Viaggio in Siria: il krac dei cavalieri

Nel 1993, agli inizi di dicembre, mi venne proposto un lavoretto in Siria.
Era la prima occasione offertami di visitare una nazione del medio oriente e accettai entusiasta, senza neppure discutere la cifra dell’ingaggio.

L’undici di settembre 2001 era allora inimmaginabile per il grande pubblico occidentale, poiché nessuno aveva ragione di temere più di tanto dai paesi arabi.
Neppure io, quindi presi con filosofia l’onere di produrre un paio di certificati, uno riguardante la negatività del test dell’AIDS e l’altro l’avvenuto battesimo. Quest’ultima richiesta del governo siriano si spiega con la lapalissiana constatazione che se uno é cristiano non può essere ebreo, quindi filo-israeliano. Mi domando come si regolano con i figli non battezzati degli atei; forse gli fanno calare le mutande come facevano i nazisti!
Ad ogni modo, ecco come vissi allora quella trasferta:

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Sono amico personale di Valter X., il giovane titolare della ditta italiana X-Plast che mi invia laggiù. La mia collaborazione con l’azienda, sebbene episodica, data diversi anni e non é né il primo, né spero sarà l’ultimo incarico che svolgo per loro in giro per il globo.

Per affari, oltre alla Siria, Valter é già stato in Egitto e Yemen, quindi prendo molto seriamente i suoi consigli. In vero sono soltanto un paio:
- Non parlare di politica o di religione e porta pazienza, pazienza, pazienza, tanto ti pago lo stesso.

Quanto sia vero il secondo dei consigli lo provo appena sbarcato all’aeroporto di Damasco. L’atmosfera é quella lugubre dei paesi a regime poliziesco che già esperimentai in Unione Sovietica.

Le medesime lunghe attese, apparentemente inspiegabili, secondo me fanno parte di un programma inteso a fare entrare bene nella zucca della gente che sono dei nulla di fronte all’apparato statale che la sovrasta. Questo vale anche per noi stranieri, sia che si vada a lasciargli valuta come turisti o a cavargli le castagne dal fuoco come tecnici.
Si dovrebbe trattare comunque di un fastidio transitorio poiché, appena fuori di quell’area, mi é stato garantito che sarò circondato dalla sincera cordialità dei soci locali di Valter.

Dopo una quarantina di minuti di coda un funzionario mi consegna una carta gialla con diciture in arabo e inglese. Pongo molta attenzione nel compilarla, perché un minimo errore potrebbe costarmi un’altra mezzora o più di tempo perso. Infine, dopo aver riletto più volte quanto scritto la restituisco completata assieme al passaporto. Sul libretto ci sono molti timbri e questa brava gente fatica non poco a identificare le numerose nazioni che ho visitato negli ultimi anni. La loro preoccupazione é che gli scappi la paginetta dove esista un’eventuale bollo del loro nemico storico: Israele. Io non ci sono mai stato e sono tranquillo, semplicemente mi ripeto: porta pazienza.

Un’ora abbondante dopo aver messo piede a terra, sistemati i papiri, passo finalmente alla dogana. Sulla cifra di denaro che dichiaro non trovano da ridire, ma la valigia la vogliono controllare. Io fumo il tabacco olandese Drum, ma con me porto un paio di stecche di sigarette americane. So di averne una di troppo, ma so pure che questo farà la gioia del doganiere che arraffa un paio di pacchetti sorridendomi. Ipocritamente gli ricambio il sorriso e gli allungo altri due pacchetti per i suoi colleghi.

Questo lo rende ancor più felice e smette di frugare, non solo, ma rimette tutto in ordine meglio di come non abbia fatto mia madre alla vigilia della partenza. Come mi spiegherà Toni la corruzione é il lubrificante dell’ingranaggio sociale ed esistono dei professionisti cui rivolgersi, dando una prima mancia, per sapere quanto, e soprattutto a chi, passare la seconda e più cospicua bustarella secondo le tue necessità.

Ora mi trovo nella piccola sala d’accesso all’aeroporto e non vedo Toni. A causa del tempo perturbato che ha rallentato il volo e alle lungaggini doganali, sono in ritardo di almeno un’ora sul nostro appuntamento. Dimentico di portare pazienza e mi preoccupo. Forse non mi ha aspettato ... no, non é possibile. Sto ancora ragionando all’occidentale e penso ad un errore dovuto alla differenza di fuso orario e a un sacco di altre minchiate. Intanto passa un’altra mezz’ora. Vorrei andare al bar, dovrei andare al cesso, vorrei che a Toni venisse una ... diarrea!

Nell’attesa vi descriverò quest’individuo; servirà anche a me per riconoscerlo poiché non lo vidi che di sfuggita una volta soltanto. Veramente non si chiama proprio così; Toni é l’approssimazione nostra del suo vero nome, impronunciabile per un italiano.

Ad ogni modo é un arabo siriano di religione cristiana di non so ancora di quale chiesa, forse é cattolico o forse ortodosso; cercherò poi di capirlo con calma. É un uomo sui trentacinque, simpatico, molto volenteroso e intelligente che un paio d’anni fa rimase un mesetto in Italia presso la X-Plast per imparare a condurre le macchine per stampaggio della plastica. In quel periodo approfittò della nostra ospitalità per imparare qualche parola della nostra lingua, compilando pure un quadernetto di termini tecnici e gastronomici.

Finalmente arriva! Non ho dubbi, lo riconosco subito. Il ritardo é “appena” di un’ora e mezza e lo giustifica in parte col traffico e in parte con argomenti che non comprendo. Ad ogni modo l’incontro é festoso e compensa la lugubre accoglienza dei doganieri.
É sera. Le giornate dicembrine sono tra le più corte dell’anno anche a questa latitudine e fuori é buio. Ci aspettano molti chilometri, ma le occasioni del mio accompagnatore di venire a Damasco sono rare e deve approfittare di ogni possibilità per visitare i suoi parenti in questa città. Il traffico é caotico e intenso quanto potrebbe esserlo a Roma.

Ovunque si vada ci offrono il caffé alla turca. Mi scotto un paio di volte, alla quarta rinuncio allo zucchero per non intorpidirlo maggiormente e alla quinta posso dire d’essere capace, sia di bere, sia di apprezzare al pari di un arabo questo nero intruglio. I miei ospiti sono cordiali, persino espansivi, nonostante rimangano seduti secondo una disposizione chiaramente gerarchica al cui vertice stanno gli anziani e via via man mano che scende l’età, così pure per le donne, ma un po’ “sfasate” indietro.

Uno di questi patriarchi mi mostra con orgoglio un paio di enormi bossoli d’ottone finemente cesellati da lui stesso e destinati alla funzione di portaombrelli.
- Furono sparati sulla città dai francesi.

