VIAGGIO
IN KASHMIR E LADDAKH
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Davide Bergami & Antonella Bergonzoni
Numero di giorni: 15
Itinerario: Italia - New Delhi - Srinagar - Kargil
- Leh - New Delhi - Italia
Costo totale del viaggio: 2100 Euro a testa
Periodo: 05 - 20 Giu 2005
Compagnie Aeree: Lufthansa
Documenti: Visto per l'India
Sistemazione: Hotel - houseboat - Tenda
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KASHMIR & LADAKH
”… a due passi dalle nuvole”
Viaggio effettuato dal 05 al 20 Giugno 2005
di Davide Bergami e Antonella Bergonzoni
Prefazione
Non è la prima volta che ci rechiamo in India, né probabilmente
sarà l’ultima, ma ritornarci è sempre un’esperienza
che ci emoziona intensamente.
L’India non è un paese ma un continente; è un caleidoscopio,
è una girandola di emozioni e di sensazioni cui nessuno resta
indifferente. Viaggiando da Nord a Sud e da Est ad Ovest, si può
osservare come cambiano le popolazioni con i loro usi e costumi, le
religioni con i loro innumerevoli riti, le molte lingue e i suoi spettacolari
paesaggi.
L’India è tanto vasta quanto affollata e può essere
tanto sfarzosa quanto squallida. Ogni volta che ci si mette piede è
come immergersi nuovamente in un flusso di colori, profumi, sapori ma
soprattutto odori; sensazioni di una vita che non si è mai completamente
dimenticata, relegata in un angolo remoto della nostra memoria, per
poi riprenderla una volta che ci si trova nuovamente a ripercorrere
le strade di questo straordinario paese.
Note generali
Lo stato dello JAMMU & KASHMIR (J&K per abbreviazione), situato
nel nord ovest del sub continente indiano, comprende la regione del
LADAKH, un lembo di terra in cui le montagne si alternano a solitarie
valli dove la vita quotidiana ruota attorno ai numerosi monasteri buddisti
in una forma che rivela strette connessioni con il vicino TIBET. Le
tre grandi aree geografiche di questo stato, corrispondono a grandi
linee a tre gruppi religiosi diversi.
Il territorio dello JAMMU
è la patria dei Dorga, degli Hindu e dei Sikh che dai loro villaggi
della pianura indiana partirono alla conquista dei grandi regni himalayani.
La città di JAMMU è la capitale invernale dello stato
J&K e si trova nella pianura dell’India settentrionale; qui
ora prevale la religione induista, sebbene siano presenti diverse piccole
comunità mussulmane.
La valle del KASHMIR è
una regione molto fertile e verdeggiante ed è, secondo i geologi,
il punto di collisione tra la placca tettonica del sub-continente indiano
e l’Eurasia; qui la popolazione è di fede mussulmana di
ceppo sunnita e vanta un ricco passato islamico a partire dal XIV sec.
Ad un’altitudine di 1'730 mt. si trova SRINAGAR, la capitale estiva,
affacciata sul DAL Lake e sul pittoresco corso del fiume Jhelum. Il
KASHMIR era abitato già fin dal 2500 a.c.; durante l’impero
Maurya fu introdotto il Buddismo, ma in seguito l’induismo prevalse
ed ebbe il suo apogeo nel VIII sec. d.c. durante il regno di Lalitaditya.
Molte dinastie hanno governato la regione, ma dall’anno 1003 furono
i Lohara che esercitarono il potere e lo mantennero fino al 1346, quando
questa terra passò sotto il controllo islamico, per venire infine
annessa all’impero Moghul dell’imperatore Akbar nell’anno
1586. SRINAGAR così divenne la capitale della regione e i Moghul
stabilirono nella valle del KASHMIR la loro residenza estiva.
Il LADAKH, la terra degli
alti valichi, meta principale del nostro viaggio, è situata all’estremità
occidentale del J&K; è una regione che si colloca entro i
confini dell’altipiano tibetano, sia dal punto di vista geografico
che orografico (è incastonato fra quattro grandi catene montuose:
Great Himalaya, Zanskar, Ladakh e Karakorum), sia dal quello etnico
e culturale.
Ad un’altitudine di 3'500 m si trova il capoluogo LEH, una piccola
cittadina che si sta rapidamente rinnovando, grazie all’afflusso
turistico che si concentra durante la breve stagione estiva. Antico
centro carovaniero, era posta sulla via commerciale che collegava la
pianura indiana con le grandi principali città dell’Asia
Centrale.
Questa regione è aperta al turismo solo dal 1974, ed è
un lembo di terra pressoché desertico, dove le vette di montagne
altissime e irraggiungibili, spalmate da nevi eterne, si alternano a
solitarie valli, in un’area di 39'000 km2 con una densità
di popolazione di appena 2 abitanti per km2.
I ladakhi conducono ancora una vita arcaica nelle piccole oasi verdeggianti,
sorte nelle severe e nude vallate del paese; hanno maturato nel corso
dei secoli un adattamento al territorio e adottano una sapiente gestione
delle poche risorse naturali in quanto la loro agricoltura è
solo di sussistenza, che si avvale per altro della tecnica del terrazzamento
e di una sapiente gestione di un sistema di canali.
A tutt’oggi in LADAKH la vita di queste comunità è
regolata da un rapporto simbiotico tra i villaggi e i numerosi monasteri
buddisti (chiamati anche Gompa), che sono poi le maggiori attrattive
della regione, generalmente costruiti in posizione elevata e che sono
di notevole effetto scenografico.
All’interno di questi monasteri vivono monaci e monaci novelli
(che sono poi bambini); qui per tradizione nelle famiglie il figlio
maschio più giovane è destinato a “prendere i voti”.
I monaci trascorrono le loro giornate studiando, organizzando festival,
realizzando manufatti di carattere religioso (i famosi thangka) e andando
nei vicini villaggi a cercare di racimolare qualche offerta per il proprio
monastero.
Nei Gompa sono inoltre celebrati i principali avvenimenti religiosi
del buddhismo tibetano; i monaci indossando maschere dei costumi teatrali,
effettuano danze sacre davanti a centinaia di fedeli.
I monaci novelli sono quelli a cui è deputata la preservazione,
anche nel futuro, di una cultura vecchia di secoli e in un certo modo
arrivata intatta ai nostri giorni.
Il senso della conservazione dei beni, così come lo intendiamo
noi nella nostra cultura occidentale, è completamente sconosciuto
nella mentalità tibetana. Tutto è impermanente e l’attaccamento
ai beni materiali è considerato il peggiore dei veleni mentali,
dunque un affresco o una vecchia statua andranno sostituiti o rifatti
completamente e la nostra speranza è che l’artista incaricato
ne sia più che degno, mentre la loro speranza è che l’immagine
sacra continui ad assolvere la sua funzione di portare gli esseri all’illuminazione.
Per poter accedere a questi monasteri, dove un monaco a fronte di un’offerta
ci farà poi da guida, è necessario seguire alcune semplici
regole. All’entrata bisogna togliersi le scarpe, bisogna avere
braccia e gambe coperte, bisogna camminare seguendo, sulla nostra destra
le ruote della preghiera e soprattutto non si devono disturbare i monaci
intenti a pregare.
La regione del KASHMIR è
stata teatro di un intenso conflitto armato che ha avuto inizio nell’ottobre
del 1948 quando il Regno Unito ha deciso di formare nell’area
due stati: l’India ed il Pakistan e renderli indipendenti. Il
JAMMU & KASHMIR è stato ed è tutt’ora uno dei
nodi cruciali del dissenso che esiste tra queste due nazioni; dalla
data della loro indipendenza si sono combattute ben tre guerre fra i
due eserciti per il controllo di questo territorio.
Nel 1989 è iniziata una cruenta insurrezione armata condotta
da vari gruppi islamici, in gran parte provenienti e sostenuti dal Pakistan,
nei confronti delle forze governative presenti sul territorio; alcuni
si battono per l’annessione al vicino stato, mentre altri chiedono
l’indipendenza dallo stato centrale.
Qui la guerra ha colpito indistintamente sia la popolazione di fede
mussulmana che quella di fede induista, soprattutto lungo la linea di
demarcazione fra i due stati chiamata “Line of actual control”
ovvero linea di controllo effettivo, un confine fittizio che separa
il KASHMIR indiano da quello pakistano, una delle frontiere più
militarizzate del mondo. Non esistono cifre ufficiali, ma si stima che
dal 1989 ad oggi ci siano stati circa 40'000 morti fra la popolazione
kashmira, i ribelli mussulmani e le truppe governative.
Quasi ogni giorno avvengono scontri tra ribelli e l’esercito indiano
di stanza nella regione; si susseguono imboscate, retate, esecuzioni
sommarie, attentati da ambo le parti, che si macchiano così di
gravi violazioni dei diritti umani. Le decine di morti che si contano
praticamente ogni settimana, sono uno stillicidio che ricorda molto
da vicino le regioni “pacificate” di Iraq e Afghanistan.
Qui la quasi totalità delle famiglie ha subito la perdita dei
propri cari, ha sofferto per tanti, troppi anni rabbia e paura, ed è
rimasta sconvolta dalle conseguenze di questa maledetta guerra, un tragico
lascito del colonialismo britannico, uno di quei grovigli quasi insolubili,
lontano dall’Europa e che non suscita interesse alcuno.
