Viaggio in Siria, Giordania e Libano

  • Viaggiatori-Autori: Pipponordovest
  • Itinerario: Hamman, Aquaba, Wadi Rum, Wadi Musa, Kerak...
  • Stato: (Asia)
  • Numero di giorni: 40
  • Periodo: 7 nov / 17 dicembre 1999

"Desert Highway"

Roma 7. 11. 99

Ho lasciato Roma con un tempo strano, da una parte dei binari la campagna
sotto un sole tiepido, e dall'altra la periferia della città che cominciava a bagnarsi sotto un cielo imbronciato che la avvolgeva.

Il pomeriggio del giorno prima andavo in tram verso il centro per salutare un amico, lungo la strada osservavo la mia città: bellissima nell'atmosfera autunnale con l'aria umida e allegra; viaggiavo nel tram semivuoto vicino ad un Rumeno che suonava la fisarmonica e di fronte ad una ragazza triste. Scorrevamo silenziosi nel sabato pomeriggio tra le foglie secche che svolazzavano pigre su viale Trastevere, e mille impalcature celavano i palazzi umbertini ancora in restauro. Alcuni erano appena stati spogliati dalle loro armature e dei relativi drappeggi, ho avuto così la visione di questa Roma rinata, finora seppellita sotto il caratteristico mantello di smog che dalle nostre parti tutto avvolge e corrode.

Ripensavo a Roma da un aeroporto asettico e internazionale, non capivo bene dove mi trovavo e con la testa ero già lontano. Per un eccesso d'ansia ero arrivato un po' in anticipo, e ho dovuto passarci tre ore e mezzo; le ho spese facendo tutto quello che si può fare in un aeroporto (check-in, panino, caffè, sigaretta, telefonate e lungo cazzeggio in libreria), poi ho pensato a quello che potevo aver dimenticato a casa mentre guardavo le hostess sgambettarmi davanti.

Hamman, ore 21

Ho preso un taxi insieme ad una coppia di Svizzeri con una bambina che sembrava un babà con la tutina azzurra; volevamo andare in un albergo che suggeriva la guida, ma il tassista ci ha sequestrato dicendo che lui conosceva un albergo migliore e che ci avrebbe portato lì.

A noi tre e forse anche al babà sembrava la classica fregatura per turisti appena sbarcati, così abbiamo insistito per andare dove volevamo, ma lui con pacatezza mediorientale ci ha detto :"Trust in me and in my country!". Non potevamo dire di no, così ha perpetrato il sequestro fino in fondo. Il tassista ci aveva promesso un posto economico così io ed il ragazzo svizzero siamo saliti nella reception nuova di zecca che ci ha insospettito alquanto, infatti costava il doppio della topaia dove volevamo andare noi.

Siamo tornati al taxi, determinati ad andarcene ma l'autista ci ha detto di tornare su insieme con lui : "Trust in me!", ha aggiunto. Ci ha presentato al direttore, un alto e raffinato gentiluomo che infondeva pace e serenità intorno alla sua figura distinta. Ci ha invitato a sederci per un tè, e mentre lo svizzero voleva scappare a tutti i costi, io avevo capito che quello era l'inizio di una lunga ma piacevole trattativa, così ho spinto il giovane sulla poltrona sulla quale si è posto nervoso; io ci sono sprofondato gustandomi l'infuso rigeneratore. Con un fare lento e piacevole che mi faceva sentire a casa, il direttore ci ha esposto le qualità del suo albergo; io ho controbattuto con le motivazioni pratiche, filosofiche ed economiche delle mie scelte nell'abitare, lo svizzero ha detto solo: " 12 Dinari, non di più!". La piacevole trattativa si è protratta a lungo, finché ci siamo accordati per una cifra molto simile a quella della topaia.

Hamman 8. 11. 99

Nella fase rem del mio primo sonno mediorientale, verso le sei di mattina, mi ha svegliato la chiamata del "muezzin" che urlava dalla moschea. Una nenia senza inizio né fine mi ha trasportato dal sonno ad una veglia molto simile ad uno stato di trance; sono sceso nella confusa stazione degli autobus dove mi sono reso conto di non essere più in Italia: poche donne tutte con lo chador ed una miriade di "keffiah" a coprire le teste degli uomini.

Ho visitato i resti della parte della città antica romana ancora in restauro e ho fatto un giro dalle parti della moschea, dove ho incontrato un tipo che diceva di avere un ufficio turistico e che mi poteva aiutare in qualche modo. Il suo ufficio era in un caffè, dove abbiamo bevuto e fumato il narghillè giocando a backgammon. Ha tentato di vendermi delle cartoline, ma gli ho detto che me le facevo da solo, così mi ha scroccato una sigaretta anche se non fumava. Mi ha accompagnato all'autobus per Iraq Al Amir, lì mi sono seduto insieme a due turiste: Jeannette dal fisico da indossatrice, e Claudia, piccola e scura latinoamericana.

Abbiamo visitato insieme le rovine del tempio e le caverne soprastanti; Jeannette saltellava sui massi con i suoi occhi vispi e le movenze di una gazzella; non c'è voluto molto perché mi piacesse. La sera a cena mi ha detto che domani tornerà in Olanda, le ho confessato che avrei voluto rivederla; lei ha cinguettato qualcosa che non ho sentito perché troppo impegnato ad ammirare i suoi occhi per l'ultima volta, poi ci siamo baciati calorosamente sulle guance ed ha sgambettato via con la nuvola di colore che la circondava. Mi sono ritrovato solo per un lunghissimo minuto nella confusione cittadina , ma subito i negozianti arabi mi hanno invitato ad entrare nelle botteghe e a parlare del più e del meno...

In albergo mi attendeva il manager che mi ha invitato nel suo ufficio dove mi ha dato dei consigli utili per il mio viaggio; l'atmosfera che riusciva a creare con il suo modo di parlare e la sua gentilezza non l'avevo mai incontrata prima. Dopo una lunga chiacchierata mi ha lasciato il suo numero di telefono personale, in caso avessi avuto bisogno di qualsiasi cosa. Sono arrivato in camera quasi imbarazzato da tanta disponibilità che in altri posti avrebbe destato sospetti.
La mattina dopo sarei partito per Aquaba con Claudia.

Hamman 9. 11. 99

La mattina la lagna dalla moschea è iniziata che era ancora buio, e dopo un'interruzione di mezz'ora ha ripreso per coloro i quali fossero riusciti a riprendere sonno (ma non era il mio caso). In uno stato penoso ho raggiunto in taxi la stazione dei pullman, stavo facendo colazione quando mi hanno detto che non era da lì che sarebbe partito il mio mezzo, così ho camminato per un quarto d'ora con i bagagli sulle spalle e il tè bollente che mi sbrodolava ovunque. Sono giunto appena in tempo col bicchiere oramai vuoto.

