Viaggio nel Nord del Messico

  • Viaggiatori-Autori: Pipponordovest
  • Itinerario: Citta del Messico, Guanajuato, Zacatecas...
  • Stato: (America)
  • Numero di giorni: 41
  • Periodo: 12 luglio - 21 agosto 2002

"CENTRAL CAMIONERA 2"

Città del Messico 12.7.02

Il Messico tanto desiderato mi tornava sotto i piedi in forma diversa da quella che già conoscevo. Arrivati su Città del Messico abbiamo iniziato a girare a bassa quota sulle luci della megalopoli, in un cielo stranamente limpido.

I passeggeri spalmavano i loro nasi unti sui finestrini per ammirare "El Monstruo" in tutto il suo splendore notturno. Non potevano trovare un soprannome migliore per questa città: ramificazioni di baraccopoli si stendevano a perdita d'occhio, strade non illuminate tagliavano agglomerati umani fatti dei materiali più disparati e senza alcun criterio urbanistico si arrampicavano sulle colline circostanti. Sentivo "El Monstruo" pulsare e crescere sotto di me anche in quel momento. E un attimo dopo mi ci sono ritrovato dentro. La zona degli alberghi del centro è assai linda e non ha nulla a che fare con quello che avevo visto poco prima, questa è una delle più grandi contraddizioni del "Districto Federal", un altro nome più delicato della metropoli.

Ero finito a vagare tra i grattacieli della "Zona rosa", il quartiere bene dove girano i soldi e la miseria viene prontamente allontanata dai numerosi poliziotti che si incontrano. Il Paseo de la Reforma è costellato da esempi di architettura d'avanguardia e di opulenza, gli Indios in giacca e cravatta che parlano al cellulare dalle loro fuoriserie americane non mi fanno dimenticare quello che avevo visto dall'alto...

A quanto dice la guida, la cosa di cui bisogna preoccuparsi di più sono le rapine, e c'è da crederci, visto che degli oltre venti milioni di abitanti una buona parte sono poverissimi.

In un parco ho conosciuto un signore molto elegante sulla sessantina, ha attaccato bottone e abbiamo iniziato una piacevole conversazione. Mi ha detto di essere un ingegnere che lavorava per una ditta petrolifera, particolareggiando tutto e con i modi di un vero gentiluomo. Poi ha insistito perché vedessi la chiesa del Guadalupe, dove mi ha confessato la sua profonda fede cristiana. Tutto condito da racconti e momenti di commozione assai verosimili. Un personaggio piacevole, come in fondo il pomeriggio speso. Per concludere in bellezza la giornata mi ha invitato al ristorante dove abbiamo ordinato un pollo fritto, e mentre aspettavamo mi ha detto che doveva uscire un attimo per comprare un biglietto per uno spettacolo, prima che chiudesse il botteghino lì accanto.

E' tornato poco dopo dicendo che non avevano il resto, e se gli potevo prestare io venti dollari che mi avrebbe subito ridato al momento di pagare il conto. Sfortunatamente li avevo, e il suo sguardo paterno e indifeso mi hanno convinto a darglieli. Dopo circa venti secondi mi sono sentito più pollo di quello fritto che mi avevano appena servito. Sono corso fuori, ma del nonnino nessuna traccia; quando sono tornato al tavolo il cameriere si è impietosito della storia e non mi ha fatto pagare il conto del "gentiluomo".

Ripensando a tutto ciò che mi ha raccontato quel tizio durante il pomeriggio sono ancora convinto che fosse veramente un ingegnere (oltre che un professionista della truffa) e questo mi ha un po' fatto sbollire l'incazzatura, doveva essere talmente disperato da "svoltare" così le sue giornate. Ma ne' questo, e ne' il fatto che una parte della truffa sarebbe finita sicuramente in elemosina alla Madonna del Guadalupe mi aiutava a riguadagnare la fiducia nel genere umano.
Morale del giorno: i cinque minuti del coglione ci sono per tutti...

Guanajuato 15.07.02

Questa è probabilmente la più bella città del Messico: è di origini coloniali e sede di un'importante università. Tutte le sere c'è parecchia "movida " per le strade: gruppetti di "mariachi" vagano per i vicoli e quando hanno radunato un po' di gente li portano in giro per il paese, cantando e bevendo a volontà. Guanajuato è sede del "Festival Cervantino" fatto in onore dello scrittore Miguel Cervantes, l'autore del "Don Chisciotte".

Questo personaggio e il suo tondo compagno Sancho Panza si trovano rappresentati un po' ovunque, e sopratutto nel museo a loro dedicato dove li ho visti dipinti, scolpiti, fusi o saldati da artisti di tutto il mondo. L'unico posto che avevo trovato per dormire era alla "casa di Josè" che affittava posti letto in uno stanzone. Tutto appariva molto trascurato, le riparazioni alla buona facevano capolino dovunque cadesse l'occhio, e molte altre cose erano vicine alla rottura definitiva. Il bagno era sul terrazzo completamente invaso da residui della civiltà tecnologica americana degli anni sessanta.

Questo era diventato la nostra "sala da fumo", insieme ai componenti di una famiglia americana salivo qui per incartare le essenze per il nostro svago mentale. Loro erano Christoff, Melanie e il figlio di sette anni. Erano l'esempio della famiglia americana alternativa e fuori da qualsiasi schema "normale": abitano in un camion (e non un camper o una motorhome) e si spostano per il New Mexico a loro piacimento. Lui è un esperto di reti informatiche, lei è biondina. La prima volta che mi hanno invitato nella "sala da fumo" gli ho chiesto se c'erano problemi col bambino, lui mi ha detto di no, poi gli ha passato la canna perchè si facesse un tiro. Non ho voluto aprire una discussione sul fatto, perché ognuno educa i figli come gli pare, gli ho solo fatto notare che forse era meglio che scoprisse da solo le cose al momento giusto.
Il proprietario della casa, Josè, è un amabile panzone che si diletta nelle faccende domestiche e con cui mi intrattenevo in piacevoli conversazioni. Non è per nulla una persona ignorante come potrebbe sembrare a prima vista; è solo uno che, nella migliore tradizione messicana, tira a campare.

Ho visitato una delle miniere della zona, dove da 250 anni si estraggono oro, argento e altri minerali. Non c'era molto da vedere se non un buco di nove metri di diametro dove la terra ingurgitava minatori e sputava fuori pietrame da raffinare. Come al solito, la storia di chi ci lavorava nel periodo precedente in cui ai minatori venissero riconosciuti i diritti umani è assai triste: qui entravano a lavorare ragazzini di meno di 15 anni che ne uscivano cadaveri entro i venti a causa della silicosi. Per farsi perdonare da Dio il proprietario della miniera costruì di fronte a questa una delle più sontuose chiese della zona, nella quale gli Indios e i cani randagi non potevano entrare.

