Viaggio a Serra Gaucha

  • Viaggiatori-Autori: Bruno Giuliano
  • Itinerario: Paso Fundo, Marau, Caxias do Sul, Garibaldi
  • Stato: (America)
  • Sistemazione: Albergo

O BRASIL DO SUL - MARAU

Se attraversando il Sud del Brasile sentirete qualche anziano del posto parlarvi in dialetto veneto, non vi meraviglierete più dopo aver letto questo racconto di viaggio attraverso la Serra Gaúcha.

Nasco alla luce del mattino dal pancione del grosso Boeing e mi trovo per la prima volta a calpestare il suolo del Brasile. Spaesato come un neonato nel grande aeroporto internazionale Garulhos di São Paulo, attendo una mammina che si prenda cura di me e la trovo nascosta dietro un vistoso cartello con su scritto Amarau.

È una giovane impiegata inviata dai miei futuri ospiti, bella ed esotica a misura delle fantasie di un maschietto italiano. Già mi sento un fortunato ragazzino quando (ahimé!) mi consegna il biglietto per volare al sud, alla loro sede centrale e aggiunge che non potrà accompagnarmi per motivi che il mio misero corso di portoghese non mi permette di comprendere.

Come consolazione, prima di sparire, la fatina mi procura un taxi che mi porterà dall’aeroporto attuale, all’aeroporto domestico di Congonhas.
Domestico! si chiama proprio così un aeroporto per soli voli nazionali, ossia di casa.
La distanza tra i due è notevole e il percorso attraversa la città che si sta risvegliando. Fiancheggiamo il fiume Tiete e con stupore vedo una draga che lo ripulisce da una schiuma bianca e ribollente che sembra ricoprirlo per intero. Il problema di questa città è che il paio di torrentelli, il Tiete non è molto di più, non bastano a diluire quanto sedici o più milioni di persone hanno accumulato negli ultimi centimetri di intestino con la cena della sera precedente.

Al nuovo aeroporto scopro che non comprendo un’acca di come parlano qui. Eppure leggo senza problemi i cartelli e persino il giornale locale. Considero quindi una fortuna il dovere attendere parecchio il mio volo per il Rio Grande do Sul e, consegnate le valigie al deposito bagagli, faccio un giretto per prendere le “misure” e non rischiare di rimanere a piedi quando annunceranno il mio volo. Ovunque trovo un bar mi fermo e cerco di chiacchierare con qualcuno. Con i clienti non ci provo nemmeno poiché, tutto il mondo è paese e anche qui sono tutti frettolosi e nervosetti, quindi attendo i momenti di calma e intervisto gli inservienti, ben disposti dai miei investimenti in seppur modeste mance.

Scopro così almeno tre modi diversi di pronunciare i nomi delle città che mi interessano. Non è cosa da poco poiché, ancora una volta il mondo si assomiglia, gli altoparlanti gracchiano frasi incomprensibili qui come nelle nostre stazioni. Intanto mi ricredo sulla bellezza delle ragazze locali. Soltanto quelle che hanno a che fare direttamente col pubblico si possono definire delle bonazze, le altre lasciano alquanto a desiderare.
Dopo un’attesa prolungatasi ben oltre l’orario ufficiale di partenza, finalmente mi imbarco.

L’aereo non è il solito enorme Boeing, bensì un piccolo turbo elica della capacità massima di venti persone. Noi viaggiatori siamo soltanto in dodici e così mi è possibile sedere da solo immediatamente dietro la cabina di pilotaggio, insolitamente aperta e direttamente comunicante con la zona passeggeri. Il rumore dei motori è infernale. Vedo chiaramente i piloti parlottare tra loro pur non riuscendo a sentirli e neppure mi è chiaro come loro possano udirsi: abitudine forse.

