VIAGGIO
IN NIGER
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Davide
Bergami
Numero di giorni: 10
Costo totale del viaggio: -
Periodo: 22 novembre - 1 dicembre 2003
Compagnie Aeree: -
Documenti: Passaporto
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AIR - TENERE
"LE PISTE DEL SILENZIO”
Prefazione
Ancora una volta partiamo per un’immersione totale, anche se solo
per una decina di giorni, nell’amatissimo deserto del Sahara.
La brevità del viaggio è dovuta al fatto che a casa lasciamo
il nostro piccolo Luca di nove mesi; dieci giorni possono essere pochi
per un viaggio di questo genere, ma possono risultare anche molto lunghi
senza il nostro piccolo cucciolo d’uomo.
Vi lasciamo immaginare la bonaria ironia di colleghi e amici (solo quelli
a cui i viaggi non suscitano alcun interesse) sul nostro strano modo
di fare le vacanze. Com’è possibile passare le ferie in
un ambiente così selvaggio e ostile, quando nel mondo ci sono
tanti posti più belli, comodi e divertenti ??.
Se si sfogliano le pagine di un atlante e ci si sofferma sull’Africa
Settentrionale, ci si rende subito conto dell’enorme estensione
del deserto del Sahara; una regione geografica gigantesca, un mondo
ancora poco conosciuto nonostante il dilagare planetario del turismo
di massa, che fortunatamente si dirige verso altri lidi.
Il deserto è tutto e nulla; il deserto ti fa dimenticare che
esiste un’altra realtà da qualche parte. Questi spazi inimmaginabili
a volte sono troppo grandi per essere compresi da chi come noi vive
ammassato nelle nostre città; il tempo che scorre in un’altra
dimensione, questi silenzi mai provati, il respiro del vento, il poco
o nulla a disposizione che diviene il tutto invita alla riflessione
sul troppo che abbiamo.
Nel deserto si ha solo bisogno dello stretto indispensabile e non del
superfluo.
Più che un viaggio in un luogo esotico e lontano, diventa un
viaggio all’interno di noi stessi.
Note sul paese
La meta del nostro viaggio è il NIGER e più precisamente
il massiccio montuoso dell’AIR e le dune del Ténéré
che, in continuo movimento e spinte dal vento, qui vi si addossano.
Il NIGER, privo di sbocchi sul mare, è per dimensioni il secondo
paese dell’Africa Occidentale (pari a quattro volte l’Italia)
ed uno dei meno popolati.
Nella parte settentrionale del paese si riscontra dapprima una fascia
climatica prettamente arida, con caratteristiche di deserto e predeserto;
in prossimità delle aree più meridionali si comincia a
risentire degli effetti di un clima megatermico umido con caratteristiche
di savana. Il passaggio tra queste due aree climatiche avviene molto
gradatamente tramite quella fascia di raccordo conosciuta come Sahel.
A questa distinzione climatica, corrispondono vari gruppi etnici diversi
tra loro con attività economiche ben differenziate: da una parte
le etnie sedentarie dedite all’agricoltura e dall’altra
le etnie nomadi dedite all’allevamento.
Nella zona meridionale circostante il fiume Niger, che dà il
nome a tutto il paese, si concentra la quasi totalità della popolazione.
Qui le precipitazioni medie sono di 350 ÷ 400 mm annui e segnano
il limite Tuaregh dell’Air dell’agricoltura possibile senza
bisogno di irrigazione; le principali colture sono quelle cosiddette
alimentari di base come miglio, sorgo, riso e quelle introdotte più
recentemente come arachidi e cotone.
Le etnie sedentarie presenti nella regione meridionale del paese si
distinguono in tre gruppi principali:
SHONGAI e ZARMA nella parte occidentale, gli HAUSSA
nella parte centro-meridionale ed i KANOURI nell’estremità
orientale ai confini con il Tchad.
I nomadi occupano le zone settentrionali desertiche e sono rappresentati:
dai TUAREGH, concentrati nel massiccio dell’AIR, dai TEBU sparsi
nella parte orientale del paese fino alle oasi meridionali del grande
Erg di BILMA e nelle vicinanze del TERMIT. Infine dai PEUL e BORORO
che si spostano in tutto il territorio nigerino che va dalla parte sud-occidentale
dell’AIR all’intera zona meridionale del paese fino ai confini
con la Nigeria.