Il viaggio è stato terribile, tutti i "comfort" dell'autobus erano delle vere e proprie torture: l'aria condizionata ci lanciava spifferi gelidi dietro il collo, le note della musica araba erano assai distorte dal volume da discoteca. Per fortuna hanno iniziato a trasmettere sul video una soap opera (araba) e poi una telenovela (araba) molto "trash". Non siamo riusciti a capire quale fosse il dramma dei personaggi obesi, ma sapevamo qual'era il nostro, guardavo Claudia e sorridevamo per non piangere. Allora mi sono messo all'opera e ho passato la tendina sopra le nostre teste per bloccare il flusso d'aria gelata e ho inventato dei tappini per le orecchie a base di fazzoletti di carta e saliva; questi bastavano ad attenuare le voci della telenovela, ma non le urla distorte dei protagonisti. Caduto in un sonno agitato mi sono risvegliato lungo le rive del Mar Morto.

Avevamo lasciato la "Desert Highway" e correvamo lungo le spiagge ciottolose che finivano nelle acque prive di vita del "mare", ma altro non è che un lago salato. Sull'altra sponda si ergevano le alture israeliane, e alla nostra sinistra si spalancava il vuoto del deserto. Di tanto in tanto tracce di pneumatici lasciavano l'asfalto per lanciarsi nelle le dune, tra queste comparivano rari e semisommersi resti del passaggio dell'uomo: copertoni, barili divorati dal tempo, ed altre cose che avevano ormai perso ogni ricordo dell'utilità che ebbero in vita. Lontano, piccoli riquadri di terra coltivata circondavano le tende dei beduini o i caratteristici cubi di cemento con cui qui fanno le case; ne aggiungono e li ingrandiscono per variare l'unità abitativa, ma sempre agglomerati di cubi sono.

Amman è costruita tutta così e sembra fatta di "Lego" bianco. Siamo arrivati ad Aquaba dopo quattro ore di viaggio, è una cittadina turistica che occupa una striscia di mare larga pochi chilometri tra Israele e l'Arabia Saudita, l'unico sbocco giordano sul Mar Rosso. I turisti presenti sono tutti mediorientali ricchi con auto dalle cilindrate che fanno invidia alle locomotive, ma gli autoctoni sono sempre gentilissimi e servizievoli.

Io e Claudia abbiamo trovato un albergo sufficientemente fetido e a buon mercato, poi siamo andati a mangiare un panino. Mentre giravamo per il lungomare abbiamo visto un bar che sembrava essere adatto alle nostre tasche, ma i tre chili di mosche che lo popolavano ci hanno consigliato di spostarci; dietro l'angolo ce n'era un altro che sembrava molto meglio, così ci siamo accomodati e dopo aver ordinato abbiamo visto il barista che andava a preparare i sandwich nel locale ripugnante.

Bevendo un caffè sulla spiaggia pensavamo alla curiosa vicinanza di Israele nel golfo, si affaccia con la città di Eliat, che alla sera si illumina come un albero di Natale vicino alle coste egiziane, brulle e distanti una manciata di chilometri. Da un buon punto di osservazione compiendo una rotazione di 180° si possono vedere quattro stati: Egitto, Israele, Giordania e Arabia Saudita; come vicini di pianerottolo loro si guardano, si parlano, si ignorano o si sputano; a seconda dei casi.
Alle 19,30 ero già nel mio lurido giaciglio, colto da un attacco di sonno e da discreti crampi allo stomaco che non è ancora abituato ai batteri mediorientali.

Aquaba 10. 11. 99

Di buon ora sono andato in un "Diving" per fare un'immersione nelle splendide acque del Mar Rosso; lì ho conosciuto Rami, gioviale e con i capelli rasta, mi ha fatto da guida durante l'immersione. Con lui sono partito in furgone verso il confine saudita, le note di Peter Tosh rallegravano il viaggio in un deserto industriale disseminato di depositi, cantieri e ruspe polverose. Siamo arrivati in un tratto in cui la spiaggia era libera, ma sparsi qua e là comparivano scheletri di costruzioni in cemento armato; sparpagliati nel vuoto parevano ancora più inutili di quello che erano.

Ci siamo tuffati e subito ci è apparso uno spettacolo ben diverso da quello appena lasciato, il fondale era completamente tappezzato di coralli di ogni forma e colore, tra questi vivevano in simbiosi un' infinità di pesci di dimensioni microscopiche; la consapevolezza del loro essere immangiabili (alcuni, nel loro piccolo, erano anche velenosi) li rendeva estremamente fiduciosi nell'uomo, e si lasciavano quasi toccare. Molti si mimetizzavano tra i coralli o gli anemoni che li sfioravano con i loro tentacoli molto dannosi. Più avanti nuotando in quel caleidoscopio, non credevo ai miei occhi, mi è apparsa la sagoma inquietante di un carro armato.

Era adagiato sul fondo marino, leggermente inclinato su un lato tanto da sembrare impegnato su un percorso difficile; ci siamo avvicinati alle sue lamiere ormai completamente incrostate di corallo, avevano solo qualche chiazza libera che lasciava intravedere i colori della bandiera giordana. In mezzo ad ogni minima fessura delle sue fiancate corrose si erano stabilite forme di vita variopinte, ed una piccola murena aveva approfittato della canna della mitragliatrice pur di avere un tetto sulla testa.
Fuori dell'acqua Rami mi ha detto che il tank fu gettato lì dall'esercito perché era rotto, le cavità di questi oggetti privi di vita diventano un formidabile ambiente per sviluppare la vita marina.

La sera sono andato a comprarmi una "keffiah", nel negozio mi ha accolto un giovane dalla larghezza ben superiore a quella dell'ingresso del locale; mi ha chiesto cinque dinari, ma gli ho detto che era un prezzo esagerato e che in Italia l'avrei pagata la metà. Ci siamo accomodati così in un rilassato mercanteggiare, discutendo tra battute di spirito, sorrisi e psicoanalisi; alla fine sono riuscito a strappargliela di mano per 3,50 (era un duro). Con mia grande sorpresa, quando mi ha dato il resto mi sono accorto che effettivamente me l'aveva fatta pagare la metà, aggiungendo:"Va bene così, Italiano!", a lui piaceva parlare ed avrebbe continuato in quella contrattazione fino a notte fonda per poi regalarmela.

Mi ha invitato a sedermi di fronte alla sua vetrina per un tè, che avrebbe posto fine a quel contrattare più simile ad un incontro di scherma che di boxe. Poco dopo si è venuto ad accomodare anche il fratello del mercante, erano due Palestinesi, Rami e Nasser che orgogliosi dei loro 130 kg ne ridevano afferrandosi i rotoli di ciccia a vicenda. Insieme ci siamo fatti grasse risate bevendo tè ultrazuccherato come piace ai Giordani, e mi hanno presentato una dozzina di loro amici che arrivando si sedevano in cerchio vicino a noi.