Dopo esserci allontanati un poco dall’aeroporto si scatena un vero uragano tropicale, il secondo in giornata e questo spiega il nostro ritardato decollo.
La hostess è in parti uguali indiana e giapponese con un pizzico d’Europa da parte di nonno materno. Il Brasile dispensa a iosa simili splendide combinazioni, pur tenendo conto di quanto ho affermato in precedenza riguardo alle bellezze locali.
In attesa di rendersi utile a qualche passeggero la ragazza sta seduta proprio in fronte a me e la gonna le risale di un palmo sopra le ginocchia. Alterno lo sguardo tra lei e il fiumi d’acqua che si dividono in due sulle ali che ogni tanto vengono circondate da un bagliore rossastro. Sottoposti come siamo al campo elettrico dei fulmini, si rizzano i capelli anche ai pelati.
A parte me, i passeggeri occidentali strizzano senza pudore e la ragazza ha il suo da fare a tranquillizzarli, invece i viaggiatori locali continuano a farsi gli affari loro indifferenti.

Ad un bel momento la ragazza, venticinque anni al più, non può più muoversi dal suo posto ed anche lei deve allacciarsi la cintura mentre molti cominciano a riempire i provvidenziali sacchetti in dotazione.

I sussulti dell’aereo-giocattolo la sballottano nonostante la sua bravura di consumata equilibrista porta-vassoi-che-ride e le cinghie a volte le tirano la gonna talmente da scoprirle le mutandine bianche come la neve che s’incontra raramente in queste lande.
Eppure non ho più occhi per la ostessa; so che per venti giorni la mia vista sarà premiata da altrettanto stimolanti visioni, mentre simili fulmini che si abbattono a centimetri da me non li vedrò mai più. Sono rapito da simile sintesi di sesso e adrenalina.

Al rumore iniziale dell’aeroplano adesso si somma quello della tempesta e la ragazza mi chiede con un cenno la mia lavagnetta da viaggio per scriverci su che non possiamo scendere a Passo Fundo, poiché la pista è ghiacciata. Caspita! D’accordo che è il 10 agosto, ovvero pieno inverno australe, ma ci troviamo proprio sotto al Tropico del Capricorno!

Beh, pazienza. Adesso la nuova destinazione è Porto Alegre in riva all’Atlantico. A me che me frega? Un giorno in meno da lavorare e una città in più da visitare.
Un’altra ora si aggiunge al tempo del viaggio: posso permettermi di contemplare alternativamente le due manifestazioni della natura che tanto mi affascinano, anzi inizio un dialogo serrato con la hostess servendomi della lavagnetta.
Tanto per cominciare le chiedo a quale altezza voliamo, a quale velocità andiamo, ecc, ed infine senza vergognarmi di arrossire e con il cuore che mi batte forte, le stringo le mani tra le mie.

Lei mi guarda neppure troppo sorpresa e mi sorride incoraggiante; si è posta di traverso e nessuno può vederci completamente. È ancora più bella adesso che concentra la sua attenzione soltanto su me perdendo quell’aria distaccata e professionale per ritornare quello che è, poco più di una bambina affascinata dal gioco più bello e antico del mondo: l’amoreggiare.
Al diavolo i fulmini, al diavolo la lavagnetta!

Il guaio era che devo scrivere in una lingua ortograficamente ostica e di un argomento non contemplato dal mio serissimo professore in Italia. La ragazza non capisce quello che le dico la prima volta perché il rumore continua assordante e i fulmini esplodono fragorosi.

Provo a ripetere: lei … magia … avvicina il suo viso al mio roteandolo dolcemente e accostando alla mia bocca un ben modellato lobo auricolare privo di ingombranti e, considerata l’atmosfera satura di elettricità, pure pericolosi orpelli metallici.
Ripeto ancora la mia richiesta mentre le sue mani si stringono alle mie e la sua figura tende le cinture di sicurezza fino a trasmettermi il ritmico pulsare dei suoi sani polmoni che spingono fortemente i seni contro una camicetta meravigliosamente troppo stretta e a rischio di foratura da puntuti capezzoli. La mia pressione interna sale al punto da rischiare l’esplosione della patta prima e del velivolo subito dopo. L’offerta non necessita traduzioni, anche il più codardo dei mortali rischierebbe la vita senza esitare, anche il più imbranato dei secchioni correrebbe il rischio di un sei in condotta e cederebbe, parlerebbe, dichiarerebbe, implorerebbe… allora sì, allora e soltanto allora la mia passionale richiesta esplode:
- Quando arriviamo a Porto Alegre, per favore telefonerai per me alla ditta che mi attende senza vedermi arrivare?