A nord di AGADEZ, tra la piana del TALAK a occidente e il deserto del
Ténéré ad oriente, si trova il massiccio montuoso
dell’AIR (o AZBINE in lingua Haussa), meta principale del nostro
viaggio. Lungo quasi 400 km e largo 250 circa, con una superficie totale
di 80'000 kmq, è uno dei cinque grandi massicci sahariani insieme
all’HOGGAR -TASSILI, TIBESTI, ENNEDI e all’Adrar
degli IFORHAS.
Questa catena montuosa di inconsuete dimensioni, formatasi tra i 600
e i 200 milioni di anni fa, è praticamente un plateau disseminato
di piccoli e grandi sassi, lanciati in epoche preistoriche da vulcani,
dai colori che bruno-rossastri. Nel suo complesso il rilievo si presenta
come un altipiano di 800 metri, sul quale si elevano creste e picchi
vulcanici, isolati l’uno dall’altro da vallate pianeggianti
che sono chiamate kori (letti asciutti dei fiumi); qui inoltre vi è
la presenza di numerose “ghelte” laghetti di acqua fresca,
di palmeti e oasi con rigogliosi giardini. Queste piccole e grandi valli
fluviali, costituiscono una vasta rete idrografica la cui orientazione,
quindi il convoglio delle acque durante la breve stagione delle
piogge, è generalmente rivolta verso la depressione occidentale
del TALAK.
L’AIR è inoltre percorso in varie direzioni anche da piste
molto antiche, che ne raccordano la quasi totalità delle località
abitate.
Dimora dei Tuaregh, i KEL AIR nomadi e sedentari, è il punto
di partenza delle lunghe traversate che compiono le carovana di dromedari
per l’acquisto e il trasporto del sale (per uso animale) dalle
lontane saline del KAOUAR.
Il gruppo Tuaregh, popolo di stirpe berbera, è in gran parte
costituito da fiere popolazioni nomadi che non si rassegnano al loro
declino e alla marginalizzazione economica. Agli inizi degli anni novanta
una brutale repressione da parte dell’esercito a causa delle loro
rivendicazioni di autonomia sfociò in una guerra civile conclusasi
nel 1995 con un “cessate il fuoco” tra lo stato centrale
ed i ribelli Tuaregh asserragliati nell’AIR. L’anniversario
della firma dell’accordo del 1995 è diventato giornata
di festa, chiamata Journée de la Concorde.
Il NIGER è stato duramente condizionato dalle siccità
che hanno colpito il sahel negli anni 1973 e 1984. Anche se dalla fine
degli anni ottanta in poi le precipitazioni sono tornate su valori normali,
resta sempre elevato il rischio che questa fascia marginale del deserto,
dove i deficit pluviometrici sono ricorrenti, venga in un futuro prossimo
colpita da anomalie climatiche che potrebbero avere conseguenze ancora
più drammatiche.
Queste disastrose siccità hanno provocato anche una drastica
riduzione della consistenza del patrimonio animale, in parte sterminato
dalla fame e in parte trasferito nei paesi confinanti. Nel paese l’allevamento
del bestiame, principalmente zebù, ovini e dromedari, costituisce
l’attività più importante nel settore dell’economia,
concorrendo a formare all’incirca il 15% del valore del prodotto
interno.
Il dramma delle siccità e soprattutto la forte pressione demografica,
hanno evidenziato che il sahel è un ambiente ecologicamente fragile,
incapace così di sopportare un’eccessiva pressione antropica.
Le scarse precipitazioni, inoltre hanno fatto sì che la portata
del fiume Niger, in questi ultimi due decenni, si sia ridotta di circa
un terzo con conseguenze catastrofiche per i circa 110 milioni di persone
che vivono lungo le rive di questo fiume. L’anno scorso la scarsità
di acqua era tale che, gli abitanti di NIAMEY guardavano dai ponti un
fiume praticamente in secca. Il forte inquinamento unito alla drastica
di diminuzione della portata di acqua del fiume, ha effetti disastrosi
sulla navigabilità del fiume e di conseguenze sulle economie
locali, considerato che il fiume Niger è l’unica fonte
di approvvigionamento di acqua per l’agricoltura e il bere di
tutto il paese.
Il NIGER, indipendente dal 1960, è una delle tante entità
politiche artificiali prodotte dalla storia coloniale, come lo si può
facilmente desumere dall’andamento pressoché rettilineo
di alcuni tratti di confine, fissati dalla Francia quando si trattò
di definire i vari stati che facevano parte dei possedimenti coloniali
in Africa Occidentale. Questo paese, sprovvisto di vie di comunicazione
moderne, è praticamente privo di risorse esportabili, ed è
tra i paesi dell’ex colonia francese quello che versa nella situazione
più critica, dove la durata media della vita è di circa
47 anni con un elevata mortalità infantile e un reddito pro capite
medio che è, come in tutto il sahel, ai limiti della soglia di
sopravvivenza.
