VIAGGIO
IN ALGERIA
Categoria:
Racconti di Viaggio
Viaggiatori-Autori: Davide
Bergami
Numero di giorni: 10
Costo totale del viaggio: -
Periodo: 1 - 10 novembre 2001
Compagnie Aeree: -
Documenti: Passaporto
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ALGERIA
”Trekking sul TASSILI n’AJJER”
Prefazione
Tra genti Tuaregh c’è un antico detto che dice “…..
il deserto fu donato da Dio agli uomini per ritrovare la loro anima”.
Durante la prima volta di un viaggio nel Sahara, si può rimanere
catturati dalla sua misteriosa bellezza, così prima o poi saremo
costretti a tornarci una seconda volta e poi magari sempre più
spesso. Il Sahara, è il deserto per antonomasia, ed un viaggio
alla sua scoperta è molto più di un’avventura; la
sua vastità ed immutabilità di questo mondo senza tempo,
la si può avvicinare al nostro concetto di perfezione.
Chi riesce a vivere e percepire la magia che sprigionano questi luoghi
aridi ed inospitali, sa benissimo che ritornare tra le rocce e le sabbie
di questo deserto, è una scelta che ci permette di affrontare
con rinnovato piacere le “scomodità” di una vacanza
sahariana.
La repubblica d’Algeria, indipendente dal 1962, è situata
nella parte nord occidentale dell’Africa; con i suoi 2'800'000
kmq è il secondo paese in ordine di grandezza del continente
africano, il decimo al mondo e vasto ben otto volte più dell’Italia.
Con questi numeri è facile parlare di grandi spazi e grandi orizzonti.
Il territorio del grande sud sahariano, occupa ben il 52% dell’intero
territorio algerino, con un clima tipicamente desertico, con forti escursioni
termiche tra il giorno e la notte e precipitazioni assai scarse.
Vista l’enorme desertificazione del territorio, la quasi totalità
della popolazione si concentra lungo la fertile fascia costiera.
Il deserto algerino lo si può considerare il capostipite del
turismo sahariano. L’Algeria era una delle colonie francesi più
vecchie; qui oltre ai numerosi interessi economici, vi era un legame
affettivo molto forte e profondo, in quanto la popolazione francese
la considerava un’estensione della Francia e con un attaccamento
al territorio forte quanto la loro patria.
Questi legami uniti alla presenza di molte infrastrutture ed una profonda
conoscenza del territorio, furono i motivi che spinsero molti francesi
ed europei a questo nuovo tipo di turismo, nato dopo l’indipendenza
del paese nei primi anni sessanta.
La barriera naturale che offre il deserto sahariano, ha risparmiato
le genti Tuaregh del sud algerino, dalla guerra civile che infuria (e
che non si è ancora conclusa nonostante gli sforzi dell’attuale
governo in carica) nel nord del paese, che ha provocato una vero e proprio
bagno di sangue dei suoi stessi cittadini, stimato in oltre centomila
vittime. Qui il richiamo del fondamentalismo non ha fatto presa sul
popolo Tuaregh; un popolo con una forte identità, da sempre fiero
della propria libertà ed indipendenza. Il turismo è praticamente
l’unica risorsa di queste genti; è da qualche anno che
i turisti europei stanno timidamente ritornando alla riscoperta delle
bellezze di questo angolo del Sahara.
Il nostro viaggio avviene a distanza di circa due mesi dagli attentati
su NYC ed il Pentagono; molti sull’onda emotiva di quanto è
successo hanno preferito rinunciare. Dopo aver ricevuto dall’agenzia
ampie rassicurazioni in fatto di sicurezza e di fattibilità,
sotto lo sguardo a dir poco allibito di parenti ed amici, raggiungiamo
all’aeroporto di Fiumicino i nostri altri due compagni di viaggio
Paola e Felice e la nostra guida Tuaregh, Monseur Djaba che ci accompagnerà
durante tutto il tour.