Qui terminano i due fogli provvisori su cui ho scritto finora, ho aspettato di trovare qualcosa di abbastanza "messicano" per le mie memorie… Invece ho comprato un quaderno con i personaggi del "Muppet show", a righe e con la spirale che mi permetterà di strapparne i fogli per differenti usi...

Guanajuato 16.07.02

Dopo una delle mie esplorazioni per la città ho ritrovato la testa del mio cavalletto rotta. Me lo aspettavo, perché questa maledizione che aleggia sui miei treppiedi me la portavo appresso da un po' di tempo... Era già il quarto che mi si distruggeva, e per questo ne avevo comprato uno più resistente (e pesante), ma chissà, il destino a volte è crudele.

Ho passato la serata con Breg o Greg o qualcosa di simile (non ho chiesto lo spelling); è un Canadese rosso di pelo e molto vitale che sembra un galletto ruspante. Siamo finiti in un locale dove si ballava la salsa, dove c'erano pure alcune pollastre inglesi amiche sue. La più grassoccia è stata subito arpionata da un messicano cicciotto anch'ello, e noi già ubriachi tentavamo dei patetici passi di danza, facendo inorridire la sala piena di professionisti del ballo.

Zacatecas 17.07.02

La mattina ho lasciato con molta sofferenza Guanajuato dove iniziavo a divertirmi e a scoprirne la vita. Poi sono arrivato a Zacatecas e mi sono accorto che forse è pure meglio... C'ero già stato nel mio primo viaggio in Messico ma non mi aveva fatto una grande impressione. Sono subito stato avvolto dalla continua atmosfera di perenne "fiesta" messicana.

In una piazza ho trovato un concorso per clown e mimi e ne ho conosciuti alcuni: Pipo, Pepe e un altro. Pipo ha venti anni, ed è una versione messicana del "Pierrot". Va sul monociclo caricandosi i bambini del pubblico sulle spalle, poi per impressionare i genitori finge di cadere e invece cade veramente, rotolandosi col pupo... (pensate se accadesse in Italia!). Qui i clown sono rispettati dal pubblico e dalle autorità che organizzano questi spettacoli, e li considerano artisti e dispensatori di momenti di gioia. Alla fine della serata ho offerto a Pipo una birra in un bar lì vicino. Abbiamo trovato un suo collega poco più che bambino, seduto sotto la luce al neon. Era stanco e triste, vestito di tutti i colori e con i suoi scarponi giganti da lavoro. Gli avrei fatto volentieri una foto, sembrava un quadro impressionista, ma ho preferito non distrarmi da quel momento, oppure non ne ho avuto la forza...

Abbiamo bevuto e chiacchierato fino a tardi, quando gli ho chiesto se avevano un po' d'erba. Mi hanno detto di si, molto preoccupati che qualcuno ci sentisse. Siamo usciti in strada, loro erano entrambi vestiti da clown, e mi hanno detto di seguirli senza dare nell'occhio...
A notte fonda mi sono fermato davanti all'albergo con un gruppo di "mariachi" che suonavano note tristi e alcooliche.

Zacatecas 18.07.02

Il concorso dei clown è continuato sotto la cattedrale, in una fantastica cornice barocca. si sono susseguite le esibizioni e io ero oramai diventato il fotografo ufficiale dell'evento. Diversi artisti mi portavano i rullini per farseli scattare, mentre il pubblico rideva spensierato. I più piccoli a volte invadevano l'arena e i pagliacci li coinvolgevano nello spettacolo. E'incredibile quanto un evento in fondo così semplice riesca a far dimenticare i problemi e ad infondere leggerezza nell'aria.

Quanto mi sono sembrati freddi i comici attraverso la televisione che ci ha rubato il contatto umano, la voglia di riunirsi attorno ad un personaggio che riesce a far ridere i bambini come gli anziani... E cosa dire del brivido che si prova quando tentano di coinvolgerti nei loro numeri! I clown mi sembravano delle persone dotate di quella capacità oserei dire divina di infondere felicità a 360 gradi. Ma il rovescio della medaglia l'avrei conosciuto ben presto...

Nella vita messicana c'è sempre una componente di profonda tristezza, e sembra che i clown regalando del benessere alla gente ne assorbano le negatività come i massaggiatori shiatsu. La sera c'è stata la cena con premiazione delle migliori maschere e dei migliori attori, e naturalmente alcuni non hanno vinto; proteste, scene di rabbia e di profonda delusione, pianti ed ubriacature pesanti hanno chiuso la manifestazione. L'amaro era sulla bocca di tutti, me compreso. La vita del clown scorre tra due estremi.

In quel momento la fidanzata di Luis, un giovane pagliaccio alle prime armi che non ha ricevuto alcun premio, non ha trovato niente di meglio da fare che darmi un biglietto con il suo indirizzo e il telefono, dicendo di chiamarla se avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa... L'ho preso con enorme imbarazzo di fronte agli occhi di Luis, pieni di lacrime per quella serie di delusioni. Pipo, completamente sbronzo ma non ancora disperato si è innamorato di una ragazza con il culo più gigante che avessi mai visto, si notava la cellulite attraverso i jeans e una maglietta aderente rosa completava la sua immagine di bomboniera kitch...

Il pagliaccio "Arlequin" mi ha scritto una dedica dietro un volantino:"La mia faccia colorata se la ride della tristezza e del dolore...". Un altro, detto "Lacrima", l'ho sentito dire:"Sei anni della mia vita per questo...", teneva in mano un attestato di partecipazione senza neanche scritto il nome.

A notte inoltrata salivo su un furgone carico di monocicli, martelloni di gomma e scarpe giganti. Assieme a sei clown sonnolenti andavo a S.L.Potosi.
Luis mi ha invitato a riposarmi qualche ora a casa sua. Casa per modo di dire. Ci ha aperto un orco in mutande, con una panza che ci stavano dentro tre bambini. L'ambiente era maleodorante e prossimo alla rovina; Luis ha detto imbarazzato:"Mexican style!". Poi ha scacciato il cane da un pezzo di gommapiuma sbrindellato e me lo ha offerto a mò di giaciglio.

Subito siamo crollati dalla stanchezza per diverse ore. Quando mi sono alzato lui dormiva, ancora aveva gli occhi gonfi, forse per la delusione professionale, o forse perché aveva capito quanto fosse puttana la sua ragazza.

L'ho salutato, e sono partito per Real de Catorce con un groppo sullo stomaco.
Alla stazione di Matehuala, punto di passaggio obbligato per chi va a Real, ho conosciuto Raviv, un ragazzo canadese con l'aria da giuggiolone da un metro e novanta cresciuto a bistecche e partite di football.

Poi è arrivato un mingherlino con l'aspetto di chi è già in viaggio da molto tempo, era newyorchese e aveva un'aria sveglia e simpatica. Si faceva chiamare "Smiley", e mai un soprannome è stato più azzeccato. Dovevamo aspettare più di tre ore per l'autobus, quindi ci siamo accampati fuori della stazione a parlare del più e del meno. Raviv ha i parenti che vivono in Israele, e presto la discussione si è spostata sulla guerra che affligge quelle zone. Eravamo tutti e tre tanto presi dall'argomento che l'autobus ci è partito sotto il naso. Era l'ultimo della giornata, per cui siamo partiti in taxi sentendoci molto stupidi, e promettendoci di non toccare più l'argomento.

