Per questo viaggio, e per la prima volta in vita mia, decido di usare il bastone da passeggio, ma con scopo diverso dall’idea coltivata al momento dell’acquisto un anno addietro.
Si tratta di un aggeggio metallico regolabile di forma tubolare dentro al quale, localizzato presso l’impugnatura, avevo nascosto un cilindretto di piombo, trasformando un innocuo bastone in una efficace mazza, senza alterare di molto la leggerezza complessiva. Inoltre, aiutandosi con una semplice monetina era - ed è tuttora – possibile svitare il manico e rimuovere il cilindretto in pochi secondi, metterlo nella valigia destinata alla stiva e passare ai raggi X degli aeroporti col bastone “pulito” alla mano.
Ahimé! In gioventù mi appassionavano i films di Sergio Leone e i suoi spietati banditi, mentre oggi mi ossessionano i telegiornali con la loro quotidiana vetrina di delinquenza più o meno spicciola, ma concretamente pericolosa.
Sono invecchiato, sì, ma non rincitrullito e una serrata analisi mi ha convinto a buttare il cilindretto nei rottami. Supponiamo che con la mia mazza stenda qualche malintenzionato: in patria sarei immediatamente accusato di eccesso di legittima difesa e di porto di arma impropria! Inoltre, pure all’estero, un simile aggeggio dalla pericolosità non evidente, lungi dallo sviluppare un effetto deterrente, potrebbe essere di incoraggiamento per attaccare proprio un povero vecchio presunto zoppo!
Ma allora perché girare col bastone? Semplice: durante la transizione tra estate e autunno mi assalgono improvvisi quanto acuti dolori alla caviglia destra, tali da farmi mancare l’equilibrio e cadere sbilanciato dallo zainaccio a spalla e lo zainetto necessariamente portato a mano.
Non soltanto il bastone aiuta in questi frangenti, ma rivela la personalità di chi incontro nella ressa. Sono tre le tipologie: i panzer, i distratti o indifferenti e le persone sensibili. Trascuriamo di sputtanare i primi due e parliamo del terzo caso al quale appartiene una ragazzina di Mestre che accompagna gentilezza a bellezza. La rosellina si trova seduta su una panchina della stazione intenta a leggere un libro, quando s’accorge di me che appoggio lo zainetto accanto a lei e si offre di portarmelo. Deliziosa. La ringrazio e la libero dall’impagno spiegandole che sto semplicemente aspettando lo smaltimento della calca prima di affrontare il sottopassaggio.
(Nessun maligno insinui che la donzella volessemi scippare!)
02
Il treno proveniente da Torino è arrivato a Mestre in perfetto orario. Una probabile presa in giro visto che dispongo di un paio d’ore abbondanti prima di salire su quello che mi porterà a Praga. Sono quasi le otto di sera e, dopo sette ore di inattività motoria, una occasione ideale per sgranchire le gambe e rallegrare con una congrua cenetta lo stomaco finora tacitato a forza di insulsi paninetti. La caviglia risponde alla grande, ma la passeggiata si risolve ben presto per mancanza di attrattive. Con la mente già all’estero entro in un ristorante cinese, poiché sono certo di trovare qui il menù sottotitolato in albionico! Devo esserne talmente convinto che la cameriera, forse chiaroveggente, mi si rivolge proprio in questa lingua, e io, con un “well, well”, indico col dito una zuppa, un piatto di crostacei e una mezza bottiglia di Pinot bianco, il tutto scritto in italiano sul menù. Anche la cinesina parla la nostra lingua, me ne rendo conto quando lei risponde a un tedesco che sfoggia una parlata manzoniana.
Cambiando discorso, pur rimanendo in un certo qual modo in argomento viaggiare, è abbastanza raro trovare le mezze di vino Doc, ideali per chi mangia da solo. Il cameriere-sommellier la stappa forzando volutamente il botto. Nell’osteria di campagna in cui sono cresciuto, proprio l’intensità di questa detonazione simboleggiava la bontà del vino, ma i tempi passano e oggi il galateo aborrisce questa pratica. Beh, sarò rimasto bifolco, ma la cosa mi rallegra.
03
Torno in stazione e riprendo lo zaino grande dal deposito: quasi quattro euro! Lo trovo esagerato quanto ho trovato appropriato il modesto conto dei gentili cinesini. Dal tabellone scopro che il mio treno arriverà con trenta minuti di ritardo, sebbene parta da Portogruaro, che per quanto ne so non è poi lontanuccia da Mestre: ecco perché prima ho parlato di presa per i fondelli: me la sentivo. Adesso sono nuovamente stracarico di due zaini e non posso nemmeno andare al cesso, anche se il programma di drenaggio lo prevede, anzi, lo pretende con urgenza. Beh, almeno il ritardo viene rispettato e appena il convoglio si muove mi fiondo in bagno: ecco spiegato perché avete sentito in televisione di un’anomala acqua alta a Venezia!
