VIAGGIO
IN INDIA DEL SUD
Categoria: Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Marco
Numero di giorni: 17
Costo totale del viaggio: 1600 euro
Periodo: 25 dicembre 2005 – 10 gennaio 2006
Compagnie Aeree: Lufthansa
Documenti: Passaporto + Visto
Sistemazione: Guesthouse
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Il misticismo antico dell’India del Sud
“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né
finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia
molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua
a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus
del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile” (R. Kapuscinski
– In Viaggio con Erodoto).
La spiritualità della civiltà indiana,
che mantiene ancora oggi divinità e tradizioni antiche di millenni,
ha sempre esercitato un grande fascino sulla mia fantasia, un modello
contrapposto al materialismo occidentale. Un paio di anni fa avevo visitato
il coloratissimo Rajasthan nel nord del paese ma era rimasto con il
desiderio di tornare per esplorare regioni meno battute dal turismo.
Ho scelto quindi il sud, culla della civiltà indù, viaggiando
da solo con i mezzi pubblici come un vero indiano.
L’India è un mondo a parte: al nord tuttavia le grandi
migrazioni indoeuropee nell’antichità e le invasioni di
gente islamiche in tempi più recenti hanno in qualche modo contaminato
l’elemento originario mentre al sud tutto ciò non è
avvenuto. La pelle scura della gente tradisce l’origine dravidica
e i culti nei templi sono antichi di millenni. Persino la cucina, quasi
vegetariana, sembra rispettare questa linea di tradizione: mai avrei
pensato che si potesse mangiare così bene, gustando piatti vari
e saporiti, eliminando totalmente la carne dalla propria dieta!
Il viaggio di due settimane attraverso il Tamil Nadu e il Kerala, i
due stati più meridionali, è stato una vera immersione
nel misticismo del paese: le giornate passate nei templi di Madurai
e Trichy mi hanno reso partecipe di cerimonie e culti affascinanti,
mostrandomi una popolazione profondamente legata alla sua religione.
Da un punto di vista artistico il sud non può competere con le
meraviglie architettoniche del nord ma le montagne di statue nelle gopura
dei templi rappresentano comunque un elemento originale ed avvincente;
d’altra parte i templi della dinastia Chola sono dei veri gioielli
come pure le sculture rupestri dei Pallava a Mamallapuram.
L’aspetto più coinvolgente è stato senza dubbio
l’incontro con la realtà indiana. Lasciando la vecchia
Europa ho avuto l’impressione che un’astronave mi avesse
catapultato su un altro pianeta. Un’umanità eterogenea
anima le città: santoni dalle lunghe barbe con il volto dipinto
da segni colorati vivono grazie alle offerte dei fedeli, vacche sacre
con le loro curiose gobbe sulla schiena circolano liberamente nutrendosi
di spazzatura. Le sensazioni e i ricordi sono veramente tanti, tali
da provocare una sorta di stordimento. Le città sono dei formicai
nei quali spesso l’unica attrattiva è il tempio. Un’eccezione
è senz’altro Kanniyakumari, pittorescamente situata sulla
punta estrema dell’India. In un viaggio dedicato alle città
ho potuto ammirare il rigoglio tropicale delle palme e il verde smeraldo
delle risaie, oltre che dai finestrini senza vetro dei bus anche durante
la crociera sulle backwaters del Kerala, un’esperienza che temevo
troppo turistica ma che invece si è rivelata coinvolgente per
la ricchezza dei paesaggi e la visione della vita a stretto contatto
con l’acqua della gente dei villaggi.
L’India è un paese contraddittorio in cerca di un delicato
equilibrio tra una millenaria tradizione di spiritualità e le
esigenze di uno stato moderno. In alcuni settori, ad esempio nel campo
informatico, ha raggiunto livelli d’eccellenza; al sud la classe
media parla perfettamente inglese, un mezzo di comunicazione indispensabile
nella babele linguistica. In molti casi però la civiltà
moderna ha prodotto effetti devastanti, soprattutto nei centri abitati
assediati dall’inquinamento atmosferico, dalla plastica e dalla
spazzatura.
Viaggiare per conto proprio con i mezzi locali mi ha consentito di immergermi
nella realtà del paese. Naturalmente bisogna avere un certo spirito
di adattamento, ma tutto sommato il sistema di trasporto è capillare
ed efficiente se considerato con la giusta mentalità.
Tornando a casa, più che in altri viaggi, mi sono sentito arricchito,
portato a riflettere su questioni che la frenesia della vita moderna
ci porta spesso a mettere in disparte.
Ed ora il diario di viaggio. In India ho seguito il
seguente itinerario di massima: Chennai – Mysore – Cochin
– Kanniyakumari – Madurai – Podicherry – Mamallapuram
– Chennai
25 dicembre:
Roma – Francoforte – Chennai
Raggiungo l’India volando con la Lufthansa via
Francoforte. All’aeroporto di Chennai, passata la mezzanotte,
trovo ad attendermi il tassista dell’hotel Pandian, prenotato
tramite Internet.
26 dicembre:
Chennai – treno per Mysore
Al Government Museum (250 rupie l’ingresso per
gli stranieri!), dopo la confusa successione di statue delle varie dinastie,
mi godo la galleria dei bronzi. Le rappresentazioni delle divinità
sono affascinanti: mi colpiscono una serie di sensuali Parvati, dai
fianchi stretti e il seno prominente, ma il vero capolavoro è
la statua di Nataraja, lo Shiva Danzante tanto popolare qui al sud.
La figura armoniosa poggia solo sulla gamba destra che schiaccia un
demone con un cobra in mano. Il corpo si torce in un cerchio di fiamme,
fissato in una posa della danza, con i lunghi capelli che formano un
ventaglio attorno alla testa perfettamente frontale. Il dio indossa
anelli, braccialetti e cavigliere, ma è praticamente nudo con
le collane attorno alla vita che non celano il sedere muscoloso. Altrettanto
affascinante è la statua di Ardhanariswara, rappresentazione
duale di Shiva e Parvati. La metà destra, maschile, e quella
sinistra, femminile, si fondono armoniosamente: il seno della dea lascia
il posto al petto muscoloso del dio mentre da dietro il contrasto tra
la spalla possente di Shiva e il fianco stretto di Parvati appare più
accentuato.
Una lunga passeggiata attraverso strade affollate e
spesso maleodoranti, mi porta fino al Fort George, il primo insediamento
britannico in India. La bandiera nazionale svettante su una lunga asta
segnala l’ingresso al complesso, oggi sede di uffici e ministeri.
L’edificio principale, il Fort House, si distingue per la sua
architettura neoclassica con le colonne di marmo nero che contrastano
con la bianca facciata. A fianco il Fort Museum ospita una piccola raccolta
di ricordi dell’epoca coloniale ed una serie d’interessanti
acqueforti di fine 700 dei Daniells, ammirate qualche mese fa a Roma
in una mostra alle Scuderie del Quirinale. Oltre alle architetture della
regione, mi colpiscono le rappresentazioni dello sbarco a Madras di
nobildonne inglesi vestite di tutto punto con una schiera di locali
seminudi impegnati a trasportarle su palanchini senza farle bagnare!
A Chennai le donne indossano il sari mentre la maggioranza
degli uomini veste all’occidentale anche se alcuni portano il
dhoti, il tradizionale panno avvolto intorno alla vita e ripiegato davanti.
Marina Beach è il simbolo delle contraddizioni
di Chennai: una spiaggia immensa, larga centinaia di metri, potrebbe
essere un posto da favola mentre invece è attraversata da canali
maleodoranti pieni di spazzatura beccata da grossi corvi neri. Un monumento
custodisce la tomba dell’amatissimo primo ministro del Tamil Nadu
durante gli anni ottanta, un attore noto per la sua corruzione. Donne
con sari dagli splendidi colori accompagnano sulla spiaggia bambine
con il vestito della festa mentre gli uomini si arrotolano i pantaloni
e “affrontano” le onde dell’oceano. Esattamente un
anno fa la festa popolare di tutti i giorni si trasformò in tragedia
quando l’onda dello tsunami travolse la gente sulla spiaggia.
Come sempre e ancora di più in un paese induista, il ciclo della
vita è ripreso e tutto è tornato come prima con i bambini
che si rincorrono sulla battigia fuggendo le onde “normali”
di questo pomeriggio. Proseguo la passeggiata verso sud; la sterminata
distesa di sabbia è un’oasi di pace dopo il caos della
città. Le barche dei pescatori sono tirate in secca a riva; un
bianco edificio ricorda nel nome, The Ice House, il suo impiego nell’Ottocento
da parte di una società che importava in India il ghiaccio dei
paesi freddi!
Un’imponente gopura d’inizio novecento è
ricoperta da una selva di statue vivacemente colorate; donne dai brillanti
costumi suonano strumenti a corda. Il tempio di Kapalishvara a Mylapore
ricorda la trasformazione di Parvati in una femmina di pavone e un altare,
vicino all’albero dove avvenne la metamorfosi, la rappresenta
in questa forma mentre adora il linga. Bramini a torso nudo si affacciano
dai vari santuari con un braciere dal quale i fedeli pescano la cenere
da porre sulla fronte. Nel santuario principale l’ingresso è
proibito ai non indù, ma ecco uscire musicanti con tamburi e
una lunga tromba. Tutti si alzano in piedi mentre dalla porta spalancata
s’intravede un gran fumo, rotto dalle luci dei moccoli. I bramini
agitano torce e corone di fiamme mentre i fedeli all’esterno alzano
le mani sopra la testa. Tace la musica e la preghiera di un bramino
conclude la cerimonia. Alcune donne prendono delle lucerne e le fanno
ruotare davanti alla porta prima di riporle su un tavolo. Un signore
distinto, vestito all’occidentale, siede con le gambe incrociate
e le mani con indici e pollici uniti, assorto in una profonda meditazione;
poi compie una serie di prostrazioni, si alza e se ne và. Poco
dopo la cerimonia si ripete in un altro tempio: questa volta la visuale
è perfetta ma il significato dei gesti (bracieri accesi uno dopo
l’altro, candelabri di moccoli fatti ruotare) ugualmente oscuro.
Si è fatto buio e la selva di statue della gopura d’ingresso
è illuminata dalla luce artificiale, con tanto d’insegna
al neon. Cerco di dipanare la matassa ma anche questa volta il significato
rimane arcano (riesco a malapena a riconoscere qualche Khrishna dall’incarnato
blu!?). Nonostante l’affollamento, il risultato non è pacchiano.
La bianca massa gotica della chiesa romana di Mylapore,
dedicata a San Tommaso Apostolo evangelizzatore dell’India, fa
un bel contrasto con il ricordo dei colori del tempio indù. All’interno
il soffitto a crociera è in legno come una sorta di carena di
nave rovesciata. In fondo al presbiterio Gesù in croce è
completamente vestito con una corona da re sulla testa. Il guidatore
di risciò s’informa se sono indù o cristiano e poi
mi fa gli auguri di Natale.
Il biglietto del treno notturno per Mysore acquistato
su Internet è stato recapitato all’albergo come richiesto
e il mio nome figura nella lista dei passeggeri attaccata alla porta
della carrozza. Ho scelto una sistemazione 3-tier, tre livelli di cuccette.
Sono in compagnia di una famiglia indiana; come altri membri della middle
class incontrati in aereo, genitori e figli parlano tra loro in inglese.
La notte in treno trascorre tranquilla e nella mia cuccetta superiore
riesco a dormire abbastanza bene. Al mattino il treno è in ritardo
e ne approfitto per osservare le campagne del sud, distese di campi
coltivati spesso dall’aspetto brullo, cosparse di alberi di palme.
27 dicembre:
Mysore
Il palazzo del maharajah a Mysore, costruito all’inizio
del novecento, si presenta come un vasto edificio di stile eclettico.
Il loggiato frontale con gli archi trilobati alleggerisce notevolmente
la struttura piatta, movimentata verticalmente da loggette con cupole
rosse di stile mogul e da una specie di campanile centrale, chiuso da
una cupola dorata con tanto di lanterna. La visita degli interni non
è confortevole per la folla di turisti locali ma per fortuna
gli spazi sono ampi e i ventilatori sui soffitti rinfrescano gli ambienti.
La Durbar Hall è una vasta sala divisa da pilastri formati da
colonne affiancate, dipinta con colori pastello; da un lato si apre
sul giardino attraverso una specie di teatro con gradinate. Gli archi
trilobati danno un tocco islamico ma l’impressione generale è
troppo moderna e perfetta. Molto carino è invece il lato aperto
sul giardino, ideale per le grandi cerimonie del maharajah.
Il Devaraja Market è considerato uno tra i più
interessanti dell’India del sud. Il mercato ortofrutticolo è
un vero tripudio di colori; un vecchio siede davanti ad una montagna
di zucche dalle forme svariate, alcune lunghe fino ad un metro. Una
sezione è dedicata ai prodotti ricavati dalla lavorazione del
sandalo, profumi ed essenze, mentre su altre bancarelle spiccano i coloratissimi
mucchietti di polvere di kumkum, utilizzata dagli indiani per segnarsi
la fronte. Mentre mi aggiro nel vasto complesso la mia presenza non
passa inosservata: giovani procacciatori cercano di portarmi al loro
negozio, alcuni adducendo il pretesto di farsi tradurre degli scritti
in italiano. L’effetto del turismo è evidente, compensato
dai continui scorci pittoreschi che sollecitano l’istinto del
fotografo.