Come sempre mi sono preoccupato di darmi una infarinatura di storia locale e, prima che l’uomo termini, domando se fu durante l’assedio del 1926, ben sapendo di fare centro.

Toni gongola per la mia bella figura, che poi é anche la sua. Anch’io, da buon vanesio, sono fiero di me, inoltre seguendo il primo dei consigli di Valter, quello sul non parlare di politica, ho stabilito di manifestare le mie conoscenze soltanto fino alla fine della seconda guerra mondiale, per non impelagarmi con la sucessiva nascita dello stato di Isralele, con la lunga lista di colpi di stato siriani e con gli americani, prima di allora del tutto sconosciuti qui in medio oriente.

Verso le dieci finalmente usciamo dalla città e puntiamo a nord, verso Homs, la Milano siriaca. Toni ha una guida piuttosto disinvolta, o forse io sono un po’ troppo pauroso. Fatto sta che le curve sono poche e ampie, ma i dossi sono la norma e a me terrorizza l’idea di tamponare qualcuno più lento di noi o addirittura in panne, invisibile oltre le cunette. Alle undici facciamo una sosta ad una stazione di servizio. Non soltanto Toni, ma anch’io ho una voglia matta di farmi un goccetto. In Siria si possono vendere e consumare alcolici, (almeno così era, non so dopo la mia visita) e non sono pochi gli stessi musulmani che bevono vino o birra quando sono fuori del loro entourage di parenti e conoscenti. Per me e il mio compagno di viaggio, che teoricamente potrebbe bere ciò che vuole, non é stata la vergogna a impedirci di farlo a Damasco, ma il semplice fatto che nessuno ci ha offerto altro che the o caffé.

Una bella birra e via! Ci voleva ... beh, per me senz’altro, ma Toni, che mi era parso già un po’ euforico all’aeroporto, adesso mi preoccupa più dei dossi. Ora il pericolo viaggia con noi, all’interno dell’auto. Verso mezzanotte il mio autista decide molto saggiamente di farsi un sonnellino e ci fermiamo. Io sono troppo nervoso per imitarlo e scendo a fare quattro passi.

Il buio é totale, inoltre, un vento della malora e un freddo pungente mi ricordano che siamo nel deserto, quindi rientro in macchina a fumarmi una sigaretta di quelle fatte. Non ho voglia di arrotolare e non vedo l’ora di arrivare in hotel, ma non oso svegliare Toni perché dalla durata e tranquillità del suo riposo potrebbe dipendere l’arrivarci vivo o meno.

Mezz’ora é sufficiente a riportare in vita il mio accompagnatore che, fresco come una rosa damascena, riprende la guida ad una velocità ottimale. Alle due del mattino siamo a Homs a casa sua dove la moglie e le due bambine sui dieci anni ci attendono ancora sveglie. L’accoglienza é calorosa, ma dobbiamo subito ripartire per Al Wadi, sulla strada per Tartus. Si viaggia un’altra oretta sotto un cielo rischiarato e finalmente vedo il sospirato hotel che mi ospiterà.

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Ci attendono in piedi il direttore Dimitri ed un cameriere. La vista di una invitante tavola imbandita mi ricorda che sono almeno quindici ore che vado avanti a panini e il sonno lascia il posto alla fame. Chissà se qui servono anche del vino. Certo che sì! non devo neppure chiedere perché Dimitri mi mostra con orgoglio una bottiglia di bianco proveniente dai vigneti del Libano, nazione qui a due passi. I francesi saranno pure stati dei bei bastardi, ma almeno nelle loro ex colonie hanno lasciato un patrimonio vitivinicolo di tutto rispetto.

Per la prima volta mangio alla maniera di questi paraggi. Rifiuto le posate e afferro anch’io i cibi con le dita, servendomi del pane spianato tipo piadina. Il tavolo é letterelmante occupato da piatti di forma ovale contenenti ognuno qualcosa di diverso. Nel caos di quel ben di Dio riconosco soltanto le olive, belle e pasciute, chiare o scure riempite di qualcosa o semplicemente annegate in qualche salsa. Chiedo a Dimitri, un giovanotto greco, di farmi una scaletta basata sul piccante di ogni piatto. Secondo Valter questo del piccante avrebbe potuto essere il più grosso scoglio sul mio cammino gastronomico, ma lo supero brillantemente, almeno per ora, facilitato dall’energia cinetica del vinello che trascina qualunque cosa giù per la condotta forzata del mio esofago rinforzato.

Arriva un’altra bottiglia. Nonostante la bontà di quel nettare mi impongo la legge dell’uno a uno, ovvero intercalare un bichiere d’acqua ad ogni bicchiere di vino. Vedendomi intento a sbafare con gusto, i due si lanciano in una conversazione tra loro in arabo di cui non capisco neppure una sillaba. Me ne frego e continuo la mia scorribanda gastronomica. Verso le quattro la cenetta termina e finalmente posso buttarmi sul letto. Non mi svesto neppure e manco mi sogno di aprire la valigia.
Nessuno avrebbe dovuto venire a scocciarmi prima delle dieci per rifare la camera, ma un martellìo mi sveglia verso le otto e mezza. Degli operai stanno sbaraccando il pavimento alla stanza accanto per riparare la perdita di un tubo dell’acqua. Beh, pazienza. Mi svesto, mi lavo e mi cambio, poi scendo nella hall.

Al banco trovo una ragazza abbastanza giovane con in testa lo hijab, il tipico foulard delle musulmane che lascia scoperto soltanto il viso. Vedendomi entrare mi viene incontro e mi si rivolge in inglese:
- Mister Bruno? Benvenuto. Io sono Melina e assieme a mio fratello Dimitri dirigo questo albergo.

Una volta sentii qualcuno sostenere che le donne elleniche, quelle di oggi, sono le più belle del mondo. Per la prima volta sono cosciente di trovarmi davanti a una greca e non ci trovo niente di eccezionale, però ... forse é a causa del suo abbigliamento; dopo colazione me la studio con calma.

Il mattino non sono mai molto brillante e non m’accorgo d’essere rimasto imbambolato a guardarla. Lei sì, e comprendendo quanto poco io mastichi la lingua d’Albione, mi ripete la presentazione in francese, poi aggiunge:
- Non vi sorprendete per il mio modo di vestire, sono cristiana come voi, ma questi abiti mi semplificano la vita, e poi sono molto comodi.
- E molto sensuali.
Sono abituato a mentire con le donne, però questa mi é scappata. Non fa niente, m’accorgo che non le dispiace; in fondo é un complimento anche se forse inopportuno partendo da uno sconosciuto.
- Vi faccio servire la colazione?

Accidenti, saranno appena cinque ore che ho mangiato come un porco, eppure ricominciare mi alletta. Poco dopo mi raggiunge Toni. Straordinario: stanotte non é andato a dormire, bensì al lavoro e adesso é in pausa per uno spuntino.