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Mi dispiace deludere i miei lettori maschi: purtroppo la hostess diniega educatamente il mio invito a cena. Ad ogni modo avverte la Amarau del mio contrattempo, poi mi conferma che la compagnia aerea mi passerà il pasto ed una camera d’albergo gratis, inoltre mi assicura che di mattino mi porteranno a Paso Fundo, la mia destinazione iniziale.

La cena è piuttosto deludente: mi viene portato lo stesso vassoio che si serve sugli aerei. Accidenti! Culinariamente parlando la trasferta comincia male. Metto a sbobba in frigo per consumarmela a colazione in mancanza di meglio. Esco e vado alla ricerca di un ristorante come si deve.

Vaca boya! fa un freddo cane e tira un vento del diavolo: domani mi compro un giubbotto imbottito. Torno subito in hotel e facendo di necessità virtù, sbrano tutto il vassoio, plastica esclusa. Mi rendo conto d’avere un sonno arretrato bestiale e mi metto a cuccia. Chissà che non riveda in sogno la bella ostessa in cambio della mancata visita alla capitale del Rio Grande do Sul. Mi spiace per voi che dovrete farvi raccontare Porto Alegre magari da qualche pulcioso no global.
Il mattino, pur permanendo una temperatura polare, il tempo è migliorato e verrò riportato a Paso Fundo in aereo e non in pulman.

In aeroporto trovo tutte le marche di sigarette americane immaginabili ad un prezzo ridicolo. Compro Camel e scopro alla prima boccata che sono prodotte su licenza e fanno schifo. Meglio, fumerò di meno, anzi peggio: mi adeguerò da buon tabagista.
Altra scoperta: in giro ci sono diversi tipi dall’aria giapponese e lo sono davvero, tranne che per la nazionalità che è brasiliana. Nella sola São Paulo ne esiste una colonia di 250.000 arrivati lì dopo la resa del Giappone agli anglo-americani alla fine della seconda guerra mondiale. Sta a vedere che magari da qualche parte trovo uno dei loro ristoranti e provo finalmente quella loro specialità di pesce crudo che adesso mi scappa come si chiama. Beh, lo indicherò col dito.

Sono le dieci del mattino quando sotto di me appare una pista di terra battuta apparentemente gelata. Il mio vicino di sedile coglie la mia perplessità e mi conferma che scenderemo proprio lì. Stringo forte come non ho fatto mai le cinture di sicurezza! poi stringo le palle, ad una ad una come grani di un rosario. Il pilota compie un paio di giri sul campo per prendere le misure e poi giù! Tutto scricchiola paurosamente ... una parete a picco ci corre incontro ... ci fermeremo prima o ...

In realtà del ghiaccio notturno non vi è più traccia e le mie paure erano pure fantasie e accarezziamo la pista come fosse la schiena di un caldo gattone.
In realtà del ghiaccio notturno non vi è più traccia e le mie paure erano pure fantasie. Il fango invece c’è e mi inzacchero scarpe e pantaloni come succede pure agli altri viaggiatori.

Nell’aeroporto non manca un baretto e neppure un lustrascarpe che mi alleggerisce sia del fango che di qualcosa che a conti fatti valuto dieci dollari americani, manco fossimo a Manattan! Ma chissenefrega, sono vivo ed ora spero proprio di trovare qualcuno della Amarau. Aspetta e spera! dopo un’ora spiego le mie faccende al gestore e questi gentilmente telefona per me. Dice che arriveranno subito.

Aspetta ancora, porta pazienza, facciamoci un panino, ecc. finalmente arriva Gerardo e si presenta come il direttore commerciale della ditta. Non credo ai miei occhi! avrà, anzi, ha ventitrè anni e mi rivela che i suoi soci e collaboratori sono quasi tutti sotto ai trenta: il Brasile è giovane e per i giovani. Gerardo non è di origine veneta come gli altri, però parluzza un po’ di italiano e ci comprendiamo a meraviglia. Soltanto non so, anzi, non oso dirgli di andare più piano!