Quando li ho lasciati si era formata una bella comitiva. Mentre tornavo in albergo ho incontrato uno dei ragazzi del centro immersioni, mi ha offerto un succo di frutta e mi ha parlato un po' delle leggi coraniche in Medio Oriente. Pare che i più severi siano i Sauditi, che condannano i reati minori con pene medievali, per gli assassini poi c'è la pena di morte mediante decapitazione. Però prima della condanna bisogna stare un mese in prigione durante il quale si può avere tutto ciò che si vuole e si può vedere chiunque si voglia, anche se questa persona è in capo al mondo il governo la rintraccerà e pagherà le spese del viaggio.

Per altri reati è prevista l'immersione per una settimana in una vasca piena d'olio in cui bisogna riuscire a stare a galla senza addormentarsi per tornare in libertà; a chi si fa le canne vengono solo tagliate le mani. Per questo era contento delle permissive leggi giordane: lui era stato sorpreso a fumare con una decina di persone e si sono fatti tutti sei mesi di carcere. Con queste belle notizie sono andato a dormire sereno, già avevo abbandonato l'idea del sesso, ora sfuma anche l'ipotesi di farmi uno "spino", mi rimane il rock and roll...

Aquaba 11. 11. 99

Avevo organizzato il viaggio a Wadi Rum, un luogo desertico dove guerreggiò contro i Turchi un tal Thomas Edward Lawrence, meglio noto come "Lawrence d'Arabia", e dove girarono le scene dell'omonimo film. Ho prenotato un posto con un'agenzia, il proprietario si è rivelato essere il primo (e spero uno dei pochi) degli Arabi stronzi. La sua antipatia mi ha spinto più volte ad andarmene, ma visto che i suoi prezzi erano molto più contenuti di tutti gli altri ho accettato. Se la sua simpatia era sicuramente il principale motivo di un prezzo tanto basso, l'altra ragione l'ho capita all'appuntamento: il fuoristrada con cui la guida si è presentato era un preistorico Toyota Land Cruiser a passo lungo, che la sabbia del deserto aveva attaccato in ogni punto.

L'autista si chiamava Alì, alto, scarno e spigoloso individuo, dagli occhi spiritati ed i baffetti neri; gli ho chiesto quanti anni aveva il mezzo meccanico, e mi ha risposto che non lo sapeva con precisione, ma che tra i vecchi proprietari veniva citato sul libretto di circolazione proprio quel tale "Lawrence d'Arabia". Raggelato da tanta freddura non ho fatto altre domande, e sono stato stipato nell'ampio cassone con altri cinque turisti dall'aspetto anglosassone.

Abbiamo imboccato la "Desert Highway" per poi seguire una pista che perdeva la propria identità col trascorrere dei chilometri. Dopo un paio d'ore di buche gli scricchiolii delle mie ossa erano in perfetta armonia con i cigolii delle sospensioni legnose, creando così una macabra orchestrina.

Per fortuna avevamo raggiunto la prima tappa della gita, e siamo scesi tra le rocce lavorate dagli elementi che creavano figure fantastiche. Il silenzio totale era disturbato solo dalla mitraglia delle macchine fotografiche che si scatenavano in un amplesso ticchettante. La seconda tappa era di fronte una parete con antiche iscrizioni di scene di caccia, e così in altri luoghi spettacolari. Vicino un gregge di capre malridotte era posata su un masso una ragazza beduina dai vestiti variopinti e con un grande turbante nero in testa.

Lo chador le copriva il viso, ma lasciava apprezzare da una fessura due splendidi occhi verdi truccati di nero. Ha iniziato a parlare con la guida, io osservavo (immaginavo) il suo corpo minuto e sinuoso che si muoveva in armonia con la sua voce intonata; sono stato preso dall'impulso irrefrenabile di strapparle di dosso il velo che le copriva il viso per vedere quale fiore del deserto si nascondesse lì sotto, e se non avessi rischiato la vita per questo l'avrei fatto. Strano, ma è stato proprio di fronte a questo ammasso di tuniche e drappeggi sotto cui immaginavo ci fosse un essere umano che ho capito veramente cos'è l'erotismo.

Tornati in auto, Alì il pazzo autista del deserto sfrecciava fuoripista lanciando il relitto a velocità spaventosa giù in picchiata dalle dune; i passeggeri (alcuni dei quali un po' datati) erano in preda ad attacchi isterici, e l'arabo folle più li sentiva urlare e più pigiava l'acceleratore. Al grido di "Allah è grande!" torturava noi e il mezzo senza curarsi dei massi né delle buche che raramente evitava.

In lontananza sotto una parete di roccia si cominciava ad intravedere un accampamento beduino che Alì ha puntato dritto e ci è entrato dentro ad una velocità esagerata, fermandosi nel mezzo con una sgommata a semicerchio che ha imbiancato le tende. E' saltato giù e sgambettando è riuscito da una di queste con una grande caraffa bollente che mi ha messo in braccio: " Inshallah (se Dio vuole)..." mi ha detto, "...riusciremo a vedere il tramonto !" e con un'altra sgommata è partito verso una duna, imbiancando le tende che si erano salvate prima.

Siamo arrivati in cima che il sole infuocava l'orizzonte, Alì serviva il tè ed io guardavo intorno le altissime pareti rocciose che si stagliavano dal mare di sabbia, erano completamente cesellate dai venti, con un'abilità ed una pazienza che solo il tempo può avere. Tutto si è fermato ad assaporare quel momento. Solo in quel lungo attimo di quiete totale, bevendo un tè nel deserto, mi sono reso conto che ero lontanissimo da tutto quello che avevo conosciuto prima.

Pieni di quell'esperienza (anche Alì si era calmato), siamo tornati alle tende beduine dove già un abbacchio intero sfrigolava sulla brace. Gli arabi in tunica bianca suonavano e ballavano intorno al fuoco quando è arrivata dal nero della notte un'altra carovana di fuoristrada carichi di allegri e attempati turisti francesi, il vino giordano ha subito cominciato a dare i suoi effetti sul gruppo che si è gettato nel vortice delle danze tra i beduini urlanti. Sono stato avvicinato dalla loro guida, un giovane che sembrava aver già visto parecchio di questo mondo. Mi ha raccontato dei suoi pellegrinaggi per il mondo sotto il peso dello zaino, poi giacché ero l'unico giovane intorno al fuoco mi ha presentato una deliziosa fanciulla del suo gruppo: Severine, in gita con la nonna.

Questa era una gioviale e brilla signora che al momento volteggiava tra i baffuti Mori. Ho parlato a lungo con Severine, e prima di chiederle l'indirizzo e salutarla ho fatto diversi complimenti alla nonna, come ogni buon manuale del rimorchio insegna. Loro e il loro gruppo sono andati a dormire in albergo, noi del Toyota preistorico siamo partiti verso una grande tenda beduina distante alcuni chilometri; lì abbiamo trovato un'accogliente atmosfera familiare, intorno ad un povero fuoco di sterpi erano raccolte le diverse generazioni: dal più anziano e largo Arabo ad uno sciame di bambini chiassosi che allietavano la notte con i loro canti.