Ciuf-ciuf!
Questo convoglio, sebbene con cuccette e nobile destinazione, pare si fermi ad ogni lampione. Non me ne importa un bel niente, tanto sono al calduccio nella cuccia e domani mattina, al più a mezzogiorno, dopo cotanta ronfata, sarò a Praga fresco, fresco. Non sarà proprio così: nell’ultimo paesino d’Italia, al limite della Slovenia, all’esasperazione della leggibiltà di una carta geografica esaminata al microscopio elettronico, salgono due giovanissimi fossili dell’era dei figli dei fiori. Sia lei che lui, capelli a trecce stoppose stile can da pastore, forse parrucche dissimulate all’origine da una bandana. Beh, affari loro, non però la bottiglia di vinello bianco locale da cui tracannano: affare anche mio, come direbbe Consuelo: l’Orso Bruno attratto dal miele .
Si lega immediatamente e io contraccambio il vinello offrendo birra con grande gioia dell’inserviente della carrozza letto. Più tardi, il gentilissimo steward, ceco ma non orbo, né sordo, si trova purtroppo costretto a riprenderci un paio di volte sorprendendoci a fumare e sghignazzare un po’ troppo italicamente fino alle due passate, sebbene nella zona isolata tra le carrozze.
I due si immedesimano e apprezzano le mie storie di “cappelloni” come venivamo chiamati noi dalle dartagnanesche chiome ai bei tempi dell’utopia sessantottina.
Chi desiderebbe aggiungersi a noi e Micaela, ma ancora non osa e lo farà soltanto al mattino quando succederà un inconveniente inatteso che la tirerà necessariamente in ballo.
*
04
A svegliarmi sono i doganieri. Soltanto il prossimo anno salteranno i controlli alla frontiera e non si verrà più disturbati. Ad ogni modo sono quasi le nove e il controllo è del tutto formale: una rapida occhiata alla carta di identità e via!
La campagna che sfila dal finestrino è stupenda. Qui l’autunno è in anticipo di almeno due settimane e le betulle che popolano le morbide colline presentano foglie di diverse sfumature di giallo contrastanti la plumbeità del cielo.
Il tempo di consumare la colazione offerta dalle ferrovie ed ecco che ci fermiamo in mezzo alla campagna. Tutta la popolazione della carrozza entra in fibrillazione come sull’Orient Express di Agata Cristi. Interpolando tra una babele di lingue intuisco che non è stato ammazzato nessuno, ma si deve scendere dal treno per vai a sapere perché. E qui interviene Micaela come l’omonimo angelo diradatore di tenebre. La sua spada è la padronanza di ben sette lingue, compreso l’italiano che innalza nell’alto dei cieli.
Da lei, autoelettasi speaker ufficiale del capotreno, apprendiamo che sono in corso lavori sulla linea allo scopo di velocizzare la tratta ceca al fine di guadagnare una buona mezzora entro l’anno prossimo. Accidenti! Prevedendo di vivere almeno cent’anni, per un anticipo temporale dell’appena uno per cento, mi becco ancora tutti questi disagi. Ma esistono almeno tre lati positivi.
Primo: scendendo dal treno per salire sul pulman ci scappa una sigaretta e una seconda verrà quando si risalirà in treno qualche km più avanti.
Secondo: questo zigozago mi permette di vedere alcuni paesini passandoci direttamente dentro. Terzo: Micaela posa il suo delizionso mandolino accanto a me e mi racconta di lei: una vita davvero interessante, ricca d’avvenimenti sebbene non abbia più anni di mio figlio.
La sua lingua madre è il ceco, da non confondersi con lo slovacco che pure lei conosce e mi rivela essere discretamente diverso. La terza lingua è il polacco, giacché abita quasi al confine con la Polonia. Ai suoi tempi ha dovuto studiare il Russo, poi, per motivi di lavoro, e recandosi sul posto, ha dovuto apprendere il tedesco, l’inglese e l’italiano. Il tutto a orecchio, senza libri né maestri.
Dal canto mio le racconto che sto andando a Mladá Boleslav (pronuncia: mlàda bòleslav), la città sede dell’industria automobilistica Skoda. Guarda caso! Mladá si trova nella stessa direzione della sua città, esattamente a metà strada e lei mi offre un passaggio sull’automobile dei suoi amici che verranno a prenderla al terminal della metropolitana di Cerny Most. (pron. cèrni mòst)
05
Il nuovo treno percorre un ampio arco tanto che per una buona ora siamo sempre alla stessa distanza da Praga. Ci giungeremo con una ora e mezza di ritardo. Il contrattempo diventa sopportabile quando l’irresistibile loquacità di Micaela ammalia il bigliettario tanto che lui la invita nello scompartimento riservato ai ferrovieri perché possa fumare una sigaretta in pace. Poi tocca anche a me sfumazzare! Scopro che l’amabile funzionario compie sempre le sue ferie in Italia e non è per nulla intenzionato a cambiare con Francia o Spagna.