Nel corso degli anni settanta, con la scoperta dell’uranio nella
zona di Arlit, il Niger divenne il secondo produttore del continente
africano. Per circa un decennio il paese beneficiò di consistenti
introiti; il calo del prezzo dell’uranio, unito al progressivo
assottigliamento della rendita mineraria, ha fatto sì che la
sopravvivenza economica di questo stato dipenda ormai in larga misura
dall’esito delle trattative sulla riduzione del debito estero,
nonché dagli aiuti internazionali.
Ora un altro dramma sta investendo questo paese: la “nuova tratta
degli schiavi”.
In questi ultimi anni migliaia di persone cercano di fuggire dai loro
paese di origine, principalmente quelli del Golfo di Guinea per la miseria
e la disperazione in cui versano, nell’illusione di poter entrare
clandestinamente in Europa. Le rotte dei clandestini fanno tutte tappa
ad AGADEZ, l’imbuto dentro cui passa tutto il traffico verso l’Italia,
per poi affrontare il temutissimo Ténéré ed il
Sahara nella terra di nessuno tra Niger e Libia. Un vero e proprio popolo
in fuga, che affronta i 4-5 giorni di viaggio nel Ténéré,
ammassati come bestie su vecchi camion Mercedes 6x6 fino a DIRKOU, divenuta
ora l’oasi degli schiavi; una vera e propria prigione a cielo
aperto, dove il Ténéré ed il Sahara sono le sue
sbarre. Qui nella grande roulette in cui ci si gioca la vita, solo pochi
fortunati potranno raggiungere le coste libiche e affrontare poi, su
inumane carrette del mare, il famigerato canale di Sicilia, per approdare
a Lampedusa, porta d’accesso all’Europa meridionale.
Tipico villaggio Haussa Piccola moschea in “banco”.
Il viaggio
Questo viaggio è stato effettuato con SPAZI d’AVVENURA,
tour operator di Milano fondato da un medico milanese Piero Ravà,
che ad AGADEZ è presente con un proprio ufficio, veicoli fuoristrada
e guide italiane con decennale esperienza di questi luoghi, coadiuvate
egregiamente da personale locale.
Il lungo viaggio di avvicinamento al deserto nigerino, è iniziato
il 22 novembre da Bologna via Parigi con i nostri amici Claudio e Roberta;
qui insieme a Mirella, Daniela e Paola, tutte provenienti da regioni
del Nord Italia, con la nuova compagnia aerea libica AFRIQIYAH AIRWAYS,
raggiungiamo la capitale NIAMEY via TRIPOLI. A causa di un forte ritardo
sul volo TRIPOLI - NIAMEY, prendiamo possesso della nostra camera all’hotel
Gaweye soltanto verso l’una di notte. Un breve riposo, sveglia
alle quattro di mattina e alle cinque in punto partenza in pulmino per
una lunga galoppata su asfalto di oltre undici ore, con un totale di
quasi mille chilometri, per raggiungere, alle porte del deserto nigerino,
l’antica città carovaniera di AGADEZ.
Lungo la principale direttrice nigerina, ci dirigiamo verso est, parallelamente
ai confini di BENIN e NIGERIA, nella regione più popolosa e fertile
del paese; qui in un paesaggio savaneggiante, attraversiamo numerosi
villaggi di capanne e curiosi granai a forma di salvadanaio, costruiti
in paglia e fango, tipici dell’etnia HAUSSA. Insolite sono anche
le minuscole moschee dalla ruspante architettura in terra, con i fedeli
che si apprestano alla preghiera. Siamo coinvolti nel colorato commercio
che si sviluppa lì attorno:
i ragazzini con i loro rudimentali carrelli si spostano vivacemente
con l’intento di vendere bibite fresche, mentre le donne, avvolte
nelle tradizionali “pagne” (foulard che sono legati in vita
come gonne e Taghalamt – la carovana del sistemati sul capo a
protezione del sole) vendono frittelle dolci e salate accanto agli uomini,
che sistemano intorno ad un fuoco ricco di brace, dei saporiti spiedini
di carne.