Fittipaldi, Piquet, Senna e Barrichello! chissà di chi è nipote. La strada è quasi totalmente priva di curve, però composta da un continuo susseguirsi di dossi oltre ai quali non si vede un accidente.
Gerardo mi racconta di un romano, ex impiegato del Viminale, venuto a vivere lì dopo essere stato pensionato.
- Piantou a mugliera a Roma e se comprou uma Toyota che guidava comu um pazu, um matu, capisce tu? Pecadu sia visutu cusì pocu! Gli volevamu tutti multu bem.
- Che gli successe?
- Se schiantou a centuvinti all’ora contru nu camiuni fermu em panne dopu um dossu, ah! propriu u prosimu.

Sulla sommità del dosso la nostra auto si solleva almeno un palmo da terra e lo stomaco mi sale in gola.
- Tranquilu Robertu, aquel camiuni è statu rimossu da almenu sei mesi!

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I miei ospiti mi attendono sul piazzale in terra battuta della fabbrica. A prima vista si direbbe una fattoria, poiché cavalli, anatre e altri animali domestici che scorrazzano liberi dappertutto.

Ricardo, (25 anni) il socio di maggioranza e direttore generale, mi presenta suo padre, nato da una coppia veneta giunta lì all’inizio del novecento. Sebbene non molto vecchio, questi non si interessa più direttamente della baracca e dedica quasi tutto il giorno agli animali e alla manutenzione di una condotta d’acqua che alimenta un’enorme ruota a cassoni che a sua volta fa girare un alternatore.
- Ci produciamo noi quasi tutta la corrente che ci serve.

Le macchine utensili, tutte prodotte nello stato del Rio Grande, sono simili alle nostre risalenti agli anni ’50, ma efficientissime e curate. Negli uffici non mancano un paio di computer, però destinati soltanto alla gestione: si disegna ancora sul tecnigrafo. Per fortuna ho portato con me i tradizionali disegni di carta.

Il capannone è interamente in legno e le travi formano un arco a tre cerniere, una struttura insolita dalle mie parti dove ne avrò viste sì e no un paio risalenti agli anni ’50. Facciamo un giro all’interno della costruzione e vengo presentato indistintamente a tutte le circa cinquanta persone che vi lavorano, dai tecnici ai manovali. Sembra di essere una grande famiglia e intuisco mi troverò bene qui.
Finite le formalità Gerardo mi porta all’albergo.

Manco dirlo, anche qui il padrone è di origine veneta, tutto il paese lo è poiché lo hanno fondato loro. Il nome Marau deriva dalla tribù india che viveva nella zona e che probabilmente i nostri buoni emigranti avranno scacciato in malo modo, ma questa insinuazione me la tengo per me.

L’albergatore mi spiega che al tempo della seconda guerra mondiale vennero proibiti tutti i dialetti e le lingue straniere. Pochi anni di censura bastarono a far si che la maggioranza dei giovani disimparassero a parlare sia il veneto che l’italiano, però mi assicura che ancora lo capiscono abbastanza. Mi sistema in una stanzetta dove si trova anche una stufa ellettrica. Meno male perchè la notte si scende verso lo zero.
Un’altra curiosità la scopro facendo un giro in paese. Tutti i tremila abitanti vivono in case allineate lungo la via principale come nel Far West. Le abitazioni sono al più di tre piani, alcune economiche in legno, altre più costose in muratura. La maggior parte delle costruzioni terminano con una terrazza e le poche che hanno un tetto paiono chalet di montagna.

La gente ha le stesse fattezze dei loro antenati e pare di girare per Verona. Del resto da queste parti il reddito è tra i più alti dell’America latina e tutti sono ben vestiti. Negri se ne vedono pochi, ma non è perché non faccia abbastanza caldo per loro: è che qui non ci sono mai stati schiavi poiché i nostri immigrati costavano di meno e producevano di più!

Facendo il giro dei tre o quattro bar del paese, trovo comunque un moretto bello scuro come una talpa che mi spiazza parlandomi in un misto di veneto e italiano. É in compagnia di ragazzi del posto che lo trattano come uno di loro, così come non hanno difficoltà a farlo anche con me.
Davvero un posticino accogliente.