Siamo arrivati a Real de Catorce con l'unica strada della zona a cui si possa dare questo nome, comunque fatta di ciottoli, polvere e buche. Ricordavo gli orrori dell' hotel "La Providencia" alcuni anni prima, così abbiamo preso una stanza in un altro albergo dove abbiamo conosciuto due ragazze inglesi, una di loro l'avevo già vista al bar della stazione di Matehuala, e avevo pensato: "Carina questa tipa... però che faccia da stronza che ha..." e non ci ho voluto parlare. Quello di Camilla era solo un problema fisionomico, e non si è mai rivelata come sembrava. Con la sua amica Halley che sembrava la segretaria di un notaio facevano la coppia perfetta di inglesine bionde in vacanza, i Messicani le guardavano come frutta proibita.

La sera siamo andati a cena in un ristorante italiano, il proprietario si era trasferito da anni in quel luogo dimenticato, e si innervosiva quando gli si chiedeva il perché (credo lo facessero in molti). In un'altro ristorante lavorava Roberto, un art director fuggito da un lavoro di fronte al computer e dalla Milano da bere. Per la seconda volta mi ritrovavo in quel luogo duro e ostile ma mistico, e per un attimo mi balenò in mente l'idea che anche io un giorno sarei potuto entrare a far parte della comunità italiana di Real de Catorce per chissà quanto tempo...

Real de Catorce 20.07.02

Oggi abbiamo deciso di andare nel deserto sottostante per prendere il Peyote, quindi ci siamo organizzati con grandi scorte di frutta, zucchero e acqua per deglutire il cactus.

Da perfetto bambinone americano, Raviv si è portato il suo fedele barattolo gigante di burro di arachidi e il pane affettato. Anche stavolta il taxi per il "desierto" era in stato penoso, una "Willis" del 1948 buona per un museo se non fosse stata ridotta ad un catorcio fonte di tetano e contusioni. Eppure camminava. Da oltre 50 anni faceva lo stesso percorso scalpitando sui massi, carica all'inverosimile nella cabina e sul tetto. E la cosa più strana è che in tutti questi anni non sia mai finita nel precipizio che conduce direttamente all'inferno al limite del quale procedevamo.

Arrivati sulla pista che taglia il deserto abbiamo trovato un turista messicano al quale una pattuglia di polizia (che non si capisce cosa stesse a fare lì) stava svuotando lo zaino lungo i bordi della strada. Il tassista ha detto che anche se qui il peyote c'è e chiunque può venire e mangiarselo, se lo tocchi infrangi la legge e ti fai almeno dieci anni di prigione. Noi comunque eravamo decisi, e poco dopo avevamo organizzato una bella macedonia di frutta e cactus. Ci siamo spinti sotto uno dei tre alberi dell'altipiano, ad osservare le montagne che circondano la distesa dove eravamo. I pochi elementi presenti erano fonte di grandi attenzioni e commenti: la forma di un sasso, i movimenti di una formica, il sole tra le foglie...

Poi ci siamo sparsi per il campo che stava alle nostre spalle, e lì abbiamo saltellato tra le piantine rachitiche. Tornando abbiamo ritrovato Raviv per terra che si rotolava in una pozza di fango sghignazzando. Lo abbiamo riaccompagnato all'ombra dell'albero, dove Smiley stava mangiando un pezzo di peyote inzuppato nel burro di arachidi... La situazione stava degenerando nello schifo, per cui il gruppo dei cinque è ripartito in una lunga marcia verso il villaggio dove il tassista ci avrebbe prelevato. Durante il ritorno a Real, sulla strada di montagna nel mezzo del deserto, l'auto è stata fermata da un tizio che alle prime pareva un contadino mezzo ubriaco.

Ha spalancato lo sportello del cassone dove noi eravamo e ha chiesto di chi fosse lo zaino che era in terra. Era di Smiley, e il tipo l'ha aperto e ha iniziato a rovistare. Ci siamo un po' alterati, e quando lo stavamo per fermare ci ha detto: "Che portate, peyote?!". Con le nostre migliori facce da bravi ragazzi gli abbiamo detto di no, e solo allora abbiamo notato le manette appese alla cintola, segno inequivocabile del suo essere sbirro, oppure gingillo complice di particolari pratiche sessuali. Purtroppo era la prima che ho detto, ed era chiaramente a caccia di turisti polli da spennare. Dove stava rovistando c'era dell'erba, equivalente al peyote in termini di anni di prigione, ma per fortuna non ha indagato a fondo sulla scatolina e ci ha lasciato andare.

Real de Catorce 21.07.02

A quanto sembra ormai Real è una colonia italiana, su quattro ristoranti nel paese tre sono gestiti da connazionali. Mi hanno raccontato di una partita di calcio Italia-Real, dove abbiamo perso per sette a uno.

Reviv e le signorine inglesi erano partiti, io e Smiley siamo andati a scalare una delle montagne qui intorno. E' un ragazzo silenzioso e discreto, ed era un piacere averlo intorno perché bastava guardarlo per sentirsi di buonumore. Dopo un paio d'ore di duro cammino tra i cactus siamo arrivati a quota tremila, come un tappeto si stendeva sotto di noi il deserto dove il giorno prima avevamo vagato fattissimi. Sulla cima del monte abbiamo trovato un cerchio di pietre ed un tempietto, dove gli Indios Huicholes vengono annualmente per pregare e per calarsi il pelote pure loro. Secondo la legge loro sono gli unici che lo possono fare. La sera Smiley è stato colto da una forte influenza che l'ha sbattuto sul letto privo di energia e del suo sorriso. Il giorno appresso sarebbe dovuto ripartire per gli USA...

Saltillo 22.07.02

Ho accompagnato Smiley fino a Monterrey, dove mi ha salutato con l'aria di un coniglietto moribondo schiantato in un sedile di pullman. Io ho proseguito per Saltillo dove sono finito nel più brutto albergo mai visto da quando ero partito. Lì c'erano anche numerosi insetti che si rifugiarono in ogni fessura non appena ho acceso la luce. Non ci ho fatto molto caso perché ero stanco, ma decisi di iniziare una serie di fotografie in bianconero dei particolari più "trash" degli alberghi. Si sarebbe chiamata "Le mie pensioni"... Sono questi i luoghi che mi fanno subito sentire in viaggio, perché spesso quando ci arrivi sei talmente distrutto che non li guardi nemmeno, poi ti svegli la mattina e dici: "Ma dove sono finito?!", ed è subito uno stimolo a ripartire. Le "comodità" le lascio alla vita normale, credo che per poter apprezzare al massimo il materasso di casa ogni tanto bisogna pure abbandonarlo.