Stretta di mani e via! Siamo nella stazione principale di Praga, la Hlavní Nádraží (pron. hlàvni nàdrajni dove la J è quella francese di jour, mentre l’H iniziale è un’aspirazione a metà strada tra quella dei toscani e la “jota” del castigliano – anche Praha, ossia Praga, si pronuncia così: Pra-ha).
Sono totalmente nelle mani di Micaela, oberata da un valigione strapesante da spostare anche se munito di rotelle. Lo zaino non è l’ideale per infilarsi in mezzo alla ressa di una stazione o un metrò affollati come a Praga, ciononostante io lo preferisco alle valigie perché non ne avverti il peso e, se non ne hai un secondo da portare oltre al bastone, lascia libere le mani.
Acquistati i biglietti che permettono di viggiare per ben 75 minuti, affrontiamo i gradini d’accesso alle varie stazioncine del metrò. Le scale mobili sono poche, e quelle poche si srotolano a velocità pazzesca costringendomi a vere acrobazie. I gradini invece stressano le ruotine della valigia della mia accompagnatrice che si augura tengano almeno per oggi.
Per prima cosa ci rechiamo a Florenc (pron. Flòrenz, con la “z” di azione). In questa stazione, nel cuore della città turistica, convergono la linea rossa C, sulla direttrice nord-sud e passante per la stazione centrale, e la linea gialla B che attraversa la città da sud-ovest a nord-est. Nonostante l’ora del rientro in ufficio, troviamo un paio di sedili per tutta la tratta che ci porta a Cerny Most.
Quest’ultima stazione si trova al limite della città e di qui in avanti il traffico diminuisce gradualmente di intensità. Nonostante una pioggia capace di inibire l’effetto del tergicristalli, l’autostrada non è molto trafficata e permette alla guidatrice di superare i centosettanta. Io sono seduto dietro con un altro maschietto e – il bagagliaio è strapieno - tengo sulle ginocchia lo zainaccio, morbido di biancheria e possibile air-bag.
In men che non si dica percorriamo 50 km e arriviamo al supermercato “Olympie”, al limitare di Boleslav. Qui ci salutiamo e scambiamo indirizzi e telefoni. Ora dovrò cavarmela da solo tra gente che parla uno slavo occidentale, scioglilinguista e scarsissimo in vocali quanto ne è ricco lo slavo orientale, particolarmente l’ucraino.
Il supermercato è modernissimo e il ristorantino annesso è lussuoso quanto basta per trovarci personale parlante inglese. Nessun problema quindi a ordinare un pranzetto da 600 corone (una ventina di Euro), una bella cifra da queste lande. Ancor meno problemi a consumarlo poiché innaffiato da 750 cc di Riesling renano. Alla presentazione del conto scopro che questo ristorante porta un nome italiano: “La Trappola” e che ne esiste un gemello in Praga!
Gentilmente la cassiera mi procura un tassì. Questo primo spostamento mi serve a testare questa categoria tanto soggetta a critiche in Praga dove pare operi lo strozzinaggio sistematico dei turisti. Ebbene, a parte quanto illustrerò in seguito, qui il tassamentro, visibilissimo, gira lento e senza trucchi: ci si può fidare.
06
Boleslav è grande quanto la mia Cuneo: 50.000 abitanti circa. Immediatamente t’accorgi di trovarti in un posto sicuro: ognuno va per i fatti suoi e nessuno ti importuna. Soltanto la banca ti frega: per 100 euro paga soltanto 2.500 corone invece di tremila! Volendo trovarci un lato positivo mi dico che laddove ti bidonano in modo legale, dovrebbe essere poco conveniente farlo illegalmente.
Eleggo a mia residenza il quartiere storico e prendo alloggio al Grand Hotel Venec – suppongo Hotel Venezia – accogliente, carino, con acqua caldissima e pulito. Un solo neo: nel bagno manca la bustina dello schampo, e non è una dimenticanza occasionale.
Il prezzo è abbordabile, appena qualcosa più di 800 corone, colazione compresa, meno della metà che a Praga a parità di qualità. Posati i bagagli vado in ricognizione approfittando di una tregua atmosferica. Dalla piazza centrale punto verso la parte opposta a quella di arrivo, ossia la parte moderna di Boleslav. In fondo alla piazza si erge il castello del X secolo, chiamato Mlada Boleslav – fig. 1- (nuovo Boleslvav) per distinguerlo da un altro già presente altrove detto Stara Boleslav (vecchio Boleslav).