Il viaggio
Algeri – Rue de La Marine
Partendo da Roma in volo per Algeri, siamo costretti ad una notte nella
capitale algerina; purtroppo non è possibile avere la coincidenza
in giornata per il sud est del paese.
“Algiers la blanche”, così la descrive lo scrittore
e premio Nobel per la letteratura Albert Camus (nato in Algeria nel
1913 da una famiglia francese); nella mezza giornata a nostra disposizione,
abbiamo passeggiato sul lungomare Rue de la Marine, ammirando i suoi
eleganti palazzi dagli alti porticati intonacati di bianco, ricordo
dell’occupazione coloniale francese.
Subito alle spalle di questa zona in stile prettamente europeo, si trova
una collina dove è ubicata la Casbah, vero e proprio cuore arabo
della città, fatta di vicoli stretti e in parte decadenti. Una
veloce visita poi ci porterà al Piazzale del Memoriale del Martire,
dove svetta un’imponente monumento dedicato ai martiri della liberazione;
da qui si ha una bella vista sulla capitale, sul suo lungomare e su
un bel palmeto del giardino botanico che abbiamo di fronte.
Nel pomeriggio trasferimento in aeroporto e con un volo raggiungiamo
DJANET, dove ci attende Elkher il fido compagno di tanti viaggi di Djaba.
Situata nel profondo sud algerino e adagiata sul fondo dell’Oued
Edjeriu, che conserva ancora intatta la sua vita di città nomade
di frontiera.
DJANET ex Fort Charlet, dal nome di un comandante della guarnigione
francese, è chiamata anche la perla del Tassili, ed è
una bella oasi di montagna saharaina posta ai bordi dell’antica
falesia dell’altopiano n’AJJER, punto di partenza e d’arrivo
per le escursioni sul Plateau del TASSILI. Lo splendido isolamento geografico
di questa oasi è dovuto al fatto che a nord si estende per circa
1'000 km il grande Erg Orientale, a sud centinaia di km di pista desolata
la separa dalle saline del L’oasi di Djanet La regione di Tikobauin
Kaouar, ad ovest si trovano le magnifiche dune dell’Erg di Admer
e infine a est si erge l’imponente altopiano roccioso del TASSILI
n’AJJER, meta del nostro viaggio.
La parte antica di questa splendida oasi è abbarbicata sull’erta
della falesia, ed è costituita da abitazioni di fango e pietra;
da qui è possibile ammirare il grande palmeto con circa 20'000
palme da dattero e gli orti sottostanti, decisamente lussureggianti
se si tiene in considerazione a quale latitudine ci troviamo.
DJANET conta circa 7'000 abitanti ed è suddivisa in quattro villaggi:
EL MIHANE (dei nobili), ADJAHIL (degli schiavi affrancati), AZELLOUAZE
e TIN KHATAMA (dei Tuaregh sedentarizzati), le cui origini affondano
nella notte dei tempi. Quest’oasi basa la sua economia sulla produzione
delle oltre 30'000 palme e degli orti, che garantiscono la sopravvivenza
ai Kel Djanet, sulla ripresa delle attività legate al turismo
e sui contrabbandi con il confinante Niger. Un breve giro a piedi ci
fa entrare in contatto con la realtà pigra e cordiale del luogo;
gli uomini sono seduti lungo i muri delle case, mentre alcune donne
in abiti scuri portano carichi sulla testa. Uno sguardo veloce al mercato,
piccolo ma essenziale e subito corriamo ad acquistare qualche souvenir,
in particolare le famose e splendide croci Tuaregh.