Passato il villaggio di BIRNI’n’KONNI, dove effettuiamo
una breve sosta per il pranzo, la strada piega decisamente verso nord,
rendendo evidente il graduale cambiamento climatico-ambientale nel passaggio
da sahel a deserto vero e proprio; è possibile incontrare talvolta
i nomadi PEUL che transumano con le loro mandrie. Mano a mano che si
procede, diventano sempre più rare le coltivazioni di miglio
e sorgo, lasciando spazio a distese sabbiose e ciottolose. A TAHOUA,
la strada ripiega verso est passando per il suggestivo lago artificiale
di ABALAK, incassato tra enormi dune morte coperte da una rada vegetazione
di tipo arbustiva. Non si spalanca nessuna porta per entrare nella stanza
del deserto; capisci che ci sei già dentro dalle pareti dell’orizzonte
che si sono improvvisamente dilatate, tanto da farti perdere i punti
di riferimento.
Arriviamo in tarda serata all’hotel Tiene e dopo una doccia ristoratrice
ci aspetta una cena all’eccellente ristorante “Le Pilier”
di proprietà di Vittorio Gioni, un italiano residente qua da
molti anni.
Qui incontriamo Piero Ravà, che l’indomani mattina, con
due fuoristrada Range Rover, guiderà il nostro piccolo gruppo
alla scoperta del massiccio dell’AIR e delle genti che lo popolano.
L’indomani, usciti dalla città, si comincia a salire verso
Nord in un paesaggio di pianure solcate da grandi oueds; occorreranno
due giorni per arrivare a KOGO, ultima piana della valle di ZAGADO,
prima delle grandi dune del Ténéré. Si segue il
corso del kori TELOUA, molto verde e rigoglioso nonostante che oramai
siamo alla fine del mese di novembre. Quest’anno le piogge si
sono protratte fino agli inizi di ottobre e la loro abbondanza ha fatto
sì che si possa godere ancora di una vegetazione lussureggiante,
costituita principalmente di acacie, palme dum e tamerici. Costeggiamo
poi i massicci di GUISSET e BILET dai quali si dipartono rigogliosi
kori; ANOU MAKKERENE e MELLETS tra i più grandi e intensamente
popolati da famiglie di nomadi TUAREGH. Abbiamo il piacere di incontrare
un paio di piccole carovane di dromedari (qui chiamate TAGHALAMT) che
trasportano fin qui blocchi di sale per uso animale dalle lontane oasi
di FACHI e BILMA; appaiono dal nulla e scompaiono nel nulla, sembra
una favola d’altri tempi, una visione, ma qui è pura e
semplice realtà quotidiana.
Durante il procedere dinoccolato dei dromedari scambiamo un rapido saluto
con i nomadi che li conducono, donando a loro alcuni capi di abbigliamento
di lana, utili per le fredde notti dell’inverno nigerino. Proseguendo
fra picchi vulcanici e kori, prima del villaggio di ELMEKI, attraversiamo
un territorio arido e desolato, dove il suolo è cosparso da migliaia
di sassi di varie dimensioni, neri come la pece, che paiono precipitati
disordinatamente qua e là. Sembra un’immagine provenire
direttamente dal pianeta rosso, in realtà siamo in terra nigerina.
Percorriamo talvolta a fatica ripide e tortuose piste; qui le parti
meccaniche dei fuoristrada sono messi a dura prova, per poterci addentrare
in questo microcosmo unico nel suo genere. Paesaggio dell’AIR
Ragazze e bimbi Tuaregh Famiglia Kel TEDELE a Kogo Ancora verso nord,
superando il massiccio dell’Adrar EGALAH e proseguendo lungo il
kori ASSODE`, costeggiamo il sito dove era ubicata l’antica capitale
omonima e centro carovaniero e commerciale; oggi, accanto alle sue suggestive
rovine, gravitano numerose famiglie nomadi. Attraverso il kori ZILALET,
ci dirigiamo verso est per raggiungere la piccola oasi di TCIHN-n-TOULOUS,
ultime verdi coltivazioni prima dell’arido ambiente dell’AIR
settentrionale. TCIHN-n-TOULOUS è un piccolo villaggio Tuaregh;
abitato dai Kel OWEY; qui l’acqua del pozzo è veramente
buona, consentendo così di ripristinare le nostre scorte
oramai esaurite. La sosta per il pranzo viene fatta in genere all’ombra
delle grandi acacie, dove di solito ci tengono compagnia i bambini Tuaregh
di qualche accampamento vicino. Vengono improvvisati piccoli mercatini
ricchi di vari articoli fatti a mano come orecchini, collane, oggetti
in pietra saponaria, ma soprattutto le magnifiche e caratteristiche
croci Tuaregh. Dopo il pranzo ci attende il fatidico magico rituale
del the; un rito antico che è rimasto immutato con il passare
dei secoli. Il the nel deserto viene servito per tre volte in piccoli
bicchierini di vetro; è un the scuro, schiumoso e dal sapore
forte. Le teiere sono generalmente tre, molto colorate e messe a turno
sulla brace per fare ribollire l’acqua; senza perdere una goccia
e con un abile gioco di mano il the viene passato da una teiera all’alta
e miscelato con lo zucchero. Ed ecco pronto il primo the, “amaro
come la morte”, poi viene aggiunta altra acqua alle foglie che
hanno già dato e con solo un pizzico di nuovo the, qualche fogliolina
di menta ed altro zucchero, ecco pronto il secondo “forte come
la vita”.