Questo maniero fu il germe da cui si sviluppò l’attuale città. Lo aggiro scendendo una scalinata e ora la fortezza si erge sopra me per almeno trenta metri, rivelando la sua imponenza e imprendibilità nell’epoca precedente la polvere da sparo. Da questo lato la città finisce proprio qui e appena più in là scorgo la piramide rossa che si erge dallo stabilimento Akuma, il mio obiettivo in Repubblica Ceca. Caspita! La fabbrica dista dal mio albergo non più di un km.
Tornando indietro, nei pressi della curva a 90 gradi che immette nella piazza principale, incrocio il Turn Pub. Si direbbe il portoncino di una casa privata – fig. 2 - ed esito un attimo prima di entrare temendo una figuraccia o peggio. Una volta all’interno scopro un localino che mi ricorda le nostre osterie anni 50-60 – fig. 3, 4 -. Le pareti sono saturate di quadri, poster e oggetti cosiddetti di “modernariato” sostenuti da mensole o chiusi in bacheche. Dev’essere gestito da una sorta di coperativa poiché troverò sempre baristi diversi. Con Tomas, quello di oggi, leghiamo immediatamente e lui si fa in quattro per spillarmi una birra scura: butterà a lavandino almeno due litri prima di ritenerla ottimale. Mi regala una scatola di fiammiferi fatta confezionare in piccola serie da suo fratello: il tema dell’immagine stampigliata satireggia la tragedia dell’undici settembre. Uno scherzo innocente, dice lui, una vaccata penso io, sebbene accetti prudentemente l’offerta: qui è meglio non mi scambino per un americano! Per il resto Tomas e banda sono dei simpaticoni. Vado in bagno e trovo gli orinatoi più alti d’Europa. Io non sono proprio un piccoletto, ma devo posizionarmi in punta di piedi!
Una ricchezza del Turn è la gran quantità di liquori e distillati: non manca neppure il Campari, unica concessione a quanto di italiano trovo all’estero: mi piace troppo! Ne secco un paio allungati e con tanto di fettina di limone, poi alzo i tacchi. Ritorno in piazza e l’assenza del sole mi permette di ammirare le facciate dei palazzi – fig. 5 -, alcune pregevolmente decorate. Cavolo, se qui è così, chissà che mi riserverà la Praga storica!
07
Circumnavigando la piazza, ormai avvezzo, scruto negli androni e scopro la perla che si merita un ricercatore mio pari – fig. 6 -. Quasi impossibile da scoprire seguendo le istruzioni che un pur volenteroso passante potrebbe regalare ad un turista, il Jazz Café mi ospita in un ambiente contemporaneo al Turn Pub, ma assai più sofisticato.
Il bancone e alcuni tratti di parete sono tapezzati di ritagli di giornale d’ogni epoca e tutt’in giro sono appesi dei long playing, di jazz ovviamente – fig. 7, 8, 9 -. Posate su un bellissimo piano verticale in legno di ciliegio stanno decine di riviste, in alto, accanto a ritratti di jazzisti famosi – non manca Luis Armstrong – ci sono scritte in lingua latina che io, purtroppo, non so tradurre. La vetrinetta frigo delle bevande, unica concessione all’epoca attuale, è posta in un angolo, suppongo appositamente, e non disturba troppo la vista. Il volume della musica in sottofondo – e non potrebbe essere altrimente che jazz – è appena avvertibile nella saletta del bancone e un pò più sostenuta nella saletta “intima” a lato. Gli avventori discorrono sottovoce dimostrando la loro raffinatezza, evidente pure dall’eleganza delle signore e signorine presenti.
Ciliegina sulla torta: se chiedete il “café piccolo” – proprio così, italianissimamente piccolo – vi serviranno un espresso come in patria trovate di rado. Sfido io! è Illy!!! e costa appena 85 centesimi come da noi un anno fa. (tenete conto che in occidente il caffè come si deve costa sempre almeno il doppio che in Italia).
Ora devo pensare alla cena.
Sempre nella stessa piazza, a pochi metri dal Venec, c’é un ristorante cinese, il “China Restaurant Shang hai”. Sono parecchi i cinesi in questa città, anche se non ne vedrò mai nessuno pranzare o cenare qui dal loro conterraneo: dovrei insospettirmi? Come m’attendevo esiste un menù plurilingue ed io cerco immediatamente parole come “fish”, “shellfish”, “mollusc”. Ne trovo un paio di pagine. Scelgo a caso intenzionato a continuare con maggior sistematicità se questo primo test sarà positivo. Cavolazzo se sì! Bene, dopo l’hotel ho risolto pure il problema cena. Per pranzo girerò in ristoranti indigeni.
Ne trovo uno all’indomani: lo “Svijany” – fig. 10 -, anche questo rintracciabile soltanto da un cane da tartufi. É un locale modesto, anch’esso stile anni 60, con belle pitture alle pareti sebbene molto sbiadite. Anche qui si tende a occultare il plasticume, infatti, la macchinetta video-gioco è nascosta da una paratia di compensato dipinto dello stesso colore giallino del resto del locale. Non ne nasconde però il rumoraccio. Quando si rendono conto che non capisco un acca mi presentano un menù in tedesco.