Questi rimanevano sempre un po' in disparte, prendendo parte al gruppo solo quando venivano chiamati dagli adulti; anche le donne erano relegate ad un altro settore della tenda separato dagli uomini da pesanti stoffe, e facevano rare apparizioni per servire il tè aromatizzato, o solamente quando c'era un valido motivo alla loro presenza .
Abbiamo chiacchierato fino a tardi sui tappeti, ridendo con i grassi ed allegri beduini dei quali osservavo i comportamenti dati dalle diverse gerarchie e parentele.

Wadi Rum 12. 11. 99

Stamattina Alì è entrato nella tenda dove dormivamo battendo le mani e gridando:"Iallàh, iallàh ! (Andiamo!)". Ci siamo alzati dagli enormi mucchi di coltri sotto i quali eravamo sommersi per difenderci dalla gelida notte desertica, e come una mandria Alì ci ha ficcato nel cassone del Toyota. Io mi sono fatto lasciare in un incrocio della pianura sassosa, ho salutato Alì: "You're the best of the fuckin'crazy drivers, take care of yourself and of the tourists!", "Inshallah!" mi ha risposto lui. Poi è ripartito con la solita sgommata che mi ha imbiancato.

Al diradarsi del polverone è apparsa una cadente costruzione monolocale con su scritto: "Police" mediante sommarie pennellate, e di fronte a questa stazionava una ragazza bionda; mi ha detto che anche lei voleva andare a piedi nel deserto, così abbiamo aspettato insieme un mezzo che ci avrebbe portato alla "Resthouse", una specie di campeggio nel villaggio di Rum.

Poco dopo è uscito dalla casupola una specie di poliziotto che si stava abbottonando i pantaloni, con la divisa impataccata, disordinata e senza gradi pareva più un meccanico che uno sbirro; ci ha offerto un tè e ci ha detto che potevamo salire sul cassone di un Pick-up di beduini che si erano appena fermati, erano suoi amici e ci avrebbero portato gratis.

Quando siamo arrivati invece pretendevano una cifra esorbitante, Veronica, la ragazza argentina che era con me l'ha presa malissimo, ed ha sfoderato il suo caratterino inveendo contro gli Arabi di quella zona che cercano di derubare i turisti in qualsiasi modo. Ero d'accordo nella sostanza, ma lo stava manifestando in maniera un po' troppo vivace, quello era uno di quei casi in cui bisogna tirare fuori tutte le proprie capacità diplomatiche per trovare un accordo, e con gli Arabi è sempre possibile se si riesce a parlare sorridendo anche se si vorrebbe strangolarli.

Ho preso Veronica da parte e le ho detto che non eravamo nel nostro paese ma nel deserto, per di più lei è una ragazza bionda di sesso femminile con gli occhi chiari e dei fianchi che corrispondono ai modelli di bellezza mediorientali, visto che entro breve saremmo stati soli nel mezzo del nulla era meglio che portassi avanti io le trattative. Così ho preso il tizio sotto braccio e dicendo alcune stronzate per rompere la tensione (tra cui la famosa: " Arabi e Italiani, una faccia una razza!"), sono riuscito a cavarmela pagando un quarto di quello che chiedeva.

Come previsto, poco dopo eravamo in cammino sulle piste incerte che passavano tra le coste massicce delle montagne intarsiate. In mezz'ora siamo arrivati alle "Lawrence spring", luogo di refrigerio del personaggio a cui furono devotamente dedicate, ora solo un gruppo di cammelli sembrava trovarci un certo interesse. Abbiamo ripreso il cammino per alcune ore fino ad una duna che sembrava non arrivasse mai, su in cima, sotto una parete rocciosa, abbiamo trovato riparo dal sole ma non dalle mosche che ad ogni costo si sono impadronite di parte del nostro pranzo. L'unico modo per evitare gli insetti era muoversi, così come due ignavi abbiamo proseguito nella piana sotto il disco rovente del sole a mezzogiorno.

In nostro aiuto è giunto un beduino in Land Rover e ci ha chiesto se volevamo prendere un tè; abbiamo accettato, lui era di una gentilezza squisita, e guidando lentamente ci ha portato nella sua tenda dalla classica forma rettangolare. Non so perché e non ricordo dove l'ho letto, ma pare che sia stato proprio Allah ad imporre questa geometria. Qui viveva la madre del tizio tunicato, il cui nome (di cui andava orgoglioso) era Mohammed Alì. Ci ha fatto accomodare sui cuscini disposti in un ampio cerchio, e l'infuso è stato servito in bicchierini bollenti.

Lì nella quiete pomeridiana assaporavo lentamente la bevanda zuccherina, sentivo la madre sussurrare da fuori mentre la luce filtrava dalle fessure della tenda illuminando Mohammad Alì sdraiato nella sua tunica linda. Non so quanto tempo siamo stati lì nel silenzio più totale, tra le esili spire di fumo che si alzavano annoiate. In un altro posto avremmo sentito il bisogno di dire qualcosa, ma nessuno ha avuto il coraggio di rompere quell'atmosfera.

Io e Veronica eravamo incantati dai movimenti rilassati e aggraziati dell'Arabo che avevamo di fronte: bellissimo nella sua meditazione, con lo sguardo fisso sul panorama. Ora tutto quello che si sentiva era il ronzio di una mosca. Non so per quanto tempo sono riuscito a stare senza un solo pensiero nella testa, ero una delle cose di quel deserto, non potevo né dovevo fare nulla, ma solo essere. Pensavo che in quel deserto è più facile trovarsi che perdersi...

Siamo andati a vedere il tramonto su una duna, di fronte al sole che ingrandiva all'orizzonte vedevo per l'ultima volta quelle strane montagne che mi facevano pensare ad un duomo di Milano messo in forno e mezzo fuso. Mohammad Alì poi ci ha invitato in un'altra delle sue tende per passare la notte nel deserto; tutto gratis, ha aggiunto.

Da come guardava Veronica, le ho consigliato di rifiutare se non aveva intenzione di pagare lei il conto. Così è stato. Quindi, salutato il compìto beduino, siamo tornati a dormire alla "Resthouse" dove ci hanno confermato che avevamo fatto la scelta giusta: "Nothing is free in this fuckin'world ! ! ". Questo valeva anche per me che eventualmente non sarei stato escluso da qualche forma di pagamento, ma questa regola non sempre è vera in Medio Oriente, dove ancora si incontra quella generosità sincera che non si aspetta nulla in cambio.

Wadi Rum 13. 11. 99

Dopo aver passato una notte nel gelo di una tenda ho salutato Veronica, e mi sono messo in viaggio verso Petra, quello che mi attira di più tra i siti archeologici del Medio Oriente.

Gli splendori di questa antica città vennero portati agli occhi dell'Europa dall'esploratore svizzero Burckhardt, che riuscì ad arrivarci con non poche fatiche. Ai primi dell'ottocento il procedere per questi deserti non era facile, e sono noti i suoi travagli per portare avanti le trattative con i beduini bramosi di danari.