Infine ancora acqua, tanto zucchero e tanta menta, ed ecco il terzo
the “dolce come l’amore”. Questa consuetudine si ripete
immancabilmente sia nel dopo pranzo che alla sera sotto il cielo stellato;
ci vuole tempo per farlo, ma il tempo non manca mai nel deserto.
La discesa verso il Ténéré la si intraprende percorrendo
per tutta la sua lunghezza l’ampio kori ZAGADO, incassato tra
il massiccio del Iussuf La spettacolare caldera di Arakao TAKOLOKUZET
a est e i monti TAGHMER a ovest. Nella parte terminale del kori, che
si allarga come una vera e propria foce fra le grandi dune, un evidente
affioramento della falda permette la crescita di una vegetazione abbastanza
sostenuta.
Siamo nella piana di KOGO, dove posiamo il secondo campo; qui nomadizzano
alcune famiglie dei Kel TEDELE, ceppo Tuaregh tra i meno meticciati
del Niger, che ci accolgono con la loro usuale gentilezza. Le tende
vengono posate vicino all’accampamento di Iussuf, un Tuaregh che
vanta un’amicizia decennale con Piero Ravà; abbiamo così
l’opportunità di conoscere lui e la sua famiglia, donargli
qualche maglia di lana e un po’ di collirio e comperare un piccolo
capretto del suo gregge, che sarà la nostra cena per il giorno
seguente.
A volte basta veramente poco per dare sollievo a gente che non ha accesso
a nessun presidio sanitario; medicine e medicamenti che per noi possono
essere banali, sono in molti casi risolutivi. Questi Tuaregh, pur vivendo
vicino ad AGADEZ, preferiscono condurre una vita arcaica; l’attrattiva
della città non ha ancora fortunatamente fatto presa su di loro.
Fino a qui il massiccio dell’AIR ci ha offerto uno dei paesaggi
più spettacolari di tutta l’Africa Occidentale; un territorio
aspro e roccioso dove picchi granitici e vulcani oramai spenti da millenni
si contrappongono agli innumerevoli kori tappezzati di acacie e palme
ombrose, sotto le cui volte trovano riparo le tende dei nomadi. Il giorno
successivo si riparte in direzione di ISSAOUANE, prosecuzione naturale
della valle di ZAGADO, che, scorrendo verso nord-est, va a perdersi
nelle sconfinate piane del Ténéré. Il terreno è
ora sempre più sabbioso; la nostra meta è ARAKAO, in lingua
Tuaregh TCHI-n-TABOURAK che significa “chela del granchio”.
Qui lungo i margini orientali dell’AIR l’incontro e scontro
tra sabbia e roccia dà vita ai più svariati e spettacolari
paesaggi. ARAKAO è un anfiteatro naturale che si apre verso il
Ténéré con un solo Tramonto al campo nei pressi
di Arakao passaggio attraverso il quale il vento ha sagomato un cordone
di dune alte più di 200 metri, che sembrano toccare il cielo.
La particolare conformazione di riparo lo ha reso in un remoto passato
zona di elezione per gli insediamenti umani. Ci inoltriamo a piedi lungo
il kori ARAKAO dove è possibile ammirare delle splendide incisioni
rupestri di epoca “bovidiana” (circa 6'000 anni b.p.) raffiguranti
scene di caccia, animali selvatici e personaggi rituali.