I dintorni di DJANET offrono parecchi luoghi suggestivi che meritano
senz’altro una visita, come TIKOBAUIN dove ci aspetta una splendida
distesa di guglie e torrioni di arenaria, creati dall’erosione
del vento, posti tra corridoi di sabbia dorata finissima. ESSENDILENE
è una sosta obbligata per ammirarne il parco; dapprima si entra
in un vasto oued, delimitato ai suoi fianchi da imponenti torrioni di
arenaria, dove una volta La guelta di Essendilene Tomba solare arrivati
in fondo troveremo con nostra sorpresa una rigogliosa vegetazione costituita
di palme ed oleandri.
Per raggiungere la guelta, lasciati i fuoristrada, percorriamo a piedi
uno stretto canyon incastonato da alte pareti rocciose, ricco di oleandri,
acacie e tamerici; alla fine possiamo finalmente ammirare questa misteriosa
guelta di un colore verde cupo. Nel nostro peregrinare abbiamo la possibilità
di vedere una grande tomba solare, splendido esempio di
sepoltura neolitica, composta da un tumulo centrale e da due circonferenze
di pietra.
In seguito ci attende una piacevole “cavalcata” fra le morbide
dune di sabbia dal color cipria dello splendido Erg ADMER. Qui si potrà
ammirare un insolito panorama; il contrasto fra il
colore scuro dei contrafforti del TASSILI e la morbida tinta d’orata
delle sabbie dell’Erg, donano al paesaggio un tocco di magica
irrealtà.
Costeggiando poi la falesia del TASSILI n’AJJER, si raggiunge
TERARART, dove alti torrioni di arenaria si innalzano dalle sabbie per
svettare nel cielo, sulle cui pareti si può ammirare una delle
più belle incisioni del neolitico, “le vacche che piangono”,
un bassorilievo di grande pregio.
L’altopiano del TASSILI n’AJJER si sviluppa per 750 km di
lunghezza, con una larghezza variabile da 60 a 100 km, ed è paragonabile
ad un’immensa astronave che emerge dalle sabbie che lo circondano.
Il Parco nazionale del TASSILI n’AJJER per il suo immenso valore
nautrale e culturale, è dal 1982 inserito nell’elenco del
Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Dal 1986 è stato inoltre
inserito nella rete Erg di Admer – incontro tra sabbia e roccia
Pitture rupestri internazionale del Patrimonio dell’Uomo e della
Biosfera (MAB – UNESCO), diventando così la prima riserva
della biosfera sahariana al mondo. L’accesso a questo parco nazionale
è severamente proibito se non si è in possesso di un’apposita
autorizzazione ufficiale e di una guida al seguito.
Quello che rende il TASSILI singolare ed unico al mondo, sono le sue
celebri pitture e graffiti disegnati sulla roccia, in una delle più
grandi concentrazioni al mondo di arte rupestre, che raccontano la straordinaria
evoluzione che ha subito il clima e le popolazioni in questa zona del
pianeta. Il valore artistico più alto è raggiunto nell’epoca
neolitica e nella preistoria, approssimativamente tra il 7'000 e il
6'000 a.c. Questo vastissimo altopiano è
formato da arenarie antichissime create dai sedimenti marini, quando
decine di migliaia di anni fa i mari occupavano queste terre.
In lingua tamashek TASSILI n’AJJER significa altopiano dei fiumi;
qui in tempi remoti i fiumi scorrevano numerosi e l’acqua ha scavato
i profondi canyon che ora solcano l’altipiano.
Grazie alla sua scoperta e alle successive esplorazioni di Henri Lhote,
siamo in grado di comprendere come 8'000 anni fa vivevano i nostri antenati,
in un clima completamente diverso dall’attuale, con la presenza
di fiumi impetuosi, di foreste lussureggianti e molte specie animali
come giraffe, ippopotami, coccodrilli e rinoceronti che hanno popolato
tutta l’Africa settentrionale.