Nel 2003 c’è stata una ripresa del dialogo indo-pakistano
e dal 26 novembre è entrato in vigore il “cessate il fuoco”
lungo tutta la linea di controllo in KASHMIR.
All’inizio del 2004 ad Islamabad c'è stato un incontro
tra i capi dei due stati e nel giugno del medesimo anno si sono svolti
nuovi negoziati intesi a migliorare le relazioni ed affrontare la delicata
questione del KASHMIR, con l’accordo di una piccola riduzione
di truppe dislocate nella regione.
Il 7 aprile 2005 è un giorno storico per lo JAMMU & KASHMIR:
dopo quasi 58 anni apre la frontiera fra i due Kashmir nei pressi di
Baramulla, per far passare il primo autobus di linea diretto fra le
rispettive capitali, Srinagar e Muzaffarabad.
Era da parecchi anni che aspettavamo il momento propizio per recarci
nel J&K; ora la relativa calma che regna ci ha permesso di affrontare
con una certa tranquillità il nostro tour, visitando la splendida
SRINAGAR e percorrere in auto la mitica direttrice Srinagar-Kargil-Leh
per arrivare finalmente in LADAKH.
La scelta del periodo nel quale effettuare il viaggio non è stata
casuale, ma condizionata dalla data di svolgimento della più
importante manifestazione religiosa del LADAKH: il festival al monastero
di HEMIS.
Finalmente, dopo aver ricevuto ampie rassicurazioni sulla sicurezza
e concordato lo svolgimento del tour con la sig.ra Rosemarie (vedere
http://www.indiaandmore.com/) siamo partiti per visitare le remote valli
himalayane del LADAKH, territorio soprannominato anche come l’ultimo
“Sangri-là”.
Il viaggio
La mattina del 5 giugno ci rechiamo all’aeroporto di Bologna dove
ci aspetta il volo Lufthansa che ci porterà a Francoforte; qui
dopo uno stop over di circa 1h 30’, c’imbarchiamo con destinazione
NEW DELHI, dove arriveremo intorno alle 00,30 ora locale.
A dispetto dell’ora tarda, il caldo umido e soffocante della capitale
indiana c’investe lasciandoci senza fiato; una breve corsa in
auto verso un piccolo hotel nelle immediate adiacenze dell’aeroporto
ci permette di fare un breve riposo. In mattinata un volo della compagnia
Jet Airways ci condurrà finalmente a SRINAGAR, capitale estiva
dello stato JAMMU & KASHMIR.
SRINAGAR è una piccola città medioevale che nel passato
era il crocevia degli itinerari commerciali tra l’India, l’Asia
Centrale e la Cina; tutto questo ha fatto sì che influenze persiane,
tibetane, cinesi e del sub continente indiano rendessero il KASHMIR
un luogo culturalmente unico.
SRINAGAR sorge attorno al lago DAL, nelle cui acque si riflettono le
imponenti montagne coronate di nevi del KASHMIR. Ovunque ti giri, puoi
ammirare le meraviglie di questa straordinaria città; le moschee
di legno, le case patrizie e i suoi raffinati bazar, gli splendidi giardini
Moghul, i romantici ponti sul fiume Jhelum e sul lago DAL ed infine
le raffinate case galleggianti “houseboat” di legno intarsiato,
nelle quali alloggeremo durante tutto il soggiorno.
Una volta atterrati a SRINAGAR, incominciamo a renderci conto della
reale militarizzazione della regione; dal finestrino del nostro aereo
vediamo parecchi hangar mimetizzati, dove in ognuno di loro è
parcheggiato un jet militare.
Anche nell’aerostazione, mentre si attende l’arrivo dei
bagagli, la presenza di personale militare è massiccia e i controlli
dei documenti e dei bagagli è puntigliosa.
Nel tragitto con l’automobile che ci porta sulle rive del lago
DAL, dove ci attende la shikara che ci condurrà alla nostra houseboat,
notiamo con stupore ed una certa apprensione il grado di militarizzazione
della città. Lo sapevamo, avevamo letto in proposito, ma la realtà
dei fatti ci presenta una città occupata militarmente, con soldati
armati ovunque, piccole autoblindo e postazioni fisse di mitragliatrici
con sacchi di sabbia e reticolati negli angoli più importanti
della città.
Quello che più ci sorprenderà nei giorni seguenti è
l’apparente tranquillità con cui gli abitanti di SRINAGAR
convivono con questo stato di cose; immaginiamo che in queste persone
sia inevitabilmente subentrato anche un certo tipo di rassegnazione,
unita alla speranza che la situazione politica migliori e possa finalmente
ritornare la pace in questo lembo di terra indiana.
Ragionando a mente fredda, a noi parrebbe impossibile poter condurre
una vita normale in questa situazione; evidentemente la voglia di vivere,
insieme alla voglia di normalità, agisce nelle menti e nelle
coscienze di chi abita in questi posti, dove la violenza terroristica
si può scatenare da un momento all’altro.
Non c’è altra spiegazione, altrimenti i cittadini di SRINAGAR,
come i palestinesi che vivono nei Territori Occupati sarebbero fuggiti
oppure le città del Nord Irlanda, teatro di decenni di guerra
civile, si sarebbero svuotate dei suoi abitanti, consegnando così
alle forze militari soltanto città morte.
A tutt’oggi sono ancora pochi i turisti occidentali che si recano
a SRINAGAR; la stragrande maggioranza è composta da vacanzieri
indiani che fuggono per qualche giorno dalle assolate ed incredibilmente
calde pianure indiane durante il periodo del monsone estivo.
Il centro storico di SRINAGAR è formato da un labirinto di vicoli
stretti, case e moschee; qui risiede il centro commerciale della città,
formato da un’infinita serie di botteghe una di seguito all’altra,
ove è possibile acquistare i prodotti del celebre artigianato
locale e dove si respira una tipica atmosfera centro-asiatica, certamente
unica rispetto alle altre parti del sub continente indiano.
A parte le pochissime testimonianze di luoghi di culto Induisti e Buddisti,
ciò che identifica l’aspetto di SRINAGAR sono i caratteri
dell’architettura islamica, sottolineati da varie moschee ed altri
monumenti costruiti facendo un ampio uso di legno.
Tra i monumenti più importanti segnaliamo la Jama Masjid (o moschea
del venerdi) situata nel cuore della città vecchia e che risulta
una delle più antiche moschee del KASHMIR. Di imponenti proporzioni,
l’edificio originale fu edificato dal sultano Sikander nel 1398
ed è un tipico esempio di architettura indo-saracena; la moschea
è stata costruita attorno ad un cortile, capace di contenere
migliaia di fedeli e supportata da ben 370 pilastri di legno.
In seguito è stata distrutta per ben tre volte dal fuoco e ogni
volta ricostruita; l’edificio che attualmente ammiriamo è
stato ricostruito definitivamente durante il regno del Maharaja Pratap
Singh.
Di notevole pregio è anche la moschea a due piani su pianta quadrata
di Shah Hamadan, situata sulla riva del fiume Jhelum, tra il terzo e
quarto ponte, ed è la prima moschea costruita a SRINAGAR. Il
suo nome completo era Mir Sayed Ali Hamadni, che derivava dal nome della
città persiana di Hamadan; la sua struttura è di legno
e le sue principali peculiarità sono i bellissimi intagli delle
cornici e le campane sospese al soffitto. Gli interni, riccamente intagliati,
insieme ai dipinti e agli antichi candelieri danno un’aria di
grande opulenza all’edificio.
Di notevole interesse è pure il mausoleo, a pianta stellare,
della madre di Zain ud-Abidin, edificato nel XV secolo.
Situati sulla riva orientale del lago DAL, a circa una decina di chilometri
dal centro di SRINAGAR, si visitiamo due bellissimi giardini terrazzati
di epoca Moghul: il Nishat Garden ed il Shaliman Garden.
Il primo è stato realizzato nel 1633 da Asif Khan, fratello della
regina Nur Jahanis; situato sulla riva del lago, occupa la collina di
Zabarwan, da dove si ha una magnifica vista sulle acque del DAL.
Il secondo è opera dell’imperatore Moghul Jahangir in onore
di sua moglie, la regina Nur Mahal; il giardino è costituito
da quattro grandi terrazze e la presenza di molti canali e fontane dà
luogo a degli splendidi giochi d’acqua.
Il monumento induista più importante è il sacro tempio
dedicato a Shiva di Shankaracharya, costruito da Raja Gopadatya nel
371 d.c. e ubicato sulla cima di una collina, a circa 300 mt sul livello
del lago DAL. Meta di un gran numero di pellegrini provenienti da tutte
le parti dell’India, è possibile da qui ammirare il magnifico
panorama su SRINAGAR e sul lago DAL, avendo come sfondo le imponenti
catene himalayane del KASHMIR.
Il lago DAL, secondo in ordine di grandezza del J&K, è suddiviso
in quattro bacini che prendono il nome di Gagriba, Lokut Dal, Bod Dal
e Nagim, quest’ultimo risulta essere il più profondo (circa
6 mt); il lago è attraversato da centinaia di canali interconnessi
tra loro.
Le due isole Sona Lank e Ropa Lank, unite ai giardini e ai frutteti
che le circondano, aggiungono un tocco in più al fascino di questo
lago.
