VIAGGIO
IN AUSTRALIA E POLINESIA
Viaggiatori-Autori:
Marco e Cristina
Itinerario: Australia (Sydney, Darwin, kakadu, Alice
Springs, Uluru&Kata Tjuta,
Adelaide, Kangaroo Island) Polinesia (Papetee, Rangiroa)
Numero di giorni: 28
Costo totale del viaggio: 6.000 euro a testa
Periodo: 31/07/2006 - 27/08/2006
Compagnie Aeree: Qantas Airlines
Documenti: Passaporto senza visto
Sistemazione: Alberghi media categoria nelle città,
resort più economici nei
parchi, resort a Rangiroa
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WOMEN DREAMING
SITTING AROUND WAITING TO DANCE
Il Sogno che abbiamo
realizzato per il nostro viaggio di nozze è stato compiere il
giro del mondo in un mese, scegliendo l’Australia e la Polinesia
come paesi da visitare.
L’Australia soprattutto è stata quella meglio preparata
attraverso le solite ricerche su storia, arte, cultura e politica sociale,
libri attraverso i quali abbiamo tentato di avvicinarci alla vita aborigena.
Ciò ci ha permesso da un lato di apprezzare musei e mostre, e
dall’altro di osservare le evidenti disparità verso questa
civiltà.
In tutto il paese abbondano le vendite di manufatti e dipinti aborigeni
(o spesso presunti tali), segno che dal punto di vista turistico c’è
molto interesse sull’argomento, confermato dai diversi centri
culturali e tour operator orientati ad entrare in contatto con le popolazioni
native, per quanto possibile, nel rispetto delle loro usanze.
Tutto questo però è in contrasto con le realtà
urbane, in special modo nelle città del Northern Territory, dove
gli sguardi spenti e vuoti degli aborigeni che vagano ai bordi delle
strade sono segno tangibile di un’emarginazione aggravata dalla
piaga dell’alcool.
Abbiamo assistito ad un arresto per ubriachezza (non molesta) e ci siamo
meravigliati dei gesti di quell’uomo, rassegnato nel salire sulla
camionetta della polizia, come se questo evento fosse quasi giornaliero
e abitudinario.
Nonostante le letture su questi popoli non ci è comunque facile
pensare quale sia la strada migliore tra un’assimilazione culturale
che porterebbe forse a benefici, piuttosto che, sempre che ciò
sia possibile, ad un ritorno alle origini.
Ciò non toglie comunque la più che positiva impressione
che ci hanno dato le città del sud (Sydney e Adelaide), luoghi
in cui si respira una vitalità e una solarità che non
immaginavamo a queste latitudini; ci piace portare ad esempio del tranquillo
stile di vita, il fatto che le banche non sono dotate di metal detector,
ma di più ospitali porte scorrevoli.
Ci siamo concessi
un po’ di “lusso”, anche in previsione delle privazioni
dei parchi del nord, fermandoci a Sydney in un albergo sito in una vecchia
casa vittoriana a King Cross.
Da qui le zone di interesse sono facilmente raggiungibili anche a piedi,
cosa che tralaltro fa apprezzare l’apparente non freneticità
della città.
Oltre che alle classiche mete del quartiere Rocks, dell’Opera
House (purtroppo non si può entrare e girare gratuitamente),
abbiamo apprezzato l’interessante, ma relativamente costoso, museo
del Barracks, in cui si possono ripercorrere i primi passi della sanguinosa
storia australiana.
Un aspetto che risalta di Sydney è senz’altro la sua multietnicità,
che si esprime anche con il kitch ma rilassante Chinese Garden, oltre
che con le innumerevoli offerte culinarie, tanto che abbiamo riassaggiato
a distanza di un paio d’anni la favolosa cucina malese.
Ci spiace solo non aver potuto passeggiare per Bondi Beach causa una
giornata di pioggia e freddo, che però perlomeno ci ha dato la
possibilità di vedere l’ornitorinco nell’acquario
cittadino, visto che purtroppo non siamo stati così fortunati
da avvistarlo in libertà al Flinders Chase di Kangaroo Island.