Seguendo i consigli delle guide cerco di farmi portare
in vetta alla Chamundi Hill per affrontare i mille gradini in discesa
ma non riesco a convincere l’autista del risciò. Devo quindi
rassegnarmi alla lunga ascesa come un pellegrino. Unica attrazione dopo
700 gradini una maestosa statua monolitica del bue Nandi, scolpita in
un blocco di granito. In vetta spicca la gopura del tempio, alta 40
metri, questa volta sobriamente color crema ma sormontata da due corni
d’oro inframmezzati da puntali. L’interno (pago 10 rupie
per evitare la fila) è affollato di fedeli. I riti sono molteplici:
s’inizia toccando due piedini d’argento su un altare dorato
con un bassorilievo di Nandi; si prosegue nella cella sfiorando la fiamma
del braciere tenuto dal solito bramino a torso nudo e poi portando le
mani sulla fronte. Facendo il giro attorno al santuario centrale ci
si cosparge la fronte con la cenere presa da un altare e poi si poggia
devotamente la testa su un punto preciso del muro perimetrale.
Sulla spianata in cima alla collina si trova un altro paio di templi;
uno dall’aspetto antico è in restauro, con il santuario
avvolto da impalcature di legno. Mi infilo ugualmente all’interno,
invitato da un operaio; la cella dal soffitto basso è retta da
colonna formate da anelli concentrici.
Una lunga fila di bancarelle collega il tempio principale al Godly Museum,
una stanza dove dipinti e pupazzi illustrano la tragica situazione dell’umanità
prossima alla sua fine: il ciclo cosmico ha ormai raggiunto l’età
della decadenza e Dio provvederà a riavviare il tutto con una
nuova età dell’oro non prima però di avere distrutto
l’umanità corrotta. In una visione sincretica non manca
un’immagine di Cristo in croce.
E’ l’ora del tramonto ma la città più in basso
è offuscata dal sole frontale. Le scimmie scese dai tetti del
tempio si aggirano tra la gente mentre qualche mucca bruca le cartacce,
agitando la coda.
28 dicembre:
Somnathpur – Mysore – bus per Ernakulam
Il bus per Bannur viaggia in mezzo alla campagna correndo
su strade piene di buche. Sono l’unico straniero ma mentre soffro
per i continui sobbalzi, gli indiani leggono tranquillamente il giornale.
A Bannur salgo su un risciò per Somnathpur ma dopo qualche metro
il motore si spegne; la candela di scorta si rivela inutile e devo cambiare
mezzo. Attraversiamo alcuni villaggi di capanne di stuoie e qualche
casa in muratura, alcune addirittura con tanto di bella veranda. Lungo
la strada procedono carretti trainati da buoi.
Il tempio di Somnathpur, uno dei tre capolavori lasciati dalla dinastia
Hoysalas, è un tripudio di sculture. Un recinto con portico colonnato
racchiude il complesso mentre il tempio centrale di piccole dimensioni
è interamente ricoperto di bassorilievi. Su una piattaforma a
stella sorge una struttura “a tre picchi”, con una torre
sopra ciascuna cella. Tutta la parte inferiore dell’edificio è
ricoperta da fasce continue di bassorilievi: la più bassa rappresenta
una processione di elefanti incolonnati come formiche, la successiva
una di cavalieri. Seguono poi scene tratte dal Ramayna e dal Mahabharata:
eserciti che sfilano, scene apparentemente di vita comune (una donna
allatta un bambino, altre trasportano cibo sulla testa), santoni in
meditazione, una caccia al cervo. In corrispondenza delle torri la struttura
si arricchisce con altre fasce; sopra, le varie divinità sono
scolpite più grandi. Ascoltando la guida di un gruppo di francesi,
apprendo che sono presenti un po’ tutte le più importanti,
intervallate da donne formose dalle tette rotonde (non manca nemmeno
il raro Brama, un “signore” barbuto con tre facce). L’interno
è altrettanto affascinante: l’ambiente scuro è tutto
in pietra nera con colonne che sembrano lavorate al tornio. Dalle cupolette
sul soffitto pendono decorazioni in pietra che ricordano un fallo mentre
in ciascuna delle tre celle è collocata una statua di Vishnu
nelle rappresentazioni di Keshava (il più anziano, al centro,
con quattro braccia che reggono ciascuna uno scettro), Venugopala (a
destra, sempre con quattro scettri ma questa volta uno poggiato per
terra) e Jagannath (a sinistra, nell’atto di danzare e suonare
il flauto). Quest’ultima figura molto bella e aggraziata, rispetto
alle altre due statiche, presenta orecchini, collane, un gonnellino,
cavigliere e una profusione di anelli. Mi fermo ad ammirare l’ambiente,
l’armonia dell’unico colore nero e il fascino delle colonne
che sembrano trasformate in pietra dall’argilla o dal legno.
Per tornare a Bannur prendo il bus pubblico (5 rupie contro le 60 del
risciò dell’andata). E’ affollatissimo ma gli indiani
anziché imprecare schiacciati nella calca sorridono divertiti.
L’autista del bus Bannur – Mysore è molto più
tranquillo del collega dell’andata mentre il mio vicino è
interessatissimo alla Rough Guide. I colori vivaci dei sari delle donne
ravvivano l’atmosfera.
Tornato a Mysore, pranzo all’Om Shanti dell’Hotel
Siddartha dove gusto uno squisito South Indian Thali. Si tratta di un
pasto completo, naturalmente vegetariano, con varie salsette a base
di verdure, zuppa di ceci, ecc., accompagnate dal chapati e dal riso.
I sapori sono squisiti, non troppo speziati come spesso accade al nord.
Dopo pranzo passeggio per Mysore raggiungendo l’Indira Gandhi
Rashtriya dove un’esposizione è dedicata all’arte
folcloristica della regione, insieme ad alcune interessanti fotografie
di primitive pitture rupestri trovate in vari siti sparsi per l’India.
Al Cauvery Arts & Craft Emporium, emporio di stato, i prezzi non
saranno i più convenienti ma si può fare shopping tranquilli
senza l’assillo dei venditori. Alcuni tavoli intarsiati in legno
sono stati già venduti e presto saranno spediti in America (i
prezzi si aggirano sui 2000 euro); sono massicci e con belle rappresentazioni
colorate sul piano. La mia spesa è molto più limitata:
il sandalo è il legno tradizionale di Mysore e così acquisto
un profumo, un paio di maschere per il viso e di bustine per profumare
armadi, tutti all’essenza di sandalo.
Il Jaganmohan Palace era la residenza dei maharajah nell’ottocento,
prima della costruzione del nuovo palazzo. Oggi ospita un’Art
Gallery con ricordi legati al passato, tra i quali foto in bianco e
nero della Dussehra, la celebre festa di Mysore. I quadri che ritraggono
le storie del Ramayana con lo stile occidentale mi dicono ben poco;
più interessante è l’ultimo piano, con lunghi strumenti
musicali a corda (tanduri e sitar) e centrini a croce che fungono da
scacchiere accompagnate da pezzi da gioco in osso.
Per cena scelgo il Park Lane Hotel dove la scelta non è limitata
alla cucina indiana; mi aspetta una notte in bus e vorrei mantenermi
leggero, per cui mi “limito” a un pork noodle. Il ristorante
è ospitato in uno scenografico roof garden e sembra molto apprezzato
dagli stranieri (non manca l’albero di Natale). Vasi di piante
pendono dal pergolato, le candele sui tavoli creano un’atmosfera
soffusa ma è la mia prima cena interamente circondato da turisti
e mi fa uno strano effetto.
La partenza del bus notturno per Ernakulam è
fissata alle 21:15 ma appena salito a bordo vengo fatto scendere perché
si tratta della corsa precedente in ritardo. Il mio bus arriverà
solo dopo un bel po’ e alla fine partirà con un’ora
di ritardo. Lo spazio tra i sedili reclinabili è abbastanza confortevole
ma le mie capacità di dormire in queste situazioni sono molto
scarse e passerò una notte insonne. La maggioranza dei passeggeri
è locale ma non manca qualche turista. Nel cuore della notte
ci fermiamo per una pausa. Apro gli occhi e mi si offre uno spettacolo
surreale: ci troviamo in cima ad un passo e sotto di me si scorgono
centinaia di coppie di fari. La discesa, infatti, sarà una continua
successione di tornanti intasati da un’impressionante colonna
di camion.
29 dicembre:
Ernakulam – Mattancherry – Fort Cochin – Ernakulam
Alle nove del mattino siamo ad Ernakulam. Mi sistemo
all’Hotel Luciya, a fianco della stazione degli autobus, visto
che domani dovrò ripartire in bus la mattina presto. La stanza
è una singola spartana e costa solo 165 rupie, il prezzo più
basso del viaggio.
Ernakulam è la parte moderna di una città estesa sulle
isole e penisole di una baia. Per raggiungere i quartieri storici mi
imbarco sul traghetto di linea (3,65 rupie!), iniziando la visita da
Mattancherry. Le case del vecchio quartiere ebraico sono tutte occupate
da negozi di antichità e souvenir ma l’aspetto delle abitazioni
con i tetti di tegole è rimasto caratteristico. Gli ebrei hanno
vissuto in questa regione dell’India per millenni; i primi problemi
sono iniziati con l’arrivo dei portoghesi finché negli
anni cinquanta del novecento sono emigrati quasi tutti in Israele. Rimane
a ricordarli la sinagoga affiancata da una graziosa torre con orologio.
L’interno presenta un miscuglio di stili, dalle mattonelle bianche
e blu dipinte da mani cinesi, ai lampadari a gocce europei.
Il palazzo di Mattancherry fu costruito dai portoghesi ma rimaneggiato
dagli olandesi per poi tornare residenza dei maharajah. I dipinti murali
al suo interno sono attraenti ma spesso di difficile lettura per la
luce infelice e il groviglio di figure. In una sala sono rappresentati
episodi del Ramayana, dalla nascita degli eroi “in presa diretta”,
alla battaglia finale con il demone in primo piano armato di archi dalle
molte frecce. Più semplice è la comprensione delle rappresentazioni
a sfondo erotico della camera da letto delle donne. Shiva amoreggia
con Vishnu nella sua forma femminile, suscitando l’ira di Parvati;
Khrishna è sdraiato circondato da provocanti pastorelle; Shiva
tiene Parvati sulle ginocchia toccandole un capezzolo (tutti i personaggi
femminili si distinguono come al solito per il seno rotondo).
Raggiunto Fort Cochin in risciò, pranzo ad un
chiosco vicino le fishing net ma il grilled fish prima è poco
cotto poi dopo che lo ho rimandato indietro troppo secco. Le fishing
net sono veramente imponenti: introdotte nel quattrocento dai cinesi,
funzionano in base ad un sistema di leve e corde che per essere azionato
necessita fino a dieci uomini. La spiaggia invece è un letamaio
pieno di spazzatura; significativamente i gabbiani sono assenti, sostituiti
dai corvi a loro agio in questa situazione. Uno dei posti tanto decantati
è quindi una delusione tremenda.
La chiesa di San Francesco è considerata la più antica
dell’India: anche qui per entrare bisogna togliersi le scarpe
(sincretismo religioso?!). L’interno è spoglio con arcuate
capriate di legno che sostengono il tetto in lamiera. In un angolo un
grande albero addobbato ricorda il Natale. Agli indiani deve sembrare
un oggetto esotico e un ragazzo si fa fotografare davanti.
Passeggiando per Fort Cochin sembra di essere in un angolo d’Europa
con le case dai tetti di tegole e le persiane. Una palazzina imbiancata
è considerata la residenza di Vasco de Gama che morì a
Cochin e fu sepolto nella chiesa di San Francesco prima di essere portato
a Lisbona. Il portoghese fu un violento sterminatore ed il cinquecentesimo
anniversario del suo arrivo in India provocò qualche anno fa
molte polemiche. Numerosi sono anche i bungalow con verande e porticati,
circondati da giardini, ma basta fare pochi passi per ritrovare i cumuli
di spazzatura. Tutto sommato sono da troppo poco in India per cercare
già la vecchia Europa.
La giornata veramente calda richiede una sosta ristoratrice: ai tavoli
del Kashi Art Cafè, piacevolmente ombreggiati da una tettoia
di legno, sono circondato da ragazze bionde; sono forse tornati gli
olandesi? Buoni sia la torta al cioccolato che il caffè espresso;
un’oasi di pace il locale con musica soffusa in sottofondo e alle
pareti dipinti di artisti contemporanei. Ripenso alla delusione di Cochin:
anche la baia con le incombenti installazioni del porto sembra avere
perso il fascino che tanto aveva colpito Pierre Loti, viaggiatore d’inizio
novecento.