Ora, l’ambiente del TASSILI si presenta con un paesaggio pietrificato
di rocce di arenaria dalle forme singolari e bizzarre, arido, praticamente
inospitale dove sole e vento regnano incontrastati. Falesie scoscese,
foreste di pietra, canyon e gole talmente incassate che il sole vi penetra
soltanto quando è sulla Partenza per il trekking Gli incredibili
canyon del Tassili verticale, formazioni rocciose dalle incredibili
forme scolpite dall’acqua, dal vento e dall’equilibrio statico
in apparenza impossibile, guelte scavate nell’arenaria, sono le
componenti paesaggistiche che colpiscono il viaggiatore, immerso in
un mondo totalmente diverso da tutto ciò che lo circonda.
Vista la natura geografica di questo altipiano, per raggiungere i siti
ove si trovano le pitture rupestri più importanti, è necessario
effettuare un trekking a piedi; questo itinerario si svolge nell’area
nord orientale del TASSILI. Si parte da DJANET di buon ora con i fuoristrada
fino ai piedi dell’Agba di TAFELALET, dove inizia il sentiero
che ci porta sulla sommità del Parco Nazionale.
Qui troveremo i Tuaregh con una carovana di asini che saranno utilizzati
per portare i bagagli, i viveri e l’acqua necessari per essere
autosufficienti per tutta la durata del trekking. Iniziamo la salita
in un ampio canalone dalle pareti scoscese su di una pietraia sconnessa,
che si restringe man mano che ci inerpichiamo verso la sommità
dell’altipiano.
Dopo quattro ore di marcia, superato un dislivello di circa 500 metri
raggiungiamo l’altipiano; qui improvvisamente le alte mura rocciose
scompaiono, lo spazio si apre su di un tavolato piatto perfettamente
orizzontale, coperto di sassi neri che brillano sotto un sole
implacabile.
Ci incamminiamo
verso est, in fila indiana, in un paesaggio desolato sferzato dal vento,
senza punti di riferimento e privo di qualsiasi forma di vita, se non
la presenza di qualche filo d’erba ingiallito.
Dopo un pomeriggio di marcia, quando al crepuscolo la luce cambia, raggiungiamo
la valle dell’oued TAMRIT, più conosciuta come “la
valle dei cipressi”. Qui, circondato da un deserto che si estende
per centinaia di chilometri, Tamrit – La valle dei cipressi A
zonzo per Tamrit sopravvivono nel letto del fiume fossile decine di
grandi cipressi millenari, (il loro nome botanico è cupressus
dupreziana) ultimi testimoni di una flora un tempo rigogliosa ed oramai
estinta. La loro età è stata stimata intorno ai 4'000
anni; i Tuaregh li chiamano “Tarout” e sono dei veri e propri
fossili viventi, viaggiatori del tempo che hanno attraversato la nostra
storia, all’ombra dei quali madre natura ha compiuto trasformazioni
praticamente
irreversibili. Questa specie endemica di cipresso è localizzata
ad un’altitudine variabile dai 1'600 e i 2'000 metri di altezza;
ora le attuali condizioni climatiche non permettono più la germinazione
e non ci rimane che sperare in un aleatorio capriccio climatico tale
da rendere nuovamente possibile il loro perpetuarsi.
Sullo sfondo ammiriamo le inconfondibili rocce un po’ tozze di
TAMRIT, che somigliano sorprendentemente ai castelli di sabbia che si
fanno sulle nostre spiagge, facendo gocciolare dalle mani la sabbia
bagnata.
Dopo al prima notte passata nelle vicinanze di TAMRIT, sotto un sole
tiepido ci incamminiamo di buon ora verso l’ampia vallata di IN
– ITINEN, dove incontriamo splendide pitture, che troviamo nascoste
nelle cavità che sono alla base delle pareti rocciose. Dipinte
con terre policrome e polveri colorate che unita alla porosità
della roccia ne favorisce l’attecchimento, ecco comparire dinnanzi
ai nostri occhi, magnifiche scene di caccia ad animali selvaggi e momenti
della vita quotidiana degli uomini che vissero qui, dove oggi infierisce
un vento violento e torrido, che nel corso dei secoli, ha inaridito
tutto.