Qui devo aprire un’apparentesi sulla laboriosità dei popoli. Girando per l’Italia assegnerei questo primato agli emiliano-romagnoli, girando per l’Europa, e riferendomi al mio lavoro in particolare, la terrei per noi italiani a pari merito coi polacchi e i serbocroati. Pareri miei discutibili, é vero, però da come mi ha raccontato Valter, l’esagerato Toni non é un eccezione in questo paese.

Arrivando ha interrotto le mie osservazioni periscopiche di Melina. La ragazza é sempre rimasta in giro spolverando e sistemando suppellettili, dandomi modo di vederla in tutte le posizioni, sebbene di spalle. L’ampio vestito che poco lascia intendere se la donna rimane ferma in piedi, una volta in movimento si adagia, si tende, un po’ si solleva e disegna tanti piccoli particolari del corpo. Per un progettista come me non é difficile sintetizzare tutte queste curve, interpolare le zone d’ombra e ricomporre in tre dimensioni il suo corpo snello e contemporaneamente morbido e ravvedermi sull’affrettato giudizio iniziale.

Poco dopo sono pronto a seguire Toni al lavoro. Il capannone della Sir-Plast si trova a poche centinaia di metri dall’albergo. É un prefabbricato in cemento abbastanza moderno e funzionale. Al centro é piazzata l’enorme macchina per stampaggio della plastica, l’oggetto del mio intervento. Mentre da noi vi lavora un solo operaio, qui sono in quattro e tre sono delle vivaci ragazzine! Sono pure carine e mi offrono immediatamente un caffé.

Con Toni controlliamo il voluminoso quanto pesante stampo arrivato via nave a Tartus partendo dal porto di Genova un mese fa. Constatiamo che durante il trasporto non é stato danneggiato niente; in particolare ci preme l’impianto di raffreddamento poiché la meccanica é a prova di bomba. Ci sono pure gli schemi, anche se io prudentemente ne ho portato una copia con me; meglio, così potrò scarabocchiarvici sopra le mie note senza problemi.

Alle dieci ci interrompono per comunicarci che il Colonnello Thal ci attende. Mister Thal é il principale socio di Valter, quindi il capo della baracca. L’uomo é affabile e non ha per nulla l’aspetto del militare, sebbene in pensione. Lo incuriosisce il mio tabacco olandese e mi prega di lasciargli fare una sigaretta. Scopro una peculiarità del luogo: le cartine non hanno colla. Le si lecca e poi si strappa, (attenzione: non si taglia!) una striscia di almeno quattro millimetri, poi si rilecca e si chiude. Dopo cinque secondi la saliva si secca e tiene che é una meraviglia. Ci provo anch’io e ci riesco al primo tentativo.

La cosa é troppo curiosa e incoraggiato dalla sua aria bonaria gli chiedo se posso scattargli una foto mentre arrotola. Concesso, anzi, chiama a raccolta la famiglia e io fotografo tutti. La padrona di casa poi mi accompagna in giro per le stanze e mi illustra tutti i numerosi ritratti di parenti ed avi che lì si trovano. Intanto una delle figlie prepara il caffé. É già il terzo che prendo da quando mi sono alzato, ma non sarà l’ultimo.

Dopo passiamo nel frutteto dove melograni e arancie sono in piena maturazione. La fabbrichetta é immersa nella campagna collinare di Al Wadi, una valletta che parte a metà strada tra Tartus e Homs, un piccolo giardino dell’Eden se confrontato al resto del paese prevalentemente desertico. Sullo sfondo si vedono le montagne del Libano, alte oltre 2.000 metri e con le cime innevate. Mister Thal ci riempie di arancie e a Toni ne offre addirittura un paio di panieri perché ne distribuisca a tutti i suoi parenti. Anche a me spetta un paniere ricolmo, sono per me e per la squadra che lavora alla nostra macchina.

Quando rientriamo nel capannone tutti smettono di lavorare e festeggiano il magnanimo ex-colonnello. É una scena commovente. Mentre Toni riprende la preparazione del nuovo stampo io mi reco negli uffici del secondo edificio, di esclusiva proprietà di Mister Thal e altri suoi soci siriani. Anche qui si stampa plastica, ma con macchine più piccole. Sebbene adesso si parli di questioni tecniche, l’atmosfera rimane distesa. Altro caffé? No, stavolta prendo un the.

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Verso mezzogiorno vorebbero accompagnarmi in auto fino all’hotel, ma la giornata é splendida e la mia richiesta di farla a piedi é non solo accettata, ma pure apprezzata quando spiego che voglio entrare nello spirito del luogo tramite la lentezza di una una passeggiata.

Salendo verso l’albergo ammiro questa costruzione moderna, di marmo color arancio e di forma ispirata ad un castello medievale. Una costruzione così fascinosa non può che essere diretta da una donna altrettanto ...

Melina! Col caldo che fa qua fuori si sarà tolta qualche velo? Cavolo! C’é l’aria condizionata là dentro! C’é davvero? Ma siamo in pieno inverno e tutti tengono accesa la stufa, che ragionamenti sto facendo!

Andare a piedi da soli é davvero il miglior modo per apprezzare un posto sconosciuto. Camminando localizzo una chiesa cristiana appoggiata ad una moschea. Da questa distanza soltanto il campanile e il minareto si distinguono, uno dalla croce e l’altro dalla mezzaluna. Hanno pure la stessa altezza e questo mi pare simbolico della tolleranza religiosa abituale in Siria. Il villaggio che sto attraversando, e che porta lo stesso nome della valle, ossia Al Wadi, non possiede un vero centro, ma é composto di numerose case sparse.

Affianco un vecchio che risale la strada a cavalcioni di un piccolo asinello mentre tra le mani sgranocchia un rosario. Qui tutti gli anziani tengono in vista il loro rosario, cristiani o musulmani che siano; é una delle tante scoperte bizzarre che faccio e farò.

Tutti coloro che incontro nel mezzo chilometro tra il capannone e l’hotel, mi salutano; da principio ricambio, poi inizio ad anticiparli agitando la mano. Inutile aggiungere che la cosa mi fa sentire più al sicuro che a casa mia.

L’albergo é totalmente recintato e al portone di ingresso incontro Dimitri intento a parlare con un pastore arabo. I due si salutano e, mentre l’altro si allontana, il greco mi accompagna dentro.
- Quel tale ha chiamato suo figlio neonato col mio nome, non ti pare una bella cosa?
- Davvero ? E non Mohamed o Abdullah o quei quattro altri nomi che usano? Ma perché?
- Vedi quella fontana? Quella proprio sul muro, da cui si può attingere acqua in quella grande vasca, sia dal nosto cortile, sia dalla strada? Ebbene, io pregai e ripregai i finanziatori e il costruttore di fare così, dando modo a chi passa di dissetarsi, anche alle pecore. Ora i pastori mi adorano, basta poco capisci?
Capisco, eccome!