Alle cinque del
pomeriggio raggiungo il teatro per il make-up anche se lo spettacolo
inizierà solo alle sei e mezzo. Il Kathakali è una forma
di teatro tradizionale del Kerala con rappresentazioni tratte dalla
mitologia. Il trucco è importantissimo perché consente
di riconoscere i personaggi. Un giovane attore è sdraiato per
terra con il truccatore in azione: il suo volto è già
rosso, con gli occhi e la bocca neri ma ora è il momento di aggiungere
con un pennello le strisce bianche. Rappresenterà il cattivo
Dussasana, secondo dei fratelli Kaurava; altri tre personaggi per il
momento provvedono al trucco da soli. Si tratta di Khrishna con il viso
dipinto di verde, Bhima secondo dei fratelli Pandava nella sua forma
furiosa e Panchali, moglie dei cinque Pandava con il volto giallo e
gli occhi neri. Il trucco di Dussasana si complica: vengono aggiunte
delle creste bianche intorno alla faccia. Finito il trattamento, il
truccatore passa uno ad uno agli altri personaggi.
Finalmente ha inizio la rappresentazione, tratta dal Mahabarata. Panchali
viene umiliata da Dussasana, che vorrebbe addirittura toglierle i vestiti
ma Khrishna le dona delle vesti magiche per coprire le nudità.
La donna (rappresentata da un uomo) giura vendetta: si laverà
i capelli con il sangue del suo aguzzino. Nella successiva battaglia
Bhima mette in atto la vendetta squarciando il petto del nemico: la
rappresentazione è molto cruenta con Bhima che si tinge le mani
di rosso con l’ausilio di un aiutante (per la verità piuttosto
pasticcione) ed estrae le interiora del nemico. Bhima con le mani grondanti
di sangue lava i capelli della moglie ma alla fine si pente della sua
spietatezza e si rivolge a Khrishna che lo consola dicendogli che ha
fatto solo la volontà di Dio. La rappresentazione è accompagnata
dal suono ritmato di tamburi e piatti mentre i personaggi esprimono
i loro stati d’animo con la mimica del viso e i gesti delle dita.
I costumi sono molto belli e colorati e l’effetto pittoresco anche
se un po’ turistico.
Ceno all’Old Port accanto al teatro con un buon masala fish.
30 dicembre: Ernakulam – Alappuzha – crociera sulle
backwaters – Kollam – Varkala
Sveglia alle sei; dopo un’ora e mezzo di bus raggiungo
Alappuzha, punto di partenza della crociera sulle backwaters fino a
Kollam. Scelgo la soluzione più semplice, il battello turistico
a due ponti (300 rupie). Nell’attesa della partenza raggiungo
un piccolo tempio sul viale principale; è l’ora della cerimonia
mattutina ed i fedeli arrivando si disegnano il terzo occhio con la
polvere colorata. Un bramino apre la porta della cella e dietro appare
la statua dorata della divinità con ghirlande di fiori al collo
ma dopo avere distribuito con un bricco l’acqua ai fedeli, la
porta viene richiusa. Dopo qualche minuto di rullio di un tamburo, la
porta si riapre e il bramino questa volta passa una lucerna davanti
al dio. Segue un’innaffiata d’acqua sui fedeli e poi la
distribuzione di petali di fiori. Terminata la cerimonia, la porta della
cella rimane aperta e continuano a sopraggiungere fedeli per una rapida
preghiera, una rinfrescata all’occhio e qualche petalo.
Al bazar acquisto da un ambulante un pettinino di corno per sole 20
rupie. Si tratta del primo affare della giornata e quindi bacia i soldi
e si tocca la fronte.
Le strisce di palme e banani in mezzo alle acque, le
macchie verdissime delle risaie, gli uomini che si lavano, le donne
che fanno il bucato, le capanne su lingue di terra: lo spettacolo delle
backwaters scorre davanti ai miei occhi mentre viaggio sul traghetto
per turisti Alappuzha-Kollam. Una casa in muratura tinta di rosa con
il tetto di tegole si affaccia sul canale; dietro brilla il verde di
una sterminata risaia; uomini come puntini bianchi affondano curvi nelle
coltivazioni. I canali, le tradizionali vie di comunicazione della regione,
sono ampi come autostrade. Mi rimane il disappunto di non avere il tempo
per un’escursione nei rami secondari, tra i villaggi di questa
gente che vive nell’acqua. Proseguono le attività della
giornata: un uomo porta una grossa fascina sulla testa, un pescatore
con l’acqua fino alla cintola sbarca il frutto della mattinata.
Incrociamo varie kettu valam (house boat), le tradizionali imbarcazioni,
sorta di case galleggianti di giunco.
Non mi trovo certo nel paese del buon selvaggio: non mancano gli elementi
di modernità, una piccola draga a motore, i tralicci della corrente
elettrica, un resort con un traghetto ancorato davanti ma per fortuna
sono incontri rari e discreti, a volte necessari per salvaguardare la
terra (come i bassi muretti di protezione in pietra). Ci fermiamo a
raccogliere due turisti italiani che hanno trascorso la notte in un
villaggio. Falce e martello dipinti su una parete ricordano che il Kerala
è stato il primo stato ad eleggere democraticamente un governo
comunista. C’infiliamo in un canale più stretto con tanto
di segnalazione stradale per Kollam. Un paio di ponti stradali scavalcano
le acque marroni; case e villaggi hanno l’aspetto molto più
moderno. Cambiamo canale e questa volta siamo circondati da una fitta
vegetazione. Le risaie sono scomparse e le palme regnano incontrastate;
alcune si allungano protendendosi verso l’acqua. Per il pranzo
ci fermiamo ad un resort dove ci vengono serviti, su una foglia di banano,
verdure e mango, delicate salsine con le quali condire il riso e un
pesce alla griglia.
La navigazione riprende passando un tratto larghissimo; ormai abbiamo
superato la chiusa che separa le acque dolci da quelle salate. Centinaia
di fishing net sembrano renderci omaggio, piegate in un inchino, mentre
le attraversiamo schierate in doppia fila. Molte sono il trespolo ideale
per bianchi e slanciati uccelli dal becco nero a punta; in alto volteggiano
numerosi falchetti, splendidi con le ali spiegate al vento, la testa
bianca e il corpo bruno.
Procediamo lentamente lungo un canale dalle acque verdissime e poco
profonde. A destra opere di contenimento a protezione dalla forza del
mare, a sinistra palme illuminate dalla bassa luce del tardo pomeriggio.
La navigazione lentissima induce una grande serenità allietata
dalla luce del sorriso dei bambini che strillano “Please one pen!”.
Si riaprono le backwater, il sole è al tramonto e i pescatori
calano le reti. Con le barchette si avvicinano ai quattro bastoni delle
fishing net e attaccano la rete mentre gli uccelli si scatenano, pronti
a cogliere l’occasione. Il disco infuocato del sole comincia a
scomparire dietro le palme lontane e subito dopo le acque si aprono
in un grande lago che presto sarà scavalcato dal ponte di cemento
in costruzione. La facciata rosa di una chiesa cristiana spunta tra
le palme; è una delle tante osservate durante la navigazione.
Temevo che la crociera fosse troppo turistica, troppo imperniate sulle
direttrici principali ma non è stato così. Le nove ore
di navigazione sono state entusiasmanti, una successione di paesaggi
diversi con il filo conduttore dell’acqua e delle palme.
Siedo nell’attesa del grilled fish al Kerala Coffee
House di Varkala, lontano dall’India dei templi e delle vacche
sacre. Su una lunga scogliera a picco sul mare, è stato costruito
un vero “villaggio turistico”: lungo la passeggiata pedonale,
si allineano ristoranti e beach resort, un vero paradiso per il vacanziere.
Potrei essere in qualsiasi parte del mondo, in un centro del circuito
internazionale del turismo; difficile giudicare al buio sulla “qualità
del mare” ma almeno le strutture ricettive sembrano piacevoli
e di basso impatto.
Sono arrivato tardi in modo un po’ avventuroso: da Kollam non
c’erano bus per Varkala, situata fuori dalla direttrice principale.
Insieme con uno sparuto nugolo d’occidentali ho preso quindi un
bus per Kallambalam, seguendo le indicazioni dei locali per individuare
la fermata giusta tra le tante; un secondo bus fino alla stazione di
Varkala, una corsa in risciò fino all’helipad e, una volta
imboccata la passeggiata pedonale lungo il cliff, ecco sparita l’India.
Sono quasi le nove di sera, domani è l’ultimo dell’anno
e tutti i resort sono pieni. Rinuncio alla pretesa di una bamboo hut
ma insisto nella ricerca. Gli indiani sono gentili e prodighi di suggerimenti;
un tizio mi accompagna attraverso le buie stradine dell’interno
dove ho qualche speranza di trovare un alloggio. Alla fine la ricerca
ha successo e mi sistemo al Sun & Sand in un’ampia camera
doppia.
Per cena scelgo il Kerala Coffee House. I tavoli all’aperto sono
illuminati da candele; stelle lampeggianti di carta e un gabbiotto di
bamboo su una palma rallegrano l’ambiente mentre la musica in
sottofondo è decisamente occidentale. Nel frattempo il pesce
ordinato non si vede, speriamo che sia all’altezza del prezzo
notevolmente superiore a quello delle cene passate!
Alla fine l’attesa è ripagata da un buon pesce alla griglia,
insaporito da aglio e qualcos’altro.
31 dicembre:
Varkala – Kanniyakumari
Questa mattina il mare Arabico è una tavola azzurra
che, raggiungendo la spiaggia sotto il cliff, si frange in onde lunghe
e roboanti. La giornata luminosa esalta i colori del paesaggio e le
tonalità rossastre delle rocce. Qualche “adoratore del
sole” è già in azione laggiù in basso sulla
spiaggia mentre io decido di concedermi una mattinata di tutto relax.
Inizio facendo colazione all’Oottupura Vegetarian Restaurant,
seduto ad ammirare l’oceano. Il ristorante è vuoto ma il
servizio lento come già ieri sera a cena. Varkala sta facendo
grossi passi per diventare un polo turistico: ormai il cliff è
interamente occupato mentre all’interno fervono i lavori di costruzione.
Qualche dettaglio però deve ancora essere migliorato: ieri sera
è mancata la corrente ed ho tremato perché senza l’azione
delle pale del ventilatore sul soffitto la stanza era un forno. Per
fortuna più tardi è tornata anche se questa mattina mancava
di nuovo. Se si vuole attrarre un certo tipo di turismo, bisogna fare
attenzione a questi particolari!
In giro si vedono pochi stranieri (staranno ancora tutti dormendo!?);
sulla passeggiata pedonale sfrecciano i risciò e qualche immacolata
Ambassador. Finalmente arriva l’idly, tre palle di mollica di
riso da intingere in due salsette speziate, una bianca e una rossa con
ortaggi e ceci. A ruota segue il wheat puttu con miele, latte e banana
(buono ma avrei gradito più miele).
Un santone, dalla barba bianca e una lunga collana sul
torso nudo, siede sulla sabbia officiando un rito per una giovane donna.
Questo settore della spiaggia mi riporta in India. La sezione sotto
il cliff è frequentata dagli occidentali amanti della tintarella
ma a qualche centinaio di metri ecco di nuovo gli indiani. Molti vestono
di giallo, i sari delle donne sono vivacissimi. Nel frattempo i petali
consacrati con la preghiera vengono posti in una foglia di banano. La
donna si prostra davanti ad essi e il santone si alza: gli involtini
sono pronti ed entrambi si avviano verso l’acqua tenendoli sopra
la testa. Arrivati sulla battigia lanciano tutto in acqua volgendo le
spalle al mare. Intorno le donne timorose si “rimboccano”
i sari per bagnarsi piedi e caviglie, mentre gli uomini con un panno
intorno alla vita si lanciano in acqua scherzando e giocando. L’atmosfera
è di festa e tutti sembrano divertirsi.
L’attesa alla stazione è stata lunga: sono
arrivato con un’ora d’anticipo, preoccupato dalla fila alla
biglietteria, ma il treno diretto per Kanniyakumari, proveniente dalla
lontana Bombay, era annunciato con un ritardo sempre maggiore, riportato
su una lavagna più volte cancellata e riscritta. Nell’attesa
ho fatto un po’ di conversazione con un indiano: ha 30 anni, è
sposato con una bambina. E’ stupefatto che in Italia guadagniamo
1000/1500 euro ma non ci avanzano montagne di denaro ogni mese. La stazione
è piena di pellegrini con vesti gialle, accorsi a Varkala per
la festa che si è tenuta nel tempio.
Finalmente con due ore di ritardo arriva il treno; con il mio biglietto
di seconda classe, il più economico, salgo su una vettura “AC
3 tier”, tanto mi hanno assicurato che nessuno controlla. Del
resto il treno è molto lungo e raggiungere le affollatissime
vetture di seconda classe sarebbe un’impresa. Saranno i postumi
di Varkala ma ho voglia di stare comodo e approfittare della carrozza
vuota sulla quale sono salito casualmente. Passano pochi minuti ed ecco
il controllore! Mi chiede se voglio rimanere dove siedo e alla mia risposta
affermativa provvede a farmi pagare la differenza di 164 rupie.