Immediatamente cerco “Schwein” e lo trovo guarnito di “Käse” che sospetto sia il formaggio con in più del “Gemüse” che non so proprio cosa possa essere: è verdura e la carne è davvero di maiale annegato nel cacio. Il prezzo è bassissimo per i nostri standard: poco più di due euro per un pasto completo! Questo locale conferma quanto avevo sentito dire a riguardo della Cekia, ossia che la lingua straniera più conosciuta è il tedesco. Ach so! Peccato io non vada molto più in la del porco, del formaggio e, natürlich, del vino e della birra!
08
Con Micaela ero rimasto d’accordo di andarla a trovare al suo paesello dove possiede un bar che in sua assenza viene gestito da una coppia di ragazzi, gli stessi venutoci a prendere a Praga. È sabato e splende il sole, eppure fa un freddo cane per via del vento polare che sta spazzando mezza Europa. Osservando la velocità raggiunta dalle cartacce estratte dai cestini e trascinati dalle raffiche, stimo che in bici non le raggiungerei. Sono più di trenta chilometri l’ora minimo minimo, rapportabili a un calo di temperatura di una decina di gradi celsius, come dire che siamo a 4 o 5 sottozero.
La recezionista del mio hotel mi ha gentilmente stampato la fetta di mappa stradale che porta a Vrchlabí, la mia destinazione a ottanta chilometri da qui, però per arrivarci scopro che dovrò cambiare parecchi autobus e, tanto per cominciare, il primo partirà soltanto tra un ora. La stazione è totalmente esposta al vento, attorno si sta lavorando alla ristrutturazione di non so che di mastodontico e non c’è un baretto pagarlo oro. Scopro che siamo quasi totalmente circondati dalla fabbrica Skoda e mi ricordo che esiste un museo dell’auto proprio lì a otto passi.
Ci vado. Sul piazzale mi accolgono Laurin e Klement, indifferenti al vento che nulla può contro statue di bronzo. Questi due signori sono immortalati in atteggiamento di consultazione, come stessero discorrendo attorno alla traformazione in società per azioni della loro azienda. Non li disturbo e entro. Non si paga biglietto. Sorti a fine ‘800 come fabbrica di biciclette, Laurin e Klement passano dapprima alle moto per giungere infine alle auto e dopo la prima guerra mondiale fondano la Skoda. Mi affascinano le moto e le auto da corsa, prodotte quest’ultime in piccolissima serie e mai giunte a livello mondiale. Bellissime sono pure le berline e le limousines anni venti-trenta, poi l’inevitabile declino sotto l’infelice dominazione sovietica.
Bene, mi sono scaldato un pò, ma anche attardato parecchio nel bar interno al museo e torno in stazione appena in tempo per vedermi partire l’autobus da sotto al naso. Telefono a Micaela scusandomi e promettendo marinescamente che ci vedremo l’anno prossimo. Staminchiazza minchiona a ‘sto ventaccio!
09
A sera ceno con un italiano. Anch’egli sta lavorando alla Akuma per conto della Fiamm di Vicenza, di cui è dipendente. Per me è una miniera di informazioni poiché finora nessuno mi ha ancora spiegato come funziona la linea di assemblaggio di accumulatori per auto che devo certificare. Se qualcuno di voi è già entrato in Fiat conoscerà la lunga trafila e la mole di documenti che occorre produrre per aver accesso agli stabilimenti. Addirittura alle guardiole sono esposti i ceffi degli indesiderati, come alle dogane o nelle questure. Al mio arrivo in Akuma nessuno mi chiede niente! Di più: in portineria nessuno capisce un acca al di fuori del ceco e io devo girare - da solo! - un km di stabilimento per trovare non so cosa perché in giugno, a Vicenza, ho visto sì la linea, ma era gia smontata e mezza imballata! Intanto, all’angoscia si aggiunge la pioggia che mi innaffia ogni qual volta esco da un capannone per esplorarne un altro.
Al colmo del nervosismo, in fondo ad uno spiazzo, lancio un paio di sonore bestemmie in lingua madre. Casualmente l’italiano in questione si trova nei paraggi e, sebbene veneto, capisce i miei piemontesissimi orco zio! Pare che i maggiori bestemmiatori si trovino tra le popolazione che in passato furono maggiormente oppresse dal clero e altrettanto pare che i campioni siano veneti e toscani, dunque io sarei un outsider, eppure trionfo. Poco dopo le presentazioni, il mio salvatore mi conduce in presenza della linea. Prendo posizione nel gabbiotto riservato ai futuri operatori e inizio il mio lavoro.