Ammiriamo inoltre la raffigurazione del famoso “carro dei Garamanti”;
un dipinto che raffigura un carro a quattro ruote trainato da cavalli
al galoppo e risalente all’incirca al I millennio a.c. Tan Zoumaitak
– Figure di donne
Foresta di pinnacoli
I Garamanti erano un’antica popolazione di nomadi – guerrieri
– esploratori che nel I millennio a.c. furono i padroni incontrastati
delle grandi vie di comunicazione, che dal Mediterraneo attraverso il
Sahara, allora verde, arrivavano ai grandi regni dell’africa Nera,
che si trovavano a sud del sahel. La loro capitale era l’antica
Garama, le cui rovine si trovano ora in territorio libico. Dopo mezza
giornata di cammino si raggiunge SEFAR, una delle zone più ricche
e più importanti al mondo di arte rupestre, dove troviamo dipinti
raffiguranti “gli uomini dalla testa rotonda”; dipinti tra
i più antichi e raffinanti che si possono trovare nell’area
sahariana. Qui a poco a poco un mondo sconosciuto e sepolto da migliaia
di anni emerge sotto i nostri occhi, raccontando per immagini la vita
quotidiana dei nostri
antenati sahariani. La datazione di queste pitture va dal 4'000 al 3'000
a.c. e che raggiungono qui nel TASSILI la loro massima espressione.
Si caratterizzano per la raffigurazione di esseri umani con la testa
di grandi dimensioni e perfettamente rotonda, il contorno delle figure
e ben delineato e numerosi sono gli ornamenti e le acconciature piuttosto
fantasiose. Verso la fine di questa fase, intorno a circa il 3'000 a.c.,
queste figure assumono dimensioni gigantesche, fino ad avere altezze
di 5 ÷ 6 metri.
SEFAR è anche un immenso labirinto dove le rocce completamente
nude hanno assunto forme stranissime per effetto dell’erosione
eolica; un labirinto di torri cilindriche, guglie sottili, terrazze
sporgenti e lunghi corridoi sabbiosi, in un paesaggio lunare, incombente
che incute quasi paura, Le guglie di Sefar, Il grande Dio di Sefar
La guida Tuaregh ci infonde sicurezza e tranquillità, guidandoci
sicuri tra questi meandri, dove la natura è priva di ogni forma
di vita ed ogni angolo pare sia perfettamente identico all’altro.
In lontananza i profili di queste rocce assomigliano ai grattacieli
di un’antica metropoli di pietra oramai abbandonata; tra questi
palazzi diroccati, intravediamo un cielo color cobalto attraverso gli
squarci, che ricordano finestre di edifici abbandonati.
SEFAR è divisa in due dall’oued che prende il suo nome;
verso est troviamo SEFAR MELLET, la città bianca, mentre ad ovest
incontriamo SEFAR SETTAFET, la città nera.
Queste forme bizzarre dovute all’erosione dell’acqua unita
a quella eolica, danno un senso di magia tale che i Tuaregh credono
che questa in questa zona dell’altipiano si trovino i djenou,
gli spiriti maligni che qui vi trovano dimora.
Possiamo inoltre ammirare in tutta la sua maestosità e grandezza
l’affresco noto come “il Dio di Sefar”, una figura
mascherata antropomorfa alta 3,20 metri, attorniata da donne ornanti
e antilopi; siamo perplessi e letteralmente increduli di fronte a questa
fantascientifica figura umanoide.
Chi era ? Un dio dimenticato ? Un sacerdote ? Oppure un semplice stregone
?