Questi pensavano che egli fosse alla ricerca di favolosi tesori, quindi pretendevano cifre non sempre alla portata di un povero esploratore; ma purtroppo i beduini rappresentavano anche l'unica possibilità di non perdersi, e visto che lo sapevano, facevano un po' gli stronzetti... Serve molta fantasia per immaginare lo spettacolo che può aver avuto Burckhardt davanti agli occhi, perché quello che vediamo noi oggi ne è una versione assai "consumata". Purtroppo la pietra con cui la città è stata costruita è molto friabile, ed il vento ha una pazienza infinita.

La zona era abitata già dal 7000 AC quando cadde sotto il potere dell'Egitto, a cui faceva gola la sua posizione intermedia tra la valle del Nilo e le civiltà tra il Tigri e l'Eufrate. Da quel momento non si sa più nulla della regione fino ai riferimenti che appaiono nella Bibbia in cui si parla della terra di Edom. Qui poi si stabilirono gli Israeliti, per poi lasciare il posto (dopo parecchie guerre) ai Nabatei. Erano popoli nomadi che cambiarono idea, non appena ebbero realizzato che la zona rappresentava una miniera d'oro grazie alla sua posizione, e costruirono Petra. Riuscirono a mantenere l'autonomia e la pace con i loro bellicosi vicini di casa: Egiziani e Siriani vennero tenuti a bada grazie al fatto che i commerci di entrambi i paesi passavano via Petra.

Insieme alle mercanzie arrivava anche parecchia cultura, e di quella buona a vedere le superbe facciate, sintesi dell'architettura greca (in Siria allora comandavano i Greci) ed egiziana, condita da un sofisticato stile arabo.

I Nabatei prosperavano grazie alle ingenti somme di denaro dei dazi doganali, questo per molto tempo gli permise di non farsi divorare dai Romani, sebbene da questi arrivasse un forte influsso politico e culturale sulla città. Alla fine l'impero romano riuscì a papparsela stabilendo un legame diretto tra Roma e Petra, che l'arricchì sopratutto sotto l'aspetto architettonico, da cui non si staccarono mai le precedenti influenze artistiche.

Si dice che in questo periodo Petra abbia vissuto una specie di "rinascimento", finchè Palmyra, altra città-base di carovanieri, le strappò le soste dei mercanti e buona parte degli introiti. Rimase disabitata fino al periodo bizantino, come dimostra la chiesa riesumata vicino al colonnato, per poi ricadere nell'oscurità fino al 1108, quando venne utilizzata come base dai crociati.

Per i successivi 800 anni Petra fu dimenticata dal mondo, ma solo i beduini la conoscevano custodendo gelosamente il segreto finché, nei primi dell'800, fu riscoperta da chi sappiamo.

Wadi Musa 14. 11. 99

Stamattina quando sono uscito i galli ancora dormivano, ho camminato a lungo nella notte che si schiariva alle luci di un sole malsicuro, fino a raggiungere le rovine che mi hanno richiamato in questo luogo desolato. La strada ha proseguito lungo il letto di un fiume ormai secco, che aveva scavato un profondo e stretto canyon lungo circa un chilometro e dal quale, a tratti, non si vedeva il cielo.

In quel momento ero l'unico visitatore e mi sentivo un piccolo esploratore svizzero. Dal profondo budello in cui ero, d'un tratto mi si è aperto davanti un piazzale finalmente illuminato; sulla parete di roccia verticale di fronte a me era scolpita la magnifica facciata di un tempio, giustamente chiamato " Al Khazneh Pharon", il tesoro. Le proporzioni perfette e la stupefacente lavorazione dei capitelli lasciavano senza fiato, era netto il contrasto tra la pietra grezza dello sfondo ed i contorni definiti del prospetto, ma il materiale era lo stesso, e come un diamante tagliato ad arte emergeva con garbo dalla roccia su cui era incastonato. Con il suo nobile e discreto temperamento non faceva rumore, ma mi aveva lasciato troppo colpito per scattare delle fotografie. Mi sono seduto su una panca del chiosco di fronte per apprezzarlo meglio, insensibile al tè bollente che mi ustionava le mani lo osservavo mentre i primi raggi di sole accendevano il frontale.

Ho iniziato a scalare la montagna che domina la valle dove si sviluppa la città, da lassù oltre ad una vista panoramica di tutta la zona ho trovato ad attendermi un delizioso altarino sacrificale in buono stato di conservazione. Non ho indugiato molto su quel picco, ho scattato un paio di fotografie nervose e ho ripreso subito il sentiero, ultimamente i luoghi di sacrificio mi mettono un pò di inquietudine. Scendevo lungo la scarpata che conduce verso i resti oramai consunti di questo luogo stupefacente strappato alla roccia, mentre lavoravo parecchio con la fantasia per riuscire ad immaginare come fossero in origine le costruzioni. I monumenti più esposti alle intemperie sono ridotti a dei fantasmi di se stessi.

Tornato nella valle mi sono trovato di fronte ad uno spaventoso serpente formato dalla folla di turisti chiassosi che ridevano, consumavano e indicavano. Il biscione strisciava lungo il viale principale perdendo componenti qua e là. Questi, armati di avide fotocamere scattavano raffiche di fotografie senza nemmeno provare ad assaporare l'atmosfera del luogo (che comunque avevano già rovinato con la loro presenza superficiale e distratta). Sembravano preoccupati solo di avere qualcosa di "concreto" da riportare a casa. I numerosi bar della zona erano ormai saturi di clientela richiedente, io ne sono stato escluso dai prezzi esorbitanti, e ho consumato il mesto panino che avevo su un eremo lontano, insieme a due ragazze francesi povere e previdenti quanto me.

Con passo rapido e maldestro sono riuscito a vedere e documentare con la luce giusta buona parte delle rovine, rischiando di fracassarmi anche io con tutta l'attrezzatura su distese di ciottoli che mi rotolavano continuamente sotto i piedi. L'ultima tappa era "Il Monastero", detto così perché situato su una ripida montagna alla quale si accede tramite strette gole e ormai logori gradini, che non sono più tali per i motivi di cui sopra. Dovevo a tutti i costi riuscire ad arrivarci prima del tramonto, altrimenti sarei dovuto tornare il giorno dopo pagando un'altro biglietto di ben 25 $.

Spinto da questo stimolo sono riuscito a scalare il monte in meno della metà del tempo che richiedeva normalmente, ma immagino in che stato dovevo essere, tutte le persone che incrociavo sulla via mi lanciavano sorrisi compassionevoli ed un anziano signore italiano mi ha detto: "Coraggio!", provando sincera pietà.

Sono arrivato appena in tempo per terminare il lavoro e godermi l'ultima luce del tramonto che accarezzava la facciata maestosa del monumento; ho voluto assaporare così il primo vero momento di relax dopo un'intera giornata di cammino: spogliandomi della giacca e della "keffiah" oramai intrisa di sudore che portavo intorno al collo; la sigaretta che poi mi ha fumato tra le dita è stata la più gustosa che io ricordi.