Qui intere comunità vivono da secoli a bordo di case galleggianti,
senza avere la necessità di scendere mai a terra, in quanto l’intera
vita si svolge sull’acqua. Decine di imbarcazioni chiamate shikara,
piccole barche di legno simili a gondole molto colorate, solcano le
vie d’acqua di questo lago trasportando ogni genere di cose. Queste
tipiche imbarcazioni si presentano con un tetto inghirlandato di fiori
di loto, mentre al loro interno, dove siedono i turisti, sono dotate
di veri e propri sofà matrimoniali, così da renderle maggiormente
confortevoli.
Soggiornare in una delle leggendarie houseboat presenti sul lago è
un’esperienza unica; qui si respira un’atmosfera romantica,
ci accoglie l’antico splendore di fasti passati, lontani dai rumori
della civiltà e dalle tensioni politiche della terraferma.
Le grandi houseboat moderne, sono state costruite appositamente per
poter ospitare i turisti che vengono a soggiornare in questa parte dell’India.
Solitamente a poppa c’è una grande veranda di legno intarsiato,
un vero e proprio ingresso alla casa galleggiante; subito dopo troviamo
il soggiorno ammobiliato con mobili d’epoca e impreziosito dai
famosi tappeti kashmiri. Poi si ha una piccola stanzetta adibita, dal
personale di servizio, a quanto serve per preparare la tavola per la
colazione, il pranzo e la cena, infine vi è un piccolo corridoio
che conduce alla camera da letto e ai servizi privati. Poco lontano
è ancorata l’houseboat-cucina, usata dal cuoco per la preparazione
dei vari pasti della giornata.
Il posto più romantico rimane la veranda di poppa, dalla quale
è possibile ammirare le delicate sfumature di colore dell’alba
e del tramonto, ma soprattutto vedere lo svolgersi della vita quotidiana
sulle acque di questo magnifico lago, in una suggestiva atmosfera.
L’houseboat che ci ha ospitato la si può considerare come
una vera e propria isola giardino, in quanto fa parte di un gruppo di
tre houseboat che come unicità hanno a disposizione un ampio
giardino galleggiante ornato di magnifici fiori che serve come base
d’accoglienza.
Le acque del lago e dei canali sono così trasparenti, che a volte
hanno il colore simile alla giada e sono ricoperte da ninfee, fiori
di loto e da orti galleggianti realizzati intrecciando fusti di piante
acquatiche, a formare così delle piattaforme che verranno ricoperte
di terra.
Di primissima mattina, su di una shikara che si muove pigramente sulle
acque immobili del lago, andiamo a vedere il suggestivo e singolare
mercato degli ortaggi che si svolge, su barche-bancarelle stracolme
di prodotti, in mezzo al lago.
Il peregrinare, sulla nostra shikara senza una meta ben precisa lungo
l’intricato dedalo di canali, ci permette di accostarci da vicino
e con grande tranquillità alla comunità lacustre.
Percorrendo i numerosi canali pieni di ninfee e ornati da salici ombrosi,
scorgiamo case di fango e mattoni che in apparenza paiono disabitate
ed in rovina; incontriamo i numerosi ponti sul Jhelum e ammiriamo inoltre
la maestria con cui gli abitanti del luogo costruiscono e curano i loro
giardini e orti flottanti.
Attualmente la qualità dell’acqua del lago DAL è
peggiorata considerevolmente negli ultimi due decenni, causa la crescente
ed incontrollata urbanizzazione del territorio. L’amministrazione
locale, presa coscienza del problema, insieme ad alcune ONG ha a tal
proposito avviato alcuni progetti per la tutela delle acque e per la
fragile sostenibilità dell’ecosistema di questo lago.
Mr Farooq, responsabile della Best Travel di SRINAGAR, che ci ha letteralmente
“coccolato” durante tutto il nostro soggiorno, ci raccontava
che durante la stagione invernale la temperatura scende sotto zero e
il lago ghiaccia completamente; tutta l’attività che si
svolge normalmente sul lago si blocca completamente e l’incredibile
verde che lo circonda si ammanta di bianco.
Lungo queste vie d’acqua incrociamo shikara cariche di ogni tipo
di merci, di fiori e di oggetti dell’artigianato locale; i mercanti
ci avvicinano gridandoci che è possibile “solo guardare”
e che non siamo assolutamente obbligati ad acquistare nulla, ma che
in ogni modo per noi ci sarebbe sempre un prezzo molto speciale.
Paradiso per i fanatici dello shopping, il famosissimo artigianato locale
è fonte di continue tentazioni; i bellissimi tappeti, i particolari
oggetti in papier-machè, i gioielli, le raffinate sculture di
legno e soprattutto i favolosi ed inimitabili scialli. Preziosissimi
e famosissimi in tutto il mondo, questi scialli vengono tessuti con
la lana della capretta “hircus” e di uno stambecco selvatico
che vive oltre i 4'500 mt. Per questo caldissimo e soffice tessuto furono
combattute in passato vere e proprie guerre commerciali e imposte tasse
onerosissime ai tessitori.
La lana più preziosa in assoluto è la Shahtush (lana del
Re) con la quale si tesse uno scialle di mt. 1x2 chiamato ringshawl,
che non ha eguali per quanto concerne leggerezza, sofficità e
calore e che nonostante la sua dimensione passa attraverso l’anello
nuziale. La lana è prodotta da uno stambecco, che in inverno
sopravvive a temperature di -40°C, il quale poi in primavera perde
il vello strofinandosi contro le rocce. Viene tessuto nei suoi colori
naturali, marrone o bianco; più il colore è chiaro e più
costosi e pregiati sono gli scialli.
I giorni a SRINAGAR sono passati molto velocemente e salutiamo così,
con un misto di gratitudine e nostalgia, Mr Farooq; ci attendono due
giorni di viaggio su di un fuoristrada che ci porterà, dopo circa
440 km di strada impervia, ai 3'500 mt. di LEH, il capoluogo del LADAKH.
La partenza avviene di buon ora, dovremmo percorrere in giornata circa
210 km che ci separano dalla piccola cittadina di KARGIL, posta a 2'750
mt. di altitudine alla confluenza dei fiumi DRASS e SURU, dove passeremo
la notte.
Lungo la strada abbiamo la conferma, se mai c’è ne fosse
stato bisogno, di come la zona sia presidiata dal punto di vista militare;
ai lati della strada è un continuo andirivieni di pattuglie di
soldati che sono dedicati al controllo del territorio metro per metro;
notevole è anche la quantità di convogli militari e camion
pesanti dell’esercito che incrociamo lungo il percorso.
Gradatamente saliamo di quota lasciandoci alle spalle la verdeggiante
valle kashmira; sosta per un frugale pasto a SONAMARG, che era un’eccellente
base di partenza per i trekking, prima dell’insorgere delle attività
terroristiche nella regione. Da qui è possibile ammirare la bellezza
del ghiacciaio Thjajiwas, la maggior attrattiva locale durante la breve
stagione estiva.
Dopo il pranzo ci accingiamo a percorrere una vera e propria mulattiera
che si snoda su ripidissimi tornanti, che ci porterà al famoso
Zoji La Pass di 3529 mt., vero e proprio spartiacque naturale fra il
rigoglioso KASHMIR e le aride vallate del LADAKH. Questa è una
strada militare ed è lo stesso personale militare che rende percorribile
il passo durante la stagione estiva; quest’anno le nevicate sono
state particolarmente abbondanti e la sua apertura è avvenuta
soltanto verso la fine del mese di Maggio. Causa la notevole quantità
di neve che si era accumulata, abbiamo avuto la certezza che il passo
fosse transitabile soltanto pochi giorni prima della nostra partenza
da SRINAGAR; in alternativa comunque ci sarebbe stato il volo su LEH,
ma non sarebbe stato certamente la stessa cosa.
Ci lasciamo alle spalle SONAMARG, incolonnandoci insieme a molti altri
veicoli verso il check-point per il controllo dei permessi di transito.
Saliamo decisamente di quota affrontando i ripidi tornanti di una strada
dalla carreggiata ridotta strappata alla montagna, con un fondo che
il ghiaccio invernale sbriciola e il caldo estivo trasforma poi in polvere.
La nostra jeep affronta in maniera agevole le insidie di questo tormentato
percorso, a differenza degli autobus di linea e dei camion stracolmi
di merci, che danno continuamente l’impressione di non potercela
fare. Ci troviamo veramente a pochissimi chilometri in linea d’aria
dalla “line of actual control”, il confine fittizio tra
India e Pakistan; fino a pochi anni fa, era letteralmente impensabile
poter affrontare questo percorso, causa i continui scontri a fuoco che
avvenivano tra l’esercito indiano e i gruppi secessionisti presenti
nel territorio.
In questa stagione, il collegamento via terra è intasato soprattutto
di veicoli commerciali che portano le merci in LADAKH, essendo questa
strada chiusa per due terzi dell’anno.
L’arrivo al check-point militare dello Zoji la Pass ci provoca
una certa emozione, dovuta anche al fatto che ai lati del percorso ci
sono due mura di neve alte oltre 4 metri; sembra proprio di percorrere
non una strada ma una vera e propria pista per i bob.
