VIAGGIO
IN MONGOLIA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Marco
e Stefania
Itinerario: Ulaan Batar – lago Khuvsgul –
lago Terkhiin Tsagaan – Kharakorum – deserto del Gobi –
Ulaan Batar
Numero di giorni: 23
Costo totale del viaggio: 3000 euro
Periodo: 25 giugno – 18 luglio 2005
Compagnie Aeree: Lufthansa + MIAT
Documenti: Passaporto + Visto
Sistemazione: Gher in campi turistici
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Mongolia terra di nomadi
Un paese di
spazi immensi con una natura selvaggia …
Un popolo nomade generoso ed ospitale …
Un viaggio indimenticabile in un mondo antico …
La Mongolia è un paese che colpisce per i suoi spazi immensi,
per la sensazione di vuoto così lontana dalla nostra realtà
quotidiana. I pastori nomadi vivono nelle gher, le tradizionali tende
bianche di feltro, e l’incontro con la loro civiltà costituisce
l’aspetto più interessante del viaggio; l’ospitalità
è sincera ed ogni occasione è buona per offrire qualcosa
all’ospite di passaggio. In un mondo sempre più globalizzato,
dove tutti si stanno appiattendo sul modello occidentale, la Mongolia
rappresenta ancora un ritorno alle tradizioni antiche, con i nomadi
che vivono quasi come ai tempi di Gengis Khan. Appena si lascia Ulaan
Batar, la moderna capitale, la natura regna incontaminata. Verdi praterie
si estendono sterminate, punteggiate qua e là solo dai bianchi
puntini delle gher. Salendo verso nord il paesaggio diventa più
brullo fino a raggiungere il lago Khuvsgul, dove le montagne sono coperte
da foreste di larici siberiani e i prati colorati dalle macchie dei
fiori selvatici. Le stelle alpine da noi così rare sono brucate
tranquillamente dalle capre. Il sud è il regno dell’immenso
deserto del Gobi, il più settentrionale del mondo. La lunga striscia
delle dune di Khongoryn Els, rallegrata dalla presenza dei “veri”
cammelli, quelli con due gobbe, costituisce una delle immagini più
belle del paese.
La Mongolia è uscita da poco più di un decennio dal lungo
tunnel del regime comunista filo sovietico. Gli anni delle purghe staliniste
sono stati tremendi: gran parte dei monasteri buddisti è stata
distrutta e i monaci trucidati o deportati in Siberia. Il periodo post-comunista
è stato altrettanto difficile: sono venute meno le garanzie sociali
offerte dallo stato con le “classiche” conseguenze dell’aumento
della disoccupazione e delle privatizzazioni selvagge. Il paese per
tirare avanti deve contare sugli aiuti internazionali. La vita è
dura sia per chi vive in città che per i pastori delle campagne.
Ad Ulaan Batar migliaia di bambini orfani vivono per strada rifugiandosi
nel sottosuolo durante i gelidi mesi invernali, i salari sono bassi,
anche se la situazione sta lentamente migliorando. Nelle campagne le
temperature toccano punte di 50 gradi sottozero e i nomadi rischiano
di perdere il bestiame, unico mezzo di sopravvivenza per un paese nel
quale è impossibile qualsiasi coltivazione.
Con il crollo del regime comunista, i mongoli si stanno riappropriando
delle proprie tradizioni religiose, legate ad un buddismo lamaista contaminato
da elementi di sciamanismo. I monasteri sopravissuti sono stati riaperti
al culto mentre altri sono in fase di restauro o ricostruzione. Alcuni
sono veramente affascinanti, come quello di Amarbayasgalant sperduto
in una verde vallata. Naturalmente sono ricomparsi anche i monaci, ma
ancora poco numerosi rispetto al passato, quando la Mongolia era uno
stato teocratico. Assistere alle preghiere è un’esperienza
intensa ed autentica.
Il turismo è limitato, ostacolato dal pessimo stato della rete
viaria. Solo un paio di strade è asfaltato e le piste devono
essere percorse con mezzi a quattro ruote motrici. L’assenza di
qualsiasi indicazione e i ridotti trasporti pubblici rendono necessario
affittare un mezzo con autista. I campi turistici di gher sono invece
confortevoli e piacevoli, mentre le possibilità di campeggio
libero davvero infinite: piantando la propria tenda vicino alle gher
dei pastori si è certi di essere invitati a casa loro e vivere
uno spaccato di vita nomade. Naturalmente non bisogna abusare dell’ospitalità
e contraccambiare sempre con qualche regalo. Il turismo, anche se limitato
alla breve estate, può rappresentare una grossa risorsa ma c’è
da augurarsi che il paese rimanga immune agli effetti devastanti del
turismo di massa.
Per il nostro viaggio io e Stefania ci siamo affidati ad un’agenzia
segnalataci dall’ottimo sito www.mongolia.it, la “Great
Chingis Empire” gestita da Nyamaa, una mongola che parla un buon
italiano. L’agenzia in realtà funge solo da intermediario:
i mezzi sono di proprietà degli autisti e gli interpreti vengono
ingaggiati per l’occasione. Il tour organizzato con tutti i pernottamenti
prenotati è risultato tuttavia troppo rigido e malamente costruito
nell’ultima settimana dedicata al deserto. Non immaginavamo che
il programma inviatoci per e-mail e più volte modificato dovesse
essere preso così alla lettera: siamo arrivati all’assurdità
di passare a pochi chilometri da un sito ma dovere pagare un extra per
poterlo visitare perché non incluso nel programma. Nelle prime
due settimane abbiamo avuto un ottimo autista, Otgoo un ex nomade, e
una guida in gamba, Erden uno studente di 22 anni, sempre pronti ad
assecondare i nostri desideri di contatto con la popolazione. Il mezzo
tuttavia era vecchio (un’ex autoambulanza di fabbricazione russa)
ed, infatti, dopo innumerevoli contrattempi si è rotto nel deserto,
per fortuna a pochi chilometri da un paese. Nell’ultima settimana
abbiamo avuto un mezzo migliore ma la nuova guida, Nora una ragazza
di città, si è rivelata inadatta a due viaggiatori indipendenti
come noi, preoccupata solo della nostra sicurezza e poco incline ai
contatti con i nomadi. Alla luce di questa esperienza mi sentirei di
consigliare agli amanti dei viaggi in libertà una scelta differente:
noleggiare solo la macchina con autista (eventualmente facendosi procurare
da loro un interprete) senza passare per un’agenzia che fornisce
un pacchetto “tutto organizzato”.
Ed ora il diario
di viaggio. In Mongolia abbiamo seguito il seguente itinerario di massima:
Ulaan Batar – lago Khuvsgul – lago Terkhiin Tsagaan
– Kharakorum – deserto del Gobi – Ulaan Batar
25-26 giugno:
Roma – Francoforte – Pechino – Ulaan Batar
Arrivo ad Ulaan Batar
Raggiungiamo Ulaan Batar con un volo da Pechino della Miat, la compagnia
di bandiera mongola. All’aeroporto ci accolgono l’autista
e la guida del tour organizzato. E’ tardi e c’è solo
il tempo per raggiungere l’appartamento dove trascorreremo la
prima notte. Si trova in un edificio fatiscente, protetto da una porta
blindata che ci raccomandano di tenere ben serrata !!
27 giugno:
Ulaan Batar – verso il monastero di Amarbayasgalant
Ulaan Batar
Nella sede dell’agenzia di viaggio “Great Chingis Empire”
conosciamo di persona Nyamaa, la manager con la quale abbiamo tenuto
i contatti per e-mail. Provvediamo a saldare l’intero importo
del tour (speriamo bene !!), chiedendo assicurazioni sulla bontà
del pulmino che ci è stato assegnato visto che appare un po’
vecchiotto.
Iniziamo il giro turistico con il monastero di Gandam,
formato da una serie di edifici scampati alle distruzioni comuniste.
In un tempio i monaci siedono su due file, una di fronte all’altra.
Pregano suonando grossi tamburi e piatti di metallo; voluminosi libri
dalla forma allungata sono avvolti in panni. Intorno ai vari templi
si trovano le ruote della preghiera, caratteristiche del buddismo tibetano;
i fedeli pregano facendole girare una dopo l’altra. Un imponente
edificio dall’aspetto moderno ospita una gigantesca statua di
Budda in piedi, ricostruita di recente dopo che l’originale fu
distrutto dai comunisti. Nelle pareti tutte intorno, dentro vetrine,
campeggiano una miriade di statue di divinità.
Il Palazzo d’Inverno era la residenza del lama-re
d’inizio novecento. Attraversiamo una serie di splendidi padiglioni
di legno. Gli interni sono decorati piacevolmente e il colore dominante
è il rosso. Il complesso si è salvato perché trasformato
in museo ed ospita un’interessante collezione. Raffinati arazzi
recano rappresentazioni di divinità dalle molteplici braccia
e teste. Nel tempio finale 21 statuette di bronzo sono opera di Zanabazar,
il famoso lama vissuto nel seicento. Raffigurano Taras, divinità
femminile dalle tette tornite, seduta all’orientale con una gamba
piegata. Il giro termina con l’edificio a due piani, residenza
del lama-re. Gli oggetti conservati sorprendono e fanno pensare ad un
raffinato principe e non certo ad uno spartano monaco buddista. Una
pelliccia è realizzata con le pelli di decine di volpi; i letti
del re e della regina sono elaborate strutture di legno a baldacchino.
Non mancano le curiosità come la foto di un elefante condotto
in Mongolia con una marcia di tre mesi dalla Russia per essere regalato
al re. Splendide vesti testimoniano la raffinatezza dell’epoca.
Prima di lasciare la città scaliamo la collina
Zaisan, dominata dal monumento ai caduti eretto dai russi. Retorici
mosaici raffigurano il pantheon del mondo sovietico: soldati in uniforme
schiacciano i simboli del nazismo mentre astronauti, operai e contadini
fraternizzano. Sul retro un mucchio di pietre è il nostro primo
incontro con gli ovoo, i tradizionali tumuli di pietre retaggio dei
culti sciamanici. Dal monumento la vista spazia, oltre il fiume, sulla
città circondata da colline; gli edifici moderni di stampo sovietico
e le fabbriche con le loro ciminiere non ingentiliscono certo il panorama.
In viaggio verso il monastero di Amarbayasgalant
Alle tre e mezzo lasciamo Ulaan Batar, attraversando un paesaggio di
verdi colline punteggiate qua e là dal bianco delle gher, le
tradizionali tende in feltro dei nomadi mongoli. Ci fermiamo per qualche
foto e subito un pastore a cavallo viene a salutarci mentre un gruppo
di mucche pascola tranquillo. Proseguiamo verso nord e dopo tre ore,
alle porte di Darkhan, lasciamo la strada diretta verso la Russia e
pieghiamo in direzione di Erdenet. Il paesaggio è ora molto più
monotono: una piatta distesa si estende brulla e anche le gher sono
scomparse. La Mongolia è “il paese del cielo blu”
ma oggi il tempo è nuvoloso e persino uno spruzzo di pioggia
sembra porgerci il suo saluto poco rassicurante. Carichiamo due poliziotti:
sarà un passaggio oppure una scorta? Scendono poco dopo a Khotol,
una striscia di condomini davanti ad una fabbrica bianca. Superiamo
un fiume e il paesaggio torna verde, una vallata chiusa da basse montagne.
Unici segni dell’uomo, la linea elettrica e la striscia d’asfalto
luccicante per il sole frontale. I tralicci sembrano i soli “alberi”
di questa regione. La luce della sera esalta i colori della valle: brillanti
strisce gialle e verdi sono chiuse dal verde cupo delle colline. Un
tratto più brullo ed anche il marrone arricchisce la tavolozza
dei colori. Alle otto e mezzo abbandoniamo l’asfalto prendendo
una sterrata che si dipana tra verdissime colline. In cima ad una salita
un ovoo c’invita ad una sosta per rispettare la tradizione di
compiere tre giri intorno e lanciare sassi su di esso. Dopo un’ora
raggiungiamo il campo turistico; le gher sono disposte entro un recinto
e l’effetto è molto suggestivo. Le tende sono bianche con
le parti di legno dipinte d’arancione e il comignolo della stufa
che sbuca nel mezzo. La linea elettrica è tagliata e così
manca la luce a rendere l’atmosfera più autentica. Il sole
scompare dietro le colline e subito la temperatura cala bruscamente;
non mi resta che coprirmi un po’ e sfruttare la luce solare residua
per preparare le cose per la notte.
Nella gher ristorante siamo in pochi, poiché la maggioranza degli
ospiti coreani consuma il pasto con le proprie provviste. Ceniamo insieme
all’autista e alla guida con un piatto di carne a striscioline
con il sugo. Durante il giorno abbiamo avuto modo di conoscere Erden,
la nostra guida. E’ uno studente di 22 anni e parla un ottimo
inglese: è stato, infatti, un anno a Pittisburg negli Stati Uniti
(ma anche in Cina ed Ungheria). Ci racconta tra l’altro qual è
la situazione del paese dopo la caduta del comunismo; molte cose sono
migliorate ma poi ci parla solo di ciò che è peggiorato
(disoccupazione, privatizzazioni, ecc.). Erden sembra un ragazzo preparato
e curioso: ci chiede anche lui notizie sull’Italia e i paesi del
mondo che abbiamo visitato.
Il primo giorno in Mongolia volge al termine e la mente corre alle immense
distese verdi che abbiamo attraversato: la sensazione degli spazi vuoti
è quella che più mi ha colpito in questa giornata.
28 giugno:
Monastero di Amarbayasgalant - Erdenet
Monastero di Amarbayasgalant
La sala del tempio principale è affascinante: dividono l’ambiente
pilastri dipinti di rosso ricoperti da stendardi colorati mentre il
soffitto a cassettoni è decorato con figure dorate di draghi.
Nella “navata centrale” due file di panche, una di fronte
all’altra, sono destinate ai monaci, anzi ai lama, ma è
tardi e l’ora della preghiera è passata. Il seggio del
lama più anziano reca ancora delle offerte mentre sulle panche
vuote giacciono, piegate, tuniche gialle e rosse, insieme a buffi copricapo
a cresta. Nella parete in fondo una selva di statue forma uno schieramento
compatto; in una vetrina la statua realistica di un lama tutto abbigliato
sembra sul punto di alzarsi dopo la preghiera mentre al centro tre figure
sedute guardano avanti con gli occhi sbarrati. Il canto degli uccelli
rende il luogo ancora più mistico.
Dalle colline dietro il monastero, la vista spazia sull’immensità
del paesaggio, un’ampia valle verdissima. Il monastero in basso
sembra un plastico; un cavaliere solitario sfreccia sul suo destriero.
Il silenzio è rotto solo dal canto lontano di qualche uccello
appollaiato sui tetti del monastero. Il solito mucchio di sassi forma
una macchia di colore con i panni azzurri che si stagliano sul verde
delle montagne. Solo le mosche ronzano dispettose disturbando la quiete
del luogo. Camminando sul crinale raggiungiamo un secondo tumulo più
in alto. La valle in basso è cosparsa qua e là dai bianchi
puntini delle gher e dalle anse isolate di un ruscello. I tetti di tegole
smaltate del monastero luccicano al sole. L’immensità dello
spazio verde mi stupisce: nel terzo millennio esistono ancora luoghi
incontaminati come questo! Il cielo si è riempito di nuvole e
appare più basso come raccontano nei libri; il vento che ha preso
a spirare sembra volere contribuire alla piacevolezza di questo paradiso
verde. Le mosche sono scomparse e il silenzio regna sovrano.