L’arrivo a
Darwin ci ha offerto uno scorcio di paese totalmente differente : case
basse, anche se a dire il vero sono state ricostruite dopo il ciclone,
e stile di vita lontanissimo dalla metropoli.
In effetti non offre granché, però solo qualche chilometro
fuori città c’è, crediamo, il più interessante
museo dell’intera Australia: il Northern Territory Museum dove,
affiancata ad un’ottima gamma di manufatti aborigeni (anche di
Namatjira), si ripercorre la storia della regione con particolare attenzione
alla sciagura del 1974.
Proseguendo si incontra il Botanic Garden e soprattutto l’East
Point Riserve, che oltre ad essere utilizzato come parco cittadino,
offre desolati ma affascinanti scorci naturali, nei quali è usuale
incontrare i wallabies che al tramonto escono allo scoperto per mangiare.
Ad ogni modo Darwin è un punto di appoggio verso il Parco Nazionale
del Kakadu, che noi abbiamo deciso di percorrere autonomamente soprattutto
per poter partecipare ad un’escursione con un tour operator di
Cooinda, specializzato nell’entrare in contatto con la cultura
aborigena uscendo dai soliti itinerari turistici.
La guida ci ha accompagnato in una farm di bufali, che anche grazie
all’appoggio del Warradjan, il locale centro culturale (curato
e molto interessante), permette il sostentamento di un minuscolo villaggio
di nativi.
Partendo da qui abbiamo seguito Patsy nelle sue usuali faccende domestiche
di bushtucker, concludendo l’istruttiva giornata con una cena
a base del raccolto giornaliero davanti ad una vallata che ci ha regalato
un tramonto da favola, lontani da qualsiasi contatto con la civiltà.
A parte questa esperienza, il Kakadu offre splendidi panorami, una biofauna
unica, tanto che sono da non perdere l’escursione all’alba
in barca sullo yellow water river e i siti rupestri probabilmente più
espressivi e più antichi della Terra: Ubirr e il Sogno di Nourlangie.
Ricordando quei luoghi ci risulta difficile concepire come 20.000 anni
fa esistesse questo tipo di arte sconosciuta al nostro mondo e come
poi come ci sia stata un’evoluzione tanto differente.
Durante l’escursione con Patsy ricordo di essermi allontanato
dal campo solo per qualche decina di metri finché la potenza
del vuoto e della Natura mi hanno fatto pesare la solitudine, facendomi
immaginare ombre tutt’intorno, come se il bush volesse parlarmi
e comunicarmi qualcosa.
Solo per poco sono riuscito a comprendere come deve essere stata per
millenni la vita degli aborigeni, come abbiano conosciuto, rispettato
e “cantato” invisibili “vie” di una terra che
i primi coloni hanno colpevolmente segnato come “Nullius”.
Sto scrivendo questi pensieri da una poltrona del Ghan, il treno che
dolcemente attraversa questo sterminato Paese, abbandonando lo sguardo
su un paesaggio che affascina tanto è monotono.
La tappa successiva
è Alice Springs una sonnolente cittadina trasformata dal turismo
grazie alle attrattive dei siti famosi che la circondano.
Il centro è un susseguirsi di alberghi, ristoranti, gallerie
d’arte, negozi di souvenir e tour operator, anche se nelle vicinanze
ci sono un paio di attrattive interessanti:
Il Desert Park è ben realizzato, soprattutto per gli habitat
desertici ricostruiti e per l’interessante padiglione notturno,
in cui sono visibili marsupiali ormai quasi scomparsi in natura.
Il Cultural Centre offre diversi punti di vista sulla storia australiana:
la galleria d’arte, il padiglione dedicato al lavoro di Strehlow,
una delle prime persone che si sono avvicinate con rispetto alla vita
aborigena, l’Hangar dedicato ai primi pionieri del volo e il piccolo
cimitero in cui sono sepolti Namatjira e i primi cammellieri afghani.
Il territorio è diverso da quello ammirato nel Kakadu, con pochissimi
alberi e solo qualche arbusto che emerge in un mare di terra rossa,
ma presenta la stessa affascinante monotonia.