Al di la del passo la morfologia del territorio è radicalmente
cambiata, sono scomparse le rigogliose foreste di conifere della valle
del KASHMIR che hanno lasciato spazio ad un paesaggio brullo, quasi
completamente privo di vegetazione. Verso il tardo pomeriggio arriviamo
a KARGIL, piccola città dalle caratteristiche medioevali, posta
ad un’altezza di 2'730 mt. sul fiume SURU e punto di partenza
per tutte le escursioni verso la valle dello ZANSKAR.
Oggi KARGIL è uno dei distretti della regione del LADAKH; l’intera
zona è stata un cruciale punto strategico durante le tre guerre
combattute con il vicino Pakistan. Nel passato la città era un
importantissimo nodo commerciale delle carovane che trasportavano seta,
avorio, tappeti e pietre preziose da e per l’India, la Cina, le
regioni dell’Asia Centrale e la lontana Turchia.
Con una popolazione di circa 140'000 abitanti, KARGIL è l’unico
distretto a maggioranza mussulmana in LADAKH; la national road Srinagar-Leh
attraversa la città, dividendola in due parti.
Il nome KARGIL deriverebbe da due parole “Gar” e “Khil”;
“Gar” nel linguaggio locale significa “in ogni luogo”
e “Khil” significa “il centro del luogo dove le persone
desiderano stare”. Questa teoria è supportata dal fatto
che KARGIL è equidistante dalle città di SRINAGAR, LEH,
SKARDO e PADUM.
In KARGIL è possibile ammirare alcuni raffinati esempi d’architettura
di origine turca; una passeggiata nell’antico bazar, ci fa trovare
dei begli oggetti di artigianato locale di uso quotidiano, come teiere
di ottone e narghilè.
Partenza di primo mattino per il secondo giorno di trasferimento attraverso
i primi spettacolari paesaggi montani del LADAKH e lungo la valle del
fiume INDO. La prima sosta, dopo circa un’ora di strada, la faremo
a MULBEKH dove si potrà ammirare una statua del Buddha Maitreya,
raffigurato in piedi, scolpita nella roccia e datata VIII sec. d.c.
La statua del Buddha e i primi chorten da noi incontrati lungo il percorso,
sono i primi significativi segni di una ipotetica linea di demarcazione
del passaggio tra il mondo Islamico del KASHMIR e quello Buddista del
LADAKH.
La strada che percorriamo è veramente impressionante e al tempo
stesso suggestiva; il paesaggio è oramai completamente desertico,
nudo e roccioso simile ai crateri della Luna. Ci accingiamo a superare
ben 2 passi montani: il Namik-La (posto a 3'719 mt.) e il più
alto di questo percorso verso LEH, il Fotu-La (di ben 4'094 mt.); è
d’obbligo una piccola sosta per la foto di rito vicino al cippo
che reca nome e altitudine di quest’ultimo.
Il paesaggio attorno a noi è allo stesso tempo straordinario
ed inquietante, silenzioso e quasi completamente disabitato. L’aridità
di questo altipiano desertico, punteggiato per altro da rare oasi, è
impressionante; in questa regione il clima è eccezionalmente
secco e ciò è dovuto alla mancanza del monsone estivo,
che porta un’incredibile quantità di piogge nelle assolate
pianure indiane, mentre qui la sua azione è bloccata dall’imponente
catena montuosa himalayana.
Dagli oltre 4'000 mt. del Fotu-La, scendiamo rapidamente di quota fino
al monastero di LAMAYARU, il più antico del LADAKH costruito
intorno al X sec. d.c.; è stato edificato su di uno sperone di
roccia che sovrasta l’antica strada carovaniera al centro di una
vallata che anticamente ospitava un lago.
Dal punto di vista scenografico e quindi fotografico, il contrasto tra
la sagoma del monastero e la “Moon land”, un’incredibile
zona desertica pietrificata che si staglia sullo sfondo, è stato
di gran lunga il più spettacolare dell’intero viaggio.
LAMAYARU, il più antico baluardo occidentale del regno buddista
tibetano, è stato più volte ricostruito e restaurato nel
corso dei secoli e tutt’ora domina dall’alto l’omonimo
villaggio e la sua valle. L’edificio racchiude al suo interno
in un piccolo cortile, un pregevole porticato con affreschi che raffigurano
Buddha in varie posizioni; ai tempi del suo massimo splendore ha ospitato
fino a 400 monaci dell’ordine del Berretto rosso, mentre ora ne
sono rimasti solo una trentina, che molto spesso sono assenti poiché
si trovano nelle vicine vallate a raccogliere donazioni tra i fedeli.
Il monastero, sede di un importante festival, conserva inoltre una bella
collezione di rari manoscritti, tappeti e thangka; nel tempio principale
c’è una sorta di cavità dove si trovano tre statue
in terracotta dei tre maestri dell’ordine dei Kagyupa.
L’omonimo villaggio sottostante il monastero consta di poche povere
case costruite secondo la tipica architettura ladakha, che presenta
una forma cubica normalmente su due livelli; al posto di un tetto spiovente,
c’è una terrazza che durante la stagione estiva serve come
deposito di legna, sterco o erba.
Riprendiamo la nostra jeep e dopo circa due ore di strada, attraversando
piccoli villaggi e verdi oasi coltivate principalmente ad orzo, arriviamo
al campo tendato di ULETOPKO, dove trascorreremo la notte. Ubicato in
posizione panoramica su di un’ansa del fiume INDO, questo confortevolissimo
camp è posizionato sotto alberi di albicocche a ben 3'500 mt.
di altezza.
Le “abitazioni” hanno i muri di mattone, mentre il tetto
è costituito da una robusta tela e al suo interno ci sono un
paio di veri e propri letti con tanto di materasso e coperte di lana;
i servizi igenici sono a parte, organizzati un po’ come nei nostri
campeggi, con tanto di docce con acqua calda.
Un vero comodo e lussuoso relax dopo due intensissimi giorni di trasferimento
e di emozioni; l’ottima cena viene servita in un salone attiguo
alle nostre tende dal gentilissimo personale locale che lavora nel camp.
L’indomani mattina dopo un’abbondante colazione ci congediamo
dal nostro autista, in quanto non essendo più in KASHMIR, vige
un accordo fra le varie agenzie turistiche per il cambio di autovettura
e di autista una volta che il viaggiatore sia arrivato il terra Ladakha.
Il nostro autista Ladakho, che in seguito avremo l’opportunità
di conoscere ed apprezzare, è un ragazzo di 25 anni che ci accompagnerà
lungo tutto il tour nella regione del LADAKH.
Durante il tragitto che ci porterà al termine della giornata
alla capitale LEH, si avrà la possibilità di visitare
tre interessanti monasteri; RIDZONG, LIKIR e ALCHI.
Il primo si trova nelle vicinanze del camp di ULETOPKO; a pochi chilometri
dall’arteria principale lungo una strada sassosa s’incontrerà
per primo il monastero femminile di JULICHEN e poi, situato al fondo
di una gola e arroccato sulle pendici rocciose della montagna, lo spettacolare
monastero di RIDZONG.
Famoso per la sua disciplina monastica, il Gompa è molto pulito
e ordinato, segno che i circa 150 monaci (della setta dei Gelupka) che
lo abitano, hanno a disposizione anche un certo quantitativo di denaro
per i lavori di abbellimento e manutenzione.
Il monastero di LIKIR fu fondato nel 14° secolo e fu il primo ad
essere edificato sotto la direzione di monaci tibetani; il suo nome
deriva dal termine “klu-khyil”; il klu -“naga”
in sanscrito, un dio-serpente della mitologia indiana e tibetana, che
secondo la credenza locale, circonda e protegge il monastero. Costruito
nel XIV sec. dall’allora re Gyalpo, a tutt’oggi ospita poco
più di un centinaio di monaci della via dei Gelupka, custodi
di splendide statue di legno che tradiscono una foggia tibetana. La
vitalità della fede buddista è testimoniata da una gigantesca
statua raffigurante il Buddha, costruita recentemente nel perimetro
del monastero.
Proseguendo il nostro viaggio verso LEH lungo la valle dell’INDO,
attraverseremo il fiume in corrispondenza del villaggio di ALCHI sede
dell’omonimo monastero, che risale all’XI sec. ed è
uno dei più antichi della regione.
Costruito dal re Atisha, ALCHI è ora patrimonio mondiale tutelato
dall’Unesco, per i suoi pregevoli, raffinati ed unici dipinti
murali, considerati i reperti artistici più importanti del LADAKH.
Una particolarità di questo monastero è che risulta facilmente
accessibile, in quanto è l’unico che non è stato
costruito in posizione sopraelevata su di uno spuntone di roccia; sia
il monastero che il villaggio sono circondati da terrazzamenti coltivati
ad orzo.
Proseguendo verso est, si ritorna a costeggiare il fiume INDO fino ad
incontrare il villaggio di BAZGO; storicamente fu molto importante in
quanto fu proprio da qui che il re Bhagan nel XVI sec. riuscì
finalmente a riunificare tutto il LADAKH, fondando poi la dinastia Namgyal,
la cui ultima discendente vive nel palazzo di STOK.
Di nuovo in viaggio verso LEH, si attraversano villaggi pieni di verde
fra coltivazioni di orzo ed alberi di albicocche; ora la strada corre
ad un’altitudine di 3'000 mt. e questo spiega il cambiamento radicale
della vegetazione.