A pranzo scopro d’essere l’unico avventore. Dimitri mi spiega che siamo fuori stagione, altrimenti la vicinanza col Krac des Chevaliers, con la sua forte attrattiva, lo riempirebbe di turisti.
Ancora non ho visto, e mi sarebbe stato impossibile notare risalendo, questa costruzione medievale che domina la valle, poiché si trova dall’altro lato. A fine pranzo Dimitri mi accompagna sulla terrazza eposta a ponente e la imponente fortezza mi appare a non più di mille metri in linea d’aria, non pensavo fosse così vicina.
- Si può visitare?
- Certamente, e tu devi assolutamente farlo. Ti ci accompagno qualunque momento lo desideri.
- Sabato!
- Sabato é domani e devo andare a Safita. Ma anche questa città la devi vedere! É un gioiello, non prendere impegni se puoi.
- Ci verrà anche tua sorella?
- No! Purtroppo uno di noi due deve sempre stare qui, anche se non ci sono clienti.
Un vero peccato, ma dov’era adesso la mia musa? Vado nella Hall e invece di lei ci trovo Toni.

Questi non va mai a dormire. Nonostante le sue capacità lo pagano poco ed é costretto a lavorare due turni. Dove trovi l’energie non lo so: sono ammirato.
Ma ancor maggiore ammirazione mi desta la visione di Melina che passa a salutarci intubata in un paio di vaporosi pantaloni alla zuava e tanto di turbante.

C’é una cosa che Valter si é ben guardato dal raccomandarmi, ed é la prudenza. Da buon psicologo sa che proibire qualcosa ad un bambino significa invitarlo a compiere marachelle ... ma i veri discoli, questi scappano ad ogni previsione.
Mi ci gioco che quella dosa le sue apparizioni per farmi impazzire. Altroché discolo, qui devo giocare le mie carte da vecchio volpone.

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Dopo aver mangiato arriviamo al capannone appena in tempo per l’ennesimo caffé. Mentre discutiamo su come imbragare lo stampo per collocarlo sulla macchina senza che il debole carro ponte ci cada sulla testa, domando a Toni di chi sia quel ritratto di più di un metro per uno posto nel suo tinello.

É il ritratto della sua prima sposa, la madre delle sue figlie. Un’altra stranezza per me. Da noi nessuna consorte, vecchia o nuova, accetterebbe il poster di un’altra donna in casa sua, tutt’al più un ritrattuccio in un canto del ripostiglio delle scope. Questi devono aver preso qualcosa dai musulmani con cui vivono a contatto di gomito. Per loro questo secondo matrimonio é più un contratto che altro. Sebbene trombino come ricci, e su questo scommetterei la camicia, questa seconda moglie rimane giuridicamente, né più, né meno, che una badante della famiglia.

Noi siamo pronti. Domani si cambierà produzione e inizieremo a lavorare col nuovo stampo; possiamo andare a prenderci ... un caffé!
Toni mi accompagna per il restante pomeriggio per le case del paese a visitare tutti coloro che hanno espresso il desiderio di conoscermi. E sono la quasi totalità dei cristiani!

Visto l’orario quasi nessun uomo si trova in casa eccetto vecchi e bambini e siamo per lo più circondati da donne. Toni gode di molta considerazione, sia perché abita in una grande città, sia perché tutti conoscono la sua bravura tecnica. Perché non menziono la sua evidente onestà? Ma perché qui questa qualità é la norma, é insita nel DNA, é naturale, é patrimonio comune, che posso dire di più!?

Appena qualcuno mi offre del the in alternativa al caffé non esito ad accetare. I tinelli delle case si assomigliano tutti, hanno almeno un divano e numerose sedie. Ci si piazza tutti in circolo attorno a una stufetta a gas cilindrica posta in mezzo alla camera. Scopro di avere una pazienza estrema ad ascoltare ciancie che non comprendo, perché sono rare le persone che conversano con me in francese. Questa lingua oggi é parlata soltanto dagli anziani. I giovani che frequentano le scuole superiori apprendono l’inglese, ma qui in campagna sono pochissimi e quei pochi non osano andare più in là dei convenevoli per rispetto ai vecchi a cui lasciano spazio nelle conversazioni.

Alle sette di sera rientro in hotel; ho preso 17 caffé da stamani ad ora. Che influenza avranno sulla prossima auspicabile visione della mia Melina? Psichedelico-pastorale! La ragazza é seduta nella hall e fa la calza mentre, vestita come mia nonna buon’anima, guarda la televisione.

Vado volentieri a mangiare perché stasera Dimitri, dopo il libanese, mi farà assaggiare il vino siriano.
Al diavolo la legge dell’uno a uno, mi scolo una bella bottiglia da solo prima di spostarmi nella hall a vedere la tivù. Mannaggia, Melina é sparita!
- Com’era?
- Chi?
- Come chi? la bottiglia!

É Dimitri. Accidenti, lui é sempre tra i piedi (si fa per dire perché è una pasta d’uomo) mentre la sorellina sgaiattola via come un’anguilla.
Il programma a cui assistiamo arriva dal Libano. La tivù siriana é una pizza, tutto canti popolari e inaugurazioni varie presenziate dal capo di stato Assad in persona. Il Libano é ricco di canali e emette per lo più telenovelas egiziane, però qualche volta anche films americani e francesi. Curioso é che lo schermo é invaso da tre sottotitolazioni contemporaneamente: arabo, inglese e francese.

Prima di andare a dormire assaggio l’Araq, il “pastiss” locale. Beh, non male, almeno questa consolazione.
Inaspettatmente per le scale incrocio Melina confezionata in un frizzante abitino europeo. Stupidamente inciampo. Nella disgrazia almeno riesco a vederle le gambe da sotto in su.
- Vi siete fatto male?
- No, grazie. Non é niente.
- Buonanotte.
Tutto qui. Freddina la tipa, però che cosce! Forse é meglio che stanotte prenda un sonnifero.

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Nonostante le pasticche non posso dormire oltre le nove. Le riparazioni alla camera accanto continuano. Oggi non lavoro e quindi posso dedicare un po’ di tempo a organizzarmi e a ripulirmi ben bene. Bello, sbarbato e pettinato scendo nella hall.
Melina é lì, nuovamente arabo-vestita.
- Oggi festa signorina!
- Davvero signor Bruno? Guardate un po’ chi c’é.

Immancabile Toni mi attende. Altro che settimana corta! con lui c’é Al Kalehb, l’ingegnere musulmano che ha studiato a Perugia. Già, lui ha festeggiato ieri, venerdì.
Prima di partire scambio uno sguardo con Melina. Lei scuote la testa e sorride compatendomi. Dunque é umana.