E’ difficile credere che in questi luoghi la natura, con un lento
processo sviluppatosi nel tempo, abbia mutato radicalmente l’ambiente
trasformando boschi, montagne verdeggianti e fertili valli in un arida
distesa di sabbia, di sassi, di canyons dove il sole e il vento sono
i dominatori incontrastati. Eppure in ogni parte di questo immenso deserto,
incisioni e pitture rupestri riportano le scene di questa realtà,
pervenuta sino a noi attraverso l’opera degli artisti di allora.
Nel tardo pomeriggio di questa calda giornata, Piero Ravà ci
conduce lungo un sentiero in salita che ci porta in cima alla chela
meridionale di ARAKAO. Qui, da una posizione assolutamente privilegiata,
ammiriamo questo anfiteatro naturale di roccia; il nostro sguardo, senza
più riferimenti e senza limiti, si perde tra le rocce dell’AIR
e le sabbie del Sahara centrale. Al tramonto, nelle sue immediate vicinanze,
posiamo i nostri igloo sulle soffici sabbie del Ténéré;
è l’ora più bella a queste latitudini, quando, alla
luce del crepuscolo, le ombre si fanno più lunghe e i contorni
delle figure più morbide.
Al campo ci prepariamo per la cena che consumiamo seduti su di un tappeto
sahariano vicino al fuoco; il nostro sguardo è rivolto di tanto
in tanto verso l’alto, a riconoscere in questo stellato cielo
d’Africa qualche costellazione o qualche stella cadente.
Le serate trascorse in compagnia di Piero non sono mai monotone; i suoi
racconti e le sue esperienze prima di viaggiatore, poi di guida con
alle spalle più di duecento traversate sahariane, sono una preziosa
fonte di conoscenza sul deserto che nessun libro o pubblicazione ci
potrà mai dare.
Quando ci stendiamo per dormire, circondati dallo sterminato mare di
sabbia, la maestosa parata delle stelle che compongono la Via Lattea,
illumina la notte. Le montagne blu Le roccie dell’Adrar Chiriet
Iniziano presto le giornate nel Sahara, a farci da sveglia sono i primi
raggi del sole che filtrano attraverso le tende; usciamo all’aperto
e ci accorgiamo che il nostro cuoco ha già acceso il fuoco e
si sta dando da fare per prepararci la colazione.
Subito dopo, mentre lo staff ripiega il campo e prepara le macchine
per la giornata che ci aspetta, ci troviamo a percorrere cordoni di
dune camminando su sabbia vergine, dove le rare tracce di passaggio
umano vengono assorbite e cancellate.
Lasciato ARAKAO alle nostre spalle, ci inoltriamo verso nord attraversando
la regione di ILLAKANE in direzione del pozzo di FARIS. Dopo un primo
tratto sabbioso, proprio a ridosso del massiccio, incontriamo una zona
caratterizzata da affioramenti marmorei dai colori bianco-blu che ricordano
la cenere; a causa di questi le dune sembrano delle vere
e proprie isole di marmo bluastro. Arrivati al pozzo, situato ai piedi
del monte TAGHMERT, ripristiniamo le nostre riserve idriche e vista
l’abbondanza di acqua, ci concediamo una vera e propria “doccia
sahariana”. Puntiamo poi decisamente in direzione nord, attraversando
le sinuose dune dell’Erg di IZZANE, per arrivare fino all’Adrar
CHIRIET, dove posiamo il nostro campo per la notte.
L’Adrar CHIRIET
si presenta come una vera e propria isola di granito nero, in contrasto
con le morbide tonalità delle sabbie del Ténéré
che la circondano.
Anche qui abbiamo l’occasione di inerpicarci sulle rocce nere
e ammirare dall’alto il grandioso spettacolo di come prepotentemente
le dune del Ténéré abbracciano questa inusuale
formazione rocciosa. Ci troviamo ora entro i confini occidentali della
Riserva Naturale e Nazionale dell’AIR e del Ténéré,
che racchiude una delle più esclusive e preziose biosfere del
nostro pianeta. Ampia più di 70'000 kmq, ospita progetti per
il rimboschimento, l’autosufficienza d’acqua e la ricostruzione
della fauna selvaggia. Le maestose dune dell’erg di Breard Al
centro della riserva c’è l’esclusivo Santuario degli
ADDAX, una meravigliosa antilope dalle corna a spirale, oramai al limite
dell’estinzione. A dire il vero Ravà ci ha detto che oramai
l’ADDAX in questa zona è solo un lontano ricordo; gli ultimi
esemplari di questo splendido animale si trovano solamente più
a sud, vicino all’isolato massiccio del TERMIT. Alla sera intorno
al fuoco, un cielo incredibilmente stellato ci fa da tetto; siamo tutti
quanti letteralmente soggiogati dal fascino di queste dimensioni che
non ci appartengono e a cui non siamo abituati. L’indomani mattina,
prima di lasciare definitivamente CHIRIET, ci arrampichiamo su di una
duna per ammirare il maestoso Erg di BREARD; tutto attorno a noi, sin
dove lo sguardo riesce ad arrivare, è una
cavalcata di dune che si rincorrono senza fine, come onde di un oceano.