Parecchi anni fa c’è chi ha avanzato ipotesi suggestive
su queste figure fantastiche. In alcune di loro c’è chi
ha voluto scorgere la conferma che esseri extraterrestri in epoche remote
avrebbero visitato il pianeta Terra. Si rimane comunque letteralmente
increduli di fronte ad alcune figure umanoide, che sembrano indossare
un vero e proprio scafandro spaziale. Bivacco intorno al fuoco. Guglie
del Tassili
A fine giornata la stanchezza comincia a farsi sentire ma tuttavia questa
è una dolce fatica.
Il trekking è stato fino ad ora un’esperienza per noi nuova
ed entusiasmante; la solitudine, il dilatarsi del tempo, l’assenza
di qualsiasi rumore, tranne quello prodotto dai nostri passi, affascina
i sensi e ti permette di concentrarsi maggiormente su tutto ciò
che ci circonda. L’incontro con il deserto condotto in questo
modo, ci dà l’impressione che questa sia la prima volta
che ci avventuriamo nel cuore del Sahara.
Immaginate un deserto che cambia in continuazione, che ora si restringe
come in un labirinto naturale in stretti corridoi tra alte pareti di
arenaria e ora si apre su piatti tavolati rocciosi in uno scenario sconfinato,
dove l’occhio corre senza sosta; questa è la magia del
TASSILI n’AJJER.
Di fronte a tanta grandezza del creato, ci viene spontaneo riflettere
che madre natura abbia voluto riappropriarsi questo territorio, rendendolo
inospitale ed invivibile al genere umano.
All’imbrunire, quando la luce diviene più morbida, ci si
ferma per posare il campo. Qui ritroviamo la nostra carovana di asini
che con tutto il loro carico di bagagli e vettovaglie ci ha preceduto,
percorrendo sentieri diversi. Mentre noi allestiamo le nostre tende
per la notte, i Tuaregh che ci accompagnano cercano una sistemazione
in qualche anfratto roccioso, al riparo dal vento, dove Elkher si appresta
a prepararci un’ottima cena ristoratrice.
Trascorsa la notte a SEFAR, l’indomani mattina si riprende il
cammino in direzione UAN TUAMI, dove in un punto panoramico è
possibile ammirare per intero la rara bellezza paesaggistica dell’altopiano
del TASSILI n’AJJER. Il paesaggio pietrificato del Tassili Qui
troviamo una presenza di rocce massicce che assomigliano vagamente a
gusci di tartaruga; alla base di queste si trovano anfratti, creati
dalle erosioni eoliche, che celano un’impressionante quantità
di pitture e graffiti. In questa vera e propria pinacoteca all’aria
aperta, davanti ai nostri occhi, emerge a poco a poco un mondo oramai
sepolto da migliaia di anni. Tutti gli stili sono qui rappresentati
da quello delle “teste rotonde”, al “bovidiano”,
al “cavallino”,al “camellino”, sono un’importante
testimonianza di un’antica fecondità e floridezza di questi
luoghi, che oramai si è persa per sempre.
Non si riesce a resistere; ho scattato decine e decine di diapositive
a queste straordinarie raffigurazioni nel tentativo di salvarle nella
nostra memoria e sottrarle così all’inevitabile scorrere
del tempo. Abbiamo inoltre l’occasione di ammirare una delle rare
guelte di questo arido altipiano; questi imbuti naturali raccolgono
quel po’ di acqua piovana che cade durante i rari acquazzoni,
alimentando così un piccolo microcosmo ecologico.
Durante una breve sosta, incontriamo tre individui che con passo spedito
percorrono una delle tante piste di questo altipiano che collegano DJANET
con la vicina Libia; queste sono percorse per lo più da clandestini
o da contrabbandieri.
Un breve saluto con un cenno del capo e dopo pochi attimi scompaiono
come d’incanto dalla nostra vista, come se queste foreste di pietra
li avesse improvvisamente inghiottiti.