Mi sposto nel passaggio tra le carrozze per eludere i vetri fumé
e godermi il paesaggio dalla porta spalancata (tutti i mezzi in India
viaggiano con le porte aperte!). Palme e banani fittissimi ricoprono
tutta la piana fino alle montagne che corrono più dietro. Passano
i chilometri e gli alberi si diradano lasciando il posto a risaie verdissime.
E’ l’ora che volge al tramonto, quando tutto si anima; uomini
e donne fanno il bagno in fiumi e laghetti scrollandosi di dosso il
sudore e la fatica di una giornata. Mi sento un po’ strano, unico
passeggero nella carrozza ormai sigillata; anche l’addetto alle
pulizie ha finito la sua opera, piegate coperte e lenzuola, riposti
tutti i cuscini. Il treno con me al suo interno è un corpo estraneo
nel rigoglio tropicale dell’estremità meridionale dell’India.
Attraversiamo alcuni villaggi di case in muratura con il tetto di rami
e fogliame dall’aspetto più misero ma la gente mi appare
sempre dignitosa. La loro pelle è scurissima, segno di un’origine
dravidica non indoeuropea, antica e remota quanto la loro religione.
Ormai il tramonto sui mari di Kanniyakumari è perso ma il disco
infuocato e le nuvole “arrossite” sulla linea delle palme
sembrano volermi consolare.
Nel tempio di Kanniyakumari gli uomini devono entrare
a torso nudo. Vengo subito intercettato da un tizio che si offre di
istruirmi. Mi tolgo la maglietta ed entro seguendo i suoi passi. Scavalchiamo
tutte le file, ma la corsa di sala in sala mi impedisce di gustarmi
l’architettura del tempio in pietra nera. Molti pilastri recano
bassorilievi di divinità ma il mio accompagnatore ha fretta di
farmi compiere il giro per consumare il cerimoniale. Acquisto dell’olio
che verso su una fiaccola; passiamo al volo in una stanza con quattro
colonne dorate, girando poi intorno al sancta sanctorum decorato esternamente
da bassorilievi. Nuova tappa davanti ad una nicchia con statua; prendo
un piatto di metallo con cinque moccoli che accendo da una fiaccola,
facendo poi compiere al piatto una serie di cerchi davanti alla divinità.
Sempre istruito dal mio precettore, lascio un moccolo da una parte e
il piatto con i restanti quattro da un’altra. Ma è tempo
di scappare: riprendiamo la corsa sbucando all’aperto e concludiamo
il tour con tre genuflessioni fino a toccare con la testa un gradino.
Naturalmente è giunto il momento di “premiare” il
mio tutore e devo sborsare 150 rupie. Il fascino del rito, già
rovinato dalla corsa nella “corsia preferenziale”, è
del tutto andato (che mercimonio, tutto il mondo è paese!).
Ceno insieme ai locali all’Hotel Saravana davanti al tempio, evitando
il cenone di fine anno on the roof dell’Hotel Maadhni dove alloggio.
Mi viene servito un thali suntuoso; il cameriere ammiccante mi voleva
indirizzare sui celebri piatti del nord ma qui nella punta meridionale
dell’India non potevo rinunciare al piatto tipico del sud. Il
riso è accompagnato da una decina di ciotoline, un trionfo della
cucina vegetariana: patate, lenticchie, ceci, un intruglio giallo buonissimo
e tanti altri ancora, tutti speziati e saporiti. Non mancano un paio
di brodini. Butto il riso al centro del grande piatto e provvedo a innaffiarlo.
Concludo con lassi dolce.
1 gennaio: Kanniyakumari – Madurai
Dalla terrazza sopra l’albergo si domina l’oriente;
salgo per assistere alla prima alba del nuovo anno. L’edificio
si staglia come un gigante sulle casette del paese più in basso.
Molte sono dipinte con l’azzurro dei bramini; i tetti di tegole
si alternano a quelli di paglia. Solo qualche scogliera protegge queste
case dal mare; le barche prive di un ricovero sono tirate in secca sulla
spiaggetta. Quale deve essere stata la devastazione dello tsunami lo
scorso anno quando l’onda enorme sopraggiunse proprio da quel
oriente verso il quale sono affacciato! A destra, oltre la punta, due
isolotti rocciosi sono sormontati da una sorta di Statua della Libertà,
in realtà un poeta santo tamil, e dall’edificio con cupola
del Vivekanda Memorial. Sul lato opposto la notevole massa di una chiesa
protende il suo gotico campanile. La vista è affascinante, unico
assente il sole nascosto dalle nuvole basse sull’orizzonte. Spira
un vento fortissimo e sono l’unico occidentale insieme a numerosi
locali che vogliono vedere l’alba del 2006. La terrazza è
stata utilizzata per il veglione e i resti si vedono ancora in giro.
Finalmente il sole scavalca la barriera di nuvole e già forte
lancia i suoi raggi sul nuovo anno.
Torno in stanza per recuperare un po’ di sonno ma più tardi
sono nuovamente sulla terrazza per ammirare il panorama alla luce del
giorno. Il fascino del luogo è accresciuto dal pensiero che mi
trovo sulla punta meridionale dell’India, al confine di un mondo
e di una cultura così vasti e affascinanti.
Per colazione torno all’Hotel Saravana dove ordino
la quintessenza della cucina del sud: idly (dolce di riso bollito) e
vadai (torta di lenticchie), accompagnati da un lassi dolce.
Kanniyakumari è una città piacevole, situata su un promontorio,
incontro di tre mari: il golfo del Bengala, il mare Arabico e l’oceano
Indiano. E’ una meta frequentatissima del turismo indiano mentre
in giro si vedono pochi stranieri. Molti uomini, seguendo la tradizione,
girano a petto nudo con lunghe collane al collo. Tutto intorno al tempio
si estende un animato bazar: ne approfitto per acquistare un paio di
forbicine che non avevo potuto includere nel mio bagaglio unicamente
a mano.
Ritorno al tempio, questa volta visitandolo come gli indiani: tolta
la maglietta, mi accodo alla lunga fila. Entriamo nella corte interna
procedendo incolonnati lungo la parete. Davanti all’ingresso del
santuario centrale si leva la solita alta colonna dorata. Ogni volta
che superiamo una soglia i devoti la toccano con la mano che poi portano
alla fronte. Una breve galleria conduce alla sala delle quattro colonne
dorate in fondo alla quale si trova la cella con la statua della dea
alla quale il tempio è dedicato. Sopra la sua testa splende un
occhio luminoso. Girando esternamente ammiro i bassorilievi del sancta
sanctorum e faccio ritorno nella corte. Un lato è porticato;
sui pilastri poggiano statue di dee dalle tette tornite che recano moccoli
nelle mani giunte. Sui capitelli sono scolpiti cobra ed uccelli mentre
sui pilastri osservo tra gli altri una scimmia a testa in giù
e un santone contorsionista. La visita è stata emozionante, ben
diversa da quella di ieri.
Un tempo, la terra non era una sfera ma aveva i suoi
confini invalicabili: le colonne d’Ercole, il capo di Buona Speranza
e per il mondo indiano Cape Comorin. Tre mari s’incontrano e per
gli indiani la tentazione di bagnarsi contemporaneamente nelle loro
acque è irresistibile. Alcune donne s’immergono vestite
facendosi immortalare con una vecchia macchina fotografica. Quanti pensieri
induce questo luogo! Il Gandhi Memorial, costruito per conservare alcune
ceneri di quel grande uomo di pace e di pensiero, unisce nella sua architettura
elementi indù, islamici e cristiani, come sarebbe piaciuto al
suo ospite. Pochi giorni fa ricorreva un anno dallo tsunami ed è
stata inaugurato un piccolo monumento in ricordo delle vittime: un’onda
incombe su un braccio che cerca di arrestarla mentre un altro regge
una fiaccola. Sull’isolotto di fronte la statua del poeta tamil
Thiruvalluva volge lo sguardo verso il suo paese, un gigante contornato
dalle formiche visitatrici. Il battello per il Vivekanda Memorial fa
la spola avanti e indietro in un mare agitato dal forte vento che sembra
ammonire che oltre non si può andare.
Mi accodo agli indiani per l’amatissima gita ai
due isolotti davanti al promontorio. La folla è numerosa ma l’organizzazione
efficiente consente di procedere abbastanza rapidamente. Due battelli
vecchi e arrugginiti fanno la spola, stracarichi di passeggeri. La prima
fermata è all’isola del Vivekanda Memorial. In ricordo
del santone che nell’ottocento raggiunse l’isola a nuoto
trascorrendovi qualche giorno in meditazione, è stato costruito
un edificio dominato da una cupola. Sotto, in una sala buia si medita
davanti all’aum, simbolo del Dio assoluto, essenza del Veda, coscienza
totale umana e divina (così recita il cartello esplicativo!).
Brevissima traghettata e sono sull’isola della gigantesca statua
del poeta santo. Dalla tunica spuntano i piedoni e un gruppo di ragazzi
riposa sdraiato su di essi.
Siedo su un vero bus indiano, privo degli inutili vetri
ai finestrini. E’ arrivato puntualissimo alle tre del pomeriggio
come mi aveva anticipato ieri l’addetto alla biglietteria mentre
oggi al bus stand nessuno sembrava conoscerne l’orario. Una ragazza
indiana stressatissima chiedeva informazioni a tutti, innervosendosi
alle risposte differenti mentre io, entrato ormai nella mentalità
locale, aspettavo tranquillo (la timetable diceva alle 15:00 e alle
15:00 è arrivato!). La tipa aveva inoltre forti problemi di comunicazione
poiché qui al sud le lingue sono molteplici e il personale non
parlava inglese.
Lasciamo Kanniyakumari attraversando risaie verde smeraldo; nelle pozze
d’acqua le ninfee formano macchie di colore mentre le foglie dei
banani sembrano luccicare! Mentre attraversiamo alcuni paesi il nostro
indemoniato autista si scatena strombazzando con il clacson. I paesaggi
diventano più monotoni, scende la notte e alle nove e mezzo arriviamo
a destinazione.
2 gennaio:
Madurai
Per visitare il celebre tempio Sri Meenakshi e Sundareshwarar
seguo il percorso canonico, entrando dal lato orientale. Una lunga galleria,
la Sala degli Otto Dei, è occupata da bancarelle che vendono
ghirlande di fiori e quanto altro serve per la puja. Raggiungo la Tank
of Golden Lotus. Nella vasca spiccano una colonna e un fiore di loto
d’ottone mentre alcuni devoti si bagnano, purificandosi prima
di accedere ai santuari. Percorrendo il porticato con doppia fila di
pilastri che circondata la vasca, alzo lo sguardo in alto e da ogni
parte spuntano maestose gopura, ricoperte da selve di statue colorate.
In fondo si trova il santuario dedicato a Meenakshi, la Parvati locale,
ma l’ingresso è consentito solo agli indù. Piego
quindi verso nord; un lungo corridoio rettangolare corre tutto intorno
al tempio di Sundareshwarar (Shiva). Subito di fronte una splendida
statua monolitica di Ganesh, in pietra nera: si tiene la proboscide
con la mano sinistra, intorno al collo reca una ghirlanda di fiori mentre
un panno gli copre le gambe. I fedeli ricevono da un bramino la polvere
con la quale segnarsi la fronte. Gli alti pilastri del corridoio sono
decorati con figure di draghi, elefanti, donne “tettone”
con una torcia in mano. Varie nicchie custodiscono il sacro linga che
spunta da un panno e alcuni fedeli pregano meditando. Davanti al tempio
di Sundareshwarar otto pilastri sono coperti da sculture a tutto tondo,
le più belle del tempio: Shiva balla sopra un mostro, Shiva e
Parvati siedono sul bue Nandi, due divinità maschili e una femminile
si bagnano le mani con un’ampolla. In mezzo un’alta colonna
d’ottone e una statua di Nandi sono venerate dai fedeli che si
prostrano per terra davanti ad esse. In un angolo un altare reca le
statue dei pianeti con il sole al centro. Una galleria, ancora più
grande di quella percorsa appena entrato, conduce all’altro ingresso
orientale, dominato da un’alta gopura. La Sala delle Mille Colonne,
trasformata in museo, è una profusione di statue sui pilastri.
Le sculture non sono proprio dei capolavori ma esotiche e interessanti:
una donna suona una cetra, una “tettona” ha il viso di uomo
con i baffi, Ganesh balla tenendo una donna su una gamba.
Terminato il giro, prendo a vagare per il tempio. Un gruppo di donne
sedute in circolo ha disegnato delle stelle sul pavimento e ora le ricopre
di fiori. Al centro pone delle ciotoline con dei fiammiferi e li accende.
Le donne poi toccano il fuoco e portano i fiori alla fronte. Un pilastro
reca un bassorilievo del dio delle scimmie; l’immagine è
ricoperta da qualche sostanza che la rende rossa ed è toccata
dai fedeli con grande devozione. Intorno al collo qualcuno ha messo
del ghee, davanti un fiore di loto è coperto di moccoli. La processione
dei fedeli è continua: tutti raccolgono la polvere rossa e poi
si toccano la fronte. Un signore pone affettuosamente dei fiori ai piedi
della statua e gira attorno al pilastro. Ormai sono le 12:30, il tempio
chiude e la gente si affretta alle uscite, invitata dai bramini.