Mi informo se almeno stanotte Toni é andato a dormire. Sì, beh, meno male per lui.
L’ingegnere parla italiano meglio di me, però inizialmente sembra non comprendere una mazza, o fa l’indiano (lui siriano) per capire se io capisco qualcosa di quello che sono venuto a fare. Mi lancio in una conferenza sullo stampaggio e sulla sua storia. A questo punto si tradisce ponendomi un paio di domande piuttosto intelligenti ed allora cambio registro e vengo allo specifico. Suppongo d’aver superato l’esame, ma ahimé!

Se pensavo di cavarmela in un’oretta devo ricredermi, ora si continua a discorrere del più e del meno. Pazienza! Ad ogni modo vengo a sapere da lui che il colonnello Tahl, nel 1963, partecipò alla presa del potere assieme ad Hafez al-Assad, l’attuale presidente. Questa fu la prima volta al mondo che l’arma dell’aviazione portava a termine da sola un colpo di stato. E chi l’avrebbe mai detto che il gentile signore, che ieri mi aveva chiesto se per favore poteva farsi una sigaretta col mio tabacco, fosse stato in gioventù un duro tra i duri?

Chiedo a Kalehb se il colonello era un buon pilota e se sia stato un eroe di guerra e lui la gira sul vago. Naturalmente, essendo fatti relativamente recenti, non mi permetto di ricordargli che i loro Mig, forniti dai russi, vennero tutti abbattuti al suolo da un inaspettato raid israeliano. Ad ogni modo no ci sarebbe mica da vergognarsi in questi frangenti, ossia, senza aereo neppure il Barone Rosso si sarebbe fatto un nome.

Finalmente mi libero e torno in hotel. Mentalmente scommetto su come troverò vestita la direttrice.
Stamani ha ripetuto l’abbigliamento di ieri mattina, sarebbe logico aspettarsela agghindata come ieri a pranzo ... no, troppo semplice, quella vorrà di sicuro sorprendermi.

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Infatti, mi frega non facendosi vedere. Dimitri mi consiglia di tenermi leggero perché il viaggio verso Safita sarà agitato. Agitato? Credevo di andare via terra e non per mare. Approssimazione della traduzione: si va in macchina, ma i numerosi sassi caduti o riaffiorati in mezzo alla strada ci fanno davvero ballare su questa berlina dalle sospensioni scariche.

Il percorso é una stradina di montagna dove in molti punti non si passa in due contemporaneamente. L’asfalto ora c’é, ora sparisce mentre i burroni sono sempre lì a minacciare la mia digestione. Chiacchierando il tempo passa, ma credo che la nostra media sia quella di una bicicletta poiché dopo un’ora e mezza ancora vedo il Krac in lontananza. Adesso é un altro castello a imporsi alla mia vista: Le Castel Blanc.

Come dice il nome questa bianca torre incombe sulla cittadina di Safita. Anche questo castello venne costruito al tempo delle crociate. Nel corso dei primi secoli venne più volte danneggiato da terremoti e ogni volta venne rimesso in sesto dai cavalieri Templari. Da questo castello si vede il Krac e viceversa, questo era molto utile ai crociati per controllare capillarmente la zona. Disgraziatamente il guardiano é assente e non possiamo visitare l’interno della torre. Poco male, mi dice Dimitri, la visita al Krac mi compenserà ampiamente. Le case della città sono costruite in prevalenza con i soliti blocchi calcarei arancioni, ma non mancano altri colori a ravvivare la tavolozza.

La mia guida, di prim’ordine, mi indica una facciata in cui chiaramente sono stati rimossi i balconi. Infatti sotto alle finestre del primo e secondo piano le pietre cambiano tonalità.
- Prima erano porte e finestre e se osservi bene ai lati vedi le stesse pietre occupare il posto che prima era delle mensole che sostenevano le lastre del balcone.
Il perché? Semplice: la casa venne costruita da un cristiano e poi comprata da un musulmano che per impedire ai passanti di vedere le donne di famiglia, eliminò i balconi e restrinse le finestre!

Dimitri ha appuntamento con qualcuno al Cham Palace, un albergo ancora più lussuoso del suo. Mentre egli confabula con dei signori io scopro che al bar una bottiglia di Bitter Campari! E dov’é che non si trova questo nettare padano? Dappertutto, anche dove non conoscono la Ferrari, Garibaldi e Pavarotti. Quando Dimitri ritorna al mio tavolino lo obbligo a scolarsene un paio e a complimentarsi per il suo sapore. Non fatica ad assecondarmi.

In questo hotel costa tutto molto caro e vorrei essere io ad offrire, ma, come già mi é successo fino ad adesso, nessun cameriere accetta mai denaro da me quando sono in compagnia di qualcuno del luogo: l’ospite é totalmente a carico, questione d’onore.
Passiamo a ritirare una cassa piena di ghiaccio e carne, domani ci sarà un pranzo importante e qui in montagna la merce é genuina come in nessun altro luogo.

Durante il ritorno scopro la passione musicale del mio amico: i Gipsy Kings. Gli parlo anch’io delle mie preferenze e lui si rallegra che io conosca il Syrtaki e mi regala una cassetta di musica greca. Perfetto! La farò suonare al ristorante dell’albergo al posto delle nenie arabe che mi opprimono durante i pasti. Veramente ho già chiesto al cameriere di suonare le cassette rocchettare che ho portato con me, ma dopo soltanto un brano ha rimesso le sue tiritere. Adesso voglio proprio vedere se si rifiuterà di suonare interamente la musica del suo capo!
E poi ... poi c’é che voglio sorprendere la greca Melina ballando il Syrtaki!

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É sabato sera e qualcuno dei cristiani benestanti di Homs e di Tartus sceglie in nostro hotel per cenare con famiglia a rimorchio; non sono molti, ma i bambini fanno un gran chiasso, come é normale che sia dappertutto. In genere non sopporto tutto questo casino, però almeno copre la musica. La mia cassetta greca me la voglio giocare bene e non la tiro ancora fuori. Sono solo al mio tavolo e mi dedico a mangiare, masticare e catalogare. Purtroppo non ricordo uno solo dei nomi delle pietanze, tremendamente difficili da pronunciare e quindi da memorizzare. Ricorro a dei numeri a cui abbino una descrizione più un commento sul gusto, il grado di piccantezza, ecc.