La visita del monastero è stata emozionante: nessun turista ma
anche pochi monaci. Un vecchio malfermo era condotto da due persone
dentro il tempio per le preghiere. Un giovane monaco ci ha accompagnato
nei vari edifici, aprendoli giusto per noi. Vive nel monastero da due
anni per studiare, lontano dalla famiglia. Nel padiglione subito dopo
l’ingresso ritroviamo i quattro Protettori già incontrati
nel Palazzo d’Inverno di Ulaan Batar. Le statue colorate sono
ancora più grandi. Ciascuna reca in mano un simbolo, un topo,
un serpente, una spada e uno strumento a corda; sotto i piedi schiacciano
figure umane, un serpente e una tartaruga. Erden cerca di spiegarci
la simbologia ma il significato mi sfugge. Tornati nel tempio principale
il ragazzo solleva una botola e sotto il pavimento compare una riserva
d’acqua: la pioggia dal tetto è convogliata sotto il pavimento
attraverso le colonne. Proseguiamo il giro dei vari edifici nella corte
posteriore. In un padiglione dedicato alla dea della longevità
colpisce la solita moltitudine di statuette in serie dalle vesti dorate
che recano nelle mani giunte una corona. Nell’edificio centrale,
attorno ai tre Budda del Passato, Presente e Futuro, mobili in legno
contengono libri avvolti entro panni. I rotoli sono disposti nelle celle
dell’armadio. Uno stendardo reca una svastica, simbolo arcano;
un altro rappresenta il Dio della Cronologia dalle 12 braccia, con una
corona di teschi sopra la testa e una cintura di volti umani alla vita.
All’esterno, coronato dalla ruota del Dharma attorniata da due
gazzelle, una scritta cinese ricorda che il tempio fu fondato da un
re manchu. Un padiglione ospitava la tomba di Zanabazar ma oggi rimane
solo la sua statua, fatta ricostruire dal Dalai Lama negli anni novanta;
gli occhi spalancati esprimono uno sguardo infantile.
Tornati al campo turistico pranziamo gustando strisce di stomaco, dumpling
e pesce fritto. Chiudiamo con una “Fiesta” (gli unici dolci
del nostro soggiorno in Mongolia saranno merendine confezionate importate
da ogni parte del mondo).
Erdenet
L’Hotel Selenge di Erdenet è un classico albergo di stile
sovietico; ci assegnano una camera de luxe con rosoni stuccati sul soffitto
e mobilio di design moderno. Contrariamente alle attese si lascia apprezzare.
Ceniamo poco lontano al “Millionaire Cafè” dove una
portata costa appena un euro (Stefania sceglie una zuppa di carme, io
riso e carne).
Sono ancora le otto e, sempre scortati da Erden, passeggiamo lungo la
strada principale. La città è completamente priva d’attrattive
e i condomini dell’epoca comunista sono brutti e fatiscenti. La
gente invece veste con gusto all’occidentale. In giro si vedono
alcuni barboni e ubriachi. Erden ci sconsiglia di uscire da soli più
tardi. Nei giardini della piazza principale si gusta un barbecue all’aperto
mentre i bimbi giocano intorno alla fontana. Le femminucce sono belline,
in particolare una con due codini, mentre i maschietti vivaci si mettono
subito in posa per essere fotografati accettando di buon gusto di “battere
il cinque”. Terminiamo la passeggiata davanti ai ritratti di Marx
e Lenin che campeggiano su due palazzi, retaggio dell’era comunista
finita senza toni troppo bruschi.
Siamo nella terza città della Mongolia, sorta nei pressi di una
gigantesca miniera di rame e ne approfittiamo per stabilire i contatti
con l’Italia. All’ufficio postale una telefonata di un minuto
costa 1000 tugrik, la valuta locale: la procedura è un po’
lenta ma l’audio buono. In un Internet Cafè mandiamo alcune
e-mail approfittando del collegamento veloce (200 T per mezzora).
29 giugno:
Erdenet – Bulgan – vulcano Uran Uul
Da Erdenet a Bulgan
Nella periferia di Erdenet la gente abita nelle gher, entro recinti
a palizzata. Lasciamo la città su una sterrata piena di buche
in mezzo a paesaggi più brulli. In alcuni tratti fervono i lavori
per asfaltare la strada fino a Bulgan ma per ora non c’è
traccia d’asfalto. Il traffico pesante è intenso per gli
standard mongoli. Dopo due ore siamo a Bulgan, dove invece delle solite
gher troviamo capanne di grossi tronchi di legno. Pranziamo in un “ristorantino”
accompagnando le schiacciate ripiene di carne, piatto tradizionale,
e i dumpling, con il tè mongolo (una miscela di tè, latte
e sale). Si dice che se una donna mette molto sale nel tè vuol
dire che è incinta per questo i prossimi giorni osserverò
attentamente i dosaggi di Stefania.
In viaggio
La steppa in questa regione è secca, poca erba spelacchiata,
e questo ci spiega Erden è un brutto segno per il prossimo inverno
quando non ci sarà da mangiare per il bestiame. Compaiono gli
alberi e il paesaggio diventa più montano. Il fondo della valle
torna verdissimo con un manto di fiori gialli. Ci fermiamo in cima ad
una salita, presso un gruppo di capanne di legno e i soliti due ovoo.
Una specie di grossa baita è già ultimata, un’altra
è in costruzione: ospiteranno un hotel e un ristorante. Tre mongoli
riposano all’orientale, accucciati sulle gambe. Ci offrono l’airag,
bevanda leggermente alcolica di latte di cavalla fermentato. Sopraggiungono
due motociclisti occidentali: sono tedeschi ma uno di loro vive a Venezia
e parla italiano. Con le loro vecchie moto sono in viaggio da cinque
settimane; dall’Italia hanno attraversato Slovenia, Ungheria,
Ucraina e Russia. Complimenti!
Vulcano Uran Uul
Dopo la discesa, sbuchiamo in un’ampia conca; in lontananza si
scorge il basso cono dell’Uran Uul, un vulcano spento. Improvvisamente
il driver lascia la pista e procede in mezzo alla prateria. Ha scorto
in lontananza un gruppo di cavalieri e punta verso di loro. Si stanno
preparando per il Naadan locale; alcuni indossano vesti tradizionali.
Un uomo dallo sguardo severo porta un caratteristico cappello; altri
il tradizionale deel, una lunga tunica blu o rossa. Un bambino cavalca
senza sella; parteciperà alle corse della festa. Con il nostro
pulmino facciamo da traguardo ad una galoppata di gruppo.
Le sorprese non sono finite: lasciati i cavalieri, ci fermiamo in una
gher per visitare una famiglia nomade. Entriamo facendo attenzione a
non calpestare la soglia; nell’ambiente circolare regna un po’
di confusione come a casa nostra. Sui lati due brande, con le gambe
stranamente poggiate sopra barattoli, segnano le zone per gli uomini
e le donne, mentre in fondo due specie di tatsebao recano le foto di
famiglia. Ci accomodiamo sulla bassa panca sistemata davanti al tavolo.
La padrona di casa ci offre subito il burro da prendere con biscotti
duri allo yogurt, molto dolci. Segue poi una ciotola piena di yogurt
(speriamo bene!). La notizia del nostro arrivo si sparge e sopraggiungono
altri ospiti dalle gher vicine. Un uomo a torso nudo è accompagnato
dal nipote; la sua notevole pancia è fermata da una fascia che
sembra trattenere una sorta d’ernia. La sua mole, ci spiega Erden,
è giustificata dal fatto che era un lottatore, come ora è
suo figlio e come diventerà il nipote seduto al suo fianco. Sul
petto reca un tatuaggio di cavallo; il ragazzo ha un sorriso bellissimo
con il quale contraccambia sempre i miei. Il lottatore ci mostra orgoglioso
una serie di regali ricevuti da italiani: bottigliette di Chianti, Martini
e gin. Me le porge con la mano destra e sto ben attento a riceverle
con entrambe le mani. Come segno di benvenuto procediamo anche ad un
piccolo rituale, proprio come nel film “La storia del cammello
che piange”: ci passiamo una boccetta dalla quale si estrae un
pennello per cospargersi un dito con una sostanza aromatica. Per sdebitarci
offriamo i nostri piccoli doni, un pacco di caramelle per la padrona
di casa, bon bon e penne per i bambini. Ormai il ghiaccio si è
rotto e faccio i miei complimenti al lottatore per i suoi stivali: sono
veramente massicci, con la punta ricurva e una fascia decorata. Terminata
la visita, ci scambiamo i “Bayartee” e seguiamo la padrona
di casa impegnata nella mungitura delle cavalle. La tecnica è
molto semplice: un uomo si avvicina con il puledro alla mamma e la signora
passa alla mungitura (sempre da sinistra). Poi tocca al cucciolo.
Il campo turistico è molto vicino, poco lontano dal vulcano.
Ci aspetta un’altra notte in una gher, la tipica abitazione dei
nomadi mongoli. Si tratta di una capanna circolare con il tetto conico;
su un’intelaiatura di legno con pareti a reticolo e pali per il
soffitto, viene posto il rivestimento di feltro, ottimo isolante. Al
centro si trova un’apertura circolare dalla quale esce il comignolo
della stufa. La porticina esterna, colorata in modo vivace, si apre
verso sud per sfuggire ai freddi venti del nord. All’interno i
due pali simboleggiano l’uomo e la donna, con l’apertura
centrale che rappresenta la loro unione; separano la parte maschile
e femminile della gher, quest’ultima naturalmente con la cucina.
La capanna è facile da montare ed è quindi la residenza
ideale per una popolazione nomade.
Leggende mongole
Erden ci racconta alcune leggende mongole. C’erano una volta sette
soli e faceva molto caldo. Un arciere provetto, Erkhii, aveva otto frecce
e decise di abbattere i soli con il suo arco. Vi riuscì subito
con i primi sei ma al settimo tiro la freccia colpì la coda di
una rondine di passaggio. Questo spiega perché le rondini hanno
la coda con due punte. L’arciere decise di inseguire l’ultimo
sole e promise che se non fosse riuscito a colpirlo si sarebbe tagliato
il pollice delle mani, sarebbe andato in montagna e non avrebbe più
bevuto acqua pura. Avrebbe anche tagliato le zampe anteriori al suo
cavallo. Iniziò l’inseguimento ma il sole stava tramontando
e non fece in tempo. Mantenne il voto fatto e divenne la marmotta mentre
il suo cavallo divenne il saltellante topo mongolo.
Un’altra storia racconta che gli animali dovevano decidere quali
fra loro avrebbero fatto parte dei dodici segni zodiacali. Sarebbero
stati i primi dodici a vedere sorgere il sole la mattina seguente. Il
cammello era tutto contento, convinto che dall’alto della sua
figura avrebbe visto l’alba per primo mentre il topo era triste
perché così piccolo pensava di non avere speranza. Il
cammello propose al topo di gareggiare insieme. La notte dormirono.
Il cammello sedette guardando verso oriente mentre il topo si mise sopra
il cammello rivolto nella direzione opposta. Al mattino il sole si riflesse
sulla montagna prima ancora di sorgere e il primo a vederlo fu proprio
il topo che avvertì gli altri animali. Il cammello così
fu escluso dai dodici segni dello zodiaco.
30 giugno:
vulcano Uran Uul – lago Khuvsgul
In viaggio verso il lago Khuvsgul
Alle sette e venti lasciamo il campo turistico salutati dalla famiglia
del proprietario (mamma, papà, figlio e figlia). Ci aspetta il
tragitto più lungo di tutto il viaggio. Procediamo lungo la valle
di un fiume, con il verde e gli alberi concentrati intorno alle acque.
Davanti ad una gher una ragazzina bolle il latte di giumenta per preparare
l’airag: è molto vergognosa e al mio arrivo si ritira nella
gher per prendere un giubbino. Percorso un altro tratto, incrociamo
un gregge misto con un cammello al seguito per il trasporto dei bagagli.
I pastori, come il solito, controllano la situazione dall’alto
dei loro cavalli, impugnando un lungo scudiscio. Dopo due ore dalla
partenza raggiungiamo Khulag Unde, scavalcando su un lungo ponte il
Selenge, il fiume più importante della Mongolia. Proseguiamo
un bel tratto fino ad un nuovo splendido incontro con un folto gruppo
di cavalieri. L’autista anche questa volta punta deciso verso
di loro; scopriremo più tardi che fino al 1993 è stato
anche lui un nomade. Erden ci racconterà che il minivan è
suo e lavora solo d’estate. Cavalli e cavalieri, inclusi numerosi
bambini, sono molto fieri; non è facile fotografarli perché
non stanno mai fermi, girano in tondo e voltano la testa.
Ripartiamo: il paesaggio è la solita successione di praterie
ma la maggioranza è ora molto più secca e non mancano
i tratti pietrosi. Attraversiamo anche una conca coltivata, fatto quasi
incredibile per i mongoli che considerano sacrilego persino fare un
buco nella terra. Il pranzo oggi è al sacco: panino e noodles
naturalmente con la carne. Viaggiamo in mezzo ad un gran polverone finché
ci fermiamo in cima ad una salita. Sopraggiunge il pulmino degli olandesi,
già incontrati al monastero e all’ultima sosta per i cavalli.
Il nostro autista approfitta dell’aiuto del collega per smontare
la ruota posteriore sinistra, estrarre tutta una serie di pezzi e lavarli
con la benzina. Niente di grave ci rassicura Erden ma prevenire è
meglio che curare!
Sono le quattro passate e ci aspetta ancora un lungo percorso. Durante
il cammino diamo un passaggio a tre ragazzi. Mi lancio in qualche domanda
in mongolo: chiedo come si chiamano ma mi rispondono con tre suoni gutturali
incomprensibili. Alla domanda “quanti anni hai ?” per fortuna
rispondono con le mani. La più piccola è veramente carina
con due fessure al posto degli occhi e il musetto schiacciato; ha 14
anni mentre il ragazzo ne ha 16 e la più grande 17. Per sdebitarsi
del passaggio ci offrono lo yogurt che portano in una tanica. Lo versano
nei nostri bicchieri ed è veramente saporito. Dal frasario della
Lonely Planet estraggo una frase augurale: “Mal sureg targam tastai
yu !” (“spero che i tuoi animali stiano ingrassando bene
!”). Sono tutti contenti per il mio augurio anche l’autista
mentre Erden mi fa i complimenti per la pronuncia.
Al benzinaio di Moron, capitale del nord, incrociamo alcuni motociclisti:
hanno delle grosse moto coreane ma indossano il deel con una fascia
arancione che lo stringe in vita. Erden è di Moron e approfitta
dell’occasione per visitare la sua famiglia; ci presenta la mamma
e alcuni dei suoi nipoti (sono sette fratelli!). Ci offrono tè
e biscotti e siamo ben lieti di fare la loro conoscenza.
Ultima tirata di tre ore fino al lago Khuvsgul; raggiungiamo Khatgal,
un paese pieno di sporcizia con misere case di legno circondate da malmesse
palizzate. Una strada in discesa ci porta finalmente al lago: è
veramente tremenda e procediamo saltellando a passo d’uomo, degna
conclusione delle strade della giornata. Il campo turistico, “Khuvsgul
Dul Tour Camp”, è il primo sulla sponda del lago e, anche
se una penisola ne impedisce una visione più ampia, il luogo
è affascinante con le nuvole rosse per il tramonto che si riflettono
nelle acque. Siamo tornati nel circuito turistico: la nostra gher ha
la corrente elettrica e il ristorante è ospitato in una grossa
costruzione di legno. Interrompiamo la dieta a base di carne gustando
pesce di lago con il sugo.
1 luglio:
lago Khuvsgul
Tsaatan Festival
Per risalire il lago dal nostro campeggio dobbiamo tornare verso il
paese e prendere una sterrata che si dirige a nord internamente, in
certi tratti seguendo letteralmente il letto asciutto di un fiume. Prendiamo
a salire in mezzo ad un bosco ed ecco dall’alto comparire nuovamente
il lago. Una picchiata ci porta fino alla riva per raggiungere il “Dalai
Tour Camp” dove è in programma lo Tsaatan Festival.