Di fronte all’entrata orientale del tempio una
vasta sala colonnata ospita il mercato tessile. Tra le divinità
indù addossate sulle decine di pilastri, i sarti sono al lavoro
con vecchie macchine per cucire. In poco tempo sono in grado di confezionare
un vestito su misura ma io opto per qualche acquisto più prosaico:
un paio di pashimine per le mie donne (mamma e moglie) e un copri cuscino
ricamato con gli elefanti.
A nord del tempio si trova il mercato, naturalmente ortofrutticolo in
un paese di vegetariani. E’ molto pittoresco, con capanne di bamboo
coperte da tetti di paglia. Rispetto a quello di Mysore è più
povero, tutto rivolto ai locali e quindi più autentico. Le vacche
vagano per i corridoi in terra mangiando gli scarti mentre la solita
ampia scelta di vegetali fa bella mostra di sé sui banchi. Un
vecchietto pesa le spezie che sta vendendo con una bilancia tradizionale;
una vecchia pulisce la canna da zucchero con un coltello. Nell’edificio
in muratura al primo piano è ospitato il mercato dei fiori, ancora
più affollato. I fiori sono venduti al peso e le donne fanno
ressa per acquistarli. Un commerciante mi regala un fiore rosa dal dolce
profumo, un simpatico gesto di benvenuto.
Per pranzo mi avvicino all’Hotel Supreme, dove soggiorno: all’Anna
Meenakshi Restaurant ordino un kaima parata. Mentre aspetto ripenso
alla mattinata a Madurai: la città è un immenso bazar,
botteghe ovunque, un gran brulicare di persone, un traffico pazzesco.
Per le strade mucche, mendicanti e scocciatori che cercano di abbordarti.
Tutto questo insieme al tempio e al mercato ortofrutticolo è
l’India che pensavo. La sensazione di miseria si avverte maggiore
rispetto alle altre città finora visitate. Donne e bambini mi
chiedevano continuamente l’elemosina. Un brusco ritorno alla realtà
dopo un’India nella quale la povertà mi era parsa molto
diminuita o per lo meno nascosta! Altro aspetto negativo ma tollerabile,
i numerosi importunatori che cercano di portarti nei loro negozi con
la scusa della vista sul tempio, che sarà anche bella ma poi
con gli acquisti come la mettiamo!? Arriva l’ordinazione: nel
piatto la solita montagna di verdure speziate veramente squisite. Spaventato
dal cameriere prendo anche del plain rice per spegnere il fuoco concludendo
con un black coffee.
Madurai è una delle città più antiche dell’Asia
meridionale, in contatto con il mondo classico greco e romano. Quella
età dell’oro però è terminata da tempo e
nulla rimane a ricordarla. Il tempio e il palazzo sono molto più
recenti. Il Nayak Palace fu costruito nel seicento ma oggi sopravvive
solo in parte. Visito una corte all’aperto, circondata da imponenti
colonne e da un porticato influenzato dalle architetture mogul. L’aspetto
monumentale si evidenzia ancora nella sala ottagonale sormontata da
una cupola, circondata da colonne massicce e archi trilobati. Il museo
è ospitato nella vasta sala immortalata dai Daniells ma l’aspetto
antico oggi è rovinato dalle colonne fiammeggianti e la profusione
di statue, assenti ai loro tempi, appare eccessiva.
Le gopura del tempio sono montagne di statue. La targa
sotto quella meridionale, la più grande, parla di oltre 1500
statue per 48 metri di altezza. Seduto sui gradini della vasca cerco
con il binocolo di dipanare la matassa. La piramide è formata
da sei livelli sormontati da una specie di cofanetto rosso con sette
puntali. Al centro coppie di dee con veli aderenti alle gambe, che fanno
pensare agli attuali pantacollant, affiancano ciascuna una porticina.
Sui lati il groviglio si complica. A destra una figura ha cinque livelli
degradanti di teste e decine di braccia; sotto Shiva e Parvati cavalcano
il bianco bue Nandi. A sinistra una figura, ancora con decine di teste,
questa volta tutte su un livello, cavalca un uccello. Negli anni cinquanta
le gopura avevano perso il colore ma un referendum stabilì di
ripristinarlo e l’operazione viene ripetuta ogni dieci anni.
Il ripetersi quotidiano delle cerimonie al tempio ricorda
il ciclo della vita. La mattina, la sera, con i loro riti, non sono
altro che un passaggio, come la vita dell’uomo dalla fanciullezza
alla vecchiaia. Ciò che importa non è il singolo episodio
o individuo ma il ciclo che continua eterno.
Le centinaia di devoti che si aggirano per il tempio, prostrandosi per
terra, toccando le statue, accendendo moccoli, come accade da sempre,
mi sembrano emanazioni di un’unica totalità che procede
sempre uguale a se stessa. Eppure un vecchio si appoggia al suo bastone
e mi protende la mano mentre il bramino rispettato mostra, orgoglioso,
i suoi simboli. Ingiustizia sociale!? Capacità individuali!?
Esseri entrambi necessari per l’armonia del cosmo!?
L’universo procede rigenerandosi continuamente e per questo è
giusto adorare lo shivalinga, l’elemento attraverso il quale il
ciclo delle nascite si realizza e trova una spiegazione questo tempio.
L’unione tra un uomo e una donna può generare una vita
ma quella tra un dio e una dea un mondo intero.
La mia giornata al tempio non è altro che un granello di sabbia
ma senza i granelli la sabbia non esisterebbe.
Il tempio di Madurai è il tempio dell’amore, del matrimonio
tra Shiva e Parvati, nella versione locale Sundareshwarar e Meenakshi,
la dea dai fascinosi occhi di pesce. Ogni sera le statue della coppia
divina, dopo una complessa cerimonia, sono condotte nella camera da
letto per una notte di passione.
Alle otto e mezzo ha inizio la cerimonia da me lungamente attesa. Il
santuario di Shiva chiude i battenti e il suo “occupante”
esce, condotto su una portantina d’argento. Un drappo con la rappresentazione
del linga lo nasconde agli sguardi indiscreti. Il corteo accompagnato
da musicanti ha una gran fretta di raggiungere l’amata dea, appena
il tempo di onorare il figliolo Ganesh. Davanti al santuario di Meenakshi
i portantini si fermano e la folla procede attorno al dio. Terminata
la cerimonia finalmente la portantina si avvia nel tempio della dea,
per un’altra folle notte d’amore.
Ceno di nuovo all’Anna Meenakshi Restaurant, accompagnando il
riso biryani con verdure speziate.
3 gennaio:
Madurai – Tiruchirapalli
Ieri ho acquistato il biglietto del treno per Trichy.
Ancora non sono ben entrato nei meccanismi delle classi dei treni indiani.
Sul biglietto è indicato solo il giorno; per evitare le sorprese
della volta scorsa mi sistemo in una carrozza “chair” ma
presto arriva il “proprietario” del “seat” e
devo sloggiare. Mi spiegano che il mio biglietto è senza un posto
assegnato e devo quindi raggiungere le apposite carrozze in testa al
treno che naturalmente sono le uniche piene! Non mi resta che viaggiare
in piedi, unico occidentale. Il treno parte alle 6:45 e arriva puntuale
a destinazione dopo due ore e un quarto.
Mi sistemo all’Ashby Hotel vicino alla stazione, recuperando la
colazione saltata. Le stanze dell’edificio ad un piano, dalle
belle porte di legno, si aprono attorno ad una corte con pergolato.
Si tratta di un albergo tradizionale, ben diverso dai moderni hotel
multipiano; anche la mia enorme camera, benché un po’ decadente,
riprende lo stile con pannelli di legno e rosoni stuccati sul soffitto.
Proseguendo nella mia giornata da vero indiano, prendo il bus numero
uno per raggiungere il tempio, situato oltre il maestoso fiume Kaveri
nel sobborgo di Srirangam. Il bigliettaio segnala le fermate al conducente
con un fischietto (un fischio fermati, due riparti). Il monumentale
tempio di Ranganathaswamy è il più importante tra quelli
dedicati a Vishnu nel sud shivaista. Le linee sulla fronte dei bramini
passano da verticali ad orizzontali. Il tempio è formato da sette
corti, ma le prime tre, piene di negozi e bancarelle, sono parte della
città. La gopura più esterna, completata nel 1987, è
una gigantesca piramide di livelli degradanti anche se meno ricca di
statue. La sua monumentalità mi lascia la stessa impressione
di freddezza delle porte imperiali pechinesi. Superate la seconda e
terza gopura, si arriva alla vera entrata del tempio, segnata al solito
dal chiosco per depositare le scarpe. La quarta gopura è la più
bella, ricca di sculture. Raggiunta la quinta corte, il mio cammino
si arresta perché ai due livelli più interni possono accedere
solo gli indù. Uno stand vende il cibo da offrire al dio per
la puja. Nella sala colonnata figure di governatori Nayak poggiano sui
pilastri; alcuni hanno una notevole pancia e i capelli raccolti su un
lato, altri lunghe collane, un pugnale alla vita e un alto cappello.
Al centro un santuario ospita una grossa statua seduta di Garuda. I
suoi arti inferiori sono avvolti da un panno giallo, dal quale spuntano
i piedi con gli artigli mentre il resto del corpo è umano. Sul
lato settentrionale della quarta corte si trova il tempio della dea
ma anche qui l’accesso mi è proibito mentre sull’asse
centrale un’alta sala sopra una scalinata reca affreschi con Vishnu
che riposa sul serpente (tema simboleggiato dal tempio su un’isola),
insieme a due raffigurazioni di un mostro che divora un umano. Tornando
verso l’ingresso raggiungo la sala delle mille colonne, in restauro.
La forma grezza dei pilastri ricorda dei tronchi, come se la sala proseguisse
la tettoia di legno situata subito davanti. Nella Sheshagiriraya Mandapa
si trovano le sculture più belle: cavalieri armati di lancia
su destrieri imbizzarriti colpiscono belve feroci, formando uno sbarramento
contro l’avanzare dell’islam. Poco oltre un bramino siede
accovacciato in un minuscolo tempietto; onorato dai fedeli li benedice
con l’”acqua santa”.
Un’altra corsa con il bus numero uno mi porta verso il Fort Rock,
davanti alla bianca massa gotica della cattedrale di Lourdes. Pranzo
nei paraggi al Banana Leaf, tornando dopo tanti giorni alla carne. Ordino
un tandoori chicken; il cameriere preoccupato mi dice che è “dry”,
facendomi capire che dovrei accompagnarlo con qualche bel piatto di
verdure, ma io tengo duro. I due sostanziosi pezzi rossi hanno un sapore
semplice, proprio come ci voleva dopo tanti giorni di spezie.
In cima al Rock Fort la vista spazia sulla città di basse case
dai colori delicati mentre, oltre il fiume, le gopura del tempio si
levano sul mare verde delle palme. In una vasta pianura questa roccia
alta ottanta metri sembra uno scherzo della natura. In una terrazza
laggiù in basso una donna tiene in mano un libro che legge ad
un gruppo di donne sedute in circolo. Più lontano bambini in
divisa si rincorrono giocando su un vasto campo in terra. Su tutto veglia
Ganesh, nell’altare proprio in cima. Mi siedo all’ombra
dell’albero frondoso appena sotto la scalinata che conduce al
tempio. Un gruppo di scimmie vaga alla ricerca di cibo; qualcuno offre
loro un regalo scatenando una rumorosa contesa.
Big Bazar Road si dirige verso sud, allontanandosi dalla collina del
forte. La roccia in lontananza rimane sempre incombente, un gigante
che veglia sulle attività umane del commercio. La strada appare
tranquilla, confrontata al traffico di Madurai. Le persone sono molto
gentili, poco avvezze al passaggio dello straniero, ancora considerato
un ospite di riguardo non una gallina dalle uovo d’oro da spennare.
Il gestore dell’”internet point”, un computer solitario
acceso apposta per me (veloce la connessione, 15 rupie l’ora),
mi stringe la mano; un pasticciere mi regala un dolcetto. In fondo alla
strada, superato un arco, si trova il mercato. Tra la solita abbondanza
di rigogliosa frutta e verdura, tutti mi salutano sorridendo al mio
passaggio.
Per cena raggiungo lo Sree Krishna’s, di fronte alla stazione
dei bus. Ordino un iddlis, “mollicone” imbevuto di verdure.
Il cameriere solerte mi vede un po’ sull’indeciso e rovescia
tutta la ciotolina, che io centellinavo, sulla mollica! Visto l’ottimo
risultato mi lascio consigliare e ordino anche un manchurian dosa, una
specie di crepe croccante, ripiena di verdure speziate a pezzetti, sulla
quale gettare le solite salsette. Molto saporita! Alla fine con l’acqua
minerale la spesa è di 44 rupie che arrotondo a 50 per ringraziare
il cameriere che ha passato metà del tempo a controllarmi.
4 gennaio:
Tiruchirapalli – Thanjavur
Sveglia alle 5:50 e dopo venti minuti sono già
sul bus per Thanjavur. Questa notte la stanza era piena di zanzare ma
la mia zanzariera, appesa al solito tubo al neon, ha retto all’urto.