Parras 23.07.02

Ho lasciato Saltillo dopo averla visitata, ossia dopo due ore. Non che sia piccola, ma le tre cose degne di esser viste stanno tutte intorno ad una piazza. Poi con l'autobus ho attraversato un deserto che si faceva sempre più deserto, sparivano i già rari cespugli e pure i cactus non erano più in molti. Queste erano le uniche forme di vita insieme a qualche "vulcanizadora", i chioschi dei gommisti, circondati da uno strato di grasso nero che ricopre i piazzali per un raggio di parecchi metri.

Di queste casupole unte con davanti il proprietario che dorme se ne trovavano addirittura di più che di rivendite di coca cola. Improvvisamente siamo entrati in una vera e propria oasi verdeggiante, prima le erbette, i cespugliosi, e poi addirittura alberi!

Questi danno al paese un aspetto decisamente diverso dagli altri nella zona. Mantiene ancora molte delle caratteristiche del Messico che si vede nei film western, con alcune case fatte di fango-paglia-cacca, l'architettura coloniale e la piazza centrale col giardinetto e gazebo per la banda della domenica mattina. Mi ha dato un passaggio in auto un tizio dal baffetto rado; quando ha saputo che parlavo anche inglese ha insistito per comunicare in quella lingua.

Ho capito subito che era meglio di no, aveva la capacità di esprimere pochi concetti elementari e la sua pronuncia era semplicemente terrificante, non sembrava neppure che stesse parlando inglese. Ho tentato spesso di riportare la conversazione allo spagnolo. Comunicando con grande fatica gli ho chiesto: "Cosa fai nella vita?", e lui: "Insegno!", "E che cosa?" ho approfondito io senza poter prevedere la drammatica risposta: "Inglese!" rispose orgoglioso...

Scrivevo in una cantina, ambiente essenziale e alcolico che riunisce alcuni degli sbevazzoni del paese. Sulla vetrina dietro il bancone, sopra le bottiglie campeggia una statua di un santo con lo spadone alzato, S. Gabriele credo, e messo lì sembra dirci: "Bevi, bevi, tanto presto arriverà l'ora della resa dei conti...".

Torres 24.07.02

Ho visitato l'unica attrattiva di Parras: Casa Madero. Si produce vino e brandy da cinquecento anni. Con l'aiuto di una guida ho girato tra botti centenarie e moderni sistemi di imbottigliamento di provenienza italiana. Fatto questo mi è stato offerto un bicchierino di Chardonnay, che per essere messicano non era per niente male. Ero a stomaco vuoto e questo insieme alla temperatura ha provocato un piacevole effetto dondolante...

Lasciato il paese sono arrivato dopo parecchio altro deserto, cactus etc. a Torreon, una città assai vivace che però sembra non abbia molto da offrire oltre al museo della rivoluzione di Pancho Villa e molte signorine che mi mangiano con gli occhi. All'ufficio del cambio ce n'erano due magnifiche, ma quando me ne sono reso conto ero già uscito. Così mi sono seduto nella piazzetta di fronte, e dato che l'orario di chiusura era vicino avrei forse potuto godere un'altra volta di quella visione. Poco dopo si è piantato davanti all'entrata un'omone panzuto con i "camperos", il "sombrero" e i "Ray Ban", doveva aver notato il mio appostamento e mi guardava in cagnesco, dunque poteva essere il padrone del cambio, il padre delle fanciulle o un bandito. Tirate giù le saracinesche dell'ufficio il Messicano da guardia le ha scortate fino al suo fuoristrada da vaccaro messo di traverso sul marciapiede, le ha stipate dentro ed è partito coi soldi e il figaio.

Torres 25.07.02

Ho visitato il museo della rivoluzione di Pancho Villa, pare che questo museo sia sul "Guinness dei primati" per essere il più piccolo del mondo, e in effetti è uno sgabuzzino in cui sono ammassate pistole rugginose, pallottole estratte, foto di rivoluzionari vivi, e poi morti ammazzati dalle pallottole di cui sopra. Tra questi il grande "Pancho". Il suo vero nome era Doroteo Arango e fino a 16 anni condusse una vita contadina come tanti, poi un brutto giorno (e qui inizia la leggenda) vide un proprietario terriero rapire la sua sorellina per andarci a giocare al dottore e l'ammalata. Doroteo preso da quel latino senso di giustizia del Far West lo sforacchiò a pistolettate.

Di qui il suo periodo di vita alla macchia, tra rapine e fughe. Aveva organizzato una banda niente male e amava definirsi un Robin Hood messicano, ma a differenza del gentiluomo inglese Villa ammazzava chiunque si trovasse sul suo cammino, colpevoli o innocenti. Nel 1909 il governatore di Chihuahua lo assoldò per organizzare una rivolta contro Porfiro Diaz, e dunque Pancho lasciò la tranquilla attività di venditore di cavalli rubati che si era costruito nel frattempo per tornare al saccheggio, ma stavolta col pretesto di realizzare la riforma agraria. Le truppe federali ben organizzate nelle scuole di guerra non erano abituate a combattere contro le squadre di Villa che grazie all'arte del banditismo sapevano sferrare attacchi improvvisi per poi sparire nella "sierra".

In poco tempo Ciudad Juarez venne presa e Diaz si dimise, qui seguì un'alternarsi di poteri mentre Pancho era sempre in giro a conquistare città oppure alla macchia. Ci fu addirittura un episodio fino ad allora unico nella storia degli Stati Uniti, e cioè quando il bandito rivoluzionario attaccò la città di Columbus, invadendo gli USA. Questi inviarono 12.000 uomini per vendicarsi dell'affronto, ma non ottennero soddisfazione. Nel 1920 Villa firmò un accordo col nuovo presidente, in cui riceveva un ranch e un bel gruzzolo per i salari delle truppe e dei parenti delle vittime. Il rivoluzionario si ritirava dalla scena per assistere ai combattimenti dei galli e alle sue mogli. Qualche anno dopo, la sua auto carica di passeggeri tra cui lui venne crivellata di colpi, e il mandante non fu mai trovato. Un finale classico per un eroe così messicano.

Ceballos 26.07.02

Ero finito in quel paese fottuto, nel crocevia tra la strada statale e il nulla. Ovvero la "Zona del Silencio". Cosa intendo per "paese fottuto"? Bèh, quello che quando scendi dall'autobus vieni investito da un nuvolone di polvere e pensi: "In che posto fottuto sono capitato!". E' più una sensazione che un ragionamento. Poi ti rendi conto che il pullman è già ripartito... L'abitato si sviluppa lungo la strada dove passano i TIR, c'è qualche negozietto di gommeamericane-cocacola-sigarette sfuse, diversi saloon dall'aria fosca , alcuni rivenditori di tacos ed un'infinità di meccanici e gommisti. Uno di questi organizza pure i funerali. Nelle vie parallele ci sono diversi affittacamere, una chiesa, una stazione di polizia.