10 Cin Picinin
Non potevo non invitare il mio Virgilio a cena. Lo Shang hai è un posto tranquillo e la stessa presenza al tavolo accanto del figlioletto del padrone - Cin Più Grand - è rasserenante. Il ragazzo, Cin Picinin, si siede sempre lì al ritorno dalla scuola pubblica ceca, cosìcché il padre, che ci tiene alle origini, gli insegna la scrittura mandarina tra una portata e l’altra.
Noi stiamo affrontando la “insalata cinese”. Pomodoro, cipolla e altro sono riconoscibili, ma un componente ci lascia perplessi. Alla fine conveniamo sia lingua.
- Boia fauss, lenga de can!
- Mona! Dai Giulian, ti te schersi.
- Vaca! Son serisimo, oserva le dimension: non z’è taiata, z’è ‘ntera e così picola non può ser de vaca o de porco, inoltre z’è tropo granda per ser de gato! Sas ben che li cinesi son veri ghioton de carne canina. Te ghe l’hai già sagiata?
- Ostrega... sì!
- Giüda bastard! Anco mi. Come gh’è che se dize? “padovani tuti mati e vicentini magnagati”, ora te toca cambiar en “magnacani”!
L’ultimo boccone, bloccato all’altezza del gargarozzo, indeciso se salire o scendere l’esofago, rischia di strozzare il mio compare. Meglio se sale, quindi intervengo in suo soccorso.
- ‘ndemo Toni, sas come se dize qui? Strc prst skrz krk!
- Pota! No me parlar ostrogoto, che se proprio devo sciopar strozà, parlame vicentin!
- Z’è idioma indigeno, la frase pi longa senza niune vocai e significa: metite un dito in gola!
Toni va davvero in bagno a scaricare nella tazza tutti i dubbi da me cagnescamente indotti.
Contenendomi a stento dal ridere, sto per ingoiare un altra fettina di lingua quando mi coglie un terribile sospetto. Accanto al nostro tavolo Cin Picinin sta sfogliando un libro assieme alla sorellina Picinina. Niente di anormale se non fosse che il volume in questione è pieno di foto canine!
Vedendomi interessato al figliolo, la madre, novella Cornelia dall’occhio mandorlato, mi confida:
- Questi essele miei gioielli, figlio studiale da cuoco, cucina tladizionale Shang hai!
Fiol de ‘n can! non è un libro di testo, è il menù figurato riservato ai cinesi analfabeti!
Strc prst skrz krk!
Scatto verso i servizi. Toni è ancora dentro: nell’urgenza, non mi rimane che usare il bagno delle signore.
11
La domenica la passo in albergo lavorando: non mi pesa poiché continua a piovigginare, inoltre, guadagno un giorno così da potermi permettere di passare tutto martedi prossimo a Praga.
Martedì mattina alle otto sono in strada ad attendere il tassì: sono troppo carico per andare a piedi al terminal dei bus. Qui di tassì non se ne vede mai uno e per trovarlo occorre che qualche barista lo chiami per me. Calcolando che si deve aspettare almeno un quarto d’ora, nei giorni scorsi sono sempre andato a piedi all’Akuma, impiegando non più di dieci minuti con in spalla il solo zainetto porta computer: sono cinque minuti di freddo evitato e quasi cinque birre gratis allo Svijany, senza contare il beneficio della camminata e lo schiarimento di idee indotto dal clima polare. Inoltre, girando un po’ largo passo innanzi a belle costruzioni – fig. 11.
Se perdo il bus, la colpa è mia per non aver tenuto in conto il sicuro ritardo dell’arrivo del tassì. Ci sono almeno tre compagnie che viaggiano sulla tratta per Praga, ma nessuna ha in tabellone un ulteriore autobus prima delle 10. Sperando che ne esista una quarta sfuggita alla mia ricerca sui fogli sbiaditi dalle interperie, continuo a camminare avanti e indietro come un carcerato. Ne farò di passi! Alle dieci esatte mi metto in coda per salire su un vettura stracolma. Mi tocca stare in piedi fino all’arrivo a Cerni Most.
Qui mi sento come a casa: ormai conosco la stazione e mi concedo uno spuntino e un paio di sigarette prima di salire sul metrò. L’unico posto a sedere libero è quello riservato agli invalidi, cosicché io rimango in piedi. Accidenti! un tipo in divisa, forse un funzionario della metropolitana, praticamente mi obbliga a sedermi! É l’effetto “bastone da passeggio” che ho appena tolto dallo zaino e rimontato. In realtà, sebbene in modo appena percettibile, io zoppico davvero da quando una quarantina d’anni fa mi fracassai tibia e pèrone grazie all’amore non corrisposto con una catalana di nome Montesa e d’infausto cognome Scorpion. Quando sono stanco e sovraccaricato il mezzo centimetro di differnza di lunghezza tra una gamba e l’altra pare raddoppiarsi, inoltre lo strumento stesso “invita”, come si evince parafrasando un famoso proverbio: chi va col bastone impara a zoppicare.