Anche la cazzata che ho fatto spogliandomi nel vento gelido è stata la più grande che possa ricordare; già durante il ritorno sentivo i crampi dei muscoli del collo che si ribellavano al fatto di dover appartenere a qualcuno che li rispettasse così poco. Tornato in albergo ho trovato Crayg, il mio compagno di stanza inglese, alquanto alterato per il comportamento dei gestori: "Sono strani … ", mi ha detto, e poi ho iniziato a capire perché.

Sono quattro personaggi che a rotazione o tutti insieme popolano la piccola reception e la stanza della TV, nulla facendo e osservando chi, come noi, si siede lì per leggere. Oggi Crayg si è preso un giorno di riposo perché aveva passato una notte insonne nel deserto, ha fatto l'errore di tirare fuori un giochino elettronico portatile, e subito uno di questi tipi glielo ha chiesto in prestito per una partita.

Quando sono tornato la sera stava ancora giocando, e con un espressione ebete non riusciva a passare il primo quadro, ma aveva quasi finito le pile. Anche io mi sono accomodato vicino a loro per scrivere il presente memoriale, ed un altro degli albergatori mi si è seduto accanto fissando me e quello che scrivevo, senza capirci niente.

Io ogni tanto lo guardavo infastidito e lui faceva un sorriso che non capivo. Ho rinunciato a quello che stavo facendo, Crayg mi ha preso da parte svelando quel nervosismo singolare degli anglosassoni: " I want back my fuckin' Nintendo ! ", mi ha detto, ma ogni volta che se lo riprendeva il tipo tornava con una scusa e se lo faceva ridare, così abbiamo deciso di uscire per cena ché lui lì dentro stava esplodendo.

Arrivati davanti alla reception l'albergatore è tornato all'attacco con un sorriso ebete, ma per fortuna Crayg ha saputo mantenere la calma e con la scusa che ci dovevo giocare io siamo svicolati. "Sono tutti dei fottuti ritardati mentali!", mi diceva mentre fumavamo un "Hubbly Bubbly" (il narghillè). Io ancora riuscivo a ridere della situazione ma lui era veramente alterato, si immobilizzava, e con lo sguardo fisso nel vuoto mi ha detto che non voleva essere rude, non voleva proprio, ma loro lo costringevano...

Quando siamo tornati ci siamo seduti nel solito salottino per fumare una sigaretta, oltre ai ritardati c'erano altri due tizi che parevano essere normali e simpatici, uno di questi diceva di non parlare inglese, quindi siamo stati mezz'ora parlandoci a gesti per esprimere un paio di concetti elementari. Poi andandosene mi saluta in perfetto inglese, ringraziandomi della bella conversazione. Io ero allibito, l'altro suo amico "normale" mi ha rassicurato dicendo che era pazzo; poi dopo aver fatto un paio di considerazioni spiritose sulle ragazze giordane mi ha detto che aveva con sé un preservativo, e se lo volevo vedere. Ho detto che per noi si era fatta una certa, e siamo fuggiti in camera col Nintendo chiudendoci dentro a duplice mandata.

Wadi Musa 15. 11. 99

Oggi, mentre Crayg era a Petra, io ho passato la mattinata a curarmi i crampi al collo che mi ero procurato con lo spogliarello montano; al momento di uscire ho cercato di non incrociare i subnormali, ma uno di questi già mi aspettava al varco per chiedermi il Nintendo, io ho finto di non capire e mi sono dato alla macchia per il resto della giornata. Quando sono tornato ho trovato Crayg distrutto da otto ore di marcia, si era appena abbandonato sul letto che hanno bussato alla porta, era uno dei subnormali, con in mano un vecchio ed enorme videogioco anni '80, di quelli che si attaccano alla televisione bianco e nero; lo voleva dare a Crayg in cambio del suo giochino Hi-Tech, con sopra dieci dollari di conguaglio, ed il solito sorriso ebete che gli ha risparmiato un bel pugno in pieno volto.

Ho visto Crayg fremere sul letto con le ultime energie che aveva; io mi sono trattenuto dal ridere, l'ho calmato dicendo che bisogna avere pietà di quei poveri ma fottutissimi deficienti (solo che secondo me questi spesso ci marciavano). Mentre spingevo fuori il tipo col videogioco preistorico, Crayg gli urlava dietro che non glielo avrebbe mai dato, nemmeno per cento dollari e che potevano andare tutti da qualche parte che non ho capito bene, perché aveva iniziato ad usare uno stretto slang.

Wadi Musa 16. 11. 99

Stamattina all'alba io e Crayg abbiamo lasciato l'albergo parlando del film "Psycho" mentre raggiungevamo la fermata dell'autobus, io sono partito per Showbak . Quando sono arrivato nel paesino, un barista mi ha informato che il castello che stavo cercando era assai lontano, e la via altresì tortuosa. Detto ciò ha fatto un fischio ad un ragazzino che stava andando a scuola, perché si adoperasse come mia sicura guida; lungo la strada questo salutava i suoi amichetti che si univano a noi, e quando siamo usciti dal paese avevo intorno una mezza dozzina di mocciosi euforici e schiamazzanti.

Mi hanno scortato fino alla strada che portava al castello e ci siamo salutati, io ero già stanco sotto il peso dei due zaini che mi coprivano e del sole che cominciava a picchiare; quando ho lasciato l'allegra brigata pensavo di essere quasi arrivato, ma delle rovine nessuna traccia.

Ho camminato sulle alture aride per mezz'ora prima di vedere la sagoma imponente del maniero che sovrastava la collina, la strada però girava a sinistra e c'era un sentiero che puntava diritto alla mia meta; l'ho imboccato, e procedendo maldestro sui ciottoli mi sono accorto che portava giù in una gola. Visto che avevo deciso che quella era una scorciatoia mi sono avventurato nel fosso, che sono riuscito a traversare con non poche fatiche. Risalendo la china del colle mi sono accorto che non c'era entrata in quel lato del castello, così ho dovuto procedere rasentando la muraglia lungo tutto il suo perimetro, con grande sollevamento di polveroni e ruzzolate per le coste.

Alla fine sono riuscito a riprendere la strada che avevo abbandonato prima, e che conduceva all'ingresso da dietro una curva. Sebbene il castello fosse ridotto in uno stato abbastanza rovinoso, la visita mi ha regalato immagini da cartolina ed una pausa rigeneratrice nel vento fresco. All'uscita una coppia di venditori di souvenir mi ha offerto un tè sotto la loro tenda; mi avevano osservato durante tutta la scalata, e mi hanno chiesto perché non avessi percorso la strada normale.

Gli ho risposto che noi fotografi preferiamo osservare il mondo dai punti di vista più originali. Tra le facezie, uno di loro mi ha raccontato che diversi uomini venivano dall'Europa fin lì per avere rapporti sessuali con lui all'ombra dei massi. Dopo parecchi tè sono riuscito a prendere la via per Kerak, un altro dei gloriosi castelli appartenuti ai crociati e a tutti quelli che poi dettarono legge in queste lande.

