. Ogni lingua
un nuovo episodio.
- Credo di aver capito: la lingua inventata sarebbe una semplice yoga
tesa a rendere cosciente l’universale e comune struttura mentale
del linguaggio e una volta codificata verrebbe buttata alle ortiche.
- Esatto. Alla fine del gioco, con una simile apertura mentale, ogni
studente potrebbe imparare qualsiasi lingua al momento del bisogno in
poche settimane. Ciomkiano, non le pare?
Inaspettatamente mi prende sul serio, o forse finge e mi sta prendendo
in giro per vendicarsi dello scherzo della secessione. Questa signora
sta andando in Italia dopo aver partecipato attivamente a un congresso
tenuto proprio in Praga. Anche questo ci accomuna, entrambi uniamo lavoro
e vacanza, l’utile al dilettevole.
- Un simile professore dovrebbe possedere delle doti eccezionali per
coordinare questi fantasiosi ragazzi.
- State pensando a me?
- In effetti, sebbene vi conosca da poco, vi credo capace di qualunque
giocosa pazzia. Voi siete più italiano di quanto immaginiate
e, forse, desideriate.
Adorabile! mi offre persino una caramella. Forse lo fanno altrettanto
amabilmente anche le sue colleghe con gli scimpanzè Bonomo, per
premiarli a ogni parola appresa.
15
Dopo mezzanotte,
ogniqualvolta si ferma il treno, vado in testa al vagone, apro la porta
e mi fumo mezza sigaretta. Alle due spalanco e una ventata carica di
neve fresca mi imbianca dalla testa ai piedi. Fuori siamo sotto di parecchi
gradi e davvero mi passa la voglia di fumare. Meglio tornare a cuccia
e incerottare il naso per non disturbare il sonno alla canadesina. Meritatamente,
dopo la conferenza, lei sta andando a Vicenza, per incontrare un suo
vecchio o nuovo boy frend che lì fa il militare. Paradossalmente,
appena tornerà in America entrerà nello staff della senatrice
di origine italiana di cui non ricordo il nome, ma che so nemica spietata
di Bush e decisa a far ritirare le truppe americane dall’Europa
e da tutte le altre parti del mondo.
- Ma io non voglio che ci abbandoniate lasciandoci in pasto agli stati
canaglia!
- Allora voi europei datevi da fare!
E proprio questo che ritengo improbabile, ma non ho tempo a ribattere
perché arriviamo in stazione.
A Vicenza scendiamo entrambi e dopo un rapido cappuccino-briosche ci
salutiamo calorosamente. Mai in treno avevo conosciuto due donne poliglotte
più coinvolgenti di questa teorica canadesina e della pratica
Micaela.
Bene, la pacchia è finita: in stazione ritiro un pacco di documenti
pesante quindici chili: sarà la mia ingombrante e taciturna compagnia
fino a sera, fino a casa. Ma a Praga ci torno, l’anno prossimo
a giugno e col bel tempo.
Au revoir Cekia!
Fine