Nelle strade sterrate i vecchietti dormono sotto il sombrero, un bambino con una corda ne trascina un altro dentro una cassetta della frutta, altri bimbi mi ridono dietro. A Ceballos non passano molti turisti. Avevo preso posto in una pensione familiare, non c'era il materasso, ma mi hanno offerto un tappeto. Meglio, così mi sarei abituato alle notti future da passare nel deserto. Per cercare qualcuno che mi accompagnasse nella "Zona del silencio" sono finito alla stazione di polizia, dove tre sbirri polverosi e male in arnese smangiucchiavano e fumavano nella calura.

Mi hanno detto di aspettare, perché lì prima o poi sarebbe passato qualcuno che mi poteva aiutare. Nel mentre mi hanno ricordato che il Messico ha vinto contro l'Italia ai mondiali di calcio. Gli ho risposto che hanno fatto bene. Dopo un po' è arrivato un tipo molto panzuto e molto stereotipo messicano, mi è anche sembrato molto fatto di coca. Mi ha detto che lui è il "Presidente". "El Presidente de todo aqui" facendo mezzo giro su se stesso col braccio spiegato. "De todo el Mexico?" ho detto io, e lui si è allontanato ridendo.

La sera in una "cantina" ho conosciuto Huaime, un tipo col capoccione che scarica i meloni. Mi ha mostrato le mani che infatti erano callose come la scorza di un melone. Abbiamo parlato dei misteri della zona, finchè mi ha raccontato che lui aveva avuto in passato dei contatti con gli alieni, ma di più non mi poteva dire. Io potevo essere una spia del governo arrivato lì per interrogarlo.

Ceballos 27.07.02

Sono partito per "la Zona del Silencio" insieme a Riccardo il "Presidente", i tre membri maschi della sua famiglia ed esempio di sana messicanità, ovvero: Pancho, Joaquin e Riccardo junior. Questo era l'esatta riproduzione in scala ridotta del papà: faccia rotonda da amicone e panzetta a cocomero, "camperos" e "sombrero" da piccolo cow boy. Con noi c'era anche Willy Gonzales, un omaccione pieno di vita che guidava il camioncino. Sul cassone aveva caricato casse di viveri, coperte ed una quantità spropositata di birre gelate.

Siamo partiti verso l'una con un caldo infernale, e Riccardo senior a cadenza regolare di pochi minuti allungava la mano dal finestrino per farsi passare una coppia di birre, poi in sosta dal benzinaio mi ha detto: "Non fare complimenti, quando vuoi acchiappa pure dal frigidaire!"

Gli ho detto che a me l'alcool a quelle temperature non piace molto, lui mi ha risposto qualcosa in dialetto che dovrebbe corrispondere all'incirca a: "Ma che cazzo dici?! Tiè, senti quant'è fresca!" mettendomene una in mano dopo averla stappata in maniera molto virile. E in effetti era vero, così fredda e con la sua patina di goccioline era un piacere solo da tenere in mano. Ne avevo bevuta metà quando mi sono accorto che già ridevo da solo.

Dal vetro posteriore della cabina vedevo Riccardo e Willy che cantavano agitandosi a ritmo di musica campagnola, ma il pericolo di un incidente con altri veicoli era piuttosto remoto. Durante il tragitto sulla strada sterrata noi del cassone ballavamo la tarantella aggrappati alle ringhiere per non volare di sotto, e tutte le provviste si sballottavano in un fracasso totale. "Ma quale 'Zona del Silenzio'..." pensavo io...

Invece appena siamo arrivati sotto l'unica collina che sporgeva dalla piana e abbiamo spento il motore si è sentito solo un alito di vento che non trovava ostacoli. La collina è il centro magnetico della zona, e fa impazzire le bussole e gli scienziati che vengono a studiarla da tutto il mondo. L'abbiamo scalata in breve grazie ad un incerto passo alcolico, e da lassù si vedeva tutta la pianura arida e la piccola catena montuosa che simboleggia la zona. Riccardo ciondolando mi diceva: "La senti l'energia di questo posto?! Io qui mi ricarico, a me questi sassi venuti dallo spazio mi fanno sentire un altro! Ma la senti la fottuta energia di questo posto?!".

Io ho detto che la sentivo. Poi ha schiacciato la cicca della sigaretta col tacco degli stivali, ha mollato un rutto e siamo scesi fino al furgone. Dopo settanta chilometri e molte altre birre siamo arrivati nella zona dei meteoriti, un cerchio ampio 500 metri in cui il terreno ne è ricoperto; a dire il vero sono un po' dappertutto in questo deserto, ma in questa area ce n'è una concentrazione altissima. Perché? Mah...

C'è forse un collegamento col fatto che qui non si propagano le onde radio e che molte attrezzature elettroniche fanno cilecca? Verranno le foto che ho fatto qui? Sono ancora radioattivi i meteoriti che ho raccolto?

Mi rimangono tre mesi di vita? Carichi di questi dubbi ci siamo avviati verso un barbecue in mezzo al deserto; io con la preoccupazione che non era impossibile che un sassolino dello spazio ci finisse sulla zucca. Willy sotto un sole ustionante manovrava le braci come un dio Vulcano, col suo fisico massiccio, tutto rosso e fumante mi pareva che anche lui si stesse cucinando come un grosso peperone. Non riuscivo più a controllare le birre che mi ritrovavo in mano, la realtà desertica veniva alterata dalla calura e dal tenore alcolico.

Riccardo parlava comprimendosi nelle guance ogni parola, e riempiendo le frasi di "cinga" e di "pinci" che ho capito dovrebbero corrispondere a "fotti" e "cazzo", "pinci" si può usare un po' ovunque come rafforzativo. Altra parola molto ricorrente è "cavron" che significa all'incirca "coglione"ma si usa anche in senso affettuoso, quando vuoi far capire ad una persona che ti sta simpatica e che gli vuoi bene. Quando tutte le panze furono piene, mentre gli infanti giocavano tra di loro, i due personaggi più maturi che mi accompagnavano hanno tirato fuori il Bacardi per farsi un cicchetto. Io ero già ubriaco a bestia, e loro lo furono dopo essersi scolati una buona metà della bottiglia.

Siamo ripartiti cantando e sgommando, Willy ci ha fatto arrivare tutti interi alla zona dei fossili, centrando tutte le buche che vedeva. Ci siamo aperti a ventaglio tra gli "ocotillos", pianta curiosa che popola la zona. Si sviluppa a cespuglione con lunghi rami vellutati di foglioline, e ricorda una mano affusolata. Girovagando un po' si incontravano parecchi fossili di conchiglie e gamberoni preistorici, un chiaro segno che questo deserto a 1700 metri di quota una volta era sommerso. Oppure che c'era un grande mercato del pesce.