Affrontiamo gli ultimi cordoni dunari di questo viaggio e ci dirigiamo
verso l’importante pozzo di TEZIRZEK, sede di splendidi graffiti
rupestri. Qui troviamo i nomadi Tuaregh; con
gesti faticosi antichi e per noi inusuali, portano faticosamente in
superficie pesanti recipienti in pelle ricolmi di acqua. E’ la
routine della dura vita del deserto che affascina, forse perché
ci richiama ad una manualità di sopravvivenza a cui il nostro
mondo moderno ci ha completamente disabituato.
Rientriamo definitivamente nell’AIR, lungo una pista piuttosto
dissestata che ci permetterà di raggiungere IFERUANE, un’oasi
di montagna abitata dai Kel FERWAN, in larga parte sedentarizzati. Sede
di una gendarmeria (dove è obbligatoria la registrazione), IFERUANE
è un villaggio dove le caratteristiche “pailottes”,
capanne a forma di zucca rovesciata, sono disseminate all’ombra
delle acacie e all’esterno, una cintura di palme che ombreggiano
le coltivazioni dei giardini, crea un’isola verde nel cuore del
deserto, dove un habitat di vita relativamente più facile ha
determinato l’insediamento di numerosi gruppi umani.
Visitiamo lo splendido giardino del nostro autista Illi, un vero e proprio
orto dove è possibile coltivare ogni sorta di verdura, grazie
alla preziosa acqua di un pozzo. Approfittiamo della sua ospitalità
per posare le nostre tende nel cortile di casa sua.
Il giorno seguente da IFERUANE si prende la pista che gradualmente si
allontana dalle montagne dell’AIR in un paesaggio di picchi minori
isolati e di accampamenti Tuaregh installati in prossimità di
verdi pascoli per i loro animali. Raggiungeremo quindi la strada asfaltata
che collega ARLIT e AGADEZ, dove rientreremo a metà pomeriggio.
Il minareto di Agadez Isolata dal mondo, è il confine naturale
tra il sahel e il deserto; situata ai piedi del massiccio dell’AIR,
circondata dal Ténéré e dalle sterminate pianure
dell’AZAOUAGH, Agadez è oggi il centro amministrativo del
dipartimento di gran lunga più esteso della repubblica Nigerina.
Agadez è una delle città più antiche del Niger,
con un passato ricco di eventi. Poco nota fino agli inizi del XV secolo,
acquista importanza quando Illisawan, sultano dei Tuaregh dell’AIR,
decide di abbandonare il nomadismo e fa di Agadez la sua capitale. Nel
XVI secolo l’antica città dei Tuaregh conosce il suo massimo
splendore, diventando un importantissimo crocevia dei traffici carovanieri
tra l’Africa nera e l’africa sahariana.
La città è stata, fino al momento della colonizzazione
(circa cinque secoli) il centro politico, amministrativo, religioso
e commerciale del sultanato Tuaregh. Dopo la colonizzazione francese
e fino a pochi anni orsono, Agadez è stata scarsamente influenzata
in senso negativo dai rapporti con il mondo occidentale; ora è
una città vera e propria di oltre 50'000 abitanti, punto di partenza
dei turisti per i tour nel deserto.
Purtroppo ora, come detto in precedenza, Agadez è diventata una
tappa fondamentale del lungo viaggio che compiono le genti dell’Africa
occidentale, per tentare un approdo nell’opulento continente europeo.
La periferia della città, causa la forte urbanizzazione avvenuta
soprattutto dopo i devastanti effetti della siccità nel sahel,
risulta molto degradata.
Sono visibili numerose discariche di immondizia a cielo aperto, dove
donne ma soprattutto bambini vanno alla ricerca di qualcosa di utile
per sopravvivere; a tutt’oggi Agadez ha perso molto del fascino
e del misticismo che ammaliò Heirich BARTH, l’esploratore
tedesco che la visitò e la descrisse verso la metà dell’ottocento.