L’orzo, insieme alla colza è coltivato durante le brevi
estati ed entrambi servono a sfamare gli uomini e a dare il necessario
nutrimento agli animali, cosicché quest’ultimi durante
il lungo inverno regalino latte e burro, alimenti necessari alla sopravvivenza
nel grande gelo himalayano. Il combustibile per il fuoco, in mancanza
di alberi, è dato da forme essiccate di escremento animale.
Nei pressi del villaggio di NIMU, sostiamo per fotografare l’inconsueto
scenario della confluenza del fiume INDIO con il fiume ZANSKAR. Qui
è possibile ammirare tutti i colori della terra ladakha; la varietà
dei colori ocra e i grigi della sabbia e delle rocce, il colore scuro
delle acque limacciose del fiume INDO in contrasto con il verde delle
acque del fiume ZANSKAR provenienti dai vicini ghiacciai e l’immancabile
color turchese del cielo.
Attraversando gli alti valichi e percorrendo la direttrice Kargli –
Leh, s’incontrano di frequente decine e decine di camion Tata
dai colori sgargianti, decorati con scritte ed immagini sacre delle
numerose divinità induiste; sovraccarichi di ogni tipo di mercanzie
e spesso con persone aggrappate ai lati, sono utilizzati per i commerci
con il LADAKH, quando i valichi sono transitabili durante la breve stagione
estiva.
Alla fine di questa intensa giornata, finalmente arriviamo a LEH, capoluogo
del LADAKH e piccola cittadina di circa 24'000 abitanti, una medioevale
borgata centro-asiatica situata a 3'500 mt. di altezza in una piccola
valle posta a nord della Indus Valley.
LEH è l’unica città nel vero senso della parola
di questo territorio, altrove è possibile trovare soltanto piccoli
villaggi, deserti e montagne; è abitata da un crogiolo di razze
diverse tra di loro, come Tibetani, Ladakhi, Kashmiri e Sikh.
Da quando nel 1974 la regione è stata aperta al turismo, l’atmosfera
di questa piccola cittadina ha subito un drastico cambiamento; sono
sorti numerosi alberghi e guest-house, ristorantini e coffee bar, molte
agenzie che organizzano trekking hanno qui il proprio ufficio e la maggior
parte dei negozi si sono orientati ad un diverso genere di mercanzia,
dedicandosi maggiormente ad oggettistica di artigianato locale e non,
per la felicità dei molti turisti occidentali che qui si affollano
nella stagione estiva.
Inevitabilmente quindi, il passeggiare tra le strette viuzze e i bazar,
ci permette di osservare come l’identità culturale del
LADAKH rischia progressivamente di scomparire; oltrepassando la zona
commerciale è possibile ancora trovare la magica e silenziosa
Old LEH.
In ogni angolo della città si può ammirare la mole del
Leh Palace, un’imponente edificio a nove piani costruito nel XVI
sec. che è attualmente in stato di abbandono ed in rovina (è
in corso un velleitario tentativo di ristrutturazione da parte dell’Archeological
Survey of India) e molto simile al Potala di LHASA, capitale del TIBET
occupato. Fu la residenza della famiglia reale del LADAKH fino al XIX
secolo; successivamente fu esiliata nello STOK Gompa situato a pochi
chilometri da LEH:
Con una piccola passeggiata si può arrivare alla Namgya Hill,
la collina dove è arroccato lo TSEMO Gompa; da qui si ha una
magnifica vista su LEH, ed osservare come l’utilizzo di materiali
naturali quali terra e legno, rendano le caratteristiche case della
città vecchia, un esempio di architettura da imitare come integrazione
con il territorio che la circonda.
Degna di nota è la visita all’antico Bazar che si trova
nelle immediate vicinanze del tempio buddista di Jo-Khang; di imponenti
proporzioni è la moschea fondata nel XV secolo situata all’inizio
dell’animata e vivace Main Street Bazar, dove durante il giorno
è possibile vedere donne tibetane che vendono mercanzie dei propri
orti sui marciapiedi di questa strada.
Le donne arrivano in città di primissimo mattino occupando i
marciapiedi; dopo aver disposto ordinatamente frutta e verdura, la circondano
di sacchetti contenenti cereali e frutta secca, accovacciandosi poi
a terra in paziente attesa dei primi clienti.
“Julè julee” è con questa piccola parola che
la gente Ladakha accoglie e saluta i suoi ospiti stranieri; pronunciata
con tono gioioso ha un significato di benvenuto, ma è anche usata
per esprimere intenzioni benevole e per ringraziamento.
La vicinanza ai “caldi” confini pachistani e cinesi, fa
si che anche nei dintorni di LEH siano presenti numerose basi militari
con relativo personale ben addestrato ed armato, pronto a fronteggiare
una qualsiasi minaccia armata che provenga dai confini esterni del paese.
I prossimi due giorni saranno dedicati alla visita dei numerosi monasteri
che si trovano nei dintorni del capoluogo della regione e anche per
approfondire meglio la conoscenza di questa città.
Il primo monastero da noi visitato è quello di SPITUK, eretto
nel XV sec. appartiene all’ordine dei Gelukpa; è situato
in una suggestiva posizione in cima ad un colle dal quale si ha una
bella panoramica su LEH. Il monastero è conosciuto per la sua
bella collezione di manufatti e per il suo importante festival che cade
nell’undicesimo mese del calendario buddista.
Percorrendo la strada principale verso ovest, si prenderà a destra
una piccola strada secondaria che ci condurrà al villaggio di
PHYANG, dove si trova l’omonimo monastero costruito su 5 piani
nel XV sec. e che attualmente ospita monaci della setta dei Berretti
Rossi.
Il piccolo monastero di SHANKAR si trova a soli 2 km dal centro di LEH;
abitato da monaci dell’ordine dei Gelukpa, conserva una grande
immagine di Avalokiteshvara rappresentato con mille teste e mille braccia.
A circa 15 km a sud di LEH si trova il Gompa di SHEY, antica residenza
estiva dei sovrani del LADAKH; abitato da monaci della setta dei Berretti
Rossi, ospita una gigantesca statua di Buddha alta 12 metri, realizzata
in rame e placcata d’oro che risulta di gran lunga la più
grande della regione. Il monastero, ancora parzialmente in uso, è
a tutt’oggi sottoposto a restauri; dalla cima della collina su
cui è stato edificato è possibile ammirare il tipico paesaggio
di questa regione. Il fondo della valle assume un colore verde dovuto
alle coltivazioni di orzo, i corsi d’acqua usati per l’irrigazione
e le lunghe file di pioppi, fanno da contrasto con l’aridità
delle catene montuose; i campi circostanti sono disseminati da numerosi
stupa di color bianco. Ricordiamo che gli stupa sono dei piccoli monumenti
religiosi buddisti, ove sono contenuti le reliquie del Buddha.
A pochissimi chilometri, arroccato sull’altura del villaggio di
THIKSE, si trova l’omonimo Gompa che è senza alcun dubbio
uno dei meglio conservati e più scenografici del LADAKH. Interamente
restaurato, appartiene all’ordine dei Gelukpa ed è sede
di un festival che cade nel 12° mese del calendario buddista; qui
vi si trova inoltre un’importante biblioteca contenente una raccolta
di testi tibetani ed un’imponente statua del Buddha Maitreya al
quale il monastero è dedicato.
Questa imponente struttura di ben 12 piani risale al XV secolo, ed è
stata edificata sopra i resti di un monastero dell’XI secolo.
E’ considerato attualmente uno dei maggiori centri religiosi della
regione ed è abitato da circa un centinaio di monaci che hanno
un’età variabile tra i 5 e i 70 anni; fin dalle prime ore
del mattino è possibile assistere alle cerimonie religiose che
qui si svolgono.
Il palazzo reale di STOK, costruito nel 1814, era la residenza ufficiale
della famiglia reale del LADAKH; l’edificio conta numerosissime
stanze, delle quali solo una piccola parte sono aperte al pubblico.
Vi è annesso un piccolo museo che contiene una collezione di
ornamenti appartenenti alla famiglia reale, gioielli, armi e numerosi
thangka. Il Gompa che si trova dietro al museo contiene numerosi affreschi;
un piccolo consiglio è quello di evitare di passeggiare e fotografare
nelle immediate vicinanze dell’edificio, in quanto si trova un
importante impianto per le telecomunicazioni, sorvegliato giorno e notte
da personale militare.
All’ingresso di ogni monastero si trovano i mulini di preghiera,
piccoli e grandi cilindri che vengono fatti ruotare con la mano destra
in senso orario, affinché il mantra “Om Mane Padme Um”
scritto nelle pergamene introdotte nella cavità di questi mulini
possa diffondersi nell’aria; in questo modo i fedeli buddisti
purificano se stessi ed anche il mondo, dal Karma negativo che si è
accumulato.
Nel tardo pomeriggio rientriamo a LEH e verso l’imbrunire il cielo
si rannuvola e inizia a cadere una leggera pioggerella; in questa stagione
significa due cose, la prima è che il giorno seguente con ogni
probabilità avremo bel tempo con cielo terso e limpido e che
sicuramente alle alte quote saranno caduti alcuni centimetri di neve.