Sono arrivato dopo aver cambiato non so quanti autobus; ero su uno di questi che percorrevo la "Desert highway" quando un poliziotto si è venuto a sedere vicino a me ed ha attaccato a parlare; mi ha chiesto perché portassi l'orecchino e a fare altre domande inquietanti, accompagnate da occhiate languide che mi hanno fatto sentire come una pollastrella dalle nostre parti, quando viene importunata dal "provolone" di turno.

Le mie risposte diventavano sempre più glaciali, finché lui si è fatto coraggio e mi ha chiesto se volevo andare con lui. "A che fare ?" ho chiesto io con falsa ingenuità. Voleva mostrarmi il suo gamberone, ma ho abilmente rifiutato dicendogli che ero vegetariano e che preferivo le patatine.

E' sceso deluso poco dopo, e l'ho visto tornare a casa triste, dalle due mogli che mi ha detto che lo aspettavano. Mi raccontava l'allegro venditore di souvenirs che loro usano andare con le donne per dovere e con gli uomini per piacere, l'omosessualità è vista come cosa molto normale e non se ne fa un mistero. Capita spesso che un marito si porti in camera un amichetto e la moglie (o le mogli) muoia di gelosia mentre lava i piatti in cucina.

La situazione delle donne è molto particolare, non so cosa capiti tra le mura domestiche, ma fuori, quelle poche che si vedono, non danno proprio l'impressione di vivere in una società che le consideri molto, se non sotto l'aspetto di procreatrici. Mi trovavo a vivere in una società di soli uomini, e ad essi destinata; la presenza femminile si avvertiva di sfuggita solamente nei mercati o in qualche attività che ne giustifichi la partecipazione. La privazione dei loro sguardi, della loro sensibilità e della loro esistenza non mi rallegra affatto, sentivo gli ormoni maschili impregnare l'aria e sempre troppo spesso mi sentivo una preda.

La visita al castello di Kerak è stata assai deludente, si riassumeva tutto ad un mucchio di sassi e parecchie stanze vuote tutte uguali, solo il panorama era degno di nota.
Ora la mia meta era il Libano.

Kerak 17. 11. 99

Alle sei ero già su un piccolo autobus diretto ad Amman, il guidatore doveva essere un integralista islamico perché ha acceso l'autoradio con le letture dei passi del Corano e l'ha messo a tutto volume. La stazione era disturbata da un fischio in sottofondo, era una vera e propria tortura, ma nessuno ha avuto il coraggio di reagire a questa folle esaltazione. L'audio era talmente alto che la voce ci giungeva completamente distorta, accompagnata dal sibilo che trapanava i timpani; io ho provveduto con i consueti tappini a base di fazzoletti e saliva che filtravano il 30% del sermone e il 10% di fischio.

Arrivato ad Amman ho preso uno dei cosiddetti "Service taxi" che attraversano il confine, ero insieme ad un arabo microscopico con la cravatta, un prete ed una sua amica (amichetta?). Ci hanno fatto accomodare in una berlina americana anni '70 che sul cofano ci si poteva parcheggiare una delle nostre utilitarie. Al confine con la Siria, come prevedevo, sono iniziati i problemi, e qui si rende necessario un flashback all' ambasciata.

FLASHBACK ALL' AMBASCIATA

Il mio primo contatto con la burocrazia siriana l'ho avuto a Roma, quando sono andato a richiedere il visto. Stupidamente sul foglio del questionario da riempire avevo scritto: "Professione: fotografo", pensando magari di avere dei contatti con il ministero del turismo, sconti sui siti archeologici, facilitazioni etc...

Quando l'impiegato l'ha visto è inorridito, ha detto che i giornalisti (e le spie) non potevano andare in Siria così facilmente. L'ho rassicurato dicendo che io mi occupo di reportage turistici, e che la mia opera sarebbe stata utile per lo sviluppo del paese. Non ha voluto sentire ragioni :"L'unico modo" ha aggiunto, " sarebbe che lei visiti la Siria come turista e si impegni a non fare fotografie !". "Lo prometto !" ho risposto io, ma non bastava, ha preso da un cassetto un foglio prestampato da firmare, in cui si diceva che sarei stato buono con la fotocamera e senza documentare, e che se fosse finita una sola mia foto della Siria su un giornale sarei andato in prigione per secola seculorum.

Al momento di ritirare il passaporto, dopo una settimana, hanno cominciato a farmi girare da un ufficio all'altro perché stranamente non si trovava in mezzo agli altri, ma era custodito da solo, in un cassetto di una stanza evidentemente riservata ai casi "scottanti". L'impiegato lo ha preso con due dita, e me lo ha ridato con lo stesso sguardo inquisitore che avrei ritrovato dopo, sulle facce dei doganieri che se lo sono ritrovato tra le mani. Sicuro che ci fosse stata posta qualche annotazione particolare, ho cercato senza successo di decifrarne i timbri e le scritte in arabo, cosa che mi ha fatto solo aumentare lo stato di ansia.

Ora stavo facendo la prova del nove, quando il doganiere ha fermato la macchina su cui viaggiavamo e si è fatto consegnare i passaporti, sono stato percorso dal classico brivido gelato nelle vene. L'abbiamo seguito tutti nell'enorme hall dell'ufficio immigrazione, e dopo un quarto d'ora il mio documento era l'unico che mancava all'appello.

Lo vedevo passare nelle mani degli sbirri che sfilavano dietro al vetro e che mi rivolgevano occhiate indagatrici, finché è ritornato con timbri, firme e controfirme. Non era finita, perché ora l'astuto doganiere voleva vedere i bagagli (solo i miei), cosa che ha non poco fatto preoccupare l'autista che già si vedeva accusato di portare a spasso una spia israeliana. "Video?" mi ha sussurrato mentre prendevo lo zainetto dell'attrezzatura, "No, camera !" ho risposto vedendolo rilassarsi un pò. La stessa domanda me l'ha posta il militare che però ha voluto verificare con mano; per fortuna avevo nascosto in separata sede la busta piena di pellicole che avrebbero certamente destato sospetti, il mio corredo aveva guadagnato così un'aria abbastanza turistica.

Prima di lasciarci proseguire ha voluto chiedere ancora se per caso non avessi dimenticato una videocamera nei bagagli non ispezionati (ancora non capisco perché ne siano così terrorizzati) ma gli ho ripetuto di no e lui ci ha salutati dubbioso. Dopo un'ora eravamo in un affollatissimo parcheggio taxi a Damasco, sono stato prelevato da un altro tassista che per pochi dollari mi avrebbe portato in Libano insieme ad altre quattro persone. Appena la vettura si è riempita è saettato nel traffico congestionato della città, ma prima sono serviti venti minuti per uscire dal parcheggio.

L'autista era un tipo cicciotto e nervoso: mangiava continuamente semini e li sputacchiava, beveva e fumava senza pace; appena sull'autostrada è sfrecciato a velocità folle zigzagando tra le altre auto che parevano ferme, sentivo gli almeno otto pistoni della "Dodge" sfrullinare gioiosi sotto il cofano, finché sibilo sfiatato li ha fermati esausti. Abbiamo accostato al margine della strada e il tassista è sceso con pochi ma mirati attrezzi in mano; ha martellato e scacciavitato qua e là per poi tornare con le mani nere e la faccia delusa.