Io raccoglievo solo i reperti più piccoli e in buono stato, ma alla fine della giornata il mio zaino era parecchio appesantito da fossili e meteoriti.
La sera ero accovacciato tra i cespugli per godermi il tramonto mentre facevo un bisognino, proprio di fronte ad un sasso dello stesso colore del terreno. Quando mi sono alzato il sasso ha emesso un sibilo ed un rumore di "maracas", proprio uguale a quello che si sente sui documentari dei serpenti a sonagli. Infatti proprio di quello si trattava, non di un documentario, ma di un vero rettile in pelle e sonagli, tutto arrotolato e carico come una molla. Ho pensato che forse non aveva gradito il regalino che gli stavo per lasciare e per questo mi voleva uccidere.

Per fortuna i quattro metri che ci separavano erano un discreto margine di sicurezza, ma ho fatto comunque un balzo indietro di altri quattro metri. Da laggiù preso dalla rabbia ho preso da terra un meteorite e gliel' ho tirato mancandolo, ma l' ho disturbato facendolo andare a rintanare. Disteso era lungo più di un metro. Willy mi ha detto che se ti mordono hai un'ora di vita per farti l'antidoto, ma per il paese più vicino servono almeno due ore...

Zona del Silenzio 28.07.02

Abbiamo iniziato con una colazione differenziata: io caffè, WillY e Riccardo "tortillas" e formaggio e i tre piccoli Messicani si sono fatti le loro bistecche alla brace, poi ci siamo dedicati ad un'altra ricerca di fossili e al lungo ritorno a Ceballos. La sera ho offerto al gruppo una spaghettata nel patio della casa di Willy, costruita da lui in un ottimo stile "country". La cena è venuta decisamente male, con la pasta scotta condita con olio di semi.

Decisi di fermarmi un'altro giorno in quel paese fottuto, l'atmosfera polverosa e annoiata iniziava a piacermi, si passava il tempo guardando gli autoarticolati che passavano e si era tutti dannatamente certi che non sarebbe successo niente.

Ceballos 29.07.02

In una giornata nullafacente ho passeggiato su e giù per il paese e ho fatto amicizia con diversi Messicani che trasportano e distribuiscono meloni, che è l'attività principale di Ceballos. Volevo comprare un po' d'erba, ma non si trovava, da quando hanno equiparato le droghe leggere a quelle pesanti in Messico tutti hanno iniziato a commerciare (e a consumare) coca, non vale più la pena rischiare per pochi dollari di marijuana.

E così ho seguito il trend, nella camera spoglia dove abito mi sono fatto due strisce e poi ho chiacchierato con gli sbirri della centrale di fronte alla casa. Mi hanno scroccato un mucchio di sigarette e mi hanno detto di salutargli Baggio.
Pensavo a quelle persone convinte che fumare le canne porti alla ricerca di cose più forti... E' il NON fumare che ci costringe alle alternative! La sera l'ho passata in una "cantina", aveva il paravento per non far vedere da fuori la gente malmessa e chiassosa che la popolava. C'era la segatura per terra e ci si poteva anche sputare, juke-box con musica "ranchera" e birre a prezzo politico.

Presto qualcuno incuriosito dalla mia presenza in quel paese di melonai e trafficanti si è avvicinato per fare quattro chiacchiere e per provare le mie sigarette. Poco dopo ero circondato da Messicani festosi che mi davano pacche sulle spalle e apprezzavano il gusto del tabacco d'oltreoceano... Tra di loro è un continuo prendersi in giro e punzecchiarsi con frasi ironiche, senza mai scadere nell'offesa, ma facendo un duello dialettico al limite di un certo galateo da osteria... Non si può certo dire di essere stati in Messico se non si è mai entrati in una "cantina".

Ceballos 30.07.02

Durante la notte ha piovuto, un grande evento per queste zone, e tutto il polverone che avvolgeva il paese è stato trasformato in fango. I TIR sulla statale invece di tirarsi dietro la consueta nuvola bianca creavano delle onde anomale di colore nero, e gli schizzi di melma dai parafanghi investiva i marciapiedi, i negozi e tutto il resto. "Era molto che non pioveva?" ho chiesto alla signora della pensione, "No, non molto, un paio di anni." ha detto lei. "Desierto es desierto..." pensavo io tornando nella cameretta buia che non mi dispiaceva troppo abbandonare, poiché poco dopo sarei partito per Chihuahua.

Chihuahua 31.07.02

C'è una bella cattedrale e una via dove si fa lo "struscio, ma neanche l'ombra di quegli odiosi cagnolini che pensavo fossero stati inventati qui. La sera i giovani parcheggiano le auto nelle vie del centro e accendono la radio sintonizzata sulla stessa frequenza. I loro fuoristrada sono equipaggiati con impianti stereo da milioni di watt che fanno tremare la terra sotto i piedi e li fanno sentire molto fichi. La metà dei negozi vende stivali di tipo "camperos", e ce ne sono veramente di ogni foggia e colore, se solo avessi avuto il coraggio di indossarli ne avrei comprati un paio... Sotto il mio albergo uno di questi negozi ha l'insegna che dice: "El vaquero elegante" (dove "vaquero" sta per "vaccaro")... Il proprietario vorrebbe rassomigliare al fratello sgorbio di James Dean, con camicia a scacchi, gilè e cappello da cow boy, jeans attillati con un lenzuolo arrotolato dentro al "pacco". La mattina l'ho trovato appoggiato al suo pick up rosso con lo stivale lucido sulla ruota, fumando in controluce.

Creel 01.08.02

Ero partito per un paesino sperduto in un luogo eccezionale: il "Canyon del rame". Appena usciti da Chihuahua il paesaggio ha cominciato a cambiare, e un progressivo verdeggiare colorava il deserto giallino.

Non ho penato molto quando ho salutato la cittadina arida, Chihuahua significa appunto "luogo della polvere" in indiano, quindi appena ho visitato un' altro museo della rivoluzione di Pancho Villa sono partito verso più freschi lidi. Anzi freddi, perché già dopo cinquanta chilometri dalla partenza il deserto era un ricordo, e viaggiavamo avvolti da una pioggia autunnale e clima alpino.

Mi sono infilato tutti i vestiti che avevo nello zaino e ho trovato alloggio in una casa piena di viaggiatori in abbigliamento montanaro. Riempivano ogni stanza, ovunque c'era qualcuno; posti letto extra erano ricavati in qualsiasi angolo dei corridoi, ma per fortuna quando sono arrivato io si stava liberando un posto in un letto a castello di tre piani.

Si cenava tutti insieme in atmosfera di comunità di recupero. Il paese è pieno di indiani Tarahmura. Sono molto pacifici e sorridenti, le donne vestite di ogni colore e i bambini sembrano essere appena usciti dalla giungla (e forse è vero). Ero in giro per il villaggio e ho visto uno di questi monelli mentre si affacciava da dietro un muro che dava sulla via, aveva la fascetta rossa sulla fronte ed un'aria sveglia da piccolo delinquente. Pareva che volesse attaccare il primo viso pallido che passava.

Sono stato a visitare un villaggio Tarahmura, dove alcuni missionari da tempo cercano di convertirli al cristianesimo, ma senza molte soddisfazioni. La loro caratteristica principale è quella di non pensare troppo al futuro, così si accontentano di curare piccole coltivazioni, di pascolare poche bestioline, di vendere qualche bracciale. E' come se il loro concetto di futuro non arrivasse al dopodomani.