Gli tsaatan, che in lingua mongola significa uomini-renna, sono una
popolazione nomade così chiamata per la loro caratteristica di
allevare questi animali. Sono ridotti a poche centinaia e vivono in
questa regione. Il festival è dedicato a loro anche se sono presenti
poche famiglie e la maggioranza degli attori è mongola. L’avvenimento
riveste una certa importanza tanto che è onorato dalla presenza
dei ministri del turismo e dei trasporti, giunti con l’elicottero
parcheggiato sul prato vicino al lago (loro si sono evitati il massacro
delle strade mongole). Il biglietto costa 14.000T, un vero prezzo per
turisti. Lo spettacolo deve ancora cominciare ma dietro le quinte gli
attori sono già pronti insieme ad un gregge di renne. Gli animali
attirano subito la nostra attenzione. Sono veramente buffi e docilissimi:
si lasciano carezzare le corna, quelle dei maschi maestose con le loro
ramificazioni. Ci aggiriamo tra renne e attori, gettando un’occhiata
agli animali e una ai costumi tsaatan dei figuranti. Finalmente dopo
i pomposi discorsi delle autorità, tutto il mondo è paese,
lo spettacolo ha inizio. Un gruppo di bambine sgambetta simulando, anche
grazie al costume, di cavalcare delle renne. La musica tintinnante e
l’allegria delle bambine riscaldano subito il pubblico. Nella
prosecuzione si alternano vari balli e canti di gruppo. In particolare
stupisce un solista che oltre alla “ordinaria” voce umana
ne possiede una seconda, simile ad uno strumento musicale, proveniente
dal profondo dello stomaco e dalla gola. Si tratta di una forma di canto
tradizionale, veramente stupefacente. Nello spettacolo non manca la
ragazzina contorsionista con il suo groviglio d’articolazioni.
Il pranzo al sacco del campeggio è abbondante quanto i pasti
seduti a tavola (finiremo proprio con l’ingrassare in questo viaggio).
Sorge qualche incertezza sul proseguimento della giornata. Erden non
è molto prodigo di consigli e sembra volere stroncare ogni nostra
iniziativa. Alla fine riusciamo a convincere lui e l’autista a
proseguire per la strada lungo il lago. Vorremmo, infatti, allontanarci
dalla folla di turisti attratta dal festival ed esplorare qualche angolo
caratteristico. Bastano pochi chilometri per riguadagnare la tranquillità,
anche se non mancano i campi turistici. Sulla riva erbosa, oltre ai
soliti splendidi cavalli, incrociamo dei bovini pelosi: si tratta di
buffi incroci tra yak e mucca. Dopo un breve tratto, l’autista
parcheggia davanti ad una gher. Vorremmo proseguire fino a Toilogt poiché
la Lonely Planet afferma che il posto è bello e la strada buona,
ma scoppia la “rivoluzione”: il tratto non è previsto
dal “programma ufficiale” e dobbiamo rinunciare. Nella gher
vivono due ragazze e i nostri due sembrano fare un po’ i “molliconi”;
procedono ad un baratto di cassette musicali ma per fortuna non perdiamo
i “Ricchi e Poveri”, pezzo forte della colonna sonora dei
giorni passati! Naturalmente veniamo invitati anche noi nella gher e
come il solito finiamo per mangiare (gustoso il formaggio).
Elaboriamo un programma alternativo facendoci lasciare ad una penisola
nei pressi di Jankhai.
Promontorio di Jankhai
Seduto sull’estremità del promontorio nel silenzio più
assoluto, ammiro lo spettacolo della natura. Verso sud una corona di
dolci colline ricoperte di foresta avvolge le acque placide. Di fronte
i monti Saridag, più alti, sono coperti dalla foresta fino ad
una certa altezza mentre più in alto il grigio delle rocce sembra
sorreggere i nuvoloni che avanzano. Verso nord il lago si apre come
un mare e la sponda non s’intravede nemmeno. Quale contrasto tra
il piombo delle acque da un lato e l’acqua marina dall’altro!
Mi levo le scarpe ed immergo i piedi: l’acqua è gelida.
Il promontorio termina con una punta di sassi ma prima ospita un bel
boschetto e un paio di lagune. Un gruppo di cavalli ha scelto questa
oasi di pace. Nel boschetto sorge un piccolo campeggio di gher, veramente
suggestivo, mentre qualcuno più “audace” ha piantato
la propria tenda sull’istmo che separa una laguna dal lago.
Panorama sul lago
Sulla via del ritorno per il campeggio ci fermiamo al passo, in prossimità
del solito cumulo di sassi e, consigliati da un gruppo di italiani,
intraprendiamo una ripida salita fino alla cima della montagna. La vista
spazia finalmente su una larga porzione del lago, inclusa l’isola
che sorge al suo centro. Nel paesaggio spicca il promontorio di Jankhai
con le acque delle lagune che formano due macchie di colore in contrasto
con l’azzurro del lago.
Ritorno al campeggio
In paese ci fermiamo davanti ad un food store; sembra di essere in un
film western con i cavalli “parcheggiati” davanti al negozio.
Il paese mi sembra meno squallido di ieri e le costruzioni di legno
lungo la strada principale completano l’effetto da Far West.
La discesa verso il campeggio è infernale e preferiamo proseguire
a piedi. Il sole splende ora in un cielo terso e la visione è
da fiaba: i “mezzi” yak pascolano su un prato verdissimo
mentre le acque del lago si sono accese di varie tonalità d’azzurro,
un mare dal turchese al blu.
A cena, oltre la solita immancabile carne, gustiamo una zuppa di carne
(!!) nella quale s’intingono pezzetti di pane fritto, piatto tipico
mongolo. Raggiungiamo poi la sottile striscia che si allunga in mezzo
al lago; un campeggio sorge sul promontorio mentre sulla punta due pescatori
armati di canne s’immergono nell’acqua con i loro stivaloni.
Poche decine di metri ci separano da un minuscolo e basso isolotto.
2 luglio:
lago Khuvsgul
Prima settimana di viaggio
Una settimana di viaggio, un momento di riflessione. La Mongolia è
un paese unico: gli spazi immensi sono spopolati e la sensazione di
vuoto colpisce il frenetico cittadino del mondo occidentale. I nomadi
con le gher, i costumi e le tradizioni costituiscono l’aspetto
più interessante: la loro ospitalità è sincera
ed ogni occasione è buona per offrirci qualcosa. Quale sarà
il meglio per il loro futuro? Una vita di difficoltà in mezzo
ad una natura selvaggia e crudele oppure la “comoda” vita
di città ad Ulaan Batar in cerca di un lavoro? Il nostro autista
quando ha perso il padre ha abbandonato il college ed ha vissuto quattro
anni da nomade. Alla fine però ha venduto tutto il bestiame e
si è comprato una macchina iniziando un nuovo lavoro. La millenaria
tradizione nomade è forse destinata a sparire con il tempo? Le
parole sagge di Erden sembrano tranquillizzarmi: i nomadi hanno molti
figli e la natura non ha spazio per tutti (sembra strano in una paese
così vasto ma è così), per cui è un bene
se solo alcuni continuano con la vita nomade.
La natura è l’altro elemento che stupisce il viaggiatore.
Nella Mongolia centrale i paesaggi verdissimi ricordano certi scenari
del nord Europa. Salendo verso nord invece le praterie diventano sempre
più brulle fino all’incredibile “oasi dell’oceano
del lago”. Il paesaggio qui è meno originale, meno vicino
all’immaginario della Mongolia ma sicuramente splendido. Nei prati
i fiori selvatici formano macchie di tutti i colori, dall’arancione
al giallo, dal viola al celeste. Le stelle alpine da noi così
rare sono brucate tranquillamente dalle capre.
Gita in barca
Il lago ha i suoi colori per ogni ora del giorno. Questa mattina le
acque immobili hanno assunto le tonalità più cupe della
sponda orientale in ombra. Erden dorme beatamente e così ci arrangiamo
per conto nostro aggregandoci al giro in barca del gruppo di italiani
in viaggio con la nostra stessa agenzia. Sono in cinque e per alcuni
di loro si tratta del secondo viaggio in Mongolia.
In barca risaliamo il braccio meridionale fino ad un promontorio dove
il lago si allarga trasformandosi in un oceano (il lago meritò
questo titolo all’epoca manchu perché ha più di
cento affluenti). Dalla barca i monti Saridag ci appaiono con il loro
curioso manto di foreste: lingue di alberi scendono dalle rocce brulle
fino al lago, torrenti di verde che confluiscono nell’azzurro
delle acque. Rivedo, navigando, i luoghi di ieri: il passo con il sentiero
per arrivare in cima, la penisola di Jankhai con gli alberi. La giornata
è soleggiata; solo una nuvola poggia sulle vette più alte.
La sua forma mi ricorda una nave mentre Stefania, ormai entrata nello
spirito del viaggio, suggerisce un cappello mongolo. Attracchiamo su
uno stretto promontorio, una mini Bellagio. Le acque della caletta sotto
di noi, incredibilmente trasparenti, sono turchesi mentre le nuvole
sopra l’altra sponda si riflettono nel lago. Le montagne sullo
sfondo completano il quadro. Sulla punta non manca il solito ovoo. Di
fronte il lago si apre in una distesa immensa, un mare davanti a noi,
ma lo sguardo non può che tornare alle acque della caletta, pennellate
di turchese; una striscia immobile in mezzo alle increspature sembra
un fiume che scorre nel lago.
Gita a cavallo
In cima alla montagna la vista è meravigliosa, uno spettacolo
indimenticabile, il più bello del lago. Il ramo meridionale sotto
di noi appare una tavolozza di verde, blu, azzurro e turchese: una visione
che credevo fosse possibile solo nelle isole tropicali. L’isolotto
vicino al nostro campeggio sembra un atollo di sabbia strappato ad un’altra
latitudine. Tutto intorno, il manto dei larici siberiani avvolge in
un abbraccio la macchia colorata delle acque.
Due spartane sdraio di legno accolgono le nostre membra dopo la cavalcata;
sceso da cavallo le ginocchia erano a pezzi ma ora tutto è a
posto. In due ore, procedendo al passo, abbiamo attraversato una foresta
ammantata di fiori variopinti. E’ stata la mia prima esperienza
a cavallo e il giro accompagnato dalla guida mongola è risultato
divertente, un’esperienza alla quale non potevamo rinunciare nel
paese dei cavalli.
3 luglio:
lago Khuvsgul – Moron – Shine Ider
Khatgal – Moron
A Khatgal facciamo benzina; la pompa manuale funziona ruotando una manovella.
Sopraggiungono due moto da fuoristrada russe, vecchie ma possenti. Percorsi
pochi chilometri ci dobbiamo fermare perché una gomma è
sgonfia. L’autista estrae una pompa da bicicletta con la quale
recuperiamo un po’ di pressione al prezzo di una notevole fatica
di braccia.
All’ufficio postale di Moron, dove giungiamo all’ora di
pranzo, ci connettiamo ad internet per segnalare in Italia la nostra
esistenza (linea un po’ lenta, 420T per mezzora). Insieme alle
strade principali asfaltate ritroviamo quindi un elemento di modernità.
Per il resto Moron non è che un grosso agglomerato di case in
cemento o legno; una spianata funge da piazza principale con al centro
dal monumento dedicato all’eroe locale.
Per pranzo siamo ospiti della famiglia di Erden. I rapporti tra familiari
mi sembrano diversi dai nostri: non si fanno troppe smancerie, anche
quando non ci si vede da tanto tempo, mentre si bada molto alle azioni,
a preparare un pranzo, offrire un tè. Insieme alla mamma di Erden,
al fratello aspirante poliziotto e a una sorella, abbiamo modo di assaporare
la cucina casalinga: noodles con carne fresca e secca, patate e carote,
seguiti da maxi dumplings (buuz). Davanti alla casa è parcheggiata
la Hyundai della sorella ed Erden non si lascia sfuggire l’occasione
per fare un giretto al volante.
Dopo i saluti facciamo una puntata al mercato, acquistando caramelle
e sigarette per i nomadi che incontreremo i prossimi giorni. La maggioranza
della gente veste all’occidentale ma alcuni anziani indossano
il deel con stivali di tipo militare sovietico. Ai margini della città
è stato ricostruito un monastero buddista: una ruota della preghiera
è ricavata da un bidone di latta.
Moron – Shine Ider
Lasciamo Moron seguendo l’omonimo fiume, lungo una pietraia. Le
montagne prive di vegetazione formano macchie di colore. E’ una
giornata molto calda; diamo un passaggio ad un mongolo che cammina solitario.
E’ molto timido con noi, evitando i nostri sguardi. Percorriamo
un lungo tratto, prima di giungere alla sua abitazione (come avrebbe
fatto a piedi con quegli stivaloni invernali?!). Con qualche acrobazia
il minivan raggiunge direttamente la capanna di legno: l’autista
vuole procedere ad una riparazione e il mongolo ha una lunga asta d’acciaio
necessaria per l’operazione. E’ proprio vero che in campagna
ci si aiuta gli uni con gli altri. Con Stefania ne approfittiamo per
spostarci dai vicini dove in un recinto è in corso la tosatura
delle pecore: un pastore con le forbici sta togliendo la lana ad una
pecora con tre zampe legate, tagliandola tutta insieme come se si trattasse
di un cappotto. Lungo la strada incroceremo vari camion stracolmi di
manti di pecore. Gli acquirenti vengono direttamente sul posto per le
compere all’ingrosso. Nel frattempo la riparazione procede e veniamo
invitati nella capanna di legno, intrattenuti da una signora anziana,
una giovane e una bambina, alla quale regaliamo una manciata di caramelle.
Questa zona appare molto secca e i nostri ospiti generosi ma poveri.
La strada prende a salire in mezzo a boschi per poi spianare in una
verde distesa circondata da colline. Il paesaggio prosegue con un’alternanza
di aree brulle e verdi. Ci fermiamo verso le sette per la cena al sacco.
Superate colline e vallate, dopo le nove raggiungiamo finalmente il
villaggio di Shine Ider.
In tenda presso Shine Ider
Per la notte ci accampiamo nelle vicinanze di Shine Ider, ad una “distanza
di cortesia” da un gruppo di gher. Il montaggio della tenda ci
pone qualche problema per il forte vento che si scatena proprio in quel
momento. Il sole prossimo al tramonto illumina le montagne e il paese
in lontananza, sopra il quale splende un tratto d’arcobaleno.
Il verde della prateria tende quasi al giallo. Sopraggiungono i nomadi
per invitarci nella loro gher. L’ospitalità è un
principio fondamentale nella cultura di questa gente. Entriamo in una
piccola gher, veramente misera. Erden traduce alcuni brani della conversazione.
La famiglia ha perso quasi tutti gli animali durante l’inverno
e per questo si è avvicinata al villaggio. Attratti dalla curiosità
sopraggiungono a frotte i vicini. Cerchiamo di fare qualche domanda,
tradotta da Erden, per entrare nella conversazione, ma non è
facile. Questa volta non abbiamo a che fare con persone abituate ai
turisti. I loro sguardi non incrociano mai i nostri; mi sento trasparente
come se non ci fossi, una sensazione provata già altre volte
questi giorni. Naturalmente ci offrono tè mongolo e yogurt che
noi contraccambiamo con una busta di biscotti. Dopo un po’ i vicini
sembrano perdere interesse nei nostri confronti: in una gher hanno la
televisione e sta per iniziare un film, spettacolo evidentemente più
interessante di quello che noi possiamo offrire! Incuriositi andiamo
anche noi nell’altra gher: è più grande, con tre
letti e molto più ricca con tappeti per terra e sulle pareti;
anche la mobilia, al solito tutta colorata, è particolarmente
bella. Hanno un generatore alimentato dal vento grazie al quale possono
guardare la televisione mongola che sta trasmettendo un film russo in
bianco e nero. Ormai si è fatto tardi, dopo una lunga giornata
in pulmino: non ci resta quindi che salutare tutti e ritirarci nella
nostra tenda.
4 luglio:
Shine Ider – lago Terkhiin Tsagaan
Mattino in tenda
Alle otto il sole splende già alto illuminando la verde vallata
con le gher. Sopraggiunge un nomade per offrirci il tè mongolo
che accettiamo volentieri. E’ il capofamiglia della gher visitata
ieri sera e nonostante la sua povertà non rinuncia ai principi
dell’ospitalità. Contraccambiamo con sigarette e biscotti.
E’ interessato alla macchina fotografica digitale di Stefania
e in particolare alle foto degli animali.