Di lì a poco ci trasferì in un altro taxi che intanto si era fermato per solidarietà. Eravamo stipati in un Mercedes che aveva le sopracciglia cromate sopra i fanali, e anche questo pareva che dovesse esplodere in ogni istante. Invece il robusto e tossicchiante mezzo teutonico ci ha portato attraverso la frontiera e poi in cima al monte Libanon, dal quale siamo scesi lungo una serie infinita di curve; è stato dietro una di queste che improvvisamente è apparsa la mia meta: Beirut.

Solo nominarla provoca in molti un brivido di paura, ogni nostro ricordo ad essa legato è di sangue e morti a manciate. L'odio della religione l'ha voluta così: già dalla periferia le sventagliate di mitra scrostavano gli intonaci delle facciate dei palazzi, e le infiorescenze disegnate dalle schegge delle bombe riaccendevano in me il ricordo di telegiornali con la fascia a lutto. Inchiodati nel mare di traffico, il tassista non conosceva la strada per il mio albergo, quindi scalpitava e suonava sensovietando.

Beirut 18. 11. 99

A sentire gli abitanti di Beirut non sembra che abbiano passato quello che tutti sappiamo; vogliono dimenticare, e ci riescono bene. Si distraggono col consumismo che ha contribuito a trasformarla nella città più viva del Medio Oriente. Respiro aria di casa: umida, tiepida e inquinata. Lo iodio che arriva dal mare mi riempie i polmoni mentre passeggio sulla "Corniche" che potrebbe essere il lungomare di Ostia se non fosse per i militari armati di Kalasnikov ovunque cada lo sguardo.

Anche il traffico è del tutto simile a quello di Roma, con partenze a razzo e inchiodate inattese, manager con la cravatta parlano al cellulare dentro elefantiaci fuoristrada giapponesi, anziani signori distinti vanno a fare la spesa ed i ragazzi vestono seguendo le ultime mode occidentali. Riapparizione delle minigonne ed eclisse degli chador.

Senza la macchina (ovvero BMW o Mercedes) qui non conti nulla per le strade, i giovani passano la sera incolonnati in file inutili mentre si parlano dai finestrini o sorridono alle ragazze impassibili bloccate nelle auto accanto; scene di questo genere si notano anche in Italia, ma qui sono esaltate dal fatto che si vive nei confini di una società profondamente maschilista . Le donne poi, benché vestano all'ultima moda, si trucchino, e mettano in mostra balconcini e culi ben palestrati, mantengono comunque le solite usanze arabe; il loro sembrare molto occidentali ed emancipate è pura apparenza.

La sera sono stato a fare un giro in centro, sono riuscito finalmente a bere una birra senza pagarla una cifra smisurata ed ho conosciuto due ragazzi, mi hanno proposto di visitare la città a bordo del loro Mercedes di cui andavano fieri; ho accettato, ma subito uno di loro mi ha chiesto 5$ per la benzina. Ho detto che ero un pò a corto perché non ero ancora passato al cambio, e che preferivo comunque andare a piedi per fare due passi. Loro mi hanno guardato schifati, qui camminare è considerata una cosa da pezzenti; tuttavia siamo andati a fare lo "struscio" serale immersi in un mare di BMW e Mercedes clacsonanti, tutte piene di giovanotti annoiati che si guardavano, si facevano guardare, ci provavano con le ragazze etc...

Abbiamo girato una dozzina di volte sullo stesso percorso finché ho proposto di scendere per vedere il mare, appena ho messo piede a terra loro sono sgommati via nelle luci della notte. Il centro di Beirut è sede di uno dei più grandi progetti di ricostruzione del mondo; sono rari i vecchi palazzi, e i pochi che rimangono sono tutti traforati e bruciacchiati dai missili che ricordano quello che è stato, ma la tacita parola d'ordine sembra essere: convivere e dimenticare.

Ovunque i lavori in corso elevano grattacieli specchiati, Beirut sarà presto la New York del mediterraneo grazie a generosi finanziamenti europei; ma la sua atmosfera rimane magica e piena di storia, l'aria puzzolente e temperata mi ricorda casa e mi mette un pò di nostalgia. La mattina sono stato all'American University of Beirut, la più prestigiosa ed internazionale facoltà del Medio Oriente, ho cercato un mio amico di vecchia data che studiava lì. Con l'occasione ho pensato di fare un servizio fotografico di questo tempio della cultura che contiene anche due ben forniti musei.

Il metodo di studio "full immersion-sport-socialize" è di stampo tipicamente americano e permette di sfornare i migliori professionisti dei paesi arabi. Ho trovato Yarub, il mio amico siriano studente di grafica, e seduti in un bar mi ha chiarito un pò le idee sulla storia e la politica di questa zona, le contraddizioni , i vicini scomodi, i patti scellerati. Io lo divertivo raccontando gli avvenimenti politici italiani.

La presenza militare siriana per la città è continua e poco discreta. Poi ci sono i famosi "Hezbollah" , i guerriglieri che combattono nel sud del paese dal tempo della "Guerra dei sei giorni" del '67. Il ruolo che la Siria non può prendere ufficialmente in questa guerra lo delega ai militanti del "Partito di Dio". Questi, insieme ai Palestinesi rifugiati, hanno ormai ben poco da perdere ritrovandosi senza una terra da anni, e per guadagnarsi il Paradiso sono ben disposti a farsi esplodere caricandosi di tritolo e a sparare i loro missiloni sugli avamposti nella zona occupata dalla "Fascia di sicurezza" israeliana.

In cambio, dall'altra parte, organizzano per rappresaglia estemporanei raid aerei che ogni tanto sconfinano sui villaggi, su impianti civili o su una sede delle Nazioni Unite...

La scorsa estate Beirut è rimasta senza corrente per due mesi, e ci si può immaginare cosa significa vivere senza luce, computer, frigorifero quando ci sono più di 40° all'ombra. Non potendo lavorare, Yarub mi raccontava che ha passato le sue giornate sdraiato sulla spiaggia di fronte al mare inquinato della città, solo i più fortunati che ancora l'avevano erano tornati ad accendere i generatori come ai tempi della guerra civile.

Mentre da noi erano i "mitici" anni '70, qui grandi masse di Palestinesi (400.000 su tre milioni di Libanesi) si riversavano in Libano fuggendo dalla persecuzione in Giordania; buona parte si stabiliva in campi profughi intorno Beirut, a covare vendetta.
Intanto nel paese cominciavano a fiorire gruppi armati di diverso credo religioso e strumentalizzati da altrettanti personaggi politici; i musulmani Sunniti e Sciiti cominciavano a guardarsi nervosi, e si dividevano a loro volta in sottogruppi, le milizie cristiane si combattevano per riuscire ad emergere, e anche i Drusi, riluttanti all'inizio, ebbero presto il