Sono anche stato alla cascata Cusarare, purtroppo un viaggio fatto tutto in macchina, che ci ha scaricato a un chilometro dall'arrivo. L'astuto operatore turistico mi aveva promesso un trekking vero e proprio, ma ho capito quasi subito che mentiva, gli altri "scalatori" erano bambini o ultrasettantenni, vestivano scarpe da montagna immacolate o scarpe da ginnastica bianco e oro. Il resto dell'abbigliamento era l'immagine stereotipata del montanaro della domenica (ma una volta l'anno).

Creel 02.08.2002

La mattina mi sono alzato dal letto con una miriade di macchioline rosse pruriginose che decoravano ogni mia parte esposta alle coperte; per fortuna ho dormito con la tuta da ginnastica e i calzini contro il freddo, ma avevo le braccia e il collo gonfi e rossi come due peperoni. Un ragazzo americano con la faccia da cherubino che dormiva sotto di me stava anche peggio... Inoltre l'operatore turistico della pensione mi ha fregato un'altra volta, si è scusato per il ridicolo trekking del giorno prima e mi ha promesso un'escursione più lunga.

Siamo partiti tardissimo, e dopo quasi tre ore di curve e di fuoripista il guidatore ha detto: "Voi scendete qui, io vi aspetterò laggiù!". Così abbiamo camminato sotto il sole di mezzogiorno fino ad arrivare ad un belvedere da cui si ammirava la "Bufa", un canyon circondato da una spettacolare catena di montagne piena di pareti a picco.

Creel 03.08.2002

E' stata una giornata dedicata alle medicazioni, ho passato una notte terribile grattandomi i bubboni che diventavano sempre più grossi e infuocati lungo le vene del collo e delle braccia. Mi sentivo bruciare vivo, continuamente scendevo dal letto per infilarmi sotto l'acqua gelata della doccia per poi tornare a scorticarmi tra incubi di gironi infernali. La mattina il dottore che mi ha visitato ha sentenziato: "Pulci!", e a quanto sembra io e il biondino che ne è stata un'altra vittima ne siamo allergici... Così, con 35 dollari di creme e medicine si è risolto il problema.

Alla stazione ho atteso lo storico treno che attraversa la "Barranca del Cobre" ovvero il Canyon del Rame, per arrivare a Divisadero, un paese dalla posizione unica, e da dove si può ammirare tutto il canyon. Il treno procedeva ad una velocità assai romantica, forse facevo prima a piedi, ma riuscivo così a riscoprire il gusto di viaggiare nella sua essenza: lo spostamento, il sentirsi sotto i piedi quel lento rollio, segno sicuro del terreno che inesorabilmente si muove, osservare gli alberi, contare i pali della luce, le traversine, i vagoni precipitati nelle gole e lasciati lì.

Nei finestrini scorrevano panorami in cui intravedevo John Wayne correre a cavallo e sorpassare il treno, che grazie al suo locomotore diesel arrancava sotto le sbuffate nere.
Arrivato a Divisadero, proprio sotto il belvedere della stazione si apriva la vista di tutto il canyon, e ci si sentiva proprio piccoli lì di fronte...

Un tizio mi ha detto che se volevo dell'erba dovevo trovare Geronimo, il figlio di un tale che mi è apparso davanti poco dopo. Era un vecchietto smilzo col cappello da cow boy e l'aspetto del nonno di Tex Willer, mi ha detto che Geronimo non c'era, ma che la storia si poteva fare.

Poi mi ha chiesto se volevo un letto nel suo "rancho" dove risiedevano anche una coppia di Danesi. Divisadero è uno di quei posti in cui non ci sono vie di mezzo: o l'hotel a cinque stelle o la bettola. Ho scelto di fidarmi del nonnino, ma già mi sentivo essere il pasto degli insetti che popolavano la sua fattoria. Siamo partiti col suo furgoncino campagnolo, io sul cassone tra i bagagli, coperto da un telo di plastica perché aveva iniziato a piovere.

Arrivati al "rancho" come un raggio di sole spunta fuori dalle cucine sua figlia Rosaria. Incredibilmente giovane, dato che nonno Tex aveva più di 70 anni lei poteva esserne la nipote. E che nipote! Un vero fiore delle praterie, su un corpo statuario i lineamenti delle indiane più belle ma con qualcosa in più: due magnifici occhi verdi! Questa bellezza così inconsueta mi ha folgorato per un attimo, e appena mi sono girato c'era il padre che mi squadrava per ricordarmi che qui le storie d'amore finiscono in matrimonio o a fucilate. Quindi Rosaria sarebbe stata rispettata come la figlia di un uomo armato.

Quindi per distrarre le mie attenzioni ha chiamato uno dei suoi contadini, e l'ha obbligato a offrirmi una canna. Così io e Manuel siamo andati a fumare seduti sui binari del treno davanti a un tramonto rosa e blu. Di tanto in tanto passavano gruppi di Indios stanchi della giornata, col loro odore selvatico di resina e foresta. Manuel era molto contento quando il padrone lo mandava a fumare con i clienti invece di zappare la terra. Lui non conosceva le cartine, usava fumare la sua erba auto prodotta con pezzi di giornale, cartoni o pipe rudimentali. Gli ho regalato mezzo pacchetto delle mie "Smoking", che lui guardava incantato per la prima volta, tenendole nelle sue grosse mani callose come se fossero state farfalline.

Divisadero 04.08.2002

La colazione "ranchera" che Rosaria ci aveva preparato sul fuoco era molto essenziale e contadina: uova fritte e fagioli. Erano le sei, e Nonno Tex era già sveglio da tempo; nel posacenere di fronte a lui già erano spiaccicati quattro mozziconi delle sue sigarette senza filtro. Quando lo guardavo mi convincevo che fumare non facesse poi così male... Per ingannare l'attesa si è messo a costruire un paio di sandali nello stile indiano, usando un copertone per la suola e un laccio di pelle. Siamo partiti per un'escursione nel Canyon del Rame insieme a Manuel, un omaccione di quasi 70 anni che marciava sbuffando come un carro armato, e i due candidi Danesi con i loro occhi azzurri che abbagliavano.

Anche loro si sono presentati già con la sigaretta in bocca, mi sono sentito in uno spot pubblicitario della "Marlboro Country", dove fumano pure i cavalli. Io per non essere da meno degli altri attori mi sono fatto una canna con Manuel. Così siamo partiti, giù e giù per il canyon, ogni tornante si aprivano nuovi panorami spettacolosi, mentre la nebbia mattutina si andava diradando sotto un sole sempre più crudele. A fondovalle si incontravano piccoli campi coltivati a mais da alcune sperdute famiglie Indios che vivevano in casupole di pietra lì intorno. A volte incrociavamo un bambino o un pollo.