12
A Florenz cambio per Hlavní Nádraží e vado a fare il biglietto per il ritorno con partenza serale. Deposito lo zaino in un box al prezzo di sole 60 corone, ossia metà spesa di Mestre. Non mi fido lasciarvi il computer poichè, al di là del valore, c’è dentro tutto il lavoro svolto in una settimana.
Esco, controllo la bussola e trotterello verso ovest, verso la Vltava, ossia il fiume Moldava. Pochi minuti e mi trovo in una piazza spettacolare: la Václavské Námestí . In verità non è una vera e propria piazza, quanto una larga strada, una “prospettiva”, almeno io traduco così questo termine frequente all’est: “prospectiva”, ossia “avenue” o qualcosa di simile. In testa alla via si eleva il Národní Museum. D’ora in avanti non usero aggettivi come bello, magnifico, ecc. perché così facendo risparmierò qualche centinaio di pagine. Neppure descriverò quello che vedo poiché altri lo hanno già fatto meglio di quanto io potrei. Per farla breve la pioggia mi sorprende a meno di duecento metri dal ponte Carlo IV.
Che faccio? mi bagno, non mi bagno? Cavolo, prima di potermi cambiare i vestiti zuppi dovrei attendere la partenza del treno. Straminchia! nel settore ovest del fiume, la città vecchia, la parte succulenta, non ci sono stazioni del metrò che permettano di rientrare all’asciutto. Eppure qui sono tutti più coraggiosi di me: non si percorre un metro senza dover contorcersi per evitare lo scontro con qualcuno che gira testa all’aria. Praga è strapiena nonostante la bassa stagione e il brutto tempo.
Temporeggio e mi concedeo un caffè “piccolo”, delizioso ma caro: quattro volte l’Illy di Mladá. Chissenefrega, devo consumare tutte le corone rimastemi. Prendendo in mano le monete mi viene un’idea. Svito l’impugnatura del bastone e le colloco al posto del cilindretto dell’originale e abortito progetto di autodifesa. So benissimo che nessuno mi provocherà, ma l’idea mi rallegra poiché ho rimosso la base giuridica di arma impopria e ricavato un utile portamonete.
Di Bar in caffé ritorno verso la stazione rasentando i muri. Incontro un café che raccomando: il Kavanan Café (kava significa caffè in russo e altre lingue slave: suppongo anche in ceco). Marmi, legni pregiati, pianoforte a coda, scalone e galleria. Avevo detto di non dire bello, meraviglioso, ecc. Beh, concedetemi una sola e unica licenza perché un bar per me è sacro quanto e più di una chiesa.
13
Sul vagone siamo non più di una decina di persone concentrate in due soli scompartimenti. Sebbene in pochi è la solita babele di lingue, in più, cosa rarissima, sento parlare portoghese con chiaro accento brasileiro! Non mi trattengo ed esordisco con:
Quien nao gosta do samba
bon sujeito nao è
o è ruin de cabeza
o doente de pié!
(Colui al quale non piace il samba, non è un buon soggetto, o è cattivo d’indole o dolente di piedi –in gergo: non sa ballare)
Suppongo non sia proprio esatto al cento per cento, ma non importa: è dal ‘95 che non ho occasione di parlare questa lingua deliziosa. L’atmosfera contagia i miei nuovi amici e alla fine me la cavo abbastanza bene. Con noi, stretti come acciuge perché la coppia brasiliana – gauchos del Rio Grande do Sul - è abbastanza in carne, c’é pure Marylin, una canadese anglofona
È una bella signora cinquantenne, professoressa di linguistica in una delle tante prestigiose università californiane. Linguistica? Conoscete Ciomsky? ma io ci parlo a colazione con questo Ciomsky! Lei parla un fluente italiano e ci lanciamo in una conversazione fitta fitta, tanto che la hostess ci crede sposi o amanti e ci fa spostare soli soletti in uno scompartimento libero. Ora sul treno siamo tutti sparpagliati e comodi a due a due.
Trovare un, o ancora meglio, una linguista non è cosa da tutti i giorni e a me non era mai successo. Con emozione le sparo la teoria di un prof d’oltralpe che sostiene che dialetti e lingue neolatine, francese compreso, derivano dall’italiano, più precisamente da un proto-italiano correntemente parlato già al tempo di Giulio Cesare.
Come temevo, mi tira fuori il caso, anzi, “i casi” del rumeno, che fanno discendere questa lingua direttamente dalla lingua di Cicerone che, come si sa, era ed è priva degli articoli. Confesso che pure io mi sono posto questo problema, poiché la Dacia venne conquistata dopo la Gallia, ma che non dispero di darne spiegazione, anzi, di dimostrare che il proto-italiano altro non era che una evoluzione della parlata di Brenno, quel tal mio antenato che le suonò sonoramente ai romanacci preveltroniani.