Il paesaggio pietrificato del TASSILI è sempre molto duro e aspro,
caratterizzato da una serie infinita di passaggi labirintici, gole,
canyon e piccole pianure che si aprono e tornano a morire in questo
dedalo di rocce; arriveremo poi a UAN GUFFA, dove poseremo l’ultimo
campo. Sempre sotto lo sguardo vigile e attento della nostra guida,
andiamo alla ricerca di altri affreschi preistorici, che si rivelano
di straordinaria bellezza. Questi giorni di marcia
sull’altipiano a SEFAR, TAMRIT, IN-ITINEN, ……
sono giorni, trascorsi in assoluta libertà, in un silenzio che
ci , soverchiato a volte dal sibilo del vento del deserto, di bivacchi
sotto un cielo stracolmo di stelle. Mai prima d’ora avevamo provato
tante emozioni; si tende a cercare un contatto fisico con la sabbia
e le rocce che ci circondano, come un desiderio di riappropriarsi della
natura e di entrare a farne parte. E’ bello fermarsi ad ascoltare
il proprio battito del cuore ed il proprio respiro e di sentire di essere
in sintonia con tutto ciò che è attorno a noi.
Di notte, lo scintillio dei miliardi di stelle che formano la Via Lattea,
sforacchia il buio dello spazio siderale nero come l’inchiostro
di seppia e ci lascia letteralmente a bocca aperta. Tutto questo nomadismo
è esattamente l’opposto della vita che conduciamo tutti
i giorni, ed è per noi un riappropriarsi di una libertà
perduta e assaporare momenti di vita vibranti di emozioni, unici ed
irripetibili.
Qua si riesce a comprendere cosa è e cosa significa la parola
libertà; capiamo perché nonostante le precarie condizioni
di sopravvivenza in questi aridi territori, i Tuaregh non riescono ad
abbandonare la loro vita errante.
L’ultima mezza giornata ci vede partire per l’Agba TIN ZEZEGA;
percorrendo l’oued TIN ZEZEGA, lanciamo un ultimo sguardo carico
di malinconia ai contrafforti del TASSILI, ed arriviamo all’oued
Agba TAFELELET, per poi ridiscendere e alla cui base ci attendono nuovamente
i fuoristrada per il rientro a DJANET.
Abbiamo purtroppo constatato di persona che questo inestimabile patrimonio
di arte preistorica rupestre, tra i più affascinanti ed importanti
dell’umanità, versa in gravi condizioni, a causa del loro
stato di degrado.
Il loro deterioramento, causato soprattutto all’irresponsabilità
di molti turisti, che nel corso degli anni per far risaltare il più
possibile i colori nelle fotografie, non hanno esitato a bagnare con
acqua o addirittura con liquido organico queste splendide raffigurazioni.
Ma non finisce qui; nei luoghi che sono deputati per l’allestimento
dei campi notturni, si trovano dei veri e propri cumuli di immondizia
di ogni tipo, lasciati lì da chi ci ha preceduto negli anni passati.
C’è stato un timido tentativo da parte di alcuni operatori
locali al fine di sensibilizzare le autorità locali, per portare
a valle tutta questa spazzatura, ma fino ad oggi non si è ancora
potuta fare nulla.
Nel tardo pomeriggio decolliamo da DJANET alla volta di Algeri; ci godiamo
dall’alto lo spettacolo che offre il deserto, con le sue immense
distese di sabbia e le imponenti formazioni rocciose.
Salutiamo con profonda gratitudine e commozione Djaba ed Elkher, oramai
due nostri amici nonché splendide guide sahariane, con le quali
abbiamo trascorso giorni indimenticabili e che ci hanno condotto con
molta disponibilità e professionalità alla scoperta di
questo incredibile angolo di Sahara.
Algeri ci appare improvvisamente nel buio della sera, con uno sfavillio
di luci, adagiata sul golfo che si affaccia sul mar Mediterraneo; una
volta rientrati in città, il rumore, la moltitudine delle persone
ed il traffico caotico, ci appare fastidioso ed inutile.
Chissà perché ci sembra che solo il deserto sia perfetto.