In un’ora e un quarto raggiungo il new bus stand di Thanjavur,
situato in mezzo al nulla; una corsa in risciò mi porta all’Hotel
Lion City.
Il tempio di Brihadishwara, costruito poco dopo il mille,
è la massima manifestazione della dinastia Chola, il cui regno
si estese per gran parte dell’India; dopo il bagno di religiosità
di Madurai e Trichy, rappresenta il trionfo dell’arte, come riconosciuto
dall’Unesco che lo ha dichiarato patrimonio dell’umanità.
L’ingresso, rivolto ad oriente, avviene attraverso due gopura:
più grande la prima, parzialmente in restauro e quindi avvolta
dalle solite buffe stuoie intrecciate, più bella la seconda,
ricca di splendide sculture tra cui due giganteschi dvarpala, guardiani
dai lunghi canini ricurvi. Le figure con il busto e il volto frontali,
hanno le gambe di profilo e indossano un perizoma che copre appena il
sedere; la loro presenza si ripeterà attorno ad ogni porta del
complesso. Superata la seconda gopura si entra in una vastissima corte,
circondata da un porticato. Al centro svetta il tempio principale, preceduto
da un padiglione con una statua monolitica di Nandi, la terza per dimensioni
dell’India, e una colonna d’ottone. La vimana, torre centrale,
supera in altezza le gopura con i suoi sessanta metri, contrariamente
a quanto avverrà successivamente (a Madurai e Trichy), segno
di un’epoca nella quale non si voleva ancora proteggere il tempio
dalla contaminazione del mondo esterno (forse per questo motivo oggi
mi è consentito di arrivare fino alla cella del santuario). La
torre è formata da una serie di livelli decrescenti coperti da
sculture ed è sormontata da una pietra monolitica, almeno così
si dice, una specie di grande fiore con un puntale dorato. Sono state
fatte varie ipotesi su come sia stata portata fino a quell’altezza,
probabilmente con una rampa lunga chilometri come quelle usate per le
piramidi egiziane. Finalmente viene il momento di entrare nel tempio.
Una lunga mandapa, sala colonnata, porta fino all’ardhamandapa,
anticamera del garbha griha, la cella finale. Al suo interno un gigantesco
linga in pietra nera viene onorato dai fedeli che ricevono dai bramini
la polvere bianca da mettere sulla fronte.
Percorro il porticato che racchiude il complesso: un’interminabile
sequenza di linga si allinea davanti alle pareti affrescate. Altri tempietti,
sparsi intorno, sono dei veri gioielli: quello nell’angolo nord-ovest
presenta una fascia irregolare di colonnine decorate, sormontata da
sculture che continuano nella torre. Gli elefanti con le loro proboscidi
fanno da balaustra alla scala d’accesso. Mi siedo per godermi
la pace del luogo, altro elemento non trascurabile nel caos dantesco
dell’India e dei suoi templi. E’ un vero peccato che il
cielo coperto non esalti il colore dell’arenaria utilizzata per
gli edifici. Il ricordo di Angkor in Cambogia si fa sentire mentre l’equilibrio
delle decorazioni si discosta decisamente dagli eccessi scultorei delle
gopura delle epoche successive.
Attratto come da un magnete, torno dallo shivalinga. La pietra nera,
sormontata da un cobra dorato a cinque teste, è decorata con
ghirlande di fiori colorati. I fedeli consegnano le offerte ai bramini,
dall’aspetto un po’ viscido. Questi iniziano a pregare cospargendole
di fiori e poi porgono un braciere con la cenere ai fedeli che si segnano
la fronte. La frutta offerta viene restituita e consumata avidamente
in un rito che ricorda la nostra eucaristia.
Prima di abbandonare il tempio, nella mandapa a fianco del padiglione
di Nandi, osservo la statua di una dea che abbraccia con trasporto il
linga.
Dopo un tandoori chicken al Sathar’s, raggiungo il museo di Thanjavur
nell’antico palazzo reale. Visito varie sezioni, scalo un’alta
torre non senza qualche equilibrismo, ma niente può competere
con la meravigliosa collezione di bronzi, apprezzabile per numero e
bellezza dei pezzi esposti. Cronologicamente s’inizia con i Vishnu
dell’epoca Pallava (VIII sec.) ancora senza profondità,
per arrivare al periodo d’oro dei Chola e concludere con quello
successivo dei Vijayanagar. Tra i tanti capolavori mi colpiscono in
particolare alcune statue (sono tutte numerate): il numero 124, una
Parvati dal grande seno, con il naso lungo e sottile, le dita rappresentate
con grande dettaglio piene di anelli (XIII sec.); il numero 97 ancora
una Parvati, questa volta seduta con una gamba avanti e l’altra
ripiegata, praticamente nuda con un seno immenso, fianchi stretti, spalle
larghe e un corpo di una sensualità incredibile; la statua 174
Kannapa Nyakar, cacciatore devoto di Shiva, con barba, baffi, gonnellino
ricamato e sandali (X sec.); la coppia divina al numero 86-87, Shiva
ha un turbante di serpenti dal quale scendono sulla nuca ciocche di
capelli, un orecchio lungo alla Budda, l’altro con un grosso orecchino,
le gambe incrociate, una poggiata sulle punte, mentre Parvati, un po’
“chiattona”, ha i fianchi larghi, un volto da principessa
con lunghe orecchie e indossa un panno simile a un peplo greco che le
avvolge le gambe insieme a un’alta corona. Il parallelo con il
mondo classico mi stupisce: alcune sculture sembrano provenire dall’antica
Grecia. Un’intera sala è dedicata ai bronzi che ritraggono
Nataraya, Shiva danzante, ma il più bello è il numero
41 (XII sec.), leggero quasi fluttuante, con le mani piegate in modo
aggraziato e i capelli al vento.
La luce del tardo pomeriggio in un cielo tornato azzurro mi spinge nuovamente
al tempio. L’arenaria della torre centrale ha assunto una tonalità
calda. Mi siedo ad ammirare i particolari. Sopra l’alto plinto
corre per tutto il tempio una fascia d’iscrizioni: racconta le
glorie passate, le centinaia di danzatrici, musicisti, artigiani al
suo servizio. Oltre una seconda fascia con rappresentazioni di leoni,
iniziano due livelli di statue con le divinità principali mentre
più in alto la torre-piramide è decorata da specie di
ventagli e ancora da statue; infine lassù il fiore, la cupola
monolitica che sfida la gravità. Nel frattempo, animati da un
fresco vento, gli uccelli volano scatenati, cinguettando.
Come si dice in questi casi: “Nella splendida cornice del padiglione
del bue Nandi” ha luogo un evento speciale nell’ambito del
festival di danza, l’esibizione di un gruppo di danzatrici della
Malesia, ulteriore elemento di fascino per questo splendido tempio.
Per cena torno al Sathar’s proseguendo nella mia abboffata di
carne con il mutton.
5 gennaio:
Thanjavur – Kumbakonam – Gangaikondacholapuram – Darasuram
– Kumbakonam
Sveglia alle cinque. Nella hall dormono in due per terra:
uno davanti alla porta dell’albergo, l’altro nella reception.
Mi tocca svegliarli per il check-out (per fortuna questi alberghi offrono
il check-in/check-out H24). Raggiungo il piazzale a sud del tempio dove
passa il bus per Kumbakonam. La Lonely Planet sostiene che parte proprio
da qui ma in realtà il capolinea deve essere stato spostato al
new bus stand. Poco male, risparmio una corsa in risciò e prendo
il bus alla fermata davanti ad un chiosco.
Viaggio su un bus “di lusso”, dotato persino di televisore
che trasmette un’interminabile sequenza di video tratti dai melensi
film indiani. Dopo un’ora e un quarto raggiungo Kumbakonam dove
mi sistemo all’Hotel Raya’s. Una doccia ristoratrice e sono
di nuovo al bus stand ma questa volta mi tocca un vecchio catorcio con
un groviglio di file al posto del cruscotto. Attraversiamo una campagna
spesso allagata, fino al villaggio di Gangaikondacholapuram dove sorge
il tempio di Brihadishwara. Piove ed è tutto fangoso perciò
mi consentono di tenere le scarpe, togliendole sono dentro gli edifici.
La vimana si staglia maestosa davanti a me; il suo colore rosato, molto
più chiaro rispetto al tempio di Thanjavur, le conferisce una
grazia estrema. Un grosso Nandi, anche questo in pietra, mi volge le
spalle, rivolto verso la torre. Mi fermo al coperto a guardare le statue
della vimana con il binocolo. Sono piccole e aggraziate; riconosco le
divinità più note ormai diventate familiari. All’interno
del santuario centrale si ripete la struttura di Thanjavur: una lunga
sala colonnata porta all’anticamera con i due ingressi laterali
e in fondo alla cella contenente il linga, sempre in pietra nera, addobbato
con corone di fiori. Gli ambienti sono bui e devo farmi luce con la
torcia. Voltandomi verso la porta d’ingresso scorgo il candido
muso di Nandi che fa capolino, in contrasto con l’oscurità
della sala. All’esterno mi soffermo ad apprezzare le statue: sopra
l’ingresso secondario settentrionale, una dea con cappello ad
ombrello, è collocata proprio in cima e poggia con un braccio
sul “muretto”; in una nicchia Shiva e Parvati incoronano
re Rajendra I che estese i confini dell’impero chola fino al Gange.
Tornato a Kumbakonam, pranzo all’Arogya, con il
buon vecchio thali, arricchito questa volta da una deliziosa zuppa di
spaghettini al cocco. Speriamo bene, visto che la mia pancia sta cominciando
a dare segni di cedimento e mi sono impasticcato.
In risciò raggiungo il tempio di Darasuram; se Thanjavur e Gangaikondacholapuram
sono il trionfo della possanza e della maestosità dell’arte
chola, Darasuram rappresenta il trionfo della raffinatezza dei dettagli
decorativi. Superara la gopura esterna ci si trova di fronte ad una
meraviglia, la mandapa su un alto plinto, decorata interamente di sculture.
Di lato una parte si protrae in avanti formando un porticato d’accesso
che simboleggia un carro, come evidenziato dalle coppie di cavalli e
dalle ruote. Le colonne esterne poggiano su yaali, esseri mitologici
unione di cinque animali: hanno testa d’elefante, criniera di
leone, coda di bue, corna d’ariete e orecchie d’asino. I
pilastri invece sono scolpiti con riquadri che presentano storie e miti.
L’oscura mandapa è una selva di pilastri decorati: raffigurazioni
floreali con volute di ghirlande oppure figure umane molte delle quali
danzanti. Il soffitto e gli architravi scolpiti completano l’effetto.
Sulla parete di fondo, quattro statue di basalto nero rappresentano
due belle dee e due dei, Shiva nella veste di un canuto cacciatore armato
di arco, con un cervo sulle spalle, Areha (mezzo Shiva, mezzo Vishnu),
un giovane con una lunga spada a tracolla. Facendo il giro intorno al
santuario, ammiro un’altra statua di basalto nero: rappresenta
sotto un albero Dakshinamurti, Shiva “rivolto verso sud”,
che schiaccia un ometto sotto un piede. Qualcuno lo ha vestito con un
panno giallo, collane e ghirlande di fiori. Il volto, con i capelli
fluenti, un lungo orecchio con buco e l’altro con un grosso orecchino
a cerchio, è molto bello.
Il mio driver si è stancato di aspettare ma l’interno del
tempio apre solo tra un’ora. Lo liquido con 60 rupie, invece delle
80 concordate per l’andata e ritorno, sperando di trovare qualcuno
per tornare a Kumbakonam. Mi sistemo quindi nella mandapa per godermi
l’ambiente e origliare le spiegazioni delle guide. Ad intervalli
regolari alcuni pilastri presentano più livelli di piccole architetture,
nicchie, tempietti, porte, dalle quali si affacciano le divinità:
sono dei veri gioielli! Nel porticato torno ad ammirare le rappresentazioni
dei riquadri sui pilastri: il matrimonio di Shiva e Parvati, un gruppo
di donne che adora il linga, una scena di battaglia, una donna che esce
dall’acqua, Shiva sopra una montagna con in basso gli animali
tra gli alberi. La visita dell’interno non aggiunge nulla alla
bellezza del tempio.
Il tempio di Nageshwara a Kumbakonam non è certo
attraente con le sue statue moderne vivacemente colorate, effetto Disneyland,
ma nasconde qualche spunto interessante. All’esterno del santuario
centrale sono sopravissute alcune statue dell’epoca chola, tra
le quali le voluttuose vergini di corte lasciano veramente ammaliati.
La città è tutta una successione di templi; le alte gopura
con le bolgie di sculture colorate campeggiano sopra le case ma dopo
una giornata sotto la pioggia preferisco ripiegare in albergo.
6 gennaio:
Kumbakonam – Chidambaram – Pondicherry
Sveglia alle sei; due ore e mezzo di bus, con video
indiani a palla mi portano a Chidambaram. Il bigliettaio mi fa scendere
direttamente al tempio di Sabhanayaka, davanti alla gopura meridionale;
gli sono grato visto che ho con me lo zaino (per altro di dimensioni
molto ridotte). La giornata di sole esalta i vivaci colori delle sculture
da poco ridipinte; riconosco la rappresentazione del “tiro alla
fune” tra dei e demoni, ricordo cambogiano di Angkor Watt. Il
tempio è formato da tre recinti concentrici; procedo in quello
più esterno fino all’unica gopura ancora da “rinfrescare”.