La mattina seguente sveglia di buona ora, in quanto la nostra nuova
destinazione sarà La NUBRA Valley, situata a nord di LEH e raggiungibile
solamente con un’unica strada che valica il famoso KARDUNG-LA,
che con i suoi oltre 5'600 metri (18'380 ft) vanta il primato di passo
carrozzabile più alto del mondo.
La distanza da coprire fra LEH e il KARDUNG-LA è di circa 40
km, con un dislivello di 2'200 metri; come previsto alla partenza notiamo
con compiacimento che ci saranno condizioni ottimali per la visibilità
e per le fotografie, in quanto il cielo si presenta terso e di un colore
blu cobalto.
Usciti da LEH, dopo qualche chilometro riusciamo a scorgere perfettamente
la strada che è stata ricavata sul lato della montagna che ci
sta di fronte; da lontano la prima impressione è di sbigottimento,
sembra impossibile che uomini e mezzi meccanici siano riusciti a strappare
alla montagna quella che poi risulterà come una vera e propria
mulattiera a strapiombo sul fondo valle, dal fondo sconnesso a causa
di rivoli d’acqua dovuti allo scioglimento delle nevi e dall’ininterrotto
transito di numerosissimi camion militari e di merci che fanno la spola
tra la valle di LEH e quella di NUBRA.
La salita al passo è lenta e graduale, dovuta come già
accennato in precedenza ad un fondo stradale in condizioni critiche
e all’intenso traffico; man mano che si sale di quota, si apre
ai nostri occhi un panorama mozzafiato sulla valle dell’INDO e
sui picchi maestosi dimora di nevi eterne della catena del KARAKORUM.
Dopo circa tre ore raggiungiamo finalmente il passo dove ci fermiamo
per l’immancabile foto di rito vicino ad un pilone che segnala
l’incredibile quota di 18'380 ft e posto nelle vicinanze di un
cono di pietre coperto di neve, dove sono ancorate le immancabili bandierine
colorate votive che il vento scuote incessantemente senza sosta, come
un rito millenario di ringraziamento agli Dei. La strada o meglio la
pista ridiscende rapidamente in direzione della valle di NUBRA e notiamo
a lato della strada la notevole quantità di neve che si è
accumulata durante il lungo inverno himalayano; ora lo scioglimento
crea dei veri e propri fiumi di acqua lungo un fondo stradale già
in pessime condizioni; inoltre c’è anche un po’ di
apprensione per le inevitabili slavine che possono da un momento all’altro
bloccare il traffico anche per parecchie ore. Per questo motivo l’esercito
indiano, che presidia questi territori di confine, è attrezzato
anche con numerosi mezzi meccanici pesanti dislocati lungo il percorso
e sempre pronti ad intervenire per liberare la strada da frane o accumuli
di neve.
Dopo circa un’ora di tragitto ci fermiamo all’immancabile
check-point per il controllo del permesso di transito. L’attesa
si fa lunga, troppo lunga e alla fine le autorità militari ci
comunicano che a causa di tensioni fra la popolazione locale della valle,
l’accesso alla stessa è stato chiuso e che quindi si deve
forzatamente rientrare a LEH.
A malincuore dobbiamo ubbidire alle autorità locali e quindi
si riparte per la cima del valico; un vero peccato in quanto il nostro
futuro programma di viaggio dovrà inevitabilmente subire un cambiamento
e il giorno seguente non sarà possibile ritentare l’accesso
alla NUBRA, perché il traffico veicolare è consentito
nella sola direzione di LEH.
Decidiamo allora di voler comunque visitare la NUBRA in due giorni come
originariamente programmato e di conseguenza i due giorni previsti per
il PANGONG Lake diventeranno uno solo, nonostante la notevole distanza,
circa 160 km, che separa il lago dalla capitale.
Rientriamo nel pomeriggio al nostro albergo di LEH un po’ stanchi
e con un leggero mal di testa, dovuto a questa specie di “yo-yo”
altimetrico a cui siamo stati sottoposti nel giro di poche ore. Una
compressa di aspirina a testa ci aiuta a superare questo piccolo malessere,
che risulterà fortunatamente l’unico di tutto il viaggio.
Il nostro acclimatamento a queste inconsuete altitudini è stato
molto buono, grazie al fatto che il cambio di quota tra SRINAGAR e LEH
è avvenuto in maniera graduale in un paio di giorni; la stragrande
maggioranza dei turisti occidentali arriva in LADAKH direttamente con
un volo in partenza da NEW DELHI, risentendo così inevitabilmente
del brusco cambiamento di clima e soprattutto di quota.
Una volta rientrati in città, concordiamo immediatamente il cambio
del programma di viaggio e quindi l’indomani mattina sveglia alle
ore 5,00 e partenza per la visita al PANGONG Lake; in giornata dovremo
restare in macchina per almeno una decina di ore per poter percorrere
in andata e ritorno una distanza di ben 320 km. In questa regione le
percorrenze medie risultano essere di circa 30 km in un’ora, sebbene
la costruzione di nuove strade e la loro continua manutenzione abbiano
di gran lunga migliorato la situazione rispetto ad alcuni anni fa.
Percorrendo le strade di questo territorio montuoso è molto facile
imbattersi in gruppi di persone dedite alla loro manutenzione; vengono
chiamati “dunka” ed in maggioranza provengono dal BHIAR,
uno degli stati più poveri in assoluto dell’India. Durante
la stagione estiva, lavorando in qualsiasi condizione meteorologica,
provvedono ad asfaltare chilometri e chilometri di strade e riparare
le grosse buche che si aprono al passaggio dei numerosissimi veicoli
pesanti che percorrono il LADAKH in questo periodo dell’anno quando
i valichi sono tutti aperti. Il viso di questi cantonieri è sfigurato
dalla fatica (a queste quote la rarefazione dell’ossigeno si fa
decisamente sentire), sono inceneriti e impolverati a causa del fumo
nero e acre che si alza dai numerosi bidoni ricolmi di pece e che si
mescola con i gas di scarico dei motori a scoppio dei veicoli che transitano
lungo le strade.
Il percorso si snoda inizialmente lungo la valle dell‘INDO in
direzione di MANALI, poi all’altezza della cittadina di KARU si
svolta a sinistra verso la regione settentrionale del CHANG-THANG, un
arido altipiano desertico posto ad un’altitudine di oltre 4'000
mt ai confini con la CINA.
Per accedere a questa remota regione e visitare il PANGONG Lake è
necessario avere il permesso di transito da esibire ai numerosi check-point
militari che si incontrano lungo il tragitto. Ci apprestiamo quindi
a percorrere la strada secolare che da KARU sale verso il passo CHANG-LA
(posto ad una quota di 5'268 mt) e poi ridiscendere verso gli insediamenti
di THANGTSTE E MULGIK; da quest’ultimo piccolo centro abitato
ci sarà ancora un’ora di tragitto per poter finalmente
arrivare alle sponde del lago.
Il PANGONG fa parte di un gruppo di grandi laghi che derivano da un
antico sistema lacustre che ricopriva questo territorio nelle ere passate;
il suo nome significa “vasta concavità” e le sue
dimensioni risultano essere 130 km di lunghezza e appena 6-7 chilometri
nel suo punto più largo.
Solo ¼ del lago è in territorio indiano e la sua acqua
salata è fredda e trasparente; si crede che depositati in questo
bacino ci siano una grande quantità di minerali, portati fin
qui dall’acqua dovuta allo scioglimento delle nevi.
Questa valle è scarsamente abitata; oltre agli immancabili e
onnipresenti presidi militari, qui vivono i CHAG-PA una delle tante
minoranze etniche presenti nel LADAKH.
I CHAG-PA sono abili cavalieri dediti principalmente alla pastorizia
e che continuamente transumano con i loro greggi, in quanto a causa
dell’elevata quota in cui vivono, debbono poter utilizzare il
più razionalmente possibile gli scarsi pascoli e accudire così
al meglio le loro uniche ricchezze costituite da yak, montoni e capre.
La preda di caccia preferita è il cavallo selvaggio, la cui carne
completa la loro dieta, per altro povera di proteine e costituita principalmente
da latte e farina d’orzo.
Dopo l’annessione forzosa della regione Tibetana alla Cina e la
fine della guerra indo-cinese del 1962, si sono interrotte drasticamente
le numerose vie commerciali tra il vicino oriente e l’Asia Centrale,
riducendo così questi altipiani a regioni pressoché desertiche,
dove i pochi abitanti contendono alla natura la loro sopravvivenza.
Notiamo che la morfologia di questa valle è completamente diversa
da tutte quelle percorse fino ad ora; la valle è molto stretta
e l’orografia del territorio è parecchio tormentata, dovuta
con ogni probabilità ad una lenta evoluzione causa del sollevamento
della catena himalayana.
Qualche chilometro prima di arrivare sulle sponde del lago, ammiriamo
nel fondovalle un piccolo deserto formato da sabbia fluviale qui, dove
un tempo scorreva un immissario del lago.
L’arrivo avviene in coincidenza con l’ora di pranzo e finalmente
possiamo scendere dalla nostra jeep per sgranchirci le gambe; in questa
remota zona del sub-continente indiano si apre di fronte a noi un paesaggio
di una bellezza primordiale, immerso in una natura aspra e selvaggia.