In viaggio verso il lago Terkhiin Tsagaan
Dopo i saluti, alle nove passate riprendiamo la marcia verso sud, fermandoci
subito presso un antico “monumento funebre”, formato da
quattro pietre disposte agli angoli di un quadrato. Una seconda sosta
è presso un ovoo dalla forma di tempietto, costruito in ricordo
di un tempio distrutto dai comunisti. Erden ci racconta che suo nonno
materno era un famoso cacciatore, esperto anche di medicina tradizionale.
Era buddista e fu rapito dai comunisti senza fare più ritorno,
un destino toccato a molta gente durante le purghe staliniste.
A metà mattinata raggiungiamo il fiume Ider Gol che scavalchiamo
su un ponte di legno poco rassicurante, raggiungendo un paese il cui
nome mongolo significa “felicità”. Poco oltre sorge
il “Jarkal Jigur Tourist Camp”, davanti al quale incontriamo
di nuovo il gruppo di italiani intenti a fare il pediluvio in una pozza
d’acqua calda. La loro guida ci consiglia di cospargerci con il
latte di cavalla bianca, ottimo per la pelle.
Per pranzo ci fermiamo in una gher lungo la strada. L’interno
è piacevole con tappeti e mobili dipinti. Vi abita una signora
anziana con una nipote ma, come il solito, gli ospiti di passaggio sono
numerosi, in particolare un folto gruppo di ragazzine. Ci offrono tè
mongolo e formaggio ma i loro sguardi sfuggono ai nostri rivolgendosi
sempre ad Erden. Una ragazzina acerba ma carina non resiste però
a lungo e comincia a gettarmi occhiate interessate. Per pranzo ci preparano
dei noodle fatti in casa: l’impasto d’acqua e farina viene
trasformato in una sfoglia sottile dalla quale le ragazze tagliano i
noodle. La padrona di casa accende il focolare e procede alla cottura.
Nel frattempo Erden ci insegna un paio di giochi mongoli, basati su
piccole ossa della caviglia della capra. Le ossa fungono da dadi e le
quattro facce simboleggiano capra, pecora, cavallo e cammello. Il primo
gioco è simile al nostro “saltacavallo”, il secondo
consiste nel lanciare per aria una catenina e riacchiapparla al volo
dopo avere riempito la mano con le ossa. I noodle sono pronti e ci vengono
serviti in brodo insieme a carne secca (e molti capelli!). L’autista,
che si era sdraiato per terra schiacciando un pisolino, si risveglia
prontamente. Al pranzo partecipa anche un cavaliere appena giunto, dal
volto e dalle vesti tipicamente mongoli (come farà a non scoppiare
di caldo con gli stivali russi e il deel). Dopo pranzo, assistiamo alla
mungitura delle pecore da parte delle ragazzine; ormai il ghiaccio è
rotto e le foto digitali di Stefania suscitano un gran clamore. Ci facciamo
scrivere l’indirizzo in mongolo da Erden per potergli spedire
qualche foto.
Lago Terkhiin Tsagaan: seduti su un promontorio a picco
sul lago
Il campeggio sorge su un promontorio che termina con una roccia a picco
sul lago. Dalla cima ammiriamo il panorama, illuminato dalla luce della
tarda serata. Il paesaggio è completamente diverso dal Khuvsgul:
verdi montagne circondano lo specchio d’acqua, punteggiate qua
e là dalle gher dei campi turistici. Davanti al nostro campeggio
una stretta spiaggia di sabbia rappresenta una rarità per la
Mongolia. Un paio di pescatori è all’opera, uno con una
canna da lancio, l’altro semplicemente con un filo che lancia
lontano e ritira.
5 luglio:
lago Terkhiin Tsagaan
Vulcano Khorgo
In cima al vulcano Khorgo si ammira il profondo cratere spento. Le rocce
laviche scure e la profonda depressione sono impressionanti. E’
tutta una pietraia, piena di leggere rocce porose, ma, un tempo, la
forza dell’eruzione generò la colata lavica che si estende
nella piana verso il lago, oggi ricoperta dagli alberi. Siamo arrivati
fin qui sobbalzando nel pulmino sopra la colata e salendo una scala
di gradini in cemento costruita per agevolare i visitatori. In cielo
volteggia in ampi giri un’aquila. Percorriamo l’orlo del
cratere, ammirando in lontananza le acque del lago; dal punto più
alto s’intravede anche il nostro campeggio.
Le grotte di Shar Nokhon, vicino al vulcano, sono una delusione, nient’altro
che delle voragini nella roccia lavica della colata.
Gita a cavallo
Il pomeriggio decidiamo di fare un giro a cavallo di un paio d’ore.
Dal campo turistico procediamo lungo la riva del lago con un’andatura
molto tranquilla quasi sonnolenta ma quando facciamo capire al nostro
accompagnatore che vorremmo andare più veloci, parte al trotto
e, viste le mie scarse capacità di cavallerizzo, finisco per
rimbalzare sulla sella. Ripresa la lenta andatura al passo, mi sembra
invece di essere uno di quei feriti che venivano trasportati legati
in sella ad un cavallo, come leggevo nei libri da ragazzo.
Dopo la tempesta
Siedo davanti alla nostra gher di fronte al lago. Dopo la grandinata
di qualche ora fa, un arcobaleno si staglia sugli scuri nuvoloni. Le
acque agitate dal vento sono di piombo ma qualche montagna in lontananza
splende per la luce del sole. Il tempo è molto variabile in questa
stagione e il cielo racchiude questa mutevolezza, con pennellate di
colore che sembrano l’opera di un pittore impressionista. Alcuni
nuvoloni striati richiamano il pelo dello yak, altri più bassi
velano le montagne mentre squarci d’azzurro si fanno largo qua
e là; l’oro del sole al tramonto si trasmette alle nuvolette
ormai isolate a ponente.
6 luglio:
lago Terkhiin Tsagaan – Tsetseterleg – terme di Tsenker
Dal lago Terkhiin Tsagaan a Tsetseterleg
Riusciamo ad anticipare di un’ora la partenza, alle otto, in modo
da visitare anche il monastero di Tsetseterleg non incluso nel programma.
Superato il vulcano Khorgo, raggiungiamo il villaggio di Tariat, scavalcando
il fiume su un ponte di legno. Diamo un passaggio ad un viandante: indossa
un deel marrone chiaro, due stivali e un cappellino da polo! I capelli
bianchi proseguono in due basettoni uniti da una striscia di barba sotto
il mento. La pelle scura indica una vita da nomade passata al sole.
Come altre persone alle quali abbiamo dato un passaggio siede di fronte
a noi ma volge la testa per guardare la strada o evitare i nostri sguardi.
Si sta recando ad assistere alle corse dei cavalli di un festival locale.
Poco oltre incrociamo una colonna di nomadi: si stanno trasferendo con
tutte le loro cose, gher incluse, a bordo di carri trainati da yak.
L’immagine della lunga fila nella prateria con le montagne sullo
sfondo è emozionante, rovinata solo un po’ dal pensiero
che lo spostamento è motivato da un documentario.
Alle dieci raggiungiamo il canyon del fiume Chuulut. Il fiume scorre
tra pareti verticali per svariati chilometri, formando un solco profondo
nella piana, ma noi ci limitiamo ad ammirarne un breve tratto. In mezzo
ad un bosco di larici, sorge l’Albero dei Cento Rami, un vecchio
ed imponente esemplare avvolto da una moltitudine di panni azzurri e
pieno d’offerte. Uno scoiattolo fa capolino tra le pietre poste
ai suoi piedi.
Attraversiamo un’ampia vallata, seguendo una sterrata che è
una vera pacchia rispetto a quelle dei giorni scorsi, anche se il nostro
autista a volte preferisce le piste laterali. Lungo la strada gruppi
di bambini vendono bottiglie di airag e l’autista non si lascia
sfuggire l’occasione. Una piccola tenda occidentale offre loro
un riparo dal sole e un rifugio dove nascondersi appena cerco di fotografarli.
Due maschietti si esibiscono per noi in un incontro di wrestling. Questa
regione di verdi praterie ha un aspetto più ospitale ma meno
pittoresco; la strada è sollevata su una massicciata e parzialmente
asfaltata.
All’ora di pranzo, superato il villaggio di Ikh Tamir, ci fermiamo
presso la roccia di Taikhar Chuluu. Isolata nella campagna, ha dato
luogo a varie leggende; oggi però nei suoi paraggi sorge un “prosaico”
campo turistico. Pranziamo al sacco all’ombra del pulmino.
Monastero di Tsetseterleg
Il monastero di Tsetseterleg era formato da un vasto complesso d’edifici
che ospitavano 2500 monaci, com’è testimoniato dalle foto
scattate da un tedesco all’inizio del novecento. Anche qui però
è caduta la mannaia del comunismo ed oggi sopravvivono solo gli
edifici intorno ad una corte. E’ una fortuna che siano stati conservati
per ospitare un museo. Gli interni di legno sono affascinanti ma la
collezione è addirittura sorprendente. Nella prima sala al piano
terra è ricostruita un’intera gher ma questa volta, rispetto
a quelle attuali, l’interno è arredato con mobili tradizionali:
credenze dipinte e letti intarsiati, insieme a vari utensili tra cui
un grosso contenitore per l’airag. Un carro trainato da uno yak
trasporta una gher smontata, proprio come quelli osservati nella carovana
di questa mattina. Una scala di legno conduce al piano superiore (tutto
è in legno senza l’utilizzo di chiodi) dove l’esposizione
prosegue con splendide teiere intarsiate d’oro, vestiti tradizionali
(impressionante l’acconciatura di una donna con due “trecce
laterali” che la costringevano a dormire a pancia in su), una
sella per cavallo, una maglia di ferro dell’epoca di Gengis Khaan,
borsette per la polvere da sparo, un set di coltelli e bacchette “da
viaggio”. La saletta in fondo contiene una raccolta di strumenti
musicali: corni lunghi più di due metri, strumenti a corda con
teste di drago o cigno e una specie d’arpa! Passiamo poi al tempio
“privato” del lama perfettamente arredato tanto che l’assenza
dei monaci sembra proprio strana. Un plastico, ricostruito grazie alle
foto del tedesco, illustra la struttura originaria del monastero. A
fianco degli edifici sopravissuti si trovava il tempio principale del
quale oggi rimane solo lo scheletro.
Vicino al complesso antico è stato costruito un nuovo tempio
ma a quest’ora è chiuso e dobbiamo accontentarci di fare
qualche giro alle ruote della preghiera. Scaliamo invece la collina
dietro il museo, sormontata da un tempietto in rovina. Dalla cima si
gode un bel panorama sulla città, circondata dalle montagne (il
suo nome significa “giardino”). Alcuni quartieri si estendono
sulle pendici delle colline e almeno da lontano, con la loro struttura
regolare di basse casette, forniscono una buona impressione, ben diversa
dai fatiscenti palazzi del centro.
Mercato di Tsetseterleg
Il mercato della città è interessante. Il settore all’aperto
è formato da una serie di container addossati l’uno all’altro
che fungono da negozi. In giro si vedono diverse persone con il vestito
tradizionale. Un edificio ospita il mercato alimentare, diviso esattamente
a metà tra i settori della macelleria e dei latticini. La sfilata
di carne esposta sui lunghi banconi fa una certa impressione; alcune
donne sono impegnate a fare a pezzi un bue. In un paese di carnivori
non sorprende trovare un settore così ben fornito con la gente
che si accalca per comprare interiora e i più svariati pezzi
di carne, portandoli via semplicemente in una busta di plastica. Tra
i latticini ritroviamo i prodotti dei nomadi: formaggi di tutti i tipi,
biscotti di yogurt ed airag a volontà.
Da Tsetseterleg alle terme di Tsenker
Mentre scrivo queste righe Stefania esclama sorpresa: “Ma ha nevicato!”.
Alzo gli occhi e il paesaggio è tutto imbiancato. Il nubifragio
della città in campagna si è trasformato in una grandinata
e chicchi grossi come acini d’uva coprono tutta la prateria! L’estate
mongola è veramente piena di sorprese.
Proseguiamo in una regione verdissima, con la strada resa fangosa dalla
pioggia. Sembra di essere in una valle dell’Eden, con l’acceso
contrasto tra il verde lucente dei prati e quello scuro delle foreste
sulle colline. I cavalli galoppano liberi; qua e là si scorgono
aironi cinerini e strane papere con una macchia gialla sul petto. E’
l’ora della mungitura; pecore e capre sono ammassate nei recinti,
pronte per l’operazione.
In fondo alla valle si trovano alcune sorgenti d’acqua calda,
sfruttate da due campeggi turistici. Ci sistemiamo nello “Juulchin
Tsenker Tourist Camp”. A parte le cameriere in minigonna vertiginosa
e tacchi a spillo e la televisione con musica a palla nella gher ristorante,
tutto il resto sembra costruito sapientemente: bagni caldi con piscina
separati per uomini e donne e una posizione idilliaca fra una collina
boscosa e una con verdi prati percorsi da greggi e mongoli a cavallo.
Sembrerebbe quasi di assistere ad un cartone animato ambientato in una
valle tirolese, se non fosse per le gher del campo turistico al posto
delle baite e i mongoli con deel a cavallo invece dei tirolesi in pantaloni
corti e pon pon sui calzettoni. Una buffa casa di legno, con i tetti
spioventi e le pareti oblique, richiama ulteriormente la nostra Europa
alpina.
7 luglio:
terme di Tsenker
Dopo la burrasca di ieri, la mattinata è soleggiata
e luminosa. Ne approfittiamo per una passeggiata nella valle. Raggiungiamo
un primo gruppo di gher dove ci accolgono un paio di bambini che salutiamo
con il solito “Sainbainuu”. Quattro cavallini sono legati
ad una corda, mentre qualche adulto è bloccato da solo ad un
palo (sarà una punizione o una dieta?!). Davanti ad una gher
è parcheggiata una motocicletta mentre sul tetto è steso
il formaggio a stagionare. I contrasti tra modernità e mondo
pastorale proseguono con una gher dotata di parabola e pannello solare
mentre davanti in un recinto i cavalli agitano le code per allontanare
le mosche. E’ difficile credere che questo paradiso terrestre
possa trasformarsi in un mondo inospitale con temperature polari; i
ricoveri di legno per l’inverno, vuoti in questa stagione, sembrano
volercelo ricordare. Davanti ad essi un gruppo di ossa segnala qualche
passato banchetto. Ci sediamo all’ombra del bosco sulle pendici
di una collina, trovando un po’ di refrigerio nella calda giornata.
La pace è quasi totale, disturbata solo dalle mosche che ronzano
intorno fastidiosamente.
Nel pomeriggio saliamo sulla collina che domina il campeggio; dall’alto
la vista sulla valle è completa con il ruscello serpeggiante
nel mezzo, ma le mosche non concedono tregua, impedendo qualsiasi sosta
contemplativa. Raggiungiamo in basso le sorgenti d’acqua calda,
ormai imbrigliate da vasche di cemento e condotti ad uso dei campeggi.
Siamo in un’area apprezzata proprio per le sue acque termali ed
è ormai giunta l’ora di approfittarne. Nell’edificio
appositamente costruito i bagnanti hanno a disposizione delle basse
e scomode docce (molto in voga in Giappone) e una vasca con l’acqua
tiepida. All’esterno invece c’è una piccola piscina
piena d’acqua calda solforosa ed è un piacere sguazzarci
dentro. Unico disturbo le solite fastidiose mosche, molte delle quali
galleggiano morte sul pelo dell’acqua. Per completare il momento
di relax mi stendo su una sdraio di legno, questa volta insieme a Stefania
dato che per il resto non è possibile nessuna commistione tra
i sessi. Consigliati da Erden ci cospargiamo la pelle di airag e, almeno
momentaneamente, le mosche ci lasciano in pace.
Considerazioni sui campi turistici di gher
Queste strutture sono accoglienti e piacevoli. Le gher sono molto belle,
caratteristiche ed anche confortevoli. Unico neo delle strutture più
grosse, l’effetto turismo (per esempio nell’abbigliamento
delle cameriere) e la cucina spesso frutto di una tragica combinazione
mongolo occidentale in base alla quale si mangia sempre carne preparata
per i gusti “moderni”.