Sul tardi mi reco nel ristorante convenzionato con i miei ospiti.
Proprio all’ora di cena al bancone-bar si assiepano un mucchio di persone, non solo per bere ma pure per godersi in compagnia la telenovela in auge al momento. A me pare che la storia sia una gran minchiata, ma a questo riguardo, sentendomi peccatore dalla penna facile, non posso certo essere io a scagliare la prima pietra!

I piatti serviti non sono molto dissimili da quanto si mangia in Italia, ma proprio diversamente dal nostro paese il pane è razionato e devo chiederne in continuazione. Il vino è buonissimo, in particolare il bianco e nel prossimo finesettimana andrò a vedere dove lo producono.

L’unica cosa che mi disturba e che mi portano tutto assieme e per uno lento di masticazione come me significa mangiare tutto freddo.
Dopo il pasto mi metto a giocare a scopa con dei paesani. Le regole sono diverse dalle nostre e se si fa quindici posando la propria carta si ottiene una scopa. Perdo e vorrei pagare, ma me lo impediscono, almeno per questa sera dicono. Ringrazio e vado a nanna. Domani si lavora e voglio essere brillante, poiché é molto importante che risolva la grana tecnica per cui l’azienda Italiana X-Plast mi ha spedito quaggiù dal suo cliente Amarau.

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Oggi mi presentano Miguel, il neo-ingegnere che si occupa della produzione.
Da qualche mese la X-Plast fornisce degli abbeveratoi per pulcini alla Amarau che li installa a sua volta nei capannoni dei suoi clienti sparsi in tutto il Sudamerica. Gli affari dovrebbero andare a gonfie vele perché la carne di pollo, molto economica, è il mangiare quotidiano dei brasiliani.

Ecco come sta la faccenda: da quando impiegano i nostri abbeveratoi i pulcini neonati muoiono in percentuale più alta che in precedenza, più del triplo. Ovviamente i brasiliani propendono per dei difetti di fabbricazione o addirittura di progetto, mentre io so che in Italia e in altri parti del globo i nostri aggeggi vanno che è una meraviglia. Miguel mi propone di seguirlo per assistere a una installazione in corso e io accetto ben volentieri di andarmene in campagna ben fornito di birra e panini.

Nella cascina non mancano le comodità e oltre a una parabola televisiva immensa vi è pure una piscina, entrambe cose consuete da queste parti. Il montaggio dell’impianto di abbeveramento procede bene, secondo il nostro capitolato, a riprova che questa gente sa lavorare, quindi non posso addebitare la moria dei pulcini alla loro imperizia. Vaca boya! ancora non ho una teoria, ma non dispero: il posto è circondato da un bosco di araucarie alte sui trenta metri. Belle piante che paiono ombrelli poiché sono quasi prive di rami al di sotto della chioma, un pensatoio ideale e un ottimo posto per merendare.

Miguel è uruguayano d’origine e con me parla spagnolo. In questo modo ci intendiamo a meraviglia, così come con l’italo-veneto di tutti gli altri in fabbrica e in paese. Comprendo che se non scappo da qui il mio portoghese non potrà migliorare per totale mancanza di pratica. Oggi fa un freddo boia e ci troviamo all’interno di un capannone pieno di pulcini, uno di quelli soggetti a moria eccessiva. La lettiera è abbastanza secca, (se fosse bagnata si svilupperebbero microrganismi dannosi alla salute degli animaletti) quindi gli abbeveratoi non perdono acqua, almeno non quanto sostiene il padrone dell’allevamento. Inoltre, noto che i pulcinotti si raggruppano sotto a delle cappe riscaldate da piccoli bruciatori a gas. C’è una evidente lotta per portarsi al centro dove oltre a far più caldo si è riscaldati pure dal contatto reciproco più esteso che ai margini.

Il pomeriggio lo passo in compagnia di Nelson, uno studente di fisica in vacanza che afferma di potermi procurare le tabelle delle registrazioni delle variazioni di temperatura nella zona negli ultimi cinquanta anni. Il ragazzo è bizzarro e non so se mi prende in giro quando mi racconta che fuma marijuana sotto prescrizione medica per via di non ricordo che problema psichico. Inoltre mi ricorda che Sherlok Holmes fiutava coca durante le sue indagini e che a me indagatore di assassini di polli, non farebbe male una fumatina. Per quanto incredibile, Gerardo mi confermerà che è una cura in auge e perfettamente legale.