Nel tragitto verso Uluru abbiamo scelto di fermarci al Kings Canyon
percorrendo il giro completo (Rim Walk), possibile per le elevate temperature
solo nella nostra stagione estiva.
Il trekking è abbastanza faticoso, soprattutto per la prima parte
in salita, sebbene venga presentato peggio di come sia in realtà;
i panorami, la Lost City e soprattutto la pace che infonde la pool della
Garden of Eden, rendono questo Canyon una delle scoperte più
affascinanti dell’intero nostro viaggio.
Guidando su questa strada poco a poco compaiono le icone (insieme all’Opera
House) di tutto il Paese: le sagome inconfondibili di Uluru e Kata Tjuta.
Uluru però non rappresenta solo il monolite, ma anche lo sfruttamento
turistico che lo caratterizza.
Yulara, il resort villaggio costruito nelle vicinanze, ha un impatto
devastante per il fragile ecosistema della zona (anche se perlomeno
rispetto a qualche decennio fa non ci sono strutture ai piedi del sito)
e come nel Kakadu fa specie l’enorme possibilità ricettiva
di questi santuari naturali, anche se ad onor del vero la gestione anglosassone
dei parchi fa sì che gli accessi siano permessi solo su ben delimitati
e circoscritti percorsi.
Lo stupendo spettacolo del tramonto e dell’alba, momenti in cui
cambia il colore della roccia del monolite, sono da condividere con
un centinaio di persone, rendendo così l’atmosfera meno
spirituale, sebbene la cosa che ci ha reso più tristi è
stato vedere la fila di incivili arrampicarsi sulla sua vetta.
Ad ogni modo sembra che si stia cercando di dare una svolta a questo
stato di cose attraverso il centro culturale e gli operatori di Anangu
Tours, guide aborigene che non solo accompagnano e spiegano il significato
del Sogno di Uluru, ma propongono altre attività tra cui l’istruttivo
workshop sulla pittura. Il loro modo di punteggiare su tela ha fatto
scuola sin dagli anni 60, ma la cosa che sorprende è “vedere”
i loro “quadri naturali” dall’alto, quando si sorvola
il loro territorio.
Lasciando queste terre, disseminate purtroppo di carcasse di canguri
travolti dalle automobili, vogliamo sperare che, anche se lentamente,
ci si accorga dell’importanza culturale e naturalistica di questa
zona.
Il nostro viaggio,
che ci ha permesso di tagliare da Nord a Sud l’Australia, ha ora
destinazione Kingscote, capoluogo di Kangaroo Island.
Da qui percorriamo la South Coast Road, cosa che ci ha permesso di ammirare
gli scorci delle fattorie e dei boschi che costeggiano la strada, guidando
però attenti ai balzi dei marsupiali che si rischia di investire.
Siamo rimasti meravigliati dalla baia di Hanson, ma la nostra prima
giornata sull’isola è stata tutta un susseguirsi di emozioni
difficilmente classificabili in ordine di preferenza.
La passeggiata a naso all’insù scrutando tra i rami degli
eucalipti le sagome buffe dei lentissimi koala rimane un ricordo indelebile,
come pure le corse sulle bianchissime dune di Little Sahara, o lo spettacolo
offerto dalla cima di Bald Hill verso la Murray Lagoon.
Seal Bay è stata un’occasione unica per sostare, in compagnia
dei preparati guardaparco, a pochi metri da un folto gruppo di rumorosi
e assonnati leoni marini, che utilizzano questa spiaggia come riposo
dalla battute di pesca.
Sappiamo però che le emozioni di questa prima giornata non sono
finite, perché abbiamo deciso di ripercorrere tutta l’isola
per passare la notte a Penneshaw in una fattoria magnificamente restaurata,
base per l’escursione serale che ci ha consentito di passeggiare
in mezza alla colonia di pinguini minori, più popolosa d’Australia.
Il giorno successivo è stato dedicato completamente al meritevole
parco di Flinders Chase che offre diverse possibilità di percorsi
naturalistici partendo dal visitor center.