8 luglio:
terme di Tsenker – Kharakorum
Dalle terme di Tsenker a Kharakorum
Lasciate le terme, raggiungiamo i paesi di Tsenker e Khotont. Una coppia
in moto trova lo spazio per trasportare anche una pecora con le zampe
legate. A mezzogiorno siamo a Kharakorum che ci appare una città
di baracche con una grossa fabbrica giapponese.
Storia di passate distruzioni
Kharakorum era la capitale dell’impero mongolo ma oggi nulla resta
a ricordare quei tempi poiché la città fu rasa al suolo
dai cinesi; sulle sue rovine fu costruito il monastero di Erdene Zuu,
il più importante della Mongolia, formato da ben 65 templi ma
arrivarono i manchu e portarono nuove distruzioni. Nell’ottocento
parte del complesso fu restaurata ma passò un altro secolo e
toccò alle purghe staliniste. Oggi lo spazio all’interno
delle vaste mura, con le loro 108 stupa, è essenzialmente vuoto:
solo un recinto con tre templi si è salvato perché destinato
a diventare un “museo dell’epoca feudale”. Della gigantesca
gher che ospitava le assemblee rimane solo il basamento mentre il tempio
principale fu distrutto dai comunisti negli anni quaranta ed è
in programma la sua ricostruzione. Una gher è destinata alla
raccolta dei fondi: al suo interno, mentre quattro monaci salmodiano,
si vendono souvenir ed accettano offerte. Insieme agli oggetti antichi
mi colpisce un telefono rosa accanto ad un cellulare.
Il monastero Lavin Sum è stato già ricostruito nel suo
stile tibetano, squadrato senza i tetti spioventi dell’architettura
cinese. Al nostro arrivo l’ora della preghiera è passata
e i novizi seduti sui banchi sorseggiano tè mongolo; davanti
a loro conchiglie bianche e fogli abbandonati con preghiere in tibetano.
Dal soffitto a cassettoni pendono stendardi colorati mentre, in fondo,
tra le molte statue campeggia un Budda vestito con un mantello tutto
dorato che reca tra le mani una fotografia in bianco e nero di qualche
lama famoso (forse il re lama d’inizio novecento?). I libri delle
preghiere, avvolti in panni gialli, sono posti su una ruota girevole
che i fedeli provvedono a muovere. Seguendo il precetto buddista percorro
il giro orario lungo le pareti ricoperte dalle tipiche pitture mongole
su stoffa, i thangha: lama dallo sguardo mistico dominano piccole figure
mostruose poste ai loro piedi. In un angolo una statua rappresenta Mahakala,
mostruosa divinità con la pelle blu, quattro braccia, una corona
di teschi e una cintura di volti umani. Sotto i piedi schiaccia una
figura umana.
Nell’area recintata si trovano gli edifici sopravissuti alle passate
distruzioni, tre templi affiancati con tetti dall’impronta cinese
coperti da tegole verdi smaltate. Al loro interno la selva di statue
di divinità confonde le idee ma l’effetto è molto
bello. Sono rappresentati il Budda Storico (Sakayamuni), il Budda Presente
e il Budda Futuro, insieme a molte altre divinità dall’aspetto
mostruoso e lama, accompagnati da oggetti dal significato mistico come
gli otto simboli del buon auspicio (parasole, coppia di pesci, ruota
del Dharma ad otto raggi, ecc.). Draghi avvolgono le loro spire attorno
alle colonne. In particolare mi colpiscono le offerte di dolci decorati
fatti di burro, grasso e polvere.
Nel negozio del monastero non mancano gli oggetti interessanti e finiscono
per acquistare un Mahakala dipinto su stoffa, dall’aspetto antico.
In giro per Kharakorum
Con il pulmino raggiungiamo una collina dove una scultura fallica, puntata
verso un pendio dalla forma vaginale, è considerata di buon auspicio
per le donne desiderose di maternità. Per la prima volta da quando
siamo in Mongolia i turisti sono numerosi e con essi le bancarelle di
souvenir. Indotto nuovamente in tentazione, cedo acquistando un libro
di preghiere in tibetano: una copertina di legno racchiude i fogli dai
misteriosi caratteri. In cima alla collina una tartaruga di pietra ricorda
uno dei quattro angoli delle mura dell’antica Kharakorum mentre
la vista spazia sulla città moderna. Sopra di noi i falchi volteggiano
lasciandosi trascinare dal vento.
Cambiamo collina, raggiungendo l’imponente monumento circolare
costruito l’anno scorso: la riproduzione di una tenda conica è
circondata da tre pareti che recano le cartine degli imperi “mongoli”
di varie epoche (unni, turchi, fino all’enorme territorio conquistato
da Gengis Khan e dai suoi discendenti).
In città raggiungiamo il mercato, formato anche questa volta
da una successione di container, ma di dimensioni ridotte rispetto a
quello di Tsetseterleg. Stefania riesce finalmente a coronare il suo
sogno di acquistare un deel: circondata dalle donne ne prova alcuni
e alla fine sceglie un modello dorato dall’aspetto molto ricco
(28.000T la spesa).
Pernottiamo in un campo turistico nelle vicinanze del monastero. Siamo
alla periferia della città e le gher in un prato spelacchiato
danno l’idea di un campo di sfollati, ben diversa dalle idilliache
visioni dei giorni scorsi. Il ristorante è ospitato in una gher
gigantesca, con una statua di Gengis Khan sistemata come su un trono
e belle maschere tsam appese alle pareti. La cena in compenso è
pessima, carne bollita e spaghetti sconditi come contorno. Anche il
tramonto non è certo all’altezza dei precedenti: in lontananza
si scorge il monastero ma la visuale è rovinata da decine di
pali della luce e dalle fabbriche. Tuttavia le nuvole in cielo s’infiammano
e ci fanno ben sperare per spettacolari repliche nel deserto del Gobi.
9 luglio:
Kharakorum – Arvaikheer – verso il deserto del Gobi
Monastero di Shank
Dopo la pomposità di Erdene Zuu, il monastero di Shank, collocato
in un piccolo villaggio in mezzo al nulla, sembra avere una dimensione
più umana. Il tempio centrale è stato restaurato e ha
un certo fascino per il suo aspetto antico. Le parti più basse
sono in muratura ma tutto il resto è in legno, il portico intorno,
il padiglione centrale. Le travi sono dipinte con colori slavati mentre
il tetto come il solito è di tegole smaltate che luccicano al
sole. Sopra la porta campeggia tra due gazzelle la ruota del Dharma.
L’interno è spoglio e un po’ triste senza i lama
che pregano (i pigroni arriveranno solo alle undici) ma le pitture su
stoffa alle pareti sono molto belle: rappresentano sempre lo stesso
tema, il dio Dunkar (?) dalle molteplici facce e braccia (blu, rosse,
gialle e bianche) che stringe a se in un abbraccio voluttuoso una dea
nuda dall’incarnato giallo. Sotto i piedi schiacciano figure umane
in miniatura. Ci sediamo a “conversare” con il ragazzo che
ci ha aperto; ci offre l’airag prendendolo da un grosso vaso di
porcellana ma rinunciamo preoccupati dagli insetti che galleggiano nel
latte. E’ uno dei monaci del monastero ma come gli altri solo
“a mezzo servizio”: vivono nelle gher e lavorano come gli
altri nomadi, possono sposarsi ma dedicano alcune ore della loro giornata
alla preghiera. Sopraggiungono altri mongoli e un monaco più
grande con un rosario al polso; tutti ricevono la loro razione di airag.
L’atmosfera è autentica, ben diversa dalle “folle
di turisti” di Erdene Zuu.
Un vecchio compie un giro intorno al portico con un rosario tra le mani;
si ferma davanti ad ogni colonna poggiando devotamente la testa su di
esse (ogni parte del tempio è sacra). Il luogo è di una
pace estrema: mamma corvo fa ritorno al nido sotto il tetto del portico
e i piccoli la accolgono con un gran baccano. L’ora della preghiera
si avvicina: due monaci salgono su una piattaforma suonando grosse conchiglie
bianche per richiamare gli altri; indossano caratteristici cappelli
a cresta. Fervono i preparativi, si spalancano porte e finestre. Sopraggiungono
alla spicciolata i monaci, tra i quali un piccolino con la tunica chiara,
molto preso dal suo ruolo. Finalmente iniziano a salmodiare, incluso
il bambino, seduti ai banchi e leggendo da fogli contenuti in una cassetta
di legno rettangolare. Il monaco più importante (ed opulento)
controlla la situazione con aria indifferente, finché si alza
per inchinarsi più volte davanti al Budda; passa poi ad onorare
le varie divinità degli stendardi, porgendo agli altri monaci
una boccetta con qualche profumo. Un monaco muove le mani con movenze
serpeggianti, agitando una campanella e un altro strano oggetto. E’
un “professionista”, studia ad Ulaan Batar nell’università
buddista del monastero di Ghandam.
Sopraggiungono altri monaci tra cui un vecchio con le stampelle; alcuni
bambini recano sutra voluminosi dalla forma allungata, avvolti in panni
gialli posti tra legni rossi. Il monaco capo convoca Erden per cospargerlo
con il latte mentre un anziano riceve inginocchiato un paio di leggere
bastonate (chissà cosa avrà combinato!). Il piccolino
sembra stancarsi di salmodiare e inizia a giocherellare con i fogli
di uno dei libroni; Erden ci spiega che in realtà compie questo
gesto perché non sa leggere il tibetano (ha solo sei anni!).
Arvaikheer
Procedendo verso sud il paesaggio si è fatto molto più
brullo: la vasta piana è quasi priva d’erba come anche
le montagne in lontananza. Tre macchie sembrano persone ma avvicinandosi
si rivelano grossi avvoltoi. Con il binocolo ne riusciamo ad intravedere
le forme, incluso l’autista molto interessato.
Dopo il pranzo al sacco, raggiungiamo la strada asfaltata e alle tre
passate siamo ad Arvaikheer, caratterizzato dalla stessa struttura degli
altri capoluoghi di aimag, le regioni della Mongolia. La piazza centrale
è in realtà una vasta spianata, con l’ufficio postale,
il palazzo governativo e retorici monumenti. Nell’immancabile
mercato dei container la gente e la merce sembrano più occidentali.
Il pulmino ha dato segni di cedimento e necessità di qualche
riparazione; nell’attesa del suo ritorno ci rifugiamo nell’ufficio
postale, collegandoci ad internet apprendiamo le drammatiche notizie
degli attentati di Londra.
Verso il deserto
Lasciamo Arvaikheer puntando verso sud in direzione del deserto del
Gobi. Procediamo spediti sulla sterrata, in mezzo ad una steppa piatta
e desolata. Il paesaggio si fa più ondulato e su una “cima”
troviamo due moto ferme: uomini dai vestiti tradizionali stanno armeggiando
su un motore sotto gli occhi di un bambino e nel disinteresse delle
donne. Dall’alto le piste di terra si stendono come “guide”
parallele in mezzo al nulla.
Per la notte ci accampiamo in prossimità di due gher: una è
vuota, perfetta per gli ospiti. Non ci sono bambini, la famiglia è
formata dal nonno che si muove poggiandosi su due bastoni, pregando
con un rosario, il capofamiglia e sua moglie, con tre figli maschi e
una femmina, tutti adulti. Ceniamo con tagliolini e carne secca.
La vita nel Gobi è veramente dura. Durante il giorno il bestiame
è lasciato libero ma, mentre cammelli e cavalli continuano la
libera uscita anche di notte allontanandosi di chilometri, capre e pecore
devono essere “ricondotte a casa”. In assenza di uno steccato
(non ci sono alberi) la notte un membro della famiglia deve dormire
all’aperto per controllare gli animali, poiché in giro
ci sono anche i lupi. A volte i nomadi sono costretti a seguire il bestiame
alla ricerca d’erba da mangiare; lasciano così le gher
abbandonate mettendo davanti alla porta dei legni per segnalare la loro
assenza, come gli indiani d’America.
La famiglia è ospitale: ci aiutano a piantare i picchetti della
tenda nel terreno sassoso e mentre scrivo seduto per terra all’ombra
della gher nell’attesa delle solite riparazioni al pulmino, mi
portano un materassino per stare più comodo. Erden ci spiega
il complesso significato di un libretto spiegazzato che hanno con loro:
si tratta di un calendario astrologico con tutta una serie di preziose
informazioni e consigli per la vita nomade. L’anno è scandito
dagli eventi legati alla vita animale: i cuccioli per esempio nascono
in primavera e questa stagione è piena di lavoro. Nei branchi
di cavalli, cammelli e yak uno solo è il maschio destinato alla
riproduzione mentre tutti gli altri sono castrati per evitare “discussioni”.
10 luglio:
deserto del Gobi – Bulgan – Bayanzag
Rottura del pulmino
Dopo la colazione a base di tagliolini in brodo con carne secca, l’autista
smonta tutta una serie di pezzi del motore e finalmente alle dieci riprendiamo
la marcia verso sud. Superata una striscia di montagne, si apre una
vasta piana priva di vegetazione, ormai siamo nel deserto. Una buca
e il motore si spegne. Insieme al nomade che ci seguiva in moto con
la lana di cammello da vendere in paese, smontano ancora il motore (la
pompa della benzina?!). Ripartiamo ma dopo un breve tratto ci fermiamo
di nuovo. La situazione è critica: Erden decide di farsi dare
un passaggio in moto fino al paese per chiamare la manager. Nell’attesa
l’autista smonta per l’ennesima volta il motore mentre Stefania
aiuta la moglie del nomade ad intrecciare una cavigliera per Erden.
Dopo un’oretta ritorna il nomade in moto ma senza Erden. L’autista
ha rimontato il pezzo difettoso ma anche questa volta riusciamo a fare
poca strada e ormai deve arrendersi alla meccanica. Lo sconforto comincia
a prenderci, quando compare una jeep UAZ con Erden a bordo. Nonostante
qualche nostro dubbio, è riuscito a combinare ottimamente la
sostituzione: per i prossimi due giorni viaggeremo con una vera jeep
russa, fino a Dalanzadgad dove l’agenzia farà arrivare
un nuovo mezzo per il resto del giro. Non ci resta quindi che trasferire
i bagagli nella jeep e trainare il pulmino in panne fino al paese di
Gulchin Us (“Trenta Acque”), dove salutiamo con un certo
dispiacere il nostro driver (mancia di 30 euro). Un rapido pranzo nella
casa/gher del nuovo autista, dotata di tutti confort (frigorifero, telefono
e televisore), una sosta al distributore per il pieno e alle due e un
quarto finalmente partiamo alla volta del Gobi. Abbiamo perso mezza
giornata ma per come si era messa la situazione possiamo ritenerci fortunati!
Attraverso il deserto
Procediamo spediti in un deserto di terra e sassi, fermandoci per un
paio d’incontri: un gruppo di cammellini dalle due gobbe, una
cavalla splendida con il cucciolo di pochi giorni dispersi nell’arsura.
Finalmente, a rompere la monotonia del paesaggio, ecco comparire una
catena montuosa dalla forma strana: sembra di essere in Arizona, mucchi
di terra rossa sono sormontati da pareti rocciose verticali. Per passare
c’infiliamo in salita tra “dune di sassi”.
Riprendiamo a viaggiare tra piatte distese desolate, fermandoci davanti
ad un folto gruppo di cammelli. Se ne stanno incocciati al sole, seduti
per terra e non sembrano per nulla turbati dalla mia vicinanza; sono
proprio buffi con le due gobbe e i dentoni che ruotano masticando. Finalmente
dopo tanti paesi di dromedari, questa è la volta dei veri cammelli!
Peccato che sia estate e siano stati tosati dai nomadi, privati della
folta lana. Lungo il tragitto, gli incontri proseguono, incluso un cammello
bianco veramente speciale. Durante l’estate i nomadi lasciano
liberi i cammelli di cercare gli scarsissimi pascoli, allontanandosi
per decine di chilometri, ma le loro carcasse sono numerose ed, infatti,
ecco comparire un gruppo d’avvoltoi dai differenti colori, neri,
grigi e marroni.
Bulgan
Alle sette e mezzo improvvisamente sbuca dal nulla il paese di Bulgan.