Prevedendo che difficilmente Melina avrà tempo per me, passo al rapporto uno a zero tra vino e acqua e mi scolo un paio di bottiglie di Bianco Libanese. Quando sono bello cotto vado a dormire. Ho scoperto che gli operai sono cristiani e quindi domani non dovrebbero lavorare alla stanza accanto, d’altro canto, un paio di bottiglie sono un sonnifero ben migliore delle pasticche.
Alle nove del mattino mi sveglio una prima volta. Va tutto bene poiché siamo sfasati di soltanto un’ora rispetto all’Italia, dove adesso sono le otto. Il piacere di poltrire a letto sta appunto nello svegliarsi ogni tanto e constatare che si può ancora riaddormentare iterativamente. Inoltre, man mano che il sonno si fa più leggero si possono incominciare i sogni da dove vogliamo noi, almeno per me é così e l’incipit é sempre una dedica a Melina. Prima me la porto in giro su un cavallo bianco, poi in barca a vela, e poi ... censura.

Scendo per pranzo pimpante quanto non mai. Due bottigliette a cena non lasciano certo tracce su di un piemontese di ataviche tradizioni vitivinicole. L’oggetto dei miei sogni é nella Hall e oggi indossa un completo nero da uomo d’affari, come fossimo nella city di Londra. Non finisce mai di stupirmi.
- Allora signor Bruno, come mi trovate oggi?

Rimango senza parole e mi giro attorno: sono tutti agghindati da pinguino! Dimitri mi spiega che oggi ci sarà un pranzo di rappresentanza con industriali europei e locali più qualche alto papavero di Damasco e tutti devono portare quella livrea.
- Ma tu non la indossi, perché Melina sì?
- Oh, lei é un po’ mattacchiona, é tanto per provarla. Mica é sua e adesso se la toglierà.

La ragazza ride di gusto poi torna a rivolgersi a me.
- Non vi dispiace se vi mettiamo a mangiare in una saletta? Il salone sarà stracolmo. Guardate che é quella più lussuosa che disponiamo e sarò io stessa a servirvi il pranzo.

Vorrei rispondere con una battuta all’altezza della situazione, ma Dimitri riprende a parlarmi.
- Vedi, il turismo straniero in Siria, se non fosse per gli uomini d’affari, languirebbe abbastanza. I turisti hanno ancora paura a venire in Medio oriente.

Il ragazzo ci tiene a spiegarmi ogni particolare del funzionamento del paese che ci ospita. Credo lo faccia con me perché difficilmente può confidarsi con altri clienti ed io sono indubbiamente un buon ascoltatore, oltre che avido di conoscenza. Questo sembra appunto accomunarci.

Poco dopo sono nella saletta seduto su una di quelle sedie stile qualche Luigi dal dodici al sedici, roba scomoda dallo schienale diritto. La posateria é d’argento e i bicchieri di cristallo. Porcaccia la miseria! Dovrò porre molta attenzione per non insudiciare la tovaglia di pizzo e non rompere niente. Quella donna é tremenda, indubbiamente si é accorta di quanto sono rustico e vuole mettermi in soggezione quando saremo a tu per tu. Ma siamo poi tanto sicuri che la interesso? Beh, forse soltanto come innoquo passatempo in questo posto da lupi. Lupi? Non scherzo, ci sono davvero tutt’attorno sulle colline, li sento ululare la notte, come sento i versi di gufi e civette.

Adesso Melina indossa quei deliziosi pantaloni alla zuava e quel turbante che le ho visto ieri: mamma che odalisca! Verso la fine del pasto si siede un attimo davanti a me. Le domando che ci fanno qui due giovani come lei e il fratello.
- Nostro padre é direttore di uno dei più grossi hotels di Atene ed é anche azionista in questo. Secondo lui é il posto ideale perché impariamo il mestiere senza perdere la concentrazione prima di passare a un incarico più impegnativo.
- Vostro padre é indubbiamente saggio, ma anche un po’ sadico a confinarvi qui. Non vi manca la grande città?
- No, non più di tanto. Sapete, io ho un carattere molto contemplativo, molto diverso da quello di mio fratello e specialmente dal vostro. Da come raccontate voi amate viaggiare e vi sentite in obbligo di agire, lo vi legge negli occhi.
- Oh, no! Sono più sedentario di quanto crediate!
- Allora dovrei ritenere che avete mentito raccontando le vostre imprese sportive a Dimitri.
- Imprese! Non esageriamo, abbiamo le montagne in casa ed é normale salirle, sono lì a due passi!
- Beh, c’é modo e modo, io ad esempio ci salgo seguendo i sentieri. Anche il signor Valter é altrettanto spericolato?

Ahi! Ancora una volta trovo il mio amico, giovane, bello e ricco, tra me e una ragazza.
Mentre io veleggio verso i quaranta, Valter ha appena superato la trentina. Ritornerò con altri particolari sulla nostra amicizia, ma adesso é necessario parlare di donne. Non é che lui si dia molto da fare, però sono in molte a braccarlo, anche tre-quattro contemporaneamente e in teoria dovrebbero avanzarne anche per noi, i suoi amici. In realtà succede come nei branchi dei leoni: un solo maschio domina e tutti gli altri rimangono all’asciutto. Questo non per volontà del nostro mite gattone, bensì per scelta delle femmine cacciatrici di dote.

Ora io potrei tentare di distruggerlo agli occhi di Melina raccontando di quando rimase paralizzato dalla paura del vuoto sulla Torre Castello, una cima molto conosciuta della mia valle, e quanto penai per convircerlo a proseguire, ma non sono uno che denigra i rivali in amore. Inoltre, non sono neppure uno stupido, poiché contrariamente alle illusioni di molti timidi, le donne in genere non sono attratte dalle esibizioni di coraggio fisico. Tira molto di più un pusillanime di cantante drogato, quindi mento spudoratamente.

- Lui? É il più audace di tutti! Temo che un giorno o l’altro ci lasci la pelle.
- Strano, quando é stato qui sembrava una persona tranquilla.
- Quando viaggia per affari cerca di controllarsi, ma non siete mai salita in auto con lui? Voi siete credente? Ebbene, c’é da raccomandarsi l’anima. E quando vola? Quello per distrarsi dal lavoro si infila tra due strette pareti rocciose inclinando l’aereo, perché se lo tenesse in piano non passerebbe.

Credetemi, una donna che lo sposasse avrebbe buone probabilità di rimanere vedova nell’arco di sei mesi. A proposito, voi siete sposata?
Lo so bene che non lo é, non solo, ma Dimitri mi ha confidato che non é neppure fidanzata.
- No, ma che dite? Vedete per caso un marito aggirarsi per casa?
- Fortunatamente no, ma qualche fidanzato, magari ad Atene ...
- Ma non vi sembra di fare troppe domande indiscrete?
- Perdonatemi, mi sto domandando molte cose e sono piuttosto confuso, ad ogni modo, non vorrei sembrarvi egoista, ma spererei proprio di no.
- Cosa di no?
- Beh, che al momento ...
- Al momento é proprio così. Adesso però devo lasciarvi alla vostra spensierata confusione, vi serve altro?