Ora parliamo del Quebec francofono e dei suoi aneliti indipendentisti. Un bel trampolino per esporre la mia idea sulla secessione delle province di Cuneo e Imperia.
- Imperia significa Sanremo; Sanremo uguale casinò; casinò porta soldi e niente tasse come a Montecarlo! Inoltre offrirei la carica di capo di stato alla regina di Inghilterra, la quale nazione manderebbe le cannoniere a proteggerci dai terroni torinesi e dai comunisti genovesi, poiché Imperia significa mare.
Quella ci rimane di stucco, e soltanto quando io scoppio in una sonora sghignazzata, abbandonando l’atteggiamento da arruffapopolo, comprende lo scherzo e, come direbbe Totò, si scompiscia dalle risa. Ma le mie pazze teorie non sono finite qui e le sciorinerò tutte. Poverina Lei, poveri voi! hi, hi!!
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Le espongo quella sull’insegnamento non insegnato, ossia su una classe di ragazzi che invece di studiare passivamente una o più lingue straniere, inventa una lingua artificiale variabile giorno per giorno e, a ruoli ribaltati, interroga il malcapitato professore! Mmmm, è tornata perplessa: correggiamo un po’ il tiro.
- Da un punto formativo è tempo sprecato per un italiano studiare a fondo un'altra lingua neolatina, del tutto simile alla propria. Altrettanto inutile studiare l’inglese, visto che è soltanto un’accozzaglia di perìfrasi da trangugiare a memoria. Molto meglio sarebbe dedicarsi a lingue strutturalmente diverse, al tedesco, al russo, al cinese, al navajo, al vattelapesca... però sarebbero troppe e magari un bel giorno potremmo necessitare di parlare belucistano altaico e si dovrebbe tornare a studiare e cambiare mentalità. Ogni lingua un nuovo episodio.
- Credo di aver capito: la lingua inventata sarebbe una semplice yoga tesa a rendere cosciente l’universale e comune struttura mentale del linguaggio e una volta codificata verrebbe buttata alle ortiche.
- Esatto. Alla fine del gioco, con una simile apertura mentale, ogni studente potrebbe imparare qualsiasi lingua al momento del bisogno in poche settimane. Ciomkiano, non le pare?
Inaspettatamente mi prende sul serio, o forse finge e mi sta prendendo in giro per vendicarsi dello scherzo della secessione. Questa signora sta andando in Italia dopo aver partecipato attivamente a un congresso tenuto proprio in Praga. Anche questo ci accomuna, entrambi uniamo lavoro e vacanza, l’utile al dilettevole.
- Un simile professore dovrebbe possedere delle doti eccezionali per coordinare questi fantasiosi ragazzi.
- State pensando a me?
- In effetti, sebbene vi conosca da poco, vi credo capace di qualunque giocosa pazzia. Voi siete più italiano di quanto immaginiate e, forse, desideriate.
Adorabile! mi offre persino una caramella. Forse lo fanno altrettanto amabilmente anche le sue colleghe con gli scimpanzè Bonomo, per premiarli a ogni parola appresa.
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Dopo mezzanotte, ogniqualvolta si ferma il treno, vado in testa al vagone, apro la porta e mi fumo mezza sigaretta. Alle due spalanco e una ventata carica di neve fresca mi imbianca dalla testa ai piedi. Fuori siamo sotto di parecchi gradi e davvero mi passa la voglia di fumare. Meglio tornare a cuccia e incerottare il naso per non disturbare il sonno alla canadesina. Meritatamente, dopo la conferenza, lei sta andando a Vicenza, per incontrare un suo vecchio o nuovo boy frend che lì fa il militare.
Paradossalmente, appena tornerà in America entrerà nello staff della senatrice di origine italiana di cui non ricordo il nome, ma che so nemica spietata di Bush e decisa a far ritirare le truppe americane dall’Europa e da tutte le altre parti del mondo.
- Ma io non voglio che ci abbandoniate lasciandoci in pasto agli stati canaglia!
- Allora voi europei datevi da fare!
E proprio questo che ritengo improbabile, ma non ho tempo a ribattere perché arriviamo in stazione.
A Vicenza scendiamo entrambi e dopo un rapido cappuccino-briosche ci salutiamo calorosamente. Mai in treno avevo conosciuto due donne poliglotte più coinvolgenti di questa teorica canadesina e della pratica Micaela.
Bene, la pacchia è finita: in stazione ritiro un pacco di documenti pesante quindici chili: sarà la mia ingombrante e taciturna compagnia fino a sera, fino a casa. Ma a Praga ci torno, l’anno prossimo a giugno e col bel tempo.
Au revoir Cekia!
Fine