Il più famoso è quello che dovrebbe, con grandissima dose
di fortuna e pazienza, permettere di avvistare l’ornitorinco,
uno dei due mammiferi esistenti che depone le uova (l’altro sempre
australiano è l’echidna). Noi purtroppo non l’abbiamo
avuta, però la zona è abitata tra gli altri dalla specie
di canguri più grossa del paese, i western grey, visibili insieme
ai wallaby molto più degli echidna e i dei goanna.
Lasciamo Kangaroo Island solo dopo aver respirato il profumo del vento
e l’odore acre del mare ad Admiral Arch, la punta occidentale
di un’isola che ci ha regalato un angolo di Australia che non
avremmo potuto immaginare così bello.
Dopo una veloce
visita di Adelaide, in cui abbiamo avuto giusto il tempo di vedere la
galleria Tandanya e probabilmente di pranzare nel miglior ristorante
indiano mai provato, siamo presi da una specie di malinconia perché
siamo alla fine di questa parte di viaggio.
Meno male che prevale la curiosità, perché il nostro giro
del globo ci porterà in Polinesia, dove siamo piacevolmente accolti
dalle immancabili ghirlande di fiori e dalla musica tipica dei Mari
del Sud.
La giornata passata a Papeete ci ha offerto uno scorcio di paese che
sembra soffocare nell’affannosa rincorsa dei ritmi occidentali,
esattamente come le sue strade intasate dai rumori e dagli scarichi
delle auto.
Fortunatamente l’atmosfera è ben diversa nelle isole Tuamotu,
dove abbiamo deciso di rilassarci.
Rangiroa, nonostante sia l’atollo più grande al mondo,
ha solo 10km di strade percorribili e il suo ritmo è scandito
dai voli che la riforniscono di turisti e di derrate alimentari, tutte
importate tranne gli unici prodotti reperibili in loco : pesce, cocco
e perle nere.
Le coltivazioni di queste ultime, tutte a gestione nipponica, si possono
visitare gratuitamente (sottolineo questo particolare perché
i prezzi dei prodotti finiti lo sono tutt’altro).
A parte comunque i due minuscoli villaggi con un paio di caratteristiche
chiesette, l’isola è godibile soprattutto per la sua unica
vita marina.
Noi abbiamo passato delle giornate indimenticabili, scandite dal ritmo
tranquillo e da alcuni appuntamenti fissi: lo spettacolo pomeridiano
e puntuale con le acrobazie dei delfini a Tiputa Pass, l’arrivo
verso riva delle razze e dei piccoli squali in cerca degli avanzi dei
pescatori e l’attesa serale per gli esemplari un po’ più
grandi di pinna nera di passaggio sotto il pontile del nostro hotel.
Siamo rimasti estasiati nel vedere i pesci che sembravano sospesi nel
vuoto tanto l’acqua del mare era limpida, e nell’ammirare
l’elegante manta di due metri emersa a pochi centimetri dalla
nostra canoa.
Il Kia Ora, dove abbiamo alloggiato, è senza dubbio il miglior
resort, molto ben curato e incastonato in un tratto bellissimo di laguna;
noi abbiamo scelta la formula del b&b, cosa che ci ha fatto apprezzare
anche altri ristoranti, tra cui Les Relais des Josephine, dove abbiamo
assaggiato diversi piatti originali, come ad esempio il filetto di Mahi
Mahi al roqueford, mirabilmente cucinati da questa signora francese
in riposo nei mari del sud.
Il maestrale di quei giorni non ci ha permesso di vedere la laguna blu
o l’isola dei Recife, ma nonostante ciò l’atmosfera
di questo luogo ci ha coinvolti a tal punto che ci siamo ripromessi
in un futuro, speriamo non lontano, di dedicare un viaggio alle isole
polinesiane
E’ stato il
nostro primo giro della Terra e le emozioni che conserveremo sono tante.
Torniamo a casa arricchiti dall’incontro con genti, luoghi e culture
diverse e portando con noi lo splendido quadro aborigeno dal titolo
“women dreaming sitting around waiting to dance”, che farà
bella mostra nella nostra casa piena di ricordi di mondi, ora non più
tanto lontani.