Spensierata confusione! Come si dirà mai in inglese quel coso di grammatica, quella cosa che la prima parola contraddice la seconda? l’osso di moro, no ... com’é gia che si chiama? E che ti vedo?
Oh, no! É Toni!
Che vorrà costui? Non vorrà parlare di lavoro o, peggio ancora, farmi lavorare di domenica!

**

Toni vuole portarmi a pranzo a casa sua a Homs. Inutile spiegargli che ho già mangiato in hotel e che l’ho fatto prima del solito a causa del gran banchetto nel salone.
Beh, ho quaranta minuti di viaggio per far posto nello stomaco ad altro cibo! Mi rassegno.

A casa del nostro fidato tecnico ci sono pure i suoi genitori ancora arzilli e loquaci. Dopo mangiato andiamo noi soli al suq. Dai vari films mi aspettavo una maggior confusione in questo mercato, invece é abbastanza tranquillo. Decido di comprarmi una quefia, nonché quel cordone annodato da mettere in testa per tenere in posizione il foulard stesso. Per il disegno mi lascio consigliare e mi ritrovo con un quadrettato rosso e bianco che rappresenta non ricordo quale tribù o setta.

Nuovamente non riesco a pagare, Toni mi precede. Recito un po’ di commedia tanto per fare, ormai so che é così e non comprerò più niente se non quando mi ritroverò da solo.

Usciti dal mercato visitiamo il tempio che lui frequenta, affigliato alla Chiesa Cattolica Siriaca, la stessa di Al Wadi. Il prete me la conta un po’ ed io mento dichiarandomi devoto per non far fare brutta figura al mio accompagnatore. Finalmente posso sdebitarmi un po’ offrendo una discreta cifra alla parrocchia, ricevendo in cambio un bellissimo calendario riportante un’icona al mese e tutto scritto in splendidi ghirigori arabi.

A lato c’é il cimitero dove si trova sotterrata la prima moglie del mio amico. Le tombe sono una attaccata all’altra e occorre muoversi come in una giungla, stando ben attenti a non rovesciare vasi e lumini. Torniamo a casa in tempo per il the e i dolci, questi veramente tali, tanto é lo zucchero che impiegano a produrli i siriani. Purtroppo non abbiamo potuto visitare la moschea, non so per qual motivo, ma io dubito che Toni non abbia voluto farlo. Insomma, coesistenza sì, ma ognuno al suo posto che é meglio.

Consumati i dolci, con la pancia che mi scoppia, usciamo nuovamente, stavolta per incontrare Mobuk, ma soprattutto per vedere un paio di automobili eccezionali. Toni e il suo amico, che ritroveremo a Al Wadi, da valenti meccanici aggiornano a tempo perso automobili americane degli anni ‘50.

Quella del mio ospite é una Buik, ma il motore seminuovo che gli ha impiantato é un Volkswagen.

Tutto sommato sembra ancora una berlina normale, ma quella di Mobuk non si sa più che sia, assomiglia a una Funny Car, quelle buffe auto yankee che negli States gareggiano in comicità e accelerazione. Ovviamente, questa impressione me la tengo per me e soffoco una risata poiché lui ne va molto fiero. Ci porta a fare un giro e devo ammettere che, scricchiolii a parte é una vera bomba. Dopo cena mi riporterà lui a Al Wadi. Mi auguro di tutto cuore che sia astemio, poiché la frenatura é piuttosto sbilanciata e la ruota destra anteriore si blocca appena accarezzi il pedale del freno.

La conversazione con Mobuk é resa difficile dal nostro reciproco scarso inglese, così durante i lunghi silenzi scopro un’inaspettato passatempo. Le targhe delle auto riportano in piccolo i nostri numeri, quelli che noi chiamiamo “cifre arabiche” e i in grande i loro, davvero arabi, che chissà come si devono chiamare se noi gli abbiamo usurpato il nome. Ad ogni modo, grazie a queste Stele di Rosetta mobili, dopo una decina di sorpassi imparo a leggere da zero a nove.

Quando lasciamo la statale e inforchiamo la valle Mobuk mi fa guidare il suo mostro. Non ho preso la patente internazionale, obbligatoria in Siria, ma quassù non esistono poliziotti che possano pescarmi. Non é facile inserire le marce, non é facile niente e dopo un pò mi arrendo. Prima però improvviso la solita commedia dicendogli di avere problemi di stomaco, mal di testa e quant’altro deriva da una eccessiva mangiata e libagione per non confessare che guidare il suo gioiello mi da l’angoscia.

Non l’avessi mai fatto! Quello mi fa proseguire ancora per un chilometro e poi mi fa fermare a casa di suoi parenti dove devo trangugiare un’intruglio che dovrebbe sistemarmi. Per poco rigetto tutto, accidenti, stavolta avrei gradito davvero un caffé.

Arriviamo in hotel verso le dieci. Melina sembra distrutta e improvvisamente invecchiata dopo una giornata campale con più di cento ospiti a pranzo. Per fortuna Mobuk se ne va subito ed io tento di coccolarla. Mi siedo sul suo steso divano, a debita distanza e sotto sua richiesta le racconto quello che mi é successo. A lei interessa cosa ho visto e soprattutto come l’ho visto. Ad un certo tratto quasi litighiamo sulla pronuncia di una parola e lei mi pianta in asso. Suo fratello scuote la testa:
- Te l’ho già detto che é un po’ matta.
Sono troppo stanco per preoccuparmi. Vado a dormire, domani, al lavoro, sarà una giornata tosta.

**

Il mattino del lunedì non mangio e neppure prendo il caffé. Se lo facessi faticherei a condividere la colazione con la nostra equipe. Nella mensa il colonnello ci fa trovare una ciotola piena di tabacco siriano, lo steso che fuma lui. Ce ne sarà mezzochilo e chi vuole se ne prende quanto necessario per farsi la fumata e nulla più. La colazione é un bel momento. Il vassoio é unico e si prende la pietanza servendosi del pane fresco e profumato. Le ragazzine sono elettriche, la loro vivacità le farebbe pensare ancora bambine delle elementari, peccato che non possiamo capirci in nessun modo.

Il lavoro procede normalmente e gli immancabili probleni che si presentano li superiamo con relativa facilità. Sono piccoli inconvenienti, addirittura graditi che ci evitano la noia e mettono in evidenza le ottime capacità del mio compagno di lavoro, con sua grande soddisfazione poiché é molto vanesio. Uno dei guai a cui non può rimediare neppure il suo ingegno é la mancanza occasionale di corrente, problema cruciale per tutta la Siria servita da una rete obsoleta fatta di filo di ferro. In cortile ci sono diversi gruppi elettrogeni che entrano in funzione, però soltanto per le macchine in produzione perché insufficienti a far girare tutta la baracca. Approfittiamo di una di queste pause per andare a trovare Mobuk.