Impressionanti impalcature di legno arrivano fino in cima. Nella vasta
piscina sul lato settentrionale un vecchio procede al bagno rituale
mentre un bramino prega benedicendo la frutta e il riso, disposti su
foglie di banano. Siamo nel tempio di Shiva Danzante e nel porticato
attorno al santuario di Parvati una fascia di centinaia di bassorilievi
ritrae musici e danzatrici. Dopo un’occhiata ad un Ganesh in pietra,
gemello di quello di Madurai, entro nel tempio (secondo recinto).
L’interno rimbomba di preghiere: decine di bramini seduti uno
di fronte all’altro salmodiano, leggendo dai libri sacri. Indossano
vesti bianche; alcuni recano le tre strisce orizzontali sulla fronte,
altri invece un punto rosso circondato da linee gialle. Ma ecco che
un clamore di trombe e tamburi mi richiama da un’altra parte:
da una porta esce un grande palanchino sopra il quale è sistemato
un altare con Shiva e Parvati. E’ condotto a spalla da decine
di giovani che si tengono abbracciati a coppie. Un bramino procede alla
benedizione, prega agitando fiaccole e lanciando petali di fiori. I
portatori ripartono, uscendo all’aperto dove l’altare viene
adagiato su un carro. La cerimonia si ripete con altre statue, destinate
evidentemente ad una processione. Rientro nel tempio; attorno al fuoco
un gruppo di bramini prega facendo un gran trambusto, dato che ognuno
va per conto suo. Tre file di mattoni formano un quadrato nel quale
è stato acceso un focolare. Il bramino-chef getta sul fuoco,
prima del riso poi dell’acqua prendendola con un lungo bastone
d’argento; su fronte e braccia ha disegnate terne di strisce bianche,
al collo gli pendono collane con grossi medaglioni mentre i lunghi capelli
sono legati in una crocchia laterale. Decine di pentoloni sono pronti
per l’uso. Un altro bramino si lega i capelli lunghissimi ma rasati
davanti, urlando la sua preghiera. Un gruppo di donne dai sari colorati
siede in attesa, gettando un’occhiata alla cerimonia e una a me
che scrivo. Lasciati i bramini al loro pranzo mistico, proseguo nell’esplorazione
del tempio, raggiungendo la Nritta Sabha (dance hall) sul luogo dove
Shiva sconfisse Kali nella danza.
Il terzo recinto è quello più sacro. Pagando un biglietto
accedo al Chit Sabha, il santuario centrale del tempio. Si tratta di
una sala loggiata, in fondo alla quale alcuni gradini e un recinto d’argento
proteggono la statua di Nataraya, quasi interamente ricoperta di paramenti
e corone di fiori. I bramini procedono ad una cerimonia per poi tirare
una tenda dietro la quale si cela qualcosa estremamente importante di
cui mi sfugge il significato. Leggendo sulla guida scoprirò che
si tratta del linga più sacro, invisibile perché di etere.
E’ mezzogiorno, due musicanti con tamburo e lunga tromba annunciano
un’importante cerimonia, prima della chiusura pomeridiana del
tempio. Una folla di fedeli è in attesa; tutte le porte della
loggia del Chit Sabha sono state spalancate per consentire la visione
e vari pentoloni sono pronti. Un bramino bagna con del latte una statuetta
di bronzo. Un piccolo linga dorato è collocato su un piedistallo
anche questo dorato, e un altro bramino versa su di esso del latte che
incanalato scorre fino ai fedeli. Questi lo raccolgono nel palmo della
mano, alcuni bevendolo, altri bagnandosi i capelli. Dopo un lavaggio
purificatore, il linga viene coperto con il ghee e poi di nuovo lavato.
Una campanella dà un segnale e in un istante le porte sono chiuse.
Penso che tutto sia finito ma non è così: passano pochi
minuti e le porte si riaprono. Il linga è coperto da una montagna
di riso che il bramino officiante provvede pazientemente a rimuovere.
Seguono una serie di lavaggi e poi è la volta della farina a
ricoprire il mistico fallo. Nuovo lavaggio e alla fine il linga viene
chiuso sotto un coperto dorato ma anche questo deve essere trattato
con il latte, lavato e ricoperto di fiori. Nel frattempo la lunga cerimonia
non sembra turbare più di tanto i venditori sotto il porticato
che continuano ad intrecciare le loro ghirlande. Tutte le porte eccetto
una vengono chiuse: è il momento della preghiera collettiva finale.
I fedeli si battono le guance con i palmi delle mani e passano poi a
toccare il fuoco sacro preparato dal bramino.
Terminata la visita al tempio, raggiungo la stazione dei bus dove pranzo
all’Anuupallavi con il solito thali/meals. Dopo due settimane
in India rimango ancora sconcertato quando ad una mia domanda rispondono
“yes” scuotendo la testa come facciamo noi per dire “no”.
Due ore di bus mi portano a Pondicherry, ex colonia francese.
Finalmente una piazza! A Pondicherry l’effetto
della presenza francese protrattasi fino agli anni cinquanta si avverte
nei nomi delle strade e nella vasta piazza centrale con giardino nella
quale fervono i lavori per sistemare malmessi vialetti e panchine, premessa
per la creazione di un’oasi di tranquillità. Su un lato
il bianco palazzo neoclassico, sede in passato del governatore francese,
oggi ospita quello dei Territori di Pondicherry sorvegliato dalla gendarmeria
che ha conservato la divisa coloniale con il caratteristico cappello.
Al centro un arco bianco quadrifronte reca una scritta in latino, opera
del governatore Dupleix per conto di re Luigi XV.
Dopo il turbinio di clacson delle città indiane, il lungomare
di Podicherry chiuso al traffico propone suoni altrove sopraffatti:
il vociare delle persone, la campanella di un venditore, la risacca
del mare. Ritrovo la baia del Bengala lasciata a Chennai ma qui le acque
arrivano ad una decina di metri dalla strada, arrestate soltanto dai
massi frangiflutti. Un monumento ricorda il Mahatma: la sua statua su
un alto piedistallo, collocata in una rotonda circondata da colonne
dall’aspetto antico, forma un bello scorcio. Davanti è
stato allestito il palco del tredicesimo Yoga Festival. Questo genere
di spettacoli contorsionisti tuttavia mi impressiona sempre negativamente,
ancora di più questa volta perché non si tratta della
solita ragazzina magrolina ma di un uomo muscoloso e di un ragazzo grassottello
(campione internazionale).
Passeggiando per rue e avenue dall’elegante aspetto residenziale,
raggiungo la chiesa di Notre Dame des Agnes dove è stato appena
celebrato un matrimonio. La sposa indossa un sari dorato ma ha un velo
bianco di stampo occidentale. Tutti gli invitati uomini vestono un classico
europeo mentre le donne si sbizzarriscono con i sari.
Ceno sulla terrazza del Rendezvous. Il menù presenta un’ampia
scelta di piatti francesi e approfitto dell’occasione per interrompere
la dieta indiana. Inizio con un’ottima bouillabasse seguita da
un pesce ricoperto da una salsa con i funghi, anche se in realtà
avevo ordinato pesce al vino bianco e quello che è arrivato,
benché saporito, è un po’ troppo “burroso”.
Non mi resta che concludere con un suntuoso creme caramelle. Accompagno
la cena con la Kingfisher, birra indiana dal 1857 come reca l’etichetta
che specifica anche che viene prodotta appositamente per Pondicherry
(e non può essere venduta in Karnataka dove è imbottigliata).
La cena mi costa 450 rupie, pari a dieci volte una cena media indiana
ma si tratta solo di nove euro; ne valeva la pena!
7 gennaio:
Pondicherry – Mamallapuram
La comunità francese di Pondicherry è
ancora numerosa nel vecchio quartiere coloniale. Questa mattina un papà
passeggia in compagnia della figlioletta dai lunghi boccoli castani,
salutando i guidatori di risciò; da una casa si affaccia un uomo
il cui volto sembra corrispondere allo stereotipo del francese; sul
lungomare una signora porta a spasso il cagnolino. Mi siedo su una panchina
di fronte al mare a leggere il giornale che ho trovato in albergo sotto
la porta della stanza. Ripresi i contatti con il resto del mondo, proseguo
la mia giornata francese facendo colazione al Satsanga, sotto un bel
portico. Scelgo crepe al miele, muesli con cereali e black coffee. In
India i corvi con il loro gracchiare sono ovunque: mentre aspetto, si
spingono arditi sopra i tavoli vuoti beccando qualche avanzo. In sottofondo
la musica cubana di “Buenavista Social Club”.
L’elefante davanti al tempio è dolcissimo;
indossa cavigliere, ha le unghie dipinte e il terzo occhio. Quando un
bambino gli porge da mangiare ringrazia con la proboscide.
Un vecchio dorme sulla porta di casa sopra una sedia
con un libro in mano; un uomo riposa completamente nascosto dalla coperta
sopra un misero carretto.
Raggiungo il Sri Aurobindo Ashram, centro di meditazione
famoso in India, fondato da Aurobindo, sostenitore di una sintesi tra
yoga e modernismo. Alla sua morte il “comando” passò
a “The Mother”, una donna francese morta nel 1973 a 97 anni.
Entrambi sono ricordati dal samadhi (mausoleo), collocato sotto un albero,
coperto di fiori e circondato da persone che pregano in ginocchio con
la fronte poggiata sul marmo. Solo il gracchiare dei corvi rompe il
silenzio totale del luogo. L’associazione è una vera potenza
a Pondy: possiede molti immobili, trasformati in guesthouse per i pellegrini.
Nella piazza centrale gli scalpellini sono al lavoro
per ricavare lastre per la nuova pavimentazione. Naturalmente tutto
a mano, con martello e punteruolo.
Nel museo resti di anfore greche e romane testimoniano
antichi commerci; una stanza contiene i soliti bronzi chola (bel Nataraja);
al primo piano mobilio coloniale francese (due rupie l’ingresso!).
Il bus per Mamallapuram è di lusso, con sedili
imbottiti dotati addirittura di braccioli; anche la strada è
la migliore del viaggio con tanto di pedaggio. Mi rendo conto che in
tutto il mio percorso di risalita verso nord da Kanniyakumari non ho
incontrato un solo turista sui mezzi di trasporto pubblico.
Scendo all’uscita per Mamallapuram e raggiungo il villaggio in
risciò. Per queste ultime due notti vorrei una sistemazione superiore
alla media del viaggio ma gli alberghi segnalati dalle guide sono pieni;
devo quindi ripiegare sul Lakshmi Lodge, trovato tramite un procacciatore,
dove mi propinano una sistemazione spartana per 300 rupie. La Lonely
Planet lo definisce “long standing backpacker place” ma
si trova comunque vicino alla spiaggia e possiede addirittura una piscina.
Per pranzo raggiungo il ristorante del Mamalla Heritage Hotel, dove
avrei voluto soggiornare. Il thali è ricchissimo (dieci ciotoline
più un dolcetto) ma i sapori non sono quelli mitici di Mysore.
Seduto ai piedi della roccia del tempio del Vecchio
Faro aspetto il tramonto. Mamallapuram è racchiusa tra il mare
e un “ammasso” di rocce vulcaniche, utilizzate dagli artisti
dell’epoca Pallava (VII sec.) per le loro sculture: una Petra
in miniatura trasportata in India. Nella parete verso il villaggio sono
stati ricavati il Khrishna Mandapa e l’Aryuna’s Penance.
Rivolti ad oriente si prestano ad una visione mattutina che non mi farò
mancare. Il Khrishna Mandapa presenta bassorilievi con figure enormi:
Khrishna solleva il monte Govardhana, simboleggiato dalla roccia sovrastante,
tenendolo con un braccio solo; ricompare poi mentre munge una mucca,
circondato da gopas e gopis (pastori e pastorelle); alla sinistra un
gruppo di leoni, uno con il volto umano. La mandapa colonnata davanti
alla parete scolpita è un’aggiunta molto successiva (XVII
sec.). Poco oltre l’Aryuna’s Penance è un trionfo
di sculture: sulla destra una famiglia di elefanti, con il grande maschio
zannuto che domina gli elefantini, in mezzo una spaccatura rappresenta
il Gange insieme ai naga, spiriti dell’acqua a forma di cobra,
a sinistra Aryuna, uno dei cinque fratelli Pandava protagonisti del
Mahabarata, famoso arciere. E’ rappresentato scheletrico, in piedi
su una sola gamba, mentre fa penitenza davanti a Shiva. La moltitudine
di figure lascia stupiti.
A breve distanza dalla parete scolpita sorge un tempietto monolitico
coperto di bassorilievi, il Ganesh Ratha; nella cella ospita una statua
di Ganesh. Una gigantesca roccia sferica, denominata Khrishna’s
Butter Ball, giace pericolosamente in equilibrio su un pendio.