Una grossa tubatura butta un potente getto d’acqua ed è
un piacere rinfrescarsi dopo tanta polvere. Insieme con noi un gruppo
di cammelli e cavalli (uno bianco è splendido) approfitta del
bene prezioso. L’acqua sostiene Erden fa bene allo stomaco ma
nel deserto non c’è tanto da andare per il sottile!
Bayanzag
Roy Chapman Andrews, il paleontologo scopritore dei dinosauri di Bayanzag,
scrisse: “La poesia del deserto verrà distrutta. I turisti
siederanno in automobili riscaldate, mangiando cibo europeo ….”.
Il campeggio di Bayanzag sembra confermare il vaticinio: nulla che ricordi
le celebri scoperte d’uova e ossa di dinosauro, un assurdo ristorante
a forma di tartaruga dove si scoppia di caldo per l’effetto serra
delle vetrate mangiando pessimo cibo occidentale. In compenso il fascino
del posto è rimasto inalterato. In lontananza si scorge una muraglia
di montagne rosse, esaltata dalla luce della tarda serata. Dopo cena,
cerchiamo di avvicinarci a piedi ma il tempo è troppo poco. Il
sole alle nostre spalle ormai basso sull’orizzonte punta la sua
luce sulle rocce rendendole sempre più rosse. Due formazioni
isolate più vicine attirano la nostra attenzione: una ripete
in piccolo la forma delle mese americane. Lontani dal campeggio, la
natura è tornata regina e il triste presagio di Andrews appare
ancora lontano.
11 luglio:
Bayanzag – Dalanzadgad
Naadam Festival
Sulla strada per Dalanzadgad incrociamo un minivan Mitsubishi: è
il mezzo mandato dalla capitale in sostituzione ed incredibilmente ci
siamo trovati in mezzo al nulla. Salutiamo Erden, richiamato ad Ulaan
Batar da impegni personali, e l’autista di un giorno, passando
sul nuovo mezzo. Poche centinaia di metri e raggiungiamo l’area
della corsa dei cavalli. Oggi è il secondo giorno del Naadam
Festival e vicino alla città si tengono le competizioni equestri.
Questa mattina è prevista la categoria due anni. In lontananza
scorgiamo un gran polverone che si avvicina: i cavalli sono seguiti
dalle jeep dei turisti e dei locali. I fantini sono bambini dai 5 ai
13 anni e molte persone al seguito sono loro familiari. I cavalli galoppano,
inseguendo una macchina con la bandiera mongola. La corsa è estenuante,
lunga decine di chilometri. I fantini bambini indossano colorate vesti
tradizionali e anche molti cavalli hanno la coda agghindata. Prendiamo
a seguire la corsa in macchina (in testa c’è un quartetto),
portandoci poi al traguardo, un vasto spiazzo alla periferia di Dalanzadgad.
In testa sono rimasti in due e il bambino con la casacca rosa nello
sprint finale supera quello con la casacca gialla. Toccare il cavallo
del vincitore porta fortuna e anche noi rispettiamo la tradizione dandogli
una pacca. Il vincitore è proprio piccolino; Nora, la nostra
nuova guida, ci dice che ha otto anni, ma come molti mongoli ne dimostra
meno. Al traguardo c’è una gran confusione e tutti spingono
per avvicinarsi al vincitore; anche per me è una grande emozione
essere così vicino, sicuramente ad Ulaan Batar, dove si svolge
il festival più celebrato, non avremmo potuto fare altrettanto!
Ci spostiamo allo stadio per la lotta. Fa un caldo tremendo e un lottatore
solitario se ne sta impalato nel prato dall’erba alta, nell’attesa
dell’inizio. Indossa stivaloni tradizionali con la punta ricurva,
slip blu e una maglietta che copre solo le braccia e una parte della
schiena. Il petto deve essere nudo da quando un anno le gare furono
vinte da una donna in incognito. Molti uomini gravitano attorno ai lottatori,
indossando deel tradizionali. Ci spostiamo nell’area del tiro
con l’arco, terzo sport del festival. Una donna con un vestito
giallo e stivali con il tacco a spillo sta provando i tiri, insieme
con alcuni bambini. Gli arcieri scoccano le frecce da distanze diverse
in base al sesso e all’età, e devono colpire dei birilli
segnalati da una striscia di bandierine rosse.
Finalmente ha inizio la lotta: gli allenatori, con deel viola o blu
e medaglie sul petto, si schierano su due file mentre i lottatori compiono
una specie di danza girando attorno a loro. Lo speaker sembra invocare
i loro nomi. Nel prato gli scontri avvengono contemporaneamente: la
coppia in lotta è seguita dagli allenatori (o saranno gli arbitri?)
che reggono i cappelli tradizionali dei contendenti. Alcune volte bastano
pochi secondi per risolvere la sfida, altre volte lo scontro si protrae
con gli allenatori che incitano i pupilli con pacche sul sedere (uno
per la verità chiamato sul cellulare durante lo scontro si allontana
per conversare). Il vincitore festeggia con la mossa del falcone, ruotando
su se stesso con le braccia alzate. Per premio gli spettano dei dolcetti
che lancia tra il pubblico, mentre il perdente è eliminato e
riceve come premio una caffettiera. Un lungo scontro termina con una
mossa repentina e la resistenza del perdente a pochi centimetri dal
suolo prima di finire a terra. Il caldo è notevole e ci rifugiamo
sotto il tendone dello speaker, subito rifocillati dall’offerta
di una ciotola di airag. Solo due lottatori sono rimasti sul prato,
immobili nella presa attendono il momento propizio per la mossa risolutiva
che sembra non venire mai; un breve break e ritornano avvinghiati. Sembra
quasi una partita a scacchi!
Nel pomeriggio si riparte con gli ottavi di finale. Tutto procede rapidamente
fino alle semifinali: la prima termina in un attimo con un colosso con
tre cerchi tatuati sulla schiena che atterra l’avversario ma la
seconda si trasforma in un lungo balletto con i lottatori che si studiano
facendo avanti e indietro. Una momentanea tempesta di sabbia non sembra
disturbarli più di tanto. Nel frattempo arrivano due lavatrici
destinate a qualche premio. Finalmente i due contendenti iniziano sul
serio lo scontro e in pochi secondi tutto finisce.
Nell’attesa della finalissima è ora il momento delle premiazioni
che si protraggono più di un’ora. Si inizia con gli arcieri,
tra i quali ritroviamo la donna di questa mattina e molti bambini, passando
poi alle corse dei cavalli. Le categorie sono diverse e quindi i premiati
numerosi: maschi e femmine effettuano un paio di giri d’onore
con i cavalli, lanciando una specie di grido. Una piccolina cavalca
senza sella e anche l’ultimo arrivato della categoria dei cavalli
più giovani riceve un premio. I premi sono ritirati da adulti
vestiti con deel tradizionali, probabilmente i padri dei fantini. Si
accomodano su un tappeto e ricevono una coppa di airag che bevono solo
dopo averne spruzzato un po’ in aria. Si scambiano poi alcune
boccette che aprono e annusano (contengono tabacco); completato il rituale
finalmente ritirano i premi, un tappeto con uno scialle azzurro sopra
(come quelli lasciati negli ovoo) e un oggetto d’elettronica (lettore
DVD, radio portatile, ecc.), curioso miscuglio di moderno e antico.
Siamo ormai giunti al culmine della manifestazione, la finale di lotta.
Il gigante tatuato deve affrontare un avversario di stazza minore (non
esistono categorie) ma molto tenace: rimangono avvinghiati a lungo ma
alla fine la mole ha la meglio.
Dopo tante ore sotto il sole cocente ci affrettiamo a lasciare lo stadio
per una puntata all’ufficio postale (telefonate ed e-mail) e al
supermercato per fare la spesa in vista dei futuri giorni in tenda.
Il “Gobi Camp” si trova a 40 chilometri
e questo c’impedirà di tornare in città dopo cena,
nonostante che alle dieci dovrebbe essere prevista una festa. Restiamo
quindi un po’ delusi, poiché per il Naadam ci aspettavamo
una folla di gente in costume, in mezzo a bancarelle di prodotti locali,
mentre il tutto si è ridotto ad assistere, sia pur da vicino,
ad una manifestazione sportiva tradizionale. Al campeggio si potrebbero
gustare due piatti tipici mongoli, il khorkhog e il boodog, nei quali
la carne viene cotta cucendo all’interno delle pietre roventi,
ma dovremmo aspettare fino alle dieci e pagare un extra di cinque dollari.
Ripieghiamo quindi sul barbecue ma in realtà ci vengono serviti
degli spaghetti con il ragù! Nora non ha ancora capito assolutamente
quali sono i nostri gusti e così ha pensato di farci cosa gradita
con un piatto italiano. La nostra conversazione in inglese è
abbastanza problematica, spesso non ci comprendiamo a vicenda; inoltre
è alla sua prima esperienza ed appare abbastanza intimidita.
Speriamo bene per la prosecuzione del viaggio anche perché sembra
un tipo cittadino mentre noi vorremmo proseguire nell’immersione
nella vita nomade.
12 luglio:
Dalanzadgad – Yolyn Am – Khongoryn Els
Yolyn Am
Lasciamo il campeggio per raggiungere in un’ora la valle delle
aquile, Yolyn Am. All’ingresso del parco Gurvan Saikhan, insieme
a svariati negozi per turisti ospitati in gher, si trova un piccolo
museo con un’interessante collezione di animali impagliati. Il
deserto e in particolare quest’area montagnosa sono ricchi di
animali: possiamo ammirare una coppia di avvoltoi, un’aquila,
una lince, un gatto selvatico, una volpe e un lupo, per finire in bellezza
con un leopardo delle nevi e un asino selvatico. Interessanti anche
lo scheletro e le uova di un piccolo dinosauro. La strada prosegue per
una decina di chilometri infilandosi nella valle, fino a raggiungere
un parcheggio dal quale si continua a piedi. In giro non si vedono gli
annunciati animali, neppure le famose aquile che danno il nome alla
valle, ma solo piccoli roditori che scappano veloci di buca in buca.
Ne riesco ad individuare due specie: una, con le orecchie più
rotonde, simile ad un topo e un’altra, con la coda di pelliccia,
che assomiglia ad uno scoiattolo. La valle si fa sempre più stretta
trasformandosi in un canyon con il ruscello che scorre tra i sassi,
finché dopo una curva improvvisamente compare il ghiaccio! Durante
l’inverno il canyon è completamente bloccato e in questo
tratto più stretto il ghiaccio resiste ancora. I blocchi si poggiano
alle pareti rocciose mentre nel mezzo un ponte congiunge i due lati;
per proseguire c’infiliamo sotto camminando carponi. Con i sandali
non mi faccio problemi immergendo i piedi nell’acqua gelida. Continuiamo
per un altro tratto ammirando le formazioni ma dopo un po’ il
passaggio si allarga e il ghiaccio scompare. Due turisti vengono nella
direzione opposta: sembrano afflitti, hanno camminato per cinque chilometri
senza trovare nessuna parte gelata e la loro guida è molto confortata
di sapere che a cento metri troveranno l’agognato tratto non disgelato.
Ormai è tempo di tornare indietro, gettando un’occhiata
alle ripide pareti rocciose delle montagne nella vana ricerca di qualche
aquila volteggiante.
Verso le dune Khongoryn Els
A mezzogiorno ripartiamo con il pulmino alla volta delle dune di Khongoryn
Els, infilandoci in un’altra valle, Dungenee, tra aride e spettacolari
montagne rocciose. E’ il momento degli incontri, grazie alla vista
da aquila dell’autista: per primo, tocca ad un raro cammello bianco
con due gobbe gonfie, poi ad una femmina di cervo che riusciamo appena
ad intravedere in lontananza e infine ad una lince, che se ne sta all’ombra
sotto un costone di roccia lungo la pista ma subito fugge al nostro
arrivo. All’una inauguriamo la nuova gestione del viaggio per
quanto riguarda i pranzi: ci fermiamo su un praticello a fianco di uno
dei rari ruscelli del Gobi e Nora ci cucina, con un fornello da campo,
carne in scatola con il sugo. Siamo molto dubbiosi ma il risultato finale
è accettabile. Nella scatola fornita dall’agenzia ci sono
molte provviste (cinque chili di riso!!) ma Erden, sfruttando la nostra
preferenza per il cibo dei nomadi, si era ben guardato dallo sfruttarle.
Il picnic è piacevole, provo solo un po’ di pena per la
povera Nora che lava e rilava tutto nel ruscello e ci apparecchia sul
tavolino che noi pensavamo fosse un’asse di legno da utilizzare
nel caso in cui la macchina s’impantanasse!
Ripartiti la valle si fa sempre più stretta; camminiamo nel letto
del torrente fino ad un passaggio spettacolare appena sufficiente per
la macchina. Subito dopo il paesaggio cambia completamente, con un’arida
piana sterminata. Vicino ad una gher un primitivo canestro da basket
sembra rappresentare l’unico svago possibile, nel nulla più
totale. In lontananza il driver ci segnala una gazzella; ci fermiamo
per scrutare il grazioso animale con il binocolo.
Superata la distesa desertica, raggiungiamo una vallata tre due catene
montuose, aiutati dagli abitanti delle varie gher ai quali chiediamo
continuamente la strada (Nora però non si azzarda a scendere
per via dei cani pastori!). A destra corre una catena di monti rosati
mentre a sinistra parallela le fa il paio una di monti neri. Il tempo
peggiora e presto il cielo si copre completamente. Comincia a spirare
un vento fortissimo sollevando terra e sabbia. Tutto appare nero o grigio,
dal cielo di piombo alla pietraia che attraversiamo, fino alle montagne
lontane.
Finalmente il tempo migliora e i colori si riaccendono. Il paesaggio
si fa stupendo. Corriamo tra quattro strisce di colore: a destra il
nero dei monti e il verde della prateria nella quale si è trasformata
l’arida piana mentre a sinistra la striscia rosa delle dune di
sabbia di Khongoryn Els che finalmente abbiamo raggiunto, sovrastate
di nuovo dal nero delle montagne più alte. Percorriamo decine
di chilometri in questo paesaggio, fissando estasiati l’avorio
delle dune illuminate dal sole, quando l’autista si blocca: sull’altro
lato ha scorto un branco di khulam, asini selvatici. Sono lontani ma
con il binocolo riusciamo a vederli bene; non avrei mai immaginato che
degli asini potessero essere così belli! Il loro manto è
avorio (come la sabbia) pezzato di marrone, le loro code fluenti e le
orecchie naturalmente da asini. Cerchiamo di avvicinarli a piedi ma
quando siamo un po’ meno distanti si allontanano di nuovo a distanza
di sicurezza.
Alle sei e mezzo giungiamo finalmente al campeggio “Discovery
Gobi”, gemello di quello di ieri, situato nella piana a qualche
chilometro dalle dune. Senza perdere tempo ceniamo ingozzandoci di dumpling,
dedicandoci poi ad una passeggiata serale fino alle dune dove ci attende
il tramonto.
Tramonto sulle dune di Khongoryn Els
Stefania e Nora sono due macchioline di colore nell’avorio della
sabbia, le gher del campeggio puntini bianchi nella piana desolata;
solo una leggera brezza è mia compagna in cima alla duna più
alta. Il mare di sabbia sembra una coperta ondulata gettata sulla piana
più vasta. Il sole gioca a nascondino dietro una nuvola mentre
dall’altra parte le montagne di roccia scura sembrano volere arrestare
il volo della mente. Ogni deserto ha il suo fascino e questa striscia,
lunga a perdita d’occhio ma larga solo alcuni chilometri, è
incantevole. Quale magnificenza è la natura, quale pace può
dare un tramonto solitario in un luogo sperduto. E’ tutto un gioco
di tonalità delicate: una macchia rosata il cielo al tramonto,
una tavola verde l’oasi lontana, una distesa bruna la piana sterminata,
un grumo di neri e grigi le montagne e poi il tappeto sabbioso. L’avorio
è pennellato da marroni più intensi e linee color crema
corrono lungo le onde delle dune. Anche il vento è delicato come
se volesse contribuire al dolce inganno di questa terra selvaggia. Ma
ecco irrompere una forza: il sole calando trova uno squarcio di sereno
per lanciare le sue tinte forti. Riuscirà ad accendere questo
sogno soffuso? Mi fermo curioso ad aspettare, con la pazienza che richiede
un tramonto nordico. Compare la luna; la falce pallidissima richiama
il compagno più forte a non turbare la quiete del paesaggio e
questi subito scompare dietro un’altra nuvola. Solo una macchia
di giallo rimane più accesa nell’ovatta dei colori, arricchiti
ora dalla pallida striscia rosa a ponente. Mi volgo dall’altro
lato: potrei essere su un pianeta morto dove tutti i colori sono stati
banditi eccetto il marrone presente però in mille tonalità,
un pianeta misterioso ed ugualmente bello.