Le montagne che circondano il lago hanno i colori caldi tipici delle
rocce magmatiche, le quali fanno da magnifico contrasto con le diverse
tonalità, blu, verde e viola, che assumono le acque a seconda
dell’incidenza della luce. Dopo un pasto frugale, a queste quote
l’appetito viene meno, restiamo per un paio d’ore, prima
di ripartire per LEH, sulle rive del lago per far lavorare appieno gli
otturatori delle nostre fotocamere, goderci la quiete ed il silenzio
e imprimerci bene nella nostra mente lo straordinario spettacolo che
offre questo sperduto specchio lacustre con la sua aria pura e cristallina
a quasi 4'300 mt di altezza incastonato tra catene montuose che sfiorano
i 6'500 mt.
Rientriamo a LEH verso l’ora di cena stanchi per il lungo viaggio,
ma felici di aver potuto ammirare un paesaggio di straordinaria bellezza
di questo impervio territorio; una cena frugale e poi a riposarsi, in
quanto l’indomani mattina ritenteremo l’entrata alla NUBRA
Valley, sperando che la situazione nella valle sia tornata tranquilla.
La giornata si preannuncia limpida e serena, a distanza di due giorni
ripercorriamo la salita al KARDUNG-LA; il nostro sguardo spazia a 360°
sull’incredibile panorama che ci circonda; verso est dimorano
i ghiacciai perenni della MARKHA Valley ed a ovest un impressionante
groviglio di montagne nascondono la remota ZANSKAR Valley.
Siamo fortunati; nella NUBRA regna un’apparente tranquillità
e quindi il personale militare del check-point a valle del passo ci
dà l’ok per proseguire; ci aspetta un’entusiasmante
discesa fino ai 3'300 mt della valle del fiume SHYOK, che ci condurrà
poi ad una vasta piana dove lo stesso s’incontra con il fiume
NUBRA. Sostiamo più volte lungo il percorso per ammirare e naturalmente
fotografare le pareti delle montagne che presentano un caleidoscopio
di colori che vanno dal viola al marrone, dal rosso al grigio.
La NUBRA Valley, la punta più estrema dell’India che s’incunea
nella propaggine meridionale della possente catena del KARAKORUM, è
stata aperta al turismo solo a partire dal 1994; questa è un’area
“molto calda”, una zona militarmente presidiata che fa parte
anch’essa di quello scacchiere di territorio conteso tra India,
Pakistan e Cina.
Ora questa remota valle si apre lentamente ai nostri occhi dove il fiume
SHYOK, affluente dell’INDO, è il solo portatore di vita;
dove c’e presenza di acqua c’è il verde e a queste
incredibili quote si possono tranquillamente coltivare cereali e frutta.
Qui in una sola estate si possono anche avere tre raccolti di orzo,
mentre nei cortili delle case e dei monasteri crescono piccole e saporite
albicocche.
La NUBRA deve la sua fertilità ad un clima incredibilmente mite
ed alle piogge monsoniche, che permettono vari tipi di coltivazioni,
altrimenti impossibili a queste quote e a queste latitudini. I prodotti
derivanti da queste coltivazioni danno la possibilità di rifornire
tutta la regione, meritandosi così l’appellativo di “frutteto
del LADAKH”.
La valle di NUBRA ha praticamente inizio dal piccolo e polveroso villaggio
di KHALSAR; proseguendo verso nord-est, la strada si biforca: a sinistra
si prosegue verso HUNDAR, mentre a destra, seguendo il corso del fiume
NUBRA, si arriva a PANAMIK.
Ci dirigiamo in direzione della cittadina di HUNDAR, dove quassù
a quasi 4'000 mt di altezza troviamo inaspettatamente una specie di
Sahara Himalayano; un mondo remoto e allo stesso tempo struggente, destinato
probabilmente a rimanere pressoché intatto ancora per lungo tempo.
Qui è presente una piccola popolazione di cammelli Bactriani,
allevati a scopo di trasporto e utilizzati anche per accompagnare i
turisti in piccoli safari sulle dune di sabbia. Questi cammelli, che
ricordano antiche epoche carovaniere, sono animali a due gobbe che risultano
essere meno alti e meno sgraziati nei confronti del dromedario che si
può incontrare nelle regioni sahariane e che ha una sola gobba;
il collo, la fronte e le spalle sono ricoperte da una folta e morbida
lana.
Il ponte di HUNDAR sarà il punto più settentrionale del
nostro viaggio; la zona è considerata “restricted area”
dai militari e quindi è impossibile proseguire, per noi turisti,
lungo la valle che continua ancora per parecchi chilometri a nord, dove
si trova la linea calda tra KASHMIR e PAKISTAN.
La NUBRA Valley è abitata anch’essa da una comunità
buddista; incastonato su di una roccia ci appare il gioiello architettonico
di DISKIT, un piccolo ma ben conservato monastero (dipende da quello
più importante di TIKSE) che è riferimento per la comunità
della vallata. Appartenente alla setta dei berretti gialli, costruito
all’incirca 350 anni fa, il monastero è il più antico
della valle ed ospita circa una settantina di monaci; qui è possibile
ammirare al suo interno una ricca biblioteca e numerosi bei dipinti.
Nella NUBRA non esistono vere e proprie strutture alberghiere e quindi
dirigendosi verso SUMUR ci apprestiamo a passare la notte nello splendido
LAHARIMO Camp; le tende sono di tipo militare, accoglienti e spaziose,
i servizi sono ubicati a lato del campo in strutture in muratura; verso
le 18,00 il proprietario del camp ci comunica che sarà prontamente
accesa una caldaia alimentata a legna che provvederà a farci
avere un’inaspettata e molto gradita doccia bollente. La serata
è piacevolmente tiepida, ed insieme agli altri due unici ospiti
del camp di nazionalità indiana, ci apprestiamo a cenare nell’edificio
principale; la nottata ci regala un cielo sereno tappezzato di milioni
di stelle, il chiarore della luna illumina le bianche pareti verticali
delle montagne ed i ghiacciai eterni che lì vi dimorano.
La mattina seguente consumiamo la colazione all’aperto; tutto
intorno a noi si presenta ai nostri occhi uno scenario superbo; verso
nord le cime innevate della catena del KARAKORUM che si stagliano nel
cielo azzurro la fanno da assoluto protagonista.
Ci dirigiamo verso SUMUR, il più grande villaggio della valle,
per vistare il suo monastero che ospita una nutrita comunità
di giovani monaci.
L’atmosfera che si respira è di profonda pace e l’accoglienza
è come al solito molto cordiale; veniamo condotti nel cortile
del monastero dove decine di giovani monaci stanno studiando testi religiosi
sotto un sole cocente. Abbiamo così l’occasione di passare
un pò di tempo in loro compagnia; i monaci ragazzini ci mostrano
orgogliosi le loro piccole stanze che li ospitano durante il soggiorno
nel monastero, offriamo loro qualche piccolo dono e scattiamo insieme
alcune foto ricordo.
Ci congediamo da questa piccola comunità monastica e ci apprestiamo
a percorrere a ritroso la strada che ci riporterà a LEH, dove
lungo il tragitto possiamo ammirare dei bellissimi Chorten. La parola
Chorten significa “ricettacolo di offerte” e non sono altro
che delle costruzioni con un’altezza che varia da poche decine
di centimetri ad alcuni metri, di solito sono realizzati in pietra e
fango, spesso imbiancati di calce e sorgono nei pressi dei monasteri
o all’ingresso dei villaggi, per onorare le ceneri oppure le reliquie
dei Lama.
Ripercorriamo per l’ultima volta il KARDUNG-LA Pass dove filari
di bandiere di preghiera, dai colori rosso, blu, bianco, verde e giallo,
fanno da ornamento al punto più alto del valico; è una
tradizione di questi esporre le bandiere nei punti maggiormente esposti
al vento, affinché le preghiere che lì sono scritte, salgano
in alto nel cielo diffondendosi e assicurare così la protezione
dei fedeli. La formula che è ripetuta infinite volte sulle bandierine,
come nelle piccole pergamene che si trovano all’interno delle
ruote della preghiera è “Om Mani Padme Um” che sta
a significare “oh o gioiello nel fiore di loto”. A queste
parole è attribuita una gran potenza benefica e per questo motivo
sono continuamente ripetute, scritte e dipinte ovunque.
L’indomani sarà l’ultimo giorno che trascorreremo
in terra Ladakha; l’intera giornata la dedicheremo ad assistere
al festival più grande ed importante dell’intera regione,
quello che si svolge all’inizio di ogni estate presso il monastero
di HEMIS.
HEMIS è situato a circa 45 km a sud di LEH; lasciata la direttrice
principale, svoltiamo a destra lungo una strada che attraversando il
fiume INDO costeggia numerosi campi coltivati, conducendoci così
alle porte del monastero.
La costruzione dell’HEMIS Gompa risale agli inizi del XVII sec.,
conosciuto anche con il nome di “Chang-Chub-Sam-Limgh”,
che significa “luogo solitario della persona compassionevole”,
ospita una numerosa comunità di monaci dal Berretto Rosso.
Il pellegrinaggio a questo gompa ha anche un profondo significato religioso
per chi professa il buddhismo, ed i fedeli sono tenuti almeno una volta
nella loro vita a recarvisi in visita.
L’importanza di HEMIS, il più famoso e conosciuto monastero
del LADAKH, è dovuta al fatto che qui, una volta l’anno,
per una durata di due giorni, si svolge una festa che commemora la nascita
di un grande saggio indiano Padmasambhava, il quale si spinse fino ai
confini della regione tibetana per predicare la fede buddhista.