Ormai è venuto il momento di salire sulla collina rocciosa per
proseguire l’esplorazione. Scavata nella roccia, la Varaha Mandapa
ha due colonne d’ingresso con leoni alle basi e quattro pannelli
di bassorilievi tra cui mi colpisce l’incarnazione di Vishnu con
testa di cinghiale. L’area più alta della collina è
dominata da un faro e da una roccia sopra la quale sorge il compatto
tempietto Olakanesvara, ai piedi del quale ora siedo nell’attesa
del tramonto. Prima di salire, sotto la roccia ho ammirato nella grotta
di Mahishasuramardini due bei bassorilievi: il primo con Vishnu che
riposa sdraiato sul serpente, il secondo che ritrae la terribile dea
Durga con le otto braccia armate mentre combatte a cavallo di un leone
contro il demone Mahishasura dalla testa di bufalo, armato di clava
e possente ma piegato indietro dalla forza d’urto della dea.
Dalla cima della roccia la vista spazia tutto intorno: verso il mare
oltre il faro si scorge lo Shore Temple, nelle vicinanze un bel paesaggio
di massi rocciosi e alberi verdi, verso l’interno una distesa
di lagune e risaie allagate. Il sole riflettendosi nell’acqua
produce un effetto suggestivo ma le nuvole sull’orizzonte fermano
lo spettacolo prima del tramonto.
Davanti alla “Penitenza di Arjuna” è
stato allestito il palcoscenico del festival di danze indiane che si
tiene a gennaio; anche questa volta lo scenario è incomparabile,
con le sculture sulla roccia che fanno da quinta scenica. Questa sera
è prevista la Baratha Natyam, danza del Tamil Nadu. In scena
sale una danzatrice scalza, con le piante dei piedi dipinte di rosse,
come anche le punte delle dita della mano; nel mezzo dei palmi un cerchio
sempre rosso. Il trucco esalta i grandi occhi sbarrati. Naturalmente
non capisco cosa stia rappresentando ma la mimica facciale e i gesti
delle mani dovrebbero chiarire le vicende. Accompagnata dal canto di
una solista e dalla musica, si muove quasi come un burattino.
Per cena, dopo uno scroscio di pioggia, raggiungo il Village Inn dove
mi propongono di visionare e scegliere il pesce da cucinare ma poi finisco
per seguire i loro consigli. Sono le otto e sono l’unico cliente;
è presto oppure è un brutto segno in un paese pieno di
turisti !? Mamallapuram è il classico villaggio “stravolto”
dal turismo. Le botteghe di souvenir si succedono una dopo l’altra
e molte propongono insegne accattivanti che segnalano prodotti da tutte
altre parti dell’India (addirittura dall’Himalaya!). Almeno
il turismo è servito per mantenere in vita la tradizione scultorea,
con il suono degli scalpellini che mi ha accompagnato mentre passeggiavo
per il paese. Alla fine i miei dubbi sono dissipati: il pesce alla griglia
e le patatine fritte sono buoni (il prezzo di 170 rupie nettamente superiore
alla media del viaggio).
8 gennaio:
Mamallapuram – Kanchipuram – Mamallapuram
Sveglia alle 4:45. Al bus stand l’autista ha dormito
dentro il bus per Kanchipuram e si è appena svegliato. Ne approfitto
per fare colazione ad un chiosco con biscotti e black tea. Alle 5:20
puntuali si parte.
Kanchipuram è una città ricca di templi. Inizio il giro
raggiungendo in risciò il Kailasanatha Temple, alla periferia
ovest della città. Sono l’unico visitatore. Il piccolo
complesso dell’epoca Pallava (VIII sec.) è affascinante,
carico di sculture nelle mura del recinto: una successione di colonnine
rette dal mitico yalis, delimita piccole nicchie con bassorilievi di
Shiva e Parvati. In alcuni punti si distinguono ancora tracce di affreschi.
La torre centrale in pietra chiara ha invece un aspetto più recente.
L’interno è chiuso e devo rinunciare alla visione del linga,
terzo per dimensioni in tutta l’Asia. Un’altra corsa in
risciò mi riporta in centro all’Ekambareshvara Temple.
Si tratta del tempio più grande di Kanchipuram, dominato da monumentali
gopura in restauro, ma ormai la successione di mandapa non mi dice molto.
Nella vasta piscina un vecchio si lava coperto solo da un fazzoletto
sul davanti mentre i pesci sguazzano disegnando cerchi. Un albero di
mango, o meglio quanto ne rimane, segna il luogo del matrimonio tra
Shiva e Kamakshi. Nel Kamakshi Amman Temple ritorna la Parvati locale
che proprio a Kanchipuram riuscì a adescare Shiva. La torre centrale
con gopura è coperta da vernice dorata. Nuova corsa in risciò
alla periferia est della città per visitare il Varadarajaperumal
Temple. Appena entrati una mandapa presenta guerrieri su cavalli ritti
su due zampe, tema caro ai Vijayanagar già incontrato a Trichy.
Stranamente riesco ad arrivare quasi fino al santuario centrale, raggiungendo
una sala con affreschi ben conservati.
Finito il giro dei templi è il momento dello shopping. Per evitare
interferenze da parte dei guidatori di risciò mi faccio portare
al TM Hotel, fingendomi un cliente. Lungo l’ampio viale, molti
negozi trattano la seta; Kanchipuram, infatti, è considerata
la capitale indiana del sari. Alla fine scelgo un negozietto che espone
i prezzi sulla vetrina e non ha procacciatori. I commessi parlano un
inglese molto scarso ma riusciamo ad intenderci un minimo. Scelgo un
modello bordeaux con finiture oro, riuscendo a spuntare uno sconto del
30 %. Speriamo che il regalo sia gradito a Stefania.
Pranzo al Saravana Bhavan, ristorante dell’Hotel Jaybala International,
cercando di mantenermi leggero con un riso biryani, visto che oggi mi
sento molto stanco (sarà l’effetto della levataccia!?).
Le strade di Kanchipuram sono piene di carretti trainati
da buoi dalle lunghe corna, più volte incontrati nel mio precedente
viaggio in Rajasthan ma finora assenti al sud. Davanti ad un tempio
un mendicante ha una caviglia deforme, tremendamente gonfia, una visione
impressionate che mi ricorda quanta gente in India sia storpia e soffra
la fame, come del resto purtroppo in molti altri paesi del terzo mondo.
Il bus stand è una bolgia dantesca e mentre cerco
il mezzo per Mamallapuram deve stare con gli occhi ben aperti per non
essere stritolato dai mezzi in manovra. Niente più della stazione
dei bus è emblematico dell’India. A Chengalpattu devo cambiare
mezzo; donne dagli splendidi sari con colori vivacissimi si aggirano
in mezzo a cumuli di sporcizia in un caos totale. I venditori ambulanti
cercano di concludere qualche affare con i viaggiatori gridando i loro
prodotti; donne sedute per terra intrecciano ghirlande di fiori e il
contrasto tra lo sfacelo di ciò che è pubblico e il gusto
di ciò che è privato è evidente. I mendicanti protendono
le mani verso i finestrini privi di vetro; un ciabattino aggiusta sandali
all’ombra di un telo mentre le bottegucce di cibo sono affollate
di avventori.
A Mamallapuram per l’ultima cena del viaggio scelgo
una soluzione romantica al “Luna Magica”, locale proprio
sulla spiaggia. Spira un discreto venticello e il sottofondo del mare
mi fa compagnia visto che sono solo. Anche questa volta mi portano il
pesce da visionare e ripeto il menù di ieri con grilled fish
e chips ma le porzioni sono molto più abbondanti.
9 gennaio:
Mamallapuram – aeroporto di Chennai
Undici ore di sonno mi rimettono in sesto. Faccio colazione
al Sea Queen, con un banana pancake dolcissimo e immangiabile, accompagnato
da un lassi.
Lo Shore Temple, costruito all’epoca dei Pallava, oggi è
protetto dal mare con uno sbarramento di rocce ma l’effetto dell’erosione
si vede sui consumati bassorilievi. Si tratta del tempio in pietra più
antico dell’India del sud e il suo stile ebbe un’influenza
profonda che si estese fino all’Indocina. Tra le due torri di
altezze differenti, una cella ospita Vishnu dormiente mentre quella
della torre più grande contiene un linga a prisma e una colonia
di pipistrelli appesi al soffitto. Tutto intorno corrono bassi muretti
sormontati da decine di consumati Nandi. Termino il mio pellegrinaggio
attraverso i templi del Tamil Nadu con il più antico, in un percorso
che da Kanniyakumari a Mamallapuram mi ha portato indietro nel tempo
attraverso le tre grandi dinastie dei Vijayanagar (Madurai e Trichy),
Chola (Thanjavur) e Pallava (Mamallapuram). Il sole, assente da un po’
di giorni, cerca di farsi largo tra le nuvole; si odono solo la risacca
del mare e il gracchiare dei corvi.
La roccia delle Penitenza di Arjuna illuminata dal sole
è un tripudio di sculture, uno degli spettacoli più belli
del viaggio. Mi soffermo ad ammirare i particolari: i topi giganti che
insidiano un santone, Arjuna ridotto ad uno scheletro, la famiglia di
elefanti in tenera processione.
La giornata è di tutto relax: dopo avere ordinato una sari bloose
fatta su misura (ma manca Stefania da misurare!?) bisso la colazione
al Tina Blue View Roof Top Restaurant, dove il banana pancake con miele
è buono anche se un po’ stucchevole.
Il mio viaggio si conclude artisticamente davanti a
cinque capolavori, i Pancha Pandhava Rathas. Vi arrivo percorrendo una
strada che risuona degli scalpelli degli scultori. Le loro opere, spesso
di notevoli dimensioni, non sono destinate ai turisti, come avevo pensato
in un primo momento, ma a rifornire i templi indù di tutto il
mondo. I rathas sono carri portati in processione durante le feste ma
a Mamallapuram si sono trasformati in cinque tempietti monolitici scavati
nella roccia e coperti da bassorilievi. La visione d’insieme è
eccezionale come anche i particolari. Il carro di Dharmaraja, il più
alto, culmina con una piramide a livelli decrescenti, decorati con mini
tempietti a bauletto. Intorno, tra le varie figure scolpite ritrovo
Ardhanarisvara (mezzo Shiva, mezzo Parvati). Subito dietro il carro
di Bhima è il più lungo e il meno completo. Gli artisti
procedevano dall’alto verso il basso ma in questo caso non scolpirono
mai i pannelli. Le colonne del portico sono rette dai soliti mitici
leoni. I successivi due carri, dedicati ad Arjuna e Draupadi, condividono
la stessa base. Il secondo presenta un tetto originale che richiama
una capanna. Ai lati tre splendide sculture di animali: Nandi accovacciato
da un lato, un elefante e un leone dall’altro. L’ultimo
carro di Nakula e Sahadeva, isolato rispetto alla fila degli altri,
ha un elemento di originalità nell’abside e si presenta
come un piccolo tempietto molto rifinito.
Mamallapuram merita senz’altro il titolo di patrimonio dell’umanità
attribuitole dall’Unesco. Fa un caldo notevole e mi siedo all’ombra
di un albero per scrivere e ammirare i tempietti. Le macchie colorate
dei sari delle donne danno un ulteriore tocco di esotico allo spettacolo
dell’arte pallava.
Pranzo al Moonrakers con un saporito curry fish.
Per raggiungere l’aeroporto di Chennai da Mamallapuram
ci sono due possibilità: un comodo taxi oppure un bus per locali.
Per coerenza con il resto del viaggio scelgo questa seconda soluzione.
Il bus è stracolmo di scolari che tornano a casa e procede lentamente
passando di villaggio in villaggio. Il bimbo accanto a me è molto
sorpreso di vedermi e quando gli spiego che sto per prendere un aereo
e fare un volo di 10 ore risponde con un “ooooh!!”. Anche
questa volta raggiungiamo Chengalpattu, da dove una superstrada a due
carreggiate si dirige verso Chennai. Gli indiani poco avvezzi a questa
situazione guidano in modo ancora più pericoloso del solito:
mezzi lenti si tengono a destra (la guida è a sinistra) e i sorpassi
avvengono da tutti i lati. Alle sette sono in aeroporto; bastano un
centinaio di metri dalla fermata dell’autobus, lungo un caotico
viale della periferia di Chennai, e l’India non c’è
più. Dentro l’aeroporto l’aria condizionata a tutta
forza per poco non mi fa venire un “coccolone”. L’ambiente
è asettico, tutti hanno le scarpe e ci sono persino i cestini
per la spazzatura. Noto comunque una certa insofferenza “pedestre”
e appena seduti gli indiani tendono subito a sfilarsi le scarpe. Mi
aspetta una lunga attesa visto che nell’area check-in si potrà
entrare sono alle 9:30 mentre l’aereo partirà addirittura
alle due di notte.
10 gennaio:
Chennai – Francoforte – Roma
A Francoforte siamo in pieno inverno e il freddo si
fa sentire nel breve tratto all’aperto sotto il nevischio. In
compenso l’aeroporto è perfettamente riscaldato, cosa che
non accade a Roma dove il gelo avvolge i corridoi a discapito del povero
passeggero proveniente dal caldo dei tropici.