Il simbolo di quest’oasi dai colori ocra è l’originale
sagoma piramidale del minareto con travi in legno della Grande Mosquée,
classico esempio di architettura sudanese, unica superstite di altri
due edifici andati distrutti. La moschea, detta anche del Venerdi, è
opera del santo Zakarya vissuto nel XVI
secolo; il minareto alto circa 30 metri e parzialmente caduto è
stato ricostruito come era e dove era nel secolo scorso. Il Vieux Quartier
di Agadez Incontri nelle strade di Agadez Una volta posati i nostri
bagagli in albergo, abbiamo il tempo di gironzolare per Agadez; la nostra
meta principale è il Vieux Quartier, la zona vecchia della città
dove poter visitare le botteghe dei famosi artigiani, girovagare senza
meta lungo le strette e tortuose strade osservando le caratteristiche
abitazioni in stile sudanese.
La prima tappa però è la terrazza dell’Hotel de
l’AIR, un tempo il migliore della città; ora, attraversando
il salone a pian terreno e salendo le strette scale, ci accorgiamo del
suo stato di abbandono, tuttavia rimane il punto migliore per fotografare
la moschea ed il suo minareto. Nel Vieux Quartier le case sono tutte
costruite in banco, un impasto di argilla, sterco e paglia, con facciate
talvolta decorate con motivi geometrici, talora dipinte.
Sulla terrazza dell’ufficio turistico, si può godere di
una vista panoramica di questa antica città carovaniera e in
lontananza, sul filo dell’orizzonte, avvistare i primi rilievi
dell’AIR.
Il nostro girovagare nelle strette viuzze ci porta a contatto con numerosi
bambini; siamo attorniati da curiosi nullafacenti e interessati procacciatori
di improbabili acquisti, che aumentano in maniera esponenziale alla
durata della permanenza nello stesso punto.
L’attività principale ad Agadez è l’artigianato
e numerose sono le botteghe sparse un po’ dappertutto in città,
come sarti, lavoranti del cuoio ma soprattutto fabbri-gioiellieri. Questi
ultimi con materiali ferrosi e di rame forgiano pugnali da braccio,
le celebri spade Tuaregh (la takuba), lance e le parti decorative delle
selle. Con l’argento di antiche monete, sempre commisto con altri
metalli, creano caratteristici anelli, bracciali, orecchini e soprattutto
le celebri “croci” di vari modelli. La “croce di Agadez”
è il più tipico dei gioielli Tuaregh, ed è un antichissimo
ornamento che identifica le diverse località e tribù,
ma non è assolutamente una croce di ispirazione cristiana, anche
se alcuni modelli ne assumono vagamente l’aspetto. L’ultima
cena in terra nigerina la facciamo come al solito al ristorante “Le
Pilier”, dove insieme a Piero Ravà, trascorriamo le ultime
ore ad Agadez, conversando piacevolmente. L’indomani mattina partenza
di buon ora per il lungo trasferimento via terra, che ci riporta nella
capitale Niamey. Il rientro in Europa avviene di notte; un lungo fulmineo
volo notturno ci riporta in maniera traumatica dentro la nostra realtà
di tutti i giorni, lontana anni luce da quella che abbiamo appena lasciata,
immersa in un altro tempo, in un altro spazio, in un altro mondo. Il
“mal d’Africa” esiste davvero, è una realtà,
non una leggenda. Questo continente esercita su di noi un’attrattiva
che è difficilmente spiegabile in termini razionali, ma è
tuttavia fortissima sotto il profilo emotivo. Il “mal di Sahara”
è un male ancora più sottile, più misterioso, forse
perché è un male che viene dal profondo del nostro animo
e di conseguenza è ancora più difficile da descrivere.
Il deserto non si può spiegare, come non si può spiegare
un tramonto infuocato, un arcobaleno dopo una pioggia tropicale o l’azzurro
del cielo.
Qui, in questo pezzo di mondo, il fascino che esercita il “rumore”
del silenzio, il senso di solitudine e la bellezza selvaggia di questi
paesaggi che sono di sabbia e roccia, contribuiscono a formare delle
sensazioni che una volta entrati nel nostro animo non ne escono più.
Bisogna semplicemente partire per un viaggio nel cuore del Sahara, per
vivere queste sensazioni sulla vostra pelle; queste foto che ritraggono
luoghi e genti del Niger altro non vogliono essere che un invito a provare
le nostre stesse emozioni.