Il nome di questa festa è “Set-Chu”, ricorrenza mobile
che avviene di solito tra la fine del mese di giugno e l’inizio
del mese di luglio; ogni 12, anni durante l’anno della scimmia,
il festival assume un tono di rilevante importanza, in quanto viene
esposto alla visione dei fedeli un enorme tangka lungo altre 12 mt.,
che è considerato il più grande del mondo.
La partenza per HEMIS avviene di buon mattino, questo per permetterci
di assistere all’arrivo dei numerosi pellegrini vestiti con il
costume tipico che poi affolleranno il cortile del monastero; abbiamo
anche l’occasione di entrare all’interno del monastero per
assistere alle preghiere e alla vestizione dei monaci.
A dire il vero siamo in preda ad una certa emozione, in quanto stiamo
per assistere ad una manifestazione religiosa antica di secoli e di
cui abbiamo detto e sentito tanto.
Tutt’intorno al monastero è sorta come d’incanto
una tendopoli dove i fedeli si mescolano ai turisti occidentali che
hanno scelto di pernottare nelle vicinanze del Gompa.
Una volta oltrepassato l’imponente portone d’ingresso, ci
appare la magnifica facciata bianca del monastero, con i suoi balconcini
in legno colorati e sporgenti. Alla base della facciata si trovano numerose
ruote della preghiera che i fedeli fanno ruotare con la mano destra
in senso orario.
Di fronte e a fianco dell’entrata al monastero, si trova una galleria
coperta che ospita le autorità politiche e militari locali ed
anche i numerosi turisti occidentali ai quali, previo acquisto del biglietto,
hanno garantito un posto a sedere.
L’agenzia ci aveva riservato un paio di posti in galleria, anche
se poi, per poter scattare qualche bella foto, ho passato praticamente
l’intera giornata in piedi nel cortile, il più vicino possibile
ai monaci danzanti.
Prima dell’inizio del festival, si avrà la possibilità
di entrare all’interno del monastero per assistere ai preparativi
che compiono i monaci prima di scendere nel cortile; nonostante i numerosi
cartelli che vietano l’uso delle fotocamere all’interno,
praticamente quasi tutti scattavano raffiche di foto, nella quasi totale
indifferenza dei religiosi.
Intanto il cortile transennato del monastero si va riempiendo di turisti
e fedeli giunti da ogni parte della regione. Uomini e ragazzi si coprono
il capo con il caratteristico cappello cilindrico in feltro, ricoperto
di seta rossa e con le falde rialzate a punta. Quello più ammirato
è il “preak”, il famoso copricapo che viene indossato
dalle donne, dove una striscia di feltro pesante, che copre la nuca
e la schiena, è impreziosita da turchesi e altre pietre dure
provenienti dalle valli del LADAKH. La tradizione vuole che questo copricapo
passi di madre in figlia e che sia continuamente arricchito di gioielli,
come monete, coralli, conchiglie e monili d’argento.
I pellegrini accedono al cortile recintato del monastero recitando mantra
e sgranando i loro rosari; nel contempo, con un gesto ripetitivo, fanno
ruotare l’asse di un bastocino su cui è infilata, una ruota
della preghiera nel cui cilindro di rame è riposta una preziosa
pergamena dove è scritta l’immutabile preghiera “Om
Mani Padme Um”.
In piedi nel cortile, turisti e Ladakhi si mischiano in trepidante attesa
per l’inizio della cerimonia; intanto notiamo con curiosità
un ragazzo mascherato che si aggira fra la folla e che con una sciarpa
bianca benda i turisti e li libera poi soltanto dopo aver ricevuto un
obolo in denaro.
Intanto alcuni monaci con i loro strumenti musicali si sono già
appostati di fronte all’entrata del monastero, sotto la galleria
d’onore che ospita le autorità.
Finalmente, una volta terminate le preghiere, al suono di tamburi, cimbali
e gong, i danzatori escono dal monastero e annunciano che Sua Santità
si appresta a scendere nel cortile, per sedere sul suo trono e dare
così l’inizio alla cerimonia vera e propria.
Inutile dire che all’uscita di Sua Santità è tutto
un rumoreggiare di otturatori; a ben vedere se si fosse potuto fare
il conto monetario del valore complessivo delle varie fotocamere e obiettivi
professionali in mano agli occidentali presenti alla festa, penso che
il valore del Prodotto Interno Lordo dell’intero LADAKH aumenterebbe
vertiginosamente !!!
Ora finalmente hanno inizio le danze; i monaci che indossano costumi
coloratissimi ed il loro volto è coperto da maschere realizzate
in cuoio e rame, eseguono la tradizionale danza chiamata “Chham
Dam”.
Le danze dell’HEMIS Festival ci narrano la storia del monastero
e l’eterna lotta del bene contro il male, degli spiriti benigni
contro i demoni. I monaci-danzatori si dispongono in cerchio e seguendo
i passi del maestro di cerimonia formano con i loro movimenti ed i loro
gesti le linee di un immaginario mandala.
Ad un certo punto della manifestazione cerco mentalmente di estraniarmi,
accorgendomi così che l’insieme del brusio e della meraviglia
espressa da noi occidentali presenti, unito alle rappresentazioni danzanti,
agli splendidi e coloratissimi abiti dei monaci, alle terrificanti maschere
dagli occhi minacciosi, ai paramenti e copricapi che indossano le autorità
religiose qui presenti, compongono un’incredibile scenografia
che difficilmente è descrivibile con le parole.
Alla fine della mattinata cessano le danze, una sosta di un paio d’ore
e nel primo pomeriggio la cerimonia riprende con altre danze rituali.
Le occasioni per fotografare sono state innumerevoli, si sono cercati
soprattutto i primi piani delle maschere, veramente belle ed originali;
così a fine cerimonia saranno davvero tanti i rullini di diapositive
fatti durante l’intera giornata.
A conclusione delle danze, l’ultimo atto del festival sarà
l’esposizione sulla facciata del monastero di un enorme tanga:
ora la festa è davvero finita; i pellegrini, scambiandosi gioiosi
“julee”, se ne ritornano verso le abitazioni, mentre la
maggior parte dei turisti rientreranno nei loro alberghi a LEH.
Dopo quasi due settimane di tour veramente intenso, siamo giunti purtroppo
alla fine del nostro soggiorno in LADAKH; l’indomani mattina,
bel tempo permettendo, ci imbarcheremo sul volo che ci ricondurrà
nella terrificante calura di questo periodo dell’anno, nella capitale
indiana NEW DELHI.
Arrivare e partire da LEH in aereo da e per la capitale indiana, risulta
estremamente comodo e veloce, sempre a patto che le condizioni meteorologiche
siano ottimali e questo di norma avviene solo durante la stagione estiva.
L’indomani mattina un cielo sereno e terso ci rassicura sulla
fattibilità e puntualità del nostro volo; manco a dirlo
l’aeroporto è prettamente militare ed esistono soltanto
due collegamenti giornalieri con NEW DELHI. Fra rigide misure di sicurezza
ed un accurato controllo dei bagagli ci imbarchiamo puntualmente alle
7,35; ora le ruote dell’aeromobile si staccano definitivamente
dal suolo Ladakho.
Credo che il volo LEH – DELHI, dal punto di vista panoramico,
sia uno dei più straordinari che si possano fare; i primi 25
minuti sono entusiasmanti, all’interno dell’aereo il silenzio
regna sovrano, siamo tutti incollati agli oblò e sotto di noi
si apre l’incredibile paesaggio sulla catena himalayana.
Atterrati in perfetto orario, troviamo un’autovettura ad attenderci,
che ci porterà un po’ a zonzo per la capitale; il traffico
oggi è praticamente inesistente in quanto la giornata è
festiva e abbiamo così l’occasione di fare tranquillamente
un lungo giro in una città dove il traffico è quasi inesistente.
In maniera frettolosa, causa anche l’incredibile cappa di umidità
e caldo che avvolge la capitale (la temp. max è arrivata fino
a + 46°C) abbiamo avuto l’opportunità di vedere il
tempio Hindu di LAKSHMINARAYAN, il RAJ GHAT ovvero il luogo di cremazione
di Ghandi, il Parlamento, Il Palazzo Presidenziale, l’India GATE,
il Forte Rosso e dall’esterno l’imponente e maestosa moschea
JAMA MASJID.
Durante il volo di rientro in Europa, ed i giorni a seguire, abbiamo
avuto la netta impressione di essere stati fra gli ultimi testimoni
di una cultura e di tradizioni che ben presto potranno scomparire. Il
LADAKH, oltre che essere distante da noi geograficamente, lo è
ancor di più dal punto di vista spirituale e culturale; il popolo
Ladakho, abbarbicato lassù sulle più alte montagne del
pianeta, ha potuto ancora conservare le sue tradizioni ed i suoi ritmi
di vita, come pochi altri popoli al mondo.
Anche noi turisti abbiamo contribuito e contribuiamo, nel bene e nel
male, al mutamento degli stili di vita di molte popolazioni; questo
però non deve essere preso come un invito a non andare, ma ad
entrare in punta di piedi per essere rispettosi della loro civiltà,
cercando di conoscere il più possibile per potere poi capire
ed amare.