Uno spettacolo così ben costruito non poteva che concludersi
con un colpo di scena: il sole tramontando “sorge” dalle
nuvole squarciando il cielo e la palla infuocata appare in tutto il
suo furore rosso; un paio di nuvolette pennellano nel disco appena due
linee. Il cielo s’infiamma, le nuvole prendono fuoco e lo spettacolo
è sublime. La boccia infuocata sembra fermarsi sulla linea dell’orizzonte
ma poi deve affondare obbedendo a forze più grandi di lei. Non
mi resta che lanciarmi in picchiata verso i lontani puntini bianchi
delle gher.
13 luglio:
Khongoryn Els – Bayanzag
Scalata sulle dune
Dal campeggio la mattina soleggiata ripete lo spettacolo di ieri pomeriggio:
in fondo alla piatta distesa cosparsa di bassi cespugli si staglia la
striscia delle dune, dominata dal carbone delle montagne. La sabbia
ha assunto la tonalità classica del deserto, un delicato beige
spennellato dalle onde di nero delle zone in ombra. Il cielo sgombro
di nuvole e la suggestione del deserto sembrano promettere una giornata
densa d’emozioni. Effettivamente iniziamo presto, visto che finiamo
insabbiati poco dopo: l’autista perde la pista e passando troppo
vicino alle dune finisce nella sabbia. La macchina non accenna a muoversi
e così non ci resta che dedicarci alla scalata delle dune mentre
l’autista va in cerca di soccorso a piedi. Siamo alla fine della
lunga striscia di Khongoryn Els e le dune sono diventate vere montagne.
L’ascesa è lunga ed estenuante: alcuni tratti ripidi tolgono
il fiato, affondo nella sabbia ma alla fine arrivo in vetta. La vista
è superlativa, una catena di montagne di sabbia si snoda sotto
i miei occhi; nella piana una macchia verde reca i segni della presenza
dell’acqua. Per il resto, il sole frontale già alto rende
bruno e spettrale il paesaggio. La piana mi sembra così stranamente
vicina che allungando una mano potrei toccarla, come un fondale calato
davanti a me, ma poi guardo in basso la parete di sabbia quasi verticale
e ristabilisco le giuste distanze. Il pulmino in lontananza è
piccolissimo e grazie all’aiuto di un altro mezzo si è
disincagliato dalla sabbia. Il silenzio è totale; la cresta della
duna sembra la riga sottile di un pantalone stirato.
E’ tempo di lasciare la cima e lanciarsi per la picchiata: infagotto
macchina fotografica, sandali e quaderno nello zaino e mi preparo per
la discesa. Nel primo tratto affondo fin quasi alle ginocchia e la sabbia
risponde con un suono cupo (non per nulla mi trovo sulle “dune
suonanti”). I tratti soffici si alternano a quelli più
duri ed è una vera goduria dopo la fatica della salita. Raggiunti
Stefania e i due accompagnatori che mi aspettavano più in basso,
ci sdraiamo sulla sabbia per un momento di relax.
Con il pulmino torniamo indietro fino all’oasi osservata dall’alto.
Un gregge di pecore e capre dalle lunghe corna si abbevera nel ruscello.
Passiamo un ponticello di legno e siamo in un’area di verde intenso,
incredibilmente qui nel deserto. La striscia della prateria è
popolata di cavalli dagli splendidi manti; molti puledri seguono da
vicino le loro mamme. In alcuni punti, forse grazie alla pioggia di
ieri, c’è un vero acquitrino. Il contrasto tra il verde
dei prati e l’oro delle dune è sorprendente. Raggiungiamo
una gher “super tecnologica”, con trattore e antenna parabolica
all’esterno, televisore con videoregistratore all’interno.
L’effetto del turismo si sente: ci offrono la possibilità
di un giro in cammello (3000T a testa per un’ora) e non resistiamo
a soddisfare la nostra curiosità. Nell’attesa del ritorno
dei cammelli, impegnati con altri turisti, ci offrono il dried curd,
una specie di formaggio dolce essiccato al sole, molto saporito. Ma
ecco che il lato commerciale ha la meglio e compaiono una serie di oggetti
in vendita: anche questa volta cediamo alla tentazione acquistando una
borsetta di lana di capra, una gher e un topolino in miniatura (7000T).
Nel frattempo i cammelli sono arrivati: si accovacciano per farci salire,
sollevandosi quindi sulle zampe posteriori (momento critico nel quale
si rischia di scivolare in avanti) e poi su quelle anteriori. Stefania
è un po’ gelosa del mio che ha entrambe le gobbe sollevate,
mentre il suo ha una gobba completamente floscia. La passeggiata è
tranquillissima, con i cammelli condotti al guinzaglio da due bambini.
Da vicino sono veramente buffi, dei dinosauri in miniatura: il testone
con gli occhi prominenti dalle lunghe ciglia, il collo lungo e le incredibili
zampe con due dita suggeriscono a Stefania un tacchino gigante.
Verso Bayanzag
Dopo il pranzo al campeggio, lasciamo le dune costeggiando da nord la
catena di montagne che ieri avevamo seguito da sud, dopo averle superate
in un bel paesaggio di rocce. La pista a saliscendi ci porta ad un punto
panoramico dove la vista si apre ampia: il giallo di sfondo si arricchisce
con le macchie verdi dei prati e rosse delle montagne, mentre la pista
“multi corsia” serpeggia nel mezzo.
Alle sei siamo a Bulgan, già attraversata all’andata. In
viaggio quando ripasso per un posto già visitato, mi sento un
po’ come se tornassi a casa, ritrovando la familiarità
dei luoghi conosciuti. Rivediamo la costruzione del “riscaldamento
centralizzato di quartiere”, retaggio di un’epoca di collettivizzazioni,
e il recinto coltivato, uno dei pochi incontrati in Mongolia. Un basso
e lungo edificio ospita un “centro commerciale”. Davanti
un gruppo di ragazze siede chiacchierando e risponde con sorrisi al
mio saluto. All’interno i negozi sono stanze aperte su uno stretto
corridoio (tipo celle di una prigione) e hanno un po’ tutti le
stesse cose.
Bayanzag
I monti di Bayanzag si ergono come alte scogliere sul mare della prateria.
Dall’alto scorgiamo, lontanissimo, il campeggio con la tartaruga
ristorante di qualche giorno fa. La montagna sta franando, sfaldandosi
in una sabbia dal colore dell’argilla, ma oggi è tutta
una serie di rientranze, anfratti, faraglioni isolati, colonne sormontate
da rocce più dure. L’argilla forma macchie di colore dalle
varie tonalità mentre davanti la prateria da una sensazione di
vuoto come se qualcuno avesse portato via le acque del mare. Fu proprio
qui che Andrews trovò i suoi dinosauri.
Tramonto a Bayanzag
I nostri accompagnatori scelgono un posto scenografico per la notte:
ci accampiamo in un’area sabbiosa di verdi cespuglietti, sotto
un basso “muretto” d’arenaria. Sullo sfondo, lontano,
il rosso muraglione di Bayanzag e più avanti a racchiudere questa
oasi di verde una linea di formazioni arancione. La luce della sera
rende tutto più caldo, fino all’arcobaleno che sorge su
Bayanzag. Il sole tramonta nella direzione opposta e le nuvole allungate
fanno sembrare il cielo ancora più basso. L’isolata formazione
della scorsa visita sembra un’auto con rimorchio parcheggiata
nella distesa bruna. Le nuvole sopra la scogliera si accendono di rosso.
Una gomma del minivan è a terra e l’autista dopo averla
sostituita decide di recarsi al campeggio per cercare di ripararla.
Sono le dieci di sera e dopo mezzora fa buio. La povera Nora ha tutte
le sue cose in macchina mentre le scatole con il cibo sono rimaste a
fianco della tenda. Alle undici c’infiliamo tutti e tre nella
tenda, preoccupati che qualche animale sia attratto dal mangiare. I
rumori della tenda agitata dal forte vento ci fanno temere che qualcuno
sia nelle vicinanze ma finalmente alle undici e mezzo l’autista
si ripresenta in tutto il suo candore. Il cibo è intatto e, tranquillizzati,
dopo un tè caldo, ci ritiriamo nuovamente nella tenda. Nora e
l’autista dormono in macchina.
14 luglio:
Bayanzag – Saikhan Ovoo
In viaggio verso nord
Alle sei e mezzo il vento, che ci aveva concesso una tregua per tutta
la notte, si scatena di nuovo. La tenda si agita ed è impossibile
dormire ma è l’unico posto riparato perciò resistiamo
al suo interno per altre due ore. Alcuni picchetti sono saltati ma la
struttura per fortuna ha retto. Per ripararci dal vento, facciamo colazione
all’interno della macchina e alle nove e mezzo partiamo diretti
verso nord.
In mezzo al deserto un pozzo ha consentito ad una famiglia di coltivare
un’incredibile varietà di verdure! In una grigia distesa
di sassi è curioso trovare una macchia colorata di barbabietole,
carote, patate, cipolle e cavoli. Il capofamiglia possiede una moto
fiammeggiante mentre vicino alla gher campeggia un’antenna parabolica.
Poco lontano c’indica i ricoveri per l’inverno.
Nora è una vera donna di città: non è mai stata
a cavallo e tanto meno su un cammello. Al nostro primo incontro il suo
volto bianco mi aveva fatto pensare ad un lungo viaggio nella polvere
ma poi ho scoperto che si trattava del trucco, rinfrescato tutti i giorni
per evitare l’abbronzatura.
Verso mezzogiorno avvistiamo il paese di Mandal Ovoo ma proseguiamo
oltre lungo una pista dritta e piatta, toccando la folle velocità
di cento chilometri orari. All’una deviamo, puntando verso un
gruppo di gher; suggerisco a Nora di pranzare da loro ma prima non capisce
(sarà per l’inglese o per l’assurdità della
richiesta?!), poi mi risponde che lei deve cucinare per noi perché
così le ha detto la manager. A nulla vale spiegarle che con la
guida precedente spesso pranzavamo dai nomadi. Raggiungiamo un fiumiciattolo
con una striscia di prato. Mucche e vitellini pascolano e si abbeverano
tranquilli mentre Nora prepara il pranzo, lavando nel fiume i coperchi
delle pentole, le scatolette di carne e pesce, i bicchieri e ogni cosa
le capiti sotto tiro. L’autista invece approfitta del fiume per
lavare il minivan, ormai ricoperto di polvere. Il posto è in
ogni caso piacevole per un picnic considerando che siamo in mezzo al
deserto; spira anche un gradevole venticello. Dopo un’ora di preparazione
il risultato finale è una pasta stracotta, senza sale, condita
con carne in scatola dall’aspetto di mangiare per cani. Il pasto
è immangiabile, anche per l’autista, e ripiego sul pane
con la marmellata. Segue un’altra ora per “sparecchiare”,
lavare le pentole e bollire l’acqua del fiume per il tè.
Aiuto!
Per tornare sulla pista principale ripassiamo davanti alla gher dei
nomadi, proprio mentre una giovane è intenta alla mungitura delle
cammelle. Tre piccoli sono legati ad una corda e solo una mamma alla
volta può avvicinarsi al figlioletto in modo che, durante l’allattamento,
la donna possa mungerla stando dall’altro lato. Una bambina, dai
lunghi capelli e occhi che sono due sottili fessure, tiene lontane le
altre cammelle. La mungitrice c’invita nella gher per assaggiare
il latte di cammella mentre compaiono altri cinque bambini e la nonna
(gli uomini invece sono assenti). Nora ci concede appena una decina
di minuti, avvertendoci di assaggiare soltanto lo yogurt di cammello
che ci viene offerto (buono!) perché potrebbe farci male. A nulla
vale l’osservazione di Stefania che non è la prima volta
che mangiamo cibo dei nomadi e quindi siamo vaccinati. Per sdebitarci
regaliamo caramelle ai bambini, merendine alla giovane mamma (?) e sigarette
alla nonna.
Saikhan Ovoo
Nei pressi dei campi turistici di Saikhan Ovoo raggiungiamo il monastero
di Ongiih Khid. Il complesso fu distrutto dai comunisti e oggi non rimane
che qualche muro delle antiche costruzioni, sulla sponda di un fiume
quasi asciutto in questa stagione in mezzo ad un paesaggio di montagne
rocciose. Un tempio è stato ricostruito e nell’edificio
moderno ritroviamo gli strumenti per la preghiera poggiati sui banchi,
insieme ai sutra avvolti in panni. Due gher ospitano un piccolo ma interessante
museo con oggetti usati in passato dai monaci per la vita quotidiana
e la preghiera. Tra i tanti mi colpiscono un trapano manuale e una mazza
per le punizioni (simboliche) come quelle osservate al monastero di
Shank.
Evitando la zona dei campeggi di Saikhan Ovo, piena di spazzatura, ci
accampiamo vicino al “Saikha Gobi Ger Camp”, ad una decina
di chilometri di distanza. Scegliamo un prato confortevole, cenando
con il risotto alle verdure liofilizzate già sperimentato ieri,
in compagnia di un cane che aspetta pazientemente accucciato la sua
razione. Dopo cena la luce del sole basso in cielo esalta il verde del
prato su cui siamo accampati, con una montagna sassosa, il campeggio
e una gher che ci circondano sul lato opposto al fiumiciattolo. Il cane
dopo un po’ di girovagare, si accuccia nei paraggi come se volesse
farci la guardia per la notte.
La giornata non è stata esaltante e questo tragitto di ritorno
verso Ulaan Batar sembra costruito male. La serata tranquilla e fresca
in compenso giunge gradita dopo il caldo e le fatiche dei giorni scorsi;
anche il vento ci concede una pausa senza molestare la nostra tenda
come in tutte le altre occasioni.
15 luglio: Saikhan Ovoo – Erdene Dalai
– Dhuut Khad – Campeggio
Ancora verso nord
Il paesaggio monotono m’induce a qualche riflessione. I viaggiatori
(o i turisti, secondo la propria vocazione) si dividono in due categorie,
coloro che vogliono insegnare la propria lingua ai locali, chiamando
“Lucio” l’autista e storpiando il saluto mongolo in
“Beato te”, e gli altri che cercano di imparare qualche
frase nella lingua locale. Ieri sera ci siamo divertiti un mondo a “conversare”
in mongolo con Baira, il nostro autista, grazie all’ausilio del
frasario della Lonely Planet.
Monastero di Ertene Dalai
Il monastero di Erdene Dalai è splendido, si è salvato
perché utilizzato come magazzino durante il comunismo. La vasta
sala interna tutta in legno è una selva d’alte colonne
rosse che sorreggono un tetto spiovente di travi blu. L’atmosfera
trasuda antichità mentre i monaci siedono nell’attesa della
preghiera. Grossi tamburi agganciati a corde poggiano su colonne mentre
un carretto è parcheggiato in un angolo. Sono le undici quando
i monaci iniziano a salmodiare, fermandosi però subito per la
colazione a base di biscotti confezionati intinti nelle ciotole con
il latte. Un vecchietto lucida una serie di piccoli calici d’ottone
ma presto anche lui richiede la sua razione di airag. Ai piedi indossa
pesanti stivali dalla punta ricurva.
L’esterno del monastero ha l’aspetto di un tempio cinese,
con un porticato e i tetti di tegole, questa volta non lucenti. Le travi
di legno sono dipinte con motivi geometrici, sopra la porta, immancabile,
la ruota del Dharma con le due gazzelle. Terminata la colazione, i monaci
si dividono i fogli di un sutra e iniziano a salmodiare a bassa voce
mentre il vecchio strabico riprende l’attività di lucidatura.