La sera ci spostiamo in un paese vicino per assistere a una partita di calcetto. Nel Rio Grande sono sorti molti di questi piccoli stadi coperti, economici da costruire e gestire. Il tifo è quello che ci si aspetta in Brasile. Gioca anche l’esile Miguel e proprio lui deve fronteggiare un bestione che lo atterra ogni dieci minuti. Alla fine vinciamo noi e si torna a festeggiare a Marau. Per la prima volta faccio le ore piccole e fatico non vi dico quanto a non lasciarmi andare e sbronzarmi.

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Come sospettavo questo è l’inverno peggiore degli ultimi cinquant’anni. Nello stato di São Paulo sono addirittura gelate le gemme delle piante del caffè. Ringrazio lo studente e cerco un veterinario al quale consegno una dozzina di cadaveri di pulcini morti in tre diversi allevamenti.

Nel pomeriggio torno in Amarau col responso del mio dottor Whatson: gli animaletti sono morti di freddo! Ci vorranno un paio di giorni, prima che tutti riconoscano la vera causa della moria. Infatti, il ritorno nella media stagionale delle temperature, pur permanendo abbastanza frescoline, interrompe l’ecatombe.

Ora posso concedermi di andare un po’ a zonzo e guardarmi attorno. Devo innanzitutto chiarire cosa sia quella pipa che pare fumino tutti, anche le donne. Al bar trovo Nelson intento in questa operazione e scopro che il fumo altro non è che il vapore acqueo che sale da una tazzina in cui egli succhia con una cannuccia metallica.

Si tratta del mate, un decotto di foglie secche molto apprezzato in tutto il sud del Sudamerica e non solo qui. Il ragazzo mi offre una tirata e in compenso alla mia curiosità mi scotto le labbra dando l’opportunità allo studente di fisica di rammentarmi che i metalli sono ottimi conduttori di calore!

Ma non finisce qui. Vedo dei cavalieri vestiti come mi sarei aspettato di vedere in Argentina. In effetti questa landa si chiama regione Gaúcha, e quelli sono gaúchos (pron. ga-ú-scios). Che faccio? vado da un ciabattino e gli ordino un paio di stivali su misura che mi consegnerà tra due giorni. Intendo farmmi una cavalcata col sauro della Amarau.

Durante una riunione in ditta, mi lamento della scarsa vita notturna con Eumir, un rappresentante di commercio dall’aria navigata. Questi mi strizza l’occhio e mi dice di vestirmi bene e attenderlo al bar alle dieci di sera.

L’amico mi porta in un boate, ossia una specie di via di mezzo tra una discoteca e un bordello poco fuori di città e a due passi dalla Amarau. Non lo avevo ancora notato poiché molto scostato dalla strada e senza insegne.

Ci sono pochi avventori e in compenso molte ragazze. Quel marpione di Eumir si apparta con una che a vederli assieme si direbbero fidanzati. Io rimango solo con quattro stangone di cui una molto più alta di me e dalla voce roca. Ho un bel raccontare che sono lì soltanto per farmi una birretta, quelle vanno subito al sodo e mi propongono la loro mercanzia senza mezzi termini. Per non offendere fingo di tirare sul prezzo fin che le stufo. Rimane soltanto la vichinga che non demorde e mi invita a ballare.

Accidenti, non sono affatto basso, eppure arrivo soltanto al suo mento, così lei mi schiaccia il testone tra i suoi airbag a rischio di soffocarmi. L’unico modo di salvarmi sarebbe fingermi gay, ma qui non sono tanto ben visti e qualcuno potrebbe anche menarmi. Per fortuna mia (e sfiga sua) la “fidanzata” di Eumir lo molla per un elegantone e lui, offeso, mi dice che vuole andarsene. Egli ha la macchina mentre io sono ovviamente a piedi, quindi ho una buona scusa per seguirlo. Però mi sono lasciato scappare che domani andrò a cavallo e la mia Valchiria si fa promettere che passerò di lì, poiché mi spiega che lei il mattino dorme e la sera lavora, ma il pomeriggio non sa mai che fare.

I miei stivali sono pronti e quando arrivo alla Amarau calzandoli non sembrano sorpresi, anzi, mi regalano una cintura e un paio di pantaloni da gaucho.
- Ci fa piacere che prendi il mate e che apprezzi la nostra cultura, ecco il perchè del nostro regalo.

Adesso mi manca soltanto il cappello. Salgo a cavallo e vado a comprarne uno. La regola è che la tesa deve essere rivolta in alto a perpendicolo, in modo che se appoggi la faccia al muro questa deve aderirci alla perfezione!
Così conciato vado a trovare la valchiria. Come diavolo si chiama? accidenti! non mi ricordo più. Studio un trucco: le dirò che non so scriverlo e che lei dovrebbe tracciarmi il suo nome all’interno del cappello per ricordo! Romantico e efficace. Speriamo non sia analfabeta!

Quella deve avermi preso per i fondelli perché non esce da quella specie di fortino che appare del tutto deserto. Busso ancora e finalmente mi apre un cameriere che mi rivela che la mia bella non si farà vedere perché dopo che Eumir ed io ce ne siamo andati si è scatenata una rissa e qualcuno le ha fatto un occhio nero. Pazienza, ci sono tante belle colline lì attorno e “cavalco” lo stesso fino a sera.

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È venerdì sera e salgo sul pulman per Caxias do Sul, una grossa città nella zona dei vigneti.

Il panorama deve essere interessante, però già è calata la notte e non vedo un accidente. Mi consolo pensando che il ritorno sarà di giorno.
Arrivo alla stazione dei bus di Caxias verso mezzanotte. Salgo su di un taxi e noto che l’autista è totalmente blindato all’interno dell’auto da una schermatura in plexiglass interrotta soltanto da una fessura stretta e lunga da dove passare i soldi. Per le rapine, mi confida.
- Sono sei mesi che ci proteggiamo così e funziona benissimo, a meno che non ti diano fuoco poiché a quel punto devi uscire per forza!
- E succede spesso?
- Sì, specialmente quando vedono salire uno straniero benvestito.
Non impiego più di sue secondi a slacciarmi la cravatta e nasconderla nella tasca della giacca.

Arrivo all’hotel già prenotato dalla Amarau e chiedo dove posso mangiar cena. Mi danno l’indirizzo di un ristorante sulla via principale. Mi avvio a piedi. Tutt’attorno è pieno di locali aperti con un sacco di gente in giro nonostante il freddo.
Al ristorante, a pasto ultimato, mi consigliano di tornare in taxi, anche se percorro la via principale. Sembra che di notte a Caxias si siano dati appuntamento tutti i tagliagole della regione. Prendo sì un taxi, ma per andare in una sala da ballo gaúcho. Il locale non è molto dissimille da una balera romagnola e il tango la fa da padrone.

Peccato che io non sappia ballarlo a questi livelli! Fa un freddo cane che i ballerini scatenati forse apprezzano non dovendo asciugarsi il sudore e preoccuparsi del tanfo ascellare. Quando ne ho abbastanza di battere i denti e decido di andarmene, incrocio gli occhi di una bella quarantenne: ora a battere è il cuore.
Per l’abbordaggio sfodero il mio portoghese da troppi giorni represso e quella mi risponde in francese!
Beh, se proprio è destino che io non possa praticare la lingua, ciò non toglie che possa impratichirmi di altri aspetti culturali locali e questa ha un cul...

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Il mattino ha l’oro in bocca, ma non per Simone. No, no è un maschietto e si pronuncia Si-mò-ni, come la famosa cantante brasiliana dalla voce struggente che mi ha fatto ascoltare ieri notte.
Lei conosce il francese perché lavora in un’azienda di esportazioni e preferisce usarlo con me perché dopo appena qualche minuto io già ho esaurito tutto il mio scarso vocabolario.