A pochi passi c’é il capannone dove lui ripara tutte le attrezzature oleodinamiche della marca tedesca Rexroth presenti in Siria, da Damasco ad Aleppo. Dispone di una attrezzatura invidiabile e di una esperienza notevole poiché due volte l’anno passa quindici giorni in Germania per aggiornarsi. Quando entriamo sta telefonando in Germania per ordinare dei ricambi. Per la prima volta capisco qualche parola ... già ma non é arabo, ma tedesco! Der Teufel! Per venire qui ho proprio interrotto il corso serale di questa lingua. Credo che al ritorno, dopo aver perso almeno quattro lezioni, lo abbandonerò talmente mi é ostico.

Si conviene che stasera prenderemo il caffé a casa di Mobuk.
All’imbrunire il nostro lavoro é a buon punto, domani collauderemo lo stampo. Adesso si tratta di portare a casa le tre ragazze e, con la mia aggiunta come passeggero, disponiamo soltanto di un pick up con soli due posti in cabina ed é impossibile salire sul cassone poiché é pieno di attrezzi. Incredibile! Per primi saliamo Toni ed io, poi la più piccina si siede su di lui a contatto del volante, mentre le altre due si siedono su di me. Per non ingombrare troppo Toni, che per abbrancare il volante deve abbracciare la sua ragazzina e divaricare i gomiti, apriamo i finestrini e una delle mie quasi ne esce fuori.

La strada sconnessa ci fa sobbalzare, però aiuta pure ad assestarci e a compattarci: adesso ce ne starebbe ancora una in più. Le risate si sprecano, chissà che si dicono tra di loro. Rido anch’io, la situazione é oltremodo divertente sebbene le ossa puntute delle magrissime ragazze sembrino maciullarmi. Dopo un paio di chilometri comincianno le consegne delle figliole alle famiglie, infine arriviamo nel cortile di Mobuk. Siamo accolti festosamente dalla sua famiglia. La moglie e la madre parlano francese mentre la figlia, studentessa universitaria, si esprime in un inglese oxfordiano, ancor meglio di Melina. Chiacchiero con lei attraverso la madre, francese-arabo-inglese e ritorno, un po’ perché mi vergogno della mia limitatezza in quella lingua e un po’ per educazione, per mantenere tutti al corrente di che si parla.

Il caffé in nostro onore viene fatto con la moka che Mobuk ha portato dalla Germania. Quasi quasi che non mi piace più fatto alla nostra maniera.
Dopo una piacevole oretta lasciamo i nostri amici e Toni mi riporta all’hotel.
Dopo cena alcuni avventori mi propongono di giocare a Blak Gammon. Mi vergogno, ma devo confessare che non conosco il gioco. Me lo insegnano, con l’aiuto di Dimitri, e poi mi vincono a più riprese. Ciononostante offrono loro da bere. Stasera la mia bella non c’é, é a Homs a svolgere qualche affare riguardante l’hotel. Non sarà andata a trovare qualche ganzo? Mah!

Quando vado a dormire Dimitri mi accompagna sin davanti alla camera e scopro che si dorme tutti a quel piano per risparmiare sul gasolio. Addirittura la stanza di Melina é quella accanto alla mia. Questo mi fa quasi impazzire, e sì che già m’ero calmato.

**

Il resto della settimana passa tranquillo a parte una questione tra Toni e il sottoscritto. Io sono in possesso di alcuni parametri ottimali di stampaggio che lui non intende rispettare. Dalla sua ha un guadagno di tempo sul ciclo di un buon sei per cento, per nulla disprezzabili detto in soldoni contanti. Dalla mia ho l’esperienza fatta in Italia prima di partire per cui, se si va troppo svelti a stampare, il secondo ritiro del materiale, detto di stagionatura, sarà eccessivo e tra quindici giorni non si riuscirà più a combinare tra loro i dodici pezzi di cui é composto il manufatto finale e si dovrà buttare tutto il lavoro. Ciò considerato si decide di sospendere la produzione per attendere la risposta al fax che l’ingegner Al Kaleb, pressato da me, ha inviato a Valter in Italia.

La risposta arriva dopo mezza giornata e Toni ci rimane un po’ male quando anche i suoi capi gli impongono di rispettare le mie direttive. Dispiace anche a me, ma io rappresento gli interessi di chi mi paga. Ad ogni modo, dopo questo colpo alla sua presunzione, i nostri rapporti si raffreddano.

Ora é un’altra questione tecnica che mi preoccupa: il colore. Il nostro prodotto, già sul mercato da un paio d’anni, deve assolutamente rimanere identico in tutti i particolari che lo compongono, visto che é così che abbiamo abituato i clienti ed é altrettanto così che a loro piace. Non sono certo della tonalità del giallo e approfittando del fax riguardante i tempi ho richiesto in Italia un apparecchio misuratore. É un’affarino appena arrivato all’aeroporto di Damasco. Valter é un furbacchione oltre che un amico, dubitando che io mi annoi ha intestato a me personalmente il pacco, così Thal mi fornisce un’auto e un autista perché possa andare a ritirarlo. É l’occasione che aspettavo per evadere dalla valle e vedere un po’ di deserto, in più la fortuna mi affida un conducente giovane, Daud, uno studente che parla un discreto italiano e lo fa volentieri.

Disgraziatamente Tadmor non é sul percorso come speravo, ma esattamente a est di Homs, sullo stesso parallelo e a non più di 200 chilometri. Questo sito ospita le rovine di una città del II secolo dopo Cristo, chiamata Palmira dai romani. Nel 266 vi regnò la regina Zenobia, discendente di Cleopatra. Altrettanto fascinosa e audace dichiarò l’indipendenza da Roma e minacciò di invadere l’Egitto. Purtroppo l’imperatore Aureliano sbaragliò il suo esercito e distrusse la città, riducendola a quanto si può ancora ammirare oggi. Daud sostiene che come bellezza e valore Palmira fa il paio col Krac des Chevaliers.

La superstrada, che adesso percorro alla luce del giorno, separa le terre coltivate a ponente dal deserto che si estende verso levante fino all’Eufrate. La fascia che costeggia la strada é totalmente priva di alberi, ma non del tutto priva di vegetazione; ciò avviene soltanto in prossimità dei confini giordano e iraqueno. Nel mio campo visivo ci sono dei ciuffi d’erba sparsi, sempre meno fitti man mano che ci si allontana dalla strada, però sufficienti al pascolo di capre e pecore nel periodo invernale.

In estate non avrei potuto vedere queste greggi perchè transumano verso le zone collinari per sfuggire alla siccità e al caldo eccessivo. Daud inforca una pista parallela appena praticabile e mi porta ai limiti della vegetazione. Ora ho davanti a me il famoso deserto siriaco descritto da Lowrence d’Arabia ne “I sette pilastri della saggezza”. Porca vacca: manca la sabbia ch