La preghiera prosegue un po’ a rilento con frequenti interruzioni
per il passaggio dei fogli che avviene in modo alquanto confuso (come
faranno poi a ricomporre il libro?). Un lama dietro una scrivania funge
da cassiere per le offerte. Nora consegna dei soldi e riceve indietro
un bigliettino. Lasciamo il tempio, con i lama impegnati nella preghiera
con ritmi da impiegati statali.
Confusione nella toponomastica
I nomi dei posti riportati nella Lonely Planet, vecchia di qualche anno,
sono cambiati e questo crea un po’ di confusione. Il monastero
di Erdene Dalai si chiama ora Sangiin Dalai da non confondere con l’omonimo
lago che non è previsto dal programma e quindi non possiamo visitare.
Analoga confusione tra le rocce suonanti di Dhuut Khad (50 chilometri
da Erdene Dalai), legate al nobile Tsogt Taji discendente di Gengis
Khan, da non confondere con Tsgot Taji Chulu dove si trovano iscrizioni
rupestri legate alla stessa persona, riportate nella Lonely Planet.
Rocce suonanti di Dhuut Khad
A Dhuut Khad grossi macigni si ergono nella campagna; uno reca un’iscrizione
in caratteri mongoli (dall’alto in basso) risalente al seicento
anche se il suo aspetto perfetto è alquanto sospetto. Le rocce,
addossate una alle altre, sono chiamate “pietre suonanti”
perché percosse con un sasso emettono un suono metallico, tipo
campanella. Il sito non merita la lunga deviazione. Ci fermiamo nei
paraggi per l’ennesimo assurdo picnic sull’erba. A pochi
chilometri una famiglia di nomadi ha appena traslocato con un camion
e qualche gher ancora deve essere montata.
Campeggio nel nulla
Alle cinque arriviamo al “Middle Gobi Camp”, situato in
una piana in mezzo al nulla sotto un sole cocente. L’unica attività
possibile per il resto della giornata è la doccia. Una giornata
molto deludente termina “degnamente” con una discussione.
Domani il programma prevede l’arrivo ad un altro campeggio a quaranta
chilometri da Ulaan Batar e nient’altro. Queste ultime giornate
si stanno rivelando una beffa: non pensavamo che il programma inviato
per e-mail andasse preso alla lettera ma invece è proprio così
e se non è previsto nulla non si fa nulla! Ad una quindicina
di chilometri dal campeggio di domani si trova un monastero in un parco;
proponiamo quindi di partire presto in modo da poterlo visitare (dobbiamo
percorrere 240 chilometri). Ci viene risposto che non è previsto
e quindi non possiamo vederlo. Stefania, più diplomatica, propone
di pagare la deviazione e alla fine ci accordiamo per fare colazione
alle sei e mezzo in modo da partire alle sette, invece che alle nove
come proposto da Nora. Domani poi si vedrà il da farsi.
16 luglio:
Zuunmod – monastero di Manzshir – Undur Dov
In viaggio verso Zuunmod
Partenza alle sette come stabilito. Viaggiamo verso nord in un paesaggio
monotono senza mai attraversare “insediamenti umani”. Unico
avvenimento l’ennesima foratura di una gomma. A metà mattinata
cambiamo aimag, passando nel Tov la regione che circonda la capitale.
Il paesaggio diventa verde e compaiono numerose mandrie di cavalli.
Finalmente ci viene concesso di visitare una famiglia di nomadi. Ci
accolgono al solito calorosamente, offrendoci airag e formaggio. E’
il momento della mungitura delle giumente. I puledri sono nella fase
dello svezzamento e durante il giorno sono tenuti legati, lontani dalle
madri. Al momento della mungitura viene sciolto un puledro alla volta
ma quando si avvicina alla madre un bambino lo trattiene e una donna
le frega il latte! I bambini si divertono un mondo nell’operazione
ma ogni tanto qualche puledro sfugge alle loro grinfie, allontanandosi
con la mamma. Nel tentativo di scappare uno di loro cade rovinosamente
a terra inciampando in una corda tesa: non ha ancora imparato a saltare!
Ripreso il viaggio, all’una e mezzo ci fermiamo per il momento
delle decisioni: da una parte si va al campeggio di Undur Dov, dove
dovremmo passare confinati il resto della giornata, dall’altra
a Zuunmod, capitale dell’aimag, distante cinque chilometri dal
Manzshir Khid nel parco di Bogdkhan Uul. L’estensione richiesta
secondo l’autista comporta un allungamento di 50 chilometri (ma
leggendo la Lonely Planet la stima mi pare esagerata) e quindi deve
chiedere l’autorizzazione all’agenzia. Nora parla con una
collaboratrice di Nyamaa, la manager, e ci annuncia contenta che abbiamo
l’autorizzazione ma naturalmente dobbiamo pagare un extra di 15.000T
a causa dei 50 chilometri in più. Raggiungiamo Zuunmod dove l’autista
lascia la ruota squarciata da un gommista, circostanza che mi lascia
pensare che avrebbe dovuto in ogni caso passare in città.
Monastero di Manzshir
Il parco di Bogdkhan Uul si trova in una valle a pochi chilometri dalla
città. Dobbiamo pagare 5000T a testa per l’ingresso e la
visita del museo. Nel prato davanti al parcheggio consumiamo il pranzo
al sacco, ansiosamente atteso dall’autista e alle due e mezzo
finalmente iniziamo la visita con Nora alle calcagna. Il parco si estende
in una vallata circondata da montagne parzialmente coperte da una foresta.
Nell’area sorgeva il monastero di Manzshir, distrutto al solito
dai comunisti; solo uno dei templi è stato ricostruito. Per primo
raggiungiamo il museo; nel prato davanti si trovano numerosi steli con
figure umane abbozzate (turche secondo Nora?!) e un grande calderone
in bronzo da due tonnellate utilizzato dai monaci per cucinare. Il museo
ospita una collezione di animali impagliati che vivono (o vivevano)
in zona. Impressionanti per dimensioni un cervo e due avvoltoi. Davanti
alla montagna che chiude la valle, in un paesaggio di grossi macigni
sparsi qua e là, sorgeva il monastero. Il tempio principale è
ormai ridotto allo scheletro delle murature, mentre l’edificio
a fianco di legno è stato ricostruito. Ospita interessanti foto
del complesso prima della distruzione e tre splendide maschere tsan
tra le quali mi colpisce quella di un vecchio canuto. Dietro il tempio
sulla montagna si trovano alcuni bassorilievi rupestri raffiguranti
Budda e santoni, raggiungibili con un percorso da capre tra i macigni.
La giornata nuvolosa, la spazzatura in giro e l’affollamento di
turisti al quale non siamo più abituati, rendono comunque meno
gradevole la visita della valle.
Campeggio di Undur Dov
Tornati a Zuunmod, dopo una sosta per telefonare e collegarci ad internet,
ci dirigiamo al campeggio di Undur Dov. Lasciamo la strada asfaltata
e con quattro chilometri di pista arriviamo a destinazione, al “Gobi
Mon Tourist Camp”. In tutto dal monastero non avremo percorso
nemmeno 15 chilometri (i cartelli stradali in caratteri latini non lasciano
dubbi) e quindi sottolineiamo la cosa a Nora. Nasce una nuova discussione
con l’autista che insiste con la storia dei 50 chilometri, mentre
Nora vuole ridarci i soldi. Naturalmente rifiutiamo dicendo che sono
da considerare per il “lavoro” extra ma che non ci piace
essere presi in giro.
17 luglio:
Ulaan Batar
In giro per la capitale
Ultimo giorno in Mongolia dedicato integralmente alla visita di Ulaan
Batar. Alle nove e mezzo, dopo un’ora di macchina, siamo in città
nell’edificio vicino al Sandwich Hotel dove tutto ebbe inizio.
Una collaboratrice di Nyamaa ci porta le chiavi, accompagnata da Erden
che riprende il suo ruolo di guida. Salutiamo quindi Nora che dopo le
discussioni dei giorni scorsi regala a Stefania come segno di pace un
panno di feltro a forma di gher, arricchito da pietre. Ci lascia anche
la sua e-mail in modo che possiamo inviarle qualche foto digitale.
Ci scaricano nella piazza centrale della città dedicata a Sukhbaatar,
eroe della rivoluzione comunista; finalmente possiamo girare a piedi,
scortati naturalmente da Erden. La piazza ha il classico aspetto dell’urbanistica
comunista: un’immensa spianata, recentemente lastricata a nuovo,
al centro il monumento dedicato a Sukhbaatar e intorno gli edifici pubblici
più importanti in stile neoclassico. Tutto il lato settentrionale
è dominato dall’imponente palazzo grigio del Parlamento,
davanti al quale sorge il mausoleo dedicato a Sukhbaatar (anche se Erden
dice qualcosa che lo lega a Lenin?!).
Poche centinaia di metri ci portano al Museo di Storia Naturale, famoso
per la sua collezione di dinosauri. L’esposizione su tre piani
è imponente e copre i vari aspetti della natura mongola, dalla
geologia ad un’enorme collezione di animali impagliati che ci
consente di rivedere tante specie incontrate durante il viaggio e altre
più sfuggenti che non abbiamo visto (come il leopardo delle nevi).
Sicuramente la sezione più interessante è quella dedicata
ai dinosauri: lo scheletro di un enorme carnivoro, il Tarbosauros, campeggia
con la sua mole nella sala principale, richiamando le scene di “Jurassic
Park”. Oltre al gigante, sono presenti scheletri di dinosauri
più piccoli e molte uova. Incredibile il ritrovamento di due
dinosauri in combattimento: un Protoceratopos e un Velociraptor avvinghiati
da 80 milioni d’anni in un combattimento mortale. Si passa poi
alla sezione dedicata ai grandi mammiferi estinti, anche questa impressionante
per la dimensione di ossa e zanne di mammut.
Attraversando di nuovo la piazza verso sud, raggiungiamo il monastero
di Coijin Lama, salvato dalla distruzione da parte dei comunisti perché
trasformato in museo (risale agli inizi del novecento). Davanti al complesso
sorge la “porta dei venti” già incontrata nel monastero
di Amarbayasgalant mentre nel tempio principale ammiriamo le splendide
maschere tsan. Una figura completa con una veste ricca di disegni, inserzioni
di metallo e collane, presenta un’incredibile maschera tutta di
corallo rosso dal peso di trenta chili. Gli stivali recano altre collanine
di corallo bianco con la solita punta all’insù tipo proboscide.
Le altre maschere sono tutte molto colorate, con corone di teschi, un
occhio al centro della fronte e bocche aperte dalle quali spuntano canini
pronunciati. Altrettanto belle sono le sculture in oro e bronzo: una
ritrae il famoso Zanabazar, un’altra fantastica opera proprio
del primo lama mongolo rappresenta un uomo e una donna avvinghiati nella
posizione della meditazione (?!) denominata Demchigca Rav. Una curiosa
pittura naif rappresenta l’inferno con i dannati avvolti nelle
fiamme, divorati dai corvi, bolliti da demoni, fatti a pezzi, reincarnati
con corpo di capra, ecc. Nella seconda sala prosegue la collezione di
statue, alternando demoni arrabbiati a lama meditativi, mentre sul soffitto
curiosi dipinti rappresentano pelli, teste con occhi fuori delle orbite
e gambe umane, tutti stesi su un filo. Nel complesso si trovano alcune
gher negozio dove facciamo un po’ di acquisti (si riveleranno
le più convenienti ma ancora non lo sappiamo).
Per pranzo vorremmo provare un locale mongolo ma in realtà tutto
è già organizzato e quindi non ci resta che raggiungere
un ristorante per turisti a due passi dal monastero, il “Khaan
Brau”, dove assaggio il montone che Nora aveva sempre evitato
ritenendolo troppo grasso.
Finalmente raggiungiamo i grandi magazzini statali che ci sono stati
consigliati sin dall’inizio del viaggio per gli acquisti. L’ultimo
piano è dedicato ai souvenir per turisti; effettivamente la scelta
è ampia (violini, scacchi, selle, deel, dipinti, ecc.) ma i prezzi
sono alti (inclusi i capi di cachemire) e così usciamo a mani
vuote con un certo disappunto. Proseguiamo nello shopping in cerca di
qualche soluzione alternativa ma senza successo. Ritornati in piazza
raggiungiamo la statua di Lenin davanti al lussuoso Hotel Ulaan Batar.
Fa un caldo notevole e ci sediamo un po’ nei giardini, per poi
riprendere lo shopping. Erden sembra preferire i grandi negozi, differentemente
dai nostri gusti; per caso passiamo davanti ad un negozietto dove finalmente
riusciamo ad acquistare un piccolo violino souvenir, il tipico moriin
khuur con la testa di cavallo e le corde di crini di cavallo.
Al “Mongolian National Song of Dance” assistiamo ad un interessante
spettacolo di danze in costume e musica tradizionale. Sul palcoscenico
si alternano balli scatenati, sul tipo di quelli cosacchi (?), e canti
tradizionali, long song femminili e impressionanti canti di gola maschili.
Due bambine compiono le “solite” contorsioni mentre quattro
personaggi con maschere tsan si muovono danzando attorno a loro: ritroviamo
il vecchio canuto con il bastone e il mostro con la faccia di corallo
rosso (molto affascinante!). La parte finale dello spettacolo è
tutta orchestrale, con tanto di direttore, ma gli strumenti sono quelli
tipici della Mongolia: violini con testa di cavallo, suonati poggiati
tra le gambe, insieme alla loro versione più grande tipo contrabbasso,
arpe mongole (lunghi strumenti a corda), corni, una specie di mandolino
molto lungo e altri ancora. I musicisti indossano costumi tradizionali,
differentemente dalle nostre seriose orchestre di musica classica, mentre
i pezzi eseguiti sono locali oppure classici occidentali che ascoltiamo
incuriositi vista la differenza di strumenti. Lo spettacolo mi è
piaciuto molto, nonostante sia concepito per i turisti.
Per la nostra ultima cena, ci portano all’Hotel Mongolia alla
periferia della città. Il complesso di recente costruzione riprende
la reggia di Kharakorum: all’interno di un quadrilatero di mura,
l’edificio centrale ospita il ristorante mentre, tutto intorno,
le gher in cemento sono destinate agli ospiti (un panno bianco cerca
di celare la loro modernità). Nel cortile una fontana sormontata
da un angelo riproduce l’originale di un francese anche se i quattro
draghi sputano acqua invece che vino, latte, birra e una bevanda ricavata
dal miele, come si racconta facesse l’originale nell’antica
capitale. La scenografia è splendida ma la cena sicuramente non
all’altezza con un servizio di una lentezza snervante.
Considerazioni su Ulaan Batar
Abbiamo trascorso un’intera giornata ad Ulaan Batar e dopo tanto
tempo nel countryside non è stato facile riabituarsi ai ritmi
di una città di un milione d’abitanti. Il centro è
fatto di grossi stradoni e appare abbastanza pulito e ordinato. Le parti
residenziali attraversate in pulmino mi sono sembrate migliori rispetto
a quelle delle altre città, specie alcuni quartieri di basse
casette. Tuttavia la realtà non deve essere così rosea
come appare all’occhio superficiale del turista: migliaia di bambini
orfani vivono per strada rifugiandosi nel sottosuolo durante il tremendo
inverno, i salari sono bassi, anche se la situazione sta migliorando
dopo il periodo di crisi seguito al crollo del comunismo.
18 luglio:
Ulaan Batar – Pechino
Arrivederci Mongolia
Il volo per Pechino fissato alle 7:30 ci costringe a una levataccia.
Alle cinque troviamo il pulmino ad attenderci davanti al portone, con
l’autista ed Erden che dormono dentro. All’aeroporto salutiamo
con mancia i nostri accompagnatori. Un volo di due ore è sufficiente
per farci cambiare completamente mondo, passando dalla spopolata Mongolia
al caos di Pechino, dove ci attende un’altra settimana di viaggio,
ma questa è un’altra storia ….