L’attendo al ristorante fino all’una strapassata e, affamatissimo, sto per ordinare soltanto per me pensando a un bidone, quando arriva tutta pimpante e non meno elegante, con una bella collanina d’oro al collo. Finalmente assaggerò il Churrasco, carne cotta alla brace, ma diversamente da noi, qui lo spiedo è verticale così che il grasso che cola e non brucia innescando fiamme che rovinerebbero la cottura. La carne è di tutti i tipi ed io prediligo il montone. Il cameriere la taglia direttamente sui nostri piatti, con uno spadone che potrebbe staccare la testa a entrambi con una sola passata. Simoni insiste che io mangi i testicoli del toro: sostiene che ne ho bisogno.
Il vino è un anticipo di quello che assaggeremo il pomeriggio, quando saremo in Garibaldi.

Questa cittadina, portante il nome dell’eroe dei due mondi che combattè proprio da queste parti per i secessionisti del Rio Grande do Sul, equivale alla nostra langherola Alba. Ci si trovano tutti i più grandi produttori di spumante al mondo, come Moet-Chandon, Cinzano, ecc. Oltre naturalmente ai produttori locali, come Peterlongo la Vinícola Garibaldi.

Le prime vigne di questa regione, l’unica in pratica a produrre vino in tutto il Brasile, vennero impiantate nel 1880 dagli immigrati italiani che rimangono a tutt’ora i maggiori produttori. Garibaldi è conosciuta principalmente per lo spumante che qui chiamano sfacciatamente champagne, mentre Caxias e Bento Gonçalves producono vini “fermi”, i migliori dei quali sono dei bianchi o rossi vinificati in bianco.
Visitiamo un paio di cantine con relativi assaggi e acquisti, infine ci dedichiamo al museo enologico.

Non vi annoierò con la descrizione di strumenti che appassionano soltanto il sottoscritto e molto poco il mio cicerone che però si incuriosisce quando sul libro dei visitatori, alla voce paese di provenienza, scrivo: Repubblica del Nord.
- Credevo tu fossi italiano!
- Ancora per poco. Stiamo per fare come voi centocinquant’anni fa: la secessione!
- Beh, spero abbiate più fortuna perché a noi andò buca.
(Mannaggia! sarebbe andata proprio così!)
Passo anche la domenica con Simoni che mi costringe però ad assistere alla partita Brasile-Bolivia. Comunque non mi annoio come pensavo (non amo il calcio) perché il vero spettacolo è lei e da come si agita ritengo una fortuna per me che la sua nazionale vinca due a zero, poiché in caso di sconfitta, non avendo altri sottomano, potrebbe anche menarmi!

Ragazzi, questa è una vacanza: è vero che ci sarebbe da descrivere una chiesa in cui ci sono dei dipinti di un pittore italiano e dove è passato anche il Papa, ma non è molto interessante e ci rimango soltanto il tempo necessario a Simoni per chiedere perdono dei nostri peccati di gola.
La sera, ahimé l’ultima, prenotiamo al nostro ristorante e vi arriviamo in taxi. Un cameriere già ci attende sulla porta e subito si avvicina alla portiera dal lato del marciapiede.

Più che un atto di cortesia è una protezione: anch’io scendo da quella parte, pur se sono seduto sul lato a centro strada. La portiera tenuta aperta dal tassista da un lato e il robusto cameriere dall’altro, formano un corridoio impenetrabile ai malintenzionati. A tavola Simoni mi racconta divertita che nessuna signora si fida ad andarsene in giro con una vistosa collana d’oro al collo come fa lei. Ne indossano di finte e i ladri, sapendolo, hanno smesso di rubarle.
- Però a qualcuno il dubbio viene e certi tipacci mi squadrano in modo che mi da i brividi, ma per ora mi è sempre andata bene.

Il lunedì mattina lascio con rimpianto la mia piacevole guida francofona e riprendo la via del ritorno, consolandomi ben presto ammirando buona parte della Serra Gaúcha, tortuosissima e costantemente affiancata ad una ferrovia sulla quale, durante la buona stagione, passa un trenino centenario carico di turisti. È un bell’alternarsi di cascatelle, torrenti schiumanti, dolci collinette, boschi ombrosi e altre amenità.
Rieccomi a Marau. La questione dei pulcini è stata risolta e la mia permanenza ormai inutile.

L’indomani saluto tutti, restituisco il biglietto aereo e prendo un bus per risalire a tappe fino a São Paulo.