Siamo risaliti per un monte che terminava con un monolite fallico, e dominava un nuovo scenario fantastico. Lì ci siamo divisi: loro rimanevano qualche ora, io tornavo su da solo per prendere il treno delle 15, e la salita era ben più dura della discesa. Manuel mi ha spiegato dove passavano i sentieri ed io ho pensato di aver capito. Mi sono incamminato tra polli, bambini, casette di pietra e campi di mais, e ho imboccato un sentiero che saliva su un costone e mi ricordava quello da cui eravamo scesi. Invece dopo un ora di risalita il sentiero andava scomparendo nel nulla, mentre sopra di me si ergevano pareti di pietra impossibili da scalare anche solo col pensiero. Sotto di me passaggi ripidi e scivolosi che conducevano a precipizi buoni solo per il parapendio.

Camminavo aggrappandomi con le mani dove capitava, finchè mi sono reso conto che lì sarei presto rimasto bloccato e\o sfracellato. Quindi sono tornato indietro e ho risalito per un'altra costa: stessa storia, quasi due ore di arrampicata per finire tra i rovi mentre ero sicuro che poco sopra di me ci fosse il sentiero per la civiltà. Purtroppo non trovavo di questa nessun segnale, ne' una cartaccia ne' una lattina di Coca Cola e tantomeno di Pepsi. Intanto si avvicinavano tuonando le nubi dell' abituale temporale pomeridiano. Tutto d'un tratto ho avuto come l'impressione di essere perduto. Non perduto nel senso di non sapere dov'ero (Divisadero si vedeva benissimo sopra la mia testa), ma nel senso di non sapere come arrivarci, con una misera scorta d'acqua, tempesta in arrivo e notte da passare all'addiaccio sul ciglio di un precipizio scivoloso. Avrei potuto abbandonarmi ad una sana e giustificata crisi di panico, ma invece mi sono sentito un'ondata rabbiosa di energia e lucidità, e sono tornato giù un'altra volta, pensando di raggiungere una delle capanne indiane dove certamente mi avrebbero ospitato.

Oramai davo per perso il treno delle 15, tanto valeva riposarsi e conoscere qualche Indio e i loro polli. Raggiunta una casupola sono emerse dal pietrame due ragazzine molto schive, poi un tizio col cappello bianco. "Donde vas?" mi ha detto stupito, "Divisadero!"gli ho risposto, e il suo braccio ha compiuto un semicerchio nella valle fino a fermarsi davanti una delle coste che non avevo ancora scalato. "Arriba!" ha aggiunto solenne. Non ho chiesto ospitalità perché nella sua casa c'era posto appena per lui, le ragazzine e il pollame, quindi armato di nuove energie e certezze sono ripartito . Il sentiero saliva su dritto verso la cima, una salita in cui mi girava la testa per il calore, lo stress e la poca acqua.

Quasi in cima ho ritrovato il sentiero fatto all'andata che scendeva delicatamente tra le pinete ombrose; l'ho guardato, ci ho sputato sopra e sono arrivato a Divisadero. Al primo chiosco ho comprato tre litri d'acqua che ho bevuto completamente, poi ho fumato due sigarette di seguito mentre guardavo il fondovalle da cui venivo. Alla stazione incredibilmente ho trovato il treno che portava ritardo, mi aspettava il vecchio pistolero con i miei bagagli e la figlia bona. Ci siamo salutati da amiconi e sono partito per Los Mochis.

Il treno passava nel canyon sul ciglio dei burroni, mi sembrava di essere sospeso nel vuoto perché raramente si vedeva la terra su cui poggiavano i binari. Sotto di me i mille torrenti che scavavano altri canyon, e sopra i picchi rocciosi avvolti dalle nuvole ed una natura lussureggiante che ricopriva tutto.

Alamos 05.08.02

Non potevo non passare in questa cittadina che tanto è stata protagonista dei film western, dato che era ad un tiro di schioppo da dove ho lasciato il treno. Sembra che in passato, dopo lo splendore dato dall'oro e dall'argento che qui si estraeva, sia stata un paese fantasma, finché un allevatore americano, tal William Alcorn sia giunto per restaurare un lussuoso palazzo spagnolo poi trasformato in albergo. Da allora Alamos è risorta, e qui vengono a svernare i nordamericani e i Messicani ci vengono in vacanza ad agosto.

I palazzi più belli sono abitazioni private oppure hotel a me inaccessibili. Il luogo è interessante a livello naturalistico, perchè sta al confine tra la zona desertica e quella giunglosa. Per me, a parte visitare un paio di cantine, non c'è molto da fare. Un qualsiasi approccio alle poche signorine di passaggio sarebbe stato un certo preludio di un "mezzogiorno di fuoco", dunque me ne sono rimasto buono sulla piazza, guardavo chi passava e sentivo che si diceva...

Solo prima di partire ho scoperto che il vero protagonista dei film western era il forte di Alamos in Texas, attaccato dal tristemente famoso colonnello Santa Ana, quello che perse in battaglia la metà del Messico e poi vendette agli USA altri pezzi... Il posto in cui ero non aveva nulla a che fare con il cinema...

INSERTO SPECIALE: LA CUCINA MESSICANA!

Come tutti sanno , il cibo più comune qui sono i "tacos". Sono fatti con una "tortilla" che è una versione in miniatura delle nostre piadine romagnole che può essere di farina di grano o di mais, quest'ultima versione ben presto stanca il palato. Sulle "tortillas" si appoggia uno spezzatino di carne o verdura, formaggio, fagioli e quello che capita. Si piega a metà e buon appetito. La versione da passeggio è il "burrito" (somarello), una piadina vera e propria riempita con gli stessi ingredienti ma stavolta arrotolata.

Questi e i "tacos" si trovano sulle bancarelle di ogni angolo del Messico, sempre con gli stessi sapori. I "tacos" possono essere ricoperti di salsa e panna e cotti al forno prendendo il nome di "enchiladas". Col mais ci si fa anche la polenta che qui si dice "tamal" e viene cotta dentro le foglie di palma. La carne e il pollo di solito sono alla brace, senza troppi fronzoli ne' alchimie culinarie perché il sapore è già ottimo così. Si fa molto il brodo, ma anche questo è sempre uguale a se stesso dal nord all'estremo sud del paese.

Il sapore che si ritrova ovunque è il "chile", un incrocio tra i nostri peperoni verdi ed il peperoncino, piccante a diverse gradazioni, e col deciso sapore di peperone. Questi si fanno ripieni e si frullano per sintetizzare delle salsine che contaminano qualsiasi piatto. I fagioli quasi sempre sono schiacciati e ripassati in padella, di solito si mangiano a colazione (per chi ce la fa) con le uova fritte. La dieta messicana è prevalentemente carnivora, le verdure si usano più a scopo decorativo che nutrizionale. Una cosa che mi manca parecchio è l'insalata, va evitata attentamente, pena intossicazioni e malori brutti.

I posti più convenienti e in cui la cucina è sempre genuina sono i